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giovedì 15 marzo 2018

In Italia tante giustizie, quante correnti nel PD di Renzi. Il ministro Orlando, minoranza nel PD, tace sulle giustizie nel Paese

Due casi di 'curiosa' giustizia, emersi negli stessi giorni, hanno sollevato interrogativi inquietanti.
 Il primo in seno alla Consulta, dunque nel massimo organo giudiziario italiano, l'altro nella piccola Procura di Spoleto, forse in cerca di notorietà - non sapremmo trovare altra giustificazione al suo operato sanzionatorio riguardante Norcia, zona terremotata, dove la normalità stenta a tornarvi.

 Cominciamo da quest'ultimo caso, il più grave.  A Norcia, dopo il terremoto, con i soldi raccolti da La 7 e dal Corriere della Sera, è stato costruito, in un tempo ragionevole - come avrebbe dovuto essere il tempo, e non lo è stato, di ogni altra iniziativa in quel martoriato territorio - un centro polivalente su progetto del famoso architetto Boeri. Una struttura in legno, da cima a fondo, salvo che  nella base di calcestruzzo sulla quale poggiarla.
La Procura di Spoleto l'ha messo sotto sequestro, sigillandone gli ingressi, perché contravviene alla legge (Testo Unico dell'edilizia, art.44): non è provvisoria, secondo la Procura, e  viola le leggi sui vincoli paesaggistici. Insomma in un territorio devastato dal terremoto, vanno comunque rispettati i vincoli pesaggistici, cioè - verrebbe da dire - le rovine  e macerie che, infatti, ancora in molti di quei luoghi non sono state rimosse.

Viene costruita  una struttura che risulta unico luogo di aggregazione, fondamentale per superare l'emergenza che dura da anni e che la magistratura si è ben guardate dal sancire duramente, e  una Procuretta - detto senza intenzioni denigratorie, ma con la durezza che il giudizio sulla decisione impone - la chiude; e sta per fare altrettanto per una analoga struttura in costruzione - almeno così teme il sindaco di Norcia - e, perché no, potrebbe farlo anche con le casette che sorgono, guarda un pò, nel parco dei Monti Sibillini.

Mentana giustamente ha reagito duramente a tale  decisione, (lo ha fatto anche il Corriere?) tutta 'italiana', mentre non altrettanto duramente   ha reagito Orlando, che anzi tace, essendo in minoranza nel PD e forse anche nel Paese delle mille Procure.

Ieri in serata s'è fatta viva la Protezione Civile, con un comunicato ufficiale nel quale ha mandato a dire alla Procura di Spoleto, che la legge  post terremoto aveva previsto che si potesse costruire 'in deroga' al Testo Unico dell'edilizia ed ai vincoli paesaggistici, fino a quando non fosse terminata l'emergenza. Che non è ancora terminata, se vi sono cittadini che non hanno avuto la 'casetta' promessa - dopo un anno e mezzo circa dal terremoto - e vivono in alloggi di fortuna,  procacciandosi i mezzi attraverso esercizi commerciali provvisori ed improvvisati.  E che, comunque, la costruzione di quel Centro polivalente a Norcia è stata eseguita senza violare nessuna norma. Dunque Spoleto faccia marcia indietro ed annulli il sequestro del manufatto.

 Secondo caso. Alla Consulta viene messo sotto indagine un giudice, Nicolò Zanon, accusato per interposta persona, sua moglie nel caso specifico, che avrebbe utilizzato la macchina di servizio del marito per fini personali.
Il giudice avrebbe presentato le sue dimissioni, sacrosante vista l'accusa infamante per un membro della Consulta; ma la Consulta le ha respinte all'unanimità.

Le riflessioni che ci vengono su questo caso sono tante. Ne citiamo solo un paio. Perché un giudice della Consulta deve avere una macchina di servizio, vista la giusta lentezza con la quale il massimo organo giudiziario italiano si muove? Non si tratta mica di un organo che agisce in continua emergenza. E poi, se un membro della Consulta ha uno stipendio che risulta essere il doppio di quello del Presidente della Repubblica, potrà ben pagarsi un taxi od una macchina  per  sé e soprattutto per la famiglia, evitando di incorrere in simili volgari incidenti.

La Procura di Spoleto ha agito in totale autonomia, ma con durezza e senza considerare  tutti gli aspetti e soprattutto le conseguenze della sua decisione; mentre alla Consulta hanno deciso di attendere la conclusione delle indagini, mostrando grande tolleranza, attenendosi alla massima: simile non mangia simile.

 E Orlando che fa?

domenica 30 aprile 2017

Marco Travaglio non la racconta giusta sul procuratore di Catania e sui compiti dei magistrati in genere

  Nel suo editoriale domenicale, intitolato 'Il silenzio degli indecenti' Marco Travaglio ne ha per tutti, da Alfano ad Orlando, a Grasso, ma non staremo qui a riferire della singola razione di  vaffa... riservato a ciascuno, mentre salva il procuratore siciliano che ha avanzato i suoi sospetti, anche senza portare le prove, mentre dovrebbe averle sempre a portata di mano ogni volta che muove un'accusa.

Ci interessa, invece, riferire come conclude la sua invettiva, perché la conclude davvero male.
 Scrive:" Dunque quando i pm fanno una retata di criminali da strada o di mafiosi o di spacciatori, si astengano dal farsi belli nelle conferenze stampa, altrimenti sono fuori dall'ordinamento e dalle competenze di magistrati: ci diranno tutto a fine indagini ( nel frattempo congiunti ed amici degli arrestati avvertiranno Chi l'ha visto?). E se, per dire, un pm scopre che in una delle terre dei fuochi sparse per l'Italia i cittadini mangiano e bevono prodotti radioattivi e cancerogeni, non lanci alcun allarme e non avverta le pubbliche autorità: sarebbe fuori dai suoi poteri, anzi dell'ordinamento. Quindi si tenga tutto per sè un paio d'anni, sino al termine dell'indagine. Poi però se arriva in tempo potrà parlarne ai funerali".
 Lui sa mettere sempre il pepe sulla coda al suo discorso, quale che sia l'occasione o quali che siano i protagonisti. Il veleno per il morso finale  - ne parleranno ai funerali.. -  lui l'ha sempre pronto, ne ha anche una boccetta di riserva.
Però. Il pm che scopre delle irregolarità le scopre perché la polizia, su sua richiesta od indicazione, ha fatto indagini, che, nella ipotesi di lavoro di Travaglio, si sono tradotte in  analisi sul terreno e sugli alimenti. Fatte le quali, e riferito ai magistrati, questi devono immediatamente  proseguire ed approfondire le indagini per trovare i colpevoli dell'avvelenamento della popolazione; e scovatili, metterli al sicuro dietro le sbarre. Questo il loro compito. E dopo parlare. Perchè se lo fanno prima possono anche destare i sospetti che abbiano voluto dare una mano ai malavitosi 'amici' o 'amici degli amici'.
 Che effetto e rilevanza può avere se annuncia anzitempo alla popolazione ciò che i corpi di polizia, dietro sua indicazione, hanno scoperto - e che riferiranno oltre che  alla magistratura  alle autorità pubbliche - ma senza che lui abbia individuato i responsabili?  Perchè compito della magistratura è scoprire i responsabili del malaffare per farlo cessare. Neanche Travaglio può negare a se stesso che a  volte ( troppe volte?) i magistrati colgono alcune occasioni di indagine, anche sacrosante, per mettersi in mostra.

Renzi, dal palcoscenico del Nazareno: non è una rivincita, ma un nuovo cammino. Lo sapremo presto, noi vorremmo credergli

La zarina, Maria Elena, anche se non incoronata per la seconda volta dallo zar rimesso in trono Matteo - e non sappiamo e ciò accadrà prima o poi - ha comunque tirato fuori dalla scarpiera il 'tacco 12'. Matteo, salendo sul palcoscenico improvvisato, non l'ha salutata come avrebbe fatto un tempo, e neppure l'ha ringraziata nel suo discorso di investitura, mentre ha ringraziato tutti gli altri. Compreso Guerini, che ha retto il partito nei mesi di vacanza della segreteria, che comunque si è rivelato  come l'uomo che 'annuisce' anche col capo, ad ogni respiro del rieletto segretario. Alla maniera  del consueto codazzo di 'sostenitori' che i politici si portano in tv e che fanno piazzare, ben visibile dalle telecamere, alle loro spalle.

Non è una rivincita, ha chiarito dal palcoscenico lo zar rimesso in trono, è la partenza di un nuovo cammino, come un foglio bianco interamente da riscrivere, nel segno dell'unità. C'è da credergli? Con le dichiarazioni della viglia ed i confronti televisivi anche se non aspri, qualche dubbio viene. Non lo stesso dubbio che è venuto a quel genio del trasformismo che è la De Girolamo che ha commentato: visto quello che succede nel PD, meglio - come facciamo noi - le primarie meglio non farle.

I rappresentanti delle altre due mozioni sconfitti alle primarie, e cioè Orlando ed Emiliano, hanno sottolineato il calo dei partecipanti. Hanno ragione, ma alla vigilia si pensava che  un milione circa sarebbe andato ai gazebo, e  che un milione di partecipanti sarebbe stato un successo comunque. E se ai gazebo sono andati quasi il doppio? Un successone. Loro non lo dicono, anche se devono riconoscere la vittoria schiacciante di Renzi. Mentre ciò che si attenderebbe si sentir dire  e cioè che avendo vinto Renzi, loro due , pur con le loro ragioni, lavoreranno al fianco del segretario,  senza fargli mancare il pungolo della loro idea di partito e degli obiettivi politici da perseguire, non esce dalle loro bocche.

Questo si sarebbe voluto sentirgli dire, ma non l'hanno detto. Ed allora il cammino di Renzi verso le prossime scadenze elettorali ( comunali, siciliane e poi politiche, quando saranno) diventa ancora più arduo, perchè si prospetta la possibilità di  un vincitore che gli elettori successivamente potrebbero  azzoppare per le troppe divisioni interne.

Comunque ora è tempo di programma/i, con un occhio alle periferie ed ai ceti deboli (ma anche all'Europa che così non può andare, all'economia ed alla sicurezza che l'emigrazione sta minacciando) fra i quali vanno cercati molti di coloro che non sono andati a votare alle primarie, perché sentono il PD ancora molto lontano da loro.

Renzi non ripeta gli errori del passato, come quello di trasferire a Roma una vagonata di amici e conoscenti fiorentini per i quali, onde disciplinarne il traffico, s'è portato appresso anche la capa dei vigili, Manzione (ora premiata con il Consiglio di Stato) piazzandola a Palazzo Chigi, per un dopolavoro, a  smistare le leggi, dove ha fatto non poca confusione, seconda solo a 'madonna'  Madia

Avremo un nuovo Renzi, come ha assicurato mentre gustava la vittoria schiacciante? Non dovremo attendere le prossime tornate elettorali per saperlo, basteranno le prossime settimane, anzi i prossimi giorni.

Il Procuratore di Catania, con le sue dichiarazioni sui migranti, dimostra che sta proprio 'fuori', almeno della sua professione

Da tempo si ascoltano, a seguito di qualche iscrizione nel registro degli indagati di varie procure italiane, i politici affermare, anche senza troppa convinzione: ' lasciamo i magistrati lavorare in pace; le indagini le devono fare i magistrati, spetta a loro emettere sentenze'.  Mentre i politici possono lanciare allarmi, segnalare possibili irregolarità ai magistrati perché indaghino a fondo.

E' accaduto invece, al Procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, di prendere la parola e  sostituirsi nel loro ruolo ai politici, quando ha segnalato possibili irregolarità, ipotesi di traffici che accomunerebbero le ong e gli scafisti, senza averne ancora le prove, anzi ad inizio indagini, causa sospetti. Mentre i politici, a ruoli invertiti, hanno emesso le sentenze, al posto del procuratore di Catania che forse non si è reso ancora conto del suo 'fuorigioco' e neppure dei guai che ha combinato.

Politici a frotte, dai pentastellati ( Di Maio sempre più in frenetica attività  divinatoria), ai leghisti ( Salvini ci è andato a nozze, ma non alle sue!),  cui si sono uniti i giornali, alcuni dei quali prima hanno detto di andarci cauti poi invece che i sospetti su alcune ong sarebbero fondati e dunque il procuratore indaghi; ed anche alcuni membri del governo: Alfano difende il procuratore, siciliano come lui, mentre Orlando gli  avrebbe consigliato di essere più cauto e di provvedere, prima di parlare, a fare e concludere le necessarie indagini.

Tutti contro tutti. Ad oggi il problema esiste, o c'è solo il sospetto, seppure fondato, che possa esistere?  Questo il Procuratore non lo sa ancora.
 Ecco perchè, quale che sarà la conclusione, il procuratore di Catania avrebbe fatto bene a tacere, a condurre le indagini nella segretezza richiesta, e, solo ad indagini concluse, a parlare. Mentre invece, parlando come ha fatto, ad indagini  appena avviate a seguito di sospetti, sembra voglia mettere in guardia  i responsabili delle ong ed avvertirli che si sta indagando su di loro.  Un soffiata a favore di amici? Il solo sospetto sarebbe gravissimo ed infamante.

lunedì 22 febbraio 2016

I finanziamenti all'Orchestra Verdi di Milano; Il professore licenziato per una pipì

La  tragicommedia dell'Orchestra Verdi di Milano, messa in scena da un autore di tutto rispetto, Salvo Nastasi, con la complicità di tutti i ministri che si sono succeduti al Collegio Romano negli ultimi vent'anni, compreso Franceschini, non si è ancora conclusa. Come apprendiamo indirettamente da un articolo del Corriere dove si lamenta che l'orchestra potrebbe fare ancora e sempre meglio di quanto già non faccia - ah, se il critico musicale così solerte lo fosse altrettanto con le  orchestrine che spesso recensisce facendo inorridire i lettori per la falsità delle sue valutazioni - se finalmente la storia dei finanziamenti pubblici all'Orchestra milanese fosse definitivamente risolta.
 L'ultimo atto di questa tragicommedia, di cui autori sono ancora una volta Franceschini - che con decreto  firmato in aprile ha accolto fra le ICO l'Orchestra Verdi -  e Nastasi che, nel destinare i finanziamenti ai vari soggetti, non ha tenuto conto della nuova personalità giuridica della Verdi - quando non ha fatto arrivare alla Verdi i finanziamenti meritati in base ai parametri delle ICO.  La ragione  starebbe nel fatto che il decreto, Franceschini l'aveva firmato ad anno avviato. Si spalleggiano i due imbroglioni, e  quello di più alto grado - il ministro - non fa nulla per porre fine a questo  indecente palleggio di responsabilità. Al quale si aggiunge, altra beffa, il mancato pagamento di contributi arretrati  sempre da parte del Ministero.
Per  'grande&grosso' (Nastasi) e 'mezzodisastro' (Franceschini) non conta alcunché il fatto che la Verdi  si autofinanzi in misura superiore di qualunque altra orchestra italiana, che abbia un'attività concertistica di gran lunga superiore a quella di tutte le orchestre italiane, che abbia un suo auditorium, e che  sia in cima ai finanziamenti dei singoli cittadini in suo favore, attraverso il 5 per 1000.  No, tutto questo per la strana coppia conta poco, quasi nulla.

Altra anomalia ma di diverso genere, in un paese dove l'anomalia regna sovrana, ma che, a detta di Renzi, ha ancora fame di riforme, è  rappresentato dal caso di quel professore immesso in ruolo per l'insegnamento della filosofia, di cognome Rho, il quale non ha dichiarato al momento della immissione in ruolo di aver subito una condanna, che non risulta dal suo casellario giudiziario, ma di cui lui avrebbe dovuto ricordarsi, nella dichiarazione preventiva all'immissione in ruolo. Una condanna che lui riteneva fosse definitivamente sanata con il pagamento della multa. La condanna era venuta a seguito di una pisciata, impossibile da trattenere pena lo scoppio della vescica, e fatta di notte (alle ore 3) in un cespuglio, appena fuori di un paesino della bergamasca, undici anni fa,  sanzionata da una pattuglia di carabinieri nottambuli e inflessibili - che sono  le barzellette sui carabinieri?
 Ora Giannini e Renzi dovrebbero porre fine a questo sgorbio, per non meritarsi una pisciata simbolica, da parte dei cittadini che osservano le leggi e pagano anche le multe, anche quando sono frutto di eccessivo zelo delle forze dell'ordine o dei vari sanzionatori. Come se ne vedono tanti, specie a Roma, nei mesi in cui il Campidoglio avendo bisogno di soldi, manda i vigili non a dirigere il traffico bensì a fare multe, appostandosi per beccare al minimo sgarro gli automobilisti qualunque; e solo quelli perché degli altri - di quelli che contano - sono spesso complici, come dimostrano ogni giorno le infinite inchieste.
 Ora Rho a metà marzo dovrà presentarsi in tribunale per contestare l'illecito ed ingiustificato licenziamento. Non sarebbe il caso che  il ministro della Giustizia e quello dell'Istruzione pongano fine alla farsa, senza far perdere altro tempo nei tribunali già troppo intasati?

venerdì 25 settembre 2015

MiTo distrutto. Il festival Milano-Torino perde le tre teste: MIcheli, Colombo, Restagno. Ma forse non si tratta di 'normale' avvicendamento.

Era ora che qualcosa cambiasse, almeno per la terza, o prima, delle tre teste 'cadute': quella di Enzo Restagno, musicologo, critico musicale, consulennte editoriale, da oltre trent'anni direttore artistico prima del torinese Settembre Musica e poi del fratello gemello milano/torinese MiTo. Il quale Restagno, ha giustificato l' uscita - meditata da tempo (?) - con la sua volontà di dedicarsi agli studi. La Biblioteca nazionale di Parigi l'attende per studiare Debussy. A 74 anni, quanti ne ho -  ha dichiarato - val la pena cambiar vita, se la salute ci assiste.
Ed ha ragione. Magari avrebbe dovuto pensarci al cambio di vita anche prima, molto prima, perchè la permanenza alla guida di una istituzione o manifestazione per una trentina d'anni è sinceramente troppo. Torino in fatto di longevità ai vertici delle istituzioni, almeno quelle musicali che conosciamo,  non vanta il solo primato di Restagno, c'è Vergnano che farà prossimamente vent'anni da quando sovrintende al Regio, ed anche - si parva licet... - Pugliaro che all'Unione musicale ci sta da prima che noi fossimo nati.
 Aggiungere che alcuni di questi direttori artistici a vita, hanno nel frattempo e contemporaneamente fatto anche i giornalisti ed hanno, nel caso di Restagno, lavorato, sempre contemporaneamente, anche per una casa editrice musicale, Ricordi, per nulla interessata alla programmazione del Restagno direttore artistico, sembra particolare di poco conto ma che rappresenta un conflitto grande quanto una casa.  Superato e reso innocuo dalla integrità professionale e morale dell' interessato, va da sè. E comunque  noi lo diciamo per prevenire le malelingue sempre pronte ad accusare anche persone le più integerrime.
 MiTo dunque, per tornare al nostro festival, è stato decapitato, in un sol colpo, del burattinaio amoroso, animatore acutissimo ed elemosiniere ascoltato, qual è  stato Micheli; della mente, Restagno, e del braccio operativo, l'ing. Francesca Colombo che, dopo aver terminato ingloriosamente l'esperienza fiorentina, si è accasata a Cremona ed ora sta per sbarcare a Bologna a capo del Mast, porto più sicuro dell'infida Milano dove, cessato l'Expo, comincerà la guerra dei lunghi coltelli.
 Che forse è ciò che temevano i tre di MiTo, quando hanno preso la saggia decisione di lasciare 'gloriosamente' e prima che qualcuno metta a fuoco e fiamme la cultura  della capitale lombarda. Dove le prossime elezioni già agitano le acque e non solo dei navigli.
 La decurtazione, anzi il dimezzamento dei finanziamenti da parte delle due municipalità, potrebbe essere una concausa, dal momento che ha certamente creato nuovi grattacapi all'eccellente elemosiniere che forse fa lo stesso mestiere anche all'interno del CDA della Scala. Va bene che sono un banchiere - avrebbe sbottato Micheli - e so dove sono i soldi, ma non potete tutti venire da me chiedendomi di procurarvene sempre di più. Non sono fra Cristoforo, anche se resto pur sempre uno che sa far soldi e questo fa.
 A questo punto i due sindaci sperano di poter trovare dei sostituti all'altezza; e forse senza andare tanto lontani, uno almeno potrebbero trovarlo in casa (il direttore artistico del festival che prima è stato torinese ora potrebbe essere milanese): Filippo Del Corno, assessore a Milano, in scadenza, che potrebbe coronare la sua carriera politica con un incarico artistico. E non sarebbe la prima volta: a Palermo, a Giambrone, mettendosi alle costole del sindaco amico, Leoluca Orlando, è riuscito ben due volte di fare la stesa strada che dal Comune lo ha portato al Teatro Massimo.
 Chissà se il fin troppo evidente spreco di denaro pubblico, anche con MiTo, a Milano, dove già la Scala s'è pentita di essere rimasta sempre aperta, per spettatori che non sono arrivati, avendole preferito la fiera dell'EXPO, non abbia giocato un  ruolo in questa decisione che, seppure tutti tentano di darla per normale avvicendamento - il che è anche giusto - nasconde sicuramente una frattura traumatica, come tutti hanno supposto, senza che nessuno però si sia spinto  ad esaminarne cause ed elementi. E tanto meno siamo in grado di farlo noi che non frequentiamo salotti e sedi di partito dove queste decisioni vengono prese.

giovedì 5 marzo 2015

Finto bando pubblico per manifestazione di interesse alla nomina di sovrintendente delle fondazioni liriche.Napoli,verona,cagliari, parma...

Da qualche mese la democrazia s'è impiantata prepotentemente nella gestione delle nostre istituzioni culturali, prime fra tutte le fondazioni liriche che rappresentano una rete ben distribuita sul territorio, produttiva se viene ben amministrata, e di enorme interesse per lo sviluppo.
 D'ora in avanti, viene da pensare che episodi come quelli del Teatro Massimo di Palermo dove il sindaco Orlando ha messo a capo, per sua insindacabile volontà e disposizione, il suo assessore Giambrone - già al secondo giro, essendo passato anni fa dall'assessorato comunale al teatro - non si verificheranno più in Italia.
 Quando si deve scegliere il vertice di una fondazione lirica che ha una notevole responsabilità in fatto di gestione e di promozione culturale, i sindaci - che restano, nonostante la loro palese ignoranza in materia, a capo delle fondazioni liriche, del loro consiglio di indirizzo intendiamo - si stanno a bituando ad utilizzare lo strumento del bando pubblico. Chi intende essere valutato per la sovrintendenza di una fondazione lirica, ritenendo di avere titoli ed esperienza necessari ed adeguiati,  segnali il suo nome all'ente, accludendo il suo curriculum di studi e professionale. Chi averà più titoli ed esperienza sarà prescelto. Tutto bene, sì. Salvo che per una postilla del bando. I sindaci non sono tenuti a scegliere necessariamente dall'elenco dei candidati, possono insomma fottersene e fare di testa propria.
 E' quanto è accaduto, ad esempio, a Parma, al Teatro Regio - che non è  fondazione lirica, sebbene abbia un passato ed una storia assolutamente grandiosi. Pizzarotti ha fatto anche lui un bando, ha creato una commissione esaminatrice e poi ha scelto due persone  che non si erano neppure candidate. Non vogliamo difendere i candidati ritenuti idonei dalla commissione presieduta da Cristiano Chiarot, sovrintendente della Fenice. Anche il candidato segnalato dalla Commissione non aveva i requisiti di esperienze neppure di preparazione per ottenere quell'incarico. E, perciò, in quel caso ci sentiamo di dire, per le nostre modeste conoscenze, che quella Commissione aveva toppato, oppure aveva scelto il meno peggio in fatto di preparazione ed esperienza.
 Anche il Teatro di Cagliari, dopo l'uscita di Meli, era ricorso al medesimo bando. Fra i candidati ci sembra abbia fatto una scelta giusta, nominando Angela Spocci, che non apparterrà alla crema della crema del mondo musicale, però il mestiere di sovrintendente lo ha già fatto e pure a Cagliari, da commissario, anni fa.
 Ora ci prova anche Napoli per sostituire la Purchia, il cui mandato è terminato. E anche nel bando del San Carlo, firmato da De Magistris, c'è la solita clausola di salvaguardia del conosciuto vizio della politica di impicciarsi di cose che non conosce e non capisce. E siamo certi che la scelta anche a Napoli avverrà per insindacabile decisione di De Magistris che presiede il cosiddetto Consiglio di indirizzo.
Come del resto è accaduto a Roma, dove la riconferma di Fuortes - che ancora non molla 'Musica per Roma', per la quale il sindaco ha promesso anche lì un bando internazionale, che ancora non si è visto -  è stata fatta da un Consiglio di indirizzo nel quale siede la crocerossina Maria Pia Garavaglia, la scrittrice e televisiva Maria Pia Ammirati, una signora addetta alle pubbliche relazioni - della quale non ricordiamo il nome, ci perdoni - ed un economista. Dunque ha scelto Marino, incurante della figuraccia che lui e Fuortes hanno fatto agli occhi del mondo con la cosiddetta minacciata 'esternalizzazione'. Vedremo cosa saprà fare Fuortes. Per ora il bilancio l'ha sanato il governo ( Legge Bray) e non lui, e gli sponsor ancora non li ha nè trovati nè portati, solo minacciati. Staremo a vedere.
 A Genova ha scelto il sindaco Doria, chiamando da Parma  Maurizio Roi ( a Parma Genova era già ricorsa in un'altra occasione. Speriamo vada tutto bene, visto che quello genovese è uno dei teatri nella grande tormenta). Ed anche Bologna, spodestato Ernani, ha messo in trono Sani, per volontà esclusiva, divina addirittura, nonostante la matrice politica del sindaco.
 Trieste, sembra fuori dei confini italiani, facciamo fatica a capire che cosa succede lì.
 Ora c'è anche il Caso Arena di Verona, il cui sovrintendente uscente, Girondini, imposto già una volta dal democratico Tosi, senza averne competenza ed esperienza, ma solo fedeltà al sindaco, era  stato contestato anche pubblicamente, da alcuni esponenti  del mondo musicale che ne chiedevano la destituzione. E invece no, dopo il bando, e le infinite candidature, come i sovrintendenti appartenenti alla 'compagnia di giro per le sovrintendenze' fra cui anche Catello De Martino, Francesco Ernani, Angela Spocci, Mauro Meli, e pure Ferdinando Pinto, il quale si sarà detto. ma se partecipano tutti quei... perchè non posso partecipare io, in considerazione del glorioso passato della sua gestione al Petruzzelli, ante incendio; ed altri trentacinque candidati, quell'elenco è stato stracciato dal sindaco.Tosi se ne è fregato di tutto e tutti ed ha fatto candidare dal Consiglio di indirizzo nuovamente Girondini che, ovviamente non compare in quell'elenco. A Lui pensa Tosi.
 Ci dite, di grazia, perchè dovremmo credere alle riforme ed alla volontà del ministero di Franceschini e Nastasi di voltar pagina.

giovedì 26 febbraio 2015

Gioacchino Lanza Tomasi, antico e nobile come e quanto l'INDA, di nuovo in pista.

S'era lamentato qualche tempo fa il principe: si sono dimenticati di me. Il principe palermitano lamentoso è Gioacchino Lanza Tomasi, che dal 2006 non ha incarichi 'di vertice' e  'ben remunerati', due condizioni senza le quali egli non ha mai abbandonato la sua  nobile dimora.   Dagli anni Settanta a metà del Duemila, Gioacchino Lanza Tomasi s'è fatto il giro delle sette chiese dello spettacolo italiano, finendo, dulcis in fundo, dopo alcuni anni a capo dell'Istituto di Cultura italiano a New York, a guidare la Sovrintendenza del Teatro San Carlo di Napoli, da dove sarà costretto ad uscire per i bilanci non troppo in ordine, giacché arrivò il commissariamento ministeriale. Poi lo stesso Nastasi, commissario del Ministero,  ma già anche allora direttore generale del Ministero, lo riabilitò pubblicamente dicendo che egli era stato un ottimo amministratore, al punto da volerlo nella 'Commissione centrale musica' del Ministero, la commissione, per intenderci, che dà pareri al ministro sulla qualità della programmazione delle istituzioni musicali,  e su altri elementi in base ai quali  vengono poi stabiliti i finanziamenti per ciascuna.
 Una breve parentesi, prima di salire al ministero, per Lanza Tomasi   che aveva avuto un incarico siciliano, al Teatro Bellini di Catania,  quello di consulente per i  'grandi eventi'- grandi spese. Destino davvero singolare: il ministero che commissaria un  teatro, dimettendone il sovrintendente, è lo stesso ministero che riabilita e promuove il sovrintendente fatto dimettere. Ed è lo stesso ministero che, ancora,  ascoltato l'accorato appello del principe, che si sente messo da parte, lo rimette in gioco, alla bella età di 81 anni. Insomma dall'inizio degli anni Settanta e fino a metà degli anni Duemila, il principe non era stato fermo un solo giro: finito un incarico ne aveva avuto un altro. Si comprende perciò la maraviglia del principe dopo che da  alcuni anni è senza lavoro e deve mantenere una dimora costosissima, come  da quando lo conosciamo va lamentando. A Palermo Orlando non ha ritenuto di rimetterlo in sella al  Teatro Massimo, preferendogli il più ossequioso ed aitante Giambrone, ed ancora una volta Lanza Tomasi è rimasto a bordo campo.
Poi, quando non ce l'ha fatto più, ha sbottato. 'Si sono dimenticati di me'. Chi si sarebbe dimenticato di lui, oltre il suo partito che per quasi quarant'anni gli ha garantito sempre posizioni di vertice e ben remunerati?
 La sorpresa, assieme alla notizia, l'abbiamo avuta oggi, leggendo una sua intervista sul Messaggero, nella quale egli traccia le linee programmatiche della sua sovrintendenza che il ministro ha firmato durante le vacanze di fine anno, quando tutti pensano ad altro.
 Nel corso dell'intervista firmata dalla sempre ottima Rita Sala - non è la stessa giornalista che aveva firmato anche la precedente a Lanza Tomasi nella quale egli si lamentava di essere stato messo da parte. Era stato Antonio Gnoli di Repubblica a raccogliere la confidenza del Gioacchino disperato, pubblicate il 12 ottobre 2014 - la giornalista scrive che Lanza Tomasi per fare il sovrintendente dell'Inda, viene letteralmente 'STRAPPATO ai suoi studi ed alla scrittura. E lo conferma anche l'intervistato, il quale dichiara che tale nomina è piovuta a ciel sereno, e che lui non se l'aspettava affatto. Ma il  comunicato del Ministero non dice testualmente che, fra i tre nomi - che non siamo riusciti a capire quali siano - segnalati dal Consiglio di amministrazione dell'Istituto Italiano del Dramma Antico di Siracusa ( Inda) - il Ministro aveva scelto il principe?  A SUA INSAPUTA, una modalità assai in voga di questi tempi, perchè non si addice ad un principe mendicare un incarico.

mercoledì 12 novembre 2014

Classic Voice si documenti veramente nelle sue inchieste

Una rivista che ogni mese propone ai suoi lettori una inchiesta bisogna che la faccia sul campo non fidandosi dei dati che questa o quella istituzione fornisce, perché il più delle volte sono dati falsi, o per lo meno falsificati.
 Corrisponde a verità il fatto che , ad esempio, il costo di orchestra e coro a Roma, incide per il 20% sul bilancio dell'ente, dunque i cosiddetti costi fissi che nei nostri teatri raggiungono oltre il 75% del budget generale, non possono essere attribuiti tutti ai musicisti che delle istituzioni operistiche sono la spina dorsale. O no? E gli amministrativi, il sovrintendente e gli altri componenti i vertici, quanto incidono? Perchè nessuno si è preso la briga, fra una inchiesta e l'altra, di andare a controllare le ondate di assunzioni nei teatri, ad ogni cambio di colore dell'amministrazione comunale che, come si sa,  ha la presidenza del teatro cittadino? Quelli non si toccano, producano o meno, non importa, siano pochi e troppi importa ancora meno. La croce ricade solo sulle spalle dei musicisti che hanno stipendi non così lusinghieri: in media il 20% inferiori a quelli dei loro simili fuori d'Italia.
 Che però lavorano molto di più. Questo l'inchiesta lo dice appena, ma sbaglia quando fa la classifica dei teatri nei quali si lavora di più. Un tempo al primo posto c'era il Massimo di Palermo, che faceva un migliaio di concerti l'anno, con il teatro chiuso. Una idea brillante. ogni giorno quattro cinque strumentisti facevano una decina di concerti e così la somma cresceva, come pure i contributi statali e regionali, facendone il teatro più mangiasoldi d'Italia. Ora con Giambrone ed Orlando non sarà più così, per l'eternità.
 Nell'inchiesta di Classic Voice, le giornate lavorative dei musicisti dei teatri ( calcolate sulla base di prove, concerti e recite serali) sono basse e sono soprattutto false, come nel caso del San Carlo di Napoli che, quest'anno, con una settantina di recite d'opera, forse meno, sventola la bellezza di 217 giorni lavorativi. Sono cifre inventate che Classic Voice non va a controllare  e neppure smentisce. E allora che razza di inchiesta è?
 La verità, soltanto accennata, è che in Italia i Teatri producono poco, molto poco, e, di conseguenza i musicisti lavorano altrettanto poco. Dovrebbero assicurare, almeno i 14 più importanti,  una presenza costante del repertorio operistico nelle grandi città. E, invece , non lo fanno, tutti puntano all'evento - che poi evento non risulta essere - si preparano per settimane e tengono aperto il teatro una sera ogni cinque.
 Colpa dei sovrintendenti, tuona Classic Voice, che non sanno organizzare il lavoro per aumentarne la produttività. Vero, ma allora occorre dire anche che i teatri devono aprire  quasi ogni sera, che i cachet dei solisti devono essere abbassati - non ci si venga a dire che esiste un calmiere, tutti lo sanno, nessuno lo applica perchè trova il modo per aggirarlo - gli allestimenti devono costare meno, molto meno di quanto non costano oggi, e devono essere ripresi anche nelle stagioni successive al debutto, e poi i prezzi dei biglietti devono essere abbassati per avere ogni sera il teatro pieno. Questo significa mettere a frutto i finanziamenti pubblici.
 E poi, ultima cosa, chi sbaglia e non sa amministrare va via, non senza aver prima pagato gli errori fatti. Anche questo non si fa, purtroppo non solo in Italia ed anche  in nessuna altra parte del mondo. Vero è, però, che ladri, imbroglioni  ed incapaci, quanti ce ne sono in Italia ai vertici delle istituzioni culturali pubbliche, messi lì da politici ignoranti, corrotti ed incompetenti, non ce ne sono nel resto del mondo.

lunedì 20 ottobre 2014

Il clan dei siciliani va al massimo. Nomine nel Teatro lirico di Palermo

Sembra ricomposto l'organigramma del Teatro Massimo di Palermo dopo la 'seconda primavera'  siciliana, con Leoluca Orlando di nuovo  a reggerne le sorti comunali. Il sindaco ha sacrificato per il bene del teatro ( e della città aggiungono i maligni) il suo assessore alla cultura, Francesco Giambrone, come aveva già fatto nella prima primavera siculo-palermitana, destinandolo per la seconda volta - un film già visto e che potrebbe ripetersi all'infinito con i prossimi giri di valzer e gli ineluttabili ritorni - a condurre in porto la nave del Teatro Massimo che sempre lui e Giambrone, avevano  ricevuto in dote quasi preda di un naufragio ( economico), da Cognata - come hanno gridato ai quattro venti. La storia è ben nota, ad ogni cambio di casacca comunale, il sindaco quando vuol mandare  a casa uno degli amministratori designati dalla precedente giunta, tira fuori un buco nel bilancio - la quale cosa purtroppo assai spesso  è reale - della società che amministra, come puntualmente hanno fatto l'ammiraglio leoluca ed il capitano di vascello francesco, al momento in cui  hanno visto la nave loro destinata,  attraccata in porto.
 Il capitano di vascello, in perfetto accordo con l'ammiraglio, sta rinnovando tutti gli incarichi di vertice nei vari settori della sua nave,  dal capo macchina al capo cuoco al capo sala al maestro dell'orchestrina. E dove va a cercarli, se non dove risiede la società armatrice, nel nostro caso in Sicilia?
 Ecco le prime nomine: a guidare la sala macchine, in accordo perfetto con l'ammiraglio, Francesco il capitano di vascello ha chiamato Oscar; che torna in Sicilia, dopo aver lavorato in continente ed in Francia con altri armatori. Il suo cognome, Pizzo, non è fra i più adatti  all'ambiente palermitano, ma tant'è uno il cognome non se lo può scegliere, e poi ha tempo per smentirne il significato, lo farà con le sue azioni. E' stimato, è originario di Siracusa, ed anche se cambia lavoro, dal ricevimento merci e passeggeri alla sala macchine, gioca a suo favore la giovane età e l'intelligenza acuta che presto userà  per adattarsi ad ogni situazione.
La musica dell'orchestra che allieterà la navigazione, che si augura  felice, è affidata a Gabriele Ferro, siciliano di Palermo, se non andiamo errati; che finora non ricordiamo abbia goduto di grande considerazione nella sua città natale. Ora, dopo aver navigato anche in Allemagna, torna nell'isola.  Negli isolani è impossibile cancellare il ricordo della patria, che essendo  da grande mare circondata è terra a sè, difficile da assimilare a qualunque altra.
 E così l'Orlando 'ritornato' sta ricomponendo a Palermo il 'clan dei siciliani' ( Giambrone, Pizzo, Ferro), detto esclusivamente per le origini dei tre, senz'altra allusione denigratoria. Ci mancherebbe.

mercoledì 1 ottobre 2014

Il Pizzo a Palermo

Il mago Giambrone, Francesco ( da non confondere con il di lui fratello, noto esponente e parlamentare dell'ex partito di Di Pietro e capo del partito siciliano di Orlando) medico ed aspirante critico musicale passato a fare l' assessore  e il sovrintendente - andata e ritorno - e poi di nuovo  l'assessore  e  il sovrintendente,  in un film già visto, ha tirato fuori dal suo cilindro la soluzione da oscar per il Massimo, dove è tornato per volontà del suo padrone, il  sindaco di Palermo,  Orlando, per la seconda volta. L'aveva promesso. Per la direzione artistica - che avrebbe potuto tenere lui, con la stessa competenza con cui tiene la sovrintendenza -  ho in serbo una sorpresa: un nome che spiazzerà tutti. Detto fatto. Questo il nome, ed è da Oscar: Pizzo. In sostituzione del precedente, un regista, messo lì da Cognata, purtroppo a digiuno completo di musica, come  l'ottimo Giambrone ha avuto modo di sottolineare, pretendendo quella  competenza della quale ha fatto la sua bandiera professionale in tutta la vita.
 Con l'Oscar Pizzo questo problema non esiste. Pizzo è un pianista, anche se oggi non suona quasi più perchè ha saltato il fosso e s'è buttato, spinto da Fuortes, nella direzione artistica. Nel caso specifico quella rassegna di musica 'Contemporanea' che da qualche anno ha luogo all'Auditorium, nel corso della quale  egli ha attivato contemporaneamente un centinaio di metronomi, in una singolare sinfonia ritmica, ha fatto fare le ore piccole a tanti appassionati nella '24 ore Satie', ed infine ha fatto  atterrare nel piazzale  antistante l'Auditorium, ben quattro elicotteri e li ha poi fatti levare in volo, con i musicisti che avevano sotto braccio la musica di Stockhausen, tanto suonarla non serviva, a causa del rumore assordante delle pale di quei mostri volanti.
Giambrone, conoscendo queste imprese da Oscar, gli ha detto che voleva anche a Palermo  queste performances per le rinate - ad opera di Giambrone sovrintendente - 'settimane' musicali di molti decenni fa dedicate alla musica contemporanea. E  nelle prossime settimane egli farà sentire ai palermitani che sa davvero suonare, presentandosi proprio in uno dei concerti previsti da Giambrone. La qual cosa fa pensare alla lunga trattativa che Giambrone ha avuto con Fuortes, per fregargli quel diabolico inventore di cose pazze per l' Auditorium romano.
Giambrone, inoltre, ha avuto modo di saggiare da vicino la competenza del Pizzo  attraverso quelle rassegne italo-francesi che egli ha curato sotto l'egida dell'Ambasciata transalpina in Italia, 'Suona francese' che ha poi partorito anche un 'Suona italiano', nel corso delle quali ha avuto come partner anche i Conservatori italiani,  compreso quello di Palermo, presidente Giambrone, ancora lui, dominus  siciliano, che nelle ultime edizioni è stato oltremodo presente. L'opera del Pizzo in queste rassegne è stato prevalentemente quello del  'postino' smistatore il quale ha ricevuto tante proposte - in Italia ci sono persone che sanno farne -   e che se le pagano anche (come è accaduto per molti appuntamenti di queste rassegne), pur di apparire.
 Giambrone dunque ha apprezzato questa capacità di valorizzare tutto e tutti e, alla fine, ha deciso per  il  Pizzo. Il quale , dovendo fare il direttore artistico di un teatro, deve occuparsi prevalentemente di melodramma, come non ha mai fatto prima, ma le cui competenze, pari alle sue di Giambrone,  il medesimo Giambrone avrà avuto modo di verificare da vicino.
 Imparerà. Del resto la musica la conosce e la sa leggere. All'inizio sarà  forse  un pò  faticoso, ma a questo penserà Giambrone e tutta l'équipe del teatro che si occupa della produzione artistica. Del resto non è il primo caso di apprendistato  fatto non nelle  piccole ma istruttive botteghe, ma direttamente dagli scranni più alti di importanti istituzioni.
 Ci vengono alla mente altri esempi, recenti, di musicisti di successo, catapultati a fare cose che non avevano fatto mai prima e che dunque si temeva non sapessero fare.
 Ne parlava, accusandolo, Cagli, riferendosi a Giorgio Battistelli, compositore che del  film musicale ha fatto la sua carta vincente, in occasione delle ultime elezioni per la sovrintendenza di Santa Cecilia, che videro  Battistelli sfidare Cagli e Cagli vincere. Il quale parlando di Battistelli  aveva detto - come riportato in alcune lettere rese note ai giornali - che  'quello non era in grado neanche di organizzare un concerto'. Mentre lui sì. Che è poi ciò che, prima, Battistelli, a sua volta, aveva, più o meno, detto di un compositore romano, Nicola Sani, oggi  consulente artistico del Teatro di Bologna, al tempo della sua  direzione  artistica dell'Opera di Roma: 'quello del melodramma non sa neanche che  esiste'. L'uno e l'altro oggi fanno i direttori artistici, e perciò devono aver imparato. A meno che da ambedue non si pretenda che conoscano come si organizza un concerto, o quali voci sono necessarie per un particolare titolo operistico. A questo ci pensa  l'équipe tecnica che ogni istituzione musicale ha (  ed è costretta ad avere, per l'incapacità dichiarata di tanti direttori artistici. E questo vale dalla Scala a ... e il resto non dico!) nei vari 'esperti di voci'  o 'segretari'  e 'coordinatori' artistici e, nei teatri, 'responsabili di cast' e consulenti vari.
 Dunque anche il Pizzo può farcela, da lui Giambrone vuole idee che facciano accendere i riflettori sul suo teatro, che ha un'immagine un pò appannata.
Come l'ha presa questa fuga il Fuortes in grande difficoltà sulla piazza romana? Non lo sappiamo. Certo che privarsi dell'inventore sarà stato duro, anche perchè  difficile da rimpiazzare, uasi impossibile. A meno che  il Pizzo medesimo non decida di tenersi Roma ( 'Contemporanea') e  Parigi ('Suona francese' e 'Suona italiano'), insieme a Palermo.

martedì 22 luglio 2014

Giambrone sovrintendente a Palermo. Il suo destino è segnato; sarà come quello di De Martino a Roma

Non è un caso che ambedue, Francesco Giambrone e Catello De Martino, il primo neo sovrintendente al Teatro Massimo di Palermo - ma si tratta di un ritorno. Giambrone dovrebbe tenere in considerazione come andò la prima volta, sia l'entrata che l'uscita, perchè potrebbe nuovamente ripetersi, come l'entrata anche l'uscita - e l'ex sovrintendente del Teatro dell'Opera di Roma (che adesso si chiama Teatro dell'Opera di Roma Capitale, che è tutta un'altra musica) siano nati nel 1957. Involontariamente anche l'anagrafe li accomuna. Giambrone ha studiato medicina che si sa essere assai prossima per diversi trascorsi  storici alla musica; De Martino scienze politiche per ritrovarsi a capo ambedue, senza arte nè parte, di due importanti teatri. Per grazia ricevuta.
Per arrivarci la strada di ambedue  si è un pò, ma neppure tanto, diversificata. De Martino stata all'Eni, da dove è finito a Santa Cecilia - chissà per quali strani percorsi - e quindi all'Opera, con gran sollievo dei vertici ceciliani, come qualcuno ci confidò all'indomani del suo trasloco, prima come direttore del personale nel teatro commissariato da Alemanno, e poi sovrintendente, senza alcun merito nè esperienza,  sol perchè il sindaco lo promuove.
Giambrone non ha bisogno di cercare un sindaco amico per la sua promozione, la prima come la seconda volta, perchè lui ha fatto la campagna per Orlando a Palermo, allora come oggi, e il sindaco riconoscente,  lo prese come assessore alla cultura e poi lo premiò affidandogli il Teatro Massimo. Esattamente ciò che è accaduto anche la seconda volta, cioè oggi.
 Giambrone sarebbe stato un buon medico? chi lo sa? Da subito il giovane medico comprende di aver sbagliato mestiere e vuole sfondare nella critica musicale. Chiese anche a noi- ma noi non potemmo allora aiutarlo - di scrivere su 'Piano Time' che allora dirigevamo. Lui capisce che per far carriera non servono competenze ed esperienza, basta buttarsi in politica o servire un politico.
Che è poi quello che ha fatto, la prima e la seconda volta, quando ha dovuto screditare il sovrintendente in carica. Un regista? diceva Giambrone, e Orlando annuiva, come può un regista guidare un teatro, se è a digiuno di musica? E come può, invece, guidare un teatro  un medico? A proposito ha mai fratto il medico? magari sarebbe stato capace,  non lo sapremo mai. Via il sovrintendente precedente,  insediamento del Commissario ( Guttuso Carapezza), secchiate di merda gettate addosso all'ex sovrintendente, per finalmente realizzare per la seconda volta il sogno di dirigere il Massimo.
 De Martino si insedia a Roma, è così bravo che solo per la sua presenza - si legge nel  suo curriculum farsa - Muti accetta l'incarico all'Opera. De Martino , come accadde ed accadrà nuovamente a Giambrone, trova i conti in  disordine, in un battibaleno li  risana - non si dice apertamente che per risanarli, a Roma come a Palermo, c'è un sindaco amico, che sborsa i soldi necessari - e tutti lo acclamano salvatore del Teatro.
Negli anni di permanenza all'Opera ha insegnato in Università e Conservatori: anche in questo il curriculum dei due si somiglia, perchè pure Giambrone ha insegnato in infinite università, e forse anche in Conservatorio,  ambedue hanno insegnato la gestione di istituzioni culturali. E ambedue hanno messo piede nelle stanze delle commissioni ministeriali, che rappresentano spesso il premio per sovrintendenti e direttori artistici trombati perché incapaci.
 Giambrone, a differenza di De Martino, dopo la prima traumatica uscita dal Massimo agli inizi degli anni Duemila, è rimasto per qualche anno a spasso, poi ha assunto l'incarico di sovrintendente a Firenze, in coppia con Paolo Arcà direttore artistico, altra grande personalità sempre sulla cresta dell'onda, nonostante i numerosi fiaschi( Milano, Genova, Firenze, Parma), per la protezione mai smentita dei 'grembiulini associati'.
 Giambrone arriva a Firenze - suo fratello parlamentare, nel partito di Di Pietro ed Orlando non c'entra naturalmente. Perchè le due carriere, benchè parallele,  hanno sempre viaggiato su due binari  distinti e differenti: i binari del merito per ambedue, anche quando il Giambrone parlamentare era a capo del partito in Sicilia. L'uscita da Firenze avviene qualche settimana prima che emerga il buco di bilancio prodotto e tenuto nascosto dal sovrintendente, esperto nella gestione di istituzioni culturali.
 Giambrone torna a casa, diventa presidente del Conservatorio palermitano, dove forse insegna musicologia, materia nella quale si è addottorato sul campo, e attende la crisi della giunta palermitana e  la rentrée di Orlando, al fianco del quale diventa nuovamente assessore alla cultura, ed oggi finalmente, coronando la faticosa scalata, di nuovo sovrintendente.
 Non sappiamo, dal curriculum, se anche Giambrone, come De Martino , sia stato insignito di croci al merito e onorificenze della repubblica, ma immaginiamo di sì.
 Ciò che Giambrone ancora non sa - anzi, sa bene - è che la sua esperienza si concluderà  esattamente come si è conclusa,  quella del suo gemello all'Opera di Roma.  Traumaticamente. Cambierà colore l'amministrazione, i flussi di denaro dal Comune al teatro cesseranno o diminuiranno, emergerà la realtà dei buchi - quegli stessi buchi ed altro che ha rimproverato al suo predecessore - e Giambrone ,per la seconda volta, tornerà a casa. A fare finalmente il medico? Ma se non l'ha mai fatto? E' andata così anche le altre due volte. Quale altra traccia ha lasciato Giambrione dei suoi passaggi? Appena insediato ha detto che vorrebbe riportare a Palermo Pina Bausch. Certo, è morta! Dunque almeno per questo nessuno lo incolperà.
 Se vuole, chieda consigli a De Martino, che da Roma è stato cacciato letteralmente  a pedate.

lunedì 5 maggio 2014

Pro Pereira

Ieri il Sole 24 Ore, per bocca dell'ex sovrintendente del Massimo di Palermo, Cognata, trombato dal sindaco di Palermo, Orlando, che forse sta già pensando ad una occupazione per il suo assessore Giambrone - il copione ha avuto già una precedente messinsscena anni fa, con gli stessi protagonisti - ha difeso l'operato di Pereira, affermando che in fondo  La Scala con l'acquisto degli spettacoli da Salisburgo - pietra dello scandalo - ha fatto un vero affare, avendo a disposizione spettacoli che altrimenti le sarebbero costati molto, molto di più;  aggiungendo che un sovrintendente che sa anzitempo - come accade in ogni istituzione che si rispetti - del suo incarico, deve necessariamente  muoversi  in tempo ( ed è proprio per effetto di tale logica che lo hanno nominato prima e chiamato a Milano a lavorarvi, sembra gratuitamente, ancor prima di prendere possesso del nuovo incarico, Lissner regnante, ed in previsione dell'EXPO); ha aggiunto anche  che uno degli spettacoli è stato acquistato da Lissner per Parigi (una coproduzione), che lo stesso Lissner non poteva non essere a conoscenza di tali acquisti e che lui stesso, ancora sovrintendente a tutti gli effetti, avrà dovuto quantomeno avallare; ed infine che sotto questo ingiustificato attacco a Pereira si nascondono altri interessi altri fini.
 Poi spara anche sui bilanci Scala e sulle effettive serate d'opera in  una stagione. Ma quali 128 serate? sono balle, pare dire Cognata. le serata d'opera in una stagione, l'ultima, ammontano a 91; e bilanci si chiudono in pareggio negli ultimi anni, dopo che i soci fondatori ed i benefattori mettono mano al portafogli per ripianare piccoli e non buchi di bilancio. Dunque il peana in onore di Lissner sarebbe anche questo fuori posto, e perciò ben venga un cambio di direzione; Pereira è un manager molto sveglio e sa fare il lavoro al quale è stato chiamato.
 Oggi, a Cognata si aggiunge Zubin Mehta che, forte del successo della prima di 'Tristano' al Maggio, corre in aiuto di Pereira che egli descrive come uno dei più bravi manager  del settore, altro che spendaccione; egli è capace di trovare soldi come e più di tutti gli altri.  e cita un esempio, che si può tranquillamente tralasciare; ma aggiunge che il 'suo' Falstaff ( perchè ne è lui il direttore) è uno spettacolo meraviglioso, coprodotto anche da altre importanti istituzioni. Dunque tutta la selva oscura scaligera esca allo scoperto e ci faccia capire quali trame sta progettando. E d'ora in avanti non cerchi di frenare, nella sua azione riformatrice, il prossimo sovrintendente  Pereira.

sabato 8 febbraio 2014

De Martino via. Emma Dante professore. La brutta storia del Palladium. Biscardi a Bari. Saggese e il ballerino. Letto sulla stampa di domenica 9 febbraio 2014

Possiamo dirlo che la notizia del licenziamento di De Martino dall'Opera di Roma  ci può far sperare che giustizia si può fare, almeno in qualche caso? De Martino all'indomani della sua 'cacciata' come Sovrintendente - al suo posto arrivò Fuortes - riprese il suo ruolo di direttore generale, incarico che aveva al suo arrivo nel teatro, prima di essere nominato sovrintendente, con la benedizione di Alemanno ed anche Muti - diciamola tutta. Il suo nuovo contratto, quinquennale, prevedeva il compenso annuo di 180.000 Euro. In cinque anni, per fare due conti, l'Opera al dissipatore di fondi pubblici (10 milioni ed oltre di deficit nel solo esercizio 2013) assicurava  emolumenti per quasi 1 milione di Euro. Bella ricompensa! Ora De Martino va a casa, e dovrà cercarsi un altro lavoro. Quei compensi chi glieli dà, dopo Alemanno?  Ma come ha fatto a fare quel buco enorme ?  Portavoce Cappelli ( Corriere della Sera): 'Ci sono state scelte artistiche sbagliate, come il giovanile 'Rienzi' wagneriano'.  Le scelte artistiche sbagliate e l'amministrazione allegra erano tante;
andrebbe riesaminata l'intera gestione, e le consulenze inutili e costose, cui in questi ultimi giorni i sindacati fanno riferimento. Adesso Fuortes può lavorare senza sentirsi sul collo il fiato del 'deficitatore', e l'insulto della sua presenza in teatro, nonostante i danni procurati. Ora dovrebbero cadere anche altre teste, come il direttore artistico, e Muti deve convincersi che avere al fianco persone competenti ed autonome in fondo porta acqua al suo mulino. Purchè Fuortes non faccia arrivare anche a Roma, come ha fatto a Bari, la  compagnia di giro che si porta dietro dappertutto. Teme  di avere un calo di rendimento da solo, o in ambiente che reputa ostile.
 A Bari, Petruzzelli, è prevalsa la scelta 'pugliese', con la nomina di Biscardi  di Monopoli, a sovrintendente, debuttante in tale ruolo. Biscardi per anni, forse più di un decennio, è stato direttore artistico a Cagliari, e negli ultimi tempi ha lavorato a fianco di  Abbado con la Mozart ( forse un suggerimento di Meli, amico del maestro e compagno di lavoro in gioventù della figlia  del maestro, Alessandra, e sovrintende a Cagliari un tempo, con Biscardi direttore artistico, ora tornato per la seconda volta sul luogo del delitto:deficit).
 Si è dato, finalmente, a Dante, Emma ciò che le spetta. Insegnare teatro nella sua città, Palermo, dove la precedente amministrazione l'aveva praticamente dimenticata, anzi esclusa. Forse  sarà una delle cose buone  per ricordare  il sindaco Orlando; e forse riuscirà a farci dimenticare il probabile imminente ritorno del suo assessore Giambrone al timone del Teatro Massimo, dove era già stato già sovrintendente nella precedente amministrazione Orlando.
 Il Palladium senza soldi che licenzia dalla direzione artistica la Fondazione RomaEuropa (Grifasi-Veaute), nelle stesse giornate in cui Emma Dante presenta il suo ultimo spettacolo è una brutta storia. Non ci sono soldi, il teatro torna a Roma Tre che ne è la proprietaria; poi, dal cilindro della Regione ( Assessorato alla formazione) sbuca fuori una dotazione per aprirvi una scuola.  RomaEuropa commenta 'che scuola?', e sfodera i  numeri delle sua passata positiva gestione.  Assicurazioni  per il futuro, promesse sia dalla Regione che dal Comune, il cui assessore Barca, è il principale imputato di questa come di tante altre criticità culturali della Capitale. Sembra una storia , brutta bruttissima, tutta interna alla sinistra. Mentre - ci è concesso un piccolo suggerimento? - non sarebbe ora che anche nelle istituzioni culturali della città, come RomaEuropa ed altre , ci fosse un ricambio al vertice? Mica possono credersi eterni.
 Infine Saggese. per via del ballerino di tango scritturato per far danzare  nell'aria i futuri astronauti. E' una delle tante troppe anomalie dell'ASI ( Agenzia Spaziale Italiana)  presieduta dall'ingegnere elettronico Saggese, del quale abbiamo appreso dai giornali che deve la sua nomina all'amicizia, nata sui banchi di scuola, con Maurizio Gasparri. Sì, lui che fa nominare il capo dell'ASI  che, a sua volta dà da mangiare a tutti gli  amici, e spende a spande soldi pubblici. Ma non bastava mantenere  Gasparri, del quale non abbiamo ancora capito che ruolo (mestiare) svolga, ci voleva anche Saggese? Anche lui dimesso.