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domenica 14 giugno 2015

In onore del Verdi massone ricostituita l'antica via dell'osservanza, che unisce tre centri della congrega.

 Se Verdi era massone ed anticlericale - ma le due cose non sono congiunte per forza - ormai lo pensano tutti. E prima ancora che un recente studio sul 'Falstaff ' ne offrisse ragioni perfino musicali come si trovano, ad esempio, nel 'Flauto' mozartiano. Ora in omaggio a Verdi si è voluta ricostruire, con una precisa indicazione  di percorso e  sentieri  che attraversando il centro Italia, legano Siena a Bologna a Parma, per intanto. Salvo poi ad includere in detto sentiero, nei mesi a venire, anche Perugia e Roma, capitali della massoneria. Non quella deviata, per carità, ma  quella che, più modestamente e disinteressatamente ( !) in nome dell'appartenenza, fa affari, risolve diatribe, distribuisce mansioni di potere. In questo caso nel nome e con la benedizione di Verdi.
 Di recente, su indicazione del MIBACT, alla presidenza dell'Istituto di Studi Verdiani, con sede a Parma, la Parma di Verdi e Toscanini, è stato nominato un illustre compositore che, sia detto in premessa, con la massoneria non c'entra affatto, semmai potrebbero - il dubitativo è obbligatorio! - coloro che qui e là l'hanno voluto in posti di responsabilità, nei quali nel giro di pochi mesi tanti ne ha collezionati, dal momento che tutti si sono accorti di non poter più fare a meno di lui. C'è stata una rivolta da parte di illustri studiosi verdiani i quali hanno protestato perché un compositore di oggi, con scarsa conoscenza dell'opera verdiana, ed anzi sbilanciato, a differenza di Verdi, sull'opera 'suoni e luci', meglio se elettronici, fosse messo a capo di un istituto che alla conoscenza dell'opera di Verdi - MASSONE - è votata per statuto. Il neo eletto  non si è scomposto ed anzi ha subito nominato un nuovo direttore dei 'Quaderni' di Studi verdiani' che  fino al giorno prima erano stati affidata a studiosi verdiani  quali Sala e prima ancora Petrobelli e Della Seta. Ed anche in questo secondo caso, lo diciamo con assoluta certezza, la massoneria non ce'entra un fico secco. Proprio come il neo eletto direttore c'entra con la musicologia verdiana   e con la direzione di  una rivista musicologica. E pure lui ha già chiaro il piano della sua direzione: guardare alla musica del vecchio Verdi con gli occhi dell contemporaneità. A gennaio, a Verdi piacendo, ne darà un  esempio, interpellando una schiera di musicisti di oggi sull'attualità di Verdi. Non è una cosa nuovissima - ha subito dichiarato per non attribuirsi meriti che non ha - perchè nel primo numero di 'Studi verdiani', all'inizio degli anni Ottanta,  comparve proprio un saggio di Luciano Berio - poche pagine, ha voluto ricordare, dal titolo 'Verdi?' con il punto interrogativo. Dimenticando però che proprio in quegli anni Berio aveva terminato di scrivere ' Un re in ascolto' - che noi ascoltammo al battesimo pubblico a  Salisburgo, diretta da Maazel - con riferimenti chiarissimi ed espliciti a Verdi, ad una sua opera in particolare. Staremo a leggere le nuove mirabolanti imprese, a gennaio, se ci riesce, del nuovo direttore, di una pubblicazione  che ha cadenza annuale.
 E così a sua insaputa, l'aitante compositore di oggi, forse per decisione della massoneria, cui lui si dichiara estraneo e disinteressato,  nel giro di pochi mesi, s'è trovato catapultato ai vertici dell'Accademia Chigiana -  lui,rarissimo esempio di musicista che non è mai passato da quelle aule -  al vertice del teatro Comunale di Bologna e all'Istituto verdiano di Parma, patria di Verdi, MASSONE. Nel cui nome si è ricomposta la 'Via Massonica' che collega  tre capitali della consorteria: Siena, Bologna e Parma.

domenica 16 novembre 2014

I due Riccardi del podio

Non sappiamo se uno dei due 'Riccardi della bacchetta' - discendenti di 'Guarneri del Gesù' che invece lavorava d'archetto - si offenderà nell'essere appaiato all'altro,  perchè in quest'accostamento nulla v'è di sacrilego. Ambedue sono 'Riccardi', ma c'è differenza fra l'uno e l'altro, differenza d'età, di provincia di nascita, sebbene poi abbiano in tempi diversi compiuti e completati gli studi a Milano, e poi anche di fama - perchè nascondersi che uno dei due 'Riccardi' è più famoso dell'altro, mentre  non sappiamo se l'altro è, invece, in egual misura della fama del suo omologo, affamato di fama?
 Il destino  li ha accostati, meglio contrapposti, senza colpa  di nessuno.  L'uno quello più di fama  è uscito dalla Scala, e l'altro, forse più affamato di fama,  vi è appena entrato per la porta principale, dopo lunga lunghissima anticamera e girovagare in Europa, per chiamata di Pereira.
 Il quale Pereira, proprio in questi giorni ha lanciato un messaggino d'amore verso il più famoso dei Riccardi: 'torna a Milano, la Scala aspetta a te', con doppia firma, la sua e dell'altro Riccardo, che si professa sincero. E noi non ne dubitiamo.
 Anche se gli esempi di clamorose rotture ed inattese riappacificazioni fra direttori e teatri od orchestre sono innumerevoli - per tutti il caso di Toscanini e la Scala, appunto - non è facile riportare sul podio milanese dell'orchestra che lo ha sfiduciato, il direttore che per quasi vent'anni ha portato l'Orchestra della Scala ai massimi trionfi  anche nel mondo. Certo tutto può accadere, ma prima che il Riccardo  più famoso, ma anche furioso, torni a Milano, passerà ancora qualche anno, e forse il messaggino d'amore di Pereira e dell'altro Riccardo dovrà essere reiterato. Tanto costa poco, basta cliccare per inviarlo infinite volte. Nessuno si stanchi e smetta di farlo. E se lo facesse anche la sua ex orchestra....
 Il Riccardo famoso,  in Italia, dopo il suo abbandono dell'Opera di Roma ( dove pure sperano di riportacelo...campa cavallo!) lo si potrà ascoltare solo con la sua Orchestra Cherubini, o con la Chicago, in caso di tournée.
Però  il prossimo luglio lo si vedrà anche in cattedra, e questa è davvero una buona notizia, perchè il Riccardo più famoso ha deciso di aprire a Ravenna sotto l'egida del festival di sua Moglie, una Accademia d'opera italiana, e già dai primi di luglio  impartirà lezioni di direzione a quanti vi si iscriveranno, esaminando (concertando) il 'Falstaff' di Verdi, che dal 23 al 26 luglio, è già programmato al Ravenna Festival con Muti sul podio, in buca l'Orchestra Cherubini, regista Cristina Muti.
Insomma con una bacchetta, al posto della 'fava' del detto popolare, si prendono due piccioni: il corso per giovani musicisti frutto della vocazione all'insegnamento di Muti, e lo spettacolo d'opera al Festival, che fa contenta anche la signora.

lunedì 5 maggio 2014

Pro Pereira

Ieri il Sole 24 Ore, per bocca dell'ex sovrintendente del Massimo di Palermo, Cognata, trombato dal sindaco di Palermo, Orlando, che forse sta già pensando ad una occupazione per il suo assessore Giambrone - il copione ha avuto già una precedente messinsscena anni fa, con gli stessi protagonisti - ha difeso l'operato di Pereira, affermando che in fondo  La Scala con l'acquisto degli spettacoli da Salisburgo - pietra dello scandalo - ha fatto un vero affare, avendo a disposizione spettacoli che altrimenti le sarebbero costati molto, molto di più;  aggiungendo che un sovrintendente che sa anzitempo - come accade in ogni istituzione che si rispetti - del suo incarico, deve necessariamente  muoversi  in tempo ( ed è proprio per effetto di tale logica che lo hanno nominato prima e chiamato a Milano a lavorarvi, sembra gratuitamente, ancor prima di prendere possesso del nuovo incarico, Lissner regnante, ed in previsione dell'EXPO); ha aggiunto anche  che uno degli spettacoli è stato acquistato da Lissner per Parigi (una coproduzione), che lo stesso Lissner non poteva non essere a conoscenza di tali acquisti e che lui stesso, ancora sovrintendente a tutti gli effetti, avrà dovuto quantomeno avallare; ed infine che sotto questo ingiustificato attacco a Pereira si nascondono altri interessi altri fini.
 Poi spara anche sui bilanci Scala e sulle effettive serate d'opera in  una stagione. Ma quali 128 serate? sono balle, pare dire Cognata. le serata d'opera in una stagione, l'ultima, ammontano a 91; e bilanci si chiudono in pareggio negli ultimi anni, dopo che i soci fondatori ed i benefattori mettono mano al portafogli per ripianare piccoli e non buchi di bilancio. Dunque il peana in onore di Lissner sarebbe anche questo fuori posto, e perciò ben venga un cambio di direzione; Pereira è un manager molto sveglio e sa fare il lavoro al quale è stato chiamato.
 Oggi, a Cognata si aggiunge Zubin Mehta che, forte del successo della prima di 'Tristano' al Maggio, corre in aiuto di Pereira che egli descrive come uno dei più bravi manager  del settore, altro che spendaccione; egli è capace di trovare soldi come e più di tutti gli altri.  e cita un esempio, che si può tranquillamente tralasciare; ma aggiunge che il 'suo' Falstaff ( perchè ne è lui il direttore) è uno spettacolo meraviglioso, coprodotto anche da altre importanti istituzioni. Dunque tutta la selva oscura scaligera esca allo scoperto e ci faccia capire quali trame sta progettando. E d'ora in avanti non cerchi di frenare, nella sua azione riformatrice, il prossimo sovrintendente  Pereira.

domenica 2 febbraio 2014

Verdi e/a Roma. Mostra all'Accademia dei Lincei, fino all'8 marzo

Mostra documentaria e multimediale per il bicentenario della nascita del grande musicista a cura di Marco Guardo e Olga Jesurum.
 Domandarsi se Verdi, il Peppino nazionale, amasse Roma e, a sua volta, se ne fosse riamato non è inutile passatempo, specie dopo la mostra allestita a Roma dall’Accademia dei Licei, inaugurata a dicembre e che va avanti fino a marzo, a grande richiesta, come dicevano un tempo e dicono tuttora, gli artisti itineranti dei Circhi.  Perché in quella preziosa mostra molti documenti, anche di prima mano, offrono parecchi elementi per rispondere ad ambedue le domande, affatto oziose.
 ‘Verdi e Roma’ è il titolo della mostra e non ‘Verdi a Roma’, che avrebbe voluto dire semplicemente: allineare le presenze del grande musicista nella città eterna, tutte comprese fra gli anni Quaranta  e i Novanta dell’Ottocento, dalla prima dei ‘Due Foscari’, al ricevimento della cittadinanza romana, nel 1893, conferitagli dall’allora sindaco capitolino, il principe  Emanuele Ruspoli. In altra occasione non s’era spostato nella Capitale, accampando l’età avanzata, ma al principe Ruspoli, nonostante gli 80 anni, non aveva saputo e potuto dire di no, anzi quella cittadinanza onoraria era  anche per il grande musicista un onore. Ci arrivò in treno.
 Nel frattempo Verdi era diventato famosissimo, le sue abitudini profondamente cambiate, come cambiate erano anche le sue disponibilità economiche - dopo la ’Locanda di Europa’, in piazza di Spagna, dove ‘vanno a fare il nido  tutti gli stranieri’( Stendhal) ,aveva abitato un appartamento in  via di Campo Marzio 2, trovatogli, per richiesta del musicista, dallo scultore Vincenzo Luccardi  e, infine, all’Hotel Quirinale, albergo modernissimo di recente costruzione, a due passi dal Teatro Costanzi, dove vennero rappresentate le sue  due ultime opere (‘Otello’ e ‘Falstaff’) dopo che  i  precedenti debutti s’erano avuti all’Argentina ( ‘I due Foscari’, ‘La battaglia di Legnano’ ed al Teatro Apollo ( ‘Il trovatore’, Un ballo in maschera’). Quest’ultimo teatro, dalla storia gloriosa, si trovava a Tor di Nona,  ma fu demolito nel 1889 per far posto ai bastioni del Tevere che avrebbero dovuto proteggere dalle inondazioni la Capitale.
 Viene, invece, da chiedersi perché proprio i Lincei  allestiscono una mostra su ‘Verdi e Roma’ e non il teatro dell’Opera o l’Argentina o l’Accademia di Santa Cecilia, trattandosi di istituzioni di  antichissima storia, tolta l’Opera - già Teatro Costanzi - costruita verso la fine dell’Ottocento, in tempo per ospitare le ultime due prime romane dei rispettivi capolavori, battezati alla Scala.  Ed anche questa domanda non è peregrina, perchè anzi offre spunti e spiegazioni assai interessanti.  E una risposta assai semplice: l’Accademia dei Lincei possiede un patrimonio documentale verdiano di inestimabile valore, costituitosi attraverso diverse donazioni fra gli anni ’30 e 40 del Novecento, fra le quali le più preziose sono il libretto manoscritto  del ‘Ballo’ con annotazioni del compositore  agli appunti mossi dalla censura - questo importante manoscritto, assieme ad altre carte (prevalentemente lettere), fu donato ai Lincei dal diplomatico Enrico Garda nel 1932;  e le oltre 300 lettere inviate  da Verdi all’amico, senatore Giuseppe Piroli, i cui discendenti le donarono a Mussolini che, a sua volta, le destinò ai Lincei  - allora ‘Accademia d’Italia - nel 1940. La medesima Accademia le pubblicò, successivamente, a cura dello storico Alessandro Luzio. Per festeggiare l’avvenimento, l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia  diretta da Bernardino Molinari, eseguì in un pubblico concerto nei giardini di Villa Farnesina, sede dell’Accademia, musiche verdiane, tra cui la ‘sinfonia’ dell’Aida, poi ricusata da Verdi, a favore del più conciso ed incalzante ‘preludio’,
 Ultimo consistente lascito ai Lincei, qualche anno dopo, il carteggio del musicista con lo scultore Vincenzo Luccardi, quello a cui chiese di trovargli casa al tempo del ‘Ballo’ e che, prima ancora, mentre lavorava ad ‘Attila’, aveva ‘precettato’ per andare nelle stanze di Raffaello in Vaticano a riprodurre fedelmente il copricapo di Attila, da destinare alla sartoria, al tempo della  messa in scena dell’opera.
Verdi ebbe a Roma anche degli amici, degli amici sinceri, al di fuori degli interessi musicali e della militanza politica, quest’ultima, in verità, assai poco convinta e meno ancora vissuta e partecipata, per sua stessa esplicita dichiarazione all’amico  e librettista Piave :”Volendo o dovendo fare la mia biografia come membro del Parlamento, non vi sarebbe che a stampare nel bel mezzo di un foglio bianco, a grandi caratteri -  i 450 non sono realmente che 449, perchè Verdi, come deputato, non esiste”.
 Frequentò fra gli altri, il poeta Giuseppe Gioacchino Belli, conosciuto in casa del poeta Jacopo Ferretti, dove  fece conversazioni ‘ piacevoli, pungenti e dotte’. Conobbe anche, ed a lui lo legò fraterna amicizia, il poeta Cesare Pascarella, l’autore della celebre scanzonata ‘ La scoperta dell’America’, che in gioventù s’era dichiarato, in un sonetto ’ammiratore dell’opera di Verdi’, preferita senza condizioni a quella di Wagner.
E  sarà proprio Cesare Pascarella, l’amico romano che incontrerà a Milano, poche settimane prima della morte. Il primo gennaio 1901 lo invita a pranzo all’Hotel de Milan, dove il musicista risiedeva; di tale incontro milanese si ammira in mostra il biglietto di invito ed anche  il menù. Una ventina di giorni dopo, Verdi si ammalò e mori il 27 gennaio del 1901.
 La mostra romana si apre con un cimelio importante. Una delle rare copie de ‘La Tribuna’ del 28.2.1901, sulla quale appare la ‘canzone’ di Gabriele d’Annunzio ‘In morte di Giuseppe Verdi’, poi pubblicata nel II Libro delle ‘Laudi’: ‘Elektra, 1904. In detta canzone appaiono, la prima volta, quei due magici versi, oggi citatissimi specie da Riccardo Muti che li conosce ovviamente a memoria e non manca occasione non necessariamente verdiana,  per declamarli: ’Diede una voce alle speranze e ai lutti/Pianse ed amò per tutti’.
 Nella stessa sala una passerella di costumi provenienti dall’Opera di Roma, per vari personaggi verdiani, a firma di costumisti famosissimi,  a cominciare dal notissimo Caramba ( nome d’arte di Luigi Sapelli ) a Sanjust, Visconti fino a Odette Nicoletti; e poi, quasi in trono, il costume di Violetta per una ‘Traviata’  (1977) disegnato da Pierluigi Samaritani. Ma anche un video, rarissimo, quello di ‘Otello’, recentemente restaurato, rappresentato  a Palazzo Ducale, Venezia, nel 1966, diretto da Nino Sanzogno, protagonista Tito Gobbi.
 Di sala in sala si avvicendano bacheche con documenti rarissimi, e soprattutto bozzetti per scene e costumi, dai quali è possibile vedere il lento progressivo affrancamento del figurinismo per il melodramma dalla pittura; recano firme di pittori notissimi, come ad esempio, quelli de ‘Il Trovatore’, realizzati  da Alessandro Prampolini ( semplice omonimia lo lega al pittore del Novecento,  Enrico, anch’egli attivo nel teatro d’opera ( nell’Archivio storico dell’Opera si conservano numerosi suoi bozzetti per scene e costumi, alcuni di rilevanza storica). Ed ancora molti libretti e preziosissime ‘disposizioni sceniche’ per alcune opere - testimonianza preziosa di una pratica che Verdi aveva conosciuto in Francia ed introdotto in Italia - delle quali è rimasta qualche traccia nei libretti; come anche gli ‘spartiti’, cioè le riduzioni per canto e pianoforte’ delle varie opere, indispensabili per lo studio e la preparazione dei cantanti, ben prima di iniziare le prove per una messinscena, resisi necessari quando il melodramma cominciò a diffondersi basandosi sul repertorio.
 In una lettera assai preziosa, datata 6 luglio 1854, indirizzata all’amico e collaboratore Cesare De Sanctis, Verdi accenna ai numerosi divieti posti dalla censura, ed al modo per aggirarli, sebbene con grande fatica : “conservare tutto l’entusiasmo di Patria, Libertà, senza mai parlare di Patria e Libertà è cosa ben ardua, nonostante si può tentare”. A suo modo anche uno scenografo del ‘Ballo’ ( Giuseppe Rossi, per una rappresentazione al Teatro Comunale di Terni, nel 1860) aveva aggirato il divieto della censura che aveva imposto a Verdi di spostare l’azione lontano dall’Italia, e Verdi aveva optato per Boston, in ragione della sua lontananza. In un bozzetto che delinea i ‘dintorni di Boston’ disegna, sullo sfondo, il ‘cupolone’ di San Pietro e Castel sant’Angelo.
A proposito dell’Otello, penultimo titolo delle opere dell’ultima produzione verdiana rappresentato a Roma, al Costanzi, quindici giorni esatti dal debutto milanese,  scene e costumi giunsero nella capitale con i cosiddetti ‘Treni Otello’ che trasferirono a  Roma,  oltre il materiale scenico, gli orchestrali, i coristi, gli interpreti  vocali, il direttore ( Franco Faccio) e lo stesso compositore. Forse una delle prime tournée  della Scala Da poco era stata, infatti, inaugurata la ferrovia che collegava Milano a Roma; prima il compositore arrivava sempre via mare, si imbarcava a Genova, sbarcava a Civitavecchia e raggiungeva poi in carrozza la Capitale.
 Una sala è dedicata interamente  a Tito Gobbi il grande baritono di Bassano del Grappa che il destino fece nascere nel 1913, cento anni dopo la nascita di Verdi. In esse sono esposti tre preziosi costumi completi dai ogni elemento. Rigoletto, Simone, Trovatore; e in quella successiva, la penultima, un prezioso costume, un mantello con fili d’oro e perle, di Caramba per Amneris, 'Aida'.
 E, infine, Caracalla, con il manifesto formato gigante della prima stagione ( da giugno ad agosto, avvenuta nel 1938, dopo la ‘Lucia  di Lammermoor’che  aveva inaugurato, l’anno precedente, le rappresentazioni estive nelle rovine delle grande terme romane. Negli anni successivi quello sarà il palcoscenico per eccellenza di Aida, al punto che per un periodo Caracalla venne chiamata ‘Aideo’.

 Dunque Verdi amò Roma e ne fu riamato? L’amore di Verdi verso la città che più d’una volta aveva accolto ‘prime ‘delle sue opere con grande partecipazione crebbe via via, alimentato dal gruppo di amici che s’era fatto nella capitale e che vide, come attesta l’ incontro con Pascarella  a  Milano - anche lontano dalla capitale. E ciò, nonostante la manifesta intransigenza verdiana nei confronti della messinscena delle sue opere, non sempre all’altezza di quanto richiesto, come lamenta nella sua corrispondenza. Che Verdi fosse riamato dai romani, basterebbe a dimostrarlo l’accoglienza riservatagli nel 1893 per la prima romana del ‘Falstaff’, e per il conferimento della cittadinanza onoraria, quando una folla in delirio lo attese ed accolse alla Stazione Termini, ed egli, per non essere sopraffatto da tanto sincero entusiasmo, fu costretto a cercare scampo in un locale riparato della stazione medesima. 

venerdì 16 agosto 2013

Non è mai troppo tardi,anzi, molto spesso è troppo presto

Cerchiamo da giorni una recensione del Guglielmo Tell di Pesaro diretto da Mariotti jr. per capire come è andata l'impresa - ammesso che la gran parte dei miei colleghi presenti sia affidabile e credibile - perchè , si sarà capito, alle due paroline che osannavano il trionfo del direttore, di casa a Pesaro,  della Aspesi, non crediamo affatto.
 Perchè tanto interesse, al limite dell' accanimento? Perchè ci andiamo sempre più convincendo che a molti giovani dotati, in diversi campi della professione musicale, agenti senza scrupoli e consiglieri incompetenti fanno fare passi quasi sempre più lunghi delle loro gambe, benchè agili, dando colpi mortali alla loro crescita artistica. Mariotti - che a nostro modestissimooooo avviso ha fatto in questo caso un passo più lungo della gamba - avrebbe potuto e dovuto attendere prima di affrontare il monumento di Rossini, anche nel festival di papà. Esiste un tempo per ogni cosa. Non è vero - come sostengono molti giovani direttori che se arriva un'occasione bisogna saperla cogliere. Non, non è quasi mai così.  Dudamel,e  lo stesso Harding, recentemente, si sono bruciati con due opere per le quali evidentemente sia l'uno, ancora inesperto di melodramma in Rigoletto, sia l'altro in carriera ed espertissimo, nel difficile Falstaff, non erano ancora preparati.
Nella musica, ancor più nella direzione, specie quando si sale il podio giovanissimi, è sempre molto meglio arrivare  più tardi che un attimo prima. Per non dire di quelli che arrivano anni prima. Immeritatamente e con danno di se stessi.