La tensione tra Mosca e Kiev è alle stelle e di mezzo ci sono proprio le due capitali. Durante il vertice della Comunità politica europea a Erevan, Volodymyr Zelensky ha lanciato una sfida aperta alle celebrazioni russe per la Giornata della Vittoria. Nonostante il cessate il fuoco umanitario proclamato dal Cremlino per le giornate dell'8 e del 9 maggio, il leader ucraino ha ipotizzato l'intervento di velivoli senza pilota durante la cerimonia solenne. «La Russia ha annunciato una parata il 9 maggio, ma non ci saranno veicoli militari: sarà la prima volta dopo molti anni che non potranno permettersi armi e i droni ucraini potrebbero anche volare sopra la Piazza Rossa», ha dichiarato Zelensky sottolineando la vulnerabilità simbolica di Mosca.
La reazione del Ministero della Difesa russo è stata immediata e ha preannunciato una rappresaglia senza precedenti in caso di interferenze con l'anniversario della Grande Guerra Patriottica. Mosca ha dichiarato ufficialmente che sferrerà un attacco missilistico massiccio contro il centro di Kiev, invitando esplicitamente la popolazione civile e le missioni diplomatiche straniere ad abbandonare la capitale ucraina in tempo utile. Secondo la nota ufficiale del Ministero, tale azione estrema è stata finora evitata solo per ragioni umanitarie, ma la sicurezza delle celebrazioni nazionali rappresenta ormai una linea rossa invalicabile per il comando russo.
Ad alimentare il clima di allerta è stato l'attacco di un drone che ha colpito un complesso residenziale in via Mosfilmovskaya a Mosca, in pieno centro. L'impatto ha sventrato le pareti di tre stanze al trentaseiesimo piano del grattacielo e causato il crollo di parte della facciata, pur senza provocare feriti tra i residenti evacuati d'urgenza. L'intelligence russa interpreta questa incursione come una vera e propria manovra di ricognizione tattica, finalizzata a testare i nodi della difesa aerea e individuare falle nel sistema di protezione della capitale in vista della parata.
L'episodio ha aperto anche una profonda crisi diplomatica con l'Armenia, accusata dai media russi di aver offerto una tribuna a Zelensky senza opporre alcuna obiezione o condanna. Il silenzio del primo ministro Nikol Pashinyan di fronte alle minacce dirette contro un alleato storico del blocco ODKB viene interpretato a Mosca come un segnale di rottura definitiva. La mancanza di una smentita ufficiale da parte di Erevan pone seri interrogativi sulla tenuta dell'alleanza militare, lasciando presagire un allontanamento irreversibile della leadership armena dall'influenza del Cremlino.
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