martedì 1 settembre 2026

L'ultimo canto della terra e il pianeta delle scimmie d Francesco Lotoro

 Intervistato dal regista e produttore cinematografico francese Claude Lanzmann nel fluviale documentario Shoah, Richard Glazar sopravvissuto a Treblinka dichiarò: “Faceva già buio, siamo entrati nella nostra baracca […] e improvvisamente uno di noi si alzò […] sapevamo che era cantante d’opera a Varsavia. Si chiamava Salve e davanti a quella cortina di fiamme ha cominciato a salmodiare un canto per me sconosciuto. Dio mio, Dio mio, perché ci hai abbandonati? […] Ha cantato in yiddish mentre dietro di lui ardevano i roghi”.

Il miracolo della produzione musicale scaturita nell’universo concentrazionario riporta alla memoria quanto nell’ebraismo insegnano i Maestri quando si accendono pubblicamente le luci di Chanukkà o si apre la porta di casa durante il seder le-Pesach; tutti devono avere la possibilità di vedere, ascoltare, studiare, chiunque ha diritto a beneficiare di miracoli compiuti per il genere umano.
Ebreo lituano naturalizzato statunitense e professore di psicologia e filosofia presso l’Illinois Institute of Technology di Chicago, nel dopoguerra David P. Boder intraprese un viaggio dagli Usa ai Displaced Persons (DP) Camps aperti in Francia, Italia e territorio metropolitano tedesco sotto occupazione americana nel cuore dell’Europa polverizzata dalla guerra che dava ancora segni di vita; Boder raccolse una immensa quantità di testimonianze e memorie di capitale valore storico e realizzò 130 interviste a ex deportati gran parte delle quali riportano canti creati in Ghetti e Lager. In altre parole inaugurò un’autostrada a senso unico per le future generazioni di ricercatori per mettere in sicurezza materia musicale dell’universo concentrazionario sino ad allora mai fissata sulla carta.
L’ebreo italiano Emilio Jani, deportato nel 1944 a Birkenau, racconta che “le fiamme divampavano, i corpi bruciavano senza sosta e la musica era la colonna sonora dell’ammutolire della vita. Spesso si udivano voci che intonavano il Kaddish, la preghiera per i defunti”; la musica come colonna sonora di una vita che implodendo nella morte torna al proprio stato fetale rende l’idea di una interiorizzazione del linguaggio musicale nell’universo concentrazionario fatto non già di suoni ma di pensieri subliminali che sottendono all’emissione dei suoni stessi.
Si tratta di una scelta assunta con assoluta determinazione: non cedere al silenzio dell’anima bensì recuperare e riossigenare quel medesimo silenzio nelle pieghe più occulte del linguaggio musicale, tradurre nell’esperanto dell’anima il respiro che passa da una frase musicale all’altra, capovolgere il senso che comunemente si dà alla pausa e al vuoto come assenza di suono recuperandolo quale condensato massimale di tutti i suoni possibili.
Come gli ultrasuoni per i cani e altri animali, in virtù di insondabili meccanismi antropologici i silenzi della musica risultano oggi udibili unicamente a orecchie e cuori di uomini all’epoca non ancora nati i quali, al modo del profetico film Contact (1997) diretto da Robert Zemeckis e interpretato da Jodie Foster, avrebbero successivamente captato come messaggi provenienti da intelligenze aliene quei suoni cosmici e quei canti provenienti da altre galassie codificandoli e rendendoli accessibili, intellegibili, umanamente condivisibili e universali, letteratura musicale e insieme antropologica.
Nel saggio Der Gottesbegriff nach Auschwitz: Eine jüdische Stimme (Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica) il filosofo ebreo tedesco Hans Jonas mise in discussione la presenza di D-o ad Auschwitz sostenendo che dopo Auschwitz non fosse più possibile credere in un D-o buono e misericordioso. Urge qua mettere in gioco un’interpretazione copernicana ammettendo invero il fallimento del progetto-uomo ad Auschwitz, constatare la totale assenza di ciò che contraddistingue l’umanità nel suo profilo etico ed esistenziale affermando che la bestialità manifestata ad Auschwitz azzera qualsiasi parametro antropologico.
La lettura musicale è probabilmente l’unica in grado di oltrepassare le maglie dello spazio-tempo serrato e murato ad Auschwitz; mentre il mondo affondava sotto i colpi di mortaio a causa della devastazione umanitaria che si consumava durante il conflitto, i musicisti eseguirono l’ultimo canto della Terra consci che toccava a loro far ripartire i motori dell’imbarcazione umanitaria rimasta a secco e senz’acqua come le navi del Lago d’Aral prosciugato al tempo dell’Unione Sovietica.
Uomini e donne musicisti avrebbero indubbiamente preferito libertà e vita, trovarono sofferenza e morte, in cambio ci restituirono la musica; come sapientemente profetizzato nel 1968 dal dottore-scimmia Zaius ne Il Pianeta delle Scimmie diretto da Franklin J. Schaffner, nella prossima epoca non ci sarà più spazio per la bestia-uomo.

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