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lunedì 9 ottobre 2017

Fuortes ci ripensa e si corregge sull'inattualità dell'opera e sulla sua scarsa attrattiva sui giovami

Sono apparse, come ogni anno ad inizio di stagione, le pagine 'eventi' che le varie istituzioni , a pagamento, prenotano sui giornali. Se poi durante l'anno i giornali prestano poca attenzione alla loro attività, è un'altra storia.

Lo ha fatto anche l'Opera di Roma, che quest'anno fa ripartire l'attività autunnale con il balletto per  poi, a dicembre, procedere con la inaugurazione vera e propria che quest'anno si farà con con il  Faust ( La damnation de Faust)di Berlioz, coprodotto con Torino e Valencia,  diretto da Daniele Gatti, regia di Damiano Michieletto. ' Opera da amare' - recita la pubblicità dell'Opera della Capitale; sempre meglio, perchè neutra, di quella di Santa Cecilia che mostra un neonato mollato su una grancassa,  addormentato, e la scritta: non dormire, vieni a santa Cecilia. Siamo sicuri che se quel neonato potesse parlare, rispondendo all'invito, direbbe a Dall' Ongaro ed ai suoi 'pubblcitari': fatti i c...tuoi!

Tornando a Fuortes che negli anni ha sempre predicato l'inattualità del melodramma, il suo scarso appeal sui giovani che perciò la disertano e la necessità della sua 'rimessa a nuovo' da parte della regia, che deve essere tassativamente 'd'avanguardia' (chissà perchè l'unica regia non d'avanguardia, senza stravolgimenti, come dovrebbe essere sempre, quale quella di Sofia Coppola per Traviata, sia la più richiesta fra tutte quelle del suo teatro negli ultimi anni!) ora sembra aver cambiato idea, aver messo la testa a posto, se dobbiamo credere a ciò che ha dichiarato al microfono di  Federico Capitoni, per 'Repubblica' (a pagamento): "Sbaglia chi pensa che l'opera non sia amata dai giovani e che sia per pochi. Si è andata fissando l'idea che il teatro sia il luogo dove si ripete stancamente la tradizione del melodramma ottocentesco, invece credo che il teatro d'opera abbia in sé la possibilità di parlare la lingua d'oggi, anche con un titolo classico e consueto, perché incorpora tutti i linguaggi possibili".
Cioè? Per ora lasciamo stare, attendiamo Fuortes ad una nuova giravolta, con la prossima dichiarazione.

P.S. Per maggiori chiarimenti sul 'Fuortes pensiero' aggiornato, si legga l'intervista che a fine settembre Giuseppe Videtti di Repubblica gli ha fatto per 'Il venerdì', dal titolo 'L'Opera va Fuortes'. E' stata ripubblicata interamente da Dagospia

martedì 4 aprile 2017

Via degli Avignonesi a Roma, dove anche Picasso andava a puttane

Erano così  famose nel mondo  le 'allegre' fanciulle di Avignone, se  per la loro sede lavorativa a Roma, diedero addirittura il nome alla strada - via degli Avignonesi, una sorta di 'Via del Campo' romana - nella quale si mettevano in vetrina per la gioia dei frequentatori maschietti?

A Napoli, durante la presentazione delle celebrazioni  in onore di Picasso, ad un secolo esatto dal suo viaggio in Italia ( Roma, Napoli e Pompei), alla presenza del ministro, i relatori che hanno parlato dei vari progetti - ad eccezione di Fuortes che, dopo aver fatto notare che il 'suo' teatro dell'Opera, ma quello di allora, era un crocevia  di arte e cultura di livello e rinomanza internazionali, e per questa ragione ha deciso di ricordare la ricorrenza-evento  non con una celebrazione 'accademica' e neppure 'convenzionale', ma mettendo in palcoscenico due attori e due pianisti per la solita lettura  con il  zum zum sotto - hanno fatto a gara a chi le sparava più grosse, mostrando di avere una preparazione sull'argomento pari a zero, molto simile a quella di studenti universitari quando si presentano agli esami, dopo una notte di baldoria in discoteca.
 Cominciamo da Mario De Simoni, amministratore delegato di ALES, la società del ministero che s'è pappata anche ARCUS,  che s'è prodotto in una esegesi poco pittorica, del celebre quadro di Picasso, 'Le demoiselles d'Avignon' appunto. Il quale quadro, terminato nei primi anni del Novecento (1906 -7), ebbe la sua definitiva denominazione, solo una decina d'anni dopo, precisamente nel 1916, quando venne per la prima volta esposto; mentre Picasso, ammesso che sia stato un frequentatore dei bordelli di Via degli Avignonesi a Roma, venne nella città eterna l'anno appresso, che ora si celebra per la ricorrenza centenaria. Insomma secondo il dotto manager quella titolazione faceva l'occhiolino alle  peccaminose frequentazioni  romane del pittore. Neanche le date sono chiare al manager. De Simoni ha avuto come spalla la direttrice del Museo di Palazzo Barberini, dove sarà esposto il celebre sipario in autunno.
 Forse andrebbe chiarito a De Simoni, che innanzitutto Avignone non era celebre nel mondo per le sue  'maison et demoiselle de plaisir'; e che quella indicazione geografica faceva forse riferimento ad una via di Barcellona con lo stesso nome, dove forse Picasso, in gioventù aveva conosciuto il piacere mercenario. E a proposito di via degli Avignonesi, a Roma,  a De Simoni andrebbe ricordato che quella strada sarà stata anche nota per i postriboli, uno o più che fossero non ha importanza,  ma soprattutto  per la 'Casa d'arte Bragaglia' aperta l'anno dopo il viaggio in Italia di Picasso ed anche per il celebre 'Teatro degli Indipendenti' fondato dai Bragaglia nel 1921, teatro di ben altre scorribande, sconosciute al manager culturale  ministeriale De Simoni

Ma non è l'unico a dire sciocchezze De Simoni, gli fa compagnia il direttore del Museo di Capodimonte - dove veniva fatta la presentazione e dove il 10, giorno della celebrazione 'farlocca' al Teatro dell'Opera di Roma,verrà aperta la mostra dedicata a Picasso che comprende l'esposizione del celebre grande sipario per Parade, progettato nel corso di quel viaggio a Roma, e terminato a Parigi, dove venne utilizzato nel maggio di quello stesso anno, al debutto di Parade, opera di Cocteau/Satie/Massine/Picasso (ed anche Depero per alcuni costumi)
 Il notissimo direttore del  noto museo napoletano, Sylvain Bellenger, la spara grossa anche lui, quando afferma che quello del 1917 fu l'unico viaggio di Picasso in Italia, mentre tutti sanno che  in Italia il grande pittore fece un altro viaggio nel 1949. Si vede che non ha neanche ripassato la lezione prima di presentarsi all'esame del pubblico.

Chissà come avrebbe giudicato quella antica trinità: Cocteau/Satie/ Picasso,  la attuale discendenza, di tutt' altra razza: Fuortes/De Simoni/ Bellenger.

venerdì 2 dicembre 2016

Virginia Raggi soffre della 'sindrome Dylan'

L'hanno diagnosticata come 'sindrome Dylan' la malattia grave di cui soffre il sindaco di Roma, Virginia Raggi, perchè è la stessa dalla quale, per la gioia dei suoi fans, è affetto il noto 'menestrello' maleducato che non sta mai dove dovrebbe perché ha altro da fare, come l'altro ieri quando non si è presentato neanche alla Casa Bianca per la rimpatriata dei Nobel americani, voluta da Obama, a fine mandato.

La Raggi pure sta sempre da qualche altra parte, mai dove dovrebbe, e sempre per impegni precedentemente assunti, sia istituzionali, sia personali.
Mentre di impegni non ne aveva quando s'è fatta, in compagnia della sua assessora Muraro, con la quale gioca a  'la gatta e la volpe' un giro per le strade del centro di Roma, per verificare di persona le irregolarità  della raccolta dei rifiuti. Insomma un lavoro da cronista e non da amministratrice che, leggendo le cronache dovrebbe da tempo conoscere la situazione. Ora che ha rubato il lavoro a quei pochi giornalisti rimasti - a danno del suo, che non fa bene -  ha sbirciato anche nei sacchi dell'immondizia (non poteva farlo da sola l'assessora o i controllori dei netturbini?) e ha promesso che da febbraio la situazione sarà definitivamente risolta con le multe comminate dagli stessi netturbini. Ci voleva tanto per assumere questa decisione, rimandandola per l'attuazione  ancora di un paio di mesi circa?

Curioso poi che, stando dalle parti del centro non si sia fatta anche una passeggiatina sulla scalinata di Trinità dei Monti, per verificare di persona in quali condizioni, senza vigilanza, per colpa anche sua, la stanno già riducendo ad appena due mesi dalla reinaugurazione: è stata colta da un accesso di 'sindrome di Dylan'.

La stessa malattia che , per la prima volta dopo molti anni,  ha costretto la sindaca a disertare la assemblea annuale dei costruttori di Roma, e ad abbandonare, due giorni prima, in tutta fretta il Teatro dell'Opera, per un malore intestinale dovuto sempre alla stessa malattia.

In questi giorni abbiamo anche appresso dell'esistenza di un Auditorium, della capienza di duecento posti circa, situato fra Pineta Sacchetti e Circonvallazione Cornelia, la cui costruzione è iniziata molti anni fa,  e poi si è fermata. Quell'auditorium, costato qualche milione di Euro - chi altro ci ha mangiato? - non è stato mai inaugurato, diventando un rifugio per senzatetto e sbandati. L'altro ieri la sua cupola è andata a fuoco, e perciò anche quel piccolo auditorium  è finito in macerie, simbolo del tragico abbandono della cultura a Roma.
Viva la Raggi, alla quale auguriamo che guarisca presto; Viva l'Assessore alla 'ricrescita culturale' Bergamo, al quale auguriamo torni presto l'uso di parola - quando deve parlare!

sabato 26 novembre 2016

L'AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA E MUSICA PER ROMA sono IN RIBASSO? Forse che sì, forse che no

 A leggere delle eccellenze musicali e culturali della Capitale, secondo la considerazione del 'Corriere', si legge dell'Accademia di Santa Cecilia, e della sua Orchestra guidata da Tony Pappano - che la guiderà ancora fino al 2021 dal lontano 2005 (di fatto dal 2003), notizia di questi giorni - e basta. Neanche una parola sull'Opera di Roma, che  'La Stampa' di questi giorni dice essere oggi, con la guida del Sovrintendente Fuortes, l'unica possibile antagonista artistica e qualitativa della Scala, ed ha pure un bel programma, secondo Alberto Mattioli che firma il pezzo.

Poi il 'Corriere' torna sull'argomento e all'Accademia di Santa Cecilia, aggiunge, nelle eccellenze, anche l'Opera, augurandosi - e con il 'Corriere' tutti noi - che presto Daniele Gatti decida di stabilire un rapporto stabile con la sua orchestra - e forse l'annuncio di tale novità importantissima per il teatro, verrà data fra pochi giorni  da Fuortes che è abilissimo nel centellinare le notizie, anche quelle che notizie non sono, per avere un giorno qualche riga sui giornali.
 Se Gatti ne assumesse l'incarico di direttore musicale, facendo il paio con il ruolo che Pappano ha a Santa Cecilia, non sarebbe che un bene. Innanzitutto per l'orchestra e per il teatro, dove un direttore musicale manca non dai tempi di Serafin- come qualche collega scordarello va scrivendo - ma dai tempi di Giuseppe Sinopoli che in teatro, seppure per breve tempo, assunse tutti gli incarichi dirigenziali contemporaneamente, compreso quello di direttore. E si potrebbe anche citare il caso di Riccardo Muti, anomalo giuridicamente, ma nei fatti pur egli direttore del teatro, come dimostra tuttora la permanenza nella direzione artistica di Alessio Vlad che Muti volle, in segno di riconoscenza verso suo padre, Roman, che fu il suo principale sponsor, all'esordio a Firenze. Muti, meridionale , non dimentica la riconoscenza, fiore rarissimo oggi:. fra qualche giorno tornerà a dirigere a Bergamo dove ebbe i suoi esordi da direttore, 50 anni fa. Bravo Muti!

Ma fra le eccellenza colpisce il fatto che mai una parola sull'Auditorium 'Parco della Musica' e su 'Musica per Roma', dopo che nelle passate settimane si è salutata la rinascita della 'Festa del cinema', ora che è affidata alla nuova direzione di Mondo ( La repubblica).
Perchè? All'improvviso, 'Musica per Roma' è caduta in disgrazia? Possibile mai che con l'uscita di Fuortes l'intero sistema auditorium si sia afflosciato su se stesso, sgonfiandosi? O che quella complessa macchina, per che un decennio ha mietuto allori, all'arrivo del nuovo AD, lo spagnolo Noriega, sia in ribasso?

Noi non crediamo ai miracoli, non crediamo che dall'oggi al domani l'Auditorium sia finito. Non pensiamo minimamente che senza Fuortes sia la fine, come del resto siamo convinti che non è  SOLO con Fuortes, e a Causa della sua presenza, che l'Opera di Roma possa rinascere.
Occorre ben altro, come un  direttore musicale, per cominciare. E il direttore musicale è molto molto più importante dei registi ai quale Fuortes tiene tanto, ma che nulla possono fare per rendere nuovamente prestigioso e grande quel teatro.

Ma allora perché questa improvvisa débacle dell'Auditorium? Perchè dopo una decina d'anni di cose sempre le stesse, anche la macchina dell'Auditorium necessita di novità. E dunque la déblacle ha coinciso con l'uscita di scena di Fuortes, per una semplice coincidenza che ha messo in luce i punti deboli.
 Ma noi abbiamo anche un'altra idea: semplicemente perché, da un lato Fuortes ha sempre goduto di buona stampa, meritatamente o immeritatamente; dall'altro, perché, dopo la sua uscita, si sono scoperti gli altarini, a cominciare dai conti  ( non che li abbia truccati, certamente no,  ma che li abbia  esaltati più del dovuto, forse sì)  per finire alla conta del pubblico, che si diceva sempre in aumento e con spettacoli da tutto esaurito, sempre e comunque, mentre forse non era sempre così.

mercoledì 10 agosto 2016

Sindaca Raggi, che aspetta?

Delle emergenze romane la lista, in questa torrida estate, si allunga sempre più. Alla 'monnezza' per la quale la stessa sindaca paventa una 'emergenza sanitaria' - ed è forse ancora la prima e più drammatica delle emergenze di Roma - la nuova inquilina del Campidoglio non ha dato ancora una risposta, come una emergenza merita: immediata e risolutiva, almeno provvisoria, mentre si pensano piani di più lunga durata e definitivi.
A questa s'e aggiunta, drammatica anch'essa, l'emergenza trasporti, in un periodo in cui Roma è invasa da turisti costretti ad attendere  il passaggio dei mezzi, anche in centro, per 40-50 minuti. Le cause: i mezzi rotti e la mancanza di soldi per i pezzi di ricambio  che  costringono molti mezzi a non uscire dai depositi.
 Poi le emergenze eterne, e d'estate ancora più gravi, come i parchi con i prati arsi dal sole, perchè anche le ville storiche cittadine o non hanno impianti di irrigazione o quelli esistenti sono fuori uso e perciò inservibili e le erbacce che ormai spuntano dappertutto, non solo nei prati ma ai bordi dei muri e marciapiedi. La Raggi, almeno gli impianti di irrigazione rotti potrebbe farli riparare, o no? E potremmo continuare.
La Raggi non ha scuse se non riesce intanto a tamponare le emergenze e ad occuparsi, contemporaneamente, di come risolverle definitivamente. I tempi che dimostra di avere non sono quelli di una città che ha bisogno in molti campi di risposte immediate.
 Si potrebbe aggiungere il tira e molla, che sa di ricatto, con il comitato delle Olimpiadi del 2024, solo perché  vuole sventare  'il sacco della città' di qualche comitato di affari di costruttori. Non può continuare a non assumere decisioni, avanzando che anche un sindaco capace di fare miracoli non può risolvere il disastro di decenni. Certo, ed ha ragione, ma non può nemmeno prendersela comoda e non far nulla, mentre la città va in rovina.
 Già, perché poi certe decisioni - quando si tratta di dare addosso alla sua parte avversaria, le prende. Come quella sulla vendita della Fiera di roma, per la quale ha abbassato il volume edificabile, che l'ha messa in contrasto con la Regione e la Camera di Commercio che non sono state interpellate, e che hanno - giustamente - minacciato dal canto loro di uscire dalle partecipate comunali, già afflitte da problemi ed ora  sul punto di affogare, come l'Auditorium, l'Opera di Roma, il Teatro di Roma, la Fondazione per il Cinema.
 Mandare tutto a puttane? Questo vuole la Raggi ed il direttorio che la consiglia -  troppo, e forse malamente -  per far vedere ancora una volta - come se  non lo sapessimo da tempo- in che condizioni le precedenti amministrazioni hanno ridotto Roma?
 I cinque Stelle non hanno gradito l'impietoso articolo di Francesco Merlo su Repubblica di oggi che delinea una città in rovina.  Ma che doveva scrivere?  Che la Raggi sta illuminando Roma? Quand'anche la illuminasse, i suoi raggi  renderebbero ancora più evidenti la rovina di Roma, anche sotto il cielo delle 'Cinque stelle'.

giovedì 28 luglio 2016

MERCY for MUSIC. Da 'Music for Mercy' al Foro romano. Cartoline dallo scandalo

Dall'alto del Campidoglio, nonostante la ridotta distanza, agli occhi degli osservatori istituzionali non è apparso subito in tutta la sua gravità il vero scandalo di quella serata di musica, per la prima volta nella storia ospitata nel Foro romano, un luogo che chiunque dovrebbe considerare sacro.
E così i 5 stelle che governano la città e l'ineffabile Mollicone ( quello che aveva fatto esclamare a Riccardo Muti che lui a Roma conosceva solo Morricone e nessun Mollicone) responsabile 'cultura' dei FdI, l'hanno buttata sul 'sindacale', incolpando Fuortes - nel mirino e dei 5 stelle e della destra - di essere fra gli organizzatori - come Teatro dell'Opera in coppia con l'Opera Romana Pellegrinaggi - della ingiuriosa serata musicale e di aver  fatto utilizzare una  certa 'Roma United Orchestra,  sconosciuta e raccogliticcia - e noi aggiungiamo: anche inadeguata - al posto dell'Orchestra dell'Ente, come chiunque si immaginava e attendeva.
 A loro di quello scandaloso concerto che ha profanato il Foro romano, non importa, anche perché  lor o avrebbero fatto la medesima cosa, se interpellati per l'organizzazione di quella serata 'suoni e luci' al Foro romano, per fare un favore alla Chiesa - alla quale quella serata ha reso un pessimo servizio - e per assecondare ministro, sovrintendente ed anche - e sta qui lo scandalo - il ricco malese che ha messo a segno per una seconda volta a Roma un colpo da maestro - complice, almeno per  la prima delle due volte, Fuortes - semplicemente facendo sentire l'odore dei soldi.
 Ed è ciò che ci fa venire i brividi, pensando a ciò che in futuro Franceschini potrebbe armare una volta ricostruita la platea lignea del Colosseo, dandola  al miglior offerente, senza badare alla merce che intende esporvi.
E, infatti, nelle prime file della eccessiva platea del Foro il ministro e il Cardinale Parolin cingevano il ricco malese, come guardie del corpo, uno alla destra e l'altro alla sinistra, quasi a garantirne l'incolumità, sperando che ancora una o più volte negli anni a venire - come poi ha confermato mons. Andreatta dell'Opera Romana Pellegrinaggi nel suo fervorino - si faccia promotore di simili manifestazioni che, quest'anno, con il Giubileo della Misericordia non hanno nulla da spartire, mentre l'hanno con i suoi interessi personali e con quelli della sua compagna cantante, vera ed unica star della serata.
 Non abbiamo sentito in questa occasione levarsi forte la voce del 'Comitato per la bellezza', sempre molto attento. In confronto a quella orrenda serata, la sfilata di Fendi alla Fontana di Trevi, contro la quale il Comitato aveva gridato allo scandalo, era come una sinfonia mozartiana. E non abbiamo letto neanche un sola riga sui giornali asserviti, ai quali sembra essere completamente sfuggito l'uso strumentale ed affaristico della serata. E non era un caso che sul programma della serata, stretto fra le mani della brava presentatrice, campeggiasse la foto del finto benefattore, per la cui  strabordante ricchezza  il costo di quel concerto, a totale ed esclusivo beneficio della sua compagna - non rappresentava che una elemosina interessata ed ingiuriosa. Meglio  se avesse offerto  quei soldi ai poveri.
 L'altra sera non si aveva avuto neanche un briciolo di pietà, di misercordia per la musica offerta nelle sue espressioni più mediocri e con mezzi assolutamente inadeguati.  Complice anche Rai Cultura- che dovrebbe  mostrare maggior attenzione e sensibilità nelle scelte - la quale, c'è da augurarsi che non diffonda questo concerto all'estero, perchè rischieremmo di farci biasimare per tanta negligenza e banalità; mentre ci sentiamo di discolpare  del tutto Alessia Sodano, che conosciamo da tempo,  nonostante  il suo nome apparisse all'inizio del programma come unico 'autore'.

venerdì 24 giugno 2016

Contro Il Menestrello mascalzonate e ritorsioni

Ci eravamo detti, ricordando i tre anni di esistenza del nostro blog, di passare sopra le ritorsioni contro di noi, per via di quel che scriviamo nel nostro blog. Poi ci abbiamo ripensato ed abbiamo deciso di accennare anche a queste, senza pudore, per svergognarne i responsabili. Perchè ritorsioni ve ne sono state da parte dei vertici di alcune importanti istituzioni musicali di Roma - città che conosciamo meglio e sulla quale maggiormente e con più cognizione di causa scriviamo.
 Cominciò alcuni anni fa il Teatro dell'Opera di Roma, sotto la gestione di quel galantuomo di De Martino  e del suo portavoce Filippo Arriva, i quali non gradivano quel che scrivevamo negli anni in cui quasi tutti li sostenevano e noi no, avendo previsto in anticipo lo scoppio del bubbone.
Filippo Arriva, per punirci, cominciò a negarci il biglietto/ stampa per l'opera, con la scusa che il critico 'milanese' del 'Giornale' (con il quale collaboravamo da Roma, e lo avevamo fatto per una decina d'anni) aveva chiesto l'accredito per questo o quello spettacolo. All'inizio lasciammo correre.  Filippo Arriva, il collega galantuomo, non si fermò; qualche tempo dopo ci cancellò dalla lista dei destinatari dei comunicati stampa, fino ad ignorarci del tutto ed a negarci il biglietto che ci sarebbe spettato, per il nostro lavoro di critico musicale - allora, oltre che collaborare al 'Giornale', eravamo ancora direttore di 'Music@' e collaboratore di 'Suono'.
Poi Catello De Martino fu giustamente cacciato dal teatro ed arrivò il commissario Fuortes,  una nostra vecchia conoscenza dai tempi della nostra direzione di 'Piano Time', quando collaborava con noi come fotografo, e dal quale, anche per questo, ci attendevamo un cambio di  comportamento che invece non ci fu, specie dopo che cominciammo a criticare quella sua pazza idea di 'esternalizzare' orchestra e coro - che non fummo soli a criticare, perché ci fu un coro in tutta Europa.  La ritorsione continuò, né si è interrotta con  l'uscita di scena di Arriva e l'insediamento del pensionato Renato Bossa all'ufficio stampa.
 Insomma anche l'economista della cultura Fuortes, se viene criticato, reagisce malamente, mettendo in atto azioni di ritorsione indegne e inimmaginabili in una istituzione pubblica che, a questo punto, viene gestita come fosse istituzione privata, di proprietà dello stesso Fuortes.
 Non migliore destino ci è toccato dall'Accademia di Santa Cecilia, specie dopo l'insediamento di Michele Dall'Ongaro alla sovrintendenza,  ma per una diversa ragione.
Michele Dall'Ongaro, anni fa ci denunciò per un nostro articolo uscito su Music@ - ne abbiamo scritto altre volte su questo blog. Il giudice del Tribunale dell'Aquila, al quale egli si era rivolto, gli ha dato torto, sottolineando che noi avevamo  esercitato il diritto di critica. nè più e nè meno.
Anche dall'Accademia, in conseguenza di una vendetta vera e propria, non riceviamo da tempo notizie  e neppure biglietti per i concerti ai quali abbiamo chiesto di assistere. Ad ogni nostra richiesta - che negli ultimi tempi abbiamo anche smesso di avanzare - ci viene risposto immancabilmente dall'  ubbidientissima (al sovrintendente) responsabile addetta stampa, che i posti riservati alla stampa sono terminati. Sempre terminati, anche se poi ci capita di notare che non un  solo giornale, dei tanti che hanno ricevuto biglietti stampa, ha scritto di questo o quel concerto.
 Dall'Accademia dunque la stessa mascalzonata dell'Opera di Roma.
 E noi? Sull'una come sull'altra continueremo a scrivere con chiarezza e decisione sulle rispettive attività artistiche; se poi non ci faranno mettere più piede nelle rispettive sedi, ce ne faremo una ragione,  in attesa che  qualcosa accada ai rispettivi vertici, sperando che successivamente ne arrivino di  meno vendicativi o quantomeno un pò più corretti degli attuali, nella gestione di istituzioni pubbliche.

mercoledì 22 giugno 2016

ROSSINI è anche un'attrattiva turistica. Parola di Franceschini

Non sappiamo se congratularci con il ministro Franceschini per averci ricordato che Rossini è anche un'attrattiva turistica, oppure ricordargli che Rossini è una gloria  musicale del nostro paese e del mondo intero e , solo per questo, anche motivo di attrazione turistica.  Franceschini lo ha detto, nel giorno della 'Festa della Musica', a Pesaro, visitando la casa natale del musicista.
A proposito della 'Festa' ha sfoderato - come fa di solito - i numeri vittoriosi, come se fosse un suo merito: oltre ottomila musicisti vi hanno preso parte; mentre a noi romani è stato reso noto che  la festa in città era con Carmen Consoli e le 'Brigitte' francesi, che si sono esibite in Piazza Farnese.
 Quest'anno, se una novità c'è stata, è stata la maggiore partecipazione  proprio di quel mondo musicale che Franceschini non conosce e che , d'accordo con quel barbaro di Nastasi, ha tentato e continua a tentare in tutti i modi di distruggere.
 A Roma, ad esempio, abbiamo letto della partecipazione, alla chetichella, di molti ensemble dell'Accademia di Santa Cecilia, anche se di ensemble 'di complemento', formati cioè prevalentemente da giovani e ragazzi che partecipano alle attività di formazione dell'Accademia; e non dei titolari, cioè della squadra ufficiale (orchestra e coro),;e lo stesso discorso vale per il Teatro dell'Opera, troppo indaffarato a preparare Caracalla ed a mostrare le ultime repliche della celeberrima 'Traviata' per partecipare alla Festa.
Non ha ritenuto l'Accademia di far partecipare i suoi musicisti di serie 'A', come invece ha fatto e  con grande entusiasmo partecipando a quell'iniziativa negli aeroporti, dove nei diversi terminal sono stati collocati dei pianoforti a disposizione dei viaggiatori in transito. Lì l'Accademia ha spedito anche il suo direttore musicale Pappano ( forse perché il direttore è di casa negli aeroporti?), ed alcuni suoi musicisti fra i migliori. Perché?  Perché, forse, i gestori degli aeroporti (come stanno facendo ora anche quelli delle grandi stazioni ferroviarie che dopo i pianoforti stanno dislocando anche biliardini?) pagavano,  mentre per la Festa della Musica si doveva farlo a proprie spese, dimenticando però che si trattava di un investimento molto più produttivo e redditizio (perché, sia chiaro tutta l'attività cosiddetta 'educational' di Santa Cecilia porta nelle casse dell'Accademia, e nelle tasche dei musicisti coinvolti, bei soldini!).
 Certo  la Festa della Musica c'è stata, ma in tono minore, come negli altri anni in Italia. E a noi è venuta in mente una iniziativa d'altri tempi, ancora in occasione della festa della Musica nel solstizio d'estate.
 Quella festa organizzata, nel 1986 ( trent'anni fa, ma sembra un secolo) nei giardini dell'Accademia di Francia a Roma, Villa Medici, con diversi palcoscenici  eretti nel parco, a favore di telecamere. Quella festa,  in cui si ascoltò e parlò di musica,durò oltre tre ore ininterrotte, dalle 21 alle 24 circa,  fu trasmessa in diretta da RAI 3, e noi assieme ad Enrico Mentana ( ciao, Enrico!)  vestimmo le vesti di cerimonieri, intrattenitori e divulgatori. Oggi la tv di Stato non metterebbe mai più in onda robe simili che reputa autentiche inutili  nefandezze.

lunedì 20 giugno 2016

A Roma l'incognita Virginia

Che farà Virginia Raggi, sindaca di Roma, con le istituzioni culturali della Capitale, che non sono tanto poche e per le quali, come si ebbe a capire da una visita all'Opera, raccontata dal Corriere, alcuni mesi fa, la Raggi tiene soprattutto a vedere i conti, infischiandosene di ciò che quelle istituzioni fanno? Del resto la parola 'cultura', e  i suoi sinonimi,  non sono del tutto assenti dal vocabolario politico e elettorale  del movimento di Grillo, ora giunto finalmente al potere, in due città capitali del nostro paese: Roma e Torino?
 Fa bene a vedere i conti, sperando che d'ora in avanti chi sperpera ci rimetta di tasca propria, e fissando a non più di due mandati la permanenza negli incarichi dirigenziali delle 'partecipate' ed assimilabili' comunali.
 La sindaca vorrà vederci chiaro nel Teatro dell'Opera, nell'Accademia di Santa Cecilia - sebbene goda di una certa autonomia, ma forse qualche stipendio degli incarichi apicali  potrebbe essere limato al ribasso, perchè no? - in Musica per Roma, nella 'Festa del cinema', Palazzo delle Esposizioni, Teatro di Roma ecc..
 C'è solo da augurarsi che non proceda, dopo aver verificato che i conti sono a posto, alla nomina di persone gradite al movimento ma digiune di amministrazione di istituzioni culturali, che non ripeta gli errori che Pizzarotti ha fatto a Parma, con le nomine al Teatro Regio, pescando i dirigenti in mondi  ed  organizzazioni di provincia che fanno temere per futuri 'disastri all'opera'. Già il doppio caso degli assessori alla cultura proposti dalla Raggi fanno sorgere qualche giustificato timore!
 Poi c'è un altro caso, da poco portato all'attenzione, quello dell'Accademia Filarmonica che per i suoi uffici nella splendida sede di  via Flaminia, paga pochi centesimi l'anno, e con contratto scaduto.
 E poi se riuscisse, dopo molti anni, a cancellare l'impronta famigliare nella gestione  della Istituzione Universitaria dei Concerti, in mano alla famiglia Fortuna, e ad un gruppetto agguerrito, da mezzo secolo e passa, non sarebbe male.
 E c'è anche Romaeuropa, dove i dirigenti sono praticamente dirigenti 'a vita', ma con soldi pubblici e non di famiglia; le sorti del Teatro Valle la cui convenzione, con passaggio di proprietà, fra ministero e Campidoglio è stata firmato solo qualche giorno fa ecc...
 Nella soluzione a tutti questi problemi, la Raggi avrà al suo fianco Bergamo, assessore alla cultura in pectore, almeno fino alla viglia delle elezioni.
 A tutti questi problemi sarebbe importante che la Raggi dedicasse un pò d'attenzione,  ma la stessa attenzione deve dedicare alle finalità di queste istituzioni, il cui raggiungimento deve misurarsi sotto il profilo economico e non.
 E non vogliamo sentir dire: prima pensiamo alle buche, ai mezzi di trasporto pubblico e poi alla cultura. Se avessero ragionato in questo modo all'indomani della fine della seconda guerra mondiale, oggi   avremmo ancora un deserto culturale in Italia. Si devono  risolvere i problemi pratici dei cittadini, ma nello stesso tempo si deve anche pensare a farli crescere in un nuovo spirito e far loro respirare nuova aria, e questo lo fa la cultura.

martedì 31 maggio 2016

Nicola Piovani sembra sfilarsi dal coro dei laudatores dell'Opera di Roma, gestione Fuortes

Non vi fate venire in mente che volete assistere ad una delle quindici repliche previste per la Traviata Valentino-Coppola (ed anche Bignamini che però non interessa quasi a nessuno, con qualche ragione) all'Opera di Roma, perché i posti, in tutto 24.000 circa, sono esauriti da tempo -  non ce n'è neppure uno disponibile anche a pagarlo oro - procurando alle casse del Teatro entrate per 1 milione e mezzo circa di Euro, a fronte di un costo dell'intera 'operazione/produzione' di Traviata intorno a 1 milione e 800 mila euro, che saranno pareggiati dagli incassi solo alla prima ripresa dell'opera, già richiesta - secondo quanto si è letto - in Giappone.
E perciò la Traviata, anche a fine stagione, potrà aver procurato all'Opera di Roma pagine di giornali, ribalta internazionale, 'red carpe' stile Hollywood, o passerelle di moda, ma deficit di bilancio.
 E nonostante tale incontrovertibile realtà, ancora qualche giorno fa, quando la partita della 'prima' era stata ampiamente archiviata, in pareggio fra i laudatores della scintillante sala del Costanzi, e buca d'orchestra opaca, qualche giornale è tornato ad intervistare il sovrintendente, artefice di tale successo planetario che la Scala invidia e non potrà mai più scalfire. Dimenticando di accennare al fatto che sì il bilancio in pareggio è stato raggiunto con il contributo dei lavoratori, che in teatro sono giunti registi  ed artisti di fama - fra breve vi lavorerà anche Kentridge, l'artista del fregio a rischio 'profanazione' sul Tevere - ma  che un'orchestra senza un direttore stabile di polso e prestigio,  non  va da nessuna parte, come del resto ha dimostrato la sbiaditissima direzione di Bignamini in questa Traviata,  cosa che ha molto infastidito il sovrintendente, quando  è stato fatto notare da alcuni giornali, autorevoli, a firma dei rispettivi critici musicali, e non dei soliti cronisti mondani che alla vista di tutte quelle star - venute per Coppola e Valentino, molto meno per la Traviata e per l'Opera di Roma - si sono ringalluzzite, sperando in più intenso lavoro futuro.
L'Opera sarà veramente riformata quando tutta la complessa macchina funzionerà perfettamente, in ordine di importanza per un teatro d'opera: cantanti all'altezza dei ruoli, direttori d'orchestra capaci, orchestra e coro perfettamente funzionanti; mentre invece, per Fuortes, che considera  il 'mondo alla rovescia', il successo dell'Opera dipende dalla modernità introdotta con registi innovatori - unica eccezione Sofia Coppola che gli è servita - a suo dire - ad allargare il pubblico, come dimostrano i 24.000 posti tutti venduti, al punto che neanche chiedendo un biglietto all'Ufficio stampa, dimenticato in qualche cassetto, o in attesa di qualche possibile richiesta inattesa, per una qualsiasi delle repliche, è possibile ottenerlo.
Dal coro dei 'laudatores' di Fuortes, un coro  ancora più numeroso di quello dei 400 ragazzi che ieri hanno cantato tutti insieme nel teatro, alla fine di un corso di avvicinamento dei ragazzi al melodramma, sembra essersi sfilato, con garbo ed educatamente  Nicola Piovani - come si legge in una intervista di oggi al Messaggero: " anche lo sciagurato teatro Costanzi - Teatro dell'Opera - sembra che ultimamente stia lentamente imboccando una buona strada, rispetto ad un passato grottesco e scellerato". 
Abbassate la voce, sembra voler dire Nicola Piovani, non è ancora tempo di cantare vittoria, con quell' ULTIMAMENTE, LENTAMENTE. Il cammino di risanamento è appena iniziato, le star della Traviata  non fanno fare neanche un passo avanti all'Opera, sulla strada del riscatto, ancora lunga la prima, lontano il secondo. Non si può credere ai miracoli ai quali sembrano invece  credere tutti i partecipanti del coro di 'laudatores' della gestione Fuortes, i giornali in prima fila, nel quale coro - come si deduce facilmente - noi non cantiamo, e non canteremo prima che il Teatro dell'Opera torni ad essere il teatro di una vera capitale.

lunedì 22 febbraio 2016

La danza balla in tutta Roma in queste settimane. E nel resto dell'anno?

Si è spesso scritto del successo che la danza ha in Italia, nonostante sia  considerata e diventata la cenerentola delle fondazioni liriche e di tante istituzioni che ci fanno sapere che non ci sono soldi per la danza (vedi chiusura  di Maggiodanza, ma anche di tante compagnie ed iniziative, ridotte all'immobilità anche dalla politica miope del ministro Franceschini e del suo fedelissimo scudiero Nastasi).
 Si scopre, ad esempio, che la danza, sì proprio la danza, sotto le feste di Natale ha fatto registrare al botteghino dell'Opera di Roma, il maggior incasso di tutti i tempi e di tutti gli spettacoli  sia di danza che d'opera: intorno al milione di Euro.
 In una politica che sa programmare, le istituzioni di una grande città come Roma, a seguito di tale successo della danza, potrebbero organizzare un calendario  che mese dopo mese assicuri, in Roma, a cultori ed appassionati di danza spettacoli ogni mese. Ed invece, no.
 Accade che fra gennaio e marzo si lancino tutti in iniziative, programmi, rassegne di danza, sovrapponendosi fra loro, e contendendosi spettatori, quando invece potrebbero averne tutti se ognuno organizzasse spettacoli di danza senza sovrapporsi ad altri.
 E così mentre all'Auditorium Conciliazione si svolge la rassegna  'Tersicore', finanziata, da quel che sappiamo, dalla  stessa Fondazione bancaria che un tempo finanziava l'Orchestra sinfonica di Roma - che peccato averci rinunciato, si poteva continuare magari correggendo qualcosa, come l'affidamento, semiesclusivo, ad un direttore che fuori della sua orchestra non  ne dirigeva nessuna altra); l'Auditorium di Renzo Piano, per conto di 'Musica per Roma' ospita l'annuale rassegna di danza 'Nuovi equilibri'  (anche se poi si mischiano i nuovi equilibri della intitolazione ai vecchi, come i popolarissimi flamenco o tango sempre verdi), il Teatro Olimpico, in collaborazione con l'Accademia Filarmonica Romana, presenta alcuni spettacoli di danza contemporanea, come quelli dei Momix  che, per il crollo del palazzo sul Lungotevere, ha dovuto spostare in altra sede ( ma poi la danza riprenderà fra aprile e maggio, con altre due o tre spettacoli) ed infine l'Opera,  incassato il successo del Barbiere  ( sempre tutto esaurito e con quasi 800.000 Euro di incasso; Fuortes dove va  segna vittorie  e punti a suo favore, non c'è scampo e non ci si può sbagliare, lui è il signor 'sold in', fa cioè entrare soldi in ...cassa) presenta alcuni spettacoli di danza contemporanea, nei quali alcune coreografie saranno danzate dalla stella Abbagnato, ingaggiata come direttrice del Corpo di ballo del teatro.
 Se si accordassero fra loro le istituzioni romane che coltivano anche la danza potrebbero assicurare alla città una programmazione spalmata lungo tutta la stagione, mentre oggi sono costretti per la loro insipienza, ad affollare lo stesso periodo, ed a contendersi spettatori.

sabato 13 giugno 2015

Se li paghi scrivono qualunque cosa. I giornalisti

Quella del giornalista è una professione che va verso la sua rovina definitiva e non per l'avvento dei moderni mezzi di comunicazione che hanno di fatto ammesso all'antica professione dell'informatore una massa di cretini - come li ha definiti, senza mezzi termini, Umberto Eco nella sua recente 'lectio doctoralis', in occasione dell'ennesima laurea concessagli dall'Università di Torino - che, promossi a moderni pensatori dalla televisione imbecille, si sentono autorizzati ad aprire le cataratte delle loro teste vuote e rovesciare nella rete qualunque cosa.
No, la professione giornalistica sta rovinando precipitosamente perché, salvo rarissimi casi - che  proprio per questo sono indicati come disturbatori della quiete pubblica - il giornalista, anche quello insignito con i galloni di capo qui e capo là, lavora a cottimo, dietro pagamento  e con l'indicazione precisa del da farsi.
 Le pagine 'EVENTI' o 'GUIDE' che da tempo andiamo indicando al pubblico ludibrio, così come appaiono nei giornali più diffusi,  pagate profumatamente ( in rapporto ai tempi ed alle disponibilità) in occasione di appuntamenti importanti, nel campo dell'arte della cultura od anche dell'intrattenimento 'alto' , sono nè più e nè meno che l'atto di morte del giornalismo, quello vero di una volta.
 L'esempio di alcuni giorni fa, offerto dal 'Corriere', in relazione alla prossima stagione d'opera estiva dell'Opera di Roma alle Terme di Caracalla rappresenta l'ultimo caso, solo in termini di tempo.
 Quelle pagine non si fermano a presentare la stagione. No, non basta, altrimenti - ne sono convinti gli amministratori - perchè dovrebbero pagare il giornale che poi, quando si va in scena, a malapena riserva agli spettacoli qualche riga di cronaca? Loro, pagando, scelgono anche i contenuti di quelle pagine, non fidandosi dei giornalisti che sanno essere corruttibili.
 Non basta, scende in campo anche Paolo Fallai per cantare, prima ancora che  la guerra finisca - visto che non è neppure cominciata - la vittoria dell'armata Fuortes che finalmente mette fine al 'Passato da cartapesta' delle stagioni a Caracalla, attraverso la creazione di un 'festival', dal quale sono banditi elefanti e cammelli, mentre fa salire sul palco proiezioni e finte scenografie proiettate sulle monumentali rovine.
 Sostiene lo storico Fallai che a quelle terme l'inventore della stagione estiva ha recato oltraggio, oltraggio 'popolare'. E chi  ne sarebbe stato l'inventore responsabile dell'oltraggio? Il Duce, il quale si inventò la lirica 'popolare' offerta in pasto ad una sterminata platea che faceva concorrenza all'Arena di Verona. Il Duce, secondo lo storico del costume in forza al Corriere, alla fine degli anni Trenta del secolo scorso, avrebbe dovuto avere una sensibilità che forse non hanno ancora del tutto oggi i fautori di un nuovo modo di intendere la conservazione ed il riuso dei nostri beni architettonici. Fallai dimentica di citare, ad onor del Duce - senza che questo corregga di una virgola il giudizio negativissimo sulla sua linea politica - che fu lui a creare anche la Biennale e il Festival del Maggio Musicale Fiorentino. Insomma, benché biasimevole dittatore e  razzista, ebbe la sensibilità e chiaroveggenza di dar vita ad imprese di cultura che ancora oggi risplendono. Ci faccia Fallai, che pretenderebbe tanta sensibilità moderna dal Duce, un solo nome di politico o governante 'democratico' di un paese che sulla cultura dovrebbe fondare buona parte della sua azione politica, degli ultimi cinquant'anni, al quale legare l'avvio di una impresa culturale di tale spessore. Per quanto Fallai conosca bene la storia del nostro recente passato faticherebbe a trovarne anche uno solo.
 Ed allora perché prendersela con il Regime, anche quando fece qualcosa di non riprovevole, passi se lo abbia fatto per coprire o farsi perdonare le  sue malefatte?
Per tornare infine ai nostri giorni, perché Fallai od altri suoi colleghi, meno titolati di lui, fanno tutto questo credito a Fuortes, prima ancora che si vedano i frutti della sua azione? Solo perché arriva all'Opera, carico di gloria, dalla sua direzione di Musica per Roma, il cui modello - pur esso lodato, a comando (pagamento) da Fallai -  Fuortes importa e riproduce nel teatro della Capitale?  O perché ha risanato i conti, come scrive Fallai? Ad oggi quei conti risultano diciamo risanati solo perché Fuortes ha preso soldi dal fondo speciale salva teatri, ne ha presi quanti gliene servivano per tappare i buchi di bilancio. E l'ignobile passato - a detta di Fallai - della storia delle terme in musica sarebbe cancellato dall'avvio di un 'Festival' di Caracalla? No, perché un festival è stato già proposto un paio di anni fa, senza considerevoli risultati artistici ed economici, contribuendo a creare quel buco di bilancio che sappiamo, dalla precedente gestione dell'Opera, quella con Muti, De Martino ed Alessio Vlad che si vantavano di aver creato un festival  che avrebbe dato una  mano di vernice 'chic' alla facciata popolare di Caracalla.

venerdì 22 maggio 2015

'Cambia musica cambia volto', lo slogan innovativo che dovrebbe eleggere sindaco Giorgio Battistelli

Giorgio Battistelli insiste con la sua candidatura a sindaco di Albano Laziale, suo borgo natio,   mettendosi contro il sindaco uscente PD, Marini, perchè - così ha dichiarato-  intende impegnarsi in città con un nuovo modo di intendere la cultura che va dalla cultura in sè, al traffico, ai rifiuti, ad un diverso concetto di convivenza civile.
Battistelli proclama il suo impegno civile, perchè sa benissimo che non sarà eletto. La sola idea di dover fare il sindaco, che vuol dire lavorare ogni giorno per dare ad una cittadina alle porte di Roma un volto più umano, socialmente più ricco e progredito, gli fa venire i brividi e, di notte,  popola i suoi sonni di incubi, dai quali neppure lo psicanalista più accorto sa  liberarlo.
 Ma ve lo immaginate un signore sessantenne, che ha preso tutto il potere che ha potuto, in campo musicale, meritandoselo in parte ( dall'Accademia di Santa Cecilia, dove nella tenzone con dall'Ongaro è uscito sconfitto; al Teatro dell'Opera, dove gli è stata concessa la direzione artistica ma   con annessa badante, Alessio Vlad, altro campione di medaglie tutte meritate; all 'Orchestra della Toscana a Firenze, alla Società di concerti Barattelli dell'Aquila) voglia rinunciare a tutto questo,  compresa la composizione musicale, l'unico campo che finora gli riesce - essendo tutti gli altri semplici esibizioni di muscoli in funzione del potere - per chiudersi negli uffici di un paesino, per quanto ridente,  ma della periferia romana, del quale mai una parola si legge neppure sulle pagine dei giornaletti locali?
Albano Laziale meriterebbe certo un sindaco  tutto per sè, ma certamente questi non è e non sarà Battistelli; ed è per questo che il candidato sindaco 'chenonsarà' spara a zero su tutto e tutti e lancia programmi che affiderà agli altri,  sapendo di potersi tincerare, all'indomani dello scrutinio'  dietro il predvedibile: 'non mi hanno votato, pazienza, io mi sarei impegnato'.
 Ma chi può credergli? Neanche il diretto interessato ci crede.

mercoledì 22 ottobre 2014

Il Consiglio di amministrazione getta ora la croce sulle spalle dei musicisti?

"Nella riunione odierna, il Consiglio di amministrazione della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma ha ampiamente discusso e valutato le decisioni assunte lo scorso 2 ottobre, quando ha deciso di avviare la procedura di esternalizzazione di coro e orchestra. Una scelta che si inserisce all’interno di una strategia aziendale complessiva che,  negli ultimi 11 mesi, si è concretizzata nel lavoro di risanamento e rilancio della produzione del Teatro dell’Opera di Roma. L’impegno profuso ha trovato un concreto riconoscimento da parte del Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, che ha accolto la richiesta del Cda della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma di poter accedere alla cosiddetta Legge Bray, per le fondazioni liriche in difficoltà economiche con un finanziamento di 25 milioni di euro. Oggi però, a 15 giorni di distanza dall’inizio della procedura prevista dalla legge 223 del 1991, le rappresentanze sindacali non hanno presentato alcuna proposta, alternativa a quella assunta dal Cda della Fondazione, che punti a superare i problemi economici, organizzativi e di produttività, alla base della deliberazione. Il Consiglio di amministrazione conferma la sua disponibilità a valutare, con la massima apertura e interesse, eventuali proposte dei sindacati dei lavoratori prima dello scadere dei 75 giorni previsti dalla legge. Tutto ciò a fronte dell’impegno e dell’attenzione del Cda e dell’amministrazione capitolina nei confronti del Teatro dell’Opera di Roma e di tutti i lavoratori, confermati dal consistente investimento economico, pari a 45 milioni e 750 mila euro, contenuto nel Piano triennale di rientro dal debito di Roma Capitale (2014-2016), a cui si aggiungeranno per lo stesso periodo sia i finanziamenti statali che regionali.  Il prossimo Cda è fissato per il 24 novembre, al termine della fase sindacale di 45 giorni prevista dalla legge 223 del 1991".
Così l'agenzia parlamentare riferisce della riunione di oggi: I musicisti non hanno presentato nessuna proposta per superare i problemi economici, organizzativi e produttivi che hanno portato a quella sciagurata decisione del licenziamento. In pratica si dice, senza far fare a Fuortes la figuraccia che si merita ( e che si meritano anche Marino e Franceschini) che se ci fate proposte capaci di risolvere tutti i problemi sul tappeto, entro  i prossimi 45 giorni, siamo pronti ad ascoltarle e a prenderle in  considerazione, per arrivare ad una soluzione non traumatica. Insomma alla ricomposizione della frattura. E' chiaro che a quel punto comunque Fuortes deve andarsene.

lunedì 20 ottobre 2014

Alla zarina non si può dire di no. Cecilia Bartoli sull'Opera di Roma

In candida pelliccia e colbacco pur esso bianchissimo come la neve, la zarina Cecilia Bartoli ha mandato un nuovo messaggio all'Italia. Alla zarina non si può non prestare ascolto. L'ha ripresa perché ha lascio fuggire uno come Muti; e riprende ora Roma in particolare - complice nell'allontanamento di Muti, ma diciamo anche poco chiara nel suo sbarco all'Opera, sul cui incarico ' direttore onorario a vita' durato appena tre anni, tante volte abbiamo ironizzato - per  la faccenda del licenziamento di Coro e Orchestra del Teatro della Capitale, sua città natale. La zarina Cecilia dice che  è inconcepibile che un teatro come l'Opera di Roma, che oltre ad essere il Teatro della Capitale è di suo un teatro con una lunga e gloriosa storia - specie in passato, precisiamo noi! -  non abbia un'orchestra stabile come l'hanno anche i teatrini di province sperdute d'Europa. E poi aggiunge una riflessione: che faranno tutti quegli amministrativi in pianta stabile nel teatro ( inzeppati da tutti i politici che hanno avuto responsabilità e potere nella capitale e, di conseguenza, anche nel Teatro dell'Opera) e neppure toccati da una ipotesi di licenziamento, se non hanno più personale da amministrare? Perché è chiaro che tolti i quasi 200 dipendenti di coro e orchestra e tolti un centinaio forse di tecnici, più o meno,  i duecento e passa  impiegati restanti che faranno d'ora in avanti? Gli smistatori del traffico di orchestre e cori esterni che renderanno la vita dell'Opera una vera tragedia e ne abbasseranno anche le quotazioni artistiche?
 Infine,  dichiara che la direzione artistica ( lei voleva dire la sovrintendenza, ovvero la guida del teatro) non può più essere nelle mani di politici, e noi precisiamo: incapaci e incompetenti.
Brava la Cecilia. Però la smetta con quelle maschere, una per ogni disco,  prima la pretessa, poi la maria ( Malibran) ed ora la zarina.
 A proposito del disco, infine. Ne abbiamo ascoltato qualche brevissimo frammento alla radio. Possiamo dire ciò che pensiamo senza che i suoi numerosi  fans - sempre così tanti? - si offendano? Beh, la zarina Cecilia ci piace di più quando canta un brano ricco di pathos, piuttosto che con capriole, perchè non appena comincia a fare quelle, cioè le capriole, è stucchevole e sembra addirittura l'imitazione scialba di se stessa quando era una vera acrobata, che ora non è  più a quelle altezze. Ci perdoni, la zarina.

mercoledì 30 luglio 2014

Per fortuna che c'è Marino sindaco

Contrordine , il clima  di guerra all'interno dei teatri romani non s'è  dissolto, come ci avevano fatto intendere alcuni fatti dei giorni scorsi. Affatto. All'Opera i sindacati degli scioperanti, sia quelli che alla fine hanno firmato che quelli irriducibili - letteralmente 'una pulce' che  vuol farsi sentire dalla maggioranza - hanno semplicemente  rimandato la ripresa delle ostilità, a dopo che il piano industriale sarà approvato ( ?) e a settembre quando con Marino e Fuortes verrà discussa la pianta organica del teatro. Ora regna una pace finta e surreale, con la promessa (minaccia) che i fucili hanno sempre i colpi in canna. E loro se non soddisfatti daranno fuoco alle armi. Alla ripresa autunnale. In vacanza ci vanno tutti, scioperanti compresi.
 Il ruolo di Marino nella soluzione di questa crisi è stato fondamentale, come abbiamo capito dai ringraziamenti che ha rivolto al consiglio di amministrazione che in questi giorni drammatici si è espresso più d'una volta con posizione decisa e passione, per la soluzione del caso. Ed anche quando ha annunciato che 'dall'autunno il melodramma sarà diffuso nelle periferie', da considerarsi a tutti gli effetti l'annuncio del secolo, anche se non abbiamo capito cosa volesse dire e che necessità avrebbero le periferie della diffusione nei loro territori del melodramma.
 Ma dove il ruolo di Marino è stato decisivo su tutta la linea è nella  storia del Teatro Valle, una sorta di porto franco dell'arte, pagata dagli altri, esterni. Occupato ormai da tre anni, in totale anarchia, nonostante la bontà dei progetti, con le spese di gestione che se li accolla il Comune, prima l'interventista Alemanno che però si è rannicchiato sotto la  sua scrivania al Campidoglio ed ha gridato a chi lo cercava: ' qui comando io e sto dove mi pare; al Valle no, non ci vado, mi menano!', e poi Marino che da mesi promette una soluzione senza che questa  arrivi mai, perchè anche quella di oggi, e cioè  che entro domani il Valle deve essere liberato per lavori urgenti (o per sfrattare gli occupanti?), nonostante la mediazione degli amici Marinelli-Sinibaldi-Calbi, è stata respinta: "noi di qui non ce ne andremo, se vogliono facciano venire la polizia a prenderci, ci dovranno portar via dal palcoscenico". Dunque anche qui Marino ha fatto cilecca. Non gliene va bene una, perchè anche nel caso del Teatro Eliseo ( terzo caso non risolto, ma rimandato a settembre) chi ci è andato è stato Franceschini ed anche la Marinelli, Marino no.
 Finalmente, invece, una buona notizia per Marino, che viene dal matrimonio di Franceschini con la Di Biase, presidente della commissione cultura del Campidoglio. Il ministero, ha detto Franceschini, entrerà nel Festival del Cinema di Roma, purchè resti una festa popolare  e presti attenzione alle periferie'. Daje, ma quella delle periferie è una fissa! E solo su questa fissa ministro e sindaco, mediati dalla Di Biase, si trovano d'accordo.  Inneggiamo ad un matrimonio fra persone per il bene del paese.

giovedì 17 luglio 2014

Il sindaco Marino potrebbe essersi bevuto il cervello. Senza accorgersene

Non vogliamo offenderla, sindaco Marino. Lei non si impressioni per la colorita espressione, che non deve prendere alla lettera, perchè ridurre allo stato liquido un cervello non è cosa facile, e poi chissà quale schifoso sapore abbia. Comunque Marino non si è sottoposto a tale martirio, nè dovrà farlo. Semplicemente quell'espressione a Roma significa che Marino  qualche volta dice o fa cose per le quali uno dubita l'ex chirurgo sia  in possesso di tutte le capacità mentali, come nella sua intenzione di accorpare le varie istituzioni culturali romane, al fine di risparmiare uomini, mezzi ed anche competenze e, sicuramente, perfino risultati. E non intende istituzioni/doppioni, no, lui vuole accorpare  tutto l'accorpabile.
 Ieri, nella prima intervista al Messaggero del suo nuovo/vecchio assessore alla cultura, Giovanna Marinelli, ex di Veltroni, Borgna, Bettini, Rita Sala le domandava di quell'insano progetto che secondo il sindaco  dovrebbe accorpare Teatro dell'Opera di Roma Capitale - il nome va sempre detto per intero, dopo tutta la fatica che hanno fatto per averlo. Che pagliacciata! - e l'Accademia di Santa Cecilia. Le due orchestre si fonderebbero - allo stesso modo in cui, nell'ospedale americano in cui lavorava Marino,  fusero i reparti di neurologia  ed urologia - farebbero indistintamente repertorio sinfonico e operistico - uno dei due direttori 'stabili' o 'principali' o che dir si voglia, perfino 'onorario a vita' - potrebbe essere  messo in mobilità, affidando tutta l'attività ad uno dei due; si taglierebbe il numero degli impiegati , i tecnici e le direzioni artistiche - in taluni casi molto popolate - e tante altre cose. Nell'ospedale in cui lavorava Marino, dopo quell'accorpamento, alcuni neurochirurghi effettuarono interventi di prostata e urologi operarono ai canali cerebrali, pare con successo in ambedue i casi. E la cosa non deve meravigliare se è vero che, come si dice in tutto il mondo e non solo a Roma, vi sono in circolazione molte 'teste di c...'.
Chissà, dice Marino, che non possa accadere anche nella musica, a Roma, dove si potrebbe liberare  tutto lo spazio che oggi l'Accademia di Santa Cecilia occupa all'Auditorium, restituendolo a Musica per Roma che lo vorrebbe per ampliare ancora la propria attività.
La Marinelli, che 'non sta completamente fuori'- altra espressione colorita ma efficace  in uso a Roma - si è permessa, timidamente, qualche dubbio sulla fattibilità di tale progetto; ma il sindaco ci crede fermamente e se nessuno gli farà risputare tutto il cervello che s'è bevuto, nel frattempo, allora forse vedrà aprirsi un altro fronte di protesta durissimo certamente, ma  agitato da persone - musicisti- che il sindaco Marino liquiderebbe come persone 'fuori di testa'.Questi artisti!
Un'ultima annotazione a margine dell'intervista della Marinelli. Bisogna riportare l'Estate romana alla sua caratteristica 'popolare', ora è troppo 'elitaria'. Di quale estate  l'Assessore parla?

domenica 17 novembre 2013

E sarà un successo

Quando sento o leggo espressioni di tale tenore un brivido percorre il mio corpo e la mia mente, perchè temo per la salute mentale di chi simili panzane va dicendo o scrivendo, anticipando gli eventi.. L'ultima volta l'ho letta oggi, sul  Messagero, a firma L.D.L. ( Laus Deo Laus?) - che non so chi sia - altrimenti avvertirei di corsa il suo medico curante perchè lo tenga d'occhio. Perchè tanta premura - vi domanderete - per uno sconosciuto? Perchè so come vanno queste cose. L.D.L. parlava della presentazione dell'Ernani di Giuseppe Verdi che Muti farà domani pomeriggio al Teatro dell'Opera, in attesa della prima fissata al 27 novembre , se ricordiamo bene. La platea del teatro dovrebbe accogliere 1500, ma molti di più saranno gli aspiranti a quei posti e dunque parecchi di loro resteranno fuori., scrive L.D.L. SE domani pomeriggio arrivassero all'Opera di Roma non 1500 ma 2000 interessati alla presentazione dell'opera, giovani soprattutto, noi saremmo i primi ad essere felici. Perchè intendiamoci, non siamo contenti che simili iniziative  non abbiamo successo. Temiamo solo che i disorganizzati organizzatori del teatro non riescano a far capire l'importanza di un simile incontro con il noto direttore  Riccardo Muti. Perchè tanta sfiducia? Perchè ragioniamo avendo ancora presente  la desolante scena alla quale assistemmo, giusto due anni fa, nell'Aula magna della Sapienza, quando Muti - da gran parlatore - spiegò al pubblico Attila di Giuseppe Verdi, in procinto di dirigerla in teatro. L'Aula magna della Sapienza era piena- anzi vuota- per metà; e gran parte degli occupanti si vide, poco dopo l'inizio dell'incontro, che apparteneva a quella schiera di studenti 'deportata'  in simili occasioni, senza grande convinzione, e che guadagnò appena possibile l'uscita, dopo ininterrotto chiacchiericcio. Lo stesso Muti ebbe a meravigliarsi, considerando che incontri analoghi fatti all'università di Milano  avevano avuto  la sala piena. E allora? Nasce da qui il nostro timore, e cioè che anche domani neanche 1500 ascoltatori abbiano a reperirsi per ascoltare Muti, in una città che supera i 4 milioni di abitanti e che di università ne ha almeno quattro o cinque.
Sui giornali analogo tono trionfante negli annunci della prossima stagione, quando si legge che al teatro romano si dà la 'grande' opera, dove basterebbe soltanto che si scrivesse che si dà l'opera- che è grande di per se stessa. perchè se si ha a scrivere la 'grande'opera, vuol dire che dell'opera si ha   bassa considerazione. Accade ogni volta che incautamente si usa quell'aggettivo: la RAI dice 'la grande musica' e per la RAI la grande musica è mettiamo 'Renzo Arbore' o chiunque altro, mai che sia  la musica quella grande veramente che non necessita dello spreco di aggettivi. Quando si legge la 'grande orchestra' state certi che si tratta di un'orchestra rimediata, magari numericamente consistente; quando si dice  noi siamo il nuovo 'grande partito' per la 'grande Italia',  il riferimento è alle recenti dichiarazioni di Alfano che certamente non rappresenta un grande partito e non lavora per la grande Italia, visti i risultati degli ultimi tempi, occorre diffidare.
 Lasciamo stare, perciò, gli aggettivi e lavoriamo perchè sia veramente  un successo, alla prova dei fatti. Prima meglio tacere, tanto quella banalissima frase non porta pubblico. Che, invece, arriva, come nel caso delle lezioni tenute da Pappano all'Auditorium nella sala Santa Cecilia, la domenica mattina,  con almeno 7-800 posti occupati, con biglietto, e non gratuitamente come all'Opera. Vuol dire allora che Pappano richiama più di Muti. Certamente no. Forse che l'Auditorium ha più appeal del Teatro dell'Opera? Forse sì. Ma vuol dire, soprattutto, che  Santa Cecilia ci sa fare  più dell'Opera.
P.S. Forse L.D.L. è una sigla che non cela persona alcuna. Lo deduciamo dal fatto che assai spesso leggiamo comunicati inviatici da varie istituzioni musicali  che poi vediamo pubblicati quasi integralmente con quella sigla sul giornale. Dunque L.D.L. è nessuno e centomila.