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mercoledì 11 aprile 2018

Opera di Firenze,Torino e Roma.Chi di regia ferisce, di regia perisce. Talvolta

C'era chi gongolava di gioia, all'Opera di Firenze, per il chiasso mediatico suscitato, nel corso delle recite di quella stupida Carmen fiorentina che  aveva cambiato le carte in tavola sulla fine dei due protagonisti, prima che calasse il sipario. E chi magari,  in altri teatri del paese, senza farlo vedere apertamente, invidiava quel successo costruito sull'idiozia.

A Firenze aveva fatto eco Torino che, dopo quasi un secolo dal suo esordio saligero,   da quando Turandot di Puccini viene fatta con un finale, quale che sia,  l'ha voluta proporre  così come  fu lasciata  'incompiuta' dal musicista morto prematuramente di cancro. Che trovata. Per giunta neppure originale, perchè l'aveva adottata Toscanini, ma solo alla prima scaligera, e in ricordo del musicista. Dopo un secolo di diversa tradizione, ormai consolidata ed accettata, che senso aveva riproporla incompiuta, se non quello di  distinguersi dal mondo operistico 'normale'?

 Di incompiute l'arte, non solo quella musicale, è piena. Ma mentre tante incompiute, nel  caso ad esempio dell'architettura ( Duomo di Siena) o della scultura ( Pietà 'Rondanini'), restano tali e possono continuare ad esistere così come lasciate dai loro  autori; nel caso della musica, si è  quasi sempre ricorsi a completamenti effettuati da persone diverse dagli autori, da Puccini appunto, a Mozart ecc...

Nel caso di Mozart, ad esempio, se il suo fedele allievo  o chi per lui, non avesse completato il Requiem - con soluzione originale, bisogna ammetterlo - oggi non avremmo potuto ascoltarlo.

Discorso differente merita la regia, sulla quale  qualche teatro pensa di basare la sua fortuna, primo fra tutti l'Opera di Roma, dove  il sovrintendente Carlo Fuortes, è fermamente convinto che senza regie 'rivoluzionarie', 'moderne', 'd'avanguardia' chiamiamole  così,  l'opera, il nostro glorioso melodramma, sarebbe ormai defunto. Vagli a spiegare che il melodramma resiste, è tuttora vivo, per la musica, anche in presenza di libretti  dozzinali, storie bislacche e a dispetto di regie  'alla Fuortes'.

 Il quale, ogni anno, annunciando la stagione d'opera, a seguito di tale sua convinzione, si pavoneggia citando l'elenco dei registi che, distogliendoli dal cinema o dal teatro,  è riuscito a coinvolgere in spettacoli d'opera.

 Lo ha fatto anche  con Pippo Delbono del quale ha presentato una nuova regia per Pagliacci di Leoncavallo; ma solo quella, del dittico che comprendeva anche Cavalleria di Mascagni, che Delbono aveva già realizzato al San Carlo di Napoli e che Roma, in questo caso,  ha semplicemente importato.

Ora Pagliacci, come anche Cavalleria sono da sempre ritenuti da tutti capolavori sommi, forse gli unici veri capolavori dei rispettivi autori. Sia per la musica che per la loro trascinante idea  ed architettura drammaturgica. Nel caso di Pagliacci, Leonvacallo aveva anche previsto un prologo. Ma come non bastasse il prologo originale, Pippo Delbono ha voluto confezionarne un altro, in varie parti, disseminato nel corso della rappresentazione, risultata sbrindellata, affidandolo a se stesso. Fischiatissimo ogni volta che appariva.

Il pubblico non ha gradito, come invece sembrano aver gradito alcuni - pochissimi - critici, fra quelli che non dicono  mai ciò che pensano, pen mancanza di coraggio, o non possono dirlo per interessi  anche materiali intrecciati alle gestioni dei vari teatri.  Ed anche per il timore  di venir cacciati dai teatri, come è spesso capitato ed è capitato anche a noi. E, comunque, tutti non hanno potuto nascondere il dissenso evidente, e rumoroso assai, del teatro. Che ha continuato anche nelle recite successive alla prima.

 Ciò che invece Fuortes non ha ottenuto, come  sicuramente  sperava,  è il rilievo che la regia avrebbe procurato agli spettacoli del suo teatro, sui grandi giornali; i quali hanno letteralmente IGNORATO il  dittico all'Opera di Roma.

 Chi di regia ferisce...

lunedì 19 febbraio 2018

Il Fatto Quotidiano affetto da 'sonnambulismo' sull'Opera di Roma

Quando si va a mettere il naso negli affari degli altri occorre essere ben  svegli, non affetti da   sonnambulismi e lontani da dormiveglia che possono creare brutti scherzi. Occorre, insomma, tenere gli occhi aperti e  guardare alle cose con grande attenzione. Come non  è accaduto al Fatto Quotidiano che, al pari di ciò che ha fatto con MEB,  spesso  va a mettere il naso negli affari dell'Opera di Roma, ma non sempre  con la necessaria attenzione e precisione che il caso richiede.

 Ieri, a firma Alessia Grossi, è apparso sul Fatto Quotidiano un articolo sulla Sonnambula  di Bellini - diretta dalla Scappucci  'astro della attuale scena direttoriale internazionale', hanno detto in tv , dove fanno presto a spararle così grosse, solo perchè è donna, quando parlano di una grande star!  - che da domani va in scena all'Opera di Roma, con la regia di Giorgio Barberio Corsetti, regista di fama  e di genio.

Il Fatto incorre in parecchie inesattezze, mentre fa bene a  dire a Carlo Fuortes che guida l'Opera di Roma dal 2013 (prima commissario e poi sovrintendente) che se un'opera non viene presentata in una nuova produzione deve  dire che si tratta di una ripresa e non, come scrive sul sito nella lingua inglese:  'New production'.
 E, infatti, si tratta di una ripresa che ha otto anni di vita e che ha già fatto il giro di alcuni teatri in Italia, dopo essere stata battezzata a San Gallo in Svizzera, nella stagione 2010-11, con la stessa equipe: regista, scenografo  e costumista, disegni animati, oltre che  con la medesima protagonista femminile: Jessica Pratt, la migliore  Adina, la sonnambula, dei nostri giorni.

 In Italia arrivò al Petruzzelli, proprio quando Fuortes era commissario, nel 2013, tale e quale a quella edizione di San Gallo: con Barberio Corsetti regista, Luigi Toccafondo autore di video e disegni animati, luci di Marco Giusti, scene e costumi di Cristian Taraborrelli.

Sul sito dell'Opera di Roma si legge che si tratta di una nuova produzione, coprodotta con il Teatro Petruzzelli di Bari ( da dove è stata importata) e il Massimo di Palermo che la programmerà prossimamente. Fra parentesi,  La Sonnambula del regista Barberio Corsetti con Toccafondo, dopo Bari e Roma andrà a Palermo, dove lavora un altro fedelissimo di Fuortes, Oscar Pizzo. Il Sovrintendente dell' Opera di Roma si comporta come un agente, nel senso che pur non avendo una agenzia di rappresentanza, è legato ad un gruppo di fedelissimi che si porta sempre appresso e che non molla mai. Per lui una sorta di coperta di Linus, protettiva. Quanto a fedeltà non ha pari. E del resto Barberio Corsetti, regista che certamente non ha bisogno di un aiutino da parte di Fuortes, lavorava a Musica per Roma fin dallo sbarco dell'attuale sovrintendente dell'Opera come Amministratore delegato.

 La stessa Sonnambula che si vedrà ed ascolterà da domani a Roma, è stata ripresa nella stagione passata anche al Teatro Verdi di Trieste, che però non figura nei finti coproduttori, come Bari e Palermo.  Se uno va a vedere in rete le immagini delle varie riprese della regia di Barberio Corsetti si convince che si tratta ovunque del medesimo spettacolo. Dunque non si tratta di una 'nuova produzione'. E perciò, come sottolinea il Fatto, Fuortes dice il falso.

Poi però Alessia Grossi dice alcune cose che non stanno nè in cielo nè in terra. E cioè che Fuortes spaccerebbe la 'sua' Sonnambula come nuova produzione per avere  contributi più sostanziosi dal Ministero.  Non stanno così le cose, perchè il Ministero incoraggia le coproduzioni e lo sfruttamento di allestimenti  già prodotti da altri, per risparmiare. Ma allora perchè Fuortes.... semplicemente perchè pensa che parlando di 'nuova' produzione, avrà più spettatori. Tale convinzione è frutto della sua idea di melodramma: se non lo si attualizza con la regia,  nessuno andrà a vederlo. E qui si sbaglia di grosso, perchè la Sonnambula di Bellini , come anche la Traviata di Verdi si va soprattutto e principalmente ad ASCOLTARLA, e perciò non sarà la regia di Barberio Corsetti o di chiunque altro a  decretare SUCCESSO E INSUCCESSO DI UN'OPERA, SE AMATA DAL PUBBLICO.

Quanto alla ripresa,  sarà utile ricordare come La Fenice, nella gestione Cristiano Chiarot, ha fondato il suo successo di pubblico anche sulla ripresa di alcuni titoli popolari e famosi più volte nel corso di una medesima stagione ed anche in diverse stagioni (lo ha fatto con Traviata , in un allestimento neppure tanto indovinato, da oltre dieci anni, con immutato successo).

Poi Il Fatto   riporta cifre non corrette sul costo degli allestimenti, quando scrive che solitamente per ogni titolo si spende dai 300.000 ai 400.000 Euro, per quelli meno costosi, fino ad arrivare a 1.500.000 Euro per quelli più spendaccioni, come - precisa - la Traviata di due stagioni fa, quella firmata da Sofia Coppola e Valentino.

La quale Traviata, che richiamò a Roma mezzo cinema internazionale - per l'amicizia con la Coppola e non principalmente per Traviata - e che, forse, dispiacque un pò a Fuortes che avrebbe desiderato da Sofia Coppola una regia più trasgressiva, o almeno  innovativa, costò la bella cifra di 1.800.000 Euro. Quanto neanche la Scala spende per l'opera inaugurale che, però, nella serata di sant'Ambrogio, incassa, ogni anno, all'incirca 2.000.000 di Euro ripagando ampiamente la spesa. Cosa che non è accaduto a Fuortes con la sua Traviata 'glamour ' che coprirà le spese sostenute per il debutto solo dopo le prime riprese al Costanzi e  l'affitto di Tokio che l'ha prenotata.

Questo occorreva ribadire a Fuortes, non il fatto che ha ripreso una Sonnambula già vista che gli costa poco ( e poi sono già quattro le 'nascite' di questa realizzazione. Il Fatto non sapeva di Trieste, la più recente). Mentre fa bene a sottolineare che nel 2013 Fuortes spacciava come 'nuovo allestimento' la Sonnambula importata da San Gallo che gli avrebbe fatto avere dal Ministero qualche soldo in più. Vero è che Franceschini e con lui Nastasi qualche soldo in più avrebbero comunque trovato il modo di darglielo, perchè Fuortes è ritenuto il risanatore per eccellenza - vero in tutto o  in parte, ma con qualche dubbio - tanto che negli ultimi anni gli hanno affidato contemporaneamente anche due Fondazioni liriche, come nel caso di Roma e Verona. Ma con quali risultati effettivi, specie per il debito da risanare attingendo alla cosiddetta 'Legge Bray', non è del tutto chiaro.

 A parte ogni nostra idea sull'operato di Fuortes e sulle sue gestioni troppo personali - come abbiamo tante volte segnalato - saremmo felici, numeri alla mano, ad ogni consuntivo, di riconoscergli una sana amministrazione. Che non può coincidere anche con la 'idiota' cura salvaopera, a Roma, della 'esternalizzazione' delle cosiddette masse artistiche, o , a Verona, con la 'chiusura' della Fondazione per un paio di mesi l'anno e lo 'scioglimento' del Corpo di ballo. Si tratta in ambedue i casi di ricette  salvavita proposte da un medico incapace ed incompetente, quale in questi due casi ( ma anche nel commissariamento del Petruzzelli di Bari) si è rivelato Fuortes. Il quale, forse, in questi anni è tenuto in palmo di mano dal Ministero, perchè ha cominciato, zitto zitto, a dar corso all'insano progetto di Nastasi e Franceschini che gradirebbero barbaramente ridurre drasticamente il  numero delle Fondazioni liriche, risparmiando quei soldi che poi dilapidano in tante altre maniere. Tutte meno nobili.

mercoledì 24 gennaio 2018

Arena di Verona. Aria nuova, musica nuova e facce nuove. Cecilia Gasdia mette a nuovo l'Arena

Franceschini ha firmato il decreto di nomina del soprano veronese, ora non più in attività, Cecilia Gasdia a sovrintendente dell a Fondazione Arena di Verona, dopo la cura somministrata al malato  (per debiti) 'arena' da Carlo Fuortes e Giuliano Polo che hanno sciolto il corpo di ballo e chiusa la Fondazione per un paio di mesi, subito dopo la conclusione del festival areniano. Francesca Tartarotti, infermiera espertissima al capezzale dell'Arena malata, resterà in servizio?

Cecilia Gasdia, cui il decreto di nomina del ministro, dà atto di " specifica e comprovata esperienza nel settore dell'organizzazione musicale" (iniziare con una  solenne bugia inserita nel decreto ministeriale  non promette bene!) ha grandi idee sull'Arena.

Intanto  alcune indiscrezioni. Innanzitutto la nascita di uno specifico settore che,  quanto a numero di spettacoli, rischia di eguagliare quelle dell'opera nell' anfiteatro. Si chiama questo settore: 'Extra Arena' ( ce n'è uno analogo anche alle Terme di Caracalla gestite da Fuortes) la direzione artistica la Gasdia la affiderà a Pupo e l'organizzazione a Gianfranco Mazzi, di ritorno dai successi sanremesi. Il programma, prima ancora che quello operistico venga definito nei dettagli, è già noto: Morandi, Dylan, Lenny Kravitz, Deep Purple, Jovanotti, Scorpions, Sam Smith, Nek, Renza, Pezzali, Elio e Le storie tese - questi ultimi, anche all'Arena si prenderanno beffa del pubblico, con il nuovo brano che debutterà a Sanremo: Arrivedorci, scritto per continuare a cantare in giro, chissà per quanto mesi ancora. L'addio è rimandato!

 Una volta precisato questo che è il calendario di artisti  dell'Arena,  Gasdia pensa anche alla ricostituzione del Corpo di ballo, così indispensabile in Arena, per i cui spettacoli, si doveva ricorrere ad uno in affitto.  Anche per la reintrodotta attività del ballo, la Gasdia ha pensato di affidare la direzione artistica ad un nome di grande prestigio, Heather Parisi.

Cecilia Gasdia, che  intanto fa risparmiare all'Arena il compenso di un direttore artistico - non crediamo che Renzo Giacchieri, consulente per la direzione artistica  sarà compensato  quanto un direttore artistico, -  con i soldi risparmiati, potrà disporre di un gruppetto di consulenti. Intanto per la 'produzione  e casting' si avvarrà di un altro nome celebre, il jazzista, diplomato in tromba, Raffaele Polcino (  a Fortunato Ortombina, diplomato in trombone, non è stata affidata prima la direzione artistica ed ora anche la sovrintendenze dell'altra fondazione lirica veneta, la Fenice? Si vede che è una moda della regione nordica quella degli 'ottoni' esperti di cantanti) che si è distinto  lavorando a 'Classica', ma che nel frattempo deve essersi fatta una cultura in fatto di voci - di cosa altro dovrà occuparsi  quale manager dei casting ?

Il nuovo CdI ( l'organo  di  gestione, meglio di 'indirizzo') dell'Arena si è già costituito e affiancherà la sovrintendente nella gestione. Non si ha notizia della fine che hanno fatto gli industriali dell'intimo, che ai tempi di Tosi e del geometra-sovrintendente, Girondini, contavano molto in Arena. Cecilia, che fine hanno fatto? Non vedremo più sfilare  in Arena  reggiseni e slip? Ci mancheranno!

venerdì 29 dicembre 2017

Catello De Martino è al Ravello Festival, dove lavora per l'Organizzazione e la realizzazione del progetto musicale

Non vi dice nulla il nome di Catello De Martino? Eppure qualcosa, anzi più di qualcosa, dovrebbe dire a tutti coloro che  a vario titolo si interessano e sono informati sulle cose musicali italiane.

Lui, per fortuna, non ha mai detto, come andava dicendo il famoso Cresci: 'farò grande questo teatro', riferendosi all'Opera di Roma, benché qualcosa di 'grosso' anche lui, come Cresci, l'ha fatto al Teatro dell'Opera di Roma, e cioè il buco di bilancio ed il dissesto economico, nonostante rassicurasse tutti, dal sindaco Alemanno, che lì lo aveva voluto, al direttore 'principale', poi 'onorario a vita', dell'epoca, Riccardo Muti.
 Nei giorni della disgrazia, quando dovette con la coda fra le gambe andar via dall'Opera di Roma, per far posto a Fuortes - artefice dei miracoli operistici del nostro paese, da Bari a Verona, a Roma - nessuno più diceva di conoscerlo, frequentarlo e di averne lodato la sana lungimirante amministrazione. Perfino Valerio Cappelli, attentissimo e durissimo cronista del Corriere della Sera che, onorato della compagnia, aveva raccontato di essere andato a  Vienna con lui al Concerto di Capodanno, per dispetto a Venezia, gli voltò le spalle.

 Da allora in molti si sono chiesti che fine abbia fatto, come vive, lui che era venuto via dall'Accademia di Santa Cecilia, e prima ancora  da una società petrolifera italiana, dove aveva debuttato professionalmente, uscito dalla nativa Salerno, di cui San Catello è protettore, per finire a far danni all'Opera di Roma.

Ora, a chi lo desideri possiamo dare sue notizie, reperite per caso, sul sito del Ravello Festival, quel ricchissimo ventre musicale nel quale si sono rifugiati, per ottenerne protezione e ricca alimentazione, tanti nel corso degli anni - il che ci fa anche capire come mai Stefano Valanzuolo, a lungo nell'organizzazione, si sia strappato i capelli, quando a seguito di cambi di gestione politica, senz'altra ragione che questa, lo hanno estromesso.

Catello De Martino  fra due giorni cesserà dall'incarico, a tempo, che gli è stato assegnato nel ventre accogliente del festival campano, e che è: l 'Organizzazione e realizzazione del progetto musicale', che l'ha tenuto occupato dal 15 maggio e fino al 31 di questo mese, con un compenso di 26.000 Euro. Ma forse lo confermeranno, perchè se non si è parlato di lui, è buon segno.
 A rileggere la specifica del suo incarico ci viene soltanto che da ridere e da pensare  come siamo messi male in Italia.

P.S. Al Ravello Festival, per non smentirsi, lavorano attualmente non uno ma tre direttori artistici. Alessio Vlad (musica), compenso oltre 60.000 Euro; Laura Valente (danza), compenso oltre 40.000 Euro; Mariapia De Vito (jazz), compenso intorno ai 40.000 Euro.

giovedì 14 dicembre 2017

Opera di Roma. Inaugurazione di stagione. Cronaca di una serata al Costanzi. Inaugurazione glamour, vintage o internazionale?

Martedì 12 , con La damnation de Faust di Hector Berlioz - direttore Daniele Gatti, regista Damiano Michieletto - si è inaugurata a Roma, la stagione dell'Opera alla presenza di...
Se, come un tempo, quando anche noi facevamo il resoconto delle serate inaugurali, scrivendo per 'Il Giornale', avessimo dovuto riferire dell'altra sera, ci saremmo dovuti arrampicare sugli specchi per trovare se non qualche nome, almeno qualche nomignolo da inserire nel parterre, che illustre non era, semmai pacchiano, e forse anche volgare... quello dei soliti noti del cosiddetto 'generone romano'.

L'altra sera, all'Opera di Roma c'erano un paio di ministri, una sottosegretaria che da tempo fa da 'prémière dame', mancando la 'first lady', per allergia dei coniugi Gentiloni alla musica, alla quale preferiscono le filosofie orientali  (e infatti si dice che, per compensarlo dell'anno in cui ha retto le sorti del paese, lo manderanno alla fine del mandato a far l'ambasciatore in India), e l'immancabile ministro Franceschini con consorte, aspirante parlamentare, senza l'aiutino del marito. E poi il Letta, cameriere di Sua Santità ma con le mani in pasta in ogni affare terreno, Baricco e Martone.

E c'era il sovrintendente Fuortes, che ha fatto da cavaliere alla scollatissima Maria Elena Boschi, fino all'ingresso in teatro,  come anche alla sindaca Raggi, per la prima volta col vestito della festa, e che si è vantato con tutti del regista Michieletto.

Una foto ci ha sorpresi e per poco non ci traeva in inganno, perché ci ha fatto venire in mente quella tuttora in rete, cliccatisima,  che ritrae Berlusconi al primo incontro con i coniugi Obama. Berlusconi, in quella foto, come un vecchio satiro, squadra Michelle Obama dalla testa ai piedi, per significarle con lo sguardo: quanto sei bbona!

Carlo Fuortes, quando ha visto Virginia Raggi, letteralmente irriconoscibile in quell'abito da sera che Mariotti , per la maison Gattinoni gli ha cucito, le ha rivolto lo stesso sguardo di Berlusconi a Michelle, ma solo per dirle, a gesti:  bella, ma come ti sei conciata? Non ti riconosco.
 Se non credete a noi, cercate quella foto. Fuortes è impettito come il cavaliere,  e lo sguardo è il medesimo; anche Fuortes la  scruta dalla testa ai piedi, anche se non con gli stessi appetiti del vecchio satiro.

I cronisti si sono sbizzarriti nel cercare la definizione esatta della serata inaugurale. Per alcuni, inaugurazione 'glamour' - come del resto avevano scritto della Traviata  di Coppola-Valentino ( e anche di Giuseppe Verdi) -  anche se  ora, oltre la Boschi, non c'era altro elemento glamour;  per altri, serata 'vintage', per via di quel vestito indossato dalla sindaca Raggi della maison Gattinoni,  e di quella mantella che era stata fatta per la grande Magnani; per altri, infine, quelli più attenti all'opera che si rappresentava che alle presenze in platea ( a proposito la Raggi ha scelto di sedere con i suoi cavalieri, Bergamo e Frongia, in platea, per evitare, nel Palco reale, l'ammucchiata di ministri e sottosegretari) serata 'internazionale' accogliendo  i desiderata del sovrintendente che,  nelle scelte registiche, vuole competere con i grandi teatri del mondo, senza mai domandarsi se  questa o quella realizzazione faccia a pugni con l'opera rappresentata, come  nel caso di Michieletto che ci ha fatto venire in mente quando aveva scritto la Aspesi a proposito della regia dello Chénier, rivoluzionaria, a suo dire, perchè  accanto alle sempre più frequenti trasgressioni, una regia tradizionale, come quella di Martone, è quanto di più rivoluzionario ci possa essere.

lunedì 27 novembre 2017

Pensiero contemporaneo sul melodramma

Si è aperta qualche giorno fa a Roma, a Palazzo Braschi, una mostra che espone alcuni tesori ( bozzetti e figurini) dell'Archivio storico dell'Opera di Roma come anche storici costumi rimasti nella memoria del pubblico  sia perchè legati a certi titoli famosi sia perchè indossati da star internzionali.

Negli stessi giorni in cui a Palazzo Barberini fa bella mostra di sè l'immenso  straordinario sipario di Picasso per Parade di Satie - Cocteau (che la Galleria di  Arte moderna si fece sfuggire a suo tempo per una cifra irrisoria!), un altro sipario è in mostra a Palazzo Braschi, quello dipinto da De Chirico per l'Otello di Rossini, brutto!

 Per presentare la mostra è stato interpellato in tv il sovrintendente dell'Opera, Carlo Fuortes, il quale richiesto di spiegare l'attualità del melodramma, ha filosofeggiato: "L'opera, nonostante appartenga al passato, è attuale perchè è il frutto della collaborazione, della partecipazione di più arti (allo spettacolo operistico), che  è una caratteristica dell'arte contemporanea".
Pensiero profondo nonostante cozzi con quanto pensava un altro pensatore,  ingiustamente sottovalutato, Federico Fellini - che se fosse ancora vivo sicuramente Fuortes avrebbe coinvolto in uno spettacolo d'opera - il quale, buonanima, sosteneva che l'opera gli riusciva "incomprensibile, perché era il frutto della partecipazione di molte arti, autonome ed autosufficienti, che starebbero meglio e stanno meglio anche da sole".

Passano gli anni, cambiano i gusti, e cambia anche il pensiero filosofico sul melodramma.
Sul quale si è pronunciato anche un altro pensatore, Stefano Valanzuolo, della 'scuola napoletana', sezione staccata di Ravello, dove per qualche tempo è stato assistente del cattedratico Mauro Meli che l'ha invitato nel 'suo' teatro isolano. Lo ha fatto a Cagliari, alla vigilia della prima italiana della Ciociara (da Moravia) di Marco Tutino. Chiamato a presentare al pubblico cagliaritano la novità di Tutino, commissionata dall'Opera di San Francisco e dal Teatro Regio di Torino ( a proposito chissà se ha anche spiegato perchè il Regio di Torino che l'aveva coprodotta non l'ha ospitata) ha delineato il profilo musicale del melodramma di oggi: la gradevolezza, alla quale s'è attenuto Tutino, mettendo fra parentesi un secolo abbondante di musica operistica  e di cambiamenti del linguaggio musicale. La musica come l'arte deve essere 'gradevole', e quella di Tutino lo è.  Il melodramma, dunque, sia gradevole per piacere.

venerdì 10 novembre 2017

Quale sorte per le Fondazioni liriche dalla nuova legge sullo spettacolo dal vivo?

  • Viene aggiornata la disciplina delle fondazioni lirico-sinfoniche, che godranno di un fondo specifico governato da nuovi criteri di erogazione dei contributi statali, parametrati in base alle risorse ricevute da privati, Regioni e Enti Locali e alle capacità gestionali dimostrate.
Sinteticamente, in attesa di leggere nel dettaglio la nuova disciplina generale, e per le Fondazioni liriche, in base a quali criteri verrà assegnata la ripartizione del  fondo 'speciale' FUS , dà intanto da pensare il criterio principale. Chi si saprà procurare fondi altrove, da altri enti oltre che dai privati, ed avrà dimostrato proprie capacità gestionali, sarà premiato anche dal FUS statale.

 Intanto la quota del FUS destinata alle Fondazioni liriche diventa un 'fondo specifico', finora valutato intorno al 50% circa del FUS, per la semplice ragione che le Fondazioni liriche, se si vogliono far esistere, devono necessariamente avere almeno orchestra e coro, oltre a tecnici ed impiegati, il che li pone in una situazione molto diversa da tutti gli altri enti finanziati dal FUS.  Inutile perciò prendersela con le 'Fondazioni liriche che si mangiano buona parte del FUS', anche perchè le idee balzane paventate da alcuni, anche dallo stesso ex direttore generale dello spettacolo, Nastasi - che, in un convegno non molto lontano, a Firenze, espose la sua idea pazza di trasformare le Fondazioni liriche in istituzioni non  più produttive  -  come anche dal geniale sovrintendente attuale dell'Opera di Roma, Carlo Fuortes, quando si mise in testa che per risolvere la crisi del teatro della Capitale, occorreva ESTERNALIZZARE ORCHESTRA E CORO, sarebbero una catastrofe procurata proprio da chi dovrebbe avere a cuore le sorti delle nostre Fondazioni liriche.
Ad ora non si riesce a capire che si fa con quelle Fondazioni che non riescono a procurarsi consistenti entrate proprie, oltre quelle delle istituzioni del territorio, da sommare a quelle statali. Perchè non bisogna dimenticare che non tutte le Fondazioni liriche hanno lo stesso appeal della Scala, ad esempio, o di Santa Cecilia - le quali comunque appartengono , sole solette, ad un comparto a parte, esterno al FUS, avendo ricevuto dallo Stato la cosiddetta 'autonomia'.

Insomma se, mettiamo, una Fondazione  è ben amministrata, e  con i fondi che riceve dalle istituzioni locali e dallo Stato riesce ad avere i conti in ordine,  ed a  proporre una programmazione che richiama pubblico, che fa lo Stato? La punisce? Consigliando indirettamente alle istituzioni locali di diminuire i loro finanziamenti, ad imitazione dello Stato che i finanziamenti non glieli aumenta?

Le incognite ci sembrano ancora molte, e per scioglierle attendiamo di leggere nel dettaglio la legge. Ma sappiamo fin d'ora che le Fondazioni liriche che beneficiano già dell'Art Bonus non hanno trovato sufficienti benefattori amanti del melodramma disposti ad affiancare lo Stato  nel tenere in vita dette Istituzioni; sappiamo anche  che la gran parte di esse ha fatto ricorso alla cosiddetta 'Legge Bray' per chiudere il conto con un passato in rosso per i conti; e sappiamo anche, notizia fresca fresca, fonte Federculture, che i concerti classici e le rappresentazioni liriche  solo gli unici settori dello spettacolo dal vivo che nella passata stagione hanno registrato un calo notevole: - 15%, riguardante ovviamente il pubblico e relativi introiti da botteghino. E, da tempo, sappiamo anche che il giorno del giudizio per dette fondazioni sarà il 31 dicembre del 2018: chi ha i bilanci in ordine resta, chi no, esce dal club. Ma non sappiamo ancora dove finirà, che farà, se potrà rientrare, a quale condizioni? Insomma sappiamo che il Ministero sta  montando una sorta di 'porta girevole'  per il melodramma italiano, senza dirci perciò dove immette e quando  si ferma, dove si ferma.

Gli unici a gioire sono i protagonisti  della cosiddetta musica popolare - dove anche l'interpretazione dell'aggettivo genera equivoci - cui viene riconosciuta dignità artistica ed è quindi ammessa al finanziamento pubblico. Il quale  registra un massiccio ( !) aumento, dopo le decurtazioni catastrofiche degli ultimi anni:  il FUS aumenta di una decina di milioni di Euro nei prossimi due anni, e di una  ventina fra tre, quando arriverà alla stratosferica cifra di 350 milioni di Euro, che si avvicina a quanto alcuni Stati europei danno al proprio teatro d'opera nazionale, insomma all'equivalente della nostra Scala, che di fondi statali ne riceve molti meno.

mercoledì 23 agosto 2017

Simona Barabesi licenziata dal Rossini Opera Festival. Forse è la ragione che potrebbe spiegare il silenzio della stampa nazionale sul festival pesarese

Nei giorni scorsi, come facciamo puntualmente da parecchi anni a questa parte, ci siamo occupati del Rossini Opera Festival, prendendo in esame il 'via libera' dato dalla papessa del giornalismo italiano, Natalia Aspesi, al festival rossiniano. La quale - sottolineavamo - per la prima volta, dopo molti anni, su Repubblica, non aveva tessuto l'annuale panegirico del sovrintendente Gianfranco Mariotti, eterno nel suo ruolo direttivo, e neppure la bontà della grande cena che ogni anno la famiglia Tittarelli organizza nella sua villa pesarese. Mentre s'era soffermata, lei milanese, a sottolineare il biondo 'tinto' dei capelli di Roberto Abbado, della celebre famiglia, come anche il suo braccio rotto che lo avrebbe costretto a dirigere con il restante braccio e il ciuffo di capelli, biondo tinto.

Il mancato panegirico di Mariotti rappresentava una assoluta novità. Ma non ne abbiamo approfondito le ragioni. Fino ad oggi quando, girando in rete, abbiamo scoperto (dal 'Resto del Carlino' l'unico giornale che vi ha fatto cenno lo scorso febbraio) che  Simona Barabesi, ufficio stampa del festival da trentatre anni, qualcuno in meno degli anni della sovrintendenza Mariotti, è stata licenziata, senza preavviso, a seguito di una lettera del democratico sindaco Ricci - che porta un cognome troppo impegnativo per poter scrivere alla fedele collaboratrice quella lettera di maniera.

 'Il modo m'offende', ha dichiarato la Barabesi che naturalmente aveva coscienza del fatto che non si può restare in un incarico per tutta la vita, e che un giorno o l'altro bisogna abbandonarlo. Non si può restare per tutta la vita come invece  accade al sovrintendente Mariotti, per il quale hanno fatto i salti mortali ( 'legislativi'. Lui è pensionato da tempo e non potrebbe più restare, specie se si aggiunge che ha un compenso annuo: la legge consente ai pensionati di lavorare gratuitamente e per un numero limitato di anni; e che tale compenso è abbastanza consistente :160.000 Euro, purché resti a Pesaro.

La stampa italiana ha fatto muro contro il festival, in favore della Barabesi? Sarebbe pretendere troppo dai critici musicali italiani. Tanta sensibilità non s'è vista mai nella stampa musicale italiana, ancor meno nella congrega dell'associazione del critici musicali, la quale se ne è  sempre bellamente fottuta di qualunque stranezza o irregolarità accadesse nel suo mondo.

Comunque snobbare il festival rossiniano è stata una decisione scellerata, basta che avessero dichiarato il disappunto per l'uscita di scena della Barabesi, per il modo.

Ciò che vale per la Barabesi, in età di pensione, non vale invece per il direttore dell'Ufficio stampa dell'Opera di Roma, messo lì dall'economista della cultura Carlo Fuortes. Il quale capo dell'ufficio stampa, Renato Bossa, due anni ai settanta, è in pensione dall'Accademia di Danza, dove insegnava 'storia della musica', e non potrebbe avere un incarico direttivo all'Opera di Roma - legge 'Madia' - peggio se retribuito.

Ci sarebbe anche da aprire un altro capitolo del libro delle irregolarità,  quello delle famiglie al potere, a partire dalla famiglia Fortuna che da oltre mezzo secolo è al vertice dell'Istituzione Universitaria dei Concerti di Roma - prima l'ing. Oreste, il fondatore, dopo la guerra; poi sua moglie Lina, ed ora sua figlia Francesca.
Rimandiamo ad altra occasione la riapertura di questo altrettanto annoso capitolo del malcostume italiano. E restiamo al licenziamento - scostumato - ad opera di Matteo Ricci, non il grande gesuita maceratese, ma il povero sindaco pesarese, della Barabesi, per ragioni anagrafiche (età di pensione), le stesse ragioni che sempre a Pesaro non valgono per il sovrintendente Mariotti che in pensione c'è da prima della Barabesi ed a Roma, per il suo omologo all'Opera di Roma diretto da Fuortes.

lunedì 17 luglio 2017

Giorgio Ferrara autoincoronatosi a Spoleto

Non ci sarà bisogno di attendere l'uscita del film documentario sui sessant'anni del Festival fondato ed INVENTATO da Gian Carlo Menotti  per avere conferma che si chiuderà con l'autocelebrazione dell'attuale direttore del festival,  ormai da dieci anni, e che lo sarà ancora per almeno altri tre, essendovi stato appena riconfermato, Giorgio Ferrara.

Non ci sarà bisogno di attendere l'uscita del film documentario, perché ieri, a  conclusione del festival Giorgio Ferrara si è attribuito il 'Premio Carla Fendi' che nelle passate edizioni ha premiato personalità della cultura dell'arte  e dello spettacolo.
 Tutti contenti, a cominciare dal ministro Franceschini che in Ferrara ha salutato il salvatore del festival, al sindaco di Spoleto che gongola per il rinnovo dell'incarico di Ferrara per altri tre anni, il quale ha anche annunciato che  prossimamente il festival non si celebrerà solo nel periodo estivo, ma avrà propaggini ed anticipazioni anche negli altri mesi dell'anno, perché Spoleto è una città bellissima da visitarsi in qualunque stagione.

Unica nota stonata il solito  Valerio Cappelli del Corriere della Sera che, anticipando il concerto in piazza di Riccardo Muti, ha voluto rifare i conti delle presenze a Spoleto, che Ferrara  ha diramato a suo favore: come poteva il festival anche nelle sue peggiori stagioni, quelle a guida Francis Menotti, ha scritto Cappelli, fare solo 5.000 spettatori, se il solo Concerto in Piazza, sempre ambitissimo, ne prevede 2500? Se fossero vere quelle cifre vorrebbero dire che in tutte le altre giornate del festival gli spettacoli sarebbero andati deserti. Il che, anche  sotto la gestione Francis, non era vero. Questo gli ha detto a Giorgio Ferrara che canta vittoria su tutto e tutti, quando dice che lui ha portato le presenze dalle 5.000 di Francis Menotti alle 80.000 di oggi ( ed anche su queste cifre che ogni anno vengono gonfiate a piacimento,  viene il dubbio che vengano quasi sempre arrotondate per eccesso).

Ci piacerebbe che la stessa meticolosa cura nel verificare le cifre degli spettatori e degli incassi, Cappelli  la mettesse anche nei riguardi di altre istituzioni. Noi, modestamente, lo abbiamo fatto nei riguardi dell'Opera di Roma, relativamente a Caracalla, per la cui stagione ogni anno Fuortes canta vittoria  preventiva, mentre a consuntivo i conti non tornano. Ma, come si sa, i giornali hanno vita corta. Appena un giorno, e ciò che si è scritto il giorno prima non è detto che debba essere verificato il giorno dopo.

martedì 27 giugno 2017

Carlo Fuortes: sarà una stagione di successi

Lui lo sa da prima di cominciare, lui  è Carlo Fuortes,  e a proposito della prossima stagione dell'Opera di Roma che ha appena annunciato, buon ultimo fra i teatri di più antica storia del nostro paese, ha assicurato del successo: sarà una stagione di successi? Chi glielo ha assicurato? I registi chiamati - adesso ha tolto l'aggettivo 'grandi' che nelle stagione passate utilizzava ad ogni piè sospinto - a lavorare all'Opera, che sono:  Popolizio, debuttante, ed i i collaudati e fedelissimi di Fuortes, Barberio Corsetti, Michieletto, Pippo Delbono, Alex Ollé ecc...A Lui bastano loro, soprattutto loro, poi i direttori , beh su quelli ... Mentre sulle cantanti, una passerella di bellissime, anche su quelle punta Fuortes.

Senonchè, nel corso della conferenza stampa, Fuortes, dopo aver assicurato  che per il terzo anno consecutivo l'Opera chiude il bilancio in pareggio (ma i debiti pregressi sono ancora una montagna ed a quelli si provvede altrimenti, e sarà lui  a dovervi provvedere!) ha sottolineato che l'età media degli spettatori dell'Opera si sta abbassando: sempre più giovani frequentano il Costanzi (non sarà che la media degli spettatori giovani si è alzata da quando si apre il teatro, per le 'generali', agli studenti?), e che il pubblico è aumentato (caso strano: secondo una recente inchiesta il pubblico è aumentato soprattutto nei teatri più disastrati economicamente come Bologna, Roma, Firenze e Bari. Saranno loro, i nuovi invasori, a creare deficit di bilancio?).

 Poi, evidentemente sollecitato dal solito giornalista inopportuno e ficcanaso - perché fosse stato per Fuortes l'argomento non era da toccare - ha confessato che ha sbagliato a nominare Giorgio Battistelli, (perchè era sufficiente - per quanto insufficiente di suo - era Alessio Vlad, sottolinea il giornalista amico del Vlad)  per la cui presenza era stato costretto - senza voglia, altro che proclami sul teatro contemporaneo!- a inventare il Festival di teatro contemporaneo che ha avuto vita brevissima, una sola stagione, e quei concerti  che si sono segnalati all'opinione pubblica per il palcoscenico avanzato in platea ( forse per coprire le poltrone altrimenti vuote!).

Adesso Battistelli  se ne è andato e forse reagirà alla  bordata del sovrintendente amico - avrebbe dovuto restare se non c'erano i soldi per fare il secondo festival  e i concerti con il palcoscenico proteso in platea?- E l'opera che attendeva di essere rappresentata proprio in questa seconda edizione del festival, 'Un romano a Marte', di Montalti-Compagno, vincitrice del concorso di composizione bandito dal teatro, nel biennio 2013-4  che fine fa? deve ancora attendere? Per fortuna che ai vincitori è andato anche un premio in denaro, che ci sia augura, sia stato già consegnato di 20.000 Euro, una somma stratosferica, per raggiungere la quale Fuortes, per il teatro, aveva bussato a Eni, Deutsch Bank, Maite e Paolo Bulgari.

Ma nessuno ha chiesto a Fuortes del destino di quell'opera, nè Fuortes ha  anticipato la data in cui è prevista la rappresentazione, come da regolamento del concorso. Intanto è sicuro che neanche nella prossima stagione. 2017-8, l'opera di Montalti-Compagno andrà in scena.

 Per il resto, Fuortes ha dato la sua parola: sarà una stagione di successi!

mercoledì 3 maggio 2017

Fast Forward Festival all'Opera di Roma. Non c'è più?

L'anno scorso era iniziato tutto baldanzoso il festival di teatro contemporaneo, dalla sofisticatissima sigla 'FFF' che stava per 'Fast Forward Festival' che abbiamo dimenticato come tradurlo in italiano - uscito dal cilindro di Giorgio Battistelli e che giustificava la sua presenza come direttore artistico in seconda all'Opera di Roma; e già quest'anno, a poco più di un mese dalla stessa data in cui si svolse l'anno scorso, non se ne sa ancora nulla.

Forse che le notizie recenti di difficoltà economiche, evidentemente non valutate a sufficienza dall'economista della cultura messo a capo dell'Opera di Roma, Carlo Fuortes, hanno condotto a più miti pretese, con la sua cancellazione totale o con un ridimensionamento molto vistoso del festival contemporaneo?

Nei mesi passati  s'era letto dell'opera, a firma Montalti-Compagno, che aveva vinto il concorso indetto già un triennio fa dal teatro romano, che sarebbe stata rappresentata  proprio nel corso del festival in oggetto. Ma anche di questa non si sa più nulla.

Fuortes attende proprio la vigilia per annunciarne il programma per paura di buscarsi critiche severe, o presupponendo che comunque non ci sarà la coda al botteghino e  che quindi, conta esclusivamente sui fedelissimi e gli amatori che si autoconvocano con il passaparola o attraverso messaggini  e cinguettii?
Ci piacerebbe sapere qualcosa dell'FFF. Sarebbe ora, se non è già tardi

sabato 25 febbraio 2017

Opera di Firenze.Lascia il sovrintendente Francesco Bianchi che sostiene di averne risanato i conti. Carlo Fontana sarebbe un ottimo successore

Era nell'aria che sarebbe uscito dall'ex Maggio fiorentino, Franceco Bianchi messo lì dal duo Renzi-Nardella ( suo fratello era stato assessore renziano), sul quale circolavano già molte chiacchiere che avevano a che fare con la sua incapacità a reggere una fondazione lirica, anche dal semplice punto di vista dei conti.  Infatti, senza le benevoli iniezioni di denaro dal Governo Renzi, la SITUAZIONE DELLO STORICO TEATRO FIORENTINO RISULTAVA LA PEGGIORE FRA LE 14 FONDAZIONI LIRICHE ITALIANE. Seconda forse solo a Bologna.
Si è detto anche della sua incapacità a rapportarsi con chi della storia del Maggio era stato un autentico protagonista - ci riferiamo a Zubin Mehta, licenziato come l'ultimo direttorino, e poi ripreso;  noi al posto di  Mehta, lo avremmo mandato a quel paese.

Comunque nella storia dell'Opera di Firenze Bianchi non passerà se non per i bilanci risanati solo a costo di robuste iniezioni di denaro fresco da parte dei governanti amici, per gli stipendi dei suoi fedelissmi aumentati, e per il silenzio totale sul suo di stipendio. E, probabilmente, non per altro.
 Ora lui se ne va per tornare al suo amato e più redditizio - da quel che dice - suo lavoro professionale. Sarà vero?

A noi sembra di rileggere la storia già letta dell'uscita della Colombo ed anche dell'Arcà, il quale si dette a gambe levate quando stava per crollare il castello della fondazione fiorentina, avanzando che stava lavorando ad altri progetti; in realtà era il Teatro che doveva cambiar progetto se voleva evitare la chiusura, E infatti subito dopo la sua uscita, con l'approdo a Parma, tenuto in caldo in attesa della uifficializzazione, si scoprì la voragine dei conti fiorentini; Renzi nominò Bianchi commissario con il compito del risanamento almeno economico, senza distruggere il teatro che non si amministra come una banca.
 Non vorremmo che fra qualche giorno o settimana, all'arrivo del nuovo sovrintendente, ci venisse detto che i problemi del Maggio non sono affatto risolti e che saranno richiesti nuovamente sacrifici ai lavoratori, in termini di licenziamenti.

A proposito del nuovo sovrintendente, circolano già i nomi di alcuni in carica altrove, sentiti da Nardella e che hanno detto: no, grazie. Carlo Fuortes - che Franceschini se potesse lo nominerebbe sovrintendente d'Italia, tanto si sa vendere bene (l'ultima è di pochi giorni fa, quando ha detto che l'opera in cartellone a Roma aveva due cast ed il secondo, a differenza di ciò che accade in tutti i teatri del mondo, è eccellente come il primo. Insomma, voleva dire Fuortes, che dimostra di  conoscere i teatri come le sue tasche, che solitamente il secondo cast è di scartini e sostituti. Boh!), è stato il primo dei candidati che hanno rifiutato, e Rosanna Purchia, la seconda: dice di star bene a Napoli.

 Noi a Franceschini e Nardella vogliamo dare un suggerimento disinteressato ma preziosissimo. Perchè non interpellano Carlo Fontana, attuale presidente dell'Agis - di cui non si sente dire nè bene nè male, e  non sappiamo neppure se esiste - che ha alle spalle una lunga e qualificata esperienza di sovrintendente? In fondo da Milano a Firenze ci vuole neanche un  paio d'ore di treno. Si dirà che era stato contattato, dopo la Colombo o forse in alternativa a lei, e che aveva rifiutato perché non voleva essere messo sullo stesso piano di una sua ex dipendente che aveva fatto una carriera fulminante. Forse adesso accetterebbe, anche perchè non c'è più a Firenze, quella Francesca Tartarotti, figlia del finanziere Micheli( artefice del successo e della scalata della Colombo) chiamata da Bianchi ed ora in attività a Verona, a fianco di Fuortes.

sabato 14 gennaio 2017

Teatro Comunale di Bologna. Una crepa fra i giornalisti, sostenitori ad oltranza della 'regia' nel teatro d'opera

Cattivo sangue non mente. La passione smodata per la regia nel teatro d'opera, Nicola Sani l'aveva dimostrata già alla sua prima esperienza di direttore artistico all'Opera di Roma, chiamatovi da Ernani, su indicazione dello stesso partito che governa Bologna. In quei mesi dell'Opera di Roma si parlava quasi esclusivamente per le regie 'trasgressive' che facevano la gioia di Sani, il quale in tale ambito era forse più competente che nel melodramma - come ebbe a malignare un compositore suo sodale (Battistelli), del quale pure s'era malignato altrettanto( Bruno Cagli, all'epoca candidato assieme a Battistelli alla carica di Sovrintendente di Santa Cecilia).

Del resto, ancora quando era a capo della fabbrica 'Scelsi' (la cui conduzione 'manageriale' era stata la sua fortuna) Nicola Sani  s'era pavoneggiato per una regia sull'amato musicista al Festival di Salisburgo, affidata a  Christoph Marthaler, che anche noi vedemmo in occasione della prima. Si trattava di uno spettacolo ORIGINALE  sul musicista osannato nel mondo, di cui Sani per anni è stato il predicatore più accanito ed efficiente, ricevendone benefici anche per se stesso. Lapalissiano!
 Marthaler aveva costruito da zero, INVENTANDOLO, uno spettacolo sull'enigmatico musicista, ed andava bene così.

Altra cosa è affidare ad un regista come Marthaler  o altri - di cui Sani va pazzo - la regia di un melodramma, metti come 'Il ratto dal serraglio di Mozart, che sta per inaugurare la stagione a Bologna, con la direzione di Znajder - violinista passato alla direzione che debutta in buca - e con la regia 'trasgressiva', per la gioia di Sani -ma non si sa se anche del pubblico - di  Martin Kusej, in parte (  ma solo in parte, perché anche in un festival di tradizioni 'avanguardiste', gli hanno detto di non strafare) battezzata all'ultima edizione di Aix-en-Provence, che l'ha prodotta con il Teatro di Brema, e che ora, per effetto dell'importazione italiana, risulta coprodotta anche da Bologna.
 Dove in tutta evidenza a Kusej gli hanno detto: dagli giù senza pietà. E lui, invitato a nozze, l'ha fatto.

Di tale insensata accelerazione, noi non ne avremmo saputo, se una candidata a sindaco di Bologna, bocciata dagli elettori, non avesse ' RUBATO' - tutta una finta !- una foto nel corso delle prove. Una foto che ritrae in scena un gruppo di personaggi che sembrano prelevati dai  crudelissimi paesaggi ISIS ed impiantati sul palcoscenico bolognese.
 Senza questo trucco e l'altro del convegno tenutosi ieri, intitolato 'Islam fra Oriente  ed Occidente',  dell'inaugurazione di stagione al Comunale di Bologna, dove un attento e munifico mecenate ha rifatto le poltrone di platea, nessuno avrebbe parlato in positivo.
 Negli ultimi mesi il Teatro bolognese e la sua gestione sono finiti spessissimo sui giornali, è vero, ma a causa delle finanze disastrate e del possibile fallimento, e della 'ristrutturazione', cosiddetta, con il licenziamento di 30 dipendenti, per il quale la 'prima' potrebbe saltare, causa sciopero solidale.

 Dunque la favola della bella Costanza, tenuta segregata da un Pascià nel suo harem, alla fine liberata dallo stesso Pascià ' clemente' - e misericordioso, aggiungiamo noi - viene rivista attraverso la lente deformante delle atrocità che l'Islam commette anche sulle donne.
 A questo punto, capita l'antifona, occorre riconoscere a Kusej che qualcosa ci ha risparmiato, nel racconto del rapimento della bella fanciulla ad opera di pirati, e cioè la tentatrice allusione ai nostri due marinai  che avendo sparato all'indirizzo di pirati, sono  stati tenuti prigionieri in India ed attendono ancora il verdetto definitivo dei vari tribunali.

A margine di tutta questa  vicenda è da registrare la crepa creatasi nella schiera dei giornalisti sostenitori del teatro di regia, nel quale un altro sovrintendente, quello di Roma, Fuortes, è il portabandiera riconosciuto, assieme a Sani.

sabato 31 dicembre 2016

Musica per Roma:"il 2016 l'anno peggiore". No, a luglio ci siamo sbagliati, " il 2016 è stato l'anno migliore".



Leggete quello che scrivevamo a luglio, stando al comunicato conclusivo dell'estate di Musica per Roma.

Siamo alle solite.  Mentre imperversa ancora  la battaglia dei biglietti venduti, si canta vittoria. Abbiamo avuto parecchi 'esauriti' - loro dicono sold out, una parolaccia - ma poi a conti fatti, alla fine della fiera, i termini di quella vittoria vengono dimezzati. Appena un paio di giorni fa, proprio nella serata conclusiva l'ultimo proclama di vittoria di Musica per Roma: siamo arrivati a 82.000 presenze, Oggi,  proprio un giornale amico, fa i conti al botteghino di Musica per Roma - l'edizione 2016 di 'Luglio suona bene' è  iniziata ingloriosamente con il celebre svociato ex tenore, Carreras, amico del nuovo amministratore dell'Auditorium, spagnolo come l'ex tenore.
 'Luglio suona bene' 2016 è iniziata il 14 giugno ed è appena terminata per un totale di 36 concerti, compresi quelli organizzati dall'Accademia di santa Cecilia ed ospitati, come gli  altri, nella capiente cavea ( 3000 posti) all'aperto del complesso di Renzo Piano.
 Per avere il tutto esaurito i biglietti venduti sarebbero dovuti essere 108.000 circa, ed invece sono di poco superiori agli 80.000.
 Gli organizzatori gridano al successo - certo sono sempre un bel  numero - ma ammettono che una edizione come quella del 2015, quella dell'addio del miracolante Fuortes, che ebbe 30.000 biglietti in più  non si raggiungerà mai (naturalmente andrebbe considerato il fatto che l'anno scorso i concerti furono 4 in più e cioè 40).
Ma anche l'anno scorso, per registrare il 'tutto esaurito' quasi ogni sera , i biglietti avrebbero dovuto raggiungere quasi quota 120.000.
Le cause  del parziale insucecsso di quest'anno- secondo gli organizzatori- vanno cercati nel perdurare della crisi economica e nella paura sempre più diffusa del terrorismo, quello che chiamano 'effetto Bataclan'. Ed anche, ma loro non lo dicono, nella partenza di Fuortes, che di miracoli di cartelloni perfetti e biglietti venduti era capace di farne ogni anno, senza sosta e sempre di più.
 Noi potremmo apparire contenti di questi insuccessi. Errore. Non lo siamo affatto. Saremmo felici che ogni sera la cavea fosse letteralmente gremita di pubblico - nonostante che lo 'stile auditorium' che per molti versi è stato premiato nè ci piaccia nè ci convinca.
 Ma comunque, successi od insuccessi - meglio i primi dei secondi- vogliamo cifre e bilanci chiari.

Dopo il bilancio in rosso del 2015 - con 2,1 milioni di Euro di buco, il 2016 si annunciava male per Musica per Roma. Malissimo. I dati diffusi da Musica per Roma lo facevano temere. E invece no. Il 2016 è stato l'anno che ha registrato il maggior successo  di pubblico e di botteghino, da quando Musica per Roma esiste. E allora?
 Musica per Roma  dopo che Fuortes s'era portato all'Opera una batteria di cannoni per spararle grosse , ha pensato di acquistarne una nuova di zecca e di cominciare a spararle. Dunque il 2016 non l'anno più nero - come ci avevano detto a luglio - ma l'anno migliore!!!!

venerdì 28 ottobre 2016

L'Arena di Verona commissariata fino a data da destinarsi. E forse stessa sorte per Bologna ed anche per Firenze

L'allarme lo ha lanciato il superquotato sovrintendente Nicola Sani, quando ha dichiarato di aver fatto ogni sforzo, senza riuscire a far rientrare la fronda dei possibili licenziati. O accettano la condizioni  prospettate - ha detto Sani - o il Comunale di Bologna rischia  il commissariamento,  se non anche il fallimento. Un barlume di speranza l'ha acceso l'assessore alla cultura ( c'è sempre qualche magagna nelle leggi che permette di fare favori agli amici . Franceschini potrebbee ripristinare il codicillo che gli consentirebbe in casi particolari di destinare al teatro in difficoltà, un finanziamento supplementare pari agli introiti che il teatro è stato in grado di procurarsi da solo, attraverso sponsor e mecenati).
 Sorte abbastanza simile all'Opera di Firenze, dove il sovrintendente Bianchi aveva detto che poteva chiudere la trattativa e riprendere il  normale cammino entro ventiquattrore. Ma i dipendenti licenziati, per i quali tuttavia erano già aperte le porte degli Uffizi, per accoglierli, non avrebbero accettato. Dunque anche a Firenze commissariamento o fallimento. Commissariamento affidato allo stesso Bianchi che del teatro fiorentino, prima di essere nominato sovrintendente, era stato commissario. Oppure anche a Firenze lo stesso salvataggio prospettato dall'assessore bolognese, con il favore di Franceschini ( potrebbe Franceschini non fare un favore al premier, dando una  mano al teatro della sua città, mentre gli sussurra nell'orecchio. Matteo stai sereno?).
 In caso di commissariamento, naturalmente, occorre pensare ai commissari nell'uno come nell'altro caso. E nell'uno come nell'altro caso non potrebbe certo essere il commissario salvatore d'Italia, Carlo Fuortes.

Come a Verona, dove il ministro ha già deciso: proroga dell'incarico a Fuortes, con l'avallo di Tosi, fino a quando il risanamento non sarà  andato in porto. Con un vantaggio per la Fondazione Arena: risparmio del compenso al sovrintendente che, nel caso di Girondini, era il più alto dì'Italia. Il che vuol dire che se il commissariamento di Fuortes dovesse andare avanti per qualche anno, il risparmio sarà di almeno 240.000 Euro per anno - che non è poca cosa - perché quei soldi Fuortes li prende già dall'Opera di Roma.
Poi, forse Tosi, se resterà lui a reggere la città - ma anche se dovesse succedergli la sua compagna nella vita - rinominerà il suo fedelissimo Girondini: così il risparmio andrà in fumo, e forse l'Arena dovrà essere nuovamente commissariata.
Perchè se si mette allo stesso posto di responsabilità quella stessa persona che ha combinato il disastro protrattosi per anni, vuol dire che si ha la 'capa tosta'. Intendiamo Tosi.

mercoledì 19 ottobre 2016

Opera di Roma. Bilancio.Fuortes balla sulle punte

Ieri un gruppo di lavoratori dell'Opera di Roma - che ha il sovrintendente a mezzi con l'Arena di Verona,  Fuortes, con la missione doppia per ambedue le fondazioni di salvarle dal baratro dei conti - si sono fatti ascoltare dalla Commissione Cultura del Campidoglio, ora in mao  ai grillini ed un tempo presieduta dalla signora Franceschini, Michela Di Biase, che nella presente legislatura fa sentire giornalmente la sua voce, come non faceva all'epoca di Marino.
 Si sono presenti per fra sentire la loro voce,  dicendo quello che pensano sul bilancio del teatro che a giorni, con convocazione ufficiale, Fuortes presenterà alla Commissione.
 Ed hanno detto che il passivo risulta in 54 milioni di Euro. Come mai - hanno chiesto - se per effetto della Legge Bray nelle casse del teatro sono giunti ben 25 milioni di Euro? Che  succede? Col passare del tempo e nonostante l'arrivo di soldi freschi, il buco di bilancio del teatro aumenta?
 E' bastato aver lanciato il sasso, ma senza nascondere la mano, che sollecita è arrivata la risposta di Fuortes.
 I 25 milioni di Euro arrivati attraverso la Legge Bray non sono un credito bensì un debito da restituire negli anni a condizioni favorevoli, ma vanno comunque conteggiati nel passivo della istituzione. E perciò sottratti dai 54, portano il debito a 29 milioni di Euro. Un bel colpo. ma non è l'unico. Se consideriamo che l'Opera - ha detto sempre Fuortes - vanta crediti per 16 milioni ( sperando che non siano crediti 'deteriorati' o 'inesigibili'), vediamo che il debito si abbatte ulteriormente ed arriva a 13 milioni. E 13 milioni, conclude Fuortes, per un teatro che ha  un budget annuale di 54 milioni circa, sono bruscolini.
 Oltre tutto non bisogna dimenticare che sono aumentati i biglietti venduti, le produzioni, le repliche e le entrate  sia da botteghino che da sponsor. Che altro volete, sembra dire Fuortes, mentre disegna nell'aria l'ultima piroetta? E non ha neppure fatto cenno, mentre avrebbe potuto, al grande successo della Traviata di primavera firmata Coppola-Valentino ( con qualche macchia sotto il profilo musicale, secondario), non l'ha citata solo per non stendere i suoi baldanzosi detrattori.

sabato 3 settembre 2016

Fuortes vince anche a Verona. E Tosi - patron di Girondini, che ha sovrinteso al disastro economico arenianano - lo ringrazia

Come ti sbagli? Lui, Carlo Fuortes, dove va fa miracoli;  ma sulla loro natura meglio non indagare. La sua ricetta per  evitare il fallimento dell'Arena, d'accordo con 'mezzodistastro' Franceschini e con Tosi -  lo stesso che ha voluto al vertice dell'Arena il 'geometra' Girondini,  durante la cui gestione la fondazione veronese è sprofondata nei debiti - è la 'stagionalità' dei contratti, e la 'chiusura'  per due mesi circa l'anno della fondazione. Lacrime e sangue. Intanto brinda a champagne e caviale.
 La stagione appena conclusa, 47 serate in Arena- capienza: posti  disponibili 13.000 circa per sera - contro le 54 della stagione 2015, ha fatto registrare un incasso superiore - come ti sbagli - alle aspettative di quasi 2.000.000 di Euro, portando l'intero incasso a quasi 22.000.000 di Euro, lui ne aveva previsti poco più di 20.000.000 di Euro.
 Tolti alcuni  spettacoli in programma - dalla inaugurale 'Carmen' alla serata 'Bolle'  -  che hanno registrato il 'tutto esaurito' o quasi, la media di spettatori paganti per ogni sera si è attestata mediamente fra i 7.000 e gli 8.000, contro una disponibilità di 13.000 ( nelle 47 serate gli spettatoti potevano essere oltre 600.000, se i biglietti fossero stati venduti tutti, e l'anno scorso, con lo stesso calcolo, intorno ai 700.000) . Complessivamente, nelle 47 serate, dai 235.000 ai 280.000 posti che invano hanno atteso invano di essere occupati da uno spettatore.  Quest'anno si sono avuti 370.000 spettatori- l'anno scorso con sette serate in più se ne ebbero 407.000. E via ragionando, sul nulla: se quest'anno - fanno sapere da Verona, si fossero avute, come l'anno scorso, 54 e non 47 serate, con la media di spettatori di quest'anno si sarebbero avuti 427.000 spettatori. Quasi ogni sera metà Arena vuota. E, intanto Fuortes, e con lui anche Tosi- che, evidentemente, di numeri si intende -  ringrazia Fuortes per il miracolo dell'Arena  'mezza vuota' ed esulta con lui.
 Insomma l'Arena tanto invidiata per l'immensa disponibilità di posti fa acqua da tutte le parti: ha bisogno di lavoratori, anche stagionali, proprio per le sue dimensioni fuori misura;  poi però non riesce a riempire i posti disponibili; e, almeno fino a qualche anno fa, lasciando la vendita di biglietti ad una agenzia, alla stessa regalava percentuali troppo 'favorevoli' sui biglietti venduti.
 Tutte le istituzioni musicali, non solo in Italia, piangono la mancanza di pubblico; ma nessuna si interroga seriamente sulle ragioni, né tanto meno corre ai ripari. Per l'Arena, in particolare, si tenta di  snaturare l'impronta 'popolare' dei suoi spettacoli e dei titoli proposti, con il risultato che molti di essi, quelli chic che piacciono tanto ai  vari direttori artistici nel tempo, non riescono a riempire platea e gradinate dell'anfiteatro.
Perchè non provano a produrre titoli popolarissimi, ma a livelli qualitativi altissimi, e non riducono i prezzi? Se questa semplicissima duplice operazione riempisse l' Arena quasi ogni sera - come noi siamo certi - si tengano alla larga i direttori artistici 'rivoluzionari' ed 'avanguardisti' che non hanno rispetto per l'ottimo 'popolare', e si mettano al vertice della fondazione sovrintendenti che sappiano ben amministrare tale 'immeritato' tesoro , come nell'un caso e nell'altro non hanno saputo fare i vertici più recenti.
 E  a Fuortes, se richiamato ancora da Tosi e reso disponibile da Franceschini, non si permetta di portare a Verona il modello 'Opera di Roma' ( grandi registi, spettacoli non popolari) che è poi quello che lui ha preso pari pari dall'Auditorium, dove ha comandato, con risultati indiscutibili, per un decennio circa.

martedì 9 agosto 2016

Al Rossini Opera Festival dà il via Natalia Aspesi

Con l'apertura della porta 'pesarese' affidata come sempre alla 'papessa' di fede rossiniana, Natalia Aspesi, che dalla prima edizione non ne ha mancata una, anche per presenziare alla tradizionale apertura della porta dedicata,  la 36° edizione del ROF può cominciare.
 Molte le novità di questa edizione, secondo la Aspesi, riconosciuta 'papessa' anche del giornalismo italiano.
 L'inaugurazione, che Lei ha  visto all'anteprima, è con  un titolo poco frequentato di Rossini, La donna del lago' - che nel suo giornale, La repubblica, è diventata 'ragazza' - già presentata a Pesaro, la prima volta molti anni fa (anni Ottanta), e che segnò la fulminea ascesa del podio di Maurizio Pollini e l'altrettanto fulminea ridiscesa. Quest'anno tutta un'altra musica, perchè sul podio  non c'è Pollini, ma Michele Mariotti, volto nuovo in quel di Pesaro che a detta di Carlo Fuortes, suggeritore della Aspesi ed uno che di direttori se ne intende, è il 'primo dei giovani direttori' (forse voleva dire il 'numero uno'). Che, prima di dirigere a Pesaro, ha diretto alla Scala e poi è diventato stabile a Bologna, da dove si porta a Pesaro anche l'orchestra,  per la gioia di papà Gianfranco,  'unico caso in Italia di un sovrintendente che è al timone del festival dall'inizio'. Una permanenza che per la Aspesi suona titolo di merito, per noi no, perchè pensiamo che dopo 37 primavere aggiunte a quelle sue anagrafiche precedenti, sarebbe ora che mollasse il timone, magari diventando presidente 'onorario a vita' della Fondazione che governa il festival, e nella quale da quest'anno è entrata anche Federica Tittarelli, naturalizzata romana, ma pesarese d'origine, nella cui villa di famiglia - come ci informa puntualmente la Aspesi, dandoci notizia della novità, si è svolta una sontuosa cena, alla fine della recita ( quest'anno anche la villa degli 'hermes' di Pesaro, i Ratti,  ha ospitato un secondo ricevimento).
 Lo spettacolo affidato a  quel diavoletto di  Damiano Michieletto, era di 'altissimo livello'- come ha suggerito alla Aspesi un altro che se ne intende, Alessio Vlad, in missione 'artistica' a Pesaro con Fuortes (la presenza della coppia dell'Opera di Roma in missione a Pesaro ci fa venire in mente un'altra gloriosa (?) missione, raccontataci  da Valerio Cappelli sul 'Corriere', quella di Catello De Martino, inglorioso(!) sovrintendente dell'Opera, al Concerto di Capodanno a Vienna, qualche anno fa) forse per ingaggiare per le prossime stagioni il 'primo dei giovani direttori', l'ancora giovane Mariotti,  magari in compagnia di sua moglie, cantante russa ormai celebre ('molto carina, con vitino di vespa e gambe perfette, voce sexy, disinvoltura ed ironia di attrice, è ormai una grande star', parola di Natalia ) conosciuta proprio in un festival pesarese, Olga Peretyatko, la cui presenza a Pesaro non poteva sfuggire all'occhio acuto della Aspesi che, anche per questo, ha dovuto citare il secondo titolo in cartellone e cioè Il Turco in Italia, visto anche questo secondo in anteprima.
 Chiude il reportage la Aspesi con un 'ultima notizia che ci procura grande piacere, e cioè che "quest'anno, malgrado la drammatica situazione internazionale, sono aumentati gli spettatori, soprattutto stranieri". E se il buon giorno si vede dal mattino, che scriverà a chiusura del festival?

giovedì 2 giugno 2016

Scoop del Corriere della Sera: Daniele Gatti sarà - FORSE - direttore stabile all'Opera di Roma

Questo lo scoop, ma  del genere 'dubitativo': "Daniele Gatti ci ha detto, scrive in una corrispondenza da Parigi, Valerio Cappelli,  autore del sensazionale scoop:  al momento non ci sono progetti di questo genere - quali? quello di assumere l'incarico di direttore stabile a Roma, ndr. -  Ho grande stima del sovrintendente Carlo Fuortes, osservo con attenzione quello che stanno facendo, la Traviata di Sofia Coppola e Valentino non è solo un'operazione di marketing. Certo non andrò ( a novembre, per dirigere il Tristano inaugurale della prossima stagione ndr.) con lo spirito di fare un test. Il mio nuovo incarico ad Amsterdam non esclude un teatro lirico, l'ho già fatto in passato con Londra e Bologna. Ma un direttore stabile deve dare al teatro una presenza che va al di là dei suoi spettacoli. Quando ero alla guida di Santa Cecilia, ricordo anni difficili per l'Opera romana. Ora si è girata pagina. Vedremo".
 "Questa notizia ha sparigliato le carte", prosegue lo scoopista, senza spiegarci quali carte e perchè; e aggiunge che "con l' ipotesi del podio offerto al celebre direttore milanese si apre la seconda fase, più complicata, ovvero aumentare la caratura musicale... dopo che il teatro romano  per risvegliare l'interesse ha dapprima puntato su regie innovative ( a parte La Traviata 'di' Sofia Coppola - volutamente 'tradizionale', come ha tenuto a precisare Fuortes, rispondendo alle critiche dei giornali nemici - e Valentino, ma quello è un discorso del tutto diverso)". Ed ancora " se si troverà bene - Gatti ,ma anche se non si troverà bene, la decisione è ormai presa, ma Fuortes attende un periodo vuoto di fatti eclatanti, per sparare forte - in quello che sarà il suo esordio assoluto, sia al Costanzi che nel capolavoro  di Wagner da lui mai diretto, scatterà l'invito formale".
Già  perchè Gatti debutterà all'Opera di Roma e nel Tristano che non ha mai diretto prima d'ora ( d'ora quando? giugno a Parigi o novembre a Roma?, perchè lo sta dirigendo a Parigi - ma forse si tratta di un altro Tristano: quello con Isotta - e che sarà importato a Roma per la parte dello spettacolo, di cui lo scoopista, inviato a Parigi, ci dà notizia ) insistendo sul carattere "intimista, che esalta la recitazione e l'uso della luce... e non interessa il decor... e Tristano e Isotta non si toccano mai,  solo la fronte , è un amore metafisico, sublimato" ecc...
Tutto questo era scritto già  ieri - parola su parola - nel Corriere, a firma Valerio Cappelli. L'unica differenza tra ieri e oggi sta nel fatto che lo scoop di oggi, anticipato ieri da Roma, viene rilanciato da Parigi, dove si trovava comunque già dall'altro ieri. attendiamo di leggere, domani, il seguito da Roma.

mercoledì 18 maggio 2016

La prossima 'Traviata' all'Opera di Roma sarà glam, 4.0. Anche pop? Pop no. Al pop provvede Santa Cecilia

Non scherziamo quando diciamo  che non sappiamo ancora se riusciremo a resistere alla prossima Traviata 'glam' che Sofia Coppola si appresta a presentare all'Opera di Roma, alla fine di questo mese di maggio, con l'assistenza, per i costumi, della maison Valentino che con questa Traviata ha voluto fare ha fatto un regalo all'Opera di Roma, l'ultimo in ordine di tempo alla bravura di Carlo Fuortes, come si va leggendo ogni giorno, a seguito dei successi, uno dietro l'altro, senza eccezione e senza soste, della sua stagione 4.0.
Sì perchè la  modernità, che fino all'altro ieri era indicata con la numerazione '2.0', non essendosi arrestata , prosegue, avanza e si aggiorna, giungendo ormai a quota '4.0'.
 Ma Traviata sarà anche 'pop' per attrarre nuovo e più vasto pubblico, prevedendo  prezzi 'popolari', cioè a dire - secondo il nuovo vocabolario dell comunicazione - 'pop'?
 No, al 'pop' provvede l'Accademia di Santa Cecilia che ai primi di luglio in quell'inospitalissimo Stadio del tennis al Foro Italico (dove qualche anno fa  andammo ad ascoltare Aznavour, rischiando, per poco, di rotolare per le ripide scalinate, senza nessun passamano) presenterà la Nona sinfonia di Beethoven, con la direzione di Antonio Pappano ed a prezzi popolari, prezzi 'pop' in un luogo popolarissimo, anzi 'pop'. Solo che la celebre sinfonia di Beethoven 'pop' non è, ed ancor meno si presta ad essere eseguita ed ascoltata in un luogo che, invece, è 'pop' dalla nascita, ma costruito  per tutt'altra destinazione che non la musica.
 Resta aperto il problema della nostra resistenza fisica e mentale al 'glam' - che tradotto significa 'fascino' ed anche ' fascino irresistibile' della prossima Traviata.
Domanda:  non si poteva avere una Traviata normale che il fascino ce l'ha di suo, anche senza Sofia Coppola e la maison Valentino?