Valerio Cappelli appartiene a quel gruppo ristrettissimo (già, chi altro c'è?) di bravi cronisti prestato allo spettacolo, musica e cinema soprattutto. Che negli ultimi anni ha deciso di saltare lo spartitraffico per andare dall'altra parte della carreggiata, con una manovra spericolata, non vietata ma rischiosissima sì: con Mario Sesti ha firmato ben quattro spettacoli teatrali, andati in scena in teatri e festival fra i quali egli solitamente si muove a bordo della fuoriserie del Corrierone.
Non è certamente l'unico, anche nel suo giornale: prima di lui la stessa strada l'ha percorsa Emilia Costantini già autrice di un paio di fortunati romanzi e di qualche spettacolo teatrale.
Premetto che a nessuno può vietarsi di effettuare una manovra pericolosa, con tutti i rischi che essa comporta, anche se, col tempo, le conseguenze di simili 'testacoda' posso rivelarsi non indolori, diciamo così.
E veniamo al 'caso' Cappelli, che oggi sul Corriere punta dritto con la sua fuoriserie contro la gestione Ferrara del Festival di Spoleto; c'era già stato un tentativo nei giorni scorsi quando aveva giustamente fatto rilevare che, a dieci anni dalla scomparsa del fondatore del festival, neanche una parola in ricordo sulla bocca del suo successore che, siamo sinceri, non ha nulla a che vedere con Menotti.
Giorgio Ferrara non solo ha cancellato l'impronta che del suo fondatore restava ancora sul festival spoletino, anche durante e dopo lo sciagurato interregno del figlio adottivo Francis; ma nel decennale della scomparsa ha cancellato qualunque traccia, anche del suo stesso nome. Di Menotti non si parla neppure. E l'Archivio storico del festival non fosse stato per la famiglia Monini, sarebbe andato disperso.
Cappelli, anche nell'era Ferrara, ha sempre difeso il 'sigillo' menottiano del Festival spoletino; lo ha fatto anche quando come consulente musicale Ferrara aveva chiamato Alessio Vlad - amico di Cappelli - il quale l'aveva successivamente ricambiato con una regia abbastanza penosa della Butterfly pucciniana all'Opera di Roma ( gennaio 2012); e mettendo in croce anche sua moglie, la bravissima Adriana Asti, nell' improbabile ruolo di Voltaire, in Candide di Bernstein, con la regia di Mariani, qualche settimana dopo (febbraio 2012), sotto la sciagurata sovrintendenza di Catello De Martino.
Senonchè quattro anni fa, Cappelli presenta proprio a Spoleto, in coppia con Mario Sesti ( con il quale ha scritto tutti i suoi spettacoli teatrali ( Sinopoli, Truffault e prossimamente Morricone-Monicelli), e con la regia di Pizzi- protagonista Remo Girone - Kleiber, il titano insicuro, da una espressione di Sviatoslav Richter, il grande pianista - replicato anche a Caracalla, sotto la direzione artistica del suo amico Vlad.
Noi non siamo così idioti da pensare che l'attacco al Don Giovanni di Mozart, per il quale Ferrara ha curato regia, luci, drammaturgia, pur essendo del festival direttore artistico (non aveva detto e scritto Salvo Nastasi che i direttori artistici di un teatro dovevano astenersi dal firmare regie di spettacoli nella loro istituzione? Certo lo fa regolarmente anche Cristina Muti a Ravenna, e la sig.ra Muti e Giorgio Ferrara sono - erano - legati a doppio filo al 'grande & grosso' direttore generale dello spettacolo) possa essere stato dettato a Cappelli anche dall' assenza sul palcoscenico spoletino di altri suoi spettacoli, dopo quello del 2013.
Né Valerio Cappelli è così ingenuo e sprovveduto da cadere in simili trappole. Però non sarebbe stato più opportuno che con Spoleto e con l'Opera di Roma, come con la Fenice (per lo spettacolo su Sinopoli) i suoi rapporti fossero rimasti esclusivamente quelli del cronista? Anche sulla carta avrebbe avuto più mano libera; perchè nei fatti mano libera l'aveva allora - quando non ha criticato nulla perchè non c'era nulla da criticare - ed anche ora, quando ha criticato Ferrara, esclusivamente perchè da cronista attento, qual egli è e resta anche in un corpo di drammaturgo, non poteva chiudere un occhio.
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lunedì 3 luglio 2017
Valerio Cappelli con la sua fuoriserie (Corriere della Sera) punta dritto contro il Festival di Spoleto, gestione Ferrara
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lunedì 6 febbraio 2017
Dove è finito 'Viva Toscanini', il Comitato? Riccardo Muti con Harvey Sachs celebra il grande direttore, senza il Comitato
Nel 2006 si costituiva un doppio Comitato, uno d'onore e l'altro esecutivo, ambedue con parecchie decine di membri, di varia umanità. All'epoca fece qualcosa, tanto per accreditarsi agli occhi del paese, e poi... poi è sparito dalla circolazione. Come è nel destino di chi si imbarca in imprese alle quali è, per storia e formazione, estraneo.
In molti, e noi fra quelli, si chiesero già allora, le ragioni dell'assenza di direttori d'orchestra, veri, nei Comitati - salvo eccezioni non del tutto disinteressate - a cominciare da quella di Riccardo Muti, che della lezione e della eredità di Toscanini, ricevuta direttamente dall' insegnamento di Antonino Votto, collaboratore di Toscanini e maestro di Muti, si dichiara ad ogni occasione difensore e custode. Non è che la presenza di Cristina Muti nel Comitato - in uno dei due - risolve il problema, essendo lei solo la moglie del direttore.
E molti altri ancora criticarono quel Comitato nel quale assai vistosa era pure l'assenza del maggior studioso di Toscanini oggi, il musicologo Harvey Sachs. Due le possibili ipotesi. Non c'era voluto entrare o non era stato neanche interpellato dagli organizzatori di quello strano Comitato, che certamente non conoscevano gli studi di Sachs, ed il loro valore, sul grande direttore?
Noi potremmo chiedere conto direttamente a Sachs delle possibili ragioni della sua assenza - sebbene propendiamo per la prima delle due prospettate - perché lo consociamo da anni e lo avemmo come nostro collaboratore, ai tempi di 'Piano Time', dove pubblicammo suoi articoli sul grande direttore.
Ora Muti e Sachs, a Parma, hanno celebrato il grande direttore, la cui lezione interpretativa, modernissima, è attuale anche oggi, accanto al suo impegno civile, in difesa della democrazia e libertà, unanimemente riconosciutigli ed apprezzati.
E il Comitato 'Viva Toscanini', in questo importante 2017, che fine ha fatto? Fonti riservatissime, da verificare, ci dicono che starebbe organizzando delle manifestazioni celebrative - una mostra? - in Canada, ma ci sfugge la ragione di tale espatrio in una nazione che con Toscanini non ha nulla da spartire. Ma forse lo sapremo nei prossimi mesi, sempre che qualcosa quel comitato riesca ad organizzare .
CURIOSITA'
Tante volte sette nella sua biografia. Nacque nel 1867, ebbe una carriera lunga 67 anni, si ritirò dal podio che aveva anni 87, morì nel 1957. Tanti questi sette, ma non vogliono dir nulla; semplice coincidenza.
In molti, e noi fra quelli, si chiesero già allora, le ragioni dell'assenza di direttori d'orchestra, veri, nei Comitati - salvo eccezioni non del tutto disinteressate - a cominciare da quella di Riccardo Muti, che della lezione e della eredità di Toscanini, ricevuta direttamente dall' insegnamento di Antonino Votto, collaboratore di Toscanini e maestro di Muti, si dichiara ad ogni occasione difensore e custode. Non è che la presenza di Cristina Muti nel Comitato - in uno dei due - risolve il problema, essendo lei solo la moglie del direttore.
E molti altri ancora criticarono quel Comitato nel quale assai vistosa era pure l'assenza del maggior studioso di Toscanini oggi, il musicologo Harvey Sachs. Due le possibili ipotesi. Non c'era voluto entrare o non era stato neanche interpellato dagli organizzatori di quello strano Comitato, che certamente non conoscevano gli studi di Sachs, ed il loro valore, sul grande direttore?
Noi potremmo chiedere conto direttamente a Sachs delle possibili ragioni della sua assenza - sebbene propendiamo per la prima delle due prospettate - perché lo consociamo da anni e lo avemmo come nostro collaboratore, ai tempi di 'Piano Time', dove pubblicammo suoi articoli sul grande direttore.
Ora Muti e Sachs, a Parma, hanno celebrato il grande direttore, la cui lezione interpretativa, modernissima, è attuale anche oggi, accanto al suo impegno civile, in difesa della democrazia e libertà, unanimemente riconosciutigli ed apprezzati.
E il Comitato 'Viva Toscanini', in questo importante 2017, che fine ha fatto? Fonti riservatissime, da verificare, ci dicono che starebbe organizzando delle manifestazioni celebrative - una mostra? - in Canada, ma ci sfugge la ragione di tale espatrio in una nazione che con Toscanini non ha nulla da spartire. Ma forse lo sapremo nei prossimi mesi, sempre che qualcosa quel comitato riesca ad organizzare .
CURIOSITA'
Tante volte sette nella sua biografia. Nacque nel 1867, ebbe una carriera lunga 67 anni, si ritirò dal podio che aveva anni 87, morì nel 1957. Tanti questi sette, ma non vogliono dir nulla; semplice coincidenza.
giovedì 13 agosto 2015
Natalia Aspesi ha dato il via al Rossini Opera Festival. Come ogni anno.Dalle Pagine di Repubblica, Chailly va anche a Lucerna
La crisi può aver spuntato le aspirazioni internazionali del festival rossinianopesarese? Neanche per sogno. Come si ripete ormai da 36 anni, dopo la cena di apertura nella villa di famiglia di Paola Tittarelli, una cena che fa subito capire, scorrendo la lista degli invitati, chi la crisi ha azzoppato, ha rimesso in sella o addirittura tenuto a battesimo del mondo che conta, il Rossini Opera Festival, affidato alle cure di Gianfranco Mariotti e della sua famiglia - si può dire, vero! se al festival sono presenti suo figlio, il direttore in grande ascesa, come anche la di lui moglie celebre cantante, annota anche la Aspesi, la figlia, sua assistente, ed il figlio, impegnato negli uffici della comunicazione - può partire.
La Aspesi, visto che non lo fanno quei fannulloni del suo giornale, annuncia anche la sorpresa del ritrovamento del 'quintetto' de 'La gazzetta' - rinvenuto in un faldone di manoscritti della biblioteca del Conservatorio di Palermo (Gossett lo presentò assieme al bibliotecario Lo Cicero, dalle pagine della nostra indimenticata rivista Music@) - e che verrà inserito nelle recite dell'opera rossiniana in cartellone.
Non ancora soddisfatta, la Aspesi annuncia, il giorno stesso che il festival inizia, che è un successo, tutto esaurito - ma non sarebbe stato più prudente attendere la fine del festival per cantare vittoria? - e due giorni dopo annota con orgoglio, presentandosi pesarese e mariottiana verace e della prima ora, che quello di Gianfranco Mariotti è l'unico caso di un sovrintendente che è a capo della manifestazione da 36 lunghi anni, cioè dall'inizio.
Titolo di merito? Sì per la Aspesi, per noi assolutamente no, anche se non è l'unico fra i sovrintendenti o direttori artistici a capo di festival fra i più importanti in Italia, che lo sono ininterrottamente, dalla prima edizione.
Accade, ad esempio, anche al Festival della Valle d'Itria che non ha cambiato mai sovrintendente - Francesco Punzi - da quaranta edizioni; o al Ravenna Festival che ha come direttore artistico, fin dalla prima edizione, Cristina Muti Mangiavillani, da 26 anni e 26 edizioni ( la Aspesi, nonostante la sua ben nota non simpatia nei riguardi di Muti, direttore, farebbe bene a fare una passeggiata anche a Ravenna, perché anche lì si fa un bel festival); o come, infine, al RomaEuropa Festival, giunto all'edizione numero 30, e sempre con gli stessi dirigenti ( Veaute e Grifasi, e pure con l'on. Pieraccini che ora della Fondazione è presidente onorario, e tutti e tre, con altri pochissimi, membri 'a vita' del consiglio di amministrazione).
A Ravenna come a Martina Franca come a Roma si ripetono anche alcune altre modalità del festival pesarese come quella che in fondazione o nell'organizzazione del festival ricorrano nomi di famigliari dei rispettivi dirigenti. Questo per dire alla Aspesi che tutto il mondo è paese e che Pesaro non fa eccezione su nulla, salvo...
... un caso che fa l'eccezione di Pesaro e che la Aspesi non considera. Gianfranco Mariotti riceve un compenso che è il più alto di un sovrintendente di un festival, assai vicino a quello di alcuni sovrintendenti di fondazioni liriche che hanno ben altro da fare nel corso di tutto l'anno. Con l'aggravante che il suo compenso è oltre un decimo del finanziamento del FUS al festival ( 160.000 Euro su un finanziamento di 1.152.000 Euro, ben oltre il 10%; e se ci mettiamo anche il compenso del direttore artistico, Alberto Zedda, quasi 100.000; fanno 1/5 circa del FUS); mentre per i sovrintendenti dei teatri che hanno un compenso simile a quello di Mariotti, l'incidenza in rapporto al FUS e dell'1%. Bella differenza!
Mentre il sovrintendente del Festival della Valle d'Itria non percepisce alcun compenso, come anche la signora Muti, che forse viene compensata attraverso l'onorario di regista, e che anche il presidente del RomaEuropa Festival Monique Veaute, che presta la sua opera gratuitamente ( un compenso - 16.500 Euro - l'ha come 'direttrice' di un progetto 'digitale' del festival medesimo) ed il suo direttore artistico Grifasi, che s'è tagliato lo stipendio annuo di quasi 30.000 Euro, passando da 110.000 a 80.000 circa. Esempi che Gianfranco Mariotti farebbe bene ad imitare, anche se la Aspesi non si azzarda a consigliarglielo.
A tutti, invece, vorremmo dare noi un consiglio. Non sarebbe ora, dopo decenni di permanenza ai vertici di quei festival, che schiodassero tutti?
All'estero grandi festival come anche importantissime istituzioni musicali ed anche museali cambiano i loro vertici ogni quattro o cinque anni, senza che nulla di catastrofico si abbatta sul normale corso di quelle istituzioni - vi sono casi analoghi anche in Italia, sebbene rarissimi, come quello del MART di Rovereto.
Perchè non si fa dappertutto, Pesaro inclusa? Perchè la Aspesi non se lo augura, se ad un certo punto della sua corrispondenza, annota che il successo dell'attuale edizione - appena cominciata - tiene lontani gli 'INVISIBILI ASPIRANTI AL SUO RUOLO'?
PRENDETE NOTA
Giunge in questi giorni la notizia della nomina, a partire dal 2016, di Riccardo Chailly a direttore musicale della Orchestra del Festival di Lucerna, fondata da Toscanini e rifondata, in anni recenti, da Claudio Abbado. A parte l'accanimento dirigenziale nei confronti di Chailly ( ancora a Lipsia, prossimo a Milano ed ora anche a Lucerna), è bene si sappia che il suo incarico a Lucerna avrà la durata di cinque anni, e non di ventisei o trenta o trentasei o addirittura quarant'anni. E' chiara la canzone?
La Aspesi, visto che non lo fanno quei fannulloni del suo giornale, annuncia anche la sorpresa del ritrovamento del 'quintetto' de 'La gazzetta' - rinvenuto in un faldone di manoscritti della biblioteca del Conservatorio di Palermo (Gossett lo presentò assieme al bibliotecario Lo Cicero, dalle pagine della nostra indimenticata rivista Music@) - e che verrà inserito nelle recite dell'opera rossiniana in cartellone.
Non ancora soddisfatta, la Aspesi annuncia, il giorno stesso che il festival inizia, che è un successo, tutto esaurito - ma non sarebbe stato più prudente attendere la fine del festival per cantare vittoria? - e due giorni dopo annota con orgoglio, presentandosi pesarese e mariottiana verace e della prima ora, che quello di Gianfranco Mariotti è l'unico caso di un sovrintendente che è a capo della manifestazione da 36 lunghi anni, cioè dall'inizio.
Titolo di merito? Sì per la Aspesi, per noi assolutamente no, anche se non è l'unico fra i sovrintendenti o direttori artistici a capo di festival fra i più importanti in Italia, che lo sono ininterrottamente, dalla prima edizione.
Accade, ad esempio, anche al Festival della Valle d'Itria che non ha cambiato mai sovrintendente - Francesco Punzi - da quaranta edizioni; o al Ravenna Festival che ha come direttore artistico, fin dalla prima edizione, Cristina Muti Mangiavillani, da 26 anni e 26 edizioni ( la Aspesi, nonostante la sua ben nota non simpatia nei riguardi di Muti, direttore, farebbe bene a fare una passeggiata anche a Ravenna, perché anche lì si fa un bel festival); o come, infine, al RomaEuropa Festival, giunto all'edizione numero 30, e sempre con gli stessi dirigenti ( Veaute e Grifasi, e pure con l'on. Pieraccini che ora della Fondazione è presidente onorario, e tutti e tre, con altri pochissimi, membri 'a vita' del consiglio di amministrazione).
A Ravenna come a Martina Franca come a Roma si ripetono anche alcune altre modalità del festival pesarese come quella che in fondazione o nell'organizzazione del festival ricorrano nomi di famigliari dei rispettivi dirigenti. Questo per dire alla Aspesi che tutto il mondo è paese e che Pesaro non fa eccezione su nulla, salvo...
... un caso che fa l'eccezione di Pesaro e che la Aspesi non considera. Gianfranco Mariotti riceve un compenso che è il più alto di un sovrintendente di un festival, assai vicino a quello di alcuni sovrintendenti di fondazioni liriche che hanno ben altro da fare nel corso di tutto l'anno. Con l'aggravante che il suo compenso è oltre un decimo del finanziamento del FUS al festival ( 160.000 Euro su un finanziamento di 1.152.000 Euro, ben oltre il 10%; e se ci mettiamo anche il compenso del direttore artistico, Alberto Zedda, quasi 100.000; fanno 1/5 circa del FUS); mentre per i sovrintendenti dei teatri che hanno un compenso simile a quello di Mariotti, l'incidenza in rapporto al FUS e dell'1%. Bella differenza!
Mentre il sovrintendente del Festival della Valle d'Itria non percepisce alcun compenso, come anche la signora Muti, che forse viene compensata attraverso l'onorario di regista, e che anche il presidente del RomaEuropa Festival Monique Veaute, che presta la sua opera gratuitamente ( un compenso - 16.500 Euro - l'ha come 'direttrice' di un progetto 'digitale' del festival medesimo) ed il suo direttore artistico Grifasi, che s'è tagliato lo stipendio annuo di quasi 30.000 Euro, passando da 110.000 a 80.000 circa. Esempi che Gianfranco Mariotti farebbe bene ad imitare, anche se la Aspesi non si azzarda a consigliarglielo.
A tutti, invece, vorremmo dare noi un consiglio. Non sarebbe ora, dopo decenni di permanenza ai vertici di quei festival, che schiodassero tutti?
All'estero grandi festival come anche importantissime istituzioni musicali ed anche museali cambiano i loro vertici ogni quattro o cinque anni, senza che nulla di catastrofico si abbatta sul normale corso di quelle istituzioni - vi sono casi analoghi anche in Italia, sebbene rarissimi, come quello del MART di Rovereto.
Perchè non si fa dappertutto, Pesaro inclusa? Perchè la Aspesi non se lo augura, se ad un certo punto della sua corrispondenza, annota che il successo dell'attuale edizione - appena cominciata - tiene lontani gli 'INVISIBILI ASPIRANTI AL SUO RUOLO'?
PRENDETE NOTA
Giunge in questi giorni la notizia della nomina, a partire dal 2016, di Riccardo Chailly a direttore musicale della Orchestra del Festival di Lucerna, fondata da Toscanini e rifondata, in anni recenti, da Claudio Abbado. A parte l'accanimento dirigenziale nei confronti di Chailly ( ancora a Lipsia, prossimo a Milano ed ora anche a Lucerna), è bene si sappia che il suo incarico a Lucerna avrà la durata di cinque anni, e non di ventisei o trenta o trentasei o addirittura quarant'anni. E' chiara la canzone?
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mercoledì 22 luglio 2015
Da Ravenna partono 'le vie dell'amicizia', la 'Via dell'ISIS' e la via che riporterà a Milano Riccardo Muti.
Il concerto che annualmente, partitosi dal Festival ravennate di Cristina Muti, ha fatto sbarcare Riccardo Muti con compagini orchestrali di varia estrazione, in varie regioni del mondo a significare che la musica può recare messaggi di pace o quantomeno di amicizia, si è accavallata quest'anno con le ultime notizie riguardanti i nuovi adepti stranieri del califfato dell'ISIS, dei quali più di uno passerebbero o partirebbero da Ravenna, dove forte è la presenza musulmana, anche deviata evidentemente; e dove esiste anche la tomba del sommo poeta, al quale il musulmanesimo, compreso quello non radicale, rimprovera la mancanza di rispetto verso il profeta, nella Commedia.
Ora da Ravenna sembra possa ripartire anche il cammino che riporterà Riccardo Muti alla Scala, da dove è uscito sbattendo la porta, accompagnato da qualche dissenso non proprio celato e silenzioso degli orchestrali.
Si ripete con Pereira la stessa operazione che Lissner tentò con Abbado. Il nuovo sovrintendente del teatro milanese, nei giorni scorsi è andato a Ravenna ad ascoltare il 'Falstaff' diretto da Muti, e alla fine è andato a salutare il direttore e sicuramente anche a chiedergli di tornare a Milano. Ed il direttore, da quel che si sa, è stato possibilista.
La prima volta, per rompere il ghiaccio, potrebbe farlo con la sua orchestra giovanile 'Cherubini', prima di entrare nella fossa dei leoni dei suoi orchestrali di un tempo, che certamente qualche zampata, non indolore, gliela darebbero.
E, del resto, a noi che questo mondo variopinto lo osserviamo attentamente ma disinteressatamente, sembra davvero anacronistico che un direttore come Muti in Italia diriga solo la 'sua' orchestra e nessun'altra , neanche quelle dei teatri più importanti, Roma compresa dove si ostinano a chiamarlo, 'direttore onorario a vita', che suona quasi una barzelletta.
E forse Pereira ci riuscirà a riportarlo a Milano, sempre che anche Muti, come il suo 'fratello' gemello Abbado, non chieda di piantare nel centro di Milano diecimila alberi, che Pisapia non potrebbe concedere perchè gli mancherebbero spazio e soldi.
Ora da Ravenna sembra possa ripartire anche il cammino che riporterà Riccardo Muti alla Scala, da dove è uscito sbattendo la porta, accompagnato da qualche dissenso non proprio celato e silenzioso degli orchestrali.
Si ripete con Pereira la stessa operazione che Lissner tentò con Abbado. Il nuovo sovrintendente del teatro milanese, nei giorni scorsi è andato a Ravenna ad ascoltare il 'Falstaff' diretto da Muti, e alla fine è andato a salutare il direttore e sicuramente anche a chiedergli di tornare a Milano. Ed il direttore, da quel che si sa, è stato possibilista.
La prima volta, per rompere il ghiaccio, potrebbe farlo con la sua orchestra giovanile 'Cherubini', prima di entrare nella fossa dei leoni dei suoi orchestrali di un tempo, che certamente qualche zampata, non indolore, gliela darebbero.
E, del resto, a noi che questo mondo variopinto lo osserviamo attentamente ma disinteressatamente, sembra davvero anacronistico che un direttore come Muti in Italia diriga solo la 'sua' orchestra e nessun'altra , neanche quelle dei teatri più importanti, Roma compresa dove si ostinano a chiamarlo, 'direttore onorario a vita', che suona quasi una barzelletta.
E forse Pereira ci riuscirà a riportarlo a Milano, sempre che anche Muti, come il suo 'fratello' gemello Abbado, non chieda di piantare nel centro di Milano diecimila alberi, che Pisapia non potrebbe concedere perchè gli mancherebbero spazio e soldi.
sabato 9 maggio 2015
A Spoleto, il direttore Giorgio Ferrara programma per un triennio.
Presentato l'altro ieri a Roma il programma triennale del Festival di Spoleto, cinquantottesimo della storia, manifesto di Botero, ottavo della gestione Ferrara, Giorgio, fratello di Giulianone, secondo l'invito/prescrizione del Ministero che vuole programmazioni pluriennali, come pluriennali ( triennali) saranno (dovrebbero essere; lo promettono da tempo, senza mai mantenere l'impegno assunto, ed ogni anno, cambiano) i finanziamenti.
Ferrara si allea con Ravenna, importa la orchestra Cherubini di Muti ( c'è lo zampino di Alessio Vlad che del festival era fino a ieri, oggi non sappiamo, il suggeritore, non disinteressato, per la parte musicale?) e così fa contento anche il ministro che fa riascoltare in Italia Muti, anche fuori dalla Ravenna di famiglia, e soprattutto fa contento Nastasi che di Muti, e della sua famiglia, è buon amico.
L'orchestra Cherubini sarà orchestra residente per tre anni, per l'esecuzione, uno per anno, dei titoli della trilogia italiana Mozart-Da Ponte, a cominciare quest'anno da 'Così fan tutte', diretta da Conlon, per proseguire con Nozze e Don Giovanni negli anni a venire. E la stessa orchestra, servirà a Muti per dirigervi il Concerto in piazza nel 2017, nel 2016 è invece atteso Pappano con Santa Cecilia, e quest'anno l'Orchestra Giovanile Italiana con Tate.
Qualche altra piccola presenza della Musica, abbastanza banalotta ( le musiche per film, che noia! le faranno anche a Santa Cecilia), per virare dritti verso il teatro, dove Ferrara si muove con più abilità, reimportando a Spoleto la compagnia di giro, seppure altisonante, che da anni vi dimora. Nella quale si distingue lo spettacolo con Bob Wilson e Barishnikov, sullo scandaloso Nijinski, del quale già ci hanno raccontato molto, cogliendolo nei giorni di prove a Milano.
Certo ci sarà anche la danza, con un paio di spettacoli, e poi i Concerti di mezzogiorno, affidati come a Spoleto s'è fatto negli anni passati, agli allievi dei Conservatori del circondario. Per risparmiare, per non scegliere o non saper scegliere.
In una celebre corrispondenza di Fedele D'Amico da Spoleto, anni o secoli fa, si raccontava dell'unicità di Spoleto, dove non si andava per ascoltare o vedere la star, ma per vedervi le sorprese che il vecchio Menotti era abilissimo a scovare, soprattutto in campo musicale. Ferrara non ha tempo per fare questo lavoro e perciò, messa nell'angolo la musica, si occupa del teatro che conosce e dove naturalmente spera ancora di lavorare, anche fuori di Spoleto.
Ma non aveva prescritto il Ministero che i direttori artistici non potevano figurare in cartellone, soprattutto in veste di registi di spettacoli che essi stesi avevano programmato? Se la cosa valeva per l'Argentina di Roma, perché non vale per Ravenna ( per Cristina Magiavillani Muti) o per Spoleto, dove Ferrara firmerà la regia della trilogia mozartiana, da qui al 2017, mentre Dante Ferretti baderà alla scena?
Ferrara si allea con Ravenna, importa la orchestra Cherubini di Muti ( c'è lo zampino di Alessio Vlad che del festival era fino a ieri, oggi non sappiamo, il suggeritore, non disinteressato, per la parte musicale?) e così fa contento anche il ministro che fa riascoltare in Italia Muti, anche fuori dalla Ravenna di famiglia, e soprattutto fa contento Nastasi che di Muti, e della sua famiglia, è buon amico.
L'orchestra Cherubini sarà orchestra residente per tre anni, per l'esecuzione, uno per anno, dei titoli della trilogia italiana Mozart-Da Ponte, a cominciare quest'anno da 'Così fan tutte', diretta da Conlon, per proseguire con Nozze e Don Giovanni negli anni a venire. E la stessa orchestra, servirà a Muti per dirigervi il Concerto in piazza nel 2017, nel 2016 è invece atteso Pappano con Santa Cecilia, e quest'anno l'Orchestra Giovanile Italiana con Tate.
Qualche altra piccola presenza della Musica, abbastanza banalotta ( le musiche per film, che noia! le faranno anche a Santa Cecilia), per virare dritti verso il teatro, dove Ferrara si muove con più abilità, reimportando a Spoleto la compagnia di giro, seppure altisonante, che da anni vi dimora. Nella quale si distingue lo spettacolo con Bob Wilson e Barishnikov, sullo scandaloso Nijinski, del quale già ci hanno raccontato molto, cogliendolo nei giorni di prove a Milano.
Certo ci sarà anche la danza, con un paio di spettacoli, e poi i Concerti di mezzogiorno, affidati come a Spoleto s'è fatto negli anni passati, agli allievi dei Conservatori del circondario. Per risparmiare, per non scegliere o non saper scegliere.
In una celebre corrispondenza di Fedele D'Amico da Spoleto, anni o secoli fa, si raccontava dell'unicità di Spoleto, dove non si andava per ascoltare o vedere la star, ma per vedervi le sorprese che il vecchio Menotti era abilissimo a scovare, soprattutto in campo musicale. Ferrara non ha tempo per fare questo lavoro e perciò, messa nell'angolo la musica, si occupa del teatro che conosce e dove naturalmente spera ancora di lavorare, anche fuori di Spoleto.
Ma non aveva prescritto il Ministero che i direttori artistici non potevano figurare in cartellone, soprattutto in veste di registi di spettacoli che essi stesi avevano programmato? Se la cosa valeva per l'Argentina di Roma, perché non vale per Ravenna ( per Cristina Magiavillani Muti) o per Spoleto, dove Ferrara firmerà la regia della trilogia mozartiana, da qui al 2017, mentre Dante Ferretti baderà alla scena?
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domenica 22 marzo 2015
Dimenticatemi, supplica RICCARDO MUTI. Lasciatemi in pace, dichiara a Rita Sala del Messaggero
Con una intervista a Rita Sala - l'unica portavoce giornalistica del maestro del quale raccoglie puntualmente ed a ritmi serrati, pensieri e pronunce, senza mai avventurarsi in interpretazioni, che poi risultano più o meno, anche se benevolmente e senza colpa, errate - sul 'Messaggero' di oggi dà il microfono al Maestro, alla vigilia di una sua importante tournée mondiale che lo vede a capo prima della Cherubini , e dopo anche dei Berliner e dei Wiener. L'occasione serve a Muti ed anche a Rita sala per parlare del prossimo - estivo - nuovo impegno del maestro, quello didattico, nel senso tecnico del termine, nella direzione d'orchestra e concertazione, che lo impegnerà a Ravenna, nel corso del festival di sua moglie Cristina, per la preparazione del Falstaff che proprio al Ravenna festival vedrà il debutto.
Muti ripete che, ad un certo punto della vita, si sente quasi morale l'obbligo di trasmettere alle giovani generazioni un patrimonio di tradizioni e saperi che potrebbe andar perduto. Del quale lui protagonista della vecchia scuola di sente depositario.
Ma l'occasione per ribadire tali concetti altre volte già espressi dal maestro - di nuovo c'è solo che nella scelta dei dieci allievi effettivi conteranno i titoli di studio degli aspiranti, nel caso specifico, di pianoforte e composizione, senza i quali lui non ammetterà nessuno al corso di direzione e maestro collaboratore, e bene fa! - gli serve anche e per l'ennesima volta per correggere alcune sue dichiarazioni recenti, anzi alcune interpretazioni di sue recenti dichiarazioni, apparse nientemeno, le une e le altre e non del medesimo segno, sul Corriere, firmate da due esegeti del maestro, uno dei quali sembra essere passato alla scuola apocrifa, ed un altro restato a quella canonica di sempre, la quale pure sembrerebbe non esser piaciuta, perchè non auitentica, al maestro.
Comunque il maestro è amareggiato al punto che dichiara a Rita Sala: Lasciatemi in pace, dimenticatemi. A seguito egli spiega di "certe dichiarazioni che avrei presuntamente fatto,osservazioni improbabili spacciate per mie, sono arrivato ad una precisa consapevolezza:vorrei essere lasciato in pace. Dimenticatemi. Non chiamatemi in continuazione per avere giudizi su questo e quell'evento.Non chiedetemi di prendere posizione su qualsiasi argomento,vicino o lontano da me, spesso e volentieri anche non musicale... Adesso vorrei lavorare in pace, al di là delle dietrologie, e del 'misundestanding' "- che vorrà dire, noi non capiamo, ma lo trascriviamo comunque.
Muti ripete che, ad un certo punto della vita, si sente quasi morale l'obbligo di trasmettere alle giovani generazioni un patrimonio di tradizioni e saperi che potrebbe andar perduto. Del quale lui protagonista della vecchia scuola di sente depositario.
Ma l'occasione per ribadire tali concetti altre volte già espressi dal maestro - di nuovo c'è solo che nella scelta dei dieci allievi effettivi conteranno i titoli di studio degli aspiranti, nel caso specifico, di pianoforte e composizione, senza i quali lui non ammetterà nessuno al corso di direzione e maestro collaboratore, e bene fa! - gli serve anche e per l'ennesima volta per correggere alcune sue dichiarazioni recenti, anzi alcune interpretazioni di sue recenti dichiarazioni, apparse nientemeno, le une e le altre e non del medesimo segno, sul Corriere, firmate da due esegeti del maestro, uno dei quali sembra essere passato alla scuola apocrifa, ed un altro restato a quella canonica di sempre, la quale pure sembrerebbe non esser piaciuta, perchè non auitentica, al maestro.
Comunque il maestro è amareggiato al punto che dichiara a Rita Sala: Lasciatemi in pace, dimenticatemi. A seguito egli spiega di "certe dichiarazioni che avrei presuntamente fatto,osservazioni improbabili spacciate per mie, sono arrivato ad una precisa consapevolezza:vorrei essere lasciato in pace. Dimenticatemi. Non chiamatemi in continuazione per avere giudizi su questo e quell'evento.Non chiedetemi di prendere posizione su qualsiasi argomento,vicino o lontano da me, spesso e volentieri anche non musicale... Adesso vorrei lavorare in pace, al di là delle dietrologie, e del 'misundestanding' "- che vorrà dire, noi non capiamo, ma lo trascriviamo comunque.
domenica 16 novembre 2014
I due Riccardi del podio
Non sappiamo se uno dei due 'Riccardi della bacchetta' - discendenti di 'Guarneri del Gesù' che invece lavorava d'archetto - si offenderà nell'essere appaiato all'altro, perchè in quest'accostamento nulla v'è di sacrilego. Ambedue sono 'Riccardi', ma c'è differenza fra l'uno e l'altro, differenza d'età, di provincia di nascita, sebbene poi abbiano in tempi diversi compiuti e completati gli studi a Milano, e poi anche di fama - perchè nascondersi che uno dei due 'Riccardi' è più famoso dell'altro, mentre non sappiamo se l'altro è, invece, in egual misura della fama del suo omologo, affamato di fama?
Il destino li ha accostati, meglio contrapposti, senza colpa di nessuno. L'uno quello più di fama è uscito dalla Scala, e l'altro, forse più affamato di fama, vi è appena entrato per la porta principale, dopo lunga lunghissima anticamera e girovagare in Europa, per chiamata di Pereira.
Il quale Pereira, proprio in questi giorni ha lanciato un messaggino d'amore verso il più famoso dei Riccardi: 'torna a Milano, la Scala aspetta a te', con doppia firma, la sua e dell'altro Riccardo, che si professa sincero. E noi non ne dubitiamo.
Anche se gli esempi di clamorose rotture ed inattese riappacificazioni fra direttori e teatri od orchestre sono innumerevoli - per tutti il caso di Toscanini e la Scala, appunto - non è facile riportare sul podio milanese dell'orchestra che lo ha sfiduciato, il direttore che per quasi vent'anni ha portato l'Orchestra della Scala ai massimi trionfi anche nel mondo. Certo tutto può accadere, ma prima che il Riccardo più famoso, ma anche furioso, torni a Milano, passerà ancora qualche anno, e forse il messaggino d'amore di Pereira e dell'altro Riccardo dovrà essere reiterato. Tanto costa poco, basta cliccare per inviarlo infinite volte. Nessuno si stanchi e smetta di farlo. E se lo facesse anche la sua ex orchestra....
Il Riccardo famoso, in Italia, dopo il suo abbandono dell'Opera di Roma ( dove pure sperano di riportacelo...campa cavallo!) lo si potrà ascoltare solo con la sua Orchestra Cherubini, o con la Chicago, in caso di tournée.
Però il prossimo luglio lo si vedrà anche in cattedra, e questa è davvero una buona notizia, perchè il Riccardo più famoso ha deciso di aprire a Ravenna sotto l'egida del festival di sua Moglie, una Accademia d'opera italiana, e già dai primi di luglio impartirà lezioni di direzione a quanti vi si iscriveranno, esaminando (concertando) il 'Falstaff' di Verdi, che dal 23 al 26 luglio, è già programmato al Ravenna Festival con Muti sul podio, in buca l'Orchestra Cherubini, regista Cristina Muti.
Insomma con una bacchetta, al posto della 'fava' del detto popolare, si prendono due piccioni: il corso per giovani musicisti frutto della vocazione all'insegnamento di Muti, e lo spettacolo d'opera al Festival, che fa contenta anche la signora.
Il destino li ha accostati, meglio contrapposti, senza colpa di nessuno. L'uno quello più di fama è uscito dalla Scala, e l'altro, forse più affamato di fama, vi è appena entrato per la porta principale, dopo lunga lunghissima anticamera e girovagare in Europa, per chiamata di Pereira.
Il quale Pereira, proprio in questi giorni ha lanciato un messaggino d'amore verso il più famoso dei Riccardi: 'torna a Milano, la Scala aspetta a te', con doppia firma, la sua e dell'altro Riccardo, che si professa sincero. E noi non ne dubitiamo.
Anche se gli esempi di clamorose rotture ed inattese riappacificazioni fra direttori e teatri od orchestre sono innumerevoli - per tutti il caso di Toscanini e la Scala, appunto - non è facile riportare sul podio milanese dell'orchestra che lo ha sfiduciato, il direttore che per quasi vent'anni ha portato l'Orchestra della Scala ai massimi trionfi anche nel mondo. Certo tutto può accadere, ma prima che il Riccardo più famoso, ma anche furioso, torni a Milano, passerà ancora qualche anno, e forse il messaggino d'amore di Pereira e dell'altro Riccardo dovrà essere reiterato. Tanto costa poco, basta cliccare per inviarlo infinite volte. Nessuno si stanchi e smetta di farlo. E se lo facesse anche la sua ex orchestra....
Il Riccardo famoso, in Italia, dopo il suo abbandono dell'Opera di Roma ( dove pure sperano di riportacelo...campa cavallo!) lo si potrà ascoltare solo con la sua Orchestra Cherubini, o con la Chicago, in caso di tournée.
Però il prossimo luglio lo si vedrà anche in cattedra, e questa è davvero una buona notizia, perchè il Riccardo più famoso ha deciso di aprire a Ravenna sotto l'egida del festival di sua Moglie, una Accademia d'opera italiana, e già dai primi di luglio impartirà lezioni di direzione a quanti vi si iscriveranno, esaminando (concertando) il 'Falstaff' di Verdi, che dal 23 al 26 luglio, è già programmato al Ravenna Festival con Muti sul podio, in buca l'Orchestra Cherubini, regista Cristina Muti.
Insomma con una bacchetta, al posto della 'fava' del detto popolare, si prendono due piccioni: il corso per giovani musicisti frutto della vocazione all'insegnamento di Muti, e lo spettacolo d'opera al Festival, che fa contenta anche la signora.
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venerdì 7 novembre 2014
Riccardo Muti sente il bisogno di smentire l'amico giornalista Bruno Vespa. Perchè non ha lasciato correre?
Perchè l'ha fatto? Solo perchè non gli va di comparire in un libro intitolato ai voltagabbana, quale il direttore non si considera e non consente a nessuno di considerarlo tale, neanche ad un amico?
Fatto sta che dopo la pubblicazione, in anteprima, del capitolo che lo riguarda su Il messaggero, Riccardo Muti ha chiamato Rita Sala per correggere punto per punto quanto dichiarato dall'amico giornalista Bruno Vespa.
Innanzitutto precisa che lui la promessa di venire a Roma la fece addirittura nel 2006 a Veltroni che lo supplicava perchè venisse a risollevare le sorti del teatro romano - però poi l'assunzione dell'incarico è venuta anni dopo - almeno tre , se non quattro - e quando Veltroni non era più sindaco, sostituito da Alemanno. Forse Muti non vuole essere associato alla cattiva gestione del teatro, retto da Catello De Martino, espressione di Alemanno? E noi aggiungiamo: retto anche da Vlad che lui ha voluto.
E' possibile che Muti non sapesse nulla di ciò che accadeva in Sovrintendenza negli anni in cui è stato direttore onorario a vita del teatro? Che non si sia mai posto il problema di domandare al sovrintendente come stavano a soldi? E che si sia trovato all'improvviso nel mezzo della tempesta, anche se non l'ha toccato formalmente?Certo avrebbe potuto fregarsene, del resto lui dirigeva non amministrava. però..però...
Vogliamo poi parlare della esatta dicitura del suo incarico, che rasenta la barzelletta? 'direttore onorario a vita', ancor prima di arrivarci, quando tale incarico onorifico si dà a direttori che hanno trascorso una vita in una istituzione, al momento di lasciare l'incarico stabile? Una premonizione che non poteva durare?
Noi non vogliamo difendere Vespa dalle accuse di Muti, perché siamo amici di Vespa, nè gettare la croce addosso a Muti, al quale ci lega una grande stima ed una qualche frequentazione e simpatia. Però ci teniamo a precisare.
1. La mattina del 18 agosto 2009, noi incontrammo in una piazza di Salisburgo Bruno Vespa, che tra breve si sarebbe recato a casa di Muti, ad Anif, con Alemanno, e la sera prima aveva assistito, assieme ad Alemanno, ad un'opera (o concerto) da lui diretta. Lo salutammo, ci confermò l'appuntamento. Ma a quel momento nulla era stato ancora definito, neanche il suo approdo definitivo all'Opera di Roma, figurarsi la modalità. Dunque quel suo incarico di direttore onorario a vita era ancora di là da venire. E questo lo ricordiamo perfettamente. Vespa ed Alemanno lo incontravano per ottenere da lui il sì definitivo: Vespa ha raccontato, in altra occasione, quell'incontro, e Muti allora non ebbe nulla da contestare.
2. Il settembre di quello stesso anno, a pochi mesi dal terremoto, Muti, finita la sua trasferta a Salisburgo, venne all'Aquila per restarci una settimana allo scopo di incoraggiare i musicisti colpiti dalla grave sciagura. Lo seguimmo nel corso di tutte le prove e ne apprezzammo il gesto e la dedizione, come poi scrivemmo e gli riconosciamo tuttora. Lo intervistammo per Capital e quella stessa intervista, in versione più lunga, pubblicammo poi su Music@, il bimestrale che dirigevamo.
Nel corso di quell'intervista venne, ovviamente, fuori il discorso riguardante la sua presenza al Teatro dell'Opera - chi non si fida vada a leggere quell'intervista o su Capital o su Music@. Ricordiamo parola per parola ciò che ci disse, senza bisogno di andare a rileggere le interviste pubblicate. Muti contava, a quell'epoca, di assumere un incarico all'Opera di Roma, ma un incarico di peso, non certo 'onorario a vita'. E ci espose sommariamente la sua strategia: avrebbe coinvolto i più grandi musicisti e registi, suoi amici, come aveva già fatto con il festival di sua moglie, Cristina, 'Ravenna Festival' per sollevare le sorti dell'Opera di Roma - queste testualmente le sue parole. La formalizzazione dell'incarico è senz'altro successiva; e su di essa non parlammo affatto, ma ne scrivemmo al momento opportuno,cioè a decisione avvenuta, successivamente, ridendoci sopra; e la pensiamo ancora così.
3. Naturalmente delle affermazioni che Vespa mette in bocca a Muti non possiamo dire nulla perché non eravamo mai presenti agli incontri di cui riferisce, però è davvero sorprendente che Muti abbia deciso di contraddire su tutta la linea il racconto del suo amico Vespa, nel periodo in cui era all'Opera, anche in qualità di vice presidente del teatro.
Per questo ed anche altro, la sua rettifica ampia e dettagliata non riusciamo a giustificarla del tutto, come non capiamo perché abbia deciso di rompere con Bruno Vespa. Quale grave torto può avergli fatto Vespa, per indurlo ad una reazione così forte, senza attendere neanche un minuto?
P.S. Sul n.21 di Music@( gennaio-febbraio 2011) in un nostro 'foglio d'album' intitolato Muti: il gran rifiuto' tornavamo sull'incarico di Muti a Roma, sulla sua 'marcia indietro', come esattamenete la definì in occasione di una conferenza stampa ad inizio di stagione. Vale la pena di leggerlo, sul sito : www.consaq.it.
Fatto sta che dopo la pubblicazione, in anteprima, del capitolo che lo riguarda su Il messaggero, Riccardo Muti ha chiamato Rita Sala per correggere punto per punto quanto dichiarato dall'amico giornalista Bruno Vespa.
Innanzitutto precisa che lui la promessa di venire a Roma la fece addirittura nel 2006 a Veltroni che lo supplicava perchè venisse a risollevare le sorti del teatro romano - però poi l'assunzione dell'incarico è venuta anni dopo - almeno tre , se non quattro - e quando Veltroni non era più sindaco, sostituito da Alemanno. Forse Muti non vuole essere associato alla cattiva gestione del teatro, retto da Catello De Martino, espressione di Alemanno? E noi aggiungiamo: retto anche da Vlad che lui ha voluto.
E' possibile che Muti non sapesse nulla di ciò che accadeva in Sovrintendenza negli anni in cui è stato direttore onorario a vita del teatro? Che non si sia mai posto il problema di domandare al sovrintendente come stavano a soldi? E che si sia trovato all'improvviso nel mezzo della tempesta, anche se non l'ha toccato formalmente?Certo avrebbe potuto fregarsene, del resto lui dirigeva non amministrava. però..però...
Vogliamo poi parlare della esatta dicitura del suo incarico, che rasenta la barzelletta? 'direttore onorario a vita', ancor prima di arrivarci, quando tale incarico onorifico si dà a direttori che hanno trascorso una vita in una istituzione, al momento di lasciare l'incarico stabile? Una premonizione che non poteva durare?
Noi non vogliamo difendere Vespa dalle accuse di Muti, perché siamo amici di Vespa, nè gettare la croce addosso a Muti, al quale ci lega una grande stima ed una qualche frequentazione e simpatia. Però ci teniamo a precisare.
1. La mattina del 18 agosto 2009, noi incontrammo in una piazza di Salisburgo Bruno Vespa, che tra breve si sarebbe recato a casa di Muti, ad Anif, con Alemanno, e la sera prima aveva assistito, assieme ad Alemanno, ad un'opera (o concerto) da lui diretta. Lo salutammo, ci confermò l'appuntamento. Ma a quel momento nulla era stato ancora definito, neanche il suo approdo definitivo all'Opera di Roma, figurarsi la modalità. Dunque quel suo incarico di direttore onorario a vita era ancora di là da venire. E questo lo ricordiamo perfettamente. Vespa ed Alemanno lo incontravano per ottenere da lui il sì definitivo: Vespa ha raccontato, in altra occasione, quell'incontro, e Muti allora non ebbe nulla da contestare.
2. Il settembre di quello stesso anno, a pochi mesi dal terremoto, Muti, finita la sua trasferta a Salisburgo, venne all'Aquila per restarci una settimana allo scopo di incoraggiare i musicisti colpiti dalla grave sciagura. Lo seguimmo nel corso di tutte le prove e ne apprezzammo il gesto e la dedizione, come poi scrivemmo e gli riconosciamo tuttora. Lo intervistammo per Capital e quella stessa intervista, in versione più lunga, pubblicammo poi su Music@, il bimestrale che dirigevamo.
Nel corso di quell'intervista venne, ovviamente, fuori il discorso riguardante la sua presenza al Teatro dell'Opera - chi non si fida vada a leggere quell'intervista o su Capital o su Music@. Ricordiamo parola per parola ciò che ci disse, senza bisogno di andare a rileggere le interviste pubblicate. Muti contava, a quell'epoca, di assumere un incarico all'Opera di Roma, ma un incarico di peso, non certo 'onorario a vita'. E ci espose sommariamente la sua strategia: avrebbe coinvolto i più grandi musicisti e registi, suoi amici, come aveva già fatto con il festival di sua moglie, Cristina, 'Ravenna Festival' per sollevare le sorti dell'Opera di Roma - queste testualmente le sue parole. La formalizzazione dell'incarico è senz'altro successiva; e su di essa non parlammo affatto, ma ne scrivemmo al momento opportuno,cioè a decisione avvenuta, successivamente, ridendoci sopra; e la pensiamo ancora così.
3. Naturalmente delle affermazioni che Vespa mette in bocca a Muti non possiamo dire nulla perché non eravamo mai presenti agli incontri di cui riferisce, però è davvero sorprendente che Muti abbia deciso di contraddire su tutta la linea il racconto del suo amico Vespa, nel periodo in cui era all'Opera, anche in qualità di vice presidente del teatro.
Per questo ed anche altro, la sua rettifica ampia e dettagliata non riusciamo a giustificarla del tutto, come non capiamo perché abbia deciso di rompere con Bruno Vespa. Quale grave torto può avergli fatto Vespa, per indurlo ad una reazione così forte, senza attendere neanche un minuto?
P.S. Sul n.21 di Music@( gennaio-febbraio 2011) in un nostro 'foglio d'album' intitolato Muti: il gran rifiuto' tornavamo sull'incarico di Muti a Roma, sulla sua 'marcia indietro', come esattamenete la definì in occasione di una conferenza stampa ad inizio di stagione. Vale la pena di leggerlo, sul sito : www.consaq.it.
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sabato 19 luglio 2014
Sacre famiglie unite. Dai Clinton ai Muti
L'altro ieri con fastidio grande leggevamo della figlia dei Clinton che sì è messa a far soldi, un mestiere che ha appreso dai suoi genitori: il papà, quello della Lewinsky- l'unico merito per il quale passerà forse alla storia - che è diventato conferenziere pagatissimo (come del resto anche l'ex premier inglese che ora fa il consulente perfino di Putin ) e dalla mammà che non ha ancora deciso se scendere in politica e candidarsi alle prossime presidenziali ed intanto mette su un bel gruzzolo di dollari, a milioni, attraverso il coinvolgimento dei suoi possibili sostenitori. La figlia, oggi signora, che tutti ricordiamo con l'apparecchio ai denti, ora gira l'America facendosi strapagare. Una vergogna familiare!
La famiglia conta ancora ed è il cardine della nostra società, in America come in Italia .
Oggi, sempre sui giornali leggiamo di un'altra grande famiglia, non di politici. La famiglia Muti, la famiglia del grande direttore che nei prossimi giorni, escluso il capofamiglia, è impegnata a Borgia in Calabria per l'anteprima della nuova opera di Nicola Piovani, protagonisti Depardieu - già ospite al 'Festival di Ravenna e dei Muti', e in Berlioz con Muti padre, e Chiara Muti, e la Cristina Muti, moglie del maestro, regista. In queste settimane non sono al loro primo lavoro. Cristina Muti, per il festival suo, ha seguito anche tutte le trasferte e i vari concerti 'per un amico' di suo marito, nel quale il maestro ha fatto suonare anche suo genero, marito di Chiara, la quale Chiara è reduce dal nuovo lavoro di Azio Corghi col quale fa spesso coppia fissa, un melologo, presentato in questi giorni passati a Siena.
Nessuno chiede ai Clinton come ai Muti di cancellare il senso sacro della famiglia (se anche in Giappone stanno facendo di tutto per farlo tornare in auge, noi non possiamo essere secondi a nessuno).No, neanche per sogno, ma almeno di non farlo vedere ogni giorno e sbatterlo in faccia a chi una famiglia sacra e potente non può vantare.
Salvo che, nel caso di Muti, il maestro e la sua famiglia non facciano quel che fanno, solo perchè così ci danno materia per indignarci per l'ennesima volta. Lanciandoci una sfida: chi si stancherà prima?
La famiglia conta ancora ed è il cardine della nostra società, in America come in Italia .
Oggi, sempre sui giornali leggiamo di un'altra grande famiglia, non di politici. La famiglia Muti, la famiglia del grande direttore che nei prossimi giorni, escluso il capofamiglia, è impegnata a Borgia in Calabria per l'anteprima della nuova opera di Nicola Piovani, protagonisti Depardieu - già ospite al 'Festival di Ravenna e dei Muti', e in Berlioz con Muti padre, e Chiara Muti, e la Cristina Muti, moglie del maestro, regista. In queste settimane non sono al loro primo lavoro. Cristina Muti, per il festival suo, ha seguito anche tutte le trasferte e i vari concerti 'per un amico' di suo marito, nel quale il maestro ha fatto suonare anche suo genero, marito di Chiara, la quale Chiara è reduce dal nuovo lavoro di Azio Corghi col quale fa spesso coppia fissa, un melologo, presentato in questi giorni passati a Siena.
Nessuno chiede ai Clinton come ai Muti di cancellare il senso sacro della famiglia (se anche in Giappone stanno facendo di tutto per farlo tornare in auge, noi non possiamo essere secondi a nessuno).No, neanche per sogno, ma almeno di non farlo vedere ogni giorno e sbatterlo in faccia a chi una famiglia sacra e potente non può vantare.
Salvo che, nel caso di Muti, il maestro e la sua famiglia non facciano quel che fanno, solo perchè così ci danno materia per indignarci per l'ennesima volta. Lanciandoci una sfida: chi si stancherà prima?
mercoledì 2 ottobre 2013
Basterà Muti a fermare Marino?
I giornali, specie quelli che seguono da vicino e
con occhi di particolare benevolenza le sorti dell’Opera di Roma – tanto per parlar chiaro: Corriere e Messaggero – non hanno potuto non notare con sorpresa
che alla presentazione della stagione
2013-2014 , fatta come sempre con un ritardo che rimanda al paleolitico della managerialità, e
cioè il 30 settembre 2013, a meno di due mesi dall’inaugurazione della nuova
stagione (con Muti direttore, ‘Ernani’ di Giuseppe Verdi), il sindaco di Roma,
presidente della Fondazione operistica cittadina, era assente. Assenza
giustificata , diplomaticamente, con ragioni di ‘forza maggiore’ per ‘impegni
isituzionali’, evidentemente più istituzionali della stagione dell’Opera. La stessa assenza che, però, non
destava particolari sospetto negli anni di Alemanno, perché, giornali compresi,
tutti sapevamo che Alemanno sebbene assente, giustificato o ingiustificato che
fosse, era sempre presente al momento in cui occorreva mettere denaro fresco
mano nella casse dell’Opera. Ora forse non sarà più così, e perciò
quell’assenza desta sospetti. E,
infatti, a chi ha letto i giornali non sarà sfuggita qualche frase buttata qua
e là dal principale fiancheggiatore/sostenitore/cantore del teatro, dal ‘Corriere
della Sera’, nella persona di Valerio Cappelli, il quale, per la prima volta,
s’è lasciato scappare – proprio lui che
non ha mai fatto trapelare, prima d’ora, eventuali e neppure possibili
falle nell’amministrazione del teatro
– che il sindaco vuole vederci chiaro
nell’amministrazione del teatro; perchè al Comune, che ha un buco difficile da
coprire, lasciatogli evidentemente dall’ottimo amministratore Alemanno ( perché
quasi 900 milioni di Euro di buco neppure
un Marino superman avrebbe potuto farli in pochissimi mesi), l’Opera costa la non modica cifra di 20
milioni per anno. Bilancio reso ancora più negativo, dalla constatazione che quella enorme costosissima macchina , ha
scarsa produttività e i ‘tutto esaurito’ sono solo nei ricordi di un tempo. E
già. Lo stesso Marino, presente alle recenti
repliche di ‘Nabucco’, ha notato parecchi buchi in platea e nei palchi , e, dopo i successi a Salisburgo di Muti, si va domandando come mai il direttore, lì
faccia ‘tutto esaurito’ ed a Roma no!
Verrà, poi, anche il momento in cui si domanderà
perchè questo dato non sia emerso mai dalle pagine del ‘Messaggero’ e ‘Corriere’, che un giorno sì e l’altro pure
cantano le glorie dell’Opera e inneggiano ai suoi amministratori. Muti,
naturalmente, è fuori discussione, senza di lui, l’Opera di Roma sarebbe già
affondata. Ma non basta Muti a evitare al teatro l’analisi di costi e benefici che
Marino sta compiendo. Dalla quale al sindaco
risulterebbe che l’Opera di Roma - come anche altre istituzioni o iniziative di
spettacolo ( leggi: Festa del Cinema, carrozzone, inutile per qualcuno, troppo
costoso per tutti!) – il Comune dà troppi soldi, non sempre ben amministrati e
fatti fruttare.
Chi segue da vicino queste faccende sa che cosa
succede ad ogni giro di poltrone nel
potere cittadino. Si mandano a casa i manager messi nei vari posti di comando dall’amministrazione precedente,
per metterci i propri. E per compiere una simile operazione, talvolta suicida,
ci si inventa qualunque cosa, anche falsità. Esattamente come ha fatto Alemanno
prima di Marino, per estromettere Ernani e metterci il suo eroe, Catello De Martino,
al suo primo incarico al vertice di una impresa, per giunta culturale. A
volerla dire tutta, Catello e Alessio Vlad, il quale per il ‘Corriere’ è un
ottimo direttore artistico, senza discussione!- hanno avuto il beneplacito di
Muti, nel caso di Catello, e per Vlad, figlio di Roman, una sua precisa
indicazione. Quindi nella scelta dei manager c’è, eccome, lo zampino anzi la
zampata di Muti. De Martino ha chiuso per il quarto anno consecutivo il bilancio
in pareggio, è vero; però al modico costo per le casse comunali di 20 milioni
di Euro, per anno. E, se adesso, a causa delle difficoltà economiche del
Comune, Marino decidesse di tagliare questo suo consistente finanziamento,
come chiuderebbe il bilancio, Catello? Indovinate!
Se Marino
dovesse mettere in atto, senza sbandierarlo ai quattro venti anche per non
urtare Muti, un taglio al finanziamento del Comune, anche perchè nonostante
questa montagna di soldi, l’Opera governata ‘magnificamente’, secondo i
fiancheggiatori della stampa, non è riuscita a trovare risorse proprie, e
dipendendo quindi quasi esclusivamente dal finanziamento del FUS e del Comune,
nel bilancio si aprirebbe una grossa crepa, e De Martino potrebbe essere
mandato a casa. E l’ottimo direttore artistico Alessio Vlad che quest’anno ha
messo in cartellone a Caracalla anche una pièce di Valerio Cappelli, suo poeta di corte, che
fine farebbe? Muti lo difenderebbe a spada tratta, nonostante gli errori di
programmazione ai quali forse solo quest’anno si pone rimedio, con una sterzata
evidente verso il repertorio più popolare, nei confronti del quale il
professorino Vlad mostra disprezzo -
perché quegli ‘errori’ di programmazione recano anche la sua firma? E come
giustificare il botteghino non sempre assediato dai melomani, anche quando è in
cartellone Muti? Non c’è scusa: questa si chiama inefficienza ed incapacità di
gestione. Noi stessi presenti ad una magnifica lezione di Muti alla Sapienza,
in occasione della prima di ‘Attila’ di Giuseppe Verdi, abbiamo notato, non
senza sconcerto, la platea mezza vuota e in gran parte occupata da liceali
costretti dai loro insegnanti ma recalcitranti e rumorosi, e dalla corte universitaria del gaffeur Frati. All’indomani, sui giornali
leggemmo della folla che aveva riempito l’Aula magna dell’Università. Beh,
Catello come giustifica i tanti vuoti delle prime, almeno fin quando le
frequentavamo, mentre adesso non siamo più ospiti graditi né di Catello né di Arriva, e noi immaginiamo, indirettamente, con la
complicità di Muti !)in platea, nonostante gli inviti sempre abbondanti al
‘generone’ romano. Cattiva gestione, nessuna attenzione alla creazione di un
pubblico, quando non c’è.
Si apre per
l’Opera di Roma, certamente una fase delicata, molto delicata. Forse qualche
freno ad una forte possibile azione di Marino sarà costituita dalla presenza di
Muti, che non si può far scappare da Roma. Sarebbe la fine. Ma certo non si può
subire una cattiva amministrazione, anche se Muti dovesse risentirsi. Noi,
facciamo notare, indipendentemente dalla valutazione della gestione dell’Opera
di questi anni, sulla qual tante volte abbiamo espresso riserve oltre che
qualche appunto al comportamento inqualificabile di suoi dirigenti – che, come
sempre, si comincia a tagliare la cultura che, evidentemente, anche Marino, considera
un bene non necessario, anzi accessorio.
Infine, un
piccolo appunto; a Muti, questa volta. Ma era proprio necessario affidare a sua
figlia Chiara, caro maestro, la regia di ‘Manon’, dopo che quest’estate aveva
già ‘registrato’ Purcell a Caracalla, e negli anni passati al Nazionale, sia
Chiara che sua moglie, Cristina, avevano debuttato come attrice e regista? Con
tutto il potere che ha e le conoscenze in mezzo mondo, non le riesce, caro
maestro, di trovar lavoro per la sua famiglia altrove e non nel teatro dove lei
è sovrano assoluto? Perché, anche se
nessuno glielo dice apertamente - come stiamo facendo noi - sono in tanti,
quasi tutti, a pensarla in questa maniera.
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sabato 31 agosto 2013
Riccardo Muti si risente, ma non per la nomina di Abbado.
Da Salisburgo, dove c'è stato un autentico trionfo di Muti 'sulle note di Verdi'- come titolava 'La repubblica' con formula azzeccatissima sulla romana, dove ha trovato lo spazio per parlare del successo del Nabucco, con i complessi dell'Opera di Roma - arriva il commento 'amaro ' del celebre direttore all'indomani della nomina di Abbado a senatore a vita. Napolitano, con il quale lui intrattiene un rapporto di grande confidenza ha nominato Abbado e non lui, per semplici ed ovvie ragioni anagrafiche, ma questo Muti lo comprende chiaramente e giustifica il Presidente. Ovvio che a questa nomina non fa alcun cenno. Apertamente, invece, se la prende con le autorità nazionali e cittadine che non si sono fatte vive con chi porta fuori dei confini nazionali le eccellenze del nostro paese e della capitale.
Sorprendono, e non poco, tali lamentale sull'assenza dei rappresentanti delle istituzioni,; al punto che verrebbe da domandargli perchè non le fece quando , ad esempio, il notissimo Mollicone avversò, per squallide ragioni di correnti all'interno della destra romana, la sua nomina all'Opera di Roma. Allora non disse nulla, quando avrebbe invece dovuto mandare all'aria tutto. Non poteva farlo, e per molte ragioni? Forse sì. Innanzitutto perchè - la cosa è ormai abbastanza chiara - dopo aver promesso agli ambasciatori Vespa-Alemanno , andati da lui in pellegrinaggio proprio a Salisburgo - la sua disponibilità a diventare 'direttore musicale' dell'Opera di Roma, s'era tirato indietro. Forse perchè ci fu un patto segreto fra lui e Alemanno, testimone Vespa, sulla sua permanenza a Roma, ma senza un incarico simile a quello che aveva alla Scala e che lui, inizialmente, aveva promesso. Non si è lamentato mai con Alemanno, almeno non lo ha fatto con la voce grossa che sappiamo egli ha, nella diatriba Alemanno-Ernani sui bilanci dell'Opera, quando era a tutti chiaro che Alemanno voleva, senza sentire ragione, mandare a casa Ernani, colpevole anche di aver criticato pubblicamente il ministro di allora (Bondi) e più ancora il suo direttore generale Nastasi, strenuo sostenitore di Muti nella stanze del Collegio romano, per il generoso, ma giusto e sacrosanto, sostegno del Ministero, via Arcus, alla sua Orchestra Cherubini e al festival di sua moglie Cristina. Muti allora si lamentò, ma avrebbe potuto lamentarsi di più.
Dell'assenza degli amministratori locali e nazionali dalla vita musicale, e della loro totale estraneità a tale ambiente, Muti dovrebbe sapere; non è pecca esclusiva degli attuali amministratori - aspettiamo un pò per giudicare Marino che si è appena insediato - o del Ministro, occupatissimo, e che, contrariamente alle aspettative, pare si stia muovendo abbastanza bene. Anche Alemanno non ha mai frequentato assiduamente il suo teatro; l'ha fatto quando c'era il Presidente della Repubblica o magari dirigeva Muti - ma non sappiamo se era presente tutte le volte. Come poi riempiva il palco 'reale' meglio tacere. Noi lo ricordiamo fuggire - dopo esser arrivato in ritardo - dalle conferenze stampa di presentazione della stagione all'Opera. Eppure non gli mancava una vena 'artistica', a giudicare dal fatto che più d'una volta s'era speso con i vertici della RAI, a favore della grande attrice Eleonora Daniele.
Vogliamo parlare dei ministri che hanno preceduto Bray? Meglio stendere un velo pietosissimo su Bondi, Galan, Ornaghi, gli ultimi due passati dal Collegio romano senza lasciare considerevole traccia, se non quella,vergognosa, della nomina di quel ladrone che ha depauperato la Biblioteca dei Girolaimni a Napoli. Se poi vogliamo salire ancora più su, nella scala gerarchica del governo nazionale, ha mai visto il maestro Muti il presidente Berlusconi mettere piede in teatro? O una volta che sia una, entrare all'Auditorium di Roma, dal giorno della sua inaugurazione, or sono dieci anni?
Perciò il maestro Muti non se ne lamenti solo ora; lui conosce bene da sempre quest'Italia, matrigna della musica e della cultura. Se.invece, ha deciso da oggi in avanti, di non tacere più, noi saremo il suo megafono.
Sorprendono, e non poco, tali lamentale sull'assenza dei rappresentanti delle istituzioni,; al punto che verrebbe da domandargli perchè non le fece quando , ad esempio, il notissimo Mollicone avversò, per squallide ragioni di correnti all'interno della destra romana, la sua nomina all'Opera di Roma. Allora non disse nulla, quando avrebbe invece dovuto mandare all'aria tutto. Non poteva farlo, e per molte ragioni? Forse sì. Innanzitutto perchè - la cosa è ormai abbastanza chiara - dopo aver promesso agli ambasciatori Vespa-Alemanno , andati da lui in pellegrinaggio proprio a Salisburgo - la sua disponibilità a diventare 'direttore musicale' dell'Opera di Roma, s'era tirato indietro. Forse perchè ci fu un patto segreto fra lui e Alemanno, testimone Vespa, sulla sua permanenza a Roma, ma senza un incarico simile a quello che aveva alla Scala e che lui, inizialmente, aveva promesso. Non si è lamentato mai con Alemanno, almeno non lo ha fatto con la voce grossa che sappiamo egli ha, nella diatriba Alemanno-Ernani sui bilanci dell'Opera, quando era a tutti chiaro che Alemanno voleva, senza sentire ragione, mandare a casa Ernani, colpevole anche di aver criticato pubblicamente il ministro di allora (Bondi) e più ancora il suo direttore generale Nastasi, strenuo sostenitore di Muti nella stanze del Collegio romano, per il generoso, ma giusto e sacrosanto, sostegno del Ministero, via Arcus, alla sua Orchestra Cherubini e al festival di sua moglie Cristina. Muti allora si lamentò, ma avrebbe potuto lamentarsi di più.
Dell'assenza degli amministratori locali e nazionali dalla vita musicale, e della loro totale estraneità a tale ambiente, Muti dovrebbe sapere; non è pecca esclusiva degli attuali amministratori - aspettiamo un pò per giudicare Marino che si è appena insediato - o del Ministro, occupatissimo, e che, contrariamente alle aspettative, pare si stia muovendo abbastanza bene. Anche Alemanno non ha mai frequentato assiduamente il suo teatro; l'ha fatto quando c'era il Presidente della Repubblica o magari dirigeva Muti - ma non sappiamo se era presente tutte le volte. Come poi riempiva il palco 'reale' meglio tacere. Noi lo ricordiamo fuggire - dopo esser arrivato in ritardo - dalle conferenze stampa di presentazione della stagione all'Opera. Eppure non gli mancava una vena 'artistica', a giudicare dal fatto che più d'una volta s'era speso con i vertici della RAI, a favore della grande attrice Eleonora Daniele.
Vogliamo parlare dei ministri che hanno preceduto Bray? Meglio stendere un velo pietosissimo su Bondi, Galan, Ornaghi, gli ultimi due passati dal Collegio romano senza lasciare considerevole traccia, se non quella,vergognosa, della nomina di quel ladrone che ha depauperato la Biblioteca dei Girolaimni a Napoli. Se poi vogliamo salire ancora più su, nella scala gerarchica del governo nazionale, ha mai visto il maestro Muti il presidente Berlusconi mettere piede in teatro? O una volta che sia una, entrare all'Auditorium di Roma, dal giorno della sua inaugurazione, or sono dieci anni?
Perciò il maestro Muti non se ne lamenti solo ora; lui conosce bene da sempre quest'Italia, matrigna della musica e della cultura. Se.invece, ha deciso da oggi in avanti, di non tacere più, noi saremo il suo megafono.
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