A vent’anni dalla morte di Oriana Fallaci, avvenuta il 15 settembre 2006, emerge un capitolo rimasto finora in gran parte privato dei suoi ultimi mesi: il rapporto intenso, quasi quotidiano, con monsignor Rino Fisichella, il prelato che preparò anche l’udienza riservata tra la scrittrice e Benedetto XVI. Un’amicizia nata quando la malattia aveva già cominciato a consumarla e che finì per accompagnarla fino alla morte, diventando per la Fallaci uno spazio nel quale misurarsi, senza abiure né conversioni dichiarate, con quella domanda su Dio che aveva attraversato una parte della sua vita.
A ricostruire quel dialogo è ora «La forza della passione», il volume in uscita l’8 settembre per Piemme che raccoglie per la prima volta lo scambio epistolare tra la giornalista e Fisichella. Lettere rimaste private per vent’anni e che restituiscono un volto meno conosciuto della scrittrice: quello di una donna che continuava a proclamarsi non credente, talvolta «atea cristiana», orgogliosamente fedele alla «dea Ragione», ma che negli ultimi anni avvertiva una profonda nostalgia del trascendente e vedeva in Joseph Ratzinger un punto di riferimento culturale e spirituale per un Occidente che considerava sempre più smarrito.
Il rapporto con Fisichella era cominciato nel giugno del 2005. Fallaci gli scrisse da New York dopo avere letto una sua intervista al «Corriere della Sera». «Ho rischiato la lacrima e mi sono sentita meno sola. Come quando leggo Joseph Ratzinger», gli confidò. E aggiunse una frase che contiene già tutta l'ambivalenza di quel suo ultimo itinerario: «Se un papa ed un’atea pensano la stessa cosa, vuol dire che ci dev’essere sotto una verità».
Fu in quel contesto che confidò a Fisichella il desiderio di incontrare Benedetto XVI. Voleva farlo «zitta, zitta, lontano da occhi indiscreti». Il prelato organizzò l’udienza privata. L'incontro con Ratzinger rappresentò per lei non tanto l'avvicinamento formale alla Chiesa quanto il confronto con un interlocutore nel quale riconosceva una lettura della crisi europea vicina alla propria: identità, radici cristiane, relativismo, rapporto tra fede e ragione, futuro dell'Occidente.
Parallelamente cresceva l'amicizia con Fisichella. «Breve, ma molto intensa», l'ha definita il prelato, ricordando come negli ultimi mesi i contatti, tra visite e telefonate, fossero diventati quasi quotidiani. Le lettere mostrano quanto quel rapporto avesse assunto per Fallaci un significato che andava ben oltre il confronto intellettuale.
Il 2 maggio 2006, ormai stremata dall'«alieno», come chiamava il cancro, gli scriveva da New York: «Non ti scrivo da cent'anni, my darling. My very, very darling». Raccontava la fatica persino di cambiare il nastro della macchina per scrivere, il respiro che mancava, le giornate trascorse a letto. Ma soprattutto riconosceva a Fisichella un ruolo decisivo nell'ultimo tratto della propria esistenza: «Sei tu che mi hai aiutato a vivere. Ed ora, dopo avermi aiutato a vivere, mi aiuti a morire».
È forse qui il cuore delle lettere. Non documentano una conversione nel significato tradizionale del termine e sarebbe forzato leggerle in questa chiave. Raccontano piuttosto l'ultima battaglia di una donna che non volle rinunciare alla propria libertà intellettuale nemmeno davanti alla morte, ma che proprio davanti alla morte tornò a interrogarsi sul mistero, sulla fede e sulla possibilità che oltre la ragione esistesse qualcosa che la ragione da sola non riusciva a spiegare.
Fisichella trascorse anche una settimana con lei a New York. Fallaci era ormai debolissima, quasi sempre a letto, ma continuava a fare domande. «Non dava nulla per scontato, non esplicitava, non definiva», avrebbe ricordato il prelato. La donna combattiva, provocatoria e spesso paradossale conosciuta dall'opinione pubblica sembrava progressivamente lasciare spazio a una dimensione più fragile. «Sei una donna forte, intelligente, determinata, ma alla fine rimani una bambina indifesa che ha solo il desiderio che qualcuno le tenga la mano», le scrisse Fisichella.
Anche la morte venne discussa tra loro. Fallaci voleva tornare a Firenze e morire in un luogo dal quale potesse vedere la cupola di Brunelleschi. Così avvenne. Parlarono persino del funerale, ma alla fine la scrittrice scelse, «per coerenza», una cerimonia laica. Nessuna conversione esibita, dunque, nessun gesto capace di cancellare una vita trascorsa rivendicando autonomia di giudizio e libertà.
Restò però un'ultima richiesta. «Se è vero quello che dici, allora stringimi la mano», aveva detto a Fisichella. Il prelato andò a trovarla il giorno prima della morte e mantenne la promessa. Non servivano più discussioni sulla fede o sulla ragione. Quando il corpo della scrittrice lasciò l'ospedale, furono le campane del Duomo di Firenze ad accompagnarlo.
Vent'anni dopo, quelle lettere aggiungono così un tassello importante al ritratto di Oriana Fallaci. Non cancellano l'atea, né autorizzano a trasformarla retrospettivamente in credente. Mostrano qualcosa di più complesso: una donna che fino all'ultimo rimase sulla soglia, aggrappata alla ragione ma incapace di liquidare la domanda su Dio. Ed è forse proprio quella soglia, più che una risposta mai pronunciata, a spiegare l'intensità del suo ultimo dialogo con Ratzinger e con Fisichella.
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