Incuriosisce il fatto che si parli ancora di 'giovani' direttori, quando hanno già una quarantina d'anni. E, invece, non dovrebbe incuriosire e neppure meravigliare, perchè il mestiere del direttore ( a differenza di tutti gli altri musicali, compreso quello del compositore, per non parlare anche degli strumentisti, che possono tutti sbocciare molto presto) è un mestiere che si può anche esercitare da giovanissimi, per la gioia del pubblico soprattutto che si intenerisce per il piccolo genio e non distingue più il valore dall'apparenza, ma che si acquisisce con gli anni. E quaranta, nel nostro caso, non sono molti.
Certo si pone, poi, il problema di quando cambiare aggettivo; quando, insomma, un direttore non è più da considerare un 'giovane' direttore, ma un direttore 'adulto', un 'direttore' 'tout court'. Mentre, per gli anni successivi, il problema non si pone: si passa, saltando alcune tappe, immediatamente al direttore 'maturo'.
La settimana scorsa il problema, sotto altra prospettiva , se l'è posto il settimanale 'L'Espresso', con un lungo articolo dedicato ai 'giovani' direttori - nel senso che dicevamo prima - italiani, ed alla tradizione italiana rintracciabile anche nel suono dei nostri solisti e delle orchestre italiane, da cui speso provengono i nostri direttori. Un suono che differisce da quello tedesco, ad esempio, o russo, o americano. Diciamo anche che la conoscenza, vera o data per scontata, del repertorio operistico italiano conta molto per questi direttori chiamati all'estero.
'L'Espresso', passando in rassegna alcune nostre promettenti glorie del podio che si stanno facendo largo anche all'estero, scrive che giovani direttori italiani li troviamo anche in Cina, Australia, Americhe - fuori i nomi!
Ma, mentre il riferimento a Rustioni, come a Battistoni ed anche a Mariotti - il più apprezzato di questi - sembra giustificato, non altrettanto si può dire per Francesco Lanzillotta ed alcuni altri che il settimanale si propone di promuovere senza averne ancora le prove, che non è in grado di fornire, per assenza di capacità di giudizio. Più semplicemente, della sfilza di giovani direttori, di ambo i sessi, Riccardo Lenzi dell'Espresso ha forse sentito solo alcuni, e perciò l'elenco potrebbe averglielo fornito qualche agenzia non troppo disinteressata. E pensiamo ai casi di Matteo Beltrami, Valerio Galli ed altri; mentre diverso, perchè promettente, è il caso di Michele Gamba che Barenboim ha voluto come assistente a Berlino, e una sicurezza è già Lorenzo Viotti.
Analogo discorso meritano le direttrici donne o direttore 'al femminile', come si preferisce dire oggi. Fra tutte emerge Speranza Scappucci (anche Lei ha un piccolo incarico all'estero) ma le altre citate sono oggi semplici promesse, mentre ce n'è qualcuna, ed una in particolare su tutte, da considerare, alla prova dei fatti che volutamente si intendono ignorare, per le ragioni alle quali abbiamo accennato in principio, una promessa mancata, un fuoco fatuo, accesosi per l' ancor giovane età anagrafica e per la bella presenza.
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mercoledì 2 maggio 2018
lunedì 12 marzo 2018
Daniele Rustioni ha fatto quello che Renzi avrebbe dovuto fare: emigrare e non farsi vedere per un pò.
Giunge graditissima la notizia che Daniele Rustioni, l'ancor giovane direttore d'orchestra italiano, sposato ad un'altra nostra eccellenza musicale, la violinista Francesca Dego, è stato nominato direttore dell'Opéra di Lione, seconda in Francia solo a quella di Parigi. Senza dimenticare che anche un altro nostro direttore, pure egli ancor giovane, Andrea Battistoni, ha un incarico stabile in Giappone. Dunque lo scambio di musicisti fra nazioni e continenti esiste e coinvolge anche il nostro paese, dove, ad un italiano - come abbiamo quasi giornalmente accusato - viene sempre immancabilmente preferito uno straniero.
E Battistoni e Rustioni non sono che due casi di direttori impegnati all'estero fra i molti altri italiani, da Gatti ( Amsterdam) a Roberto Abbado (Valencia), e financo la Scappucci (Liegi). La quale però, giorni fa, parlando dei suoi prossimi impegni ha dimenticato - garda caso - di citare il suo unico incarico stabile: Liegi. Non le sembra adeguato alla sua improvvisa notorietà?
E ciò nonostante, esiste un male tutto italiano - non ci sembra che all'estero sia altrettanto endemico. E cioè che gli italiani più valenti in ogni campo, musica compresa, prima di essere apprezzati per quel che valgono anche in Italia, devono farsi valere all'estero.
La carriera di Riccardo Chailly non è che un esempio lampante. Debuttò giovanissimo financo alla Scala, ma poi è arrivato sempre secondo; c'era sempre qualcun altro prima di lui, anche se nel suo caso quelli che lo precedevano in graduatoria, si chiamavano Abbado e Muti. Si potrebbe dire una cosa analoga anche di Luisi, che dopo i successi e gli incarichi stabili all'estero ( Dresda, New York) ha ottenuto un incarico a Firenze, succedendo a Zubin Mehta - per quanto il povero ha una bella gatta da pelare, lavorando in un teatro che ha ancora grossi guai, nonostante la presenza finora non brillante del 'salvatore' dei nostri teatri, Cristiano Chiarot.
Chially prima di arrivare alla Scala, nel ruolo che si è ampiamente guadagnato, ha avuto il suo lungo periodo, prima di 'apprendistato' e soprattutto di 'affermazione' all'estero: Amsterdam e poi Lipsia.
Per tornare a Rustioni, il giovane direttore prima di volare a Lione, qualche incarico l'ha avuto in Italia, a Bari ( Teatro Petruzzelli) prima e poi a Firenze ( Orchestra della Toscana). Ora ha pensato bene di andarsene per qualche anno fuori d'Italia, dove ha detto che tornerà molto saltuariamente, almeno fino al 2022, perché fino a quella data il suo calendario di impegni è già completo. E perchè - e questo non ci piace molto - in Italia si programma sempre con troppo ritardo ( la stessa manfrina la fa sempre Cecilia Bartoli che , poi, quando esce un nuovo disco, trova il tempo per scorrazzare anche per l'Italia).
Rustioni così facendo, ha indirettamente voluto dire al fiorentino Renzi che anche lui- come promesso e consigliato da amici- avrebbe dovuto prendere la via dell'esilio rigeneratore, dopo la sconfitta del referendum, senza attendere l'amara conferma delle 'politiche' che hanno praticamente spazzato via dalla faccia dell terra il suo partito. Fai come ho fatto io, caro Renzi - sai bene che le vittorie soprattutto in Italia hanno molti padri, mentre le sconfitte uno solo, come nel tuo caso, dove però le tue responsabilità non sono di poco conto - e come ha annunciato di fare anche il Dibba. Non fare come Veltroni che dopo aver minacciato della sua assenza il paese, anticipando che sarebbe andato a fare il missionario in Africa, s'è riciclato, più comodamente, ancora in Italia, dandosi al cinema. Dove ottiene il successo che negli ultimi anni gli aveva negato la politica, forse anche perché i potenti - compresi quelli di un tempo ma che ancora contano - possono sempre contare su uno stuolo di gente pronto a servirli.
E Battistoni e Rustioni non sono che due casi di direttori impegnati all'estero fra i molti altri italiani, da Gatti ( Amsterdam) a Roberto Abbado (Valencia), e financo la Scappucci (Liegi). La quale però, giorni fa, parlando dei suoi prossimi impegni ha dimenticato - garda caso - di citare il suo unico incarico stabile: Liegi. Non le sembra adeguato alla sua improvvisa notorietà?
E ciò nonostante, esiste un male tutto italiano - non ci sembra che all'estero sia altrettanto endemico. E cioè che gli italiani più valenti in ogni campo, musica compresa, prima di essere apprezzati per quel che valgono anche in Italia, devono farsi valere all'estero.
La carriera di Riccardo Chailly non è che un esempio lampante. Debuttò giovanissimo financo alla Scala, ma poi è arrivato sempre secondo; c'era sempre qualcun altro prima di lui, anche se nel suo caso quelli che lo precedevano in graduatoria, si chiamavano Abbado e Muti. Si potrebbe dire una cosa analoga anche di Luisi, che dopo i successi e gli incarichi stabili all'estero ( Dresda, New York) ha ottenuto un incarico a Firenze, succedendo a Zubin Mehta - per quanto il povero ha una bella gatta da pelare, lavorando in un teatro che ha ancora grossi guai, nonostante la presenza finora non brillante del 'salvatore' dei nostri teatri, Cristiano Chiarot.
Chially prima di arrivare alla Scala, nel ruolo che si è ampiamente guadagnato, ha avuto il suo lungo periodo, prima di 'apprendistato' e soprattutto di 'affermazione' all'estero: Amsterdam e poi Lipsia.
Per tornare a Rustioni, il giovane direttore prima di volare a Lione, qualche incarico l'ha avuto in Italia, a Bari ( Teatro Petruzzelli) prima e poi a Firenze ( Orchestra della Toscana). Ora ha pensato bene di andarsene per qualche anno fuori d'Italia, dove ha detto che tornerà molto saltuariamente, almeno fino al 2022, perché fino a quella data il suo calendario di impegni è già completo. E perchè - e questo non ci piace molto - in Italia si programma sempre con troppo ritardo ( la stessa manfrina la fa sempre Cecilia Bartoli che , poi, quando esce un nuovo disco, trova il tempo per scorrazzare anche per l'Italia).
Rustioni così facendo, ha indirettamente voluto dire al fiorentino Renzi che anche lui- come promesso e consigliato da amici- avrebbe dovuto prendere la via dell'esilio rigeneratore, dopo la sconfitta del referendum, senza attendere l'amara conferma delle 'politiche' che hanno praticamente spazzato via dalla faccia dell terra il suo partito. Fai come ho fatto io, caro Renzi - sai bene che le vittorie soprattutto in Italia hanno molti padri, mentre le sconfitte uno solo, come nel tuo caso, dove però le tue responsabilità non sono di poco conto - e come ha annunciato di fare anche il Dibba. Non fare come Veltroni che dopo aver minacciato della sua assenza il paese, anticipando che sarebbe andato a fare il missionario in Africa, s'è riciclato, più comodamente, ancora in Italia, dandosi al cinema. Dove ottiene il successo che negli ultimi anni gli aveva negato la politica, forse anche perché i potenti - compresi quelli di un tempo ma che ancora contano - possono sempre contare su uno stuolo di gente pronto a servirli.
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lunedì 10 luglio 2017
Lorenzo Viotti debutta alla Scala invitato da Pereira
Due anni, quanti ne sono trascorsi dalla vittoria a Salisburgo alla sua prima scrittura importante in Italia per Lorenzo Viotti, in fondo non sono tanto lunghi da passare. E comunque il giovane direttore, dal cognome familiare ha ora appena 27 anni e solo 25 ne aveva quando al Festival di Salisburgo fu laureato come miglior giovane direttore. Ora a quella vittoria sene è aggiunta una seconda: gli International Opera Awards e, forse, la sua carriera prenderà il volo e proseguirà, se il giovane direttore continuerà a studiare - cosa che dovrà fare sempre fino all'ultima sua lontanissima direzione, se vorrà restare, meritandoselo, sempre sul podio.
Lui forse del suo candore giovanile s'è fatto già i primi nemici in Italia, quando ha dichiarato alla Manin ( Corriere) che in Italia le uniche orchestre con cui si lavora bene, perchè professionali e disciplinate, sono Torino, Firenze e Santa Cecilia, oltre La Scala naturalmente.
Adesso tutte le altre o non lo inviteranno mai o lo inviteranno al più presto per smentire quanto ha detto, oppure non lo inviteranno e basta, come è più probabile. E forse farà così anche La Fenice che ebbe sue padre direttore stabile, magari accampando: 'alla famiglia abbiamo già dato'.
In questi giorni abbiamo letto anche di un altro direttore, del quale non conoscevamo neanche il nome ,italiano, Enrico Calesso, trevigiano, che ha lavorato stabilmente a Bregenz e nel teatro di Wurzburg, invitato a dirigere Traviata a fine anno alla Fenice.
E forse nei mesi ed anni prossimi accadrà ancora, secondo il principio che 'ti devi fare le ossa ed un nome all'estero per essere poi apprezzato in patria', di leggere di artisti sconosciuti da noi che fanno una bella carriera all'estero. Da dove, sempre più spesso, noi importiamo giovani di talento, mentre analoga attenzione non mostriamo verso i talenti nostri che, anche in campo musicale, preferiscono andare all'estero, perchè in Italia, accade molto sovente che se non sei figlio/a o marito/moglie o amante di questo o quel potente, sono c... - per dirla alla romana.
Di giovani italiani, anzi giovanissimi nel caso di uno di essi ( Battistoni) che fanno carriera in Italia ne conosciamo due. Battistoni, appunto, appena nominato a Genova, e Rustioni che fino all'altro ieri era a Firenze (Orchestra della Toscana) ed ora crediamo sia andato a lavorare all'estero.
Forse su Ciampa si sono appuntate molte speranze, mentre su Lanzillotta le speranze si sono dissolte.
Per non dire poi delle direttrici. Se si cerca in rete ce ne è una sfilza. Mai avremmo immaginato di tante di esse, tutte italiane. Però crediamo che su di esse, quelle con più chances, si accenda un fuoco di paglia, un fuoco di 'genere', che poi subito si spegne.
Lui forse del suo candore giovanile s'è fatto già i primi nemici in Italia, quando ha dichiarato alla Manin ( Corriere) che in Italia le uniche orchestre con cui si lavora bene, perchè professionali e disciplinate, sono Torino, Firenze e Santa Cecilia, oltre La Scala naturalmente.
Adesso tutte le altre o non lo inviteranno mai o lo inviteranno al più presto per smentire quanto ha detto, oppure non lo inviteranno e basta, come è più probabile. E forse farà così anche La Fenice che ebbe sue padre direttore stabile, magari accampando: 'alla famiglia abbiamo già dato'.
In questi giorni abbiamo letto anche di un altro direttore, del quale non conoscevamo neanche il nome ,italiano, Enrico Calesso, trevigiano, che ha lavorato stabilmente a Bregenz e nel teatro di Wurzburg, invitato a dirigere Traviata a fine anno alla Fenice.
E forse nei mesi ed anni prossimi accadrà ancora, secondo il principio che 'ti devi fare le ossa ed un nome all'estero per essere poi apprezzato in patria', di leggere di artisti sconosciuti da noi che fanno una bella carriera all'estero. Da dove, sempre più spesso, noi importiamo giovani di talento, mentre analoga attenzione non mostriamo verso i talenti nostri che, anche in campo musicale, preferiscono andare all'estero, perchè in Italia, accade molto sovente che se non sei figlio/a o marito/moglie o amante di questo o quel potente, sono c... - per dirla alla romana.
Di giovani italiani, anzi giovanissimi nel caso di uno di essi ( Battistoni) che fanno carriera in Italia ne conosciamo due. Battistoni, appunto, appena nominato a Genova, e Rustioni che fino all'altro ieri era a Firenze (Orchestra della Toscana) ed ora crediamo sia andato a lavorare all'estero.
Forse su Ciampa si sono appuntate molte speranze, mentre su Lanzillotta le speranze si sono dissolte.
Per non dire poi delle direttrici. Se si cerca in rete ce ne è una sfilza. Mai avremmo immaginato di tante di esse, tutte italiane. Però crediamo che su di esse, quelle con più chances, si accenda un fuoco di paglia, un fuoco di 'genere', che poi subito si spegne.
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mercoledì 5 ottobre 2016
Battistoni, Rustioni, Gamba, Ciampa(non citato),Quatrini... giovani direttori d'orchestra fanno carriera ottenendo incarichi stabili
L'inutile intervista ad Andrea Battistoni ( veronese, trent'anni quasi, chiamato a dirigere, da direttore principale, la Tokyo Philharmonic Orchestra con contratto quadriennale), apparsa ieri su Repubblica, a firma del presidente dell'Associazione critici musicali italiana, Angelo Foletto, segnalava l'avanzata a passo spedito anche dei nostri direttori d'orchestra trentenni, avanzata a noi graditissima, giacchè non manca occasione per pronunciarci sulla scarsa attenzione in Italia verso i giovani musicisti, nella maggior parte dei casi da parte delle istituzioni musicali e della stampa, la quale, va detto, in qualche caso si butta a capo fitto, ma non conta la professionalità, ci deve essere di mezzo l'età 'giovane'(come di recente con il direttore persiano, ventiseienne, chiamato alla 'Toscanini' di Parma).
Perchè intervista 'inutile'? Perchè oltre i nomi di alcuni 'giovani' direttori - sul podio la giovinezza di una bacchetta resta tale anche a trent'anni suonati, data la particolare fisionomia del mestiere di direttore che oltre la genialità e preparazione richiede esperienza - ed una o due domande che sarebbero potute risultare interessanti, ma nei fatti anche esse inutili perchè non approfondite, come quella sulla gestione dei complessi orchestrali in Giappone ( un direttore di giornale direbbe: dov'è la notizia?) - la pagina di Repubblica altro non dice. Nè ci può interessare leggere domande del tipo: non la vede come la solita fuga di cervelli? o, a seguire, ' quindi non c'è da temere il tradimento giapponese 'definitivo'?
Che domande sono, rivolte ad un giovane direttore italiano che ha una opportunità di lavoro part- time all'estero, dove potrà farsi una esperienza che forse in Italia ai 'giovani' direttori 'italiani' non viene offerta?
Gli scambi fra nazioni nel caso dei direttori d'orchestra sono abbastanza normali; in Italia di orchestre non ve ne sono poi tante; e, infine, le istituzioni - e torniamo a denunciare che quando devono assumere un giovane direttore, preferiscono uno straniero - non sentono particolarmente il problema, anche perchè chi le finanzia, lo Stato in primis, su tale argomento non dà nessuna direttiva, in nome della 'libertà di progettazione' riconosciuta ai validissimi direttori artistici. Tutte fandonie; e l'invocata libertà serve solo a coltivare campicelli ed interessi non sempre specchiati.
Se un giorno si dovessero chiudere le frontiere degli altri paesi in faccia ai nostri musicisti sarebbe una tragedia, perchè l'attività musicale italiana ha sempre meno bisogno di forze nuove, a causa della sua costante incessante riduzione, ed anche distruzione, con l'avallo colpevole della recente legislazione. Perciò domandare ad un giovane direttore se è in fuga, è domanda inutile ed anche stupida, caro Foletto.
Sul 'cervello' basterà poi ricordare il libro del nostro Battistoni sulla musica (Non è musica per vecchi) capolavoro e summa di ovvietà, ben altra cosa dal cervello applicato al pensiero musicale. Ciò non vuol dire che Battsistoni non abbia cervello per il suo mestiere, quello di direttore.
Sulla fuga 'definitiva' oggetto di un altro 'capolavoro' di domanda, sorvoliamo.
Poi, un articolo come quello di Foletto, serve anche per inserire nella lista qualche nome segnalato da suggeritori amici. Come quello di Sesto Quatrini, il cui viso non ci è nuovo, avendo egli studiato al Conservatorio dell'Aquila negli stessi anni in cui noi vi insegnavamo. Ma oltre che fisicamente non abbiamo mai saputo nulla di lui, perchè non ha mai frequentato le nostre classi, nè abbiamo mai assistito ad un suo esame o prestazione sul podio.
La sua carriera recente, invece, serve a farci ricrederci su una scuola di direzione, autentica fucina di direttori d'orchestra, che un autentico fuoriclasse del settore, come Marcello Bufalini, sta creando a L'Aquila, dove si è messo in luce oltre Quatrini, anche la giovane Nil Venditti, che ha vinto di recente il 'Premio Abbado' per la direzione, quello che un tempo si chiamava 'Premio nazionale delle Arti.
Anche perchè la sua scuola ha un vantaggio che altri insegnanti di direzione non hanno. In ragione della circostanza, preziosissima e rara, che a due passi dal Conservatorio, sua moglie Luisa Prayer, direttrice artistica dell'Istituzione Sinfonica Abruzzese, provvede a far debuttare, appena usciti dalla scuola di suo marito, i giovani direttori, sul podio dell'Orchestra abruzzese. La quale non sarà la Tokyo Philharmonic Orchestra (come, del resto, Bufalini non è né Franco Ferrara, e neanche Jorma Panula, però attenti a lui: benchè non più 'giovane', come si intende oggi, ha un futuro ancora tutto da disegnare) ma è pur sempre un'orchestra sulla quale un giovane direttore può fare esperienza preziosa; mentre non è vero il contrario e cioè che una passerella di giovani direttori, se non affiancata da una guida fissa, autorevole e con molta esperienza alle spalle, possa far bene all'orchestra. Intanto, la Sinfonica Abruzzese, ospitando questi giovani usciti dal Conservatorio aquilano, offre visibilità alla scuola di Bufalini. E' già qualcosa.
Perchè intervista 'inutile'? Perchè oltre i nomi di alcuni 'giovani' direttori - sul podio la giovinezza di una bacchetta resta tale anche a trent'anni suonati, data la particolare fisionomia del mestiere di direttore che oltre la genialità e preparazione richiede esperienza - ed una o due domande che sarebbero potute risultare interessanti, ma nei fatti anche esse inutili perchè non approfondite, come quella sulla gestione dei complessi orchestrali in Giappone ( un direttore di giornale direbbe: dov'è la notizia?) - la pagina di Repubblica altro non dice. Nè ci può interessare leggere domande del tipo: non la vede come la solita fuga di cervelli? o, a seguire, ' quindi non c'è da temere il tradimento giapponese 'definitivo'?
Che domande sono, rivolte ad un giovane direttore italiano che ha una opportunità di lavoro part- time all'estero, dove potrà farsi una esperienza che forse in Italia ai 'giovani' direttori 'italiani' non viene offerta?
Gli scambi fra nazioni nel caso dei direttori d'orchestra sono abbastanza normali; in Italia di orchestre non ve ne sono poi tante; e, infine, le istituzioni - e torniamo a denunciare che quando devono assumere un giovane direttore, preferiscono uno straniero - non sentono particolarmente il problema, anche perchè chi le finanzia, lo Stato in primis, su tale argomento non dà nessuna direttiva, in nome della 'libertà di progettazione' riconosciuta ai validissimi direttori artistici. Tutte fandonie; e l'invocata libertà serve solo a coltivare campicelli ed interessi non sempre specchiati.
Se un giorno si dovessero chiudere le frontiere degli altri paesi in faccia ai nostri musicisti sarebbe una tragedia, perchè l'attività musicale italiana ha sempre meno bisogno di forze nuove, a causa della sua costante incessante riduzione, ed anche distruzione, con l'avallo colpevole della recente legislazione. Perciò domandare ad un giovane direttore se è in fuga, è domanda inutile ed anche stupida, caro Foletto.
Sul 'cervello' basterà poi ricordare il libro del nostro Battistoni sulla musica (Non è musica per vecchi) capolavoro e summa di ovvietà, ben altra cosa dal cervello applicato al pensiero musicale. Ciò non vuol dire che Battsistoni non abbia cervello per il suo mestiere, quello di direttore.
Sulla fuga 'definitiva' oggetto di un altro 'capolavoro' di domanda, sorvoliamo.
Poi, un articolo come quello di Foletto, serve anche per inserire nella lista qualche nome segnalato da suggeritori amici. Come quello di Sesto Quatrini, il cui viso non ci è nuovo, avendo egli studiato al Conservatorio dell'Aquila negli stessi anni in cui noi vi insegnavamo. Ma oltre che fisicamente non abbiamo mai saputo nulla di lui, perchè non ha mai frequentato le nostre classi, nè abbiamo mai assistito ad un suo esame o prestazione sul podio.
La sua carriera recente, invece, serve a farci ricrederci su una scuola di direzione, autentica fucina di direttori d'orchestra, che un autentico fuoriclasse del settore, come Marcello Bufalini, sta creando a L'Aquila, dove si è messo in luce oltre Quatrini, anche la giovane Nil Venditti, che ha vinto di recente il 'Premio Abbado' per la direzione, quello che un tempo si chiamava 'Premio nazionale delle Arti.
Anche perchè la sua scuola ha un vantaggio che altri insegnanti di direzione non hanno. In ragione della circostanza, preziosissima e rara, che a due passi dal Conservatorio, sua moglie Luisa Prayer, direttrice artistica dell'Istituzione Sinfonica Abruzzese, provvede a far debuttare, appena usciti dalla scuola di suo marito, i giovani direttori, sul podio dell'Orchestra abruzzese. La quale non sarà la Tokyo Philharmonic Orchestra (come, del resto, Bufalini non è né Franco Ferrara, e neanche Jorma Panula, però attenti a lui: benchè non più 'giovane', come si intende oggi, ha un futuro ancora tutto da disegnare) ma è pur sempre un'orchestra sulla quale un giovane direttore può fare esperienza preziosa; mentre non è vero il contrario e cioè che una passerella di giovani direttori, se non affiancata da una guida fissa, autorevole e con molta esperienza alle spalle, possa far bene all'orchestra. Intanto, la Sinfonica Abruzzese, ospitando questi giovani usciti dal Conservatorio aquilano, offre visibilità alla scuola di Bufalini. E' già qualcosa.
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sabato 23 gennaio 2016
Va di moda il Verdi 'giovane'in Italia. Va bene, ma non dimentichiamo i capolavori della maturità
Giovanna D'Arco, Luisa Miller, I Due Foscari, Stiffelio, Attila in Italia e all'estero Jerusalem, Oberto, conte di San Bonifacio, solo nel giro di pochi mesi, dall'inaugurazione della Scala a seguire. E Chailly, nuovo direttore scaligero già annuncia che la 'sua' riscoperta del giovane Verdi non si ferma, proseguirà con Alzira ed anche Stiffelio, che in questi giorni viene proposto alla Fenice di Venezia. Dunque le opere minori che Massimo Mila aveva incautamente ed esageratamente definito 'brutte', tornerebbero a piacere, quanto meno ad essere riproposte, nella maggioranza dei casi da giovani direttori (Mariotti, Rustioni), in attesa di cimentarsi con le opere 'maggiori' di Verdi, secondo il consiglio di Riccardo Muti: ' ogni cosa a suo tempo'.
Nella lunga lista delle opere giovanili in cartellone i giornali appuntano con attenzione i nomi dei registi - della musica è sempre fregato assai poco - quasi a significare che quelle 'riesumazioni' dipendono dalle uniche mani che possono risuscitarle, quelle dei registi i quali - Giovanna D'Arco scaligera insegna - sbagliano più spesso di quanto non ci azzecchino.
Ma allora perché ostinarsi? Perché forse, specie per i giovani direttori, non è ancore venuta l'ora di avvicinarsi ai grandi titoli del repertorio, per le quali occorre fare i conti con una tradizione interpretativa e registica di gran peso. Potrebbe essere questa una delle ragioni, anche se la ragione proposta dai vari direttori giovani, ma lo ha fatto anche Chailly, è che in quelle opere, ingiustamente uscite dal repertorio, c'è già il germe del grande operista, ci sono anticipazioni dei capolavori futuri, e sono disseminate di vere gemme musicali. Sì tutto vero, ma... è bene ricordarsi che, con tutti i problemi, è il grande repertorio che deve essere battuto. Mentre per il timore di confrontarsi con i grandi interpreti del passato, si tengono fuori anche da grandi teatri ( perfino alla Scala tanto che Muti dovette lanciare una sfida per riproporre Traviata , 'dopo Maria', con la Fabbricini) i titoli a ragione più amati.
Vanno bene i titoli minori, ma non si facciano le stagioni su quelli, per paura di toccare i maggiori e soprattutto perchè la critica ( che da visibilità almeno nazionale all'attività dei nostri teatri) - a differenza del pubblico - accorre più volentieri a sentire Oberto che Traviata, l'ennesima - come scrivono i più snob, ed anche i più cretini.
E di queste riesumazioni sembra diventato un specialista,fra i registi italiani, Daniele Abbado che firma la regia dell'Attila a Bologna e, nei prossimi mesi anche altre.
Nella lunga lista delle opere giovanili in cartellone i giornali appuntano con attenzione i nomi dei registi - della musica è sempre fregato assai poco - quasi a significare che quelle 'riesumazioni' dipendono dalle uniche mani che possono risuscitarle, quelle dei registi i quali - Giovanna D'Arco scaligera insegna - sbagliano più spesso di quanto non ci azzecchino.
Ma allora perché ostinarsi? Perché forse, specie per i giovani direttori, non è ancore venuta l'ora di avvicinarsi ai grandi titoli del repertorio, per le quali occorre fare i conti con una tradizione interpretativa e registica di gran peso. Potrebbe essere questa una delle ragioni, anche se la ragione proposta dai vari direttori giovani, ma lo ha fatto anche Chailly, è che in quelle opere, ingiustamente uscite dal repertorio, c'è già il germe del grande operista, ci sono anticipazioni dei capolavori futuri, e sono disseminate di vere gemme musicali. Sì tutto vero, ma... è bene ricordarsi che, con tutti i problemi, è il grande repertorio che deve essere battuto. Mentre per il timore di confrontarsi con i grandi interpreti del passato, si tengono fuori anche da grandi teatri ( perfino alla Scala tanto che Muti dovette lanciare una sfida per riproporre Traviata , 'dopo Maria', con la Fabbricini) i titoli a ragione più amati.
Vanno bene i titoli minori, ma non si facciano le stagioni su quelli, per paura di toccare i maggiori e soprattutto perchè la critica ( che da visibilità almeno nazionale all'attività dei nostri teatri) - a differenza del pubblico - accorre più volentieri a sentire Oberto che Traviata, l'ennesima - come scrivono i più snob, ed anche i più cretini.
E di queste riesumazioni sembra diventato un specialista,fra i registi italiani, Daniele Abbado che firma la regia dell'Attila a Bologna e, nei prossimi mesi anche altre.
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giovedì 5 novembre 2015
Gli 'EVENTI' sulle gazzette sono diventate 'COLLABORAZIONI'. Ha cominciato il Sole 24 Ore
Quelle pagine 'Eventi' presenti sui maggiori quotidiani nazionali, in occasione di importanti avvenimenti - 'eventi', secondo il loro gergo, anche se si tratta di una intera stagione, compresa quella dell'Opera di Roma che vede 'Roma protagonista della GRANDE Opera' - d'ora in avanti si chiameranno, 'collaborazioni', come ha cominciato a fare domenica scorsa Il Sole 24 Ore, a proposito della stagione incipiente dell'Opera della Capitale. E infatti in cima alla doppia pagina c'era scritto 'Teatro dell'opera ( minuscolo!) di Roma, In collaborazione con la Fondazione Teatro dell'Opera di Roma'. che letto senza ipocrisia, voleva significare: vi presentiamo la stagione dell'Opera di Roma, secondo i desideri e le richieste dell'Opera di Roma che queste pagine - lo si sappia, anche se non lo diciamo apertamente - le ha pagate, come sempre ed anche questa volta. Chiaro? direbbe papa Francesco.
Sì è chiaro, anzi chiarissimo. A noi era parso chiaro già da qualche settimana l'arrivo di quelle due pagine pubblicitarie, in linguaggio cifrato. Da quando avevamo letto il critico di quello stesso giornale che, parlando dell'ultimo spettacolo visto a Roma, aveva scritto: "l'Opera di Roma è tutta un'altra cosa, da quando c'è Fuortes".
E la spiegazione/conferma s'è avuta in quelle due pagine, dove si fa il panegirico della nuova stagione, quella della 'grande opera'- non normale, e neanche piccola opera - come si legge nei manifesti gigante o sulle fiancate degli autobus. Il rinnovamento dell'Opera della capitale passa attraverso i registi della grande scena italiana ed internazionale; attraverso la stagione sinfonica che ogni volta passa un'opera di tradizione, una moderna e una contemporanea; attraverso il festival 'contemporanea'' della prossima primavera, ed anche attraverso qualche cantante che 'viene fidelizzato' dal teatro, ma non passa anche attraverso i direttori che certo nella concertazione di un'opera, sembra debbano avere un qualche peso. Di loro si tace, dando per scontato che si tratti delle migliori bacchette in circolazione, mentre si accenna alla prossima inaugurazione, quella del 2016, con Daniele Gatti sul podio per Wagner . Come si tace anche, dandolo per scontato, che l'orchestra è 'settebellezze'.
L'opera inaugurale di Henze mette d'accordo - forse unico caso di stagione - Battistelli e Vlad, i due angeli custodi del cartellone, ambedue molto legati a Henze.
I direttori di gran nome che neppure si citano, tanto sono conosciuti nell'universo terraqueo, rispondono ai nomi (che noi facciamo, solo per quei pochissimi ignoranti che accedono al nostro blog) di Daniele Rustioni, Jader Bignamini, Riccardo Frizza, Chris Mould, Alejo Perez, Stefan Soltesz, oltre che di Jesus Lopez Cobos, Roberto Abbado, Donato Renzetti.
Non osiamo pensare che il cambio di rotta (da 'eventi' a 'collaborazione') sia avvenuto anche a seguito dei nostri ripetuti inviti a mollare l'ipocrisia di quelle pagine; ci basta vedere che è avvenuto.
P.S. Passano due domeniche e nel presentare il cartellone della 'Filarmonica della Scala' un altro pezzo di ipocrisia cade, quando si legge, sempre sul domenicale del Sole 24 Ore. ' Filarmonica della Scala. In collaborazione con Unicredit', dove non c'è bisogno di chiarire il perchè della collaborazione di Unicredit, sia alla stagione che alla presentazione giornalistica.
Sì è chiaro, anzi chiarissimo. A noi era parso chiaro già da qualche settimana l'arrivo di quelle due pagine pubblicitarie, in linguaggio cifrato. Da quando avevamo letto il critico di quello stesso giornale che, parlando dell'ultimo spettacolo visto a Roma, aveva scritto: "l'Opera di Roma è tutta un'altra cosa, da quando c'è Fuortes".
E la spiegazione/conferma s'è avuta in quelle due pagine, dove si fa il panegirico della nuova stagione, quella della 'grande opera'- non normale, e neanche piccola opera - come si legge nei manifesti gigante o sulle fiancate degli autobus. Il rinnovamento dell'Opera della capitale passa attraverso i registi della grande scena italiana ed internazionale; attraverso la stagione sinfonica che ogni volta passa un'opera di tradizione, una moderna e una contemporanea; attraverso il festival 'contemporanea'' della prossima primavera, ed anche attraverso qualche cantante che 'viene fidelizzato' dal teatro, ma non passa anche attraverso i direttori che certo nella concertazione di un'opera, sembra debbano avere un qualche peso. Di loro si tace, dando per scontato che si tratti delle migliori bacchette in circolazione, mentre si accenna alla prossima inaugurazione, quella del 2016, con Daniele Gatti sul podio per Wagner . Come si tace anche, dandolo per scontato, che l'orchestra è 'settebellezze'.
L'opera inaugurale di Henze mette d'accordo - forse unico caso di stagione - Battistelli e Vlad, i due angeli custodi del cartellone, ambedue molto legati a Henze.
I direttori di gran nome che neppure si citano, tanto sono conosciuti nell'universo terraqueo, rispondono ai nomi (che noi facciamo, solo per quei pochissimi ignoranti che accedono al nostro blog) di Daniele Rustioni, Jader Bignamini, Riccardo Frizza, Chris Mould, Alejo Perez, Stefan Soltesz, oltre che di Jesus Lopez Cobos, Roberto Abbado, Donato Renzetti.
Non osiamo pensare che il cambio di rotta (da 'eventi' a 'collaborazione') sia avvenuto anche a seguito dei nostri ripetuti inviti a mollare l'ipocrisia di quelle pagine; ci basta vedere che è avvenuto.
P.S. Passano due domeniche e nel presentare il cartellone della 'Filarmonica della Scala' un altro pezzo di ipocrisia cade, quando si legge, sempre sul domenicale del Sole 24 Ore. ' Filarmonica della Scala. In collaborazione con Unicredit', dove non c'è bisogno di chiarire il perchè della collaborazione di Unicredit, sia alla stagione che alla presentazione giornalistica.
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lunedì 17 agosto 2015
il Festival di Salisburgo laurea un giovanissimo direttore d'orchestra di sangue italiano anche se svizzero di nazionalità: Lorenzo Viotti
Da anni il Festival di Salisburgo nella sua politica di promozione dei giovani musicisti ( ha anche ospitato, come residenti, l'orchestra venezuelana Bolivar e quella del 'divano' di Barenboim) ha avviato due iniziative, una destinata a scovare nuovi cantanti ed una seconda, nuovi direttori d'orchestra. Ha trovato sponsor ed è andata avanti.
Qualche anno fa, prima che partisse l'iniziativa destinata ai direttori, seguimmo da vicino quella destinata ai cantanti; in tale occasione segnalammo l'assenza di giovani cantanti italiani, e la presenza deflagrante, per qualità delle voci, di cantanti dell'est europeo, superiori per numero a quelli dell'estremo oriente. L'Accademia salisburghese era importante anche per una seconda ragione, dopo quella della presenza di importanti maestri dell'arte del canto, e cioè quella del debutto dei più meritevoli, scoperti da una giuria di star, nella successiva edizione del festival.
Ora che, seppure di nazionalità svizzera, ha vinto il premio come direttore un giovane, molto giovane con sangue italiano nelle vene, che fa di cognome Viotti e di nome Lorenzo, figlio del compianto Marcello, deceduto a seguito di un ictus alla ancor verde età di cinquant'anni, nel 2005, a Monaco di Baviera, non riusciamo a controllare la nostra più che giustificata felicità.
Ora ci attendiamo che i soloni integerrimi direttori artistici delle nostre istituzioni gli riservano la stessa attenzione che in questi ultimi anni hanno riservato a giovani, giovanissimi direttori, stranieri per lo più,(con le sole eccezioni di Battistoni e Rustioni) principalmente perchè raccomandati e portati in palmo di mano da alcuni ben noti mammasantissima del settore, non sapendo i nostri direttori artistici da soli decidere del valore dei giovani musicisti.
Il giovane Lorenzo Viotti, che ha solo 25 anni, e che quando è morto suo padre era ancora un ragazzino, è stato premiato dalla giuria del concorso salisburghese perché meritava. Diversamente da qual che accade ogni giorno sotto i nostri occhi, senza eccezione, e cioè che alcuni rampolli fanno carriera perchè figli di padri potenti. Lorenzo Viotti ha avuto un premio in denaro, 15.000 Euro, e dirigerà l'anno prossimo a Salisburgo
Ora vogliamo vedere se, come sarebbe opportuno, lo inviteranno a dirigere, ma senza strafare; altrimenti peste li colga, i direttori artistici di casa nostra
Qualche anno fa, prima che partisse l'iniziativa destinata ai direttori, seguimmo da vicino quella destinata ai cantanti; in tale occasione segnalammo l'assenza di giovani cantanti italiani, e la presenza deflagrante, per qualità delle voci, di cantanti dell'est europeo, superiori per numero a quelli dell'estremo oriente. L'Accademia salisburghese era importante anche per una seconda ragione, dopo quella della presenza di importanti maestri dell'arte del canto, e cioè quella del debutto dei più meritevoli, scoperti da una giuria di star, nella successiva edizione del festival.
Ora che, seppure di nazionalità svizzera, ha vinto il premio come direttore un giovane, molto giovane con sangue italiano nelle vene, che fa di cognome Viotti e di nome Lorenzo, figlio del compianto Marcello, deceduto a seguito di un ictus alla ancor verde età di cinquant'anni, nel 2005, a Monaco di Baviera, non riusciamo a controllare la nostra più che giustificata felicità.
Ora ci attendiamo che i soloni integerrimi direttori artistici delle nostre istituzioni gli riservano la stessa attenzione che in questi ultimi anni hanno riservato a giovani, giovanissimi direttori, stranieri per lo più,(con le sole eccezioni di Battistoni e Rustioni) principalmente perchè raccomandati e portati in palmo di mano da alcuni ben noti mammasantissima del settore, non sapendo i nostri direttori artistici da soli decidere del valore dei giovani musicisti.
Il giovane Lorenzo Viotti, che ha solo 25 anni, e che quando è morto suo padre era ancora un ragazzino, è stato premiato dalla giuria del concorso salisburghese perché meritava. Diversamente da qual che accade ogni giorno sotto i nostri occhi, senza eccezione, e cioè che alcuni rampolli fanno carriera perchè figli di padri potenti. Lorenzo Viotti ha avuto un premio in denaro, 15.000 Euro, e dirigerà l'anno prossimo a Salisburgo
Ora vogliamo vedere se, come sarebbe opportuno, lo inviteranno a dirigere, ma senza strafare; altrimenti peste li colga, i direttori artistici di casa nostra
lunedì 6 aprile 2015
Doppio guanto di sfida per l'Accademia di Santa Cecilia.
Nessuno si meravigli della attenzione che riserviamo alle istituzioni romane, per la ragione che potrebbe apparire eccessiva. Semplicemente conosciamo meglio i nostri polli - detto senza nessuna intenzione denigratoria - e perciò non tolleriamo che ci facciano fessi, come riescono a fare con molti altri.
All'annuncio della prossima stagione, qualche giorno fa, il gran timoniere dell'Accademia ha accennato alla presenza di italiani nel nuovo cartellone, per rispondere alle richieste che noi per primi, da anni e con insistenza, rivolgiamo alla dirigenza dell'Accademia.
Nella prossima stagione ci saranno parecchi italiani, ha affermato il timoniere. FALSO, almeno per la stagione sinfonica dove non figura neanche un direttore italiano, mentre vediamo direttori stranieri di varia taglia, età e valore comparire anche più di una volta ed in diverse vesti e funzioni ( solista e direttore). A meno che non si vogliano considerare direttori 'italiani', Gatti e Luisi. Si tratta di due direttori che chiamiamo e consideriamo italiani in senso 'anagrafico' e basta. Gatti è direttore al Concertgebow, ed è stato direttore anche dell'Accademia, e Luisi, dopo Dresda, è semistabile al Metropolitan di New York.
Perciò il timoniere non dica falsità. Ecco perchè a noi viene il dubbio che nello scritturare direttori e solisti in Accademia giochino in favore di alcuni nomi interessi di chissà quale genere, altrimenti non capiremmo come mai al posto di Denève, ad esempio - ma è solo il primo nome che ci viene in mente - non si invita Rustioni, tanto per fare ancora il primo nome degli italiani che ci viene in mente, e che ora è stabile a Lione. Forse perchè Denève è della stessa agenzia di Pappano, come anche altri direttori e solisti che figurano in cartellone? Come anche non riusciamo a spiegarci la presenza, che a noi sembra eccessiva, di numerosi artisti che provengono da una agenzia milanese.
E poi c'è l'altra falsità dei concerti per l'Anno santo annunciati con enfasi dal timoniere. In cartellone non c'è che l'oratorio di Haydn, 'La Creazione', programmato evidentemente da prima che venisse annunciato il Giubileo, dal Papa. A sentire, invece, le prole del timoniere dell'Accademia , in conferenza di presentazione, sembrava che l'Accademia, fregando tutti sul tempo, avesse già approntato un calendario di concerti ad hoc. FALSO. Ci saranno concerti del coro, ancora da programmare, e della JuniOrchetsra, ugualmente da programmare.
A noi quell'annuncio che poi si è rivelato falso ci aveva fatto pensare che l'elefante accademico fosse diventato all'improvviso e miracolosamente una gazzella, velocissima , addirittura telecomandata dal nuovo timoniere, in grado quindi di rivedere, in pochi giorni, la programmazione per adeguarla a novità di un certo rilievo, come il Giubileo che interesserà soprattutto Roma, il prossimo anno.
Le bugie hanno le gambe corte e fanno crescere il naso.
All'annuncio della prossima stagione, qualche giorno fa, il gran timoniere dell'Accademia ha accennato alla presenza di italiani nel nuovo cartellone, per rispondere alle richieste che noi per primi, da anni e con insistenza, rivolgiamo alla dirigenza dell'Accademia.
Nella prossima stagione ci saranno parecchi italiani, ha affermato il timoniere. FALSO, almeno per la stagione sinfonica dove non figura neanche un direttore italiano, mentre vediamo direttori stranieri di varia taglia, età e valore comparire anche più di una volta ed in diverse vesti e funzioni ( solista e direttore). A meno che non si vogliano considerare direttori 'italiani', Gatti e Luisi. Si tratta di due direttori che chiamiamo e consideriamo italiani in senso 'anagrafico' e basta. Gatti è direttore al Concertgebow, ed è stato direttore anche dell'Accademia, e Luisi, dopo Dresda, è semistabile al Metropolitan di New York.
Perciò il timoniere non dica falsità. Ecco perchè a noi viene il dubbio che nello scritturare direttori e solisti in Accademia giochino in favore di alcuni nomi interessi di chissà quale genere, altrimenti non capiremmo come mai al posto di Denève, ad esempio - ma è solo il primo nome che ci viene in mente - non si invita Rustioni, tanto per fare ancora il primo nome degli italiani che ci viene in mente, e che ora è stabile a Lione. Forse perchè Denève è della stessa agenzia di Pappano, come anche altri direttori e solisti che figurano in cartellone? Come anche non riusciamo a spiegarci la presenza, che a noi sembra eccessiva, di numerosi artisti che provengono da una agenzia milanese.
E poi c'è l'altra falsità dei concerti per l'Anno santo annunciati con enfasi dal timoniere. In cartellone non c'è che l'oratorio di Haydn, 'La Creazione', programmato evidentemente da prima che venisse annunciato il Giubileo, dal Papa. A sentire, invece, le prole del timoniere dell'Accademia , in conferenza di presentazione, sembrava che l'Accademia, fregando tutti sul tempo, avesse già approntato un calendario di concerti ad hoc. FALSO. Ci saranno concerti del coro, ancora da programmare, e della JuniOrchetsra, ugualmente da programmare.
A noi quell'annuncio che poi si è rivelato falso ci aveva fatto pensare che l'elefante accademico fosse diventato all'improvviso e miracolosamente una gazzella, velocissima , addirittura telecomandata dal nuovo timoniere, in grado quindi di rivedere, in pochi giorni, la programmazione per adeguarla a novità di un certo rilievo, come il Giubileo che interesserà soprattutto Roma, il prossimo anno.
Le bugie hanno le gambe corte e fanno crescere il naso.
mercoledì 1 ottobre 2014
Il giorno del giudizio sull'Opera di Roma Capitale
E siamo arrivati al redde rationem. Ieri i giornali ex amici e fiancheggiatori del teatro, e soprattutto della precedente amministrazione, non hanno badato a spese, scritturando economisti e opinionisti forse all'oscuro del lavoro specifico dei musicisti e della situazione reale in Italia e all'estero, per sostenere la tesi di Fuortes, sapendo che è la tesi di Nastasi, che conosciamo da tempo. Il grande grosso direttore generale dello spettacolo che ha trovato un posto fisso anche a sua moglie, Giulietta Minoli, al San Carlo di Napoli, costringendo la poveretta ad andare su e giù per un tozzone di pane, vuole precarizzare tutte le orchestre, nel preciso intento di ridurne drasticamente il numero e di far girare le poche sopravvissute da nord a sud della penisola come trottole. Con quali vantaggi per la musica non l'ha mai spiegato ( ma anche per le finanze), perchè non lo sa, non capendoci un fico secco.
Per ridurre, anzi eliminare - giustamente - la possibilità che lo sciopero di un gruppetto, al quale si oppone la maggioranza, mandi all'aria una recita per ragioni non sempre comprensibili e difendibili, la ricetta che si propone è: sciogliamo l'orchestra (ma anche il coro) e rifondiamola, facendo contratti a tempo ( stagione, annuale o triennale), esternalizzando l'elemento principale di un teatro: i musicisti, che fornirebbero le loro prestazioni, secondo contratto e per le recite stabilite, lasciando loro la possibilità di esercitare anche e contemporaneamente la libera professione, prima proibita
da un decreto del solito Nastasi, un paio d'anni fa, salvo che non fosse di iniziativa dell'ente dal quale i musicisti dipendevano ( la clausola serviva a salvare la Filarmonica della Scala, emanazione della stessa orchestra del teatro, dal quale è autorizzata, e che permette ai musicisti, organizzati in autonomia (diciamo così) di guadagnare molto, restando nel ventre della Scala medesima.
L'esternalizzazione e la conseguente precarietà del rapporto di lavoro dei musicisti dovrebbe , secondo Fuortes (leggi: Nastasi) essere il toccasana per ogni male al Teatro dell'Opera di Roma, per cominciare. E non è detto che il modello sperimentato a Roma non possa poi esser esportato - che è ciò che Nastasi vuole e va accarezzando da tempo e continuerà a farlo, fino a quando qualcuno non si sveglia e lo manda a casa, come sembrava volere anche Orfini, ora al vertice del PD di Renzi, non più tardi di un anno fa, parlando delle difficoltà dei teatri. E del resto che questo modello 'all'italiana' non funzionerà ce lo ha raccontato già l'esperienza disastrosa, e più costosa, del Regio di Parma, sotto la gestione Meli ( con un'orchestra che è costata di più ma che in termini di qualità ha reso di meno. Chi volesse informarsi di quella tragedia legga il blog di Luigi Boschi, nel quale è stata raccontata per filo e per segno anche negli aspetti tragicomici oltre che giudiziari) o quella del Petruzzelli, modello Fuortes, che ha assoldato giovani musicisti, tramite concorso, li ha contrattualizzati per un triennio e dopo si vedrà. Poi quando è andato via, il successore, Biscardi, ha dovuto cancellare due titoli dal cartellone, per mancanza di soldi ( in quello stesso bilancio che Fuortes aveva risanato, come dice di aver già fatto in pochi mesi anche a Roma. ma chi gli può credere?) ed il direttore principale Rustioni ha preferito lasciare. Il posto fisso occorre dimenticarselo. ma questo andrebbe detto anche a Fuortes e pure a Nastasi che siedono saldi, incollati, alle loro poltrone da anni , almeno un decennio.
Fuortes e Nastasi hanno suggerito ai giornali amici le pezze d'appoggio di tale loro progetto disastroso: le più grandi orchestre straniere, specie quelle europee, hanno una organizzazione simile. Sì, simile, forse, ma Nastasi e Fuortes dimenticano di dire che le storie dei Wiener o dei Berliner sono molto diverse.
Con questa buffonata si vuole coprire l'incapacità degli amministratori - in ciò Fuortes e Marino sono dei campioni - di governare l'emergenza. I giornali ieri ci riferivano di scioperi anche a Chicago, per le stesse ragioni per cui in tutto il mondo si sciopera: stipendi e garanzie - come a dire che gli scioperi inseguono il m. Muti - a seguito dei quali un concerto di Muti era saltato; ma dopo quello sciopero i concerti sono ripresi regolarmente. Se Fuortes avesse saputo gestire l'emergenza forse il caos presente non si sarebbe mai neppure materializzato. E del resto anche al MET c'è stato qualcosa di simile. Gelb ha detto ai sindacati che di soldi ce ne erano meno e che quindi i compensi andavano ridotti. Di fronte a simili realtà che fare? Accettare, suggerisce la ragione e così hanno fatto a New York; esternalizzare vuole la triade Fuortes-Nastasi(Franceschini)-Marino: i barbari.
Infine. Mentre credono di poter realizzare facilmente questa rivoluzione copernicana , per cominciare a Roma, per poi estenderla altrove, all'Opera non sono capaci di trovare un direttore per l'Aida inaugurale abbandonata da Muti. Ma che c. ci stanno a fare? Pensano che rendendo ancor apiù difficile la situazione faranno ingoiare il rospo della ristrutturazione?
Per ridurre, anzi eliminare - giustamente - la possibilità che lo sciopero di un gruppetto, al quale si oppone la maggioranza, mandi all'aria una recita per ragioni non sempre comprensibili e difendibili, la ricetta che si propone è: sciogliamo l'orchestra (ma anche il coro) e rifondiamola, facendo contratti a tempo ( stagione, annuale o triennale), esternalizzando l'elemento principale di un teatro: i musicisti, che fornirebbero le loro prestazioni, secondo contratto e per le recite stabilite, lasciando loro la possibilità di esercitare anche e contemporaneamente la libera professione, prima proibita
da un decreto del solito Nastasi, un paio d'anni fa, salvo che non fosse di iniziativa dell'ente dal quale i musicisti dipendevano ( la clausola serviva a salvare la Filarmonica della Scala, emanazione della stessa orchestra del teatro, dal quale è autorizzata, e che permette ai musicisti, organizzati in autonomia (diciamo così) di guadagnare molto, restando nel ventre della Scala medesima.
L'esternalizzazione e la conseguente precarietà del rapporto di lavoro dei musicisti dovrebbe , secondo Fuortes (leggi: Nastasi) essere il toccasana per ogni male al Teatro dell'Opera di Roma, per cominciare. E non è detto che il modello sperimentato a Roma non possa poi esser esportato - che è ciò che Nastasi vuole e va accarezzando da tempo e continuerà a farlo, fino a quando qualcuno non si sveglia e lo manda a casa, come sembrava volere anche Orfini, ora al vertice del PD di Renzi, non più tardi di un anno fa, parlando delle difficoltà dei teatri. E del resto che questo modello 'all'italiana' non funzionerà ce lo ha raccontato già l'esperienza disastrosa, e più costosa, del Regio di Parma, sotto la gestione Meli ( con un'orchestra che è costata di più ma che in termini di qualità ha reso di meno. Chi volesse informarsi di quella tragedia legga il blog di Luigi Boschi, nel quale è stata raccontata per filo e per segno anche negli aspetti tragicomici oltre che giudiziari) o quella del Petruzzelli, modello Fuortes, che ha assoldato giovani musicisti, tramite concorso, li ha contrattualizzati per un triennio e dopo si vedrà. Poi quando è andato via, il successore, Biscardi, ha dovuto cancellare due titoli dal cartellone, per mancanza di soldi ( in quello stesso bilancio che Fuortes aveva risanato, come dice di aver già fatto in pochi mesi anche a Roma. ma chi gli può credere?) ed il direttore principale Rustioni ha preferito lasciare. Il posto fisso occorre dimenticarselo. ma questo andrebbe detto anche a Fuortes e pure a Nastasi che siedono saldi, incollati, alle loro poltrone da anni , almeno un decennio.
Fuortes e Nastasi hanno suggerito ai giornali amici le pezze d'appoggio di tale loro progetto disastroso: le più grandi orchestre straniere, specie quelle europee, hanno una organizzazione simile. Sì, simile, forse, ma Nastasi e Fuortes dimenticano di dire che le storie dei Wiener o dei Berliner sono molto diverse.
Con questa buffonata si vuole coprire l'incapacità degli amministratori - in ciò Fuortes e Marino sono dei campioni - di governare l'emergenza. I giornali ieri ci riferivano di scioperi anche a Chicago, per le stesse ragioni per cui in tutto il mondo si sciopera: stipendi e garanzie - come a dire che gli scioperi inseguono il m. Muti - a seguito dei quali un concerto di Muti era saltato; ma dopo quello sciopero i concerti sono ripresi regolarmente. Se Fuortes avesse saputo gestire l'emergenza forse il caos presente non si sarebbe mai neppure materializzato. E del resto anche al MET c'è stato qualcosa di simile. Gelb ha detto ai sindacati che di soldi ce ne erano meno e che quindi i compensi andavano ridotti. Di fronte a simili realtà che fare? Accettare, suggerisce la ragione e così hanno fatto a New York; esternalizzare vuole la triade Fuortes-Nastasi(Franceschini)-Marino: i barbari.
Infine. Mentre credono di poter realizzare facilmente questa rivoluzione copernicana , per cominciare a Roma, per poi estenderla altrove, all'Opera non sono capaci di trovare un direttore per l'Aida inaugurale abbandonata da Muti. Ma che c. ci stanno a fare? Pensano che rendendo ancor apiù difficile la situazione faranno ingoiare il rospo della ristrutturazione?
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mercoledì 24 settembre 2014
Dopo l'addio di Muti reazioni scomposte. Dal Costanzi al Campidoglio tutti matti
Dovevamo assistere anche a questo spettacolo scomposto. Comincia ad essere davvero troppo.
Innanzitutto che si fa con l'inaugurazione della stagione alle porte? La ricetta del sovrintendente Fuortes è un sostituto per il titolo inaugurale. Giusto, ma non va cercato, come vorrebbe il sovrintendente INESPERTO fra direttori giovanotti o di terza o quarta classe. Se Fuortes fosse un sovrintendente all'altezza, saprebbe trovare un direttore degno sostituto, intanto per l'inaugurazione, come Lissner fece alla Scala, chiamando Barenboim. Per un 'direttore musicale' - via quell' incarico buffo di 'direttore onorario a vita' - ci si penserà più tardi. Ma che non può essere, comunque, Rustioni, dove arrivano gli orizzonti musicali di Fuortes.
I sindacati CGIL e FIALS promettono ancora sfracelli, come non fossero già sufficienti quelli prodotti con la loro condotta anti sindacale e a rischio fallimento per il teatro. Non vogliono sentire ragioni, il referendum sull'accettazione del piano di risanamento formulato da Fuortes e dalle necessità di bilancio - che pure ha spaccato letteralmente in due il teatro - lo disconoscono e contestano, e come reazione annunciano altri scioperi. Evidentemente non hanno capito la gravità della situazione e lavorano per la chiusura del teatro. Che Fuortes e Marino, e mettiamoci anche Franceschini, dovrebbero cogliere al volo e mettere in atto. Perchè se la CGIL e la FIALS intendono proseguire con il loro comportamento irresponsabile, venisse anche Karajan redivivo, all'Opera fra breve ci risiamo. E, del resto, non si può far mettere per iscritto agli sciagurati dipendenti sindacalizzati che non sciopereranno più, pena il licenziamento. Fra parentesi, a coloro i quali ironizzano sulle 8 sigle sindacali dei dipendenti dell'Opera, vorremmo ricordare che al Senato o alla Camera le sigle sindacali dei dipendenti sono 23, dunque il cattivo esempio lo dà come sempre la politica; e gli altri lo seguono.
Ma veniamo all'inaugurazione. L'ipotesi pazza prospettata ieri da 'Repubblica' che, ovviamente, ha raccolto le intenzioni di Fuortes e Marino è rimandare l'inaugurazione di due mesi, da novembre a gennaio. Siamo matti? si rendono conto di quale assurda soluzione vorrebbero prospettare. cancellando un titolo si risparmia - è questa la loro drammatica strategia? E a che scopo, far sbollire i furori degli orchestrali sindacalizzati? Ci vuol poco per riattizzarli anche dopo che si sono momentaneamente placati, come è accaduto fra l'estate e queste ultime settimane. La situazione è drammatica e va affrontata e risolta immediatamente, senza attendere un solo istante. Trovare il sostituto per il titolo inaugurale, un sostituto all'altezza del fuggitivo Muti, e, contemporaneamente , pensare ad una trattativa, questa volta articolata e fondata sul dialogo che la precedente non è stato affatto seguito. Ecco perchè diciamo da tempo che Fuortes non sa fare il suo mestiere. Lui viene da 'Musica per Roma', dove non ci sono oltre cinquecento dipendenti, e perciò è facile con tanti stagionali, la quasi totalità di chi lavora all'Auditorium, metterne fuori alcuni e chiamarne altri. Fuortes, con l'aiuto di Marino avrebbe dovuto da subito metter in campo tutte le ipotesi di accordo, senza cedere naturalmente a richieste ormai impossibili da soddisfare e che lascerebbero i problemi irrisolti e pronti a riesplodere alla prima occasione. Un sovrintendente non alle prime armi questo modo di gestire la risoluzione di una crisi lo conosce e sa attuarlo, ecco perché ce ne vorrebbe uno più capace e con maggiore esperienza di Fuortes.
Infine, per tornare al caso di Vincenzo Bolognese che in questi giorni torna ad essere portato a modello del malcostume e dei privilegi dei nostri teatri. Bolognese, spalla dell'orchestra del teatro, forse in permesso artistico, in questi giorni è andato a lavorare, alla testa di un'altra orchestra romana, per un festival fuori Roma, 'Reate Festival' - che brutto nome ! - il cui sovrintendente è una collaboratrice del teatro, pagata e bene dal teatro, il cui presidente è Gianni Letta e fondatore Bruno Cagli. Capite in che pasticci siamo?
Innanzitutto che si fa con l'inaugurazione della stagione alle porte? La ricetta del sovrintendente Fuortes è un sostituto per il titolo inaugurale. Giusto, ma non va cercato, come vorrebbe il sovrintendente INESPERTO fra direttori giovanotti o di terza o quarta classe. Se Fuortes fosse un sovrintendente all'altezza, saprebbe trovare un direttore degno sostituto, intanto per l'inaugurazione, come Lissner fece alla Scala, chiamando Barenboim. Per un 'direttore musicale' - via quell' incarico buffo di 'direttore onorario a vita' - ci si penserà più tardi. Ma che non può essere, comunque, Rustioni, dove arrivano gli orizzonti musicali di Fuortes.
I sindacati CGIL e FIALS promettono ancora sfracelli, come non fossero già sufficienti quelli prodotti con la loro condotta anti sindacale e a rischio fallimento per il teatro. Non vogliono sentire ragioni, il referendum sull'accettazione del piano di risanamento formulato da Fuortes e dalle necessità di bilancio - che pure ha spaccato letteralmente in due il teatro - lo disconoscono e contestano, e come reazione annunciano altri scioperi. Evidentemente non hanno capito la gravità della situazione e lavorano per la chiusura del teatro. Che Fuortes e Marino, e mettiamoci anche Franceschini, dovrebbero cogliere al volo e mettere in atto. Perchè se la CGIL e la FIALS intendono proseguire con il loro comportamento irresponsabile, venisse anche Karajan redivivo, all'Opera fra breve ci risiamo. E, del resto, non si può far mettere per iscritto agli sciagurati dipendenti sindacalizzati che non sciopereranno più, pena il licenziamento. Fra parentesi, a coloro i quali ironizzano sulle 8 sigle sindacali dei dipendenti dell'Opera, vorremmo ricordare che al Senato o alla Camera le sigle sindacali dei dipendenti sono 23, dunque il cattivo esempio lo dà come sempre la politica; e gli altri lo seguono.
Ma veniamo all'inaugurazione. L'ipotesi pazza prospettata ieri da 'Repubblica' che, ovviamente, ha raccolto le intenzioni di Fuortes e Marino è rimandare l'inaugurazione di due mesi, da novembre a gennaio. Siamo matti? si rendono conto di quale assurda soluzione vorrebbero prospettare. cancellando un titolo si risparmia - è questa la loro drammatica strategia? E a che scopo, far sbollire i furori degli orchestrali sindacalizzati? Ci vuol poco per riattizzarli anche dopo che si sono momentaneamente placati, come è accaduto fra l'estate e queste ultime settimane. La situazione è drammatica e va affrontata e risolta immediatamente, senza attendere un solo istante. Trovare il sostituto per il titolo inaugurale, un sostituto all'altezza del fuggitivo Muti, e, contemporaneamente , pensare ad una trattativa, questa volta articolata e fondata sul dialogo che la precedente non è stato affatto seguito. Ecco perchè diciamo da tempo che Fuortes non sa fare il suo mestiere. Lui viene da 'Musica per Roma', dove non ci sono oltre cinquecento dipendenti, e perciò è facile con tanti stagionali, la quasi totalità di chi lavora all'Auditorium, metterne fuori alcuni e chiamarne altri. Fuortes, con l'aiuto di Marino avrebbe dovuto da subito metter in campo tutte le ipotesi di accordo, senza cedere naturalmente a richieste ormai impossibili da soddisfare e che lascerebbero i problemi irrisolti e pronti a riesplodere alla prima occasione. Un sovrintendente non alle prime armi questo modo di gestire la risoluzione di una crisi lo conosce e sa attuarlo, ecco perché ce ne vorrebbe uno più capace e con maggiore esperienza di Fuortes.
Infine, per tornare al caso di Vincenzo Bolognese che in questi giorni torna ad essere portato a modello del malcostume e dei privilegi dei nostri teatri. Bolognese, spalla dell'orchestra del teatro, forse in permesso artistico, in questi giorni è andato a lavorare, alla testa di un'altra orchestra romana, per un festival fuori Roma, 'Reate Festival' - che brutto nome ! - il cui sovrintendente è una collaboratrice del teatro, pagata e bene dal teatro, il cui presidente è Gianni Letta e fondatore Bruno Cagli. Capite in che pasticci siamo?
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domenica 21 settembre 2014
Muti lascia Roma, ed è un addio; mentre Fuortes e Marino non sembrano in fondo tanto dispiaciuti. L'Opera di Roma resta una matassa difficile da sbrogliare
Da qualunque capo si voglia cominciare - da Muti o da Fuortes e Teatro, l'Opera di Roma resta una matassa difficile, se non impossibile, da sbrogliare. E la decisione dell'abbandono, di cui solo ora viene data notizia ufficiale, non è arrivata oggi. Ci aveva colpito, leggendo un inserto dedicato all'incipiente stagione teatrale nella Capitale, allegato sia a Repubblica che al Corriere, il fatto che Fuortes si presentava come amministratore delegato di 'Musica per Roma', mentre la presentazione della stagione dell'Opera veniva fatta da un narratore impersonale, quando avrebbe dovuto essere il contrario. Muti la sua decisione di abbandonare l'Opera l'aveva già presa. E nella sua lettera, resa nota soltanto oggi, spiega le sue ragioni, tutte plausibili : in teatro non c'è un clima sereno e perciò gli riesce difficile lavorarvi. Quando gli animi si saranno rappacificati, e tutto filerà liscio come l'olio, allora si vedrà. Veramente questo è l'auspicio assai freddo di Marino e di Fuortes, ai quali preme soprattutto sottolineare che la nuova gestione ha azzerato l'enorme deficit lasciato da De Martino, sodale di Alemanno, di quasi 12 milioni di Euro, in un solo anno. Fuortes ha fatto il miracolo, ma ora soldi non ce ne sono più e il maestro Muti avrebbe dovuto abbassare le sue pretese in tutti i sensi - è quanto scrivono gli opinionisti della rete - la qual cosa non gli sta proprio bene, e lui decide di andarsene per dedicarsi interamente - per l'Italia - alla sua amata 'Orchestra Cherubini'.
Quali sarebbero le pretese del maestro in fatto di cachets, di allestimenti, di voci ecc.. non è dato sapere; e se si tratta soprattutto dei costi degli allestimenti, si sbaglia bersaglio, perchè a quel che sembra l'allestimento di Pier'Alli per 'Aida' sarebbe improntato alle cosiddette 'nozze con i fichi secchi'. Certo Muti a Roma, come altrove, non lavora 'aggratis' - e , del resto, perchè dovrebbe? - ma con sè a Roma ha portato tutta la sua corte anche quella famigliare che certamente non è compresa nel pacchetto del suo cachet, insomma qualche malumore nei suoi confronti ci potrebbe anche essere. Ben poca cosa comunque in rapporto al prestigio che rende all'Opera la sua presenza, ma solo la sua, non certo quella di Alessio Vlad, che lui ha imposto, come ennesimo atto di riconoscenza verso suo padre che lo portò a Firenze e che egli volle poi alla Scala. Insomma una corte non pomposa e che non brilla di luce propria, la quale, se il principe rinuncia alla corona, si affloscia in un minuto secondo. Morto un papa se ne fa un altro - ha scritto qualcuno in rete. Sì, è vero. Ma via Muti c'è qualcun altro nell'orizzonte degli attuali governanti del teatro capace di sostituirlo senza intaccare il prestigio che la sua presenza recava al teatro? Dubitiamo. C'è chi ha paragonato,sbagliando, questa uscita di scena di Muti alla precedente, di una decina di anni fa, dalla Scala. No, perchè allora Muti aveva contro l'orchestra, che, a Roma, dichiara di non aver mai voluto protestare contro il direttore e che mai e poi mai avrebbe fatto saltare una recita, neanche una, di Muti. Bugiardi. Perchè tale pericolo l'ha corso anche Muti, con Manon, con la tournée in Giappone e probabilmente l'avrebbe ancora corso nelle settimane di preparazione di Aida. Basta esaminare il risultato del referendum, interno al teatro, al quale ha partecipato la metà circa dei dipendenti, orchestra e coro compresi, il che vuol dire che l'altra metà non condivideva l'accettazione del piano di salvataggio stilato da Fuortes. I sindacati protestano che loro sciopereranno eventualmente contro Fuortes, ed a scioperare sono soprattutto quelli della Fials e della CGIL- altra pagina del film surreale ' Renzi vince nonostante l'opposizione del PD'.
A noi fa più riflettere la risposta, ripetiamo: molto fredda, di Fuortes, Marino e Franceschini che non la lettera di Muti, scritta 'comme il faut', ineccepibile per chi non conosce altri risvolti.
Ma adesso quali scenari si aprono? Fuortes, non gradito a metà del personale del teatro come insegna il referendum, trarrà le sue conclusioni dimettendosi? Oppure resterà mettendo in atto la sua rivoluzione e cioè portando all'Opera di Roma la sua squadretta che già abbiamo visto in azione ma che non ci ha entusiasmati? Già Fuortes in fatto di musica capisce ben poco; lui la squadra l'avrebbe già pronta, l'ha schierata in campo ed ai bordi già a Bari, ma si tratta di una squadretta. Non ci frega niente di ciò che scriveranno i giornali alla sua discesa in campo, non nutriamo verso molti gazzettieri 'fiancheggiatori dei vincitori per professione e convenienza 'la benché minima stima. Pensa forse di sostituire Vlad? farebbe bene, ma con chi? Con Gaston Fournier che già voleva imporre a Bari, e che oggi è libero, dopo la sua uscita dalla Scala? Cambierà anche il maestro del corpo di ballo, via Micha e dentro Eleonora che scalpita da parecchio per avere quell'incarico, anche se a noi sembra non in grado di sostenerlo, nonostante la sua giovane età ed avvenenza che non è pari alla sua competenza? Via Muti e ci mette un giovane, magari Rustioni che sta a Bari ed anche a Firenze ( regno del consigliere di amministrazione Battistelli?) Per Fuortes sembra una cosa normale. Ma lui non la capisce, forse, la differenza; nonostante tutti i difetti del grande direttore. O forse la fine dell'anno, quando i consigli di amministrazione con nuovo nome: consigli di 'indirizzo', dovranno ridisegnare la governance dei nostri teatri, a Roma viene, con l'uscita di Muti, semplicemente anticipata di qualche mese?
Temiamo che la pubblicità che parla di 'grande opera' a roma, vada cambiata, con la 'piccola opera' nella nuova stagione del Teatro dell'Opera di Roma Capitale. E che il sito, dove si legge ancora il nome di Muti per 'Aida' e 'Nozze di Figaro', vada quanto prima aggiornato.
Quali sarebbero le pretese del maestro in fatto di cachets, di allestimenti, di voci ecc.. non è dato sapere; e se si tratta soprattutto dei costi degli allestimenti, si sbaglia bersaglio, perchè a quel che sembra l'allestimento di Pier'Alli per 'Aida' sarebbe improntato alle cosiddette 'nozze con i fichi secchi'. Certo Muti a Roma, come altrove, non lavora 'aggratis' - e , del resto, perchè dovrebbe? - ma con sè a Roma ha portato tutta la sua corte anche quella famigliare che certamente non è compresa nel pacchetto del suo cachet, insomma qualche malumore nei suoi confronti ci potrebbe anche essere. Ben poca cosa comunque in rapporto al prestigio che rende all'Opera la sua presenza, ma solo la sua, non certo quella di Alessio Vlad, che lui ha imposto, come ennesimo atto di riconoscenza verso suo padre che lo portò a Firenze e che egli volle poi alla Scala. Insomma una corte non pomposa e che non brilla di luce propria, la quale, se il principe rinuncia alla corona, si affloscia in un minuto secondo. Morto un papa se ne fa un altro - ha scritto qualcuno in rete. Sì, è vero. Ma via Muti c'è qualcun altro nell'orizzonte degli attuali governanti del teatro capace di sostituirlo senza intaccare il prestigio che la sua presenza recava al teatro? Dubitiamo. C'è chi ha paragonato,sbagliando, questa uscita di scena di Muti alla precedente, di una decina di anni fa, dalla Scala. No, perchè allora Muti aveva contro l'orchestra, che, a Roma, dichiara di non aver mai voluto protestare contro il direttore e che mai e poi mai avrebbe fatto saltare una recita, neanche una, di Muti. Bugiardi. Perchè tale pericolo l'ha corso anche Muti, con Manon, con la tournée in Giappone e probabilmente l'avrebbe ancora corso nelle settimane di preparazione di Aida. Basta esaminare il risultato del referendum, interno al teatro, al quale ha partecipato la metà circa dei dipendenti, orchestra e coro compresi, il che vuol dire che l'altra metà non condivideva l'accettazione del piano di salvataggio stilato da Fuortes. I sindacati protestano che loro sciopereranno eventualmente contro Fuortes, ed a scioperare sono soprattutto quelli della Fials e della CGIL- altra pagina del film surreale ' Renzi vince nonostante l'opposizione del PD'.
A noi fa più riflettere la risposta, ripetiamo: molto fredda, di Fuortes, Marino e Franceschini che non la lettera di Muti, scritta 'comme il faut', ineccepibile per chi non conosce altri risvolti.
Ma adesso quali scenari si aprono? Fuortes, non gradito a metà del personale del teatro come insegna il referendum, trarrà le sue conclusioni dimettendosi? Oppure resterà mettendo in atto la sua rivoluzione e cioè portando all'Opera di Roma la sua squadretta che già abbiamo visto in azione ma che non ci ha entusiasmati? Già Fuortes in fatto di musica capisce ben poco; lui la squadra l'avrebbe già pronta, l'ha schierata in campo ed ai bordi già a Bari, ma si tratta di una squadretta. Non ci frega niente di ciò che scriveranno i giornali alla sua discesa in campo, non nutriamo verso molti gazzettieri 'fiancheggiatori dei vincitori per professione e convenienza 'la benché minima stima. Pensa forse di sostituire Vlad? farebbe bene, ma con chi? Con Gaston Fournier che già voleva imporre a Bari, e che oggi è libero, dopo la sua uscita dalla Scala? Cambierà anche il maestro del corpo di ballo, via Micha e dentro Eleonora che scalpita da parecchio per avere quell'incarico, anche se a noi sembra non in grado di sostenerlo, nonostante la sua giovane età ed avvenenza che non è pari alla sua competenza? Via Muti e ci mette un giovane, magari Rustioni che sta a Bari ed anche a Firenze ( regno del consigliere di amministrazione Battistelli?) Per Fuortes sembra una cosa normale. Ma lui non la capisce, forse, la differenza; nonostante tutti i difetti del grande direttore. O forse la fine dell'anno, quando i consigli di amministrazione con nuovo nome: consigli di 'indirizzo', dovranno ridisegnare la governance dei nostri teatri, a Roma viene, con l'uscita di Muti, semplicemente anticipata di qualche mese?
Temiamo che la pubblicità che parla di 'grande opera' a roma, vada cambiata, con la 'piccola opera' nella nuova stagione del Teatro dell'Opera di Roma Capitale. E che il sito, dove si legge ancora il nome di Muti per 'Aida' e 'Nozze di Figaro', vada quanto prima aggiornato.
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sabato 2 agosto 2014
All'Opera di Roma c'è l' ordine di tener su il morale della truppa
L'abbiamo scritto che non tolleriamo che vengano raccontate balle come quelle raccontate dall'Opera di Roma che fa sapere che tutto va bene, che le serate di questa estate a Caracalla sono tutte esaurite e che gli incassi sono alle stelle, quando si sa che molte cose ancora non vanno; mentre noi vorremmo che tutto si appianasse in nome di una normalità mai tanto desiderata, e che e si pensasse a lavorare con dedizione.
Ieri e oggi due diversi giornali tornano a cantare l'Opera di Roma, dove si vede che c'è un corpo tecnico ed artistico che non ha eguali. Ma con quale faccia? Solo perché occorre riaffermare che con la cura Muti - seppure a distanza e saltuaria - il teatro è irriconoscibile? Irriconoscibile lo è, ma forse nel senso opposto. Ieri la protagonista femminile del Barbiere, scoperta da Muti, che elogia il teatro nel suo insieme- si vede, diceva, che ha una tradizione artistica preziosa che conserva gelosamente e mostra in ogni occasione; oggi lo dicono il regista del Barbiere, Mariani, e, se non andiamo errati anche Livermore, regista di Bohème, e perfino Rustioni, finalmente sul podio dell' opera pucciniana, dopo scioperi e cancellazioni. Sembra quasi che nei contratti di ciascuno degli artisti scritturati - non in quello generale dei dipendenti interni che ne dicono ad ogni occasione peste e corna - sia stata inserita la clausola 'parlar bene dell'Opera ad ogni costo'. Condividiamo il giusto spirito di corpo ( fra parentesi: molti anni fa noi che facevamo diverse trasmissioni per Radio 3 mettemmo in piazza alcune cose disdicevoli nella gestione di quella rete - c'era di mezzo, come al solito, la politica dei favoritismi; il nostro capo ci chiamò per dirci che condivideva, ma che 'i panni sporchi di casa non si lavano in piazza'. E da quel momento -metà degli anni Ottanta - e fino ad oggi non abbiamo mai più lavorato a Radio 3; e neppure messo più piede neanche come ospite), ma quando lo si vuole esercitare per inneggiare ad una realtà che sembra più un carrozzone che un teatro, allora, forse, è esagerato.
P.S. Se ogni volta che parliamo dell'Opera di Roma, non scriviamo 'Teatro dell'Opera di Roma Capitale', scusateci. Lo facciamo solo perché quel nome è troppo lungo, non perché l'Opera della Capitale non lo meriti o non ne sia all'altezza.
Ieri e oggi due diversi giornali tornano a cantare l'Opera di Roma, dove si vede che c'è un corpo tecnico ed artistico che non ha eguali. Ma con quale faccia? Solo perché occorre riaffermare che con la cura Muti - seppure a distanza e saltuaria - il teatro è irriconoscibile? Irriconoscibile lo è, ma forse nel senso opposto. Ieri la protagonista femminile del Barbiere, scoperta da Muti, che elogia il teatro nel suo insieme- si vede, diceva, che ha una tradizione artistica preziosa che conserva gelosamente e mostra in ogni occasione; oggi lo dicono il regista del Barbiere, Mariani, e, se non andiamo errati anche Livermore, regista di Bohème, e perfino Rustioni, finalmente sul podio dell' opera pucciniana, dopo scioperi e cancellazioni. Sembra quasi che nei contratti di ciascuno degli artisti scritturati - non in quello generale dei dipendenti interni che ne dicono ad ogni occasione peste e corna - sia stata inserita la clausola 'parlar bene dell'Opera ad ogni costo'. Condividiamo il giusto spirito di corpo ( fra parentesi: molti anni fa noi che facevamo diverse trasmissioni per Radio 3 mettemmo in piazza alcune cose disdicevoli nella gestione di quella rete - c'era di mezzo, come al solito, la politica dei favoritismi; il nostro capo ci chiamò per dirci che condivideva, ma che 'i panni sporchi di casa non si lavano in piazza'. E da quel momento -metà degli anni Ottanta - e fino ad oggi non abbiamo mai più lavorato a Radio 3; e neppure messo più piede neanche come ospite), ma quando lo si vuole esercitare per inneggiare ad una realtà che sembra più un carrozzone che un teatro, allora, forse, è esagerato.
P.S. Se ogni volta che parliamo dell'Opera di Roma, non scriviamo 'Teatro dell'Opera di Roma Capitale', scusateci. Lo facciamo solo perché quel nome è troppo lungo, non perché l'Opera della Capitale non lo meriti o non ne sia all'altezza.
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