venerdì 4 settembre 2026

Gianni Amelio a Veniiza. La sua 'immigrazione' bis. 'Remigrazione' è una brutta parola ( da Il Messaggero, di Gloria Satta)

 

Venezia, Amelio torna a parlare di immigrazione: «È la sofferenza a farci cambiare vita»© - licenza temporanea -

Nel lontano 1994 Gianni Amelio è stato il primo grande regista italiano a trattare il tema dell’immigrazione: il suo potente film Lamerica, incentrato sugli sbarchi dall’Albania, partecipò alla Mostra vincendo soltanto l’osella della migliore regia. Oggi il maestro torna al Lido fuori concorso con Nessun dolore che è stato applaudito ieri sera, a 28 anni esatti dal Leone d’oro vinto da Così ridevano. Nessun dolore, che sarà in sala il 24 settembre, è un racconto allegorico e molto sentito («questa storia deve ancora accadere», recita il sottotitolo) ambientato a Roma tra piazza Risorgimento, Prati e l’Esquilino e impreziosito dalle interpretazioni di Alessandro Borghi, Valeria Golino, Valerio Mastandrea. Ma cosa significa il titolo? «C’è un momento in cui la sofferenza si fa così estrema che restano due sole opzioni: o si muore o si trova la forza per iniziare una nuova vita», spiega Amelio. 

COLPA

E la scelta di ripartire è quella adottata dal protagonista Davide (Borghi) che si ritiene responsabile della morte di un bambino nordafricano e, devastato dai sensi di colpa, si spoglia di tutto quello che possiede, casa compresa, per darlo agli immigrati senzatetto trovati nelle vie della Capitale. «Ho sempre cercato di essere una persona buona», dice Borghi che vedremo al Lido anche in Serpenti di Roberto De Paolis Maino, «ma non sarei mai arrivato alla generosità del mio personaggio che, pur non somigliandomi, mi ha portato a percorrere territori inesplorati». Una pausa, poi continua: «Io, Alessandro, mi sono fatto da parte per lasciare spazio a Davide che è un puro. Sul set sono un cavallo pazzo e l’unica persona che ascolto è proprio Amelio che mi costringe a superare il mio disordine emotivo per inseguire il rigore... Credo che il cinema debba sollevare degli interrogativi legati all’individualità ma anche alla società, alla responsabilità, all’indifferenza, all’empatia».

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PAROLE

Quanto alla forma allegorica del film, Amelio spiega: «Il cinema non deve descrivere pedissequamente la realtà bensì trasfigurarla». E se nel 1994 si parlava di immigrazione, oggi la politica ha introdotto il nuovo concetto di remigrazione. «È una parola brutta», osserva il regista, «che dimostra l’imbarbarimento del nostro Paese». Con la sua politica anti-immigrati, Trump ha dettato al mondo «forse inconsapevolmente un comportamento suicida, oltre che fratricida». Per il regista, il mondo è cambiato radicalmente, e non è un pensiero consolante: «Trent’anni fa non ci saremmo aspettati una deriva di questa natura che non riguarda solo l'accoglienza ma un nostro inaridimento dovuto forse alla paura. Le persone non hanno più la forza di condividere sentimenti e pane». Aggiunge che gli dispiace lasciare «questo mondo non bello a mio figlio e ai miei nipoti. Sono pessimista, ma dal punto di vista dell'intelligenza, non della volontà. Le persone che mi circondano, per fortuna, le scelgo e mi aiutano a vivere bene. Le altre non le voglio proprio conoscere, non le voglio vedere... Faccio lo stesso ragionamento quando vado a votare». 

Valeria Golino, che interpreta una prof con cui Davide-Borghi ha una relazione, non la finisce più di magnificare l’esperienza con Amelio: «Ho fatto tutto quello che mi ha chiesto, felice di essere ai suoi ordini». 

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