Scattano i primi arresti in Russia dopo il crescente malcontento dei cittadini riguardo la carenza di carburante nei distributori di benzina del Paese. In almeno 12 regioni ogni giorno si registrano code chilometriche che paralizzano il traffico, con gli automobilisti costretti ad attendere fino a 30 ore prima di fare un pieno. In seguito agli attacchi dei droni ucraini presso le raffinerie russe, il governo di Mosca si è visto costretto a reintrodurre i limiti di acquisto per il carburante, fissando un tetto massimo tra i 50 e i 60 litri per veicolo.
Una situazione che ha spinto la popolazione russa oltre il limite di sopportazione, con filmati che mostrano risse tra automobilisti per aggiudicarsi il carburante. A Volgograd, la polizia ha fermato cinque residenti dopo che questi avevano filmato un video indirizzato ad Alexander Bastrykin, capo del Comitato investigativo russo, chiedendogli spiegazioni sul perché i funzionari locali utilizzassero carte carburante prioritarie mentre le pompe di benzina pubbliche erano a secco. Le autorità hanno definito il video un “assembramento pubblico non autorizzato” e hanno inflitto delle multe.
Gli arresti
Alexei Sevastyanov, un avvocato condannato a cinque giorni di detenzione per presunta resistenza a pubblico ufficiale, ha criticato la repressione del Cremlino. Tattiche intimidatorie simili sono state utilizzate in altre regioni. A Perm, un residente è stato multato per 10.000 rubli per aver pianificato una protesta in un canale Telegram con 44 iscritti.
Katia Glod, vicedirettrice per la politica estera presso il New Eurasia Strategies Centre (NEST), ha affermato che il Paese sta attraversando una vera e propria crisi. «Non c'è benzina in 80 regioni del Paese ed è stato dichiarato lo stato di emergenza in Crimea e in alcune zone degli Urali. Le mosse drastiche di Putin indicano quanto sia grave la situazione. La Russia ora importa carburante dall'Azerbaigian, chiede di poter utilizzare le raffinerie del Kazakistan, le forze di polizia vengono inviate a sorvegliare le stazioni di rifornimento: la crisi è seria».
Dall'inizio di agosto, i droni ucraini hanno messo fuori uso quasi un terzo delle principali raffinerie petrolifere del Paese. I recenti attacchi hanno incendiato un impianto di lavorazione a Bashkortostan, mentre un altro attacco ha costretto la chiusura di una grande raffineria a Orsk.
La crisi petrolifera in Russia
In seguito agli attachi ucraini si è registrato un crollo nella produzione petrolifera nazionale, che ha raggiunto i minimi storici degli ultimi decenni. A luglio, la Russia ha lavorato solo 3,6 milioni di barili di greggio al giorno, un terzo in meno rispetto alla media stagionale. Si tratta del livello più basso registrato da maggio 2000.
«Putin non ha ancora ammesso che ci sia una crisi. Continua a minimizzarla, attribuendola a strozzature nelle catene di approvvigionamento e a una parte della più ampia guerra dell'Occidente contro la Russia, invece di gestirla efficacemente», racconta a The Independent la vicedirettrice Katia Glod. «Il regime non è disposto a scendere a compromessi, né ad affrontare la crisi del carburante in modo umano: la risposta sarà molto probabilmente un aumento degli arresti e una maggiore repressione, cose che la Russia ha sicuramente la capacità di fare», ha concluso Glod.
Per scongiurare un collasso totale, negli ultimi mesi il governo ha fatto ricorso a misure tampone, come nel caso dell'estensione dei divieti di esportazione, dell'importazione di scorte di benzina dall'India riducendo al contempo gli standard di produzione nazionali e permettendo l'utilizzo del carburante Euro-2, vietato dal 2013.
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