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venerdì 25 settembre 2015

MiTo distrutto. Il festival Milano-Torino perde le tre teste: MIcheli, Colombo, Restagno. Ma forse non si tratta di 'normale' avvicendamento.

Era ora che qualcosa cambiasse, almeno per la terza, o prima, delle tre teste 'cadute': quella di Enzo Restagno, musicologo, critico musicale, consulennte editoriale, da oltre trent'anni direttore artistico prima del torinese Settembre Musica e poi del fratello gemello milano/torinese MiTo. Il quale Restagno, ha giustificato l' uscita - meditata da tempo (?) - con la sua volontà di dedicarsi agli studi. La Biblioteca nazionale di Parigi l'attende per studiare Debussy. A 74 anni, quanti ne ho -  ha dichiarato - val la pena cambiar vita, se la salute ci assiste.
Ed ha ragione. Magari avrebbe dovuto pensarci al cambio di vita anche prima, molto prima, perchè la permanenza alla guida di una istituzione o manifestazione per una trentina d'anni è sinceramente troppo. Torino in fatto di longevità ai vertici delle istituzioni, almeno quelle musicali che conosciamo,  non vanta il solo primato di Restagno, c'è Vergnano che farà prossimamente vent'anni da quando sovrintende al Regio, ed anche - si parva licet... - Pugliaro che all'Unione musicale ci sta da prima che noi fossimo nati.
 Aggiungere che alcuni di questi direttori artistici a vita, hanno nel frattempo e contemporaneamente fatto anche i giornalisti ed hanno, nel caso di Restagno, lavorato, sempre contemporaneamente, anche per una casa editrice musicale, Ricordi, per nulla interessata alla programmazione del Restagno direttore artistico, sembra particolare di poco conto ma che rappresenta un conflitto grande quanto una casa.  Superato e reso innocuo dalla integrità professionale e morale dell' interessato, va da sè. E comunque  noi lo diciamo per prevenire le malelingue sempre pronte ad accusare anche persone le più integerrime.
 MiTo dunque, per tornare al nostro festival, è stato decapitato, in un sol colpo, del burattinaio amoroso, animatore acutissimo ed elemosiniere ascoltato, qual è  stato Micheli; della mente, Restagno, e del braccio operativo, l'ing. Francesca Colombo che, dopo aver terminato ingloriosamente l'esperienza fiorentina, si è accasata a Cremona ed ora sta per sbarcare a Bologna a capo del Mast, porto più sicuro dell'infida Milano dove, cessato l'Expo, comincerà la guerra dei lunghi coltelli.
 Che forse è ciò che temevano i tre di MiTo, quando hanno preso la saggia decisione di lasciare 'gloriosamente' e prima che qualcuno metta a fuoco e fiamme la cultura  della capitale lombarda. Dove le prossime elezioni già agitano le acque e non solo dei navigli.
 La decurtazione, anzi il dimezzamento dei finanziamenti da parte delle due municipalità, potrebbe essere una concausa, dal momento che ha certamente creato nuovi grattacapi all'eccellente elemosiniere che forse fa lo stesso mestiere anche all'interno del CDA della Scala. Va bene che sono un banchiere - avrebbe sbottato Micheli - e so dove sono i soldi, ma non potete tutti venire da me chiedendomi di procurarvene sempre di più. Non sono fra Cristoforo, anche se resto pur sempre uno che sa far soldi e questo fa.
 A questo punto i due sindaci sperano di poter trovare dei sostituti all'altezza; e forse senza andare tanto lontani, uno almeno potrebbero trovarlo in casa (il direttore artistico del festival che prima è stato torinese ora potrebbe essere milanese): Filippo Del Corno, assessore a Milano, in scadenza, che potrebbe coronare la sua carriera politica con un incarico artistico. E non sarebbe la prima volta: a Palermo, a Giambrone, mettendosi alle costole del sindaco amico, Leoluca Orlando, è riuscito ben due volte di fare la stesa strada che dal Comune lo ha portato al Teatro Massimo.
 Chissà se il fin troppo evidente spreco di denaro pubblico, anche con MiTo, a Milano, dove già la Scala s'è pentita di essere rimasta sempre aperta, per spettatori che non sono arrivati, avendole preferito la fiera dell'EXPO, non abbia giocato un  ruolo in questa decisione che, seppure tutti tentano di darla per normale avvicendamento - il che è anche giusto - nasconde sicuramente una frattura traumatica, come tutti hanno supposto, senza che nessuno però si sia spinto  ad esaminarne cause ed elementi. E tanto meno siamo in grado di farlo noi che non frequentiamo salotti e sedi di partito dove queste decisioni vengono prese.

martedì 9 dicembre 2014

Istituzioni musicali del nostro paese. Realtà e prospettive. Una ricerca IULM commissionata dalla Società del Quartetto di Milano.Suggerimenti e proposte

La storica Società musicale milanese ha pensato di celebrare i suoi 150 anni di vita finanziando una ricerca sul settore  della produzione e distribuzione musicale in Italia. E bene ha fatto. Perchè qualche  elemento   sconosciuto  a molti è emerso.
 Fra i numerosi elementi, conosciuti e non, ne segnaliamo alcuni, sui quali già tante altre volte abbiamo scritto anche su questo blog.
1. Le istituzioni musicali, parliamo prevalentemente di quelle concertistiche, disseminate in tutta la penisola, capillarmente, costituiscono da sempre un tessuto connettivo e vitale, senza il quale, considerata l'assenza della musica nella formazione scolastica, l'Italia sarebbe divenuta, da tempo, terra di analfabeti totali in fatto di musica. Identico benemerito ruolo hanno svolto in Italia le tante scuole comunali di musica, le infinite bande musicali e le Filarmoniche, alcune delle quali ( come, ad esempio, quella di Sansepolcro, Arezzo) hanno superato e festeggiato il secolo di vita. Ed anche  le centinaia e centinaia Cori amatoriali che hanno mantenuto viva la pratica vocale nel nostro paese.  Senza tutte queste piccole, medie ed anche grandi realtà, l'Italia - nonostante le cosiddette Fondazioni liriche, 14 in tutto, che secondo il direttore generale del ministero, Nastasi, sarebbero troppe - sarebbe cancellata dalle cartine del mondo musicale. Ciò detto, va anche rilevato che l'accusa che si muove da tutto il mondo musicale, ribadito anche in questa ricerca, alle Fondazioni liriche che assorbono quasi il 50% del finanziamento pubblico italiano alla musica, sembra essere una sorta di 'invidia del pene maschile',  di  invenzione e memoria femminista.
2.  Se finanziarle tutte, dalle grandi alle piccole, o le sole grandi, è stato un altro elemento affrontato, nel quale si è inserito il direttore generale sollecitando tutti a mettersi insieme, a fondersi, per non disperdere in mille rivoli il già povero finanziamento statale. Ma allora, o queste istituzioni  hanno rappresentato il presidio musicale  nell'Italia della politica ladrona e quindi vanno sostenute, magari con criteri diversi dagli attuali, oppure cancelliamole tutte o in gran parte, così lo Stato trova il modo di buttare quei soldi in altra maniera. Non basta dire che il decreto ministeriale dello scorso 1 luglio stabilisce inequivocabilmente tali criteri. Criteri chiari, all'apparenza, esistevano già. Solo che per la valutazione della qualità e produttività delle singole istituzioni il ministero ha sempre voluto commissioni  addomesticate e non autonome nel pensiero, di cosiddetti tecnici, che tecnici non erano, per manovrarli e fargli sottoscrivere quello che il Ministero voleva. Di tali manovre da parte di Nastasi, sempre lui, s'è avuta notizia qualche volta, con i componenti delle commissioni ridotti a fare i passacarte. Perchè non si sono dimessi? Semplicemente perchè nella loro cooptazione era compreso il giuramento di obbedienza, 'perinde ac cadaver', a Nastasone. Ciò spiega  aumenti di contributi erogati ad associazione che avevano bilanci non proprio entusiasmanti, programmazione di non grandissima qualità ed anche considerevole riduzione del pubblico, come s'è sottolineato in qualche passaggio, durante il convegno milanese di metà ottobre, alla presentazione ufficiale della ricerca
3. Le istituzioni devono essere governate correttamente con criteri assai simili a quelli che governano le imprese economiche, perché una  corretta amministrazione deve essere sempre alla base di qualunque impresa, quale che ne sia la natura. Come mai l'incorruttibile ministero di Nastasi non punisce le istituzioni che non presentano bilanci regolari o non li presentano affatto, oppure quelle che della legge sulla trasparenza che imporne  di pubblicare mansioni ed emolumenti dei vertici se ne fregano? Chi ha provato a navigare fra i siti delle istituzioni sa bene quanta fatica si deve fare per evincere  tali dati,  non sempre presenti, oppure accuratamente nascosti, nei vari siti istituzionali.
 Ad esempio, per quanto abbiamo sbraitato dalle pagine di questo blog, non c'è riuscito ancora di sapere quale compenso percepisca il direttore generale della IUC romana, la signora Fortuna, figlia di Lina, moglie  dell'ingegnere, il fondatore.
4. la programmazione di tante istituzioni - come hanno rilevato gli stessi interessati, inutile negare l'evidenza - è il frutto della messa in cartellone delle proposte dei vari agenti, perché i direttori artistici o non hanno le capacità di formulare un cartellone, o sottobanco prendono mazzette di vario genere, oppure, anch'essi stanno alla regola: non fare tu il lavoro che hanno già fatto gli altri, come ti viene ordinato da chi ti comanda. Chi ha orecchie da intendere intenda.
5. I vertici, specie delle grandi istituzioni musicali non possono essere eterni, come eterni sono a tutt'oggi quelli dell'Unione musicale ( Pugliaro sta lì da due secoli!), della IUC romana (che sono lì da quattro secoli), degli Amici della musica di Firenze ( con Passigli padre figlio e spirito santo della sua istituzione), e potremmo continuare con la stessa Società del Quartetto milanese, con  gli Amici della Musica di Perugia,  con la Giovine Orchestra genovese, dell'Accademia filarmonica romana ecc.. Dopo due mandati,a casa. Solo così c'è speranza di qualche cambiamento, anche di quegli stessi cambiamenti che gli elefanti ai vertici richiedono ma che è quasi impossibile sperare che avvengano, sotto i loro occhi vigili.

lunedì 10 febbraio 2014

Suggerimenti di un cantastorie

Un nostro assiduo lettore ci segnala, dopo aver letto i nostri ultimi post sui compensi, alcune anomalie, anzi mancanze. Il lettore in questione è nostro confratello: un cantastorie. Ci segnala , ad esempio , che nel sito dell'Accademia Filarmonica Romana, compaiono nella sezione amministrazione trasparente, solo i dati di Baratta presidente (che prende zero Euro, forse ci si dovrà rivolgere al sito della Biennale per capire in che misura già grava sulle casse pubbliche; grava già per 130.000 Euro, non una enormità, tutti i suoi direttori artistici sono meglio compensati ed anche il direttore generale. Ma vuoi mettere il presidente) e di Cesare Mazzonis che prende un'elemosina ( 7.000 Euro) e ci dice come mai non ci sono i dati del direttore generale della produzione e dell'assistente alla direzione artistica, citando nomi e cognomi degli interessati, presenti nell'organigramma  e assenti nel settore dell'amministrazione. Già, come mai, presidente Baratta?
 E poi ci consiglia di guardare il sito della IUC, altra benemerita storica istituzione musicale della capitale. Lì, addirittura, la pagina dell'amministrazione trasparente è in 'CONTRUZIONE' (crasi di : confusione e costruzione?). Nell'organigramma si notano  due 'Fortuna' presenti. Una non bastava? Giusta osservazione.
 Siamo poi andati a vedere altri siti importanti per constatare de visu se le rispettive istituzioni avevano ottemperato alla legge che prescriveva la pubblicazione entro il 1 febbraio.  Va sottolineato che in alcune di esse, la voce 'amministrazione trasparente' è messa  in maniera da risultare il meno visibile, ma poi i dati ci sono: ad esempio GOG genovese, Unione musicale Torino, Amici della Musica Perugia, i compensi dei rispettivi direttore artistici( Borgonovo, Pugliaro, Batisti)  vanno da 51 a 57 mila Euro annui. Compensi , possiamo dire equi, se uno fa veramente il direttore artistico ed è impegnato  nella formulazione del calendario ed anche nella organizzazione dei singoli concerti.
 Ma navigando da un sito all'altro, si scoprono delle anomalie. Ad esempio, a Bologna, Gavazzeni , critico musicale de Il Giornale, sul quale anche noi abbiamo scritto per oltre un decennio, riceve oltre 30.000 Euro come compenso per la cura dei programmi di sala. Ciò che ci colpisce è però il fatto che lui fa di mestiere il critico musicale, il che a noi sembra una'anomalia. Faccia il musicologo per il teatro o il critico per Il Giornale, non tutt'e due le cose.
E ciò riporta a galla un problema che da sempre abbiamo sollevato: e cioè la situazione anomala  di coloro che fanno contemporaneamente due mestieri in evidente conflitto di interessi, perché sarebbe come se uno facesse contemporaneamente il medico ed il becchino, senza che nessuno dei rappresentanti delle due onorevoli professioni si offenda.
 Ma tutto questo accade perchè il Ministero emana leggi e regolamenti e poi non controlla. Quante sono ancora le istituzioni che non hanno pubblicato tali dati? che si aspetta a dire a coloro che non l'hanno fatto entro il 1 febbraio,  che quest'anno non avranno diritto a ricevere lo stesso finanziamento dell'anno passato. Almeno una multa, altrimenti la solita storia delle leggi che esistono, ma che nessuno fa osservare. E in Italia questo è un costume antico.