L'Italia è anche il paese delle leggi speciali, senonché siccome siamo anche il paese di Pulcinella accade che di leggi speciali se ne facciano una al giorno, e forse più se ne vorrebbero, ad ogni nuovo inciampo; il fatto è che in Italia si inciampi sempre di più e sempre più persone vi incorrano. Vengono loro applicate leggi speciali ad hoc, ma non passa giorno che non venga individuata qualche eccezione per la loro inefficacia. Insomma nulla di nuovo.
Di nuovo, invece, c'è che se non con le leggi ordinarie si trova modo di favorire gli amici degli amici con leggi 'economiche' speciali.
Si sa che ne hanno la Biennale di Venezia , come il Festival di Spoleto, e da tempo. Tali leggi speciali assicurano, piove o tira vento, in tempo di vacche grasse o magre, un finanziamento stabile per queste due istituzioni; e se la cosa appare del tutto normale per la Biennale, non si capisce perchè dovrebbe averlo Spoleto fra i festival italiani. Noi, ad esempio, lo daremmo un finanziamento speciale al Ravenna Festival o al Rossini Opera Festival, che invece non l'hanno. E perchè' ? Boh, anche se si può dire che l'amico festival ravvenate, in qualche modo trova sempre la strada per finanziamenti speciali. E ne sarà destinatario l'anno prossimo anche il Rossini Opera festival per il grande anniversario rossiniano, per il quale c'è già un comitato nazionale composto da chi è in grado di spremere sangue e soldi dallo Stato.
Ma se Venezia e Spoleto, perchè non anche Parma per il suo Festival Verdi, e la Fondazione RomaEuropa per il suo festival? Detto fatto, dalla fine dell'anno scorso due leggi speciali - con relativi padrini sostenitori - assicurano ai due festival un contributo annuo di 1 milione di Euro - che andranno ogni anno a sommarsi ai finanziamenti che attraverso il FUS alle due istituzioni arrivano già e continueranno ad arrivare.
Venezia, Spoleto, Parma, Romaeuropa...non basta. E Umbria Jazz non merita altrettanto? certo che lo merita. E allora, questa primavera, col sostegno di un drappello di parlamentari umbri, si vara una legge speciale ad hoc. anche ad Umbria Jazz una legge speciale che gli assegna 1 milione di Euro ogni anno.
La storia di Barbareschi e del suo Teatro Eliseo, va considerata in un capitolo a parte, anche il noto attore ha trovato i deputati amici che l'hanno aiutato per non farlo finire in miseria. Gli avevano assicurato 8 milioni in due anni, un finanziamento speciale, senza legge speciale. C'è stata una sollevazione generale, anche perchè con tutta la storia che l'Eliseo ha alle spalle, si tratta pur sempre di un teatro privato, a seguito della quale il finanziamento è stato ridotto, adducendo la scusa che metà di esso andava ai terremotati. E Barbareschi, ha dovuto fare mosca, dopo aver cantato vittoria prima che la guerra fosse davvero terminata. Comunque 4 milioni li prende, una tantum.
Come 4 milioni, una tantum, stanno per arrivare nelle casse dell'Accademia di Santa Cecilia. E poi ci si chiede a che servono tutti quei mammasantissima nel suo consiglio di amministrazione, a cominciare da Letta e giù giù fino a Michele dall'Ongaro. Servono ad ottenere soldi e favori in casi di particolare necessità. Perchè legge vuole che per i ricchi i soldi si trovino sempre, per i poveri cristi, invece, neanche quelli per la sopravvivenza sono assicurati.
Per questo contributo speciale (sostenuto da Linda Lanzillota e Simona Vicari, dicono le cronache ) all'Accademia si è ricorsi al decreto governativo ' Piano per il mezzogiorno'- dove è a tutti chiaro che se non quello per il mezzogiorno, il finanziamento speciale sarebbe arrivato anche con il decreto sulle province o quello sullo smaltimento dei rifiuti, con decenza parlando. Non basta. Sempre all'Accademia arriveranno ogni anno 250.000 Euro per finanziare i corsi di perfezionamento, mettendo fine ad un contenzioso con il MIUR, quello della Fedeli. Probabilmente il MIUR ha finalmente riconosciuto - era ora, in questo caso - che l'Accademia è l'unica istituzione pubblica a rilasciare diplomi post laurea in discipline musicali come ora i Conservatori sono autorizzati a rilasciare, sebbene il relativo iter legislativo abbia ancora dei punti in sospeso. Anche questa elargizione nel Decreto 'mezzogiorno' . E qualcuno ha ironizzato dicendo che tale collocazione è dovuta al fatto che nei corsi di perfezionamento accademici insegnano noti docenti di origini meridionali. E poi dite che non è una farsa?
Qualcuno potrebbe pensare che noi siamo contrari a questi finanziamenti in linea di principio. Affatto. E' che conosciamo quale calvario abbia dovuto sopportare l'Orchestra Giuseppe Verdi di Milano, per vedersi riconosciuto lo status di ICO, dopo vent'anni di attività superlativa che non ha pari forse in nessuna altra orchestra italiana.
E a quale calvario debba ancora sottoporsi il Sistema delle orchestre e cori infantili e giovanili d'Italia, fondato da Abbado che da anni fa richiesta di un finanziamento che gli viene regolarmente rifiutato.
Eppure ieri come oggi nelle stanze del Ministero del Collegio romano che oggi è affidato a Franceschini, si sono aggirati sempre gli stessi orchi. Chi? Un nome per tutti. Salvo Nastasi. Che è l'inventore dell'algoritmo infame che ha falcidiato infinite istituzioni musicali piccole e medie vanto del nostro Paese, e che ha tenuto a stecchetto per anni ed anni l'Orchestra Verdi - peste lo colga già solo per questo! - e ha detto e ripetuto 'no' al finanziamento del Sistema
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venerdì 21 luglio 2017
Leggi speciali dei ministeri dell'Economia e della Cultura per dar soldi agli amici degli amici, con trattamento di favore
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giovedì 6 luglio 2017
Giorgio Ferrara alla fine potrebbe sorprendere tutti su Menotti. Meglio non sperarci
Quando diciamo 'alla fine' non intendiamo naturalmente alla fine del suo mandato, perchè quello da poco è stato rinnovato per altri tre anni ancora, come se i dieci compiuti fossero pochi, e con la benedizione del Ministero che, per bocca della sottosegretaria Borletti Buitoni, ha detto che il Festival di Spoleto è risuscitato, dopo la morte 'apparente', della gestione Francis Menotti. Il che sarebbe in parte vero. Ma la ragione per la quale la sottosegretaria ha lodato la gestione Ferrara ci lascia invece abbastanza indifferenti, anzi contrariati: perché - ha detto - si può venire a Spoleto per la musica , danza, teatro, ed anche per molto altro, riferendosi agli incontri ecc... ecc... insomma il mondo, il piccolo mondo moderno ritratto in miniatura a Spoleto.
Per 'fine', perciò, intendiamo quella della presente edizione del festival. E l'argomento per il quale Ferrara potrebbe sorprenderci è il ricordo di Menotti, il fondatore. Tutti ci eravamo lamentati dell'assenza totale di Menotti a Spoleto, nel decimo anniversario della sua morte.
E, invece, come riferisce la gazzetta interna del festival, La Repubblica, Ferrara con altri partner, Rai compresa, ha chiesto ad un conosciuto regista, Benoit Jacquot, regista di famiglia (Ferrara), ma francese, che aveva lavorato con Adriana Asti recentemente per La voix humaine di Poulenc, di confezionare un documentario sul festival, e, senza possibilità di scampo, anche su Menotti. E un piccolo estratto del film, ancora in lavorazione, verrà presentato proprio a Spoleto.
Già il titolo provvisorio del film: 1958-2017. Il mondo in scena. Festival di Spoleto 60, giusto i proclami ferraresi, seconodo i quali a Spoleto non ci sono più 'soltanto' due mondi, bensì tutto il mondo, ci fa temere un pericolo incombente. E cioè che il regista francese non ne faccia che una celebrazione di Ferrara e della sua gestione, dopo aver liquidato, con maniere spicce la fondazione e gestione di Menotti ( per il cui ritratto sono stati ingaggiati Masolino D'Amico e Jacopo Pellegrini: entrambi grandi conoscitori del maestro - secondo la dizione della gazzetta del festival , La Repubblica).
Il pericolo, insomma, è che anche il documentario per Menotti si risolva in una glorificazione, in vita, di Ferrara. Il pericolo è reale. E la preoccupazione resta.
Per 'fine', perciò, intendiamo quella della presente edizione del festival. E l'argomento per il quale Ferrara potrebbe sorprenderci è il ricordo di Menotti, il fondatore. Tutti ci eravamo lamentati dell'assenza totale di Menotti a Spoleto, nel decimo anniversario della sua morte.
E, invece, come riferisce la gazzetta interna del festival, La Repubblica, Ferrara con altri partner, Rai compresa, ha chiesto ad un conosciuto regista, Benoit Jacquot, regista di famiglia (Ferrara), ma francese, che aveva lavorato con Adriana Asti recentemente per La voix humaine di Poulenc, di confezionare un documentario sul festival, e, senza possibilità di scampo, anche su Menotti. E un piccolo estratto del film, ancora in lavorazione, verrà presentato proprio a Spoleto.
Già il titolo provvisorio del film: 1958-2017. Il mondo in scena. Festival di Spoleto 60, giusto i proclami ferraresi, seconodo i quali a Spoleto non ci sono più 'soltanto' due mondi, bensì tutto il mondo, ci fa temere un pericolo incombente. E cioè che il regista francese non ne faccia che una celebrazione di Ferrara e della sua gestione, dopo aver liquidato, con maniere spicce la fondazione e gestione di Menotti ( per il cui ritratto sono stati ingaggiati Masolino D'Amico e Jacopo Pellegrini: entrambi grandi conoscitori del maestro - secondo la dizione della gazzetta del festival , La Repubblica).
Il pericolo, insomma, è che anche il documentario per Menotti si risolva in una glorificazione, in vita, di Ferrara. Il pericolo è reale. E la preoccupazione resta.
lunedì 3 luglio 2017
Valerio Cappelli con la sua fuoriserie (Corriere della Sera) punta dritto contro il Festival di Spoleto, gestione Ferrara
Valerio Cappelli appartiene a quel gruppo ristrettissimo (già, chi altro c'è?) di bravi cronisti prestato allo spettacolo, musica e cinema soprattutto. Che negli ultimi anni ha deciso di saltare lo spartitraffico per andare dall'altra parte della carreggiata, con una manovra spericolata, non vietata ma rischiosissima sì: con Mario Sesti ha firmato ben quattro spettacoli teatrali, andati in scena in teatri e festival fra i quali egli solitamente si muove a bordo della fuoriserie del Corrierone.
Non è certamente l'unico, anche nel suo giornale: prima di lui la stessa strada l'ha percorsa Emilia Costantini già autrice di un paio di fortunati romanzi e di qualche spettacolo teatrale.
Premetto che a nessuno può vietarsi di effettuare una manovra pericolosa, con tutti i rischi che essa comporta, anche se, col tempo, le conseguenze di simili 'testacoda' posso rivelarsi non indolori, diciamo così.
E veniamo al 'caso' Cappelli, che oggi sul Corriere punta dritto con la sua fuoriserie contro la gestione Ferrara del Festival di Spoleto; c'era già stato un tentativo nei giorni scorsi quando aveva giustamente fatto rilevare che, a dieci anni dalla scomparsa del fondatore del festival, neanche una parola in ricordo sulla bocca del suo successore che, siamo sinceri, non ha nulla a che vedere con Menotti.
Giorgio Ferrara non solo ha cancellato l'impronta che del suo fondatore restava ancora sul festival spoletino, anche durante e dopo lo sciagurato interregno del figlio adottivo Francis; ma nel decennale della scomparsa ha cancellato qualunque traccia, anche del suo stesso nome. Di Menotti non si parla neppure. E l'Archivio storico del festival non fosse stato per la famiglia Monini, sarebbe andato disperso.
Cappelli, anche nell'era Ferrara, ha sempre difeso il 'sigillo' menottiano del Festival spoletino; lo ha fatto anche quando come consulente musicale Ferrara aveva chiamato Alessio Vlad - amico di Cappelli - il quale l'aveva successivamente ricambiato con una regia abbastanza penosa della Butterfly pucciniana all'Opera di Roma ( gennaio 2012); e mettendo in croce anche sua moglie, la bravissima Adriana Asti, nell' improbabile ruolo di Voltaire, in Candide di Bernstein, con la regia di Mariani, qualche settimana dopo (febbraio 2012), sotto la sciagurata sovrintendenza di Catello De Martino.
Senonchè quattro anni fa, Cappelli presenta proprio a Spoleto, in coppia con Mario Sesti ( con il quale ha scritto tutti i suoi spettacoli teatrali ( Sinopoli, Truffault e prossimamente Morricone-Monicelli), e con la regia di Pizzi- protagonista Remo Girone - Kleiber, il titano insicuro, da una espressione di Sviatoslav Richter, il grande pianista - replicato anche a Caracalla, sotto la direzione artistica del suo amico Vlad.
Noi non siamo così idioti da pensare che l'attacco al Don Giovanni di Mozart, per il quale Ferrara ha curato regia, luci, drammaturgia, pur essendo del festival direttore artistico (non aveva detto e scritto Salvo Nastasi che i direttori artistici di un teatro dovevano astenersi dal firmare regie di spettacoli nella loro istituzione? Certo lo fa regolarmente anche Cristina Muti a Ravenna, e la sig.ra Muti e Giorgio Ferrara sono - erano - legati a doppio filo al 'grande & grosso' direttore generale dello spettacolo) possa essere stato dettato a Cappelli anche dall' assenza sul palcoscenico spoletino di altri suoi spettacoli, dopo quello del 2013.
Né Valerio Cappelli è così ingenuo e sprovveduto da cadere in simili trappole. Però non sarebbe stato più opportuno che con Spoleto e con l'Opera di Roma, come con la Fenice (per lo spettacolo su Sinopoli) i suoi rapporti fossero rimasti esclusivamente quelli del cronista? Anche sulla carta avrebbe avuto più mano libera; perchè nei fatti mano libera l'aveva allora - quando non ha criticato nulla perchè non c'era nulla da criticare - ed anche ora, quando ha criticato Ferrara, esclusivamente perchè da cronista attento, qual egli è e resta anche in un corpo di drammaturgo, non poteva chiudere un occhio.
Non è certamente l'unico, anche nel suo giornale: prima di lui la stessa strada l'ha percorsa Emilia Costantini già autrice di un paio di fortunati romanzi e di qualche spettacolo teatrale.
Premetto che a nessuno può vietarsi di effettuare una manovra pericolosa, con tutti i rischi che essa comporta, anche se, col tempo, le conseguenze di simili 'testacoda' posso rivelarsi non indolori, diciamo così.
E veniamo al 'caso' Cappelli, che oggi sul Corriere punta dritto con la sua fuoriserie contro la gestione Ferrara del Festival di Spoleto; c'era già stato un tentativo nei giorni scorsi quando aveva giustamente fatto rilevare che, a dieci anni dalla scomparsa del fondatore del festival, neanche una parola in ricordo sulla bocca del suo successore che, siamo sinceri, non ha nulla a che vedere con Menotti.
Giorgio Ferrara non solo ha cancellato l'impronta che del suo fondatore restava ancora sul festival spoletino, anche durante e dopo lo sciagurato interregno del figlio adottivo Francis; ma nel decennale della scomparsa ha cancellato qualunque traccia, anche del suo stesso nome. Di Menotti non si parla neppure. E l'Archivio storico del festival non fosse stato per la famiglia Monini, sarebbe andato disperso.
Cappelli, anche nell'era Ferrara, ha sempre difeso il 'sigillo' menottiano del Festival spoletino; lo ha fatto anche quando come consulente musicale Ferrara aveva chiamato Alessio Vlad - amico di Cappelli - il quale l'aveva successivamente ricambiato con una regia abbastanza penosa della Butterfly pucciniana all'Opera di Roma ( gennaio 2012); e mettendo in croce anche sua moglie, la bravissima Adriana Asti, nell' improbabile ruolo di Voltaire, in Candide di Bernstein, con la regia di Mariani, qualche settimana dopo (febbraio 2012), sotto la sciagurata sovrintendenza di Catello De Martino.
Senonchè quattro anni fa, Cappelli presenta proprio a Spoleto, in coppia con Mario Sesti ( con il quale ha scritto tutti i suoi spettacoli teatrali ( Sinopoli, Truffault e prossimamente Morricone-Monicelli), e con la regia di Pizzi- protagonista Remo Girone - Kleiber, il titano insicuro, da una espressione di Sviatoslav Richter, il grande pianista - replicato anche a Caracalla, sotto la direzione artistica del suo amico Vlad.
Noi non siamo così idioti da pensare che l'attacco al Don Giovanni di Mozart, per il quale Ferrara ha curato regia, luci, drammaturgia, pur essendo del festival direttore artistico (non aveva detto e scritto Salvo Nastasi che i direttori artistici di un teatro dovevano astenersi dal firmare regie di spettacoli nella loro istituzione? Certo lo fa regolarmente anche Cristina Muti a Ravenna, e la sig.ra Muti e Giorgio Ferrara sono - erano - legati a doppio filo al 'grande & grosso' direttore generale dello spettacolo) possa essere stato dettato a Cappelli anche dall' assenza sul palcoscenico spoletino di altri suoi spettacoli, dopo quello del 2013.
Né Valerio Cappelli è così ingenuo e sprovveduto da cadere in simili trappole. Però non sarebbe stato più opportuno che con Spoleto e con l'Opera di Roma, come con la Fenice (per lo spettacolo su Sinopoli) i suoi rapporti fossero rimasti esclusivamente quelli del cronista? Anche sulla carta avrebbe avuto più mano libera; perchè nei fatti mano libera l'aveva allora - quando non ha criticato nulla perchè non c'era nulla da criticare - ed anche ora, quando ha criticato Ferrara, esclusivamente perchè da cronista attento, qual egli è e resta anche in un corpo di drammaturgo, non poteva chiudere un occhio.
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venerdì 30 giugno 2017
Il Festival di Spoleto ha trovato il suo Bob Wilson 'de noantri'
Con il Don Giovanni
di Mozart che ieri sera ha inaugurato la sessantesima edizione
dell'ex Festival dei Due Mondi ( che ora si chiama
semplicemente Festival di Spoleto, e di mondi ne abbraccia non
più due, ma tutti, anzi tutto il mondo,' Il Mondo in scena', secondo l' acuta espressione
della sua attuale direzione) si è conclusa la trilogia 'italiana' Da
Ponte -Mozart che, in tre edizioni consecutive, ha impegnato la
stessa compagine orchestrale, la 'Cherubini' di Muti ( alla quale
quest'anno s'è aggiunta l'Orchestra sinfonica dei Conservatori
italiani - e speriamo che sia la resurrezione definitiva!), lo
stesso direttore d'orchestra, James Conlon, gli stessi scenografi e
costumisti, i due famosi premi oscar ( Ferretti- Lo Schiavo), ed anche lo stesso regista,
ribattezzato il Bob Wilson 'de noantri', alias Giorgio Ferrara, che da
dieci anni tiene stretto nelle sua mani lo scettro spoletino, e lo
terrà ancora per almeno altri tre, causa la recente sua riconferma.
Giorgio Ferrara si è attribuita
la regia della trilogia 'italiana' di Mozart, debuttando praticamente
nella regia d'opera. E già questa è di per sé una scelta molto
avventata, perchè certe opere sono il coronamento di una carriera e
non il primo esperimento, il debutto.
Naturalmente le
conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. S'è inventato, in
combutta con il suo drammaturgo di fiducia, De Ceccatty (drammaturgo
e biografo di sua moglie, la celebre Adriana Asti, presenza fissa sul
palcoscenico spoletino nella gestione Ferrara) una visione nuova (
antichissima, secondo la coppia Ferrara- De Ceccatty, perché attinta al famoso testo mozartiano di Kierkeegard, del quale si proiettano per essere letti alcuni lacerti nel corso della Ouverture) che vuole Don
Giovanni non tanto 'dissoluto punito' - come poi avviene - e neppure
'seduttore seriale', che vive per il 'piacere della conquista' ma
colui che lotta, per allontanarla finchè è possibile, contro la
signora con la falce, la morte.
E da questo, il Bob Wilson
'de noantri' fa scaturire la sua idea di regia. Cimiteri, tombe,
donne velate con la falce ad ogni piè sospinto, luci
cupe, oscurità, per dirci: guardate che le conquiste continue di Don
Giovanni sono un espediente per 'passare il tempo', mentre ha
intrapreso una lotta contro la morte che con ogni conquista spera di
allontanare sempre più, sentendosi, conquista dopo conquista, sempre
più - o ancora - vivo.
Ma che fa Il nostro Bob
Wilson 'de noantri' in questa 'città di morti'? Fin dall'inizio
anche nei momenti di coinvolgente seduzione, nei momenti quindi di
maggiore vitalità, ci mostra tombe sulle quali sono seduti tutti i
protagonisti, come morti viventi, cadaveri non ancora putrefatti ed
in attesa di essere rianimati, ma solo per cantare la loro parte.
Anche la esemplare seduzione della giovane Zerlina - quanta ricchezza
di umana fragilità nel suo personaggio – diventa una specie di
'visita al cimitero, per il giorno dei defunti'.
Una noia 'mortale', è il
caso di dire, che per poco non dava il colpo di grazia anche alla
musica di Mozart. Che Ferrara non considera coprotagonista assieme
all'azione, nel capolavoro teatrale. Perchè azione non ve ne è –
e, del resto come poteva immaginarsene fra tanti morti viventi? -
riducendo l'opera allo stesso invariabile schema, dall'inizio alla
fine.
I protagonisti, vengono in
proscenio - quando non sulle passerelle laterali, grande invenzione,
e nuova soprattutto, che fa il paio con la discesa, alla fine, in
platea dei protagonisti come anche del Commendatore in carne ed ossa,
un morto vivente che compare nelle ultime file della platea, mentre
in palcoscenico viene trascinato il suo capoccione - cantano la loro
aria e, nei momenti di più convulso movimento, i loro pezzi
'd'insieme', e poi, senza neanche accelerare il passo, escono.
Questa la regia, e del
resto cosa ci si poteva aspettare, viste le premesse? Ora, non vi
aspettate che qualcuno scriva le stesse nostre cose. Come potrebbe farlo Repubblica, tanto per fare un esempio, media partner del Festival che
qualche giorno fa ne ha fatto il panegirico: che non è più né
quello di una volta e tanto meno quello di Menotti, ma che comunque
Ferrara ha resuscitato portando nella cittadina umbra ogni anno le
stesse vecchie glorie, in una passerella tristissima, funebre; e,
quest'anno, molte firme dei giornali di De Benedetti, anche in
palcoscenico? Il Corriere, per ora, celebra Menotti, a dieci anni dalla scomparsa, visto che non lo fa il suo festival.
Non solo. L'antichissima
canzone che i protagonisti intonano dopo la fine del dissoluto, e
cioè: Questo è il fin di chi fa mal, a Spoleto non vale.
Perché Ferrara, con tutti i suoi demeriti, non viene spedito
altrove, ma riconfermato, per almeno tre anni ancora. E poi si vedrà,
perché lui come Don Giovanni, lotta strenuamente contro la fine
(della sua direzione, s'intende!), con tutti i mezzi, e forse
riuscirà ad allontanarla ancora, almeno finché potrà contare
sull'amministrazione comunale, sul ministro e sui salotti che un
qualche potere l'hanno sempre. Tutti compiacenti.
Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario del ministero di Franceschini ha affermato che Ferrara ha salvato il Festival di Spoleto: "Credo che la strada presa da Ferrara sia quella giusta, cioè un’offerta che coniuga altissima qualità, sperimentazione ed eventi di tanti tipi, come i confronti e i dialoghi. Con questa formula ha salvato un grande festival che stava rischiando di morire. Se i prossimi tre anni di Ferrara saranno nel segno della continuità? Sì, ma il teatro è vivo e quindi si rinnova continuamente, così come le idee".
Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario del ministero di Franceschini ha affermato che Ferrara ha salvato il Festival di Spoleto: "Credo che la strada presa da Ferrara sia quella giusta, cioè un’offerta che coniuga altissima qualità, sperimentazione ed eventi di tanti tipi, come i confronti e i dialoghi. Con questa formula ha salvato un grande festival che stava rischiando di morire. Se i prossimi tre anni di Ferrara saranno nel segno della continuità? Sì, ma il teatro è vivo e quindi si rinnova continuamente, così come le idee".
P.S. Finalmente la diretta televisiva ha trovato un suo commentatore adeguato. Francesco Antonioni, che sa quel che dice ed anche come dirlo, abituato da anni di radio, a Radio 3. Peccato che la sua partner, Federica Guerzoni (si chiamava così?), apprezzabile per la sua grazia ed il bell'aspetto, dica solo cose ovvie e banali, dette anche in modo trasandato, nel suo ruolo di 'brava presentatrice', inutile e perfino dannosa, forse, per il danno che può fare una trasmissione televisiva.
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venerdì 16 giugno 2017
Giorgio Ferrara vola verso il ventennio della sua direzione a Spoleto
Proprio quando l'edizione 2017 del Festival di Spoleto sta per cominciare arriva la notizia- per noi nefasta - della conferma di Giorgio Ferrara al timone del festival che fu di Menotti fino al 2020, quando gli anni di sua permanenza saranno tredici e nulla impedisce che si protraggano ancora fino a venti.
Perchè agli occhi del Ministero vigilante e pagatore, degli amministratori spoletini e di tutta la società dei salotti chic, la gestione Ferrara sembra la migliore del dopo Menotti ( non ve ne è stata un'altra dopo il tragico passaggio di Francis, cacciato via a pedate nel di dietro) e quella che può assicurare un futuro 'sicuro' alla manifestazione che un tempo era vetrina di scoperta di nuovi talenti ed ora invece è passerella di vecchie glorie o di glorie consolidate che non dovrebbero appartenere al dna di un festival come Spoleto che con Menotti 'guardava al futuro'. Che bisogno abbiamo ogni anno puntualmente di vedere spettacoli di Bob Wilson, tanto per citare un nome solo, e di assistere alla sfilata di un mondo che vediamo anche altrove?
Come si può far capire a Ferrara jr.( quanto a grandezza e notorietà) che durante l'anno più che frequentare i soliti salotti, sempre gli stessi, dovrebbe trottare, in giro per il mondo, per scoprire nuovi talenti e portarli a Spoleto? Se tutti gli dicono che è bravo e che come lui non c'è nessun altro, tanto che gli rinnovano fino al 2020 l'incarico, lui non cambierà mai. Anche se è pur vero che non si può chiedere a Ferrara di essere Menotti senior, se Menotti senior non è ed è solo Ferrara junior.
Lui con il budget che ha, che non è poi così risicato, specie se pensiamo ai tempi di crisi, paga le star e poi appalta il resto del festival a studenti di questa o questa scuola, questa o quella disciplina, che poco gli costano.
L'argomento 'musica' non lo tocchiamo per l'ennesima volta, ma solo per carità cristiana perchè ci costringerebbe a dare 'zero' alla sua direzione, che si è allargata anche alla regia d'opera, andando a 'toccare' la santissima trinità del Mozart-Da Ponte, che di altre mani registiche avrebbe necessità.
Un argomento che non possiamo eludere ed un problema che non possiamo ritenere risolto, solo perchè, su consiglio non disinteressato di Nastasi, l'amico del giaguaro al ministero, Spoleto s'è alleato con il festival ravvenate dei Muti. Una rondine non può far pensare che sta per tornare la primavera nel cielo di Spoleto.
Perchè agli occhi del Ministero vigilante e pagatore, degli amministratori spoletini e di tutta la società dei salotti chic, la gestione Ferrara sembra la migliore del dopo Menotti ( non ve ne è stata un'altra dopo il tragico passaggio di Francis, cacciato via a pedate nel di dietro) e quella che può assicurare un futuro 'sicuro' alla manifestazione che un tempo era vetrina di scoperta di nuovi talenti ed ora invece è passerella di vecchie glorie o di glorie consolidate che non dovrebbero appartenere al dna di un festival come Spoleto che con Menotti 'guardava al futuro'. Che bisogno abbiamo ogni anno puntualmente di vedere spettacoli di Bob Wilson, tanto per citare un nome solo, e di assistere alla sfilata di un mondo che vediamo anche altrove?
Come si può far capire a Ferrara jr.( quanto a grandezza e notorietà) che durante l'anno più che frequentare i soliti salotti, sempre gli stessi, dovrebbe trottare, in giro per il mondo, per scoprire nuovi talenti e portarli a Spoleto? Se tutti gli dicono che è bravo e che come lui non c'è nessun altro, tanto che gli rinnovano fino al 2020 l'incarico, lui non cambierà mai. Anche se è pur vero che non si può chiedere a Ferrara di essere Menotti senior, se Menotti senior non è ed è solo Ferrara junior.
Lui con il budget che ha, che non è poi così risicato, specie se pensiamo ai tempi di crisi, paga le star e poi appalta il resto del festival a studenti di questa o questa scuola, questa o quella disciplina, che poco gli costano.
L'argomento 'musica' non lo tocchiamo per l'ennesima volta, ma solo per carità cristiana perchè ci costringerebbe a dare 'zero' alla sua direzione, che si è allargata anche alla regia d'opera, andando a 'toccare' la santissima trinità del Mozart-Da Ponte, che di altre mani registiche avrebbe necessità.
Un argomento che non possiamo eludere ed un problema che non possiamo ritenere risolto, solo perchè, su consiglio non disinteressato di Nastasi, l'amico del giaguaro al ministero, Spoleto s'è alleato con il festival ravvenate dei Muti. Una rondine non può far pensare che sta per tornare la primavera nel cielo di Spoleto.
domenica 11 giugno 2017
Rai Cultura e Rai 5 viaggiano alla velocità delle luce
Anche la Rai si ricorda di santificare le feste, consacrando, di domenica, il suo canale cosiddetto culturale, Rai 5, alla musica. A quella 'seria', altrimenti detta 'classica' , o, secondo la nuova dizione proposta da Quirino Principe, 'forte'.
Seria, classica o forte che sia, siamo intesi è quella. Nella tarda mattinata, di ritorno a casa da un giro in città,abbiamo ascoltato e visto su Rai 5, il concerto della Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino diretta da Jeffrey Tate, il settantaquattrenne direttore d'orchestra inglese morto , per infarto, qualche giorno fa, all'entrata di un museo a Bergamo. Il concerto era naturalmente un tributo al valente direttore inglese, per ricordarne la memoria.
Dopo il concerto, la celebre inutile trasmissione 'L'Opera italiana', una serie di venti puntate, ideata da Maite Carpio, della quale abbiamo parlato a lungo e male, malissimo, nei post precedenti, e che evidentemente ha scambiato il mezzo televisivo, audio/video, per un'aula di scuola, dove un guuppo di insegnanti ci raccontano, seduti in ogni senso, un'opera, nel nostro caso Lucia di Donizetti, consentendoci di ascoltare qualche brandello, laddove, invece, l'ascolto dell'opera doveva essere al centro e le chiacchiere semplice contorno (si veda l'esempio di 'All'Opera!' di molti anni fa, magnificamente raccontata con la sua verve da Antonio Lubrano). la rande novità della serie doveva essere costituita dalla presenza del sopraccigliato ma inutile Elio, quello delle 'Storie tese' ma senza l'accompagno. A Napoli , la sapienza popolare si raccomanda di non mettere nelle mani dei bambini la 'pucchiacca'(A pucchiacca 'n mane 'e creature)- e non c'è bisogno di spiegare cosa sia la 'pucchiacca', perchè il paragone è comunque chiarissimo: l'opera non può essere affidata a chi non capisce e non apprezza ciò che sta maneggiando.
Finita l'infausta 'l'Opera italiana' dedicata a Lucia di Lammermoor, la santificazione della domenica di Rai 5 è proseguita con 'Prima della Prima' che, da tempo immemorabile , come la rete che la ospita, viaggia alla velocità della luce. Il che non le ha consigliato di cambiare il nome della trasmissione in 'dopo l'ultima' (recita), nella quale vi raccontiamo come è stata concertata a suo tempo quell'opera, per cui se andate a vederla la prossima volta, magari fra uno o due anni, ricordatevi che vi abbiamo raccontato e mostrato come quell'opera è nata in palcoscenico.
Oggi 'Prima della Prima', su Rai 5, ci ha raccontato Così fan tutte di Mozart, diretta da James Conlon con la regia di Giorgio Ferrara, come andò in scena , in apertura del Festival di Spoleto, due anni fa. Ci ha messo tanto per arrivare in tv quella registrazione da Spoleto a Roma, dopo il dissesto stradale causato dai vari terremoti del Centro Italia. Don Giovanni andato in scena, sempre a Spoleto, l'anno scorso, è in viaggio da tempo, ma non arriverà per la velocissima rubrica 'Prima della prima' su Rai 5, se non l'anno prossimo. E quale sarà il destino per l'ultimo titolo della trilogia Mozart-Da Ponte, Nozze, prevista a Spoleto fra pochi giorni, non è dato ancora sapere, ma sono aperte le scommesse: fra due, tre o quattro anni?
Intanto chi volesse preparasi all'ascolto ed alla visione dell'opera mozartiana, senza attendere 'Prima della Prima' ( o 'dopo l'ultima') sappia che a Spoleto, alla viglia della messinscena, due abilissime studiose racconteranno perchè 'Susanna non vien', giusto il titolo di una loro comune fatica musicologica e psicoanalitica insieme.
Seria, classica o forte che sia, siamo intesi è quella. Nella tarda mattinata, di ritorno a casa da un giro in città,abbiamo ascoltato e visto su Rai 5, il concerto della Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino diretta da Jeffrey Tate, il settantaquattrenne direttore d'orchestra inglese morto , per infarto, qualche giorno fa, all'entrata di un museo a Bergamo. Il concerto era naturalmente un tributo al valente direttore inglese, per ricordarne la memoria.
Dopo il concerto, la celebre inutile trasmissione 'L'Opera italiana', una serie di venti puntate, ideata da Maite Carpio, della quale abbiamo parlato a lungo e male, malissimo, nei post precedenti, e che evidentemente ha scambiato il mezzo televisivo, audio/video, per un'aula di scuola, dove un guuppo di insegnanti ci raccontano, seduti in ogni senso, un'opera, nel nostro caso Lucia di Donizetti, consentendoci di ascoltare qualche brandello, laddove, invece, l'ascolto dell'opera doveva essere al centro e le chiacchiere semplice contorno (si veda l'esempio di 'All'Opera!' di molti anni fa, magnificamente raccontata con la sua verve da Antonio Lubrano). la rande novità della serie doveva essere costituita dalla presenza del sopraccigliato ma inutile Elio, quello delle 'Storie tese' ma senza l'accompagno. A Napoli , la sapienza popolare si raccomanda di non mettere nelle mani dei bambini la 'pucchiacca'(A pucchiacca 'n mane 'e creature)- e non c'è bisogno di spiegare cosa sia la 'pucchiacca', perchè il paragone è comunque chiarissimo: l'opera non può essere affidata a chi non capisce e non apprezza ciò che sta maneggiando.
Finita l'infausta 'l'Opera italiana' dedicata a Lucia di Lammermoor, la santificazione della domenica di Rai 5 è proseguita con 'Prima della Prima' che, da tempo immemorabile , come la rete che la ospita, viaggia alla velocità della luce. Il che non le ha consigliato di cambiare il nome della trasmissione in 'dopo l'ultima' (recita), nella quale vi raccontiamo come è stata concertata a suo tempo quell'opera, per cui se andate a vederla la prossima volta, magari fra uno o due anni, ricordatevi che vi abbiamo raccontato e mostrato come quell'opera è nata in palcoscenico.
Oggi 'Prima della Prima', su Rai 5, ci ha raccontato Così fan tutte di Mozart, diretta da James Conlon con la regia di Giorgio Ferrara, come andò in scena , in apertura del Festival di Spoleto, due anni fa. Ci ha messo tanto per arrivare in tv quella registrazione da Spoleto a Roma, dopo il dissesto stradale causato dai vari terremoti del Centro Italia. Don Giovanni andato in scena, sempre a Spoleto, l'anno scorso, è in viaggio da tempo, ma non arriverà per la velocissima rubrica 'Prima della prima' su Rai 5, se non l'anno prossimo. E quale sarà il destino per l'ultimo titolo della trilogia Mozart-Da Ponte, Nozze, prevista a Spoleto fra pochi giorni, non è dato ancora sapere, ma sono aperte le scommesse: fra due, tre o quattro anni?
Intanto chi volesse preparasi all'ascolto ed alla visione dell'opera mozartiana, senza attendere 'Prima della Prima' ( o 'dopo l'ultima') sappia che a Spoleto, alla viglia della messinscena, due abilissime studiose racconteranno perchè 'Susanna non vien', giusto il titolo di una loro comune fatica musicologica e psicoanalitica insieme.
venerdì 5 maggio 2017
Il Festival di Spoleto non è più quello di Gian Carlo Menotti, e neppure il Festival di Spoleto, tout court
Giorgio Ferrara ha così tanto rivoluzionato il festival che ha ereditato da una decina d'anni - dalle scialbe ed incapaci mani di Francis Menotti, indegno erede del padre adottivo e fondatore - e che non ha nessuna voglia di mollare, complice il tenebroso Franceschini, al punto da renderlo irriconoscibile non solo da quello di Menotti Giancarlo, ma dal Festival di Spoleto come in tanti anni s'è visto e frequentato.
Ormai il Festival di Spoleto è diventato il 'Festival di Ferrara' - non la città emiliana, ma di Ferrara Giorgio - allo stesso modo in cui per mezzo secolo circa è stato il 'Festival di Menotti'; solo che, vuoi mettere?
Giancarlo Menotti era un genio, pur eccentrico; Ferrara, genio non è - non ce ne vorrà - s'è fatto un festival domestico: con sua moglie la celebre e brava attrice Adriana Asti presenza fissa, e la sua attività collaterale di regista d'opera, un settore che negli anni trascorsi come 'aiuto', non ha mai frequentato. Osando addirittura curare la trilogia italiana di Mozart/ Da Ponte che quest'anno si conclude con il Don Giovanni, del quale si arrischia a curare anche la drammaturgia in coppia con De Ceccatty, biografo ed autore di uno spettacolo per sua moglie Adriana Asti, che debutta a Spoleto.
Ora tutte queste riflessioni, ed altre simili, le fanno anche alcuni giornali, distratti negli anni scorsi da intrecci disgustosi ed intollerabili fra alcuni suoi redattori del settore spettacoli e la direzione del festival , dalla quale sembra fuoruscito il 'direttore musicale' Alessio Vlad, che oltre al Teatro dell'Opera di Roma è impegnato al Festival di Ravello e forse anche altrove, come fosse la reincarnazione di Barbaja o di Francesco Siciliani.
La tecnica messa in campo da Ferrara è sempre la stessa. Lui si occupa, ed a ragion veduta, anchepensando all'età della pensione da Spoleto, del settore teatro: per la musica, sì è legato con catena triennale, giusto il consiglio di Nastasi, alla Ravenna di Muti e Cristina Mangiavillani, lasciando che le briciole le prendesse la Scuola di Fiesole (che organizza tutti i concerti cameristici, sia di mezzogiorno che serali), per il giornalismo s'è affidato a Mieli ed anche ad Augias - che si pretende di più? - e per il resto, per quel resta... chissenefrega: uno spezzatino senza sapore.
E, da ultimo, questo stesso Ferrara, osa ignorare Giancarlo Menotti, il fondatore del festival, che egli nei suoi anni di direzione ha completamente stravolto, alla ricorrenza dei dieci anni dalla morte.
C'era da immaginarselo. Ferrara ha inaugurato un festival dalla memoria corta, anzi senza memoria, giacchè non ha ritenuto necessario l'archivio del festival, del quale, per fortuna, s'è occupato una benemerita famiglia spoletina di produttori di olio.
Ormai il Festival di Spoleto è diventato il 'Festival di Ferrara' - non la città emiliana, ma di Ferrara Giorgio - allo stesso modo in cui per mezzo secolo circa è stato il 'Festival di Menotti'; solo che, vuoi mettere?
Giancarlo Menotti era un genio, pur eccentrico; Ferrara, genio non è - non ce ne vorrà - s'è fatto un festival domestico: con sua moglie la celebre e brava attrice Adriana Asti presenza fissa, e la sua attività collaterale di regista d'opera, un settore che negli anni trascorsi come 'aiuto', non ha mai frequentato. Osando addirittura curare la trilogia italiana di Mozart/ Da Ponte che quest'anno si conclude con il Don Giovanni, del quale si arrischia a curare anche la drammaturgia in coppia con De Ceccatty, biografo ed autore di uno spettacolo per sua moglie Adriana Asti, che debutta a Spoleto.
Ora tutte queste riflessioni, ed altre simili, le fanno anche alcuni giornali, distratti negli anni scorsi da intrecci disgustosi ed intollerabili fra alcuni suoi redattori del settore spettacoli e la direzione del festival , dalla quale sembra fuoruscito il 'direttore musicale' Alessio Vlad, che oltre al Teatro dell'Opera di Roma è impegnato al Festival di Ravello e forse anche altrove, come fosse la reincarnazione di Barbaja o di Francesco Siciliani.
La tecnica messa in campo da Ferrara è sempre la stessa. Lui si occupa, ed a ragion veduta, anchepensando all'età della pensione da Spoleto, del settore teatro: per la musica, sì è legato con catena triennale, giusto il consiglio di Nastasi, alla Ravenna di Muti e Cristina Mangiavillani, lasciando che le briciole le prendesse la Scuola di Fiesole (che organizza tutti i concerti cameristici, sia di mezzogiorno che serali), per il giornalismo s'è affidato a Mieli ed anche ad Augias - che si pretende di più? - e per il resto, per quel resta... chissenefrega: uno spezzatino senza sapore.
E, da ultimo, questo stesso Ferrara, osa ignorare Giancarlo Menotti, il fondatore del festival, che egli nei suoi anni di direzione ha completamente stravolto, alla ricorrenza dei dieci anni dalla morte.
C'era da immaginarselo. Ferrara ha inaugurato un festival dalla memoria corta, anzi senza memoria, giacchè non ha ritenuto necessario l'archivio del festival, del quale, per fortuna, s'è occupato una benemerita famiglia spoletina di produttori di olio.
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lunedì 13 giugno 2016
La musica, come era ai tempi di Menotti, latita al Festival di Spoleto. E quella poca che è rimasta, viene affidata a schiere di studenti dei nostri Conservatori
Un tempo si andava a Spoleto per scoprire ciò che nei vari campi Menotti aveva scoperto per il suo pubblico fra coreografi, ballerini, direttori d'orchestra, cantanti, strumentisti, attori, registi, pittori scultori. Oggi si vanno a vedere o ad ascoltare le glorie dello star system internazionale, invecchiate a Spoleto, sempre le stesse.
Giorgio Ferrara non ha nè voglia e neanche - forse - capacità per girare il mondo e scovare talenti. E perciò si affida - una volta messo a punto con vecchie glorie e amici suoi, il programma di teatro - per la musica, divenuta ormai la 'cenerentola', a Conservatori del circondario, appaltando direttamente a loro la programmazione. E i Conservatori, ben contenti di mettere in vetrina quelli che ritengono i loro più promettenti talenti - troppi in un conservatorio solo e non ancora del tutto formati, - onorati per l'incarico di Ferrara, organizzano tutta l'attività concertistica del festival.
Mentre Ferrara ed il suo consulente musicale ( che non sa più a chi dare i resti e la sua preziosa consulenza, occupato anche all'Opera di Roma, nel circuito lirico marchigiano ed a Ravello) si riserva, apertura e chiusura del festival: Nozze di Figaro per cominciare, e Concerto in piazza con l'Orchestra di santa Cecilia diretta da Pappano, solista Bollani. Il Concerto diretto da Alessandrini, del quale abbiamo appena scritto, è solo una felice ma casuale eccezione.
Di tutto il resto della musica, di quel poco che vi è rimasto, dai 'Concerti di mezzogiorno', un tempo celebri e ricchi di sorprese, agli altri concerti, in varie ore del giorno, come pure di quelli organistici notturni ( che sono poi ridotti ad uno solo, perché allora sparare cannonate!) Ferrara riceve direttamente programma e nomi degli interpreti dalle Scuole di Musica, alle quali ha demandato direzione ed organizzazione, lavandosene completamente le mani e forse non spendendo neanche un Euro, salvo le misere spese di logistica, sulle quali sicuramente farà economia, come ci hanno insegnato tanti altri esperimenti di musica affidati a giovani.
Alla Scuola di Musica di Fiesole, benemerita non c'è che dire, il compito di programmare i Concerti di mezzogiorno; al Conservatorio 'Morlacchiì di Perugia quello gli altri concreti, al chiuso o all'aperto e in vari luoghi.
Spoleto non è più quella di una volta, quando era il festival 'di Menotti', mentre ora è il festival 'di Ferrara'. Vuoi mettere? Meglio quello 'di Ferrara'? Certo che no!
Giorgio Ferrara non ha nè voglia e neanche - forse - capacità per girare il mondo e scovare talenti. E perciò si affida - una volta messo a punto con vecchie glorie e amici suoi, il programma di teatro - per la musica, divenuta ormai la 'cenerentola', a Conservatori del circondario, appaltando direttamente a loro la programmazione. E i Conservatori, ben contenti di mettere in vetrina quelli che ritengono i loro più promettenti talenti - troppi in un conservatorio solo e non ancora del tutto formati, - onorati per l'incarico di Ferrara, organizzano tutta l'attività concertistica del festival.
Mentre Ferrara ed il suo consulente musicale ( che non sa più a chi dare i resti e la sua preziosa consulenza, occupato anche all'Opera di Roma, nel circuito lirico marchigiano ed a Ravello) si riserva, apertura e chiusura del festival: Nozze di Figaro per cominciare, e Concerto in piazza con l'Orchestra di santa Cecilia diretta da Pappano, solista Bollani. Il Concerto diretto da Alessandrini, del quale abbiamo appena scritto, è solo una felice ma casuale eccezione.
Di tutto il resto della musica, di quel poco che vi è rimasto, dai 'Concerti di mezzogiorno', un tempo celebri e ricchi di sorprese, agli altri concerti, in varie ore del giorno, come pure di quelli organistici notturni ( che sono poi ridotti ad uno solo, perché allora sparare cannonate!) Ferrara riceve direttamente programma e nomi degli interpreti dalle Scuole di Musica, alle quali ha demandato direzione ed organizzazione, lavandosene completamente le mani e forse non spendendo neanche un Euro, salvo le misere spese di logistica, sulle quali sicuramente farà economia, come ci hanno insegnato tanti altri esperimenti di musica affidati a giovani.
Alla Scuola di Musica di Fiesole, benemerita non c'è che dire, il compito di programmare i Concerti di mezzogiorno; al Conservatorio 'Morlacchiì di Perugia quello gli altri concreti, al chiuso o all'aperto e in vari luoghi.
Spoleto non è più quella di una volta, quando era il festival 'di Menotti', mentre ora è il festival 'di Ferrara'. Vuoi mettere? Meglio quello 'di Ferrara'? Certo che no!
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sabato 7 maggio 2016
Ancora sul Festival di Spoleto.La lezione di Cordelli
La quotidiana lettura dei giornali ci ha fatto cadere gli occhi su un articolo del Corriere, a firma Franco Cordelli, critico teatrale fra i più acuti, che gliele canta e gliele suona a Giorgio Ferrara per il suo festival spoletino. Per la ragione che ha perso, financo nel settore del teatro - che Cordelli conosce assai bene e che Ferrara pratica da tempo, anche per ragioni famigliari - lo spirito da cui il festival era nato.
Nel settore del teatro, egli sostiene, a Spoleto si assiste da molti anni - e i nove della direzione artistica di Ferrara sono davvero troppi - allo stanco rituale dello sbarco di vecchie glorie (le stesse) e, quest'anno in particolare, all'arrivo di un' avanguardia che sarebbe ora si dichiarasse apertamente per ciò che non è più - Cordelli cita i casi della Dante e di Castellucci.
Mentre Ferrara, che nessuno si arrischia a criticare, avrebbe dovuto, piuttosto che starsene sicuro seduto sulla montagna di soldi che il Franceschini di turno gli mette a disposizione - ben 5 milioni di Euro - girare in lungo e largo per l'Italia ed anche fuori a scovare musicisti, registi ed artisti nuovi e giovani, come Spoleto ci aveva abituati fin dall'inizio. Lui certo i giovani li invita, sono presenti nel settore negletto della musica, ma sono i giovani studenti dei vicini Conservatori che fa venire a suonare per quattro soldi, se pure, mentre sarebbe più naturale che restassero nelle aule dei loro istituti a studiare o a perfezionarsi negli studi, mentre gli si fa fare la gita a Spoleto, per un intervento a 'mezzogiorno' (che poi non si è capito bene se i concerti che recano quel nome hanno effettivamente luogo a quell'ora, o anche quelli non siano stati spostati per assecondare le diverse abitudini del pubblico che, certamente, non è più quello di un tempo).
A Spoleto un tempo venivano da tutto il mondo per vedere quali sorprese Menotti avesse riservato nei rispettivi domini dell'arte, quali scoperte inattese.
Oggi, viene da chiedersi, perchè andare a Spoleto a vedere uno spettacolo di Wilson, o magari di qualche altra gloria - Cordelli cita anche Nekrosius - che già si è visto altrove prima, o che si sa quel che potrà essere, dopo decenni di attività? Non sarebbe assai più interessante scoprire cosa si sta inventando, ovunque, prima che arrivi al palcoscenico; ma che al pigro Ferrara non interessa?
E' di moda dire che 'nulla è come una volta' in ogni campo, ma a Spoleto dirlo, suona più vero che altrove.
Nel settore del teatro, egli sostiene, a Spoleto si assiste da molti anni - e i nove della direzione artistica di Ferrara sono davvero troppi - allo stanco rituale dello sbarco di vecchie glorie (le stesse) e, quest'anno in particolare, all'arrivo di un' avanguardia che sarebbe ora si dichiarasse apertamente per ciò che non è più - Cordelli cita i casi della Dante e di Castellucci.
Mentre Ferrara, che nessuno si arrischia a criticare, avrebbe dovuto, piuttosto che starsene sicuro seduto sulla montagna di soldi che il Franceschini di turno gli mette a disposizione - ben 5 milioni di Euro - girare in lungo e largo per l'Italia ed anche fuori a scovare musicisti, registi ed artisti nuovi e giovani, come Spoleto ci aveva abituati fin dall'inizio. Lui certo i giovani li invita, sono presenti nel settore negletto della musica, ma sono i giovani studenti dei vicini Conservatori che fa venire a suonare per quattro soldi, se pure, mentre sarebbe più naturale che restassero nelle aule dei loro istituti a studiare o a perfezionarsi negli studi, mentre gli si fa fare la gita a Spoleto, per un intervento a 'mezzogiorno' (che poi non si è capito bene se i concerti che recano quel nome hanno effettivamente luogo a quell'ora, o anche quelli non siano stati spostati per assecondare le diverse abitudini del pubblico che, certamente, non è più quello di un tempo).
A Spoleto un tempo venivano da tutto il mondo per vedere quali sorprese Menotti avesse riservato nei rispettivi domini dell'arte, quali scoperte inattese.
Oggi, viene da chiedersi, perchè andare a Spoleto a vedere uno spettacolo di Wilson, o magari di qualche altra gloria - Cordelli cita anche Nekrosius - che già si è visto altrove prima, o che si sa quel che potrà essere, dopo decenni di attività? Non sarebbe assai più interessante scoprire cosa si sta inventando, ovunque, prima che arrivi al palcoscenico; ma che al pigro Ferrara non interessa?
E' di moda dire che 'nulla è come una volta' in ogni campo, ma a Spoleto dirlo, suona più vero che altrove.
domenica 25 gennaio 2015
Il portale www.verybello.it è una vergogna
Una torta senza ciliegina che torta è? E l'EXPO del malaffare senza un cartellone di eventi in tutta Italia che grida vendetta e sembra fatto con i piedi, che EXPO è?
Alla presentazione del cartellone, ricco di 1300 'eventi', i giornali all'unanimità plaudono all'iniziativa nella quale il ministero di Franceschini ha investito 5 milioni di Euro. Per fare cosa? Per fare un elenco di cose che hanno svolgimento in Italia da maggio ad ottobre di quest'anno, in coincidenza dell'Expo milanese? Con quali criteri' ? E quei soldi, una bella montagnetta, servono a stampare l'inutile programmone che è pieno di nefandezze e di vergogne tipiche del nostro paese ignorante? O servono anche per fare affluire nelle tasche di coloro che si sono iscritti al campionato 'Expo', qualche liretta? sfogliando il vergognoso catalogo...
Il capitolo 'mostre' è certamente il più ricco ma non più ricco di qualunque altro periodo in Italia, senza EXPO milanese, con nessuna attinenza alla esposizione milanese, ad eccezione di una ( Roma, Ara pacis, quindi robbetta) dedicata all'EXPO del 1942 che non ebbe luogo e che può costituire una curiosità, oltre a quelle sul cibo, alcune già inaugurate.
La musica lascia allibiti per le sciocchezze che vi si leggono. Rifulge, nella sezione 'Opera' un teatro di provincia, quello di Modena, intitolato post mortem a Pavarotti, che vi è presente con la sua programmazione da ottobre 2014 a ottobre 2015, per quale ragione legata all'EXPO non è dato sapere. Si segnala una Lucia di Donizetti a Genova ( teatro ancora senza testa) solo perché la regia è affidata a Dario Argento; e un Turco in Italia di Rossini a Catania, per la regia di Michele Mirabella. E poi a Roma si segnala un'Aida, in maggio, all'Opera di Roma, testualmente: ' regia scene e costumi di Donato Renzetti' il quale dell'Opera è invece solo il direttore. E poi c'è Rinaldo Alessandrini che guiderà l'orchestra del San Carlo nell'esecuzione dell'elegante partitura sulle note di Mozart e Jommelli'. Capite una 'sinfonia sulle note di....'. Che altro devono fare o dire, di quale altro delitto devono macchiarsi per ridurli al silenzio e metterli in galera?
Si segnalano anche la stagione di Caracalla a Roma ( e il programma?) come anche 'Luglio suona bene' all'Auditorium sempre a Roma, anche questa senza programma, mentre Opera ed Auditorium hanno lo stesso dirigente ( Carlo Fuortes) che ancora non ha avuto tempo per programmare o comunicare il programma.
E il Festival di Ravenna, anche questo senza programma, mentre ci si dimentica, di segnalarne anche la semplice esistenza, del Festival di Spoleto, gestito dal fratello di Giulianone Ferrara. Nella sezione 'concerti' brillano, ovviamente, i nomi di Gianna Nannini di Mengoni, di Biondi. E che altro ci si poteva attendere?
Si va avanti di questo passo, fra approssimazioni, inesattezze, bestialità, errori madornali, ad opera di solerti lavoranti IGNORANTI, ai quali il Ministero ha affidato la creazione e la gestione del sito, nel quale il ministero ha impegnato cinque milioni di Euro. Purtroppo le cose non cambiano mai in Italia, pensiamo solamente al sito turistico del nostro paese, del famoso ministro Brambilla - appena qualche anno fa - costato molti milioni, e poi abbattutto a cannonate di critiche e insulti, e che si apriva con la musica di Carmen di Bizet, alla faccia di tutta la musica italiana!
Very bello, ministro.
Alla presentazione del cartellone, ricco di 1300 'eventi', i giornali all'unanimità plaudono all'iniziativa nella quale il ministero di Franceschini ha investito 5 milioni di Euro. Per fare cosa? Per fare un elenco di cose che hanno svolgimento in Italia da maggio ad ottobre di quest'anno, in coincidenza dell'Expo milanese? Con quali criteri' ? E quei soldi, una bella montagnetta, servono a stampare l'inutile programmone che è pieno di nefandezze e di vergogne tipiche del nostro paese ignorante? O servono anche per fare affluire nelle tasche di coloro che si sono iscritti al campionato 'Expo', qualche liretta? sfogliando il vergognoso catalogo...
Il capitolo 'mostre' è certamente il più ricco ma non più ricco di qualunque altro periodo in Italia, senza EXPO milanese, con nessuna attinenza alla esposizione milanese, ad eccezione di una ( Roma, Ara pacis, quindi robbetta) dedicata all'EXPO del 1942 che non ebbe luogo e che può costituire una curiosità, oltre a quelle sul cibo, alcune già inaugurate.
La musica lascia allibiti per le sciocchezze che vi si leggono. Rifulge, nella sezione 'Opera' un teatro di provincia, quello di Modena, intitolato post mortem a Pavarotti, che vi è presente con la sua programmazione da ottobre 2014 a ottobre 2015, per quale ragione legata all'EXPO non è dato sapere. Si segnala una Lucia di Donizetti a Genova ( teatro ancora senza testa) solo perché la regia è affidata a Dario Argento; e un Turco in Italia di Rossini a Catania, per la regia di Michele Mirabella. E poi a Roma si segnala un'Aida, in maggio, all'Opera di Roma, testualmente: ' regia scene e costumi di Donato Renzetti' il quale dell'Opera è invece solo il direttore. E poi c'è Rinaldo Alessandrini che guiderà l'orchestra del San Carlo nell'esecuzione dell'elegante partitura sulle note di Mozart e Jommelli'. Capite una 'sinfonia sulle note di....'. Che altro devono fare o dire, di quale altro delitto devono macchiarsi per ridurli al silenzio e metterli in galera?
Si segnalano anche la stagione di Caracalla a Roma ( e il programma?) come anche 'Luglio suona bene' all'Auditorium sempre a Roma, anche questa senza programma, mentre Opera ed Auditorium hanno lo stesso dirigente ( Carlo Fuortes) che ancora non ha avuto tempo per programmare o comunicare il programma.
E il Festival di Ravenna, anche questo senza programma, mentre ci si dimentica, di segnalarne anche la semplice esistenza, del Festival di Spoleto, gestito dal fratello di Giulianone Ferrara. Nella sezione 'concerti' brillano, ovviamente, i nomi di Gianna Nannini di Mengoni, di Biondi. E che altro ci si poteva attendere?
Si va avanti di questo passo, fra approssimazioni, inesattezze, bestialità, errori madornali, ad opera di solerti lavoranti IGNORANTI, ai quali il Ministero ha affidato la creazione e la gestione del sito, nel quale il ministero ha impegnato cinque milioni di Euro. Purtroppo le cose non cambiano mai in Italia, pensiamo solamente al sito turistico del nostro paese, del famoso ministro Brambilla - appena qualche anno fa - costato molti milioni, e poi abbattutto a cannonate di critiche e insulti, e che si apriva con la musica di Carmen di Bizet, alla faccia di tutta la musica italiana!
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martedì 23 dicembre 2014
Ancora un'altra dimenticanza del Franceschini, 'mezzo disastro', innamorato
Non si è ricordato di inserire fra i beneficianti del decreto 'Art Bonus' i teatri di prosa, ed Escobar glielo ha fatto notare, chissà se 'mezzo disastro' ci ripenserà. In verità non ci aveva pensato neanche a metterci dentro le fondazioni lirico-sinfoniche che poi si sono tirate dietro anche i cosiddetti 'teatri di tradizione'; ma poi in uno dei suoi rari mommenti di sveglia ha fatto in tempo a farlo inserire nella cosiddetta 'legge di stabilità'. Meno male.
Ora però un altro settore di pregio s'è risentito ed ha scritto una lettera pubblica a 'mezzo disastro' Franceschini, in questi termini: aho, ma che noi dei festival siamo fessi? Che aspetti a svegliarti ed a metterceli dentro.
I firmatari sono tutti illustrissimi salvo qualcuno, intendiamo i sovrintendenti del Rossini Opera Festi al - giusta lamentela - la sovrintendente del Ravenna Festival - lamentela giusta, appena - Giorgio Ferrara per il Festival di Spoleto - presenza ingiustificata, visto la fine che ha fatto fare alla musica ed all'Opera con la sua gestione teatrale - ed il Festival Puccini che, secondo un notissimo critico, se lo chiudono non farebbero un soldo di danni.
La lamentela è però in sé giusta.
Ma vai a far capire a Franceschini che va alla Scala solo per esibire la sua bella e giovane signora, non per vero interesse, né suo né della sua bella signora - che invidia che ci fa, per la sua bella
signora - che per beni culturali di grande interesse devono necessariamente intendersi anche tutte le istituzioni che hanno come fine statutario l'arte musicale, Opera o concerto che sia. No, per lui la musica non appartiene ai beni culturali da sostenere e preservare. La pensa come quell'altro ignorante dell'ex direttore del Corriere - di cui ora non ci viene neanche il nome, anzi no, c'è venuto in mente: Ronchey - il quale pensava che i beni culturali fossero solo i monumenti; del resto anche lui la musica non sapeva neppure dov'era di casa. Non è stato lui che ha destinato una caserma a fianco del Museo degli strumenti musicali ( Piazza santa croce in Gerusalemme) ad archivio, piuttosto che a sede per ampliare l'importante museo, che aveva ed ha magazzini stracolmi di begli esemplari di strumenti musicali?
Renzi, che ha fatto di male l'Italia per meritarsi i peggiori ministri della storia repubblicana? Di mali ne ha fatti tanti, ma non che giustifichino tale punizione per il paese.
Ora però un altro settore di pregio s'è risentito ed ha scritto una lettera pubblica a 'mezzo disastro' Franceschini, in questi termini: aho, ma che noi dei festival siamo fessi? Che aspetti a svegliarti ed a metterceli dentro.
I firmatari sono tutti illustrissimi salvo qualcuno, intendiamo i sovrintendenti del Rossini Opera Festi al - giusta lamentela - la sovrintendente del Ravenna Festival - lamentela giusta, appena - Giorgio Ferrara per il Festival di Spoleto - presenza ingiustificata, visto la fine che ha fatto fare alla musica ed all'Opera con la sua gestione teatrale - ed il Festival Puccini che, secondo un notissimo critico, se lo chiudono non farebbero un soldo di danni.
La lamentela è però in sé giusta.
Ma vai a far capire a Franceschini che va alla Scala solo per esibire la sua bella e giovane signora, non per vero interesse, né suo né della sua bella signora - che invidia che ci fa, per la sua bella
signora - che per beni culturali di grande interesse devono necessariamente intendersi anche tutte le istituzioni che hanno come fine statutario l'arte musicale, Opera o concerto che sia. No, per lui la musica non appartiene ai beni culturali da sostenere e preservare. La pensa come quell'altro ignorante dell'ex direttore del Corriere - di cui ora non ci viene neanche il nome, anzi no, c'è venuto in mente: Ronchey - il quale pensava che i beni culturali fossero solo i monumenti; del resto anche lui la musica non sapeva neppure dov'era di casa. Non è stato lui che ha destinato una caserma a fianco del Museo degli strumenti musicali ( Piazza santa croce in Gerusalemme) ad archivio, piuttosto che a sede per ampliare l'importante museo, che aveva ed ha magazzini stracolmi di begli esemplari di strumenti musicali?
Renzi, che ha fatto di male l'Italia per meritarsi i peggiori ministri della storia repubblicana? Di mali ne ha fatti tanti, ma non che giustifichino tale punizione per il paese.
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