venerdì 8 maggio 2026

Giorgia Lupi: l'umanesimo dei dati ( da Esquire Italia, di Cristina Cimati)

 Disegnare i dati materializza l’incompreso. Giorgia Lupi rende visibile la realtà con i diagrammi così bene da meritare un Compasso d’Oro. I suoi lavori, ora in mostra, sono un modello. Di salute, anche mentale. I dati sono molte cose contemporaneamente, ma nessuna di queste è una verità assoluta. Però rendono «visibile e condivisibile qualcosa che altrimenti resterebbe incompreso».

 Giorgia Lupi, dal 2019 partner a New York di Pentagram, uno degli studi di design più prestigiosi al mondo, è a capo un team che esplora i dati come un linguaggio visivo e lente di osservazione sulla realtà. Un vasto compendio della sua ricerca è visibile fino al 2 agosto presso le Gallerie d’Italia a Vicenza con la mostra L’umanesimo dei dati, in cui i numeri sono la rappresentazione di storie, azioni, decisioni.


Perché sentiamo il bisogno di umanizzare i dati?

 Perché i numeri da soli non dicono niente: un dato è sempre la risposta a una domanda che qualcuno ha già fatto, ma non spiega perché quella domanda è stata posta o chi l’ha posta. Io sono interessata a quello spazio intermedio e a tutto quello che sta intorno al numero: le decisioni, le storie, le persone che ci sono finite dentro senza saperlo. È nella fase di raccolta dei dati che dobbiamo porci le domande giuste, perché è lì che sta il significato.

 Sono quindi un’astrazione della realtà. Perché l’arte dovrebbe attingere a essi?

 Proprio perché l’arte lavora benissimo con l’astrazione, e i dati sono già di per sé un’astrazione del mondo reale, quindi c’è una compatibilità profonda tra i due linguaggi, anche se in superficie sembrano molto distanti.

 Cosa ci aiutano a capire di noi stessi?

 Ci raccontano pattern, abitudini, traiettorie. Alcuni anni fa con Stefanie Posavec ho creato Dear Data, un progetto basato sullo scambio, per un anno intero, di cartoline disegnate a mano con i fatti della nostra vita quotidiana; cose come le volte che mi lamentavo, le conversazioni che avevo, i momenti di gratitudine. Ho scoperto che osservare così aspetti specifici delle giornate rivela sfaccettature inaspettate di pensieri e comportamenti. È uno strumento di autoconoscenza molto sottovalutato.

Hanno sempre bisogno di essere tradotti in qualcosa di conosciuto per essere compresi?

 Quando sono finalizzati alla produzione di nuova conoscenza, sì. Quando li usiamo per trasmettere emozioni o idee astratte, come nei pezzi di data art, la legenda rischia di chiudere qualcosa che invece vogliamo lasciare aperto.


Come può emergere questo vocabolario nella quotidianità?

 In realtà sta già emergendo, perché quando apriamo un giornale e vediamo un grafico o quando un’app ci mostra le statistiche settimanali, stiamo già interagendo con una traduzione dei dati. Il problema è che è quasi sempre fatta per semplificare e io invece sono interessata a un vocabolario che generi curiosità, che lasci qualcosa di irrisolto.

I dati possono aiutarci nelle interazioni umane e nei conflitti?

 Possiamo guardare le persone come una collezione di dati nel senso più ricco del termine: esperienze, reazioni a situazioni, interazioni, memorie, condizionamenti. Tutto quello che hanno vissuto le ha rese quello che sono oggi. Il bagaglio personale di ciascuno diventa qualcosa da capire, invece che da giudicare: non risolve il conflitto automaticamente, ma cambia la prospettiva.

ESQ Quando e come possiamo fidarci di loro?

GL Dobbiamo smettere di pensare che un numero sia una verità, perché i dati sono sempre una rappresentazione parziale di qualcosa, costruita da qualcuno, in un certo momento, con certe intenzioni e certi limiti.

Chi in Speak Data l’ha ispirata di più?

 Speak Data è un libro che ho curato e che raccoglie le voci di scrittori, esperti di clima, giornalisti, artisti, scienziati. Ci sono Paola Antonelli, James Clear, Refik Anadol, Adam Grant, John Maeda, Seth Godin e molti altri. A tutti abbiamo fatto la stessa domanda: I dati sono...? Mi ha colpita che nessuno abbia dato una definizione che dipinge il dato come qualcosa di inconfutabile o definitivo. La molteplicità di definizioni emersa è già di per sé una risposta, perché i dati sono molte cose contemporaneamente e forse questa ambiguità è la cosa più onesta che si possa dire su di loro.


I dati possono renderci migliori?

 Possono darci strumenti straordinari per capire meglio e per correggere errori di percezione, ma il salto verso l’ essere migliori lo dobbiamo fare noi. I dati da soli, senza quella volontà, non ci renderanno mai più empatici, e nemmeno più saggi.

Come cambierà la loro lettura con l’IA?

 È la domanda che mi sta occupando di più ultimamente, e la risposta ovvia, “l’IA analizzerà tutto più velocemente”, è senz’altro vera, ma mi interessa di più il valore del processo. C’è una comprensione che nasce solo dallo stare dentro le cose, dall’attraversarle lentamente, ed è questo che voglio continuare a proteggere. Non per nostalgia, ma perché produce un tipo di conoscenza che non appartiene alla velocità. L’IA può fare moltissimo, e lo farà, ma la sfida sarà capire cosa delegare e cosa no, dove la velocità serve e dove invece il rallentamento è parte della qualità del risultato.

 Lei ha affrontato la malattia collezionando dati. Era un modo per aggiornare le informazioni o parte di un processo interiore?

All’inizio era una strategia di controllo, un modo per darmi la sensazione di capire cosa stava succedendo nel mio corpo, quando non lo capivo. Ma poi ho deciso di condividere questi dati sui miei sintomi, i trattamenti, le biometrics legati al Long Covid in un visual op-ed pubblicato sul New York Times (lavoro che le è valso il Compasso d’Oro in Italia, ndr) perché volevo aiutare le persone a capire cosa significa vivere con una malattia cronica: qualcosa spesso invisibile a chi sta intorno. La risposta è stata straordinaria, migliaia di persone mi hanno scritto. Ed è questo per me il potere dei dati: rendere visibile e condivisibile qualcosa che altrimenti resterebbe incompreso.

I diagrammi come pratiche meditative: antidoto all’incertezza o uscita dalla zona protetta?

 Ultimamente ho sviluppato una pratica artistica personale: dipingo su carta da ricalco, aggiungo testo scritto a mano…. Spesso quello che esploro sono modelli e diagrammi di situazioni di vita, storie, concetti generali. È un lavoro libero da committenze. È diventato il mio modo principale di guardare la realtà quando non riesco a vederla in altro modo, un catalizzatore di processi introspettivi e di una creatività nuova, più libera e anche strana, che continuerò ad esplorare.

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