venerdì 21 agosto 2026

Amatrice. Dieci anni dopo il terremoto, Amatrice è ancora un grande cantiere

 

Gru e recinzioni, fondamenta e impalcature, edifici crollati e spazi rimasti vuoti. La Torre civica continua a dominare il centro storico che il terremoto del 24 agosto 2016 ha spazzato via. A dieci anni dal sisma, Amatrice è ancora un enorme cantiere. La differenza rispetto agli anni nei quali la ricostruzione sembrava immobile si vede. Ma si vede anche quanto resta da fare. I dati ufficiali aggiornati al 28 maggio 2026 indicano, nel solo centro storico, 69 interventi previsti tra aggregati ed edifici singoli e 20 cantieri già avviati. Dei 4.333 edifici censiti come danneggiati, 1.628 sono stati recuperati; circa il 72% è entrato, a livelli diversi, nel percorso della ricostruzione. Il sindaco in carica di Amatrice, Giorgio Cortellesi cammina in un luogo che per lui non è soltanto un cantiere. Indica un edificio destinato alla demolizione: dove quella notte, dormivano i suoi figli. «Non ho pensato a nient'altro per quei minuti in cui ho percorso il corso al buio, con la luce del telefonino, da solo, senza vedere niente», racconta. Poi la polvere, le case venute giù, le grida da sotto le macerie. Dieci anni dopo, proprio lungo quel corso, il rumore è quello dei mezzi da lavoro. Il sindaco riconosce il cambiamento, ma non nasconde il peso del ritardo: «Troppi anni sono passati invano e quindi dobbiamo cercare di recuperare il tempo perso». Nonostante questo, si dice fiducioso: «I cantieri pubblici sono quasi tutti appaltati, siamo quasi al 100%». Sergio Pirozzi, che era sindaco quando la terra tremò, misura invece il tempo trascorso attraverso le promesse che si sono succedute. «Un ospedale pronto nel 2024, poi nel 2025, poi nel 2026», ricorda. E descrive due modi opposti di guardare alle gru che oggi riempiono il paese: c'è chi vede finalmente la partenza della ricostruzione e chi, dopo dieci anni di attesa, non riesce più a credere che arriverà alla fine. «La cosa brutta è che c'è rassegnazione», dice. «Forse ci sono stati troppi proclami». È la frattura più difficile da fotografare. «Questo è stato un lutto di un'intera comunità», dice Pirozzi. «E l'elaborazione di questo lutto ancora non è stata completata». Basta allontanarsi di poco dai cantieri per capire perché. Mario Sanna racconta di suo figlio, morto a 22 anni. Quella sera era rientrato prima del solito, intorno alle undici aveva salutato i genitori dicendo che si sarebbero visti il giorno dopo. Alle 3.36 la casa crollò proprio sulla stanza nella quale dormiva. Oggi suo padre è arrivato al quarto sciopero della fame. Chiede un intervento dello Stato per i familiari delle vittime delle calamità, richiamando le misure previste dopo i terremoti del Friuli e dell'Irpinia oppure, in alternativa, la creazione di un fondo nazionale. Non parla di un prezzo da assegnare a quello che è successo. «Non basterebbero i soldi di questo mondo per risarcire ciò che abbiamo perso», dice. Per Sanna il contributo avrebbe un altro significato: rappresenterebbe il segnale concreto della presenza dello Stato accanto a chi, insieme alla casa, ha perso una parte della propria famiglia. Il 24 agosto torneranno le autorità. Torneranno le corone, le cerimonie, il ricordo dei 237 morti di Amatrice, delle 51 vittime di Arquata del Tronto e delle 11 di Accumoli. Dieci anni esatti dalla scossa delle 3.36 che fece 299 vittime. Sanna aspetta soprattutto altro. «Io mi auguro che qualcuno abbia la voglia di ascoltarci per le cose che abbiamo da chiedere». Perché ad Amatrice la ricostruzione più difficile non è riportare le case dove erano. È fare in modo che, quando saranno pronte, ci sia ancora una comunità disposta a riaprirne le porte. (Servizio di Diana Romersi e Alessio Viscardi - Agtw)

Nessun commento:

Posta un commento