Giunge graditissima la notizia che Daniele Rustioni, l'ancor giovane direttore d'orchestra italiano, sposato ad un'altra nostra eccellenza musicale, la violinista Francesca Dego, è stato nominato direttore dell'Opéra di Lione, seconda in Francia solo a quella di Parigi. Senza dimenticare che anche un altro nostro direttore, pure egli ancor giovane, Andrea Battistoni, ha un incarico stabile in Giappone. Dunque lo scambio di musicisti fra nazioni e continenti esiste e coinvolge anche il nostro paese, dove, ad un italiano - come abbiamo quasi giornalmente accusato - viene sempre immancabilmente preferito uno straniero.
E Battistoni e Rustioni non sono che due casi di direttori impegnati all'estero fra i molti altri italiani, da Gatti ( Amsterdam) a Roberto Abbado (Valencia), e financo la Scappucci (Liegi). La quale però, giorni fa, parlando dei suoi prossimi impegni ha dimenticato - garda caso - di citare il suo unico incarico stabile: Liegi. Non le sembra adeguato alla sua improvvisa notorietà?
E ciò nonostante, esiste un male tutto italiano - non ci sembra che all'estero sia altrettanto endemico. E cioè che gli italiani più valenti in ogni campo, musica compresa, prima di essere apprezzati per quel che valgono anche in Italia, devono farsi valere all'estero.
La carriera di Riccardo Chailly non è che un esempio lampante. Debuttò giovanissimo financo alla Scala, ma poi è arrivato sempre secondo; c'era sempre qualcun altro prima di lui, anche se nel suo caso quelli che lo precedevano in graduatoria, si chiamavano Abbado e Muti. Si potrebbe dire una cosa analoga anche di Luisi, che dopo i successi e gli incarichi stabili all'estero ( Dresda, New York) ha ottenuto un incarico a Firenze, succedendo a Zubin Mehta - per quanto il povero ha una bella gatta da pelare, lavorando in un teatro che ha ancora grossi guai, nonostante la presenza finora non brillante del 'salvatore' dei nostri teatri, Cristiano Chiarot.
Chially prima di arrivare alla Scala, nel ruolo che si è ampiamente guadagnato, ha avuto il suo lungo periodo, prima di 'apprendistato' e soprattutto di 'affermazione' all'estero: Amsterdam e poi Lipsia.
Per tornare a Rustioni, il giovane direttore prima di volare a Lione, qualche incarico l'ha avuto in Italia, a Bari ( Teatro Petruzzelli) prima e poi a Firenze ( Orchestra della Toscana). Ora ha pensato bene di andarsene per qualche anno fuori d'Italia, dove ha detto che tornerà molto saltuariamente, almeno fino al 2022, perché fino a quella data il suo calendario di impegni è già completo. E perchè - e questo non ci piace molto - in Italia si programma sempre con troppo ritardo ( la stessa manfrina la fa sempre Cecilia Bartoli che , poi, quando esce un nuovo disco, trova il tempo per scorrazzare anche per l'Italia).
Rustioni così facendo, ha indirettamente voluto dire al fiorentino Renzi che anche lui- come promesso e consigliato da amici- avrebbe dovuto prendere la via dell'esilio rigeneratore, dopo la sconfitta del referendum, senza attendere l'amara conferma delle 'politiche' che hanno praticamente spazzato via dalla faccia dell terra il suo partito. Fai come ho fatto io, caro Renzi - sai bene che le vittorie soprattutto in Italia hanno molti padri, mentre le sconfitte uno solo, come nel tuo caso, dove però le tue responsabilità non sono di poco conto - e come ha annunciato di fare anche il Dibba. Non fare come Veltroni che dopo aver minacciato della sua assenza il paese, anticipando che sarebbe andato a fare il missionario in Africa, s'è riciclato, più comodamente, ancora in Italia, dandosi al cinema. Dove ottiene il successo che negli ultimi anni gli aveva negato la politica, forse anche perché i potenti - compresi quelli di un tempo ma che ancora contano - possono sempre contare su uno stuolo di gente pronto a servirli.
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lunedì 12 marzo 2018
Daniele Rustioni ha fatto quello che Renzi avrebbe dovuto fare: emigrare e non farsi vedere per un pò.
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venerdì 13 marzo 2015
Premio Paganini a Genova. Italia alla deriva. Che giuria ha radunato Fabio Luisi?
Si sono appena concluse al Teatro Nuovo Carlo Felice di Genova tutte le prove del Premio Paganini che da nove anni non laureava un vincitore. L'ultimo, nel 2006, era stato un giovane violinista cinese. Poi niente più. Ora la direzione artistica del premio è stata affidata a Fabio Luisi, dopo Cesare Mazzonis, che l'ha tenuta negli anni senza vincitore.
I numeri: 101 i candidati al premio - giapponesi, coreani, cinesi statunitensi soprattutto; 8 appena gli italiani - in 30 alle preliminari, 16 alle semifinali - nessun italiano -, 6 alle finali. Ha vinto il sudcoreano, diciannovenne, In Mo Yang. I sei partecipanti alle finali provenivano da Germania,Giappone, Lettonia, Russia, Usa, Corea del Sud. Provenienti da nazioni che hanno grandi tradizioni nelle scuole violinistiche: USA, Estremo Oriente (anche e poi studiano negli USA), Russia, Germania. E l'Italia?
La giuria, presieduta - come abbiamo detto - da Fabio Luisi era prevalentemente composta da direttori artistici ed agenti, un critico, e solo un paio di violinisti, se non andiamo errati. E già questa è un'anomalia. Un concorso, così prestigioso, dalla storia gloriosa, non va considerata come un'audizione per agenti e per direttori artistici, qual è sembrata questa messa insieme da Luisi. Anche perché non è affatto detto che la gran parte dei componenti sapesse qualcosa del violino e del violinismo, in senso tecnico oltre che musicale, critico compreso. Si potrebbe obiettare che questo non vuol dire nulla o quasi, e che la storia ed il futuro di un concorso li fanno i vincitori. Se il giovane coreano avrà una carriera fulgida, tale fulgore immancabilmente si riverserà anche sul Premio Paganini per gli anni a venire, anche quando della giuria ci si sarà del tutto dimenticati.
In Italia il Paganini l'hanno vinto solo due illustri violinisti: Salvatore Accardo e, dopo molti anni, il suo allievo Massimo Quarta.
Ciò che comunque colpisce esaminando questa edizione del Paganini, è la latitanza dei giovani italiani. La nazione che ospita il Concorso può presentarsi con soli 8 concorrenti su 101, tutti assenti già alle preliminari, alle quali partecipavano 30 concorrenti? Anche se non si può dire che la carriera di un musicista dipenda in maniera determinante dalla vittoria ad un concorso, la situazione violinistica italiana, cosi come si è presentata alla giuria del Paganini, desta qualche preoccupazione. Possibile che nessun italiano sia tanto bravo da essere preso in considerazione dal Paganini? Vero è che ora sono in circolazione alcune bravissime violiniste, dalla Tifu alla Marzadori alla Dego che non sono passate dalla forche caudine del Paganini, e che comunque in Italia potrebbero ancora esserci negli anni a venire ottimi violinisti, come ha detto più d'una volta Salvatore Accardo, quando gli hanno chiesto un parere sul panorama violinistico internazionale, lui che insegna a Cremona e che ha visto passare nella sua aula quasi tutti i violinisti oggi in carriera.
Ma forse quando si vede che i cartelloni delle maggiori istituzioni musicali italiane sono infarciti quasi esclusivamente di artisti stranieri, e poco o nessun spazio hanno gli ottimi strumentisti italiani che quindi lavorano in prevalenza all'estero, forse un pò di sconforto viene. Perchè lavorare tanto, sacrificarsi per anni ed anni, se poi non si viene presi in considerazione nella stessa nazione in cui si è nati e ci si è formati? Sacrificarsi solo per la musica? E' poco.
Se non si cambia passo, l'Italia potrebbe a breve essere del tutto marginale al grande giro internazionale della musica. Se Franceschini e Nastasi, invece che lavorare per accentrare il potere e per fini diversi da quelli istituzionali e cioè per la difesa della cultura italiana innanzitutto in Italia, e , di conseguenza, prendessero in seria considerazione come risolvere tale problema, forse gli verrebbero perdonate le già numerose imperdonabili cantonate delle quali ha brillato la loro presenza al Collegio romano.
I numeri: 101 i candidati al premio - giapponesi, coreani, cinesi statunitensi soprattutto; 8 appena gli italiani - in 30 alle preliminari, 16 alle semifinali - nessun italiano -, 6 alle finali. Ha vinto il sudcoreano, diciannovenne, In Mo Yang. I sei partecipanti alle finali provenivano da Germania,Giappone, Lettonia, Russia, Usa, Corea del Sud. Provenienti da nazioni che hanno grandi tradizioni nelle scuole violinistiche: USA, Estremo Oriente (anche e poi studiano negli USA), Russia, Germania. E l'Italia?
La giuria, presieduta - come abbiamo detto - da Fabio Luisi era prevalentemente composta da direttori artistici ed agenti, un critico, e solo un paio di violinisti, se non andiamo errati. E già questa è un'anomalia. Un concorso, così prestigioso, dalla storia gloriosa, non va considerata come un'audizione per agenti e per direttori artistici, qual è sembrata questa messa insieme da Luisi. Anche perché non è affatto detto che la gran parte dei componenti sapesse qualcosa del violino e del violinismo, in senso tecnico oltre che musicale, critico compreso. Si potrebbe obiettare che questo non vuol dire nulla o quasi, e che la storia ed il futuro di un concorso li fanno i vincitori. Se il giovane coreano avrà una carriera fulgida, tale fulgore immancabilmente si riverserà anche sul Premio Paganini per gli anni a venire, anche quando della giuria ci si sarà del tutto dimenticati.
In Italia il Paganini l'hanno vinto solo due illustri violinisti: Salvatore Accardo e, dopo molti anni, il suo allievo Massimo Quarta.
Ciò che comunque colpisce esaminando questa edizione del Paganini, è la latitanza dei giovani italiani. La nazione che ospita il Concorso può presentarsi con soli 8 concorrenti su 101, tutti assenti già alle preliminari, alle quali partecipavano 30 concorrenti? Anche se non si può dire che la carriera di un musicista dipenda in maniera determinante dalla vittoria ad un concorso, la situazione violinistica italiana, cosi come si è presentata alla giuria del Paganini, desta qualche preoccupazione. Possibile che nessun italiano sia tanto bravo da essere preso in considerazione dal Paganini? Vero è che ora sono in circolazione alcune bravissime violiniste, dalla Tifu alla Marzadori alla Dego che non sono passate dalla forche caudine del Paganini, e che comunque in Italia potrebbero ancora esserci negli anni a venire ottimi violinisti, come ha detto più d'una volta Salvatore Accardo, quando gli hanno chiesto un parere sul panorama violinistico internazionale, lui che insegna a Cremona e che ha visto passare nella sua aula quasi tutti i violinisti oggi in carriera.
Ma forse quando si vede che i cartelloni delle maggiori istituzioni musicali italiane sono infarciti quasi esclusivamente di artisti stranieri, e poco o nessun spazio hanno gli ottimi strumentisti italiani che quindi lavorano in prevalenza all'estero, forse un pò di sconforto viene. Perchè lavorare tanto, sacrificarsi per anni ed anni, se poi non si viene presi in considerazione nella stessa nazione in cui si è nati e ci si è formati? Sacrificarsi solo per la musica? E' poco.
Se non si cambia passo, l'Italia potrebbe a breve essere del tutto marginale al grande giro internazionale della musica. Se Franceschini e Nastasi, invece che lavorare per accentrare il potere e per fini diversi da quelli istituzionali e cioè per la difesa della cultura italiana innanzitutto in Italia, e , di conseguenza, prendessero in seria considerazione come risolvere tale problema, forse gli verrebbero perdonate le già numerose imperdonabili cantonate delle quali ha brillato la loro presenza al Collegio romano.
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