L’11 maggio non è una data qualunque nella storia di Milano. È il giorno in cui, ottant’anni fa, il Teatro alla Scala tornò a vivere dopo le ferite della guerra. L’11 maggio 1946, in una città ancora segnata dai bombardamenti, Arturo Toscanini salì sul podio per dirigere il concerto di riapertura del Piermarini – dal nome dell’architetto Giuseppe Piermarini che lo costruì nel settecento – ricostruito dopo la distruzione provocata dagli attacchi dell’agosto 1943. Non fu soltanto una serata musicale. Fu un atto pubblico di rinascita. Milano, l’Italia e la cultura europea ritrovavano uno dei loro simboli più potenti. La Scala non riapriva semplicemente le porte ma restituiva alla città la percezione concreta che la ricostruzione fosse possibile, che dopo le macerie potesse tornare una voce, un’orchestra, un coro, una comunità.
Ottant’anni dopo, lunedì 11 maggio 2026, il Teatro celebra quell’anniversario con una cerimonia pubblica alle ore 12, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A guidare Orchestra e Coro scaligeri sarà Riccardo Chailly, con un programma interamente verdiano tratto dal Nabucco, titolo che tornerà in scena alla Scala dal 16 maggio.
La notte in cui il teatro diventò una promessa
Nel 1946 la Scala era molto più di un edificio da restituire al pubblico. Era una ferita da rimarginare. I bombardamenti del 1943 avevano colpito il teatro e la città, ma la scelta di ricostruire rapidamente il Piermarini assunse subito un valore che andava oltre la musica. Il governo nazionale, il Comune guidato allora dal sindaco Antonio Greppi e i cittadini milanesi riconobbero nella Scala una priorità simbolica della ripartenza.
Il concerto diretto da Toscanini arrivò in un momento decisivo per il Paese. L’Italia usciva dalla guerra, cercava una nuova identità civile e politica e si avvicinava al referendum istituzionale del 2 giugno e all’elezione dell’Assemblea Costituente. Dentro quel passaggio storico, la riapertura della Scala divenne una specie di manifesto. Non solo ricostruire muri, ma ricostruire fiducia, linguaggio comune, vita pubblica.
Il programma del 1946 aveva una forza particolare. Toscanini, tornato a dirigere in quella sala, scelse pagine italiane, da Rossini a Puccini, da Boito a Verdi. Al centro restava il Nabucco, con il suo carico emotivo e civile. Il “Va’ pensiero”, in quel contesto, non era soltanto un coro celebre: parlava di patria perduta, dolore collettivo, desiderio di ritorno e possibilità di riscatto.
Chailly riparte da Verdi
La cerimonia di oggi per celebrare gli ottant’anni di rinascita non proverà a ricostruire filologicamente quella serata. Riccardo Chailly ha scelto invece di concentrarsi su Verdi e su tre momenti del Nabucco: la Sinfonia, il coro “Gli arredi festivi” e il “Va’ pensiero”. Il direttore musicale della Scala ha legato questo programma all’energia drammatica dell’opera verdiana. Nel Nabucco, l’orchestra si accende, il coro esplode, la dimensione individuale si trasforma in voce collettiva. È proprio questa tensione, tra distruzione e speranza, a rendere quelle pagine ancora attuali. Non un omaggio museale, dunque, ma una memoria da ascoltare nel presente.
Durante la cerimonia sarà proiettato anche un video con materiali storici e in sala risuonerà la voce registrata di Arturo Toscanini. Come un ponte tra due tempi lontani tra il 1946 della ricostruzione e il 2026 della memoria.
Tre giorni per raccontare una rinascita
Le celebrazioni non si concentrano solo sull’11 maggio. Il programma è iniziato sabato 9 maggio con l’apertura, nel Ridotto dei Palchi “Arturo Toscanini”, della mostra “1946, la Scala rinasce – La ricostruzione del Teatro, della Città, del Paese”. L’esposizione, prodotta dal Museo Teatrale alla Scala e curata da Pierluigi Panza, ricostruisce il percorso che va dai bombardamenti alla riapertura, attraverso fotografie, documenti e materiali storici.
La mostra è accompagnata da un video realizzato da Davide Gentile e Paola Calvetti, con testimonianze che collegano memoria personale, storia culturale e racconto civile. Tra le voci ricordate nelle iniziative figurano anche quelle di Pier Luigi Pizzi, Harvey Sachs e Liliana Segre. L’inaugurazione si è intrecciata con un incontro di studi moderato da Raffaele Mellace, con la partecipazione, tra gli altri, del sovrintendente Fortunato Ortombina, dello stesso Panza, dello storico Mauro Balestrazzi, di Fernanda Giulini, presente da bambina al concerto del 1946, e dello studioso toscaniniano Harvey Sachs.
Domenica 10 maggio il testimone è passato ai più giovani, con la prova antegenerale del Nabucco aperta agli studenti. In serata, piazza della Scala si è accesa con “Note di luce”, l’installazione di Marco Lodola che unisce arte contemporanea, memoria e tradizione musicale. Tre grandi sculture luminose e un intervento cromatico sulla facciata del teatro hanno portato fuori dalla sala il racconto della rinascita, trasformando lo spazio urbano in parte della celebrazione.
Quando la cultura diventa ricostruzione
Per il sovrintendente Fortunato Ortombina, l’anniversario non riguarda soltanto la storia del teatro. La ricostruzione della Scala è una pagina centrale nella vicenda di Milano e dell’Italia del dopoguerra. Restituire alla città il suo teatro significava restituire un luogo pubblico, ma anche affermare la forza di una comunità che non voleva farsi definire dalle distruzioni subite.
La Scala, insieme al Duomo, appartiene all’immaginario più profondo di Milano. Per questo la sua ricostruzione fu vissuta come una necessità collettiva, non come un lusso da rinviare. Restituire alla città il suo teatro significava dare un segnale immediato: la cultura non arrivava dopo la ricostruzione, ma ne era parte essenziale.
Anche il ritorno del “Va’ pensiero”, ottant’anni dopo, si inserisce in questo solco. Nel 1946 quel coro evocava ferite ancora aperte, la nostalgia di una patria lacerata e il bisogno di ricominciare. Nel 2026 non risuona come una semplice citazione del passato, ma come una pagina ancora viva. La Scala celebra così la propria rinascita tenendo insieme memoria e presente, archivio e musica, città e futuro: non soltanto il ricordo di ciò che fu ricostruito, ma il racconto di ciò che una comunità può tornare a essere.
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