Ci volevano le precisazioni di Marco Tutino (sul 'Corriere', raccolte da Giuseppina Manin) alla vigilia del debutto del suo nuovo melodramma - al Nuovo Carlo Felice di Genova, ripreso pari pari dal celebre Miseria e nobiltà, - per chiarire alcune errate valutazioni che noi, forse noi soli, avevamo esposto in questo blog, pochi giorni fa. E cioè che il ricorso continuo a titoli celebri di film, anzi agli stessi film, di cui talvolta si sfruttano con sospetta furbizia anche celebri sequenze, nella confezione di un nuovo melodramma, poteva servire di aiuto a musicisti a corto di idee speranzosi che il film arciconosciuto avrebbe potuto aiutarli nell'impresa di presentare una nuova opera al pubblico. Insomma il cinema come aiuto alla loro pigrizia e mancanza di idee narrative e grimaldello per far breccia nei teatri.
Nel sostenere la nostra tesi avevamo fatto riferimento a due nostri compositori, più o meno coetanei, i quali, nei rispettivi cataloghi d'opera, presentano titoli da casa di 'distribuzione cinematografica': Maro Tutino, appunto, e Giorgio Battistelli. Di quest'ultimo, non servirebbe neanche ricordare i titoli, tanto essi sono numerosi: Divorzio all'italiana ( omaggio a Germi, che poi era suo suocero), Prova d'orchestra, Miracolo a Milano, Teorema, Il fiore delle mille e una notte, Il medico dei pazzi , i più noti: Tutino lo segue a ruota, anche se a distanza: Senso, La ciociara,Miseria e Nobiltà, ed anche una serie di favole, da Pinocchio a Il Gatto con gli stivali, a La bella e la bestia.
A proposito di quest'ultimo titolo, Tutino, facendosi saltare la 'mosca' al naso, potrebbe giustamente replicare che anche altri hanno attinto alla celebre fiaba, nella versione cinematografica di Cocteau. La più celebre rielaborazione è quella di Philip Glass, che, in verità, è intervenuto, in maniera singolare, sul celebre trittico filmico di Cocteau che, comunque, non può dirsi certo popolare come i film ai quali Tutino si è 'comodamente' appoggiato. Ed anche Battistelli.
Il quale potrebbe portare l'esempio di un altro musicista, italiano in questo caso, che ha compiuto analoga operazione: Nino Rota con Napoli milionaria.
E a Tutino come a Battistelli nulla avremmo da replicare, oltre il fatto che Glass e Rota, hanno compiuto due esperimenti, uno ciascuno, e basta, poi hanno voltato pagina; mentre loro continuano, anzi insistono. facendo venire il sospetto che per adesso non intendano mollare.
Tutino, nel presentare la sua nuova opera, fa notare come la questione sia più complessa e non possa in nessun modo essere liquidata con qualche battuta ( o appunto) come avremmo fatto noi, inavvedutamente.
Spiega Tutino: non faceva così anche Verdi con i suoi melodrammi più famosi, orecchiando i successi teatrali o letterari del suo tempo ed adattandoli a libretti per i suoi melodrammi? E noi potremmo aggiungere alla lista anche Puccini, per restare in tema.
E poi la stoccata finale ai suoi denigratori che non considerano un altro aspetto e cioè che rivolgersi ai titoli cinematografici famosi, è un grande rischio:" Lo so, il confronto ( con titoli cinematografici notissimi, ndr.) può essere pericoloso, ma il vantaggio che se ne ricava è grande: miti così interiorizzati attenuano la diffidenza che spesso tiene lontano il pubblico dalle nuove opere o dall'opera in generale. Perchè di certo tutti conoscono la trama della Ciociara meglio di quella del Trovatore" (perchè più semplice e semplificata rispetto all'opera verdiana, ndr.).
Insomma, argomenta Tutino, noi compositori quando ci rivolgiamo al cinema - ci sarebbe sempre da spiegare perchè così spesso, dando l'impressione che non se ne sappia fare a meno - corriamo volentieri il rischio del confronto con un celebre film che potrebbe affossare il nostro lavoro, ma vi ricorriamo comunque, perchè siamo convinti che la notorietà di certi film possa fare accettare l'opera nuova dal grande pubblico.
Perciò, le accuse di pigrizia come anche di mancanza di idee nella scelta delle storie non ci toccano neanche un pò.
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giovedì 22 febbraio 2018
sabato 29 luglio 2017
Virginia Raggi levati di torno. Un'emergenza al giorno
La monnezza e le buche stradali emergenza n.1 di Roma, sotto l'amministrazione Raggi: un capitolo ancora aperto con l'annuncio di una soluzione non prima di una anno per la monnezza, da parte di AMA ; e per le buche, da poco concluso il censimento, ora si provvederà, sempre il complotto generale verso l'amministrazione Cinquestelle allenti la morsa. E nel frattempo?
L'approvvigionamento idrico, per la quota parte prelevata dal Lago di Bracciano (l'8% del fabbisogno cittadino) emergenza n.2. Per ora l'emergenza non è del tutto scongiurata, ma solo rimandata. Il governatore Zingaretti dopo la prima ordinanza che azzerava il prelievo a partire da ieri, con una nuova ordinanza ha rimandato l'azzeramento al 1 settembre. I tecnici fanno notare che ciò è impossibile perché la chiusura potrebbe causare danni alle tubature ancora maggiori di quelle già esistenti. il problema gli esperti di idraulica l'avevano suscitato anche dopo il precedente annuncio della Raggi di chiudere tutti i nasoni della città. Perché non pensare ad installare rubinetti a tutti i nasoni? E perché, intanto, non riparare tutte le perdite che ogni giorno i cittadini, ai tecnici segnalano in città, dove sovente si formano pozzanghere d'acqua senza che l'ACEA intervenga prontamente? E nel frattempo? Speriamo che giove pluvio si faccia sentire, questa volta, con una certa costanza e consistenza. Altrimenti a fine agosto saremo di nuovo nell'emergenza idrica.
L'ATAC, con le clamorose dimissioni del direttore generale Rota, emergenza n.3. Questa terza emergenza, nel giro di pochi mesi, ha dell'incredibile. Il manager tecnico chiamato da Milano per le sue riconosciute capacità in aprile, riceva le deleghe dal presidente solo a giugno. ai primi di luglio fa presente alla sindaca che la condizione di ATAC è fallimentare - oltre un miliardo di debiti, casse vuote, mancanza di fondi anche per acquistare i pezzi di ricambio dei mezzi, stipendi del personale in forse ecc...
lei gli chiede di pazientare assicurandogli solidarietà e comprensione e stima professionale. Ma nulla accade. Allora Rota presenta le dimissioni e con una intervista al Corriere denuncia la situazione drammatica dell'azienda. Gli si rivolta contro un luminare della scienza dell'amministrazione, Stefano - con l'accento sulla 'a' - che gli imputa la mancata cacciata dei dirigenti. Rota non ci sta e gli risponde per le rime: perchè quel consigliere con l'accento sulla 'a' ha brigato tanto per far assumere da Rota un'azienda amica? E, perchè - lo scrivono oggi i giornali - i dirigenti ATAC nell'ultimo esercizio si sono spartiti oltre due milioni di Euro come premio produzione? Di debiti!
Che aspetta la Raggi a levarsi di torno, visto che il complotto del mondo intero contro di lei e contro il movimento Cinquestelle non si può sventare?
L'approvvigionamento idrico, per la quota parte prelevata dal Lago di Bracciano (l'8% del fabbisogno cittadino) emergenza n.2. Per ora l'emergenza non è del tutto scongiurata, ma solo rimandata. Il governatore Zingaretti dopo la prima ordinanza che azzerava il prelievo a partire da ieri, con una nuova ordinanza ha rimandato l'azzeramento al 1 settembre. I tecnici fanno notare che ciò è impossibile perché la chiusura potrebbe causare danni alle tubature ancora maggiori di quelle già esistenti. il problema gli esperti di idraulica l'avevano suscitato anche dopo il precedente annuncio della Raggi di chiudere tutti i nasoni della città. Perché non pensare ad installare rubinetti a tutti i nasoni? E perché, intanto, non riparare tutte le perdite che ogni giorno i cittadini, ai tecnici segnalano in città, dove sovente si formano pozzanghere d'acqua senza che l'ACEA intervenga prontamente? E nel frattempo? Speriamo che giove pluvio si faccia sentire, questa volta, con una certa costanza e consistenza. Altrimenti a fine agosto saremo di nuovo nell'emergenza idrica.
L'ATAC, con le clamorose dimissioni del direttore generale Rota, emergenza n.3. Questa terza emergenza, nel giro di pochi mesi, ha dell'incredibile. Il manager tecnico chiamato da Milano per le sue riconosciute capacità in aprile, riceva le deleghe dal presidente solo a giugno. ai primi di luglio fa presente alla sindaca che la condizione di ATAC è fallimentare - oltre un miliardo di debiti, casse vuote, mancanza di fondi anche per acquistare i pezzi di ricambio dei mezzi, stipendi del personale in forse ecc...
lei gli chiede di pazientare assicurandogli solidarietà e comprensione e stima professionale. Ma nulla accade. Allora Rota presenta le dimissioni e con una intervista al Corriere denuncia la situazione drammatica dell'azienda. Gli si rivolta contro un luminare della scienza dell'amministrazione, Stefano - con l'accento sulla 'a' - che gli imputa la mancata cacciata dei dirigenti. Rota non ci sta e gli risponde per le rime: perchè quel consigliere con l'accento sulla 'a' ha brigato tanto per far assumere da Rota un'azienda amica? E, perchè - lo scrivono oggi i giornali - i dirigenti ATAC nell'ultimo esercizio si sono spartiti oltre due milioni di Euro come premio produzione? Di debiti!
Che aspetta la Raggi a levarsi di torno, visto che il complotto del mondo intero contro di lei e contro il movimento Cinquestelle non si può sventare?
giovedì 9 giugno 2016
Era soltanto la 'Repubblica delle idee' non la 'Repubblica delle interviste'. Perciò, non prendetevela con l'intervistatrice se è impacciata e inadatta
Fosse stata la 'Repubblica delle interviste' uno avrebbe potuto dire agli organizzatori, senza mezzi termini: non avevate una intervistatrice migliore, più capace? perchè, sinceramente, senza che ce ne voglia, Leonetta Bentivoglio è l'assoluta negazione della intervistatrice, come avevamo avuto modo di giudicarla già in passato ascoltando una sua intervista in tv , a Pappano, se ricordiamo bene. Parla parla, come se fosse sconosciuto a lei e l'argomento della chiacchiera e la storia dell'intervistato, mentre di Muti Lei è una specie di microfono personale, in coppia con una sua collega del Corriere. Comunque a che serve far raccontare a Muti sempre la solita storia dei suoi inizi, visto che l'ha raccontata centinaia di volta e soprattutto ora che ha quasi settantacinque anni? Vuol dire non saper fare la giornalista oltre che l'intervistatrice. Altra cosa è scrivere, e questo lei lo sa fare molto meglio. Non è necessario del resto saper fare tutto, basta che ciò che si fa lo si sappia fare. Chiuso l'argomento intervistatrice che ci ha portato fuori tema; mentre il tema era e resta quello della 'Repubblica delle idee' e non 'delle interviste' ( a proposito Monda, sempre della stessa 'Repubblica' l'anno scorso intervistò Muti sul cinema: come intervistatore fece una bella figura e con lui anche Muti , che per la prima volta poté parlare, con cognizione di causa, della sua passione per il cinema).
Mentre questa sera avrebbe dovuto parlare della sua passione per la musica' e invece... noi siamo qui a meritarci un 'cretino' da parte del direttore il quale ha detto, in apertura, che domani ( noi stiamo scrivendo oggi), qualche 'cretino' scriverà che dico sempre le stesse cose - certo se gli domandano sempre le stesse cose, che colpa abbiamo noi che scriviamo se lui le ha raccontate per l'ennesima volta?
Stasera abbiamo sentito qualcosa di nuovo che, nelle puntate precedenti sulla sua vita, non gli avevamo sentito ancora dire. Ha parlato del suo debutto come 'violinista' in erba davanti ad una platea 'clericale' ( professori e studenti del Pontifico seminario regionale di Molfetta - città nella quale ha vissuto i primi anni, prima di trasferirsi con la famiglia a Napoli - nel quale, qualche anno dopo, noi avremmo fatto gli studi liceali, dopo il ginnasio a Bisceglie. Perchè proprio nel Seminario di Molfetta debuttò il giovanissimo violinista Riccardo Muti? Perchè - ci raccontò un'altra volta il maestro - suo padre , medico, era il medico 'ufficiale' del seminario. E poco mancò, dunque, che noi assistessimo al suo debutto; o che lo incrociassimo al Conservatorio di Bari, visto che assai spesso, pochi anni dopo, ci recavamo in quel Conservatorio, per i saggi di fine anno soprattutto, per incontrare Nino Rota.
Ci è piaciuta anche l'annotazione sulla direzione d'orchestra che Muti ha definito professione musicale 'di comodo', intendendo dire che mentre il cantante o lo strumentista, difficilmente possono darla a bere a chicchessia, il direttore no - in fondo che fa: batte il tempo - tanto che da giovanissimi, quando non si è ancora preparati per nulla, si fanno debuttare giovani direttori in repertori che maestri d'altri tempi non hanno voluto dirigere neppure in tarda età.
Muti ha colto l'occasione per una tiratina d'orecchi ai nostri governanti, che non credono nella funzione educativa della musica e nella necessistà delle sua conoscenza, trattandosi di una delle radici secolari della nostra civiltà. Ma avendo davanti agli occhi l'omone di Nastasi, non ha potuto non aggiungere che occorre riconoscere all'attuale ministro ( di cui Nastasi è stato fino all'altro ieri il fedele scudiero e suggeritore) che qualcosa sta facendo; ed ha aggiunto anche che lo Stato ha finanziato anche la sua Orchestra Cherubini. C'era di ribattere a Muti e soprattutto a Nastasi, presente in prima fila: perché non ha fatto altrettanto per l'Orchestra Mozart di Abbado? E se non l'ha fatto in passato, perché non rimedia ora che cittadini volenterosi ed amanti della musica stanno tentando in ogni modo di rimetterla in piedi? E' ancora in tempo per rimediare agli errori passati. Il fatto è che Franceschini, suggerito da Nastasi, ha dato il colpo di grazia alla musica in Italia, e l'aver finanziato da sempre l'Orchestra di Muti non gli lava la colpa e non cancella la pena che ambedue meritano!
Tornando a casa ascoltavamo l'intervista ad una celebre cantante ( Rachel Harnisch) la quale diceva che si sente spesso dire, lei che è in carriera da anni, ma che di carriera ne ha ancora da fare, si sente spesso dire: lei è troppo vecchia per questo o quel repertorio; ma non ha mai sentito dire ad un giovane cantante: Lei è troppo giovane per questo o quel repertorio. Appena si presenta alla ribalta un giovane cantante di talento, lo si brucia facendogli fare tutto, e nel giro di una decina d'anni la sua carriera è tragicamente conclusa.
Mentre questa sera avrebbe dovuto parlare della sua passione per la musica' e invece... noi siamo qui a meritarci un 'cretino' da parte del direttore il quale ha detto, in apertura, che domani ( noi stiamo scrivendo oggi), qualche 'cretino' scriverà che dico sempre le stesse cose - certo se gli domandano sempre le stesse cose, che colpa abbiamo noi che scriviamo se lui le ha raccontate per l'ennesima volta?
Stasera abbiamo sentito qualcosa di nuovo che, nelle puntate precedenti sulla sua vita, non gli avevamo sentito ancora dire. Ha parlato del suo debutto come 'violinista' in erba davanti ad una platea 'clericale' ( professori e studenti del Pontifico seminario regionale di Molfetta - città nella quale ha vissuto i primi anni, prima di trasferirsi con la famiglia a Napoli - nel quale, qualche anno dopo, noi avremmo fatto gli studi liceali, dopo il ginnasio a Bisceglie. Perchè proprio nel Seminario di Molfetta debuttò il giovanissimo violinista Riccardo Muti? Perchè - ci raccontò un'altra volta il maestro - suo padre , medico, era il medico 'ufficiale' del seminario. E poco mancò, dunque, che noi assistessimo al suo debutto; o che lo incrociassimo al Conservatorio di Bari, visto che assai spesso, pochi anni dopo, ci recavamo in quel Conservatorio, per i saggi di fine anno soprattutto, per incontrare Nino Rota.
Ci è piaciuta anche l'annotazione sulla direzione d'orchestra che Muti ha definito professione musicale 'di comodo', intendendo dire che mentre il cantante o lo strumentista, difficilmente possono darla a bere a chicchessia, il direttore no - in fondo che fa: batte il tempo - tanto che da giovanissimi, quando non si è ancora preparati per nulla, si fanno debuttare giovani direttori in repertori che maestri d'altri tempi non hanno voluto dirigere neppure in tarda età.
Muti ha colto l'occasione per una tiratina d'orecchi ai nostri governanti, che non credono nella funzione educativa della musica e nella necessistà delle sua conoscenza, trattandosi di una delle radici secolari della nostra civiltà. Ma avendo davanti agli occhi l'omone di Nastasi, non ha potuto non aggiungere che occorre riconoscere all'attuale ministro ( di cui Nastasi è stato fino all'altro ieri il fedele scudiero e suggeritore) che qualcosa sta facendo; ed ha aggiunto anche che lo Stato ha finanziato anche la sua Orchestra Cherubini. C'era di ribattere a Muti e soprattutto a Nastasi, presente in prima fila: perché non ha fatto altrettanto per l'Orchestra Mozart di Abbado? E se non l'ha fatto in passato, perché non rimedia ora che cittadini volenterosi ed amanti della musica stanno tentando in ogni modo di rimetterla in piedi? E' ancora in tempo per rimediare agli errori passati. Il fatto è che Franceschini, suggerito da Nastasi, ha dato il colpo di grazia alla musica in Italia, e l'aver finanziato da sempre l'Orchestra di Muti non gli lava la colpa e non cancella la pena che ambedue meritano!
Tornando a casa ascoltavamo l'intervista ad una celebre cantante ( Rachel Harnisch) la quale diceva che si sente spesso dire, lei che è in carriera da anni, ma che di carriera ne ha ancora da fare, si sente spesso dire: lei è troppo vecchia per questo o quel repertorio; ma non ha mai sentito dire ad un giovane cantante: Lei è troppo giovane per questo o quel repertorio. Appena si presenta alla ribalta un giovane cantante di talento, lo si brucia facendogli fare tutto, e nel giro di una decina d'anni la sua carriera è tragicamente conclusa.
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mercoledì 8 giugno 2016
Giuseppe Verdi 'componeva a 432 Hertz'. Parola di una sua lontana discendente: Gaia Maschi Verdi
Due giorni fa ci siamo recati al Teatro Argentina, richiamati da due elementi, per una serata musicale, verdiana.
Una lontana discendente del grande compositore, Gaia Maschi Verdi ( il cui nome nulla diceva perfino a noi che da secoli ci occupiamo di musica) presentata da Didi Leoni ( imbarazzata ed imbarazzante 'brava' presentatrice, 'made in tv'), avrebbe raccontato le vicende di un pianoforte verticale, di proprietà del musicista, esposto all'Argentina fino alla fine di dicembre, della ditta Carol Otto Berlin - ed ora finito nelle proprietà, ereditate dalla Gaia Maschi Verdi.
Il secondo elemento, più personale e diremmo anche privato, era la possibilità di rivedere e riascoltare - secondo gli annunci dei giornali - una nostra ex allieva di Conservatorio, Maria Tomassi, soprano, che sta facendo una bella carriera.
Alla fine, nessuno dei due elementi che ci avevano fatto uscire di casa per recarci in quella bolgia che è largo Argentina a Roma, ci ha soddisfatti.
Per Maria Tomassi, perchè semplicemente non c'era, limitandosi la presenza musicale all'esecuzione di alcuni brani sullo storico pianoforte ( che di storico non aveva che l'accordatura più bassa di quella corrente, che è attualmente a 440Hz, e basta) : una 'fantasia' su opere celebri di Verdi - affidata ad un 'virtuoso' del Conservatorio di Santa Cecilia, del quale si è ascoltata la storia di vita assai simile e lunga come quella di Pollini, sebbene non abbia i suoi anni che avrà solo fra molti decenni, speriamo con la stessa gloriosa carriera, appena iniziata - e il celebre valzerino orchestrato da Rota e fatto ascoltare nel celebre Gattopardo di Luchino Visconti.
Poi, ancora, da un secondo pianista, i preludi all'Atto primo e terzo di Traviata e quattro chiacchiere, sconclusionate , che recano offesa alla memoria del celebre compositore, finito in quelle mani sacrileghe sebbene parentali, alla lontanissimaaaaaa, a condire la scialba celebrazione romana( per la quale era tirato in ballo anche il Ministero dell'Aeronautica, senza che ne abbiamo capito la ragione!)
Era questa la serata per la quale, ignari, ci eravamo recati al Teatro Argentina, dove abbiamo anche visto un sofisticato, di troppe pretese, cortometraggio di una giovane charmante regista francese ( Anne Camille Charliat, presente, dal titolo ' La scordatura', nel quale si ascolta anche il termine la 'partizione', 'dal sen sfuggito', al posto di 'partitura', che per un film musicale e dieci righe di testo, è il colmo!) finanziato come tante altre opere prime - che potrebbero restare ultime.
La Maschi Verdi, da musicologa discendente, ha spiegato che quell'accordatura, aurea 'fu modificata nel 1939, dai nazisti, allo scopo, letterale, di: " influire in modo terroristico sul cervello umano per aumentarne l'aggressività", aggiungendo poi - idiozia su idiozia - che i giovani che ascoltano musica classica, sono 'meno aggressivi' di quelli che si dedicano alla musica del diavolo, chiassosa e straniante.
Povero Verdi che 'componeva a 432 Hertz'!, secondo l'infelice espressione di Gaia Maschi Verdi.
P.S. Chi non avesse capito del tutto l'arruolamento nella schiera dei musicologi di Gaia Maschi Verdi, può trovare altra materia di informazione sul sito 'Calabria on web', dove in una lunga intervista alla discendente del compositore, si legge di 'depositi siae di brani giovanili di Verdi', di 'pellegrinaggi in terra santa' e di altre altre amenità, che non non siamo riusciti a leggere ed abbiamo chiuso prima.
Una lontana discendente del grande compositore, Gaia Maschi Verdi ( il cui nome nulla diceva perfino a noi che da secoli ci occupiamo di musica) presentata da Didi Leoni ( imbarazzata ed imbarazzante 'brava' presentatrice, 'made in tv'), avrebbe raccontato le vicende di un pianoforte verticale, di proprietà del musicista, esposto all'Argentina fino alla fine di dicembre, della ditta Carol Otto Berlin - ed ora finito nelle proprietà, ereditate dalla Gaia Maschi Verdi.
Il secondo elemento, più personale e diremmo anche privato, era la possibilità di rivedere e riascoltare - secondo gli annunci dei giornali - una nostra ex allieva di Conservatorio, Maria Tomassi, soprano, che sta facendo una bella carriera.
Alla fine, nessuno dei due elementi che ci avevano fatto uscire di casa per recarci in quella bolgia che è largo Argentina a Roma, ci ha soddisfatti.
Per Maria Tomassi, perchè semplicemente non c'era, limitandosi la presenza musicale all'esecuzione di alcuni brani sullo storico pianoforte ( che di storico non aveva che l'accordatura più bassa di quella corrente, che è attualmente a 440Hz, e basta) : una 'fantasia' su opere celebri di Verdi - affidata ad un 'virtuoso' del Conservatorio di Santa Cecilia, del quale si è ascoltata la storia di vita assai simile e lunga come quella di Pollini, sebbene non abbia i suoi anni che avrà solo fra molti decenni, speriamo con la stessa gloriosa carriera, appena iniziata - e il celebre valzerino orchestrato da Rota e fatto ascoltare nel celebre Gattopardo di Luchino Visconti.
Poi, ancora, da un secondo pianista, i preludi all'Atto primo e terzo di Traviata e quattro chiacchiere, sconclusionate , che recano offesa alla memoria del celebre compositore, finito in quelle mani sacrileghe sebbene parentali, alla lontanissimaaaaaa, a condire la scialba celebrazione romana( per la quale era tirato in ballo anche il Ministero dell'Aeronautica, senza che ne abbiamo capito la ragione!)
Era questa la serata per la quale, ignari, ci eravamo recati al Teatro Argentina, dove abbiamo anche visto un sofisticato, di troppe pretese, cortometraggio di una giovane charmante regista francese ( Anne Camille Charliat, presente, dal titolo ' La scordatura', nel quale si ascolta anche il termine la 'partizione', 'dal sen sfuggito', al posto di 'partitura', che per un film musicale e dieci righe di testo, è il colmo!) finanziato come tante altre opere prime - che potrebbero restare ultime.
La Maschi Verdi, da musicologa discendente, ha spiegato che quell'accordatura, aurea 'fu modificata nel 1939, dai nazisti, allo scopo, letterale, di: " influire in modo terroristico sul cervello umano per aumentarne l'aggressività", aggiungendo poi - idiozia su idiozia - che i giovani che ascoltano musica classica, sono 'meno aggressivi' di quelli che si dedicano alla musica del diavolo, chiassosa e straniante.
Povero Verdi che 'componeva a 432 Hertz'!, secondo l'infelice espressione di Gaia Maschi Verdi.
P.S. Chi non avesse capito del tutto l'arruolamento nella schiera dei musicologi di Gaia Maschi Verdi, può trovare altra materia di informazione sul sito 'Calabria on web', dove in una lunga intervista alla discendente del compositore, si legge di 'depositi siae di brani giovanili di Verdi', di 'pellegrinaggi in terra santa' e di altre altre amenità, che non non siamo riusciti a leggere ed abbiamo chiuso prima.
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lunedì 29 febbraio 2016
Morricone Oscar 'alla carriera'. 25 febbraio 2007 (da Music@,marzo-aprile 2007)
Finalmente l’Academy ha messo fine
all’inspiegabile ed ingiusto procrastinarsi dell’attribuzione
dell’Oscar per la musica da film a Ennio Morricone, classe 1928 –
che forma, maestro! - dopo ben cinque ‘nominations’ degli anni
passati, andate a vuoto per ragione quasi esclusivamente commerciali,
attribuendogli l’Oscar ‘alla carriera’, graditissimo dal
musicista.
Morricone apprendendo la notizia direttamente dal
direttore dell’Academy, via telefono e in ore in cui stava “per
andare a letto” – ha dichiarato, con il suo solito candore –
s’è detto ovviamente felice e non è stato a discutere se l’Oscar
alla carriera fosse inferiore a quello per un singolo film, o
addirittura superiore. L’ha a lungo atteso, ed ora che l’ha
finalmente ricevuto, si gode il grande riconoscimento, che segue di
poche settimane i trionfi newyorkesi, compreso quello al Palazzo
dell’Onu, davanti ai potenti del mondo.
Morricone (insieme a Nino
Rota) è il musicista italiano che al cinema ha dato la più bella
musica, più bella di quella che altri italiani, ‘Oscar’
anch’essi, hanno potuto realizzare. Perché Morricone (e Rota) a
differenza degli altri, è un musicista vero, di gran classe e con
una formazione musicale superlativa. E, a dimostrazione che tanti
film, senza la loro musica, non sarebbero gli stessi, e difficilmente
avrebbero raggiunto la grande notorietà, vogliamo raccontarvi un
aneddoto assai istruttivo.
Nel sud della Spagna, dalle parti di
Almeria, in un ambiente che sembra il paesaggio delle montagne
rocciose ricostruito in terra spagnola, ancor oggi esiste ed è meta
di un turismo crescente, ‘Western Leone’, set di tanti film del
grande regista, mai smantellato. All’interno, l’ufficio dello
sceriffo, di fronte il patibolo per i malfattori, la stalla, il bar,
la chiesa, alcune case tutte di legno. A guardia di quel set, intatto
da decenni, strani individui, mezzi ubriachi, cinturone e pistole in
vita. Quegli strani individui, attendono
il segnale della colonna sonora di Morricone. Allora si alzano,
barcollanti, tirano fuori la pistola in atteggiamento minaccioso, e
attaccano per la gioia dei numerosi turisti che ogni giorno lo
visitano, a girare - registi di se stessi - l’ennesimo western, con
la musica di Ennio Morricone. Musica da Oscar!
(da Music@.2007)
domenica 28 febbraio 2016
Ennio da OSCAR. Finalmente Morricone
Da tempo Ennio Morricone meritava l'Oscar per la musica da film, lui che di musiche da film ne ha composte a centinaia ( oltre cinquecento), molte delle quali indimenticabili e meravigliose, sono immediatamente riconoscibili e riconducibili a lui; ma si sa come nascano il più delle volte le decisioni per tali premi e quanto conti la nazione di appartenenza rispetto all'industria in questione che è pravalentemente americana.
Certo anche in America ci sono autori di colonne sonore notissimi e molto bravi, come e quanto Morricone, colonne dell'industria cinematografica mondiale, ma ciò non può voler dire che a vincere gli Oscar debbano essere sempre , o prevalentemente, musicisti legati strettamente all'industria cinematografica americana.
Per questo, già coscienti dell' evidente ingiustizia, nel 2007 diedero ad Ennio Morricone un 'Oscar alla carriera', che era come una sorta di 'mea culpa' ed un atto per mettersi a posto la coscienza. Il compositore, allora, aveva era vicino agli 80 anni, e forse i giurati pensarono di non arrivare in tempo per un Oscar 'vero' - non come quello 'alla carriera'. Invece Morricone li ha fregati tutti e alla bellezza di 87 anni, dopo nove anni dal precedente, il suo Oscar per un film preciso se l'è portato a casa. Il primo e vero Oscar , e non è detto che nei prossimi anni non se ne meriti ancora uno, magari per il prossimo film di Tarantino, per il quale è già prenotato come autore delle musiche.
Adesso non potevano ancora sbagliare. Un film ben accolto, di un regista americano - anche se né film né regista hanno ricevuto una candidatura agli Oscar di quest'anno - con la musica del più noto compositore 'da film' italiano, conosciuto nel mondo più di chiunque altro: il 'Pavarotti' delle colonne sonore, dopo Nino Rota, che ebbe ad attendere anche lui, proprio come Morricone, l'unico Oscar, dopo i tanti grandi film con Fellini, quando scrisse le musiche per 'Il padrino' di Coppola ( l'unico altro italiano a vincere l'Oscar è stato Nicola Piovani', al quale l'ambito riconoscimento è giunto in tempo, per 'La vita è bella' di Roberto Benigni).
In Italia ora siamo tutti con Morricone e gioiamo con lui. Nel caso di Morricone e della musica, per fortuna, non si ripeterà lo sconcio che ebbe a verificarsi molti anni fa quando ad un altro grande italiano, Dario Fo, venne assegnato il Nobel per la letteratura, e ci si interrogò, soprattutto in Italia, se quel riconoscimento lo meritasse o no. Dario Fo, proprio qualche settimana fa, in una lunga intervista al Corriere, si è lamentato della accoglienza tiepida riservatagli in quella occasione. Ma una ragione c'è. Le parole risultano più dirompenti, all'apparenza, di tanta musica la cui carica rivoluzionaria, difficilmente si individua in un paese di analfabeti musicali, come indusse a pensare, tanto per fare un esempio fra i più lampanti, ai suoi tempi la musica di Sciostakovic che, alle orecchie dei sovietici, fece più sconquassi dei cannoni e dei fucili.
Non fu abbastanza rivoluzionaria anche la musica di sia Mozart che di Beethoven, ai quali in questi giorni molti hanno fatto riferimento osannando il compositore Morricone? Sì che lo fu, ma in ambedue i casi occorreva essere in possesso delle chiavi di lettura per venirne a capo, e molti non ne erano in possesso.
Ora, bando a chiacchiere ed a sofisticati 'distinguo', gioiamo tutti con Ennio.
Certo anche in America ci sono autori di colonne sonore notissimi e molto bravi, come e quanto Morricone, colonne dell'industria cinematografica mondiale, ma ciò non può voler dire che a vincere gli Oscar debbano essere sempre , o prevalentemente, musicisti legati strettamente all'industria cinematografica americana.
Per questo, già coscienti dell' evidente ingiustizia, nel 2007 diedero ad Ennio Morricone un 'Oscar alla carriera', che era come una sorta di 'mea culpa' ed un atto per mettersi a posto la coscienza. Il compositore, allora, aveva era vicino agli 80 anni, e forse i giurati pensarono di non arrivare in tempo per un Oscar 'vero' - non come quello 'alla carriera'. Invece Morricone li ha fregati tutti e alla bellezza di 87 anni, dopo nove anni dal precedente, il suo Oscar per un film preciso se l'è portato a casa. Il primo e vero Oscar , e non è detto che nei prossimi anni non se ne meriti ancora uno, magari per il prossimo film di Tarantino, per il quale è già prenotato come autore delle musiche.
Adesso non potevano ancora sbagliare. Un film ben accolto, di un regista americano - anche se né film né regista hanno ricevuto una candidatura agli Oscar di quest'anno - con la musica del più noto compositore 'da film' italiano, conosciuto nel mondo più di chiunque altro: il 'Pavarotti' delle colonne sonore, dopo Nino Rota, che ebbe ad attendere anche lui, proprio come Morricone, l'unico Oscar, dopo i tanti grandi film con Fellini, quando scrisse le musiche per 'Il padrino' di Coppola ( l'unico altro italiano a vincere l'Oscar è stato Nicola Piovani', al quale l'ambito riconoscimento è giunto in tempo, per 'La vita è bella' di Roberto Benigni).
In Italia ora siamo tutti con Morricone e gioiamo con lui. Nel caso di Morricone e della musica, per fortuna, non si ripeterà lo sconcio che ebbe a verificarsi molti anni fa quando ad un altro grande italiano, Dario Fo, venne assegnato il Nobel per la letteratura, e ci si interrogò, soprattutto in Italia, se quel riconoscimento lo meritasse o no. Dario Fo, proprio qualche settimana fa, in una lunga intervista al Corriere, si è lamentato della accoglienza tiepida riservatagli in quella occasione. Ma una ragione c'è. Le parole risultano più dirompenti, all'apparenza, di tanta musica la cui carica rivoluzionaria, difficilmente si individua in un paese di analfabeti musicali, come indusse a pensare, tanto per fare un esempio fra i più lampanti, ai suoi tempi la musica di Sciostakovic che, alle orecchie dei sovietici, fece più sconquassi dei cannoni e dei fucili.
Non fu abbastanza rivoluzionaria anche la musica di sia Mozart che di Beethoven, ai quali in questi giorni molti hanno fatto riferimento osannando il compositore Morricone? Sì che lo fu, ma in ambedue i casi occorreva essere in possesso delle chiavi di lettura per venirne a capo, e molti non ne erano in possesso.
Ora, bando a chiacchiere ed a sofisticati 'distinguo', gioiamo tutti con Ennio.
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sabato 24 ottobre 2015
Riccardo Muti torna a Roma per la Festa del Cinema, ma riparte subito dopo per Chicago. L'Opera di Roma non rientra (più) nei suoi progetti artistici, almeno per i prossimi anni.
'Muti e il cinema', i suoi autori preferiti, i suoi film 'cult', la musica da films, il suo autore preferito, che resta Nino Rota. Questi gli argomenti sui quali Antonio Monda, direttore della Festa del Cinema, ha indotto a parlare il grande direttore che torna a Roma, dopo l'addio al Teatro dell'Opera, del settembre dell'anno scorso, e senza che si intraveda , all'orizzonte, un prossimo ritorno nella capitale, nel teatro che un tempo fu il uso, e del quale egli ancora risulta - benché sarebbe ora di cambiare - 'direttore onorario a vita'. Un titolo semplicemente onorifico, senza senso, al qual il teatro tiene, nonostante che Muti abbia fatto chiaramente intendere che non ha nessuna intenzione e voglia di rimetterci piede, come ha detto chiaramente a noi, subito dopo l'incontro pubblico, quando, salutandolo, gli abbiamo chiesto del suo possibile ritorno a Roma, all'Opera:" Domani torno a Chicago, dove ho la mia orchestra, una delle più grandi del pianeta". Alla nostra insistenza per capire se è nei suoi pensieri anche futuri, un ritorno nel Teatro della Capitale, Muti ha ripetuto che ha già un'orchestra e che è una delle più belle, se non la più bella". Che altro volere? In fondo analoga risposta ha dato nelle varie occasioni in cui gli si è domandato di un suo possibile futuro ritorno a Milano, dove gli oltre dieci anni già trascorsi dalla sua uscita traumatica, dovrebbero aver lenito le ferite e smussate le angolosità nei rapporti, ed invece no, nonostante i ripetuti inviti degli ultimi mesi e la lettera di invito scritta e sottoscritta da buona parte degli orchestrali.
Muti tornava alla festa del Cinema esattamente dieci anni dopo la precedente, alla prima edizione, quando, proprio al Teatro dell'Opera (dove fra l'altro Sean Connery ebbe un premio alla carriera, nel corso di una cerimonia troppo paesana e scombinata) diresse la sua orchstra 'Cerubini' in un programma di musica da film di Nino Rota.
Muti, come al solito, da navigato affabulatore, ha fatto uno show seguito con grande interesse e partecipazione dal pubblico venuto ad ascoltarlo in Sala Petrassi, all'Auditorium, alla vigilia della chiusura del festival cinematografico, una baraonda generale, che gli ottimisti- e noi non siamo fra questi - definiscono 'festa' di popolo.
Era venuta a salutarlo, senza però fermarsi ad ascoltare la sua conferenza, anche una curiosa coppia di insperabili, Gianni Letta e Salvo Nastasi, il secondo amico di lunga data del direttore; mentre fra il pubblico s'è notato anche Alessio Vlad (e signora), attuale direttore artistico dell'Opera di Roma, in coppia con Battistelli, in quell'incarico per grazia di Muti, e che mai gli è passato per la mente di uscire dall'Opera dopo l'abbandono di Muti. Lui è restato, anche perchè l'occasione che un altro grande direttore lo spinga nella carriera, come ha voluto Muti, quando gli capiterà più nella vita?
Muti, stimolato da Monda, ha raccontato i film della sua vita, in cima ai quali c'è 'Dies Irae', di Dreyer, che lui vide la prima volta a Napoli, ancora ragazzo, spinto da un amico 'intellettuale' suo compagno di studi al Conservatorio, e che lasciò in lui un impressione indelebile.
Ma prima ancora di parlare degli altri film più importanti della sua vita, fra i quali c'è ai primi posti 'Roma città aperta' di Rossellini, Monda ha mostrato al direttore una clip del film di Sorrentino, 'Youth', del quale è protagonista Michael Caine, direttore d'orchestra e compositore in pensione. Per un episodio assai singolare: il rifiuto del direttore compositore Caine a dirigere alcune sue musiche per la regina d'Inghilterra, che potrebbe non essere una invenzione del regista perchè un simile fatto, almeno una volta è accaduto davvero: maestro, ci racconti del suo rifiuto di dirigere a Buckingam Palace.
Muti che era, all'epoca, direttore della Philharmonia Orchestra di Londra, ricevette da Buckingam Palace l'invito a dirigere un concerto per i sessant'anni del principe Carlo, amante della musica ed egli stesso violoncellista dilettante, ma 'reale'. Il maestro concordò almeno un anno prima il programma. Ma alla vigilia del concerto, mi arrivò una lettera da 'Palace' - ha sottolineato con ironia divertita il direttore - con la quale mi si invitava a cambiare programma, perchè troppo lungo. Lo cambiai. Ma dopo giunse una seconda lettera con un nuovo invito a cambiare, riducendolo, ancora il programma. Anche questa seconda volta Muti, anche se contrario, cambiò il programma, Alla terza, nuova richiesta, Muti seccato risponde a 'Palace': "se volete un direttore io sono pronto, se cercate invece un intrattenitore, allora chiamate un altro". 'Palace' aveva bisogno di più tempo per il rito dell'apertura dei sessanta pacchi regalo del principe Carlo. Sorrentino conosceva l'episodio? Forse. Muti l'ha raccontato altre volte.
La visione della clip finale dell'Alexander Nevsky di Ejzenstejn, con la musica di Prokofiev, altro film importante per Muti, gli offre il destro per raccontare un altro episodio di forte impatto emotivo, accadutogli, anche questo a Londra, in occasione di una esecuzione di quella musica di Prokofiev. La scena finale è accompagnata dall'unico brano per mezzosoprano, mentre tutto il resto della cantata omonima è per coro e orchestra; una nenia funebre, mentre si vede un campo di battaglia pieno di cadaveri. In quel punto esatto, che lì era cantata da una cantante sovietica, Irina Archipova, in buoni rapporti con il regime, dalla platea si fece avanti un gruppetto di protestatari, dissidenti, gridando 'Libertà per Sharanski'. Fermai l'orchestra ed attesi che la polizia portasse fuori i protestatari. Ripresi dallo stesso punto ed ancora altri gridarono 'Libertà per Sharansky'. Ancora un pausa forzata, per fortuna la terza volta potei arrivare alla fine. Devo confessare - dice il direttore - che quella musica non lascia indifferenti, con il suo carico di dolore, angoscia e protesta.
Poi Muti cita un film spagnolo, sconosciuto ai più, dal titolo 'El nido' del regista Arminan, nel quale - per tornare al tema dell'incontro - la musica è protagonista ed ispiratrice. Al protagonista del film, nella testa risuona sempre una musica - nel caso specifico è 'La creazione' di Haydn - che egli, come la sentisse sempre, anzi la producesse anche, dirige, girando a cavallo nei boschi.
Dopo aver spiegato le diverse funzioni che la musica può avere nel cinema, da commento ad evocazione a sostegno ad autentica protagonista; Muti ha fatto qualche accenno polemico ai direttori d'orchestra che oggi 'sembrano nascere come funghi'. Una ragione c'è, ha spiegato: il direttore, a differenza degli strumentisti o dei cantanti, può vendere fumo, in fondo lui dà ordini ma chi deve svolgere il lavoro, a dir il vero, è chi gli sta davanti e deve suonare, non lui.
Un secondo accenno l'ha meritato anche la musica 'contemporanea' che lui dirige regolarmente, anche a Chicago, ed ha sempre diretto - un obbligo per noi - in attesa che nasca il 'profeta', perchè purtroppo oggi la musica che si scrive muore immediatamente dopo la prima esecuzione. Il rapporto con il pubblico si è rotto da tempo, e tale vuoto l'ha riempito la musica di consumo: mentre la musica cosiddetta colta va sempre più verso il difficile, la musica di consumo sempre più verso il facile, troppo facile, ma così è. C'è da sperare che i numerosi innesti di popoli e tradizioni lontani da noi- s'è augurato Muti - porti nuova linfa nell'Europa che sembra ormai inaridita ed incapace di produrre qualcosa che abbia un vero seguito, e ristabilisca i rapporti interrotti da tempo col pubblico. Applausi e saluti, dopo un'ora e mezza circa.
Il tempo di tornare dietro le quinte, superprotetto dagli organizzatori, salire in macchina e via verso l'albergo, e la permanenza romana di Muti, alla larga dal Teatro dell'Opera, si conclude. E chissà se ci sarà un'altra volta e quando.
Muti tornava alla festa del Cinema esattamente dieci anni dopo la precedente, alla prima edizione, quando, proprio al Teatro dell'Opera (dove fra l'altro Sean Connery ebbe un premio alla carriera, nel corso di una cerimonia troppo paesana e scombinata) diresse la sua orchstra 'Cerubini' in un programma di musica da film di Nino Rota.
Muti, come al solito, da navigato affabulatore, ha fatto uno show seguito con grande interesse e partecipazione dal pubblico venuto ad ascoltarlo in Sala Petrassi, all'Auditorium, alla vigilia della chiusura del festival cinematografico, una baraonda generale, che gli ottimisti- e noi non siamo fra questi - definiscono 'festa' di popolo.
Era venuta a salutarlo, senza però fermarsi ad ascoltare la sua conferenza, anche una curiosa coppia di insperabili, Gianni Letta e Salvo Nastasi, il secondo amico di lunga data del direttore; mentre fra il pubblico s'è notato anche Alessio Vlad (e signora), attuale direttore artistico dell'Opera di Roma, in coppia con Battistelli, in quell'incarico per grazia di Muti, e che mai gli è passato per la mente di uscire dall'Opera dopo l'abbandono di Muti. Lui è restato, anche perchè l'occasione che un altro grande direttore lo spinga nella carriera, come ha voluto Muti, quando gli capiterà più nella vita?
Muti, stimolato da Monda, ha raccontato i film della sua vita, in cima ai quali c'è 'Dies Irae', di Dreyer, che lui vide la prima volta a Napoli, ancora ragazzo, spinto da un amico 'intellettuale' suo compagno di studi al Conservatorio, e che lasciò in lui un impressione indelebile.
Ma prima ancora di parlare degli altri film più importanti della sua vita, fra i quali c'è ai primi posti 'Roma città aperta' di Rossellini, Monda ha mostrato al direttore una clip del film di Sorrentino, 'Youth', del quale è protagonista Michael Caine, direttore d'orchestra e compositore in pensione. Per un episodio assai singolare: il rifiuto del direttore compositore Caine a dirigere alcune sue musiche per la regina d'Inghilterra, che potrebbe non essere una invenzione del regista perchè un simile fatto, almeno una volta è accaduto davvero: maestro, ci racconti del suo rifiuto di dirigere a Buckingam Palace.
Muti che era, all'epoca, direttore della Philharmonia Orchestra di Londra, ricevette da Buckingam Palace l'invito a dirigere un concerto per i sessant'anni del principe Carlo, amante della musica ed egli stesso violoncellista dilettante, ma 'reale'. Il maestro concordò almeno un anno prima il programma. Ma alla vigilia del concerto, mi arrivò una lettera da 'Palace' - ha sottolineato con ironia divertita il direttore - con la quale mi si invitava a cambiare programma, perchè troppo lungo. Lo cambiai. Ma dopo giunse una seconda lettera con un nuovo invito a cambiare, riducendolo, ancora il programma. Anche questa seconda volta Muti, anche se contrario, cambiò il programma, Alla terza, nuova richiesta, Muti seccato risponde a 'Palace': "se volete un direttore io sono pronto, se cercate invece un intrattenitore, allora chiamate un altro". 'Palace' aveva bisogno di più tempo per il rito dell'apertura dei sessanta pacchi regalo del principe Carlo. Sorrentino conosceva l'episodio? Forse. Muti l'ha raccontato altre volte.
La visione della clip finale dell'Alexander Nevsky di Ejzenstejn, con la musica di Prokofiev, altro film importante per Muti, gli offre il destro per raccontare un altro episodio di forte impatto emotivo, accadutogli, anche questo a Londra, in occasione di una esecuzione di quella musica di Prokofiev. La scena finale è accompagnata dall'unico brano per mezzosoprano, mentre tutto il resto della cantata omonima è per coro e orchestra; una nenia funebre, mentre si vede un campo di battaglia pieno di cadaveri. In quel punto esatto, che lì era cantata da una cantante sovietica, Irina Archipova, in buoni rapporti con il regime, dalla platea si fece avanti un gruppetto di protestatari, dissidenti, gridando 'Libertà per Sharanski'. Fermai l'orchestra ed attesi che la polizia portasse fuori i protestatari. Ripresi dallo stesso punto ed ancora altri gridarono 'Libertà per Sharansky'. Ancora un pausa forzata, per fortuna la terza volta potei arrivare alla fine. Devo confessare - dice il direttore - che quella musica non lascia indifferenti, con il suo carico di dolore, angoscia e protesta.
Poi Muti cita un film spagnolo, sconosciuto ai più, dal titolo 'El nido' del regista Arminan, nel quale - per tornare al tema dell'incontro - la musica è protagonista ed ispiratrice. Al protagonista del film, nella testa risuona sempre una musica - nel caso specifico è 'La creazione' di Haydn - che egli, come la sentisse sempre, anzi la producesse anche, dirige, girando a cavallo nei boschi.
Dopo aver spiegato le diverse funzioni che la musica può avere nel cinema, da commento ad evocazione a sostegno ad autentica protagonista; Muti ha fatto qualche accenno polemico ai direttori d'orchestra che oggi 'sembrano nascere come funghi'. Una ragione c'è, ha spiegato: il direttore, a differenza degli strumentisti o dei cantanti, può vendere fumo, in fondo lui dà ordini ma chi deve svolgere il lavoro, a dir il vero, è chi gli sta davanti e deve suonare, non lui.
Un secondo accenno l'ha meritato anche la musica 'contemporanea' che lui dirige regolarmente, anche a Chicago, ed ha sempre diretto - un obbligo per noi - in attesa che nasca il 'profeta', perchè purtroppo oggi la musica che si scrive muore immediatamente dopo la prima esecuzione. Il rapporto con il pubblico si è rotto da tempo, e tale vuoto l'ha riempito la musica di consumo: mentre la musica cosiddetta colta va sempre più verso il difficile, la musica di consumo sempre più verso il facile, troppo facile, ma così è. C'è da sperare che i numerosi innesti di popoli e tradizioni lontani da noi- s'è augurato Muti - porti nuova linfa nell'Europa che sembra ormai inaridita ed incapace di produrre qualcosa che abbia un vero seguito, e ristabilisca i rapporti interrotti da tempo col pubblico. Applausi e saluti, dopo un'ora e mezza circa.
Il tempo di tornare dietro le quinte, superprotetto dagli organizzatori, salire in macchina e via verso l'albergo, e la permanenza romana di Muti, alla larga dal Teatro dell'Opera, si conclude. E chissà se ci sarà un'altra volta e quando.
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domenica 20 aprile 2014
Nino Rota.Il catalogo è questo
L’archivio
di Nino Rota (1911-1979), presso la Fondazione Cini di Venezia, è
stato catalogato per l’editore Olschki ( Catalogo critico. Pagg.
103. Euro 15,00) dal suo curatore e custode , oltre che parente del
musicista, Francesco Lombardi che, di recente, lo ha lasciato in
altre mani, più esperte e competenti, ed anche più musicali.
Annunciato come ‘primo’, e ‘critico’ delle composizioni di
Rota, tocca i settori della musica sinfonica, da camera e per il
teatro - lasciando quindi volontariamente fuori la musica da film,
per la quale Rota è soprattutto noto a tutti, facendo torto al Rota
non cinematografico, che resta musicista di grande valore. In questo
catalogo mancano le opere incompiute – la gran parte delle quali
appartengono all’età ‘infantile’ di Rota, e le trascrizioni
che rappresentavano il pane quotidiano per gli studenti di
composizione di Rosario Scalero, in America. Sono inclusi , invece,
quelle opere andate smarrite ma di cui si ha traccia certa di almeno
una esecuzione.
Nei
poco più di cento numeri d’opera, ordinati per genere all’inizio
del catalogo e poi nel corso del medesimo, in ordine progressivo,
non trova soluzione un enigma che proprio nelle passate settimane
s’è presentato a proposito di una sua celebre opera: Mysterium
Catholicum, poi solo Mysterium. Intitolato sulla partitura originale
‘oratorio per voci solisti, coro e orchestra’ e , nel catalogo,
con il sottotitolo di ‘Cantata’ per quattro voci soliste coro e
orchestra, va considerato oratorio o cantata? Forse il curatore
del catalogo avrebbe dovuto accennare se non adidirittura dirimere
la questione. Ed invece non l’ha fatto. Come non s’è curato, in
almeno altri tre casi, che noi conosciamo direttamente, riguardanti
tre composizioni sacre di Rota ( Unum panem frangimus da Mysterium,
trascrizione per coro a voci pari e organo; Inno del Seminario
pontificio della Quercia( Viterbo); Tu es Petrus, mottetto per coro a voci pari
e organo) di andare alla radice del problema della loro destinazione.
A proposito della quale, nelle note - chiarificatrici?- del
catalogo, si cita espressamente il committente - che era in tutti i casi chi scrive - ma si sbaglia su
parecchie altre cose. Chi redige un catalogo, e conosce il
committente ( del quale c’è lettera manoscritta fra la
corrispondenza di Rota, consultabile nell’archivio veneziano), è
tenuto ad interpellarlo per non incorrere in inesattezze, come è
incorso il Lombardi. Naturalmente vogliamo pensare che le inesattezze
siano circoscritte a quelle pochissime che noi abbiamo individuato e
che per tutto il resto del catalogo - dal n.1 ( Il mago doppio,
suite per pianoforte a quattro mani) inedito del 1920, quando Rota
era proprio un bambino, al n. 187 ( Canzoni Dodicesima notte) del
1979 - ciò che si legge sia vangelo
P.s. Una intervista uscita oggi su Repubblica, scioglie il mistero della paternità di Rota che, come s'è saputo solo dopo la sua morte, aveva una figlia che solo oggi porta anche il cognome Rota e che, dopo la nascita era stata affidata ad un istituto e poi adottata. Alla ragazza , assicurò Suso Cecchi D'Amico, forse l'unica a dividere con Rota il segreto della paternità, Rota ha sempre provveduto. Sulla madre della signora s'erano fatte parecchie ipotesi, ora il lontano cugino del maestro, Lombardi, rivela che la madre della figlia di Rota era una pianista italiana che si era stabilita a Londra, il suo nome era Magda Longardi.
domenica 27 ottobre 2013
Mysterium di Rota è un oratorio
Il Teatro San Carlo di Napoli ha presentato un noto brano sinfonico corale di Nino Rota, 'Mysterium', per soli coro ed orchestra, composto nel 1962, per la 'Pro Civitate cristiana' di Assisi e lì eseguito sotto la direzione di Armando Renzi - esiste una registrazione discografica della CAM; me ne fu regalata una copia dal compositore.
Paolo Isotta, sul Corriere di ieri, inneggia alla bellezza di tale opera, ed alla sua profondità di contenuto, come si rileva dal bellissimo testo, in latino, messo insieme con Vinci Verginelli, e tratto da numerose fonti, fra cui anche la patristica cristiana. Fra tutti il più coinvolgente e commovente anche per l' affascinante veste musicale è l'Unum panem frangimus, un testo di S.Ignazio di Antiochia, cantato dal coro misto e da un coro di voci bianche; un brano a noi particolarmente caro perchè, dietro nostra richiesta, Rota ne aveva approntato una versione per voci pari con accompagnamento di organo che avemmo il piacere e l'onore di dirigere nella Basilica della Quercia (Viterbo), alla presenza dell'autore. Fu proprio in quell'occasione che Rota ci regalò una copia della riduzione per canto e pianoforte, che conserviamo gelosamente insieme ad altre musiche scritte sempre per noi e destinate alla festa del Papa celebrata nella basilica della Quercia, con la lusinghiera e benevola dedica: ' A Pietro Acquafredda, con l'augurio di sentire questo oratorio diretto da lui. aff.mo Nino Rota'.
Bene, ne parliamo perchè Isotta nel suo articolo pone la questione relativa al genere cui il 'Mysterium' appartiene, propendendo per la cantata piuttosto che per l'oratorio, in ragione del fatto che qui manca una 'historia' come era all'origine di questo genere in latino. Ci dispiace dissentire dall'illustre collega, ma nella storia dell'oratorio musicale, molto presto la presenza dell'historia venne meno in favore del testo 'meditativo', se pure su un soggetto che restava sullo sfondo. Lo stesso 'Messia' di Haendel, stante la giustezza del ragionamento di Isotta, non potrebbe essere ritenuto un oratorio, come universalmente si è sempre fatto.
Ma c'è anche un'altra ragione che ci porta a dissentire da Isotta. Lo spartito regalatoci da Rota, innanzitutto riporta il titolo originale del lavoro, che è 'Mysterium Catholicum', solo successivamente abbreviato in 'Mysterium', sotto il quale viene speicficato ' Oratorio per quattro voci soliste, coro e orchestra'. Dunque la questione è risolta, almeno dalla parte dell'autore.
C'è,poi, una minuscola inesattezza nella quale Isotta incorre, laddove cita l'indirizzo romano del Maestro che lui indica in Via delle Coppelle, mentre era 'Piazza delle Coppelle', dove lo incontrammo anche in occasione di una intervista le cui peripezie una volta racconteremo.
A proposito dell'Oratorio, devo anche rivelare un particolare. Ne parlai sia a Muti che a Pappano, non contemporaneamente, perchè è difficile vederli insieme, alla vigilia delle celebrazioni del centenario della nascita di Rota. Ad ambedue dicemmo della bellezza e profondità del 'Mysterium', sperando di convincerli ad eseguirlo e magari a farne una nuova registrazione discografica, visto che quella di Renzi di ormai mezzo secolo fa ...mostra i segni dell'età. Muti, allievo di Rota ci disse che non lo conosceva; e Pappano che lo avrebbe letto. Ad oggi nè l'uno - e ci dispiace per Muti - nè l'altro - a digiuno della produzione del Rota non cinematografico - hanno accettato quel nostro suggerimento, dopo che inviammo, ci sembra ad ambedue, copia dello spartito in nostro possesso.
P.S. Sfogliamo il recente catalogo critico delle composizioni di Rota e scopriamo che in detto catalogo, il Mysterium appare con il titolo corretto, al quale è stato tolto l'aggettivo Catholicum, e con il sottotilo di 'cantata'. Il mysterium continua.
Paolo Isotta, sul Corriere di ieri, inneggia alla bellezza di tale opera, ed alla sua profondità di contenuto, come si rileva dal bellissimo testo, in latino, messo insieme con Vinci Verginelli, e tratto da numerose fonti, fra cui anche la patristica cristiana. Fra tutti il più coinvolgente e commovente anche per l' affascinante veste musicale è l'Unum panem frangimus, un testo di S.Ignazio di Antiochia, cantato dal coro misto e da un coro di voci bianche; un brano a noi particolarmente caro perchè, dietro nostra richiesta, Rota ne aveva approntato una versione per voci pari con accompagnamento di organo che avemmo il piacere e l'onore di dirigere nella Basilica della Quercia (Viterbo), alla presenza dell'autore. Fu proprio in quell'occasione che Rota ci regalò una copia della riduzione per canto e pianoforte, che conserviamo gelosamente insieme ad altre musiche scritte sempre per noi e destinate alla festa del Papa celebrata nella basilica della Quercia, con la lusinghiera e benevola dedica: ' A Pietro Acquafredda, con l'augurio di sentire questo oratorio diretto da lui. aff.mo Nino Rota'.
Bene, ne parliamo perchè Isotta nel suo articolo pone la questione relativa al genere cui il 'Mysterium' appartiene, propendendo per la cantata piuttosto che per l'oratorio, in ragione del fatto che qui manca una 'historia' come era all'origine di questo genere in latino. Ci dispiace dissentire dall'illustre collega, ma nella storia dell'oratorio musicale, molto presto la presenza dell'historia venne meno in favore del testo 'meditativo', se pure su un soggetto che restava sullo sfondo. Lo stesso 'Messia' di Haendel, stante la giustezza del ragionamento di Isotta, non potrebbe essere ritenuto un oratorio, come universalmente si è sempre fatto.
Ma c'è anche un'altra ragione che ci porta a dissentire da Isotta. Lo spartito regalatoci da Rota, innanzitutto riporta il titolo originale del lavoro, che è 'Mysterium Catholicum', solo successivamente abbreviato in 'Mysterium', sotto il quale viene speicficato ' Oratorio per quattro voci soliste, coro e orchestra'. Dunque la questione è risolta, almeno dalla parte dell'autore.
C'è,poi, una minuscola inesattezza nella quale Isotta incorre, laddove cita l'indirizzo romano del Maestro che lui indica in Via delle Coppelle, mentre era 'Piazza delle Coppelle', dove lo incontrammo anche in occasione di una intervista le cui peripezie una volta racconteremo.
A proposito dell'Oratorio, devo anche rivelare un particolare. Ne parlai sia a Muti che a Pappano, non contemporaneamente, perchè è difficile vederli insieme, alla vigilia delle celebrazioni del centenario della nascita di Rota. Ad ambedue dicemmo della bellezza e profondità del 'Mysterium', sperando di convincerli ad eseguirlo e magari a farne una nuova registrazione discografica, visto che quella di Renzi di ormai mezzo secolo fa ...mostra i segni dell'età. Muti, allievo di Rota ci disse che non lo conosceva; e Pappano che lo avrebbe letto. Ad oggi nè l'uno - e ci dispiace per Muti - nè l'altro - a digiuno della produzione del Rota non cinematografico - hanno accettato quel nostro suggerimento, dopo che inviammo, ci sembra ad ambedue, copia dello spartito in nostro possesso.
P.S. Sfogliamo il recente catalogo critico delle composizioni di Rota e scopriamo che in detto catalogo, il Mysterium appare con il titolo corretto, al quale è stato tolto l'aggettivo Catholicum, e con il sottotilo di 'cantata'. Il mysterium continua.
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