E' stata presentata la prossima stagione - a detta di un noto gazzettiere e cantore, a fasi alterne: una grandissima stagione - dell'Accademia di Santa Cecilia, sia sinfonica che cameristica, dove però nè il 'grandissimo' e neppure il 'grande' riusciamo a scorgervi, trattandosi di una 'normale' stagione di una istituzione 'prestigiosa', con i soliti nomi, tranne qualche faccia nuova che, evidentemente, appartiene, alla larga, ai medesimi giri di sempre.
Era naturalmente presente anche Pappano, di ritorno da una tournée europea dove ha fatto ascoltare il Respighi con il quale oltre dieci anni fa si era presentato nelle capitali europee la prima volta con la sua orchestra romana. Mentre nelle tournée successive, volendo accreditare l'Orchestra ceciliana fra le star europee, via Respighi e dentro il grande sinfonismo ottocentesco, che è poi quello che anche in questa stagione riprende Pappano, ricorrendo ancora una volta a Mahler, che nel giro di poche stagioni, è stato presentato già infinite volte; e ,addirittura, nel corso di alcune recenti stagioni una medesima sinfonia due volte a poca distanza l'una dall'altra.
Ma c'è una musica alla quale l'Accademia continua ad essere sorda del tutto. In stagione non si riesce più ad ascoltare un nome da tempo assente, e tutte le volte che vengono presentati nomi nuovi, senza eccezione, sono sempre tutti stranieri. Ai quali soli l'Accademia fa credito, anche se giovani; mentre non le riesce di farlo anche per i giovani, soprattutto direttori, italiani, come anche per quelli di un certo nome che, per ottuse tradizioni, non vengono anche a Roma, ma restano magari a Milano o altrove. Cattive abitudini che nessuno si incarica di cambiare o evitare.
Nelle scorse settimana ci si è chiesti perchè Muti o Chailly, tanto per fare due nomi, non debbano dirigere a Roma. Perchè? E noi aggiungiamo: perchè Pappano non dirige anche all'Opera di Roma, perchè?
Quest'anno c'è dell'altro. Da tempo andiamo dicendo che certe agenzie di rappresentanza artistica giocano un ruolo eccessivo nella programmazione. Chi non ci crede vada con la memoria al tempo in cui in Italia dominava con la complicità - disinteressata?- degli organizzatori, Valentin Proczinski, con sede a Montecarlo: 'Old and New Montecarlo', si chiamava, e forse si chiama ancora, la sua agenzia monegasca, che qualche favore fiscale procurava agli artisti che gli avevano affidato la rappresentanza. Anche allora eravamo fra i pochissimi che denunciarono una tale ingiustificata presenza.
Nel programma sinfonico di quest'anno: 28 concerti in tutto, spicca la presenza di direttori, tutti stranieri, che provengono dalla agenzia americana, IMG Artists, dalla quale viene anche Pappano. Facciamo due conti. Se togliamo i due concerti diretti dal nuovo direttore principale, Mikko Franck, e il concerto diretto da Rizzari, assistente di Pappano, da 28 scendiamo a 25 concerti.
Di questi 25, 11 li dirige Pappano, ed è bene che la sua presenza sia così rilevante; 2 sono a affidati a Temirkanov; e un concerto ciascuno ad una schiera di direttori della scuderia IMG, dalla quale viene, primo della lista, Pappano. E cioè. Denève, Petrenko, Orozco-Estrada, Manfred Honeck, Jacob Hrusa. E così i concerti affidati a direttori della IMG sono complessivamente 18 su 25.
A tutto il restante mondo dei direttori, restano appena sette programmi, i quali sono affidati a Chung, Gatti - due ex direttori dell'Orchestra dell'Accademia, con i quali è bene mantenere rapporti - e poi a Gergiev ( che farà tutte le sinfonie di Ciaikovski in tre serate: ancora con queste inutili,offensive scorpacciate?), Luisotti, Noseda e qualche altro, un paio di loro sono stabili in orchestre americane. Forse sono da mettere in relazione alla prossima trasferta di ottobre in USA? Ma questo è solo un cattivo pensiero mentre i conti precedenti sono fatti.
A noi che per diciotto concerti, i direttori provengano tutti della IMG sembra eccessivo. Ed è questa la ragione per cui direttori che da tempo non si ascoltano a Roma si continuerà a non ascoltarli.
Ma c'è anche un'altra cosa, e riguarda la serata inaugurale della stagione con il 'Re Ruggero' di Karol Szymanowski, strenuamente voluta da Pappano che l'opera del compositore polacco ha presentato già a Londra nel 'suo' Covent Garden.
L'opera, scritta al principio del Novecento, la prima volta che la si ascoltò in Italia fu nel 1945, una ventina d'anni dopo la sua stesura, e fu al Massimo di Palermo, essendo l'opera ambientata proprio nella capitale siciliana. Sempre il Massimo di Palermo la fece riascoltare nel 1992, e poi ancora nel 2005. Mai ne seguì una sua ripresa in Italia, e forse neanche in gran parte del mondo, nonostante l'insistenza palermitana.
Ora nessuno intende vietare a Pappano di innamorarsi di un'opera e di eseguirla. Né imporgli un certo repertorio. Però, considerando lo sforzo produttivo che una inaugurazione comporta, ci vien da chiedere al direttore se non era il caso di riversare tale sforzo produttivo, mettendo per un attimo la sordina alla sua passione per 'Re Ruggero', altrove; e, perchè no, su molti capitoli della musica italiana che da tempo non vengono più riletti. E, comunque, su un alto lavoro - fra i tanti dimenticati- per il quale si potrebbe ragionevolmente sperare una ripresa o addirittura l'entrata nel repertorio. Cosa che non accadrà con 'Re Ruggero', nonostante la passione, quasi viscerale per il 'suo' suono, espressa da Pappano per l'opera di Szymanowski.
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sabato 20 maggio 2017
lunedì 8 maggio 2017
Palermo e Roma scoprono l'OPERA CAMION, dopo almeno una ventina d'anni che in Italia viene spesso praticata.
La 'grande' scoperta dell'Opera camion, come se fosse la scoperta dell'America - mentre è solo la scoperta, fuori tempo, dell'acqua calda - che i Teatri lirici di Roma e Palermo vantano come propria e come rivoluzionaria, in effetti, anche in Italia, nella provincia italiana, è scoperta ben nota e praticata.Due soli esempi a cominciare dalla più vicina nel tempo.
Un camion con l'opera bell'e pronta per essere disvelata ed esportata senza grandi spese, nelle cittadine vicine, l'aveva già attrezzato la Istituzione Sinfonica Abruzzese, con sede a L'Aquila, quand'era diretta da Vittorio Antonellini. Ricordiamo che una volta ce ne parlò con entusiasmo.
Ma nella provincia italiana, specie quella più provincia delle altre, l'Opera camion l' ha conosciuta molti e molti anni fa, e di una di queste occasioni fummo noi personalmente testimoni perché coinvolti. Ci consentirete, d'ora in avanti, di parlarvene in prima persona.
Trinitapoli, che è la cittadina pugliese, dove sono nato e dove, in occasione della festa patronale, le bande musicali facevano e fanno fare alla popolazione una specie di ripasso del grande repertorio, quello più popolare, del melodramma italiano, nell'estate dei primi anni Duemila ospitò una di queste rappresentazioni, alla quale fui invitato a partecipare, meglio a presentare l'opera che si rappresentava, e cioè Tosca. Il sindaco mi aveva chiesto una simile cortesia, avendo visto in tv, Rai 1, la trasmissione 'All'Opera!, presentata da Antonio Lubrano e di cui ero autore.
A fianco della Cattedrale di Trinitapoli, in uno spazio raccolto ed idoneo, nel pomeriggio stesso del giorno della rappresentazione, giunse un camion con la scenografia; con un pullman sarebbero giunto più tardi - in effetti molto più tardi, per alcune disavventure occorse al mezzo di locomozione - gli orchestrali e i solisti di canto. L'opera era stata rappresentata il giorno prima in Basilicata o giù di lì. E da lì a Trinitapoli ce ne è di strada. Il camion s'era mosso all'alba per giungere in tempo, il pullman con gli orchestrali ed i cantanti, molto più tardi.
Gli orchestrali ed i cantanti giunsero con molto ritardo, e nonostante la stanchezza per la rappresentazione del giorno prima, ed il viaggio avventuroso, tennero testa - come sanno fare professionisti navigati, anche se non sulla cresta dell'onda - alla rappresentazione.
Il sindaco mi disse che aveva ottenuto la rappresentazione pagando la somma di Euro 7-8000 (non ricordo con esattezza) tutto compreso. L'impresa che organizzava quelle rappresentazioni, che ho sempre definito 'spedizioni punitive', a causa dello stress inutile e dannoso, cui vengono sottoposti i musicisti, veniva, con tutto l'armamentario, da uno dei paesi dell'Est Europa (Romania o Bulgaria). Non credo fosse il primo viaggio operistico in Italia, nè penso sia stato l'ultimo. Forse i lettori di questo blog, delle regioni del meridione d'Italia, potrebbero dare conferma.
Allora, cosa hanno inventato Giambrone e Fuortes, i due Sovrintendenti che vogliono sembrare sempre un passo avanti agli altri? Naturalmente fanno bene a posteggiare il camion nelle piazze di Roma e Palermo, offrendo gratuitamente il melodramma, mentre nei loro teatri costerebbe troppo caro ai cittadini. Ma non pensino che da quelle rappresentazioni vissute come un regalo delle istituzioni alle periferie, derivi un biglietto in più venduto ai loro botteghini, perché in pochi potrebbero permetterselo. Se non ci crdete, date un'occhiata ai prezzi dei biglietti.
Un camion con l'opera bell'e pronta per essere disvelata ed esportata senza grandi spese, nelle cittadine vicine, l'aveva già attrezzato la Istituzione Sinfonica Abruzzese, con sede a L'Aquila, quand'era diretta da Vittorio Antonellini. Ricordiamo che una volta ce ne parlò con entusiasmo.
Ma nella provincia italiana, specie quella più provincia delle altre, l'Opera camion l' ha conosciuta molti e molti anni fa, e di una di queste occasioni fummo noi personalmente testimoni perché coinvolti. Ci consentirete, d'ora in avanti, di parlarvene in prima persona.
Trinitapoli, che è la cittadina pugliese, dove sono nato e dove, in occasione della festa patronale, le bande musicali facevano e fanno fare alla popolazione una specie di ripasso del grande repertorio, quello più popolare, del melodramma italiano, nell'estate dei primi anni Duemila ospitò una di queste rappresentazioni, alla quale fui invitato a partecipare, meglio a presentare l'opera che si rappresentava, e cioè Tosca. Il sindaco mi aveva chiesto una simile cortesia, avendo visto in tv, Rai 1, la trasmissione 'All'Opera!, presentata da Antonio Lubrano e di cui ero autore.
A fianco della Cattedrale di Trinitapoli, in uno spazio raccolto ed idoneo, nel pomeriggio stesso del giorno della rappresentazione, giunse un camion con la scenografia; con un pullman sarebbero giunto più tardi - in effetti molto più tardi, per alcune disavventure occorse al mezzo di locomozione - gli orchestrali e i solisti di canto. L'opera era stata rappresentata il giorno prima in Basilicata o giù di lì. E da lì a Trinitapoli ce ne è di strada. Il camion s'era mosso all'alba per giungere in tempo, il pullman con gli orchestrali ed i cantanti, molto più tardi.
Gli orchestrali ed i cantanti giunsero con molto ritardo, e nonostante la stanchezza per la rappresentazione del giorno prima, ed il viaggio avventuroso, tennero testa - come sanno fare professionisti navigati, anche se non sulla cresta dell'onda - alla rappresentazione.
Il sindaco mi disse che aveva ottenuto la rappresentazione pagando la somma di Euro 7-8000 (non ricordo con esattezza) tutto compreso. L'impresa che organizzava quelle rappresentazioni, che ho sempre definito 'spedizioni punitive', a causa dello stress inutile e dannoso, cui vengono sottoposti i musicisti, veniva, con tutto l'armamentario, da uno dei paesi dell'Est Europa (Romania o Bulgaria). Non credo fosse il primo viaggio operistico in Italia, nè penso sia stato l'ultimo. Forse i lettori di questo blog, delle regioni del meridione d'Italia, potrebbero dare conferma.
Allora, cosa hanno inventato Giambrone e Fuortes, i due Sovrintendenti che vogliono sembrare sempre un passo avanti agli altri? Naturalmente fanno bene a posteggiare il camion nelle piazze di Roma e Palermo, offrendo gratuitamente il melodramma, mentre nei loro teatri costerebbe troppo caro ai cittadini. Ma non pensino che da quelle rappresentazioni vissute come un regalo delle istituzioni alle periferie, derivi un biglietto in più venduto ai loro botteghini, perché in pochi potrebbero permetterselo. Se non ci crdete, date un'occhiata ai prezzi dei biglietti.
sabato 18 marzo 2017
Opera di Roma. Un premio e una mazzata
Dopo il Premio Abbiati, come migliore 'spettacolo' ad un titolo della passata stagione, non si è fatta attendere la mazzatta per l'Opera di Roma. Una associazione ha, infatti, inoltrato un esposto alla Corte dei Conti perchè indaghi se il finanziamento comunale al Teatro dell'Opera di Roma non sia frutto di eccessivo buon cuore e di troppa benevolenza, dato che è il più alto destinato dai Comuni alle proprie Fondazioni liriche - forse un tempo lo superava in magnanimità, quello erogato al Teatro Massimo di Palermo; adesso non sappiamo.
Il Comune di Roma, da Alemanno in poi ha dato all'Opera di Roma dai 16 ai 20 milioni di Euro l'anno. Non male, senonchè il teatro con una gestione di incapaci e sperperatori, se non anche di mariuoli, s'è trovato nella merda. Con la Raggi in Campidoglio, e l'assessore Bergamo che vuole accorpare - in realtà già anni fa si parlò di accorpare Opera e Santa Cecilia; crediamo fu proprio Fuortes, al massimo della sua creatività, a suggerire l'accorpamento, al momento della ventilata chiusura dell'Opera e dell'Orchestra esternalizzata ( ci viene ancora da ridere al semplice pensiero della follia fuortesiana). Ora quel progetto potrebbe trovare sbocco nelle intenzioni non più segrete dell'assessore Bergamo che mentre a Bruxelles, a capo di un organismo comunitario fino a qualche mese fa, lottava per tenere invita tutte le istituzioni culturali del 'vecchio continente', inseditao a Roma, invece, si da da fare per accorparle, in pratica cancellarle dalla faccia della terra.
La questione dei finanziamenti va esaminata da un altro punto di vista. E, per Roma, da un punto di vista del tutto particolare. Sappiamo tutti come le amministrazioni amiche diano tutti i soldi richiesti dalle istituzioni comunali, se a capo vi hanno messo amici o amici degli amici; e che questi soldi tendano immancabilmente a diminuire al cambio di amministrazione se non si è potuto scalzare dai vertici gli amici dei precedenti amministratori.
A Roma, dopo la 'manica larga' di Alemanno con De Martino sovrintendente e Muti direttore, con l'avvento di Marino e con la prospettiva di mandare fallita l'Opera che presentava una voragine nei bilanci, nonostante i finanziamenti allegri e l'ancor più allegra gestione dell'epoca, il vento non cambiò, perchè Marino e Franceschini avevano messo in teatro quel salvatore e fattore di miracoli che si chiama Fuortes. Dunque avevano già cambiato timoniere e al 'loro' timoniere assicurarono tutto l'aiuto possibile. Fuortes, inutile negarlo e salvo prova contraria, ha riportato i conti in ordine - ma anche lui ha speso qualche volta oltre misura, come nel caso della Traviata 'con Coppola e Valentino', il cui costo complessivo chissà quando verrà ripagato - ma con l'arrivo dei Cinquestelle il vento è cambiato ancora una volta e i soldi del Comune sono diminuiti.
L'indagine della Corte dei Conti dovrebbe stabilire se, comunque, dal 2008 ad oggi il Comune ha finanziato 'con eccesso' l'Opera facendole correre il pericolo di spendere e spandere senza criterio.
E perciò il tribunale contabile dovrebbe indagare non solo il Comune ma anche l'Opera. Il primo, per capire perchè tanti soldi dati al Teatro - più di qualunque altro Comune a qualunque teatro, Scala inclusa che riceve dal Milano un terzo di quanto riceve l'Opera dal Campidoglio; il secondo, per sapere se era giusto richiedere tanti soldi e come li ha spesi.
Il nostro personalissimo parere, con tutta l'antipatia non celata che nutriamo nei confronti di Fuortes, è che i soldi spesi in un teatro, se ben amministrato e produttivo come dovrebbe, sono sempre meglio spesi rispetto a quelli impiegati in mazzette, opere fatte male, favoritismi ed altre indecenze di cui il mondo è pieno. Perchè il teatro vuol dire civiltà, bellezza, crescita culturale e sociale dei cittadini dunque soldi spesi bene.
Da un punto di vista giuridico e contabile non sappiamo come finirà questa storia. Si parla già di possibile danno erariale a carico sia del Comune che dell'Opera. Ma se si dovesse concludere con la riduzione dei fondi destinati dal Comune all'Opera di Roma - speriamo di no - l'entità del futuro finanziamento all'Opera deve essere comunicato qualche tempo prima, per non farlo ripiombare nel passivo di bilancio, questa volta per colpa del Comune, della Corte dei Conti e di quella associazione che ha avviato l'indagine e che benemerita non si rivelerà.
Il Comune di Roma, da Alemanno in poi ha dato all'Opera di Roma dai 16 ai 20 milioni di Euro l'anno. Non male, senonchè il teatro con una gestione di incapaci e sperperatori, se non anche di mariuoli, s'è trovato nella merda. Con la Raggi in Campidoglio, e l'assessore Bergamo che vuole accorpare - in realtà già anni fa si parlò di accorpare Opera e Santa Cecilia; crediamo fu proprio Fuortes, al massimo della sua creatività, a suggerire l'accorpamento, al momento della ventilata chiusura dell'Opera e dell'Orchestra esternalizzata ( ci viene ancora da ridere al semplice pensiero della follia fuortesiana). Ora quel progetto potrebbe trovare sbocco nelle intenzioni non più segrete dell'assessore Bergamo che mentre a Bruxelles, a capo di un organismo comunitario fino a qualche mese fa, lottava per tenere invita tutte le istituzioni culturali del 'vecchio continente', inseditao a Roma, invece, si da da fare per accorparle, in pratica cancellarle dalla faccia della terra.
La questione dei finanziamenti va esaminata da un altro punto di vista. E, per Roma, da un punto di vista del tutto particolare. Sappiamo tutti come le amministrazioni amiche diano tutti i soldi richiesti dalle istituzioni comunali, se a capo vi hanno messo amici o amici degli amici; e che questi soldi tendano immancabilmente a diminuire al cambio di amministrazione se non si è potuto scalzare dai vertici gli amici dei precedenti amministratori.
A Roma, dopo la 'manica larga' di Alemanno con De Martino sovrintendente e Muti direttore, con l'avvento di Marino e con la prospettiva di mandare fallita l'Opera che presentava una voragine nei bilanci, nonostante i finanziamenti allegri e l'ancor più allegra gestione dell'epoca, il vento non cambiò, perchè Marino e Franceschini avevano messo in teatro quel salvatore e fattore di miracoli che si chiama Fuortes. Dunque avevano già cambiato timoniere e al 'loro' timoniere assicurarono tutto l'aiuto possibile. Fuortes, inutile negarlo e salvo prova contraria, ha riportato i conti in ordine - ma anche lui ha speso qualche volta oltre misura, come nel caso della Traviata 'con Coppola e Valentino', il cui costo complessivo chissà quando verrà ripagato - ma con l'arrivo dei Cinquestelle il vento è cambiato ancora una volta e i soldi del Comune sono diminuiti.
L'indagine della Corte dei Conti dovrebbe stabilire se, comunque, dal 2008 ad oggi il Comune ha finanziato 'con eccesso' l'Opera facendole correre il pericolo di spendere e spandere senza criterio.
E perciò il tribunale contabile dovrebbe indagare non solo il Comune ma anche l'Opera. Il primo, per capire perchè tanti soldi dati al Teatro - più di qualunque altro Comune a qualunque teatro, Scala inclusa che riceve dal Milano un terzo di quanto riceve l'Opera dal Campidoglio; il secondo, per sapere se era giusto richiedere tanti soldi e come li ha spesi.
Il nostro personalissimo parere, con tutta l'antipatia non celata che nutriamo nei confronti di Fuortes, è che i soldi spesi in un teatro, se ben amministrato e produttivo come dovrebbe, sono sempre meglio spesi rispetto a quelli impiegati in mazzette, opere fatte male, favoritismi ed altre indecenze di cui il mondo è pieno. Perchè il teatro vuol dire civiltà, bellezza, crescita culturale e sociale dei cittadini dunque soldi spesi bene.
Da un punto di vista giuridico e contabile non sappiamo come finirà questa storia. Si parla già di possibile danno erariale a carico sia del Comune che dell'Opera. Ma se si dovesse concludere con la riduzione dei fondi destinati dal Comune all'Opera di Roma - speriamo di no - l'entità del futuro finanziamento all'Opera deve essere comunicato qualche tempo prima, per non farlo ripiombare nel passivo di bilancio, questa volta per colpa del Comune, della Corte dei Conti e di quella associazione che ha avviato l'indagine e che benemerita non si rivelerà.
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mercoledì 8 marzo 2017
Che fegato, prof. Izzo, nipote di De Lorenzo, ex ministro. Buon sangue non mente
Il prof. Izzo, primario all'Istituto 'Pascale' per i tumori a Napoli, specialista di chirurgia interna ( fegato) è finito ai domiciliari, assieme a sua moglie Di Capua - con la quale comunque anche prima divideva il domicilio, ed anche gli affari! - per una truffa ai danni dello Stato del valore di 2 milioni di Euro circa - che gli sono stati cautelativamente, sequestrati fra denaro contante e beni - nel breve volgere di poco più di un anno. Che faceva il sant'uomo, per il quale ci auguriamo almeno che sapesse operare i suoi pazienti, visto che poi li truffava indirettamente attraverso la truffa allo Stato? Acquistava del materiale già costoso, pagandolo ad un prezzo doppio, senza gara, accampando motivi di urgenza ed altre diavolerie che chi amministra e vuole rubare conosce bene, e lo acquistava da una società che faceva capo a sua moglie e nella quale anche lui aveva diretti interessi. Che mascalzone!
Intanto è finito ai domiciliari - perchè non dietro le sbarre? Forse perchè, comunque, non può reiterare, non mettendo piede in ospedale per un pò, il furto. Se il giudice lo avesse condannato a tornare in ospedale per il suo normale orario di lavoro - come ha fatto un giudice pazzo con degli assenteisti cronici - sicuramente avrebbe continuato nella sua azione di ladro, congiunta a quella di medico.
Però...però come si fa a mettere a capo di un reparto un medico che, per quanto bravo, è nipote di De Lorenzo, finito in galera per traffici assai simili a quelli del nipote e condannato? L'antico detto 'buon sangue non mente' non ha insegnato nulla?
Da un cognome ad altri, in questo caso solo per un innocuo passatempo e per prenderci una rivincita su quanti hanno ironizzato e scherzato sul nostro cognome, del quale non ci vergognamo, per quanto assai curioso: acquafredda.
Se si fa dell'ironia su 'acquafredda', che si dovrebbe dire di Luca Lotti, finito nell'affare Consip? Perchè Renzi, quando l'ha chiamato a Roma, non ha pensato a tenerlo lontano dai vari 'lotti' degli acquisti pubblici, tenendo presente che se fai sentire ad uno il profumo dei soldi, ad uno che si chiama Lotti, dàgli oggi e dàgli domani, su alcuni lotti vuole metterci bocca ed anche mano?
Per non parlare, sempre per continuare con l'innocuo passatempo dei cognomi, di Oscar Pizzo, chiamato a Palermo in un delicato incarico al teatro Massimo. Insomma uno che si chiama Pizzo lo fai direttore artistico di un teatro in Sicilia? Come puoi essere certo che quando al telefono chiedono di 'pizzo' non parlino dell'illustre direttore artistico Pizzo, ma stiano chiedendo il pizzo, quello vero, che a Palermo, ed anche altrove, non è una rarità?
Intanto è finito ai domiciliari - perchè non dietro le sbarre? Forse perchè, comunque, non può reiterare, non mettendo piede in ospedale per un pò, il furto. Se il giudice lo avesse condannato a tornare in ospedale per il suo normale orario di lavoro - come ha fatto un giudice pazzo con degli assenteisti cronici - sicuramente avrebbe continuato nella sua azione di ladro, congiunta a quella di medico.
Però...però come si fa a mettere a capo di un reparto un medico che, per quanto bravo, è nipote di De Lorenzo, finito in galera per traffici assai simili a quelli del nipote e condannato? L'antico detto 'buon sangue non mente' non ha insegnato nulla?
Da un cognome ad altri, in questo caso solo per un innocuo passatempo e per prenderci una rivincita su quanti hanno ironizzato e scherzato sul nostro cognome, del quale non ci vergognamo, per quanto assai curioso: acquafredda.
Se si fa dell'ironia su 'acquafredda', che si dovrebbe dire di Luca Lotti, finito nell'affare Consip? Perchè Renzi, quando l'ha chiamato a Roma, non ha pensato a tenerlo lontano dai vari 'lotti' degli acquisti pubblici, tenendo presente che se fai sentire ad uno il profumo dei soldi, ad uno che si chiama Lotti, dàgli oggi e dàgli domani, su alcuni lotti vuole metterci bocca ed anche mano?
Per non parlare, sempre per continuare con l'innocuo passatempo dei cognomi, di Oscar Pizzo, chiamato a Palermo in un delicato incarico al teatro Massimo. Insomma uno che si chiama Pizzo lo fai direttore artistico di un teatro in Sicilia? Come puoi essere certo che quando al telefono chiedono di 'pizzo' non parlino dell'illustre direttore artistico Pizzo, ma stiano chiedendo il pizzo, quello vero, che a Palermo, ed anche altrove, non è una rarità?
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venerdì 20 gennaio 2017
Follie italiane: portare la musica alla gente o portare la gente alla musica? Più facile la prima, più utile la seconda
Gli esperimenti vanno sempre più moltiplicandosi. Ha cominciato, poco prima dell'Expo, la Scala che ha 'portato' l'Elisir d'amore di Donizetti all'Aeroporto di Malpensa, da poco restaurato. L'aeroporto con il suo traffico passeggeri sarebbe servito alla musica, a portare cioè più gente nel teatro milanese, o era invece la musica asservita a mostrare agli occhi dei viaggiatori l'aeroporto restaurato? La costosa operazione venne finanziata dal patron di Mapei, Squinzi, entrato poi nel CDA della Scala. L'esame costi/benefici per Mapei, Malpensa e soprattutto per la Scala non è stato mai fatto.
Poco prima, o poco dopo, l'esperimento milanese, anche Fiumicino, l'aeroporto internazionale della Capitale ne aveva tentato uno analogo, mettendo a disposizione dei passeggeri in transito alcuni pianoforti lasciati alla mercé di tutti. Ma per inaugurare tale inutile 'democratizzazione' musicale promosso dall'Accademia di Santa Cecilia e dalla Società che gestisce l'aeroporto romano, era stato ingaggiato nientemeno che Tony Pappano, il quale s'è divertito così tanto da riprovarci altre volte, visti i suoi frequentissimi viaggi Roma-Londra e ritorno. Dopo di lui si sono fatti ascoltare anche piccoli gruppi di strumentisti ceciliani. Non sappiamo cosa abbiano suonato. Immaginiamo musica da piano bar. O ci sbagliamo? Magari gli insensati reggitori dell'Accademia si sono perfino convinti che fra cigolii di valigie, annunci di arrivi, partenze e ritardi, strilli di ragazzini ed altro ancora, si poteva suonare anche Beethoven. Anche qui costi / benefici dell'operazione mai tentati, forse per paura dei risultati. Si sa solo che i pianoforti dislocati in vari punti dell'aerostazione sono stati 'massacrati' dagli improvvisati musicanti di passaggio.
Roma, il Teatro dell'Opera, ha anch'esso tentato un altro esperimento, in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo: l'Opera camion, partendo dal Barbiere rossiniano. Un camion si è fermato in varie piazze della Capitale ed anche di Palermo, si è aperto e, come d'incanto, gli spettatori improvvisati hanno assistito alla rappresentazione - un pò improvvisata anch'essa - dell'opera. Tutto con un camion. Esperimento interessante, non nuovo, sfruttato anche dal teatro ma allo scopo di portare teatro (specie il teatro 'sperimentale') o opera in luoghi in cui sia il teatro che l'opera non erano mai arrivati. Noi stessi assistemmo una volta alla rappresentazione di Tosca nel nostro paesino d'origine, Trinitapoli, invitati a presentare l'opera. La cui rappresentazione iniziò con due ore di ritardo, perché la disastrata carovana- provenienza paesi dell'est, Balcani - che girava l'Italia con mezzi di fortuna, aveva avuto problemi. Costo poco più di 10-12.000 Euro - ricordiamo bene? - tutto compreso. Senza quel tragico esperimento l'opera a Trinitapoli non sarebbe mai giunta, sebbene in occasione delle feste patronali, una riduzione per banda di temi celebri del nostro melodramma sia tuttora all'ordine del giorno.
Va bene Trinitapoli o tante altre periferie del nostro pese, ma Roma...
Se Milano e Roma, perchè non anche noi, a Napoli - si sono detti i dirigenti del San Carlo che hanno messo in scena nella Stazione di Montesanto, il Rigoletto o qualcosa che somiglia all'opera di Verdi.
Non dimentichiamo che in passato sono stati tentati esperimenti 'popolari' di rappresentazione del melodramma, come potrebbe anche ritenersi in linea di massima l'intera stagione estiva di Verona. Pensiamo all'opera portata a Piazza del Popolo a Roma, o all'opera allo Stadio Olimpico, dove anche noi - ma per ragioni professionali - assistemmo alla Turandot. Ricordiamo anche l'idiota manifesto che mostrava Puccini in campo con il pallone.
Capiamo bene che tutti questi esperimenti, ed anche altri analoghi che possono uscire in futuro dalle menti frastornate dei dirigenti di teatri ed istituzioni musicali sono facili, assai facili. Ciò che eventualmente li renderebbe difficili potrebbe essere il costo, esorbitante - ma per il costo si può sempre trovare un benefattore che magari li fa tirare fuori ad una azienda pubblica. Mentre difficile ,molto più difficile, è portare nuovo pubblico, creandolo, soprattutto delle nuove generazioni in teatro e sale da concerto. Per questo ci vuole intelligenza, lungo lavoro, e i risultati non sono mai immediatamente evidenti, anzi eclatanti, come quelli dell'opera o della musica portata in questi luoghi tutt'altro che ameni ed adatti.
Ma allora bisogna continuare a far uscire la musica dai teatri per incontrare nuovo pubblico, o incominciare seriamente a pensare come far entrare nuovo pubblico in teatro? Noi siamo per la seconda opzione.
Forse a far uscire la musica dai luoghi deputati, in cerca di nuovo pubblico, dovrebbe pensarci stabilmente e con un progetto organico, che non c'è, la tv. Ma questa è un'altra storia.
Poco prima, o poco dopo, l'esperimento milanese, anche Fiumicino, l'aeroporto internazionale della Capitale ne aveva tentato uno analogo, mettendo a disposizione dei passeggeri in transito alcuni pianoforti lasciati alla mercé di tutti. Ma per inaugurare tale inutile 'democratizzazione' musicale promosso dall'Accademia di Santa Cecilia e dalla Società che gestisce l'aeroporto romano, era stato ingaggiato nientemeno che Tony Pappano, il quale s'è divertito così tanto da riprovarci altre volte, visti i suoi frequentissimi viaggi Roma-Londra e ritorno. Dopo di lui si sono fatti ascoltare anche piccoli gruppi di strumentisti ceciliani. Non sappiamo cosa abbiano suonato. Immaginiamo musica da piano bar. O ci sbagliamo? Magari gli insensati reggitori dell'Accademia si sono perfino convinti che fra cigolii di valigie, annunci di arrivi, partenze e ritardi, strilli di ragazzini ed altro ancora, si poteva suonare anche Beethoven. Anche qui costi / benefici dell'operazione mai tentati, forse per paura dei risultati. Si sa solo che i pianoforti dislocati in vari punti dell'aerostazione sono stati 'massacrati' dagli improvvisati musicanti di passaggio.
Roma, il Teatro dell'Opera, ha anch'esso tentato un altro esperimento, in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo: l'Opera camion, partendo dal Barbiere rossiniano. Un camion si è fermato in varie piazze della Capitale ed anche di Palermo, si è aperto e, come d'incanto, gli spettatori improvvisati hanno assistito alla rappresentazione - un pò improvvisata anch'essa - dell'opera. Tutto con un camion. Esperimento interessante, non nuovo, sfruttato anche dal teatro ma allo scopo di portare teatro (specie il teatro 'sperimentale') o opera in luoghi in cui sia il teatro che l'opera non erano mai arrivati. Noi stessi assistemmo una volta alla rappresentazione di Tosca nel nostro paesino d'origine, Trinitapoli, invitati a presentare l'opera. La cui rappresentazione iniziò con due ore di ritardo, perché la disastrata carovana- provenienza paesi dell'est, Balcani - che girava l'Italia con mezzi di fortuna, aveva avuto problemi. Costo poco più di 10-12.000 Euro - ricordiamo bene? - tutto compreso. Senza quel tragico esperimento l'opera a Trinitapoli non sarebbe mai giunta, sebbene in occasione delle feste patronali, una riduzione per banda di temi celebri del nostro melodramma sia tuttora all'ordine del giorno.
Va bene Trinitapoli o tante altre periferie del nostro pese, ma Roma...
Se Milano e Roma, perchè non anche noi, a Napoli - si sono detti i dirigenti del San Carlo che hanno messo in scena nella Stazione di Montesanto, il Rigoletto o qualcosa che somiglia all'opera di Verdi.
Non dimentichiamo che in passato sono stati tentati esperimenti 'popolari' di rappresentazione del melodramma, come potrebbe anche ritenersi in linea di massima l'intera stagione estiva di Verona. Pensiamo all'opera portata a Piazza del Popolo a Roma, o all'opera allo Stadio Olimpico, dove anche noi - ma per ragioni professionali - assistemmo alla Turandot. Ricordiamo anche l'idiota manifesto che mostrava Puccini in campo con il pallone.
Capiamo bene che tutti questi esperimenti, ed anche altri analoghi che possono uscire in futuro dalle menti frastornate dei dirigenti di teatri ed istituzioni musicali sono facili, assai facili. Ciò che eventualmente li renderebbe difficili potrebbe essere il costo, esorbitante - ma per il costo si può sempre trovare un benefattore che magari li fa tirare fuori ad una azienda pubblica. Mentre difficile ,molto più difficile, è portare nuovo pubblico, creandolo, soprattutto delle nuove generazioni in teatro e sale da concerto. Per questo ci vuole intelligenza, lungo lavoro, e i risultati non sono mai immediatamente evidenti, anzi eclatanti, come quelli dell'opera o della musica portata in questi luoghi tutt'altro che ameni ed adatti.
Ma allora bisogna continuare a far uscire la musica dai teatri per incontrare nuovo pubblico, o incominciare seriamente a pensare come far entrare nuovo pubblico in teatro? Noi siamo per la seconda opzione.
Forse a far uscire la musica dai luoghi deputati, in cerca di nuovo pubblico, dovrebbe pensarci stabilmente e con un progetto organico, che non c'è, la tv. Ma questa è un'altra storia.
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lunedì 28 novembre 2016
Lucia Ronchetti al ROMAEUROPAFESTIVAL
L'ossimoro, del tutto evidente e dunque non involontario, che balza agli occhi non appena si ha conoscenza del titolo di questo
nuovo lavoro di Lucia Ronchetti, Inedia Prodigiosa -
sottotitolo: Opera corale per coro di voci femminili, coro misto e
coro femminile amatoriale - ha
un gemello nella concezione stessa dell'opera che ha per soggetto le
donne digiunatrici nei secoli, ridotte a scheletri, come attestano,
nel libretto ad opera di Guido Barbieri, i resoconti anatomici, ma
che si esprime attraverso una musica opulenta, ricca di ritmi,
contrasti e colori, a tratti perfino sgargiante per le numerose
tracce della musica di ogni tempo, dal Perotinus della Scuola di
Notre Dame, che apre l'opera, illuminandola di una luce folgorante,
al Monteverdi dei sontuosi Vespri
(1610), che con l'invocazione trinitaria (Gloria Patri), la chiude,
dopo essere passata anche attraverso Giuseppe Verdi, padre
indiscusso del melodramma.
Ma
forse una ragione per questo secondo ossimoro c'è e va individuato
in ciò che Lucia Ronchetti segnala, ad illustrazione di questa
'opera corale' - commissionatale dal Teatro Massimo di Palermo -
quando afferma che il digiuno riduceva sì le donne a scheletri
ambulanti, ma (a differenza di quel che accade oggi a donne giovani,
che praticano il digiuno per inutili ed improduttivi fini estetici)
le rendeva libere dal loro corpo e da qualunque altro bisogno, anche
alimentare, finalizzato alla sopravvivenza, per finalità talvolta
religiose, in generale ascetiche o di protesta, libere e creative al
massimo, visionarie - mentre il mondo circostante le tacciava di
pazzia.
Quelle
donne, cinque in tutto, che rispondono ai nomi di Mollie Fancher,
Anna Garberio, Jeanne Fery, Maria Maddalena de' Pazzi, Christina
Georgina Rossetti, di ogni tempo e paese, esse medesime od altri su
di loro (medici, analisti, sacerdoti) parlano nella loro lingua nel
libretto che mette in fila ( sulla base di ricerche collezionate da
Elena Garcia-Fernandez e Marco Innamorati), oltre i resoconti medici
o cronachistici, alcune parole delle digiunatrici o 'pensieri' di
Leopardi. Ed anche, ma questa volta in latino, qualche testo
liturgico.
Ora
questo spettacolo, che entra per le orecchie e non per gli occhi,
può ancora dirsi 'opera' - come la Ronchetti lo definisce, non
intendendolo nel senso
di 'opus' ?
Perchè
no? Ne siamo convinti. Perchè la drammaturgia, se non c'è
palcoscenico perchè non c'è racconto, può prendere forma nella
musica. E in quella 'corale' in particolare, che consente un doppio
prezioso risultato. Da un lato scolpisce plasticamente la vicenda,
anche quando - come in questo caso – la musica non sembra essere
il pendant espressivo del testo, dall'altro evita di incorrere nel
vero e più grande enigma della scrittura teatrale odierna. Quello
del canto solistico, tuttora irrisolto, sebbene multiforme, ma
tuttora non convincente, nella quasi totalità delle espressioni
conosciute.
I
cori impegnati nell'opera della Ronchetti provengono tutti
dall'Accademia di Santa Cecilia, e vanno da quello 'misto' ufficiale,
all'altro, amatoriale' ( Chorus e Cantoria, affidato alla direzione
di Massimiliano Tonsini) e si avvalgono, nel non facile compito,
della preziosa direzione di Ciro Visco.
I
Cori divisi in due gruppi, numerosi quanto o forse più del pubblico
stesso presente, erano sistemati nella suggestiva cornice delle
Terme di Diocleziano, di fronte ed alle spalle del pubblico, stretto
in mezzo, e perciò costretto qualche volta anche a sbirciare dietro,
al fine di ottenere effetti stereofonici.
Ma
non è detto che non si possa immaginare in una ripresa futura, anche
una collocazione diversa e perfino una 'teatralizzazione', seppur
minima, dell'opera, che rende conto di una maturità della Ronchetti
anche in campo teatrale, nella direzione di un melodramma 'povero' di
mezzi ma ricco di inventiva, ogni volta alla ricerca di nuovi più
efficaci mezzi espressivi. E non è detto che non riesca a trovare
una soluzione convincente anche per il canto solistico.
domenica 21 agosto 2016
I vertici del Teatro Massimo di Palermo, al 'massimo' non stanno molto bene
Dopo l'Opera camion, il Massimo di Palermo per far sapere al mondo che è ancora aperto, rinuncia anche alla chiusura notturna, convocando una squadretta di ignari bambini che, volendo introdurli nel mondo dell'opera, li fa dormire sotto le tende nelle sale del teatro, gli fornisce bagno e mensa ad una modica cifra. E' il primo teatro in Italia ad assumere una simile iniziativa. Inutile. E noi speriamo sia l'ultimo ( P.A.)
“Una notte a teatro”: l’11 giugno si dorme in tenda nelle sale del Teatro Massimo
C’è posto per trenta bambini tra 8 e 11 anni, al via le prenotazioni
Giochi, caccia al tesoro, cena, colazione e concerto finale sotto la guida degli scout
Il Massimo è il primo Teatro lirico italiano a lanciare l’iniziativa
Una notte in campeggio al Teatro Massimo, il Teatro più grande d’Italia. Una notte per giocare, divertirsi con la caccia al tesoro, dormire dentro le tende e svegliarsi a suon di musica. Chissà se incontreranno il fantasma della monaca che secondo la leggenda si aggira tra i palchi, i 30 bambini tra gli 8 e gli 11 anni che parteciperanno a “Una notte a teatro”, la nuova iniziativa del Teatro Massimo, prima Fondazione lirica italiana ad aprire le sue porte di notte ai bambini.
Dalle 18.30 di sabato 11 giugno alle 12.30 dell’indomani, domenica 12 giugno, i piccoli saranno affidati al Gruppo scout Palermo 11, che li accompagneranno e guideranno nel montaggio delle tende, nella pulizia personale, nella cena (offerta da Galloway) e nella colazione mattutina che sarà somministrata in una sorta di “cucina da campo” allestita all’esterno. Si andrà a letto e ci si sveglierà al suono della tromba: la sera sarà il tempo dell’ammainabandiera, e la mattina dell’alzabandiera. Le tende saranno allestite nelle splendide Sala Onu e Sala Stemmi, e i giochi saranno tutti a tema, per scoprire i segreti dello straordinario edificio progettato da Basile alla fine dell’Ottocento. Proprio come per un campeggio, i bambini dovranno portare con sé una borraccia d’acqua, una lampadina tascabile, un portacolori con matita, penna, gomma e colori vari, una tazza di plastica per la colazione, uno stuoino di gomma, un sacco a pelo estivo o in alternativa un lenzuolo matrimoniale. E poi quel che occorre per la notte: un paio di pantaloni di pigiama o di tuta leggera, una maglietta (o sopra pigiama), un cambio di biancheria, un paio di calze con gommini antiscivolo, spazzolino, dentifricio, sapone e una tovaglietta.
L’”avventura” culminerà l’indomani alle 11.30 nel concerto vocale “I colori della musica” durante la quale saranno presentate due messe, una africana e una latino americana: la Missa Luba ricca di canti popolari e improvvisazioni, guidata dal griot senegalese solista Badara Seck che con la sua linea di canto ne esalta lo stile etnico, insieme al Coro di voci bianche; e la Missa Criolla per Coro e Coro di voci bianche caratterizzata dall'uso di ritmi tradizionali della musica argentina.
Il biglietto costa 15 euro comprensivo dei pasti. C’è tempo fino a domenica 5 giugno per prenotarsi alla mail
Giochi, caccia al tesoro, cena, colazione e concerto finale sotto la guida degli scout
Il Massimo è il primo Teatro lirico italiano a lanciare l’iniziativa
Una notte in campeggio al Teatro Massimo, il Teatro più grande d’Italia. Una notte per giocare, divertirsi con la caccia al tesoro, dormire dentro le tende e svegliarsi a suon di musica. Chissà se incontreranno il fantasma della monaca che secondo la leggenda si aggira tra i palchi, i 30 bambini tra gli 8 e gli 11 anni che parteciperanno a “Una notte a teatro”, la nuova iniziativa del Teatro Massimo, prima Fondazione lirica italiana ad aprire le sue porte di notte ai bambini.
Dalle 18.30 di sabato 11 giugno alle 12.30 dell’indomani, domenica 12 giugno, i piccoli saranno affidati al Gruppo scout Palermo 11, che li accompagneranno e guideranno nel montaggio delle tende, nella pulizia personale, nella cena (offerta da Galloway) e nella colazione mattutina che sarà somministrata in una sorta di “cucina da campo” allestita all’esterno. Si andrà a letto e ci si sveglierà al suono della tromba: la sera sarà il tempo dell’ammainabandiera, e la mattina dell’alzabandiera. Le tende saranno allestite nelle splendide Sala Onu e Sala Stemmi, e i giochi saranno tutti a tema, per scoprire i segreti dello straordinario edificio progettato da Basile alla fine dell’Ottocento. Proprio come per un campeggio, i bambini dovranno portare con sé una borraccia d’acqua, una lampadina tascabile, un portacolori con matita, penna, gomma e colori vari, una tazza di plastica per la colazione, uno stuoino di gomma, un sacco a pelo estivo o in alternativa un lenzuolo matrimoniale. E poi quel che occorre per la notte: un paio di pantaloni di pigiama o di tuta leggera, una maglietta (o sopra pigiama), un cambio di biancheria, un paio di calze con gommini antiscivolo, spazzolino, dentifricio, sapone e una tovaglietta.
L’”avventura” culminerà l’indomani alle 11.30 nel concerto vocale “I colori della musica” durante la quale saranno presentate due messe, una africana e una latino americana: la Missa Luba ricca di canti popolari e improvvisazioni, guidata dal griot senegalese solista Badara Seck che con la sua linea di canto ne esalta lo stile etnico, insieme al Coro di voci bianche; e la Missa Criolla per Coro e Coro di voci bianche caratterizzata dall'uso di ritmi tradizionali della musica argentina.
Il biglietto costa 15 euro comprensivo dei pasti. C’è tempo fino a domenica 5 giugno per prenotarsi alla mail
lunedì 28 settembre 2015
Piccole bugie e mezze verità sugli abbonati all'Accademia di Santa Cecilia.
Leggendo le tante interviste al sovrintendente dell'Accademia di Santa Cecilia, nei giorni scorsi, ci siamo dimenticati di segnalare una mezza verità, positiva, contenuta in una di esse che va a sanare qualche piccola bugia detta negli anni scorsi.
Nei quali anni, mai abbiamo letto, se la memoria ancora ci assiste, di un calo, seppure fisiologico ( perchè devono calare? non possono mantenersi stabili o addirittura aumentare?), degli abbonati. Che anzi, ogni anno, i precedenti gestori, ci avevano detto che gli abbonati erano fedelissimi e forse aumentavano anche. Magari di poco, ma aumentavano.
Ora, la nuova sovrintendenza ci viene a dire, seppure sommessamente , per quel che riguarda il passato, che gli abbonati avevano subito una calo appena percettibile ma costante, e che, invece, quest'anno sono tornati a crescere forse nella stessa, ma contraria, lenta ed impercettibile misura.
Ah, i numeri. In italiano si dice che uno 'dà i numeri', non quando fornisce cifre che si presumono reali e corrette, bensì quando le dà a modo suo, distanti dalla realtà.
Tale uso noi diverse volte abbiamo segnalato, tutte le volte che abbiamo letto di spettatori aumentati e di 'totale spettatori' superiore ai posti disponibili. Come anche di un numero tale di concerti piccoli o grandi - ma che oggi si preferisce chiamarli 'manifestazioni' ed ancor più 'eventi' - che se corrispondessero a realtà, avrebbero visti impegnati i musicisti di questa o quella istituzione giorno e notte. E sinceramente così non è mai stato e mai sarà.
Quest'ultimo caso ci ha riportate alla memoria le cronache di qualche decennio fa, a Palermo, quando, stante il Teatro Massimo, che era l'istituzione musicale più importante di quella città, chiuso, si dichiarava un coefficiente di attività superiore a qualunque altra istituzione del mondo, perchè gruppi, gruppetti e solisti dell'orchestra, venivano impegnati contemporaneamente in dieci o forse più appuntamenti fuori del teatro - perchè chiuso - in piazze strade scuole ecc...
Sempre a proposito di numeri e di generali che vanno cantando vittoria prima ancora che la battaglia sia terminata, segnaliamo che da qualche settimana i proclami sugli spettatori aumentati in numero considerevole all'Opera di Roma si sono diradati. Forse a causa della programmazione degli ultimi titoli della stagione corrente - opera di Adams e prossimamente di Weill-Brecht - e del primo della stagione prossima, di Henze, frutto di una identità di vedute della doppia direzione artistica che non fanno esultare per presenze in teatro. Non sarebbe male conoscere i dati delle presenze - li hanno già - per Adams, e non sono stati lusinghieri, come qualche giornale, sommessamente, per non disturbare il manovratore, ha segnalato; entro ottobre anche quelli del prossimo titolo in cartellone, e poi, a fine novembre, per tirare le somme di questo trittico 'contemporaneo' in rapida successione, che forse dovrebbe far riflettere, se la tendenza negativa dovesse essere confermata, sull'annunciato festival 'contemporaneo' di maggio, annunciato, senza che si conosca la programmazione nel dettaglio, e che dunque potrebbe ancora essere modificato dal direttore artistico in seconda, Battistelli, che sta all'Opera quasi esclusivamente per tale programmazione 'contemporanea', o giù di lì.
Nei quali anni, mai abbiamo letto, se la memoria ancora ci assiste, di un calo, seppure fisiologico ( perchè devono calare? non possono mantenersi stabili o addirittura aumentare?), degli abbonati. Che anzi, ogni anno, i precedenti gestori, ci avevano detto che gli abbonati erano fedelissimi e forse aumentavano anche. Magari di poco, ma aumentavano.
Ora, la nuova sovrintendenza ci viene a dire, seppure sommessamente , per quel che riguarda il passato, che gli abbonati avevano subito una calo appena percettibile ma costante, e che, invece, quest'anno sono tornati a crescere forse nella stessa, ma contraria, lenta ed impercettibile misura.
Ah, i numeri. In italiano si dice che uno 'dà i numeri', non quando fornisce cifre che si presumono reali e corrette, bensì quando le dà a modo suo, distanti dalla realtà.
Tale uso noi diverse volte abbiamo segnalato, tutte le volte che abbiamo letto di spettatori aumentati e di 'totale spettatori' superiore ai posti disponibili. Come anche di un numero tale di concerti piccoli o grandi - ma che oggi si preferisce chiamarli 'manifestazioni' ed ancor più 'eventi' - che se corrispondessero a realtà, avrebbero visti impegnati i musicisti di questa o quella istituzione giorno e notte. E sinceramente così non è mai stato e mai sarà.
Quest'ultimo caso ci ha riportate alla memoria le cronache di qualche decennio fa, a Palermo, quando, stante il Teatro Massimo, che era l'istituzione musicale più importante di quella città, chiuso, si dichiarava un coefficiente di attività superiore a qualunque altra istituzione del mondo, perchè gruppi, gruppetti e solisti dell'orchestra, venivano impegnati contemporaneamente in dieci o forse più appuntamenti fuori del teatro - perchè chiuso - in piazze strade scuole ecc...
Sempre a proposito di numeri e di generali che vanno cantando vittoria prima ancora che la battaglia sia terminata, segnaliamo che da qualche settimana i proclami sugli spettatori aumentati in numero considerevole all'Opera di Roma si sono diradati. Forse a causa della programmazione degli ultimi titoli della stagione corrente - opera di Adams e prossimamente di Weill-Brecht - e del primo della stagione prossima, di Henze, frutto di una identità di vedute della doppia direzione artistica che non fanno esultare per presenze in teatro. Non sarebbe male conoscere i dati delle presenze - li hanno già - per Adams, e non sono stati lusinghieri, come qualche giornale, sommessamente, per non disturbare il manovratore, ha segnalato; entro ottobre anche quelli del prossimo titolo in cartellone, e poi, a fine novembre, per tirare le somme di questo trittico 'contemporaneo' in rapida successione, che forse dovrebbe far riflettere, se la tendenza negativa dovesse essere confermata, sull'annunciato festival 'contemporaneo' di maggio, annunciato, senza che si conosca la programmazione nel dettaglio, e che dunque potrebbe ancora essere modificato dal direttore artistico in seconda, Battistelli, che sta all'Opera quasi esclusivamente per tale programmazione 'contemporanea', o giù di lì.
mercoledì 1 luglio 2015
Vessazione dei Palermitani, al Teatro Massimo
Se uno una cosa sa fare, inutile chiedergli di fare altro, anche costringendolo. Prendiamo il nuovo direttore artistico del Teatro Massimo di Palermo, Pizzo, siciliano di nascita ma romano d'adozione, che fa al nostro caso, venendo egli da Musica per Roma, codazzo di Carlo Fuortes, artefice, sempre il Pizzo Oscar, della rassegna 'Contemporanea', nata con lo scopo di spendere tutto ciò che si poteva per abbagliare i provinciali, che si sono perse le performances roventi delle avanguardie. Ad indottrinarli, abbagliarli - meglio - ci ha pensato, negli anni romani, il Pizzo, con la Sinfonia per i cento metronomi di Ligeti, il Quartetto per archi ed elicotteri di Stockhausen, le 'Vessazioni' di Satie, le Streghe di Venezia di Montresor- Glass- e la preziosa collaborazione di Cerami e Giorgio Barberio Corsetti. che forse aveva un senso proporli al variegato pubblico dell'auditorium romano, non a quello di un teatro dalla grande tradizione.
Ed ora, in attesa di ascoltare a Palermo, atterrati nel piazzale antistante il Massimo, gli elicotteri di Stockhausen ed i cento metronomi di Ligeti, eccoti importati le Streghe di Venezia che all'Auditorium di Roma si videro nel 2009 - le vedemmo anche noi, nulla di memorabile - e le 'Vessazioni', ma dei cittadini di Palermo, firmate da Satie, incolpevole, per colpa del Pizzo, dalle quali sapientemente ci tenemmo alla larga, nel 2012, e per le quali non faremmo mai e poi mai un viaggio a Palermo ad ascoltare una pletora di pianisti reclutati all'ultimo minuto e speriamo recalcitranti e riluttanti, onde far terminare la gara idiota dopo solo il primo minuto, quanto dura il brano.
Aggiungendo poi le 'Sirene per mare- Sinfonia per grandi navi' di Alvin Curran, e i ' Pianeti', di Holst ovviamente, al castello, con il prezzemolino Odifreddi ( già scritturato da Pizzo per gli elicotteri di Stockhausen) si completa l'estate al massimo del Massimo di Palermo.
Poi, naturalmente, presentata in pompa magna, c'è anche la stagione d'opera che si apre con 'Gotterdammerung' di Wagner - per rinfrescare la vocazione wagneriana di Palermo - si snoda lungo vie strabattute alcune e tortuose altre del melodramma, in eccesso le seconde, a significare la vocazione 'internazionale' di Palermo, segnata dalla presenza di grandi direttori - e questo vale anche per la stagione sinfonica. Ma quali sono i grandi direttori sbandierati dal sovrintendente Giambrone?
Ed ora, in attesa di ascoltare a Palermo, atterrati nel piazzale antistante il Massimo, gli elicotteri di Stockhausen ed i cento metronomi di Ligeti, eccoti importati le Streghe di Venezia che all'Auditorium di Roma si videro nel 2009 - le vedemmo anche noi, nulla di memorabile - e le 'Vessazioni', ma dei cittadini di Palermo, firmate da Satie, incolpevole, per colpa del Pizzo, dalle quali sapientemente ci tenemmo alla larga, nel 2012, e per le quali non faremmo mai e poi mai un viaggio a Palermo ad ascoltare una pletora di pianisti reclutati all'ultimo minuto e speriamo recalcitranti e riluttanti, onde far terminare la gara idiota dopo solo il primo minuto, quanto dura il brano.
Aggiungendo poi le 'Sirene per mare- Sinfonia per grandi navi' di Alvin Curran, e i ' Pianeti', di Holst ovviamente, al castello, con il prezzemolino Odifreddi ( già scritturato da Pizzo per gli elicotteri di Stockhausen) si completa l'estate al massimo del Massimo di Palermo.
Poi, naturalmente, presentata in pompa magna, c'è anche la stagione d'opera che si apre con 'Gotterdammerung' di Wagner - per rinfrescare la vocazione wagneriana di Palermo - si snoda lungo vie strabattute alcune e tortuose altre del melodramma, in eccesso le seconde, a significare la vocazione 'internazionale' di Palermo, segnata dalla presenza di grandi direttori - e questo vale anche per la stagione sinfonica. Ma quali sono i grandi direttori sbandierati dal sovrintendente Giambrone?
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mercoledì 26 novembre 2014
In 'CONTEMPORANEA' Pizzo a Palermo e Roma
L'altro ieri avevamo scritto della prossima stagione 'Contemporanea' di 'Musica per Roma' che oggi è stata presentata, come recita l'invito che abbiamo ricevuto, all'Auditorium, dal solito nobile parterre presieduto da Fuortes (che, naturalmente, non decide ancora se stare da un parte o dall'altra: Opera di Roma o Musica per Roma); nel quale invito, però, per la prima volta mancava il nome di Oscar Pizzo, curatore, ab origine, della rassegna, ma volato ad ottobre al Massimo di Palermo; mentre, invece, sempre nello stesso invito, per conto dell'Accademia di Santa Cecilia, non figurava Cagli bensì dall'Ongaro. Se due più due fa quattro, il dubbio che ormai la rassegna fosse passata nelle mani accademiche di dall'Ongaro, sovrintendente dell'Accademia 'in pectore', almeno in quello di Cagli, era perfino superfluo. E dall'Ogaro ha le carte in regola per curare una simile rassegna. Lo sappiamo e lo abbiamo anche scritto l'altro ieri.
Oggi ci viene spedito un nuovo, secondo invito, riveduto e corretto, che abbiamo ricevuto soltanto alle 12.49 (per la conferenza che aveva avuto già luogo, alle ore 12. C'è bisogno di fare qualche commento?), nel quale si scrive che alla presentazione della rassegna ci sarà anche Oscar Pizzo, 'curatore' della medesima, poco importa che si sia trasferito a Palermo ( per vendicarsi di Fuortes gli ha giocato un brutto tiro, non chiamandolo in sostituzione di Alessio Vlad, a Roma, perchè non lo ritiene all'altezza per tale ruolo? Strano, perchè l'ha chiamato anche a Bari, come suo consulente musicale al Petruzzelli. Già solo 'consulente musicale', non per l'Opera perché per quella, nuovamente, non lo riteneva abbastanza preparato, al contrario di Giambrone che lo ha chiamato a Palermo. Fuortes e Giambrone a parte, Pizzo nel melodramma è un neofita, e dunque sempre impreparato resta. Non sarebbe stato meglio che avesse fatto un pò di gavetta in qualche piccolo teatro? L'apprendistato non è più di moda, mentre vanno le carriere fulminanti.).
Il nostro post, potrebbe aver creato qualche problema - anche se ci viene da dire che i problemi, qualora ve ne siano - li ha creati l'invito n.1 di Musica per Roma. Oppure Pizzo, che certamente deve aver preparato la stagione prima di volarsene a Palermo, s'è risentito ed ha chiesto di essere presente.
Ambedue le ragioni. Ma come si fa a scordarsi di un direttore artistico che lavora per Musica per Roma, per l'Ambasciata di Francia e, nientemeno, che per il Teatro Massimo di Palermo, dunque richiestissimo per competenza ed anche inventiva?
Il nuovo invito ha posto rimedio alla ingiuriosa dimenticanza. Oggi non abbiamo potuto esser presenti alla conferenza. e ci è dispiaciuto, soprattutto perchè c'è mancato di vedere qualche evidente giustificato imbarazzo su alcune facce.
Oggi ci viene spedito un nuovo, secondo invito, riveduto e corretto, che abbiamo ricevuto soltanto alle 12.49 (per la conferenza che aveva avuto già luogo, alle ore 12. C'è bisogno di fare qualche commento?), nel quale si scrive che alla presentazione della rassegna ci sarà anche Oscar Pizzo, 'curatore' della medesima, poco importa che si sia trasferito a Palermo ( per vendicarsi di Fuortes gli ha giocato un brutto tiro, non chiamandolo in sostituzione di Alessio Vlad, a Roma, perchè non lo ritiene all'altezza per tale ruolo? Strano, perchè l'ha chiamato anche a Bari, come suo consulente musicale al Petruzzelli. Già solo 'consulente musicale', non per l'Opera perché per quella, nuovamente, non lo riteneva abbastanza preparato, al contrario di Giambrone che lo ha chiamato a Palermo. Fuortes e Giambrone a parte, Pizzo nel melodramma è un neofita, e dunque sempre impreparato resta. Non sarebbe stato meglio che avesse fatto un pò di gavetta in qualche piccolo teatro? L'apprendistato non è più di moda, mentre vanno le carriere fulminanti.).
Il nostro post, potrebbe aver creato qualche problema - anche se ci viene da dire che i problemi, qualora ve ne siano - li ha creati l'invito n.1 di Musica per Roma. Oppure Pizzo, che certamente deve aver preparato la stagione prima di volarsene a Palermo, s'è risentito ed ha chiesto di essere presente.
Ambedue le ragioni. Ma come si fa a scordarsi di un direttore artistico che lavora per Musica per Roma, per l'Ambasciata di Francia e, nientemeno, che per il Teatro Massimo di Palermo, dunque richiestissimo per competenza ed anche inventiva?
Il nuovo invito ha posto rimedio alla ingiuriosa dimenticanza. Oggi non abbiamo potuto esser presenti alla conferenza. e ci è dispiaciuto, soprattutto perchè c'è mancato di vedere qualche evidente giustificato imbarazzo su alcune facce.
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lunedì 24 novembre 2014
Contemporanea, si cambia. La rassegna di Musica per Roma sarà curata, per l'Accademia di Santa Cecilia, da Michele dall'Ongaro. Mercoledì la presentazione
La rassegna ' Contemporanea' di Musica per Roma, ospitata nell'Auditorium di Renzo Piano, e curata fin dalla prima edizione da Oscar Pizzo ( per qualche stagione in coppia con Guido Barbieri che, poi, per volontà di Giorgio Battistelli è approdato sull'altra sponda italiana: Abruzzo, con un'appendice nelle Marche), in collaborazione con l'Accademia di Santa Cecilia, da quest'anno cambia gestione, come si dirà dopo domani alla conferenza di presentazione: viene assunta in prima persona dall'Accademia di Santa Cecilia che la produce con Musica per Roma.
La rassegna, che si ricorda soprattutto per alcuni appuntamenti destinati a far scalpore (che era poi l'intento principale, se non unico di tale rassegna che altri non ne aveva) come la maratona pianistica di 24 ore dedicata a Satie, il 'Quartetto degli elicotteri' di Stockhausen o il 'Poema sinfonico per 100 metronomi' di Ligeti, ha perso il suo curatore, Pizzo che, dopo una breve trasferta a Bari al seguito di Fuortes, è volato a Palermo - chiamatovi da Giambrone, come direttore artistico del Teatro Massimo, incarico che sino alla fine di quest'anno esercita gratuitamente, perché anche i suoi soldi servono a pagare lo stipendio del sovrintendente che l'ha graziato chiamandolo a Palermo: appena 170.000 Euro l'anno! - e tale incarico è stato assunto dall'Accademia di Santa Cecilia che, nella diffusione della musica contemporanea non ha mai brillato, ad eccezione delle rare presenze di questi ultimi tempi, semel in anno, con Pappano divulgatore. Non sarà sfuggito a nessuno, ad esempio, che Boulez non vi è stato mai invitato e che la prima commissione di un'opera ad Henze è giunta quando il musicista, ottantenne, era già con un piede nella fossa, come ha commentato divertito e con amarezza il compositore medesimo.Ma ora le cose sembrano andare diversamente.
A presentare la stagione, assieme all'onnipresente Fuortes, ci sarà Michele dall'Ongaro e non Bruno Cagli. E una ragione c'è, anzi più d'una. Non chiedete perchè. Attualmente, dall'Ongaro è vice Presidente dell'Accademia, per volontà di Cagli che lo vorrebbe - se corrisponde ancora a verità quanto ha dichiarato appena qualche mese fa a Valerio Cappelli del Corriere della Sera - suo successore come presidente/ sovrintendente/ direttore artistico; preferendolo senza ombra di dubbio a Giorgio Battistelli che di Cagli è stato antagonista nella passata tornata di votazioni. Nella prossima, fissata per il 13 dicembre, potrebbe essere eletto, perciò, successore di Cagli, se, confermando la sua volontà di ritirarsi finalmente, facesse confluire i voti dei suoi fedelissimi su di lui che vedrebbe finalmente realizzato il suo sogno, per il quale ha lavorato da quando ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo della musica.
Ma perchè dall'Ongaro cura una rassegna di musica contemporanea? Semplice. Perché lui di mestiere fa il compositore. Non un compositore qualunque, ma uno dei più grandi compositori viventi, come lo additava qualche anno fa Mario Bortolotto, in una storica corrispondenza dalla Biennale Musica di Venezia per 'Il foglio'. E Bortolotto è critico d'onore.
La musica contemporanea ha rappresentato il terreno di coltura del suo potere sulle onde radio prima e attraverso le immagini televisive poi, giacché è riuscito ad invadere anche la giovane RAI 5.
Dall'Ongaro è da almeno una decina d'anni, forse più, il responsabile per la musica di Radio Tre, successivamente è diventato Sovrintendente dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI di Torino, Accademico della Filarmonica romana, responsabile dei Concerti del Quirinale, e, poi, aveva altri incarichi (fra tutti il Festival Pontino) che nel tempo ha smesso, perché forse non più importanti come lo erano all'inizio della sua carriera in RAI. Alla quale deve, senza eccezione, ogni passo in avanti nella sua carriera di compositore che s'è allargata ed arricchita a dismisura esattamente da quando ha avuto quell'incarico di responsabilità a Radio Tre. Chi non è convinto vada sul sito del suo editore ( Suvini Zerboni) e legga tutte le esecuzione e commissioni giunte a dall' Ongaro dopo il suo incarico a Radio Tre, quando si impennarono, letteralmente. Ma forse fu pura coincidenza.
Che sia la RAI alla base della sua vorticosa ascesa lo ha detto apertamente Cagli quando ha sostenuto la candidatura di dall'Ongaro in Accademia a vice presidente. Testualmente ha detto - come ripresero le numerose lettere inviate agli Accademici nelle quali tale ascesa di dall'Ongaro per volere di Cagli era duramente criticata - che dall'Ongaro aveva in RAI incarichi che potevano giovare all'Accademia, anche economicamente, passando in secondo piano perfino la sua parentela con gli Abbado.
Si tratta di fatti noti, e già oggetto di un documentatissimo articolo di Elisabetta Ambrosi su 'Il fatto quotidiano', dell'ottobre scorso, quando tali lettere aperte di protesta, alcune firmate da notissimi accademici ( il card. Bartolucci, il pianista Campanella) giunsero in Accademia. Dunque noi non aggiungiamo neanche una virgola.
Che dall'Ongaro abbia la responsabilità diretta di quella rassegna è perfino ovvio, la materia dei compositori d'oggi la conosce a memoria, perché oggetto privilegiato del suo lavoro a Radio Tre, dove ha fatto scelte seguendo criteri chiarissimi, in base ai quali decidere chi trasmettere regolarmente e chi mai. C'è da augurarsi che non lo faccia anche in Accademia; e, secondo il nostro modesto parere, non avrebbe dovuto farlo neanche in RAI.
Se alle elezioni per la successione a Cagli l'avrà vinta su Battistelli, avremo un ragione, alemno una per gioirne: dovrà lasciare tutti i suoi incarichi, con la conseguenza che il mercato del lavoro musicale di colpo si allargherà, offrendo a chi aspira ad incarichi di prestigio nuove opportunità, ed a noi la possibilità di respirare finalmente aria nuova.
La rassegna, che si ricorda soprattutto per alcuni appuntamenti destinati a far scalpore (che era poi l'intento principale, se non unico di tale rassegna che altri non ne aveva) come la maratona pianistica di 24 ore dedicata a Satie, il 'Quartetto degli elicotteri' di Stockhausen o il 'Poema sinfonico per 100 metronomi' di Ligeti, ha perso il suo curatore, Pizzo che, dopo una breve trasferta a Bari al seguito di Fuortes, è volato a Palermo - chiamatovi da Giambrone, come direttore artistico del Teatro Massimo, incarico che sino alla fine di quest'anno esercita gratuitamente, perché anche i suoi soldi servono a pagare lo stipendio del sovrintendente che l'ha graziato chiamandolo a Palermo: appena 170.000 Euro l'anno! - e tale incarico è stato assunto dall'Accademia di Santa Cecilia che, nella diffusione della musica contemporanea non ha mai brillato, ad eccezione delle rare presenze di questi ultimi tempi, semel in anno, con Pappano divulgatore. Non sarà sfuggito a nessuno, ad esempio, che Boulez non vi è stato mai invitato e che la prima commissione di un'opera ad Henze è giunta quando il musicista, ottantenne, era già con un piede nella fossa, come ha commentato divertito e con amarezza il compositore medesimo.Ma ora le cose sembrano andare diversamente.
A presentare la stagione, assieme all'onnipresente Fuortes, ci sarà Michele dall'Ongaro e non Bruno Cagli. E una ragione c'è, anzi più d'una. Non chiedete perchè. Attualmente, dall'Ongaro è vice Presidente dell'Accademia, per volontà di Cagli che lo vorrebbe - se corrisponde ancora a verità quanto ha dichiarato appena qualche mese fa a Valerio Cappelli del Corriere della Sera - suo successore come presidente/ sovrintendente/ direttore artistico; preferendolo senza ombra di dubbio a Giorgio Battistelli che di Cagli è stato antagonista nella passata tornata di votazioni. Nella prossima, fissata per il 13 dicembre, potrebbe essere eletto, perciò, successore di Cagli, se, confermando la sua volontà di ritirarsi finalmente, facesse confluire i voti dei suoi fedelissimi su di lui che vedrebbe finalmente realizzato il suo sogno, per il quale ha lavorato da quando ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo della musica.
Ma perchè dall'Ongaro cura una rassegna di musica contemporanea? Semplice. Perché lui di mestiere fa il compositore. Non un compositore qualunque, ma uno dei più grandi compositori viventi, come lo additava qualche anno fa Mario Bortolotto, in una storica corrispondenza dalla Biennale Musica di Venezia per 'Il foglio'. E Bortolotto è critico d'onore.
La musica contemporanea ha rappresentato il terreno di coltura del suo potere sulle onde radio prima e attraverso le immagini televisive poi, giacché è riuscito ad invadere anche la giovane RAI 5.
Dall'Ongaro è da almeno una decina d'anni, forse più, il responsabile per la musica di Radio Tre, successivamente è diventato Sovrintendente dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI di Torino, Accademico della Filarmonica romana, responsabile dei Concerti del Quirinale, e, poi, aveva altri incarichi (fra tutti il Festival Pontino) che nel tempo ha smesso, perché forse non più importanti come lo erano all'inizio della sua carriera in RAI. Alla quale deve, senza eccezione, ogni passo in avanti nella sua carriera di compositore che s'è allargata ed arricchita a dismisura esattamente da quando ha avuto quell'incarico di responsabilità a Radio Tre. Chi non è convinto vada sul sito del suo editore ( Suvini Zerboni) e legga tutte le esecuzione e commissioni giunte a dall' Ongaro dopo il suo incarico a Radio Tre, quando si impennarono, letteralmente. Ma forse fu pura coincidenza.
Che sia la RAI alla base della sua vorticosa ascesa lo ha detto apertamente Cagli quando ha sostenuto la candidatura di dall'Ongaro in Accademia a vice presidente. Testualmente ha detto - come ripresero le numerose lettere inviate agli Accademici nelle quali tale ascesa di dall'Ongaro per volere di Cagli era duramente criticata - che dall'Ongaro aveva in RAI incarichi che potevano giovare all'Accademia, anche economicamente, passando in secondo piano perfino la sua parentela con gli Abbado.
Si tratta di fatti noti, e già oggetto di un documentatissimo articolo di Elisabetta Ambrosi su 'Il fatto quotidiano', dell'ottobre scorso, quando tali lettere aperte di protesta, alcune firmate da notissimi accademici ( il card. Bartolucci, il pianista Campanella) giunsero in Accademia. Dunque noi non aggiungiamo neanche una virgola.
Che dall'Ongaro abbia la responsabilità diretta di quella rassegna è perfino ovvio, la materia dei compositori d'oggi la conosce a memoria, perché oggetto privilegiato del suo lavoro a Radio Tre, dove ha fatto scelte seguendo criteri chiarissimi, in base ai quali decidere chi trasmettere regolarmente e chi mai. C'è da augurarsi che non lo faccia anche in Accademia; e, secondo il nostro modesto parere, non avrebbe dovuto farlo neanche in RAI.
Se alle elezioni per la successione a Cagli l'avrà vinta su Battistelli, avremo un ragione, alemno una per gioirne: dovrà lasciare tutti i suoi incarichi, con la conseguenza che il mercato del lavoro musicale di colpo si allargherà, offrendo a chi aspira ad incarichi di prestigio nuove opportunità, ed a noi la possibilità di respirare finalmente aria nuova.
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mercoledì 12 novembre 2014
Classic Voice si documenti veramente nelle sue inchieste
Una rivista che ogni mese propone ai suoi lettori una inchiesta bisogna che la faccia sul campo non fidandosi dei dati che questa o quella istituzione fornisce, perché il più delle volte sono dati falsi, o per lo meno falsificati.
Corrisponde a verità il fatto che , ad esempio, il costo di orchestra e coro a Roma, incide per il 20% sul bilancio dell'ente, dunque i cosiddetti costi fissi che nei nostri teatri raggiungono oltre il 75% del budget generale, non possono essere attribuiti tutti ai musicisti che delle istituzioni operistiche sono la spina dorsale. O no? E gli amministrativi, il sovrintendente e gli altri componenti i vertici, quanto incidono? Perchè nessuno si è preso la briga, fra una inchiesta e l'altra, di andare a controllare le ondate di assunzioni nei teatri, ad ogni cambio di colore dell'amministrazione comunale che, come si sa, ha la presidenza del teatro cittadino? Quelli non si toccano, producano o meno, non importa, siano pochi e troppi importa ancora meno. La croce ricade solo sulle spalle dei musicisti che hanno stipendi non così lusinghieri: in media il 20% inferiori a quelli dei loro simili fuori d'Italia.
Che però lavorano molto di più. Questo l'inchiesta lo dice appena, ma sbaglia quando fa la classifica dei teatri nei quali si lavora di più. Un tempo al primo posto c'era il Massimo di Palermo, che faceva un migliaio di concerti l'anno, con il teatro chiuso. Una idea brillante. ogni giorno quattro cinque strumentisti facevano una decina di concerti e così la somma cresceva, come pure i contributi statali e regionali, facendone il teatro più mangiasoldi d'Italia. Ora con Giambrone ed Orlando non sarà più così, per l'eternità.
Nell'inchiesta di Classic Voice, le giornate lavorative dei musicisti dei teatri ( calcolate sulla base di prove, concerti e recite serali) sono basse e sono soprattutto false, come nel caso del San Carlo di Napoli che, quest'anno, con una settantina di recite d'opera, forse meno, sventola la bellezza di 217 giorni lavorativi. Sono cifre inventate che Classic Voice non va a controllare e neppure smentisce. E allora che razza di inchiesta è?
La verità, soltanto accennata, è che in Italia i Teatri producono poco, molto poco, e, di conseguenza i musicisti lavorano altrettanto poco. Dovrebbero assicurare, almeno i 14 più importanti, una presenza costante del repertorio operistico nelle grandi città. E, invece , non lo fanno, tutti puntano all'evento - che poi evento non risulta essere - si preparano per settimane e tengono aperto il teatro una sera ogni cinque.
Colpa dei sovrintendenti, tuona Classic Voice, che non sanno organizzare il lavoro per aumentarne la produttività. Vero, ma allora occorre dire anche che i teatri devono aprire quasi ogni sera, che i cachet dei solisti devono essere abbassati - non ci si venga a dire che esiste un calmiere, tutti lo sanno, nessuno lo applica perchè trova il modo per aggirarlo - gli allestimenti devono costare meno, molto meno di quanto non costano oggi, e devono essere ripresi anche nelle stagioni successive al debutto, e poi i prezzi dei biglietti devono essere abbassati per avere ogni sera il teatro pieno. Questo significa mettere a frutto i finanziamenti pubblici.
E poi, ultima cosa, chi sbaglia e non sa amministrare va via, non senza aver prima pagato gli errori fatti. Anche questo non si fa, purtroppo non solo in Italia ed anche in nessuna altra parte del mondo. Vero è, però, che ladri, imbroglioni ed incapaci, quanti ce ne sono in Italia ai vertici delle istituzioni culturali pubbliche, messi lì da politici ignoranti, corrotti ed incompetenti, non ce ne sono nel resto del mondo.
Corrisponde a verità il fatto che , ad esempio, il costo di orchestra e coro a Roma, incide per il 20% sul bilancio dell'ente, dunque i cosiddetti costi fissi che nei nostri teatri raggiungono oltre il 75% del budget generale, non possono essere attribuiti tutti ai musicisti che delle istituzioni operistiche sono la spina dorsale. O no? E gli amministrativi, il sovrintendente e gli altri componenti i vertici, quanto incidono? Perchè nessuno si è preso la briga, fra una inchiesta e l'altra, di andare a controllare le ondate di assunzioni nei teatri, ad ogni cambio di colore dell'amministrazione comunale che, come si sa, ha la presidenza del teatro cittadino? Quelli non si toccano, producano o meno, non importa, siano pochi e troppi importa ancora meno. La croce ricade solo sulle spalle dei musicisti che hanno stipendi non così lusinghieri: in media il 20% inferiori a quelli dei loro simili fuori d'Italia.
Che però lavorano molto di più. Questo l'inchiesta lo dice appena, ma sbaglia quando fa la classifica dei teatri nei quali si lavora di più. Un tempo al primo posto c'era il Massimo di Palermo, che faceva un migliaio di concerti l'anno, con il teatro chiuso. Una idea brillante. ogni giorno quattro cinque strumentisti facevano una decina di concerti e così la somma cresceva, come pure i contributi statali e regionali, facendone il teatro più mangiasoldi d'Italia. Ora con Giambrone ed Orlando non sarà più così, per l'eternità.
Nell'inchiesta di Classic Voice, le giornate lavorative dei musicisti dei teatri ( calcolate sulla base di prove, concerti e recite serali) sono basse e sono soprattutto false, come nel caso del San Carlo di Napoli che, quest'anno, con una settantina di recite d'opera, forse meno, sventola la bellezza di 217 giorni lavorativi. Sono cifre inventate che Classic Voice non va a controllare e neppure smentisce. E allora che razza di inchiesta è?
La verità, soltanto accennata, è che in Italia i Teatri producono poco, molto poco, e, di conseguenza i musicisti lavorano altrettanto poco. Dovrebbero assicurare, almeno i 14 più importanti, una presenza costante del repertorio operistico nelle grandi città. E, invece , non lo fanno, tutti puntano all'evento - che poi evento non risulta essere - si preparano per settimane e tengono aperto il teatro una sera ogni cinque.
Colpa dei sovrintendenti, tuona Classic Voice, che non sanno organizzare il lavoro per aumentarne la produttività. Vero, ma allora occorre dire anche che i teatri devono aprire quasi ogni sera, che i cachet dei solisti devono essere abbassati - non ci si venga a dire che esiste un calmiere, tutti lo sanno, nessuno lo applica perchè trova il modo per aggirarlo - gli allestimenti devono costare meno, molto meno di quanto non costano oggi, e devono essere ripresi anche nelle stagioni successive al debutto, e poi i prezzi dei biglietti devono essere abbassati per avere ogni sera il teatro pieno. Questo significa mettere a frutto i finanziamenti pubblici.
E poi, ultima cosa, chi sbaglia e non sa amministrare va via, non senza aver prima pagato gli errori fatti. Anche questo non si fa, purtroppo non solo in Italia ed anche in nessuna altra parte del mondo. Vero è, però, che ladri, imbroglioni ed incapaci, quanti ce ne sono in Italia ai vertici delle istituzioni culturali pubbliche, messi lì da politici ignoranti, corrotti ed incompetenti, non ce ne sono nel resto del mondo.
domenica 26 ottobre 2014
Nastasi chiede a tutti di risparmiare, ma non al San Carlo quando deve pagare sua moglie Giulia Minoli.
Il ministro va facendo a dovere il suo compito che sembra quello di smantellare dalla radice il sistema della musica in Italia. Al suo orecchio zufola le varie mosse il suo consigliere Nastasi che non riesce a nascondere del tutto la sua mole dietro l'esile figura del neo sposo Franceschini, e perciò viene scoperto ed apostrofato come 'il suggeritore' o 'burattinaio'
E sembra che al grido di 'tirate la cinghia', come vuole il ministero di Franceschini e Nastasi, tutti , ciascuno secondo le proprie possibilità, si stiano adeguando. Di tirare la cinghia si chiede anche ai piccoli teatri - che fanno però prosa e molta sperimentazione di linguaggi. A loro il ministero ha detto chiaramente: o vi ingrandite, unendovi ad altri, oppure le piccole realtà come molti di voi devono cercarsi i finanziamenti altrove, non al Ministero. Il quale però trova i soldi per finanziare un nuovo inutile festival come quello di Pompei che già all'anteprima è apparso pasticciato.
Dai siti dei vari teatri, apprendiamo che la dieta a cui tutti si stanno sottoponendo mostra già i primi risultati. Ad esempio, dal sito del Teatro Massimo di Palermo apprendiamo che il nuovo sovrintendente Giambrone, si contenta della modica cifra di 170.000 Euro annui, una miseria per lui che è abituato a più alti compensi, come si sarà fatto dare dai vari teatri in cui ha prima pascolato.
Non solo lui anche gli altri partecipano a questa gara di solidarietà a favore del Ministero, in grosse difficoltà economiche.
Infatti i nuovi dirigenti del Massimo di Palermo - si legga il sito del teatro alla voce 'amministrazione trasparente' - offrono la loro collaborazione al teatro GRATUITAMENTE, fino alla fine del 2014 almeno, e sono stati nominati il 10 di ottobre. Lo fa il nuovo direttore musicale Gabriele Ferro, ed anche il direttore artistico Oscar Pizzo.
Se tutti seguissero il loro esempio saremmo a cavallo, in due o tre anni elimineremmo i buchi di bilancio dei teatri. Se poi si sforzassero ancora un pò e riducessero lo spreco della programmazione, dimezzando il numero dei titoli in cartellone, ed usando il pianoforte al posto dell'orchestra - la quale verrebbe esternalizzata ed anche chiusa secondo il modello-pilota dell'Opera di Roma, patrocinato sempre dal Ministero infame, e chiamata soltanto nelle occasioni in cui c'è la visita di un capo di Stato o l'inaugurazione di un nuovo monumento, o lo richieda una importante griffe per intrattenere i suoi invitati - allora saremmo, sarebbero, a cavallo tutti i teatri. Neanche più un buco nel bilancio, tutti aperti per le visite o per le 'ospitate' ogni giorno, e ogni spettatore assistito personalmente da un impiegato del teatro che non avrebbe altro compito che questo.
Dunque una olimpiade del risparmio, alla quale tutti arriverebbero primi fuorchè uno, il Teatro San Carlo di Napoli che deve ogni anno trovare i soldi con cui paga Giulia Minoli Nastasi, coordinatrice, per volontà del maritino Salvo, al Museo del Teatro di Napoli, compensata, secondo alcune fonti giornalistiche, sempre che sia rimasta lì e non abbia deciso con i soldi del suo stipendio di concedersi una lunga meritata vacanza all'estero, con appena 6.000 Euro mensili.
E sembra che al grido di 'tirate la cinghia', come vuole il ministero di Franceschini e Nastasi, tutti , ciascuno secondo le proprie possibilità, si stiano adeguando. Di tirare la cinghia si chiede anche ai piccoli teatri - che fanno però prosa e molta sperimentazione di linguaggi. A loro il ministero ha detto chiaramente: o vi ingrandite, unendovi ad altri, oppure le piccole realtà come molti di voi devono cercarsi i finanziamenti altrove, non al Ministero. Il quale però trova i soldi per finanziare un nuovo inutile festival come quello di Pompei che già all'anteprima è apparso pasticciato.
Dai siti dei vari teatri, apprendiamo che la dieta a cui tutti si stanno sottoponendo mostra già i primi risultati. Ad esempio, dal sito del Teatro Massimo di Palermo apprendiamo che il nuovo sovrintendente Giambrone, si contenta della modica cifra di 170.000 Euro annui, una miseria per lui che è abituato a più alti compensi, come si sarà fatto dare dai vari teatri in cui ha prima pascolato.
Non solo lui anche gli altri partecipano a questa gara di solidarietà a favore del Ministero, in grosse difficoltà economiche.
Infatti i nuovi dirigenti del Massimo di Palermo - si legga il sito del teatro alla voce 'amministrazione trasparente' - offrono la loro collaborazione al teatro GRATUITAMENTE, fino alla fine del 2014 almeno, e sono stati nominati il 10 di ottobre. Lo fa il nuovo direttore musicale Gabriele Ferro, ed anche il direttore artistico Oscar Pizzo.
Se tutti seguissero il loro esempio saremmo a cavallo, in due o tre anni elimineremmo i buchi di bilancio dei teatri. Se poi si sforzassero ancora un pò e riducessero lo spreco della programmazione, dimezzando il numero dei titoli in cartellone, ed usando il pianoforte al posto dell'orchestra - la quale verrebbe esternalizzata ed anche chiusa secondo il modello-pilota dell'Opera di Roma, patrocinato sempre dal Ministero infame, e chiamata soltanto nelle occasioni in cui c'è la visita di un capo di Stato o l'inaugurazione di un nuovo monumento, o lo richieda una importante griffe per intrattenere i suoi invitati - allora saremmo, sarebbero, a cavallo tutti i teatri. Neanche più un buco nel bilancio, tutti aperti per le visite o per le 'ospitate' ogni giorno, e ogni spettatore assistito personalmente da un impiegato del teatro che non avrebbe altro compito che questo.
Dunque una olimpiade del risparmio, alla quale tutti arriverebbero primi fuorchè uno, il Teatro San Carlo di Napoli che deve ogni anno trovare i soldi con cui paga Giulia Minoli Nastasi, coordinatrice, per volontà del maritino Salvo, al Museo del Teatro di Napoli, compensata, secondo alcune fonti giornalistiche, sempre che sia rimasta lì e non abbia deciso con i soldi del suo stipendio di concedersi una lunga meritata vacanza all'estero, con appena 6.000 Euro mensili.
lunedì 20 ottobre 2014
Il clan dei siciliani va al massimo. Nomine nel Teatro lirico di Palermo
Sembra ricomposto l'organigramma del Teatro Massimo di Palermo dopo la 'seconda primavera' siciliana, con Leoluca Orlando di nuovo a reggerne le sorti comunali. Il sindaco ha sacrificato per il bene del teatro ( e della città aggiungono i maligni) il suo assessore alla cultura, Francesco Giambrone, come aveva già fatto nella prima primavera siculo-palermitana, destinandolo per la seconda volta - un film già visto e che potrebbe ripetersi all'infinito con i prossimi giri di valzer e gli ineluttabili ritorni - a condurre in porto la nave del Teatro Massimo che sempre lui e Giambrone, avevano ricevuto in dote quasi preda di un naufragio ( economico), da Cognata - come hanno gridato ai quattro venti. La storia è ben nota, ad ogni cambio di casacca comunale, il sindaco quando vuol mandare a casa uno degli amministratori designati dalla precedente giunta, tira fuori un buco nel bilancio - la quale cosa purtroppo assai spesso è reale - della società che amministra, come puntualmente hanno fatto l'ammiraglio leoluca ed il capitano di vascello francesco, al momento in cui hanno visto la nave loro destinata, attraccata in porto.
Il capitano di vascello, in perfetto accordo con l'ammiraglio, sta rinnovando tutti gli incarichi di vertice nei vari settori della sua nave, dal capo macchina al capo cuoco al capo sala al maestro dell'orchestrina. E dove va a cercarli, se non dove risiede la società armatrice, nel nostro caso in Sicilia?
Ecco le prime nomine: a guidare la sala macchine, in accordo perfetto con l'ammiraglio, Francesco il capitano di vascello ha chiamato Oscar; che torna in Sicilia, dopo aver lavorato in continente ed in Francia con altri armatori. Il suo cognome, Pizzo, non è fra i più adatti all'ambiente palermitano, ma tant'è uno il cognome non se lo può scegliere, e poi ha tempo per smentirne il significato, lo farà con le sue azioni. E' stimato, è originario di Siracusa, ed anche se cambia lavoro, dal ricevimento merci e passeggeri alla sala macchine, gioca a suo favore la giovane età e l'intelligenza acuta che presto userà per adattarsi ad ogni situazione.
La musica dell'orchestra che allieterà la navigazione, che si augura felice, è affidata a Gabriele Ferro, siciliano di Palermo, se non andiamo errati; che finora non ricordiamo abbia goduto di grande considerazione nella sua città natale. Ora, dopo aver navigato anche in Allemagna, torna nell'isola. Negli isolani è impossibile cancellare il ricordo della patria, che essendo da grande mare circondata è terra a sè, difficile da assimilare a qualunque altra.
E così l'Orlando 'ritornato' sta ricomponendo a Palermo il 'clan dei siciliani' ( Giambrone, Pizzo, Ferro), detto esclusivamente per le origini dei tre, senz'altra allusione denigratoria. Ci mancherebbe.
Il capitano di vascello, in perfetto accordo con l'ammiraglio, sta rinnovando tutti gli incarichi di vertice nei vari settori della sua nave, dal capo macchina al capo cuoco al capo sala al maestro dell'orchestrina. E dove va a cercarli, se non dove risiede la società armatrice, nel nostro caso in Sicilia?
Ecco le prime nomine: a guidare la sala macchine, in accordo perfetto con l'ammiraglio, Francesco il capitano di vascello ha chiamato Oscar; che torna in Sicilia, dopo aver lavorato in continente ed in Francia con altri armatori. Il suo cognome, Pizzo, non è fra i più adatti all'ambiente palermitano, ma tant'è uno il cognome non se lo può scegliere, e poi ha tempo per smentirne il significato, lo farà con le sue azioni. E' stimato, è originario di Siracusa, ed anche se cambia lavoro, dal ricevimento merci e passeggeri alla sala macchine, gioca a suo favore la giovane età e l'intelligenza acuta che presto userà per adattarsi ad ogni situazione.
La musica dell'orchestra che allieterà la navigazione, che si augura felice, è affidata a Gabriele Ferro, siciliano di Palermo, se non andiamo errati; che finora non ricordiamo abbia goduto di grande considerazione nella sua città natale. Ora, dopo aver navigato anche in Allemagna, torna nell'isola. Negli isolani è impossibile cancellare il ricordo della patria, che essendo da grande mare circondata è terra a sè, difficile da assimilare a qualunque altra.
E così l'Orlando 'ritornato' sta ricomponendo a Palermo il 'clan dei siciliani' ( Giambrone, Pizzo, Ferro), detto esclusivamente per le origini dei tre, senz'altra allusione denigratoria. Ci mancherebbe.
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