Visualizzazione post con etichetta savinio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta savinio. Mostra tutti i post

venerdì 25 agosto 2017

'Scatola sonora' di Alberto Savinio in una nuova edizione per il Saggiatore

E' appena uscita per i tipi del Saggiatore una nuova edizione della celebre raccolta di scritti musicali di Alberto Savinio, SCATOLA SONORA, che  aveva visto la luce  poco dopo la morte dell'autore, nel 1955, presso Ricordi e poi era stato ripubblicato negli anni Settanta, da Einaudi, a cura di Luigi Rognoni, che aveva preso, in buona sostanza, la prima edizione curata da Fausto Torrefranca, vi aveva aggiunto qualche altro scritto;  l'aveva arricchita anche con una  sua introduzione 'Itinerario musicale di Savinio' - che il curatore dell'attuale edizione  per il Saggiatore, Francesco Lombardi, ha scimmiottato (tanto valeva ripubblicare quella 'd'autore' di Rognoni) - e aveva affidato a Riccarda Vigini la cura delle fonti e della datazione, ove possibile, dei singoli articoli,  fonti e date assai lacunose.

Francesco Lombardi ha ripreso l'edizione precedente e vi ha aggiunto una cinquantina di nuovi articoli, 52 per la precisione, che diventano 49, perchè 3 della precedente edizione li ha cassati, sostituendoli con altri, attinti a fonti diverse dalle precedenti, ma di analogo contenuto, e più completi. E, in fondo, un saggio di Mila De Santis su Savinio: La Scatola sonora di Savinio. La critica come invenzione.

Il titolo della raccolta è il medesimo di una rubrica di Savinio sul settimanale 'SecoloXX', al quale cominciò a collaborare addirittura negli anni Venti.

Ma il grosso  del corpus degli articoli ripresi si deve far risalire al periodo fra le due guerre ed ancor più agli anni del secondo conflitto mondiale e successivi.

C'è una fonte che vediamo citata per la prima volta nella raccolta del Saggiatore, nonostante che da essa nelle raccolte precedenti sia stata attinta una quindicina di articoli, senza mai nominarla, perchè 'non identificata'. Da quella stessa fonte che viene ora indicata con precisione anche di date, la raccolta curata da Lombardi attinge altri 9 articoli, alcuni belli sostanziosi, che  li porta al totale di 25: una ricca silloge che mette quella rivista, che mai era stata nominata prima d'ora, fra quelle alle quali Savinio aveva prestato la sua collaborazione con maggiore assiduità, e non solo con scritti di argomento musicale,  è bene specificarlo, proprio durante gli anni della Seconda guerra mondiale, e cioè 1941-1943.

Quella rivista, innominata fino a qualche anno fa, precisamente ai primi anni Duemila, quando una ricerca puntuale l'aveva  fatta conoscere al mondo dei non studiosi ed anche agli stessi  studiosi ( anche il prof. Alessandro Tinterri, studioso di Savinio, interpellato dall'autore della ricerca, rispondeva che ne conosceva appena il nome, senza averla mai sfogliata anche perché di difficile reperimento).

Si trattava di un mensile, intitolato 'Documento' edito dal gennaio 1941 a giugno 1943, 25 numeri in totale, dall'editore 'Documento', di proprietà di Federigo Valli, uomo del regime, ma di indiscussi meriti, in tempi tanto difficili; meriti editoriali che vanno dalla pubblicazione della rivista a quella   di opere letterarie ( Moravia pubblico la prima edizione di 'Agostino', Lele D'amico, la prima biografia di Goffredo Petrassi ecc...) anche di autori stranieri, fatti tradurre da letterati italiani, in edizioni numerate molto curate., ricercatissime dai bibliofili.

Se si scorre l'indice di 'Scatola sonora' redatto dalla Vigini, nell'edizione Einaudi curata da Luigi Rognoni,  mai vi si legge il nome della rivista 'Documento', nonostante che da essa erano stati attinti ben 16 articoli. Vi sono anche altri articoli dei quali la Vigini non riesce a rintracciare la fonte, ma desta qualche sospetto il fatto che 'Documento'  non venga mai  citato.

L'autore di quello studio su 'Documento'  un'idea se l'era fatta a giustificazione di quell'assenza. A cominciare da Savinio e proseguendo  anche con il curatore Rognoni e la stessa Vigini  ( a differenza di Torrefranca  che mette dentro la prima edizione tutto quello che riesce a trovare a firma Savinio, o con gli pseudonimi che s'incontrano anche in 'Documento' senza curarsi delle fonti), avevano voluto ignorare di proposito la collaborazione effettuata, durante gli anni del regime, ad una rivista 'finanziata dal regime' . Ma se solo si avesse la voglia di guardare all'elenco dei collaboratori di quella rivista, la crema della cultura e dell'arte dell'epoca, finanziata con i soldi del regime, ci si rende conto che le altre riviste anche dopo di quella, impallidiscono al confronto ( un elenco dettagliato è stato pubblicato dalla rivista 'Nuova storia contemporanea' nel 2007, in un saggio dedicato alla collaborazione di Moravia al mensile 'Documento').

Ora la prima volta che riemerse all'oblio  quella rivista, fu per merito di  Rosanna Buttier che nel 1987, pubblicò presso Bulzoni, un piccolo ma prezioso testo intitolato 'Savinio giornalista', nel quale elencava le testate per le quali, in vari campi, Savinio aveva scritto.
Le edizioni successive di 'Scatola sonora', anteriori alla presente, del Saggiatore, hanno bellamente ignorato quella ricerca che avrebbe potuto fornire di alcuni articoli usciti nella silloge fonte e data. E forse, ricorrendo alla fonte - ripetiamo: di non facile reperimento - farne scoprire degli altri.

Come accadde all'autore di quello studio, fortunatamente, agli inizi degli anni Duemila, semplicemente perchè  la raccolta di 'Documento', sebbene incompleta, le venne mostrata da una sua carissima  amica, Alice Valli, figlia dell'editore Federigo. Sfogliarla e leggervi una quantità enorme di tesori soprattutto letterari fu la felice scoperta. Riuscì in seguito a procurarsi i  numeri mancanti, con qualche difficoltà, e alla fine potè analizzare la collezione completa  di 'Documento' .Quale non fu la sua sorpresa quando si accorse che in quella rivista, relativamente a Savinio, c'erano molti degli articoli pubblicati in 'Scatola sonora',  dei quali neppure una volta  era stata indicata la fonte e la data di pubblicazione; e  che una decina, 9 per la precisione, di altri articoli contenuti in 'Documento', non comparivano in 'Scatola sonora', e che dunque erano da considerarsi, a tutti gli effetti, come degli 'inediti'.
 Decise allora, l'autore di quello studio, di pubblicarli in appendice al suo studio, su 'Nuova storia contemporanea', alla fine del 2002, dal titolo: Il 'Documento' rimosso di Savinio.( Anno VI,N.6, Nov.-Dic 2002).

Tornando alla edizione appena uscita presso Il Saggiatore, sorprende che il curatore, Francesco Lombardi, che sicuramente ha avuto sotto gli occhi quello studio  ed anche i testi inediti, che lì vi figurano come appendice e che lui ha ripreso e ripubblicato (senza quello studio  non sarebbe mai venuto a capo della fonte e dei materiali completi, se ne può avere matematica certezza) non si sia sentito in dovere professionale almeno  di citarlo quello studio e magari anche il suo autore, ringraziandolo, come ha fatto con altri che l'hanno aiutato nella ricerca.
 Forse ci penserà nella prossima ristampa.

martedì 21 marzo 2017

A Mozart quel che è di Mozart

Bach è il Battista. Haydn Dio padre, Mozart, il Figlio di Dio, e Beethoven lo Spirito santo. Schubert l'Evangelista.
Ecco la teologia sulla quale la musicologia europea avrebbe fondato la sua fede, e che due musicologi coniugi italiani, Luca Bianchini ed Anna Trombetta, con una loro ricerca, intitolata: 'Mozart. La caduta degli dei',  intendono disconoscere anzi demolire dalle fondamenta, perchè eretica.
Del loro libro, uscito l'anno scorso e e della cui esistenza, dato il successo, si sono lette già molte recensioni, si accorge solo ora una rivista musicale italiana, che affida la recensione confutativa delle tesi dei due, ad un musicologo che si getta nell'impresa anima e corpo, e con armi filologiche affilate.

La tesi - ed è ciò che principalmente ha fatto scalpore - è che Mozart non era quello che una certa musicologia agiografica ci ha tramandato. Non era così come ce lo hanno tramandato nella persona - e fin qui poco importa tutto sommato - ma non era così neanche come musicista. Davvero? Sì, rispondono i due musicologi.

Del catalogo mozartiano molti numeri non sarebbero suoi, e molti altri conterrebbero errori che neppure loro, i due musicologi, che certo non si paragonano a Mozart, avrebbero mai commesso. E giù una sfilza di esempi, a cominciare dalla celebre ouverture del Flauto, costruita sul tema di una sonata nientemeno che del povero Muzio Clementi, che in vita, nel corso di un confronto pubblico, Mozart ebbe a dileggiare, come racconta la musicologia eretica.
Noi l'abbiamo ascoltata. Ma ci siamo convinti che fra la sonata, anzi il tema di una sonata - un tema, un tema come tanti altri, un povero tema, né bello né brutto - e il suo utilizzo nella celebre Ouverture c'è di mezzo il mare. E che nessun altro avrebbe potuto cavare da quel semplice tema la costruzione dell'Ouverture, se non Mozart o uno come Mozart. E i nostri musicologi che dicono? Proseguono con numerosi esempi di imprestiti, come quelli da Paisiello e da altri, che però catalogano come furti, autentici furti, dovuti alla incapacità di Mozart di provvedere a tutto da sé. Arrivando alla conclusione che Mozart senza i vari, numerosi, musicisti saccheggiati non sarebbe Mozart che ci vogliono dare ad intendere. E, che di volta in volta, Mozart sarebbe Paisiello,Clementi, Gretry eccc...
Ciò che la coppia di musicologi non ci dice apertamente è che la storia della musica, non potendosi occupare approfonditamente di tutto, è tarata sulle sue 'vette', dando perciò per scontato che le vette sfolgoranti, per esistere presuppongono, cime meno ardimentose, ma anche colline verdeggianti e perfino dolci ed ampie vallate. La storia della musica come la storia del genere umano in ogni campo se non considera questa varietà sarebbe incompleta ed imprecisa.

E perciò la storia di Mozart che non sarebbe Mozart, ricalca tanti altri maldestri tentativi di riscrivere la storia scardinandone senza ragioni le fondamenta. Ci viene in mente il caso 'Beethoven-Luchesi', sul quale ai tempi della nostra direzione del mensile 'Applausi' pubblicammo qualcosa. Lo scopritore di quell'altro imbroglio, il prof. Taboga, che vi ha scritto un libro, in apparenza assai documentato proprio come quello della coppia Bianchini-Trombetta, vorrebbe portarci a concludere che Beethoven non è che , in molti casi, Andrea Luchesi, ottimo musicista certamente, ma che ha prestato a Beethoven tutta la stoppa necessaria alla sua glorificazione. Meglio non gliel'ha prestata, gli è stata rubata, da Beethoven; e i musicologici della chiesa eretica tedesca che crede in quella trinità l'hanno avallata e predicata, mettendo in soffitta  Luchesi.

Non ci vogliamo addentrare nell'esame dei singoli casi che la coppia di musicologi porta a sostegno della tesi e che presto sarà allargata anche a Beethoven e Haydn, all'intera compagine trinitaria musicale. E' che ci viene da dubitare di tutti coloro che, per quanto ben attrezzati, vogliono capovolgere tutta la storia.
Certo si possono correggere e precisare tanti particolari, dovuti ad errori o distrazioni nei quali anche i musicologi incorrono. Noi stessi abbiamo proposto, appena qualche anno fa, correzioni di questo genere, quando abbiamo studiato Alberto Savinio, del quale abbiamo scoperto molte biricchinate nella raccolta e catalogazione delle fonti dei suoi scritti musicali, Scatola sonora; e come, in passato, facemmo anche con Telemann, studiando a fondo la sua autobiografia più dettagliata, e rilevando errori ed imprecisioni che la musicologia ufficiale ( Alberto Basso, per parlar chiaro, quello che ha scritto la prefazione ad un precedente libro della coppia, esperto di massoneria, e massone agli stesso, inutile negarlo!) ha voluto riconoscere, solo telefonicamente, scusandosi, ma che non ha mai emendato, dove e quando avrebbe dovuto.
Si tratta di correzioni possibili. Ma quando, ad esempio, uscirono due poderosi volumi di Piero Buscaroli che intendevano capovolgere del tutto l'immagine sia di Bach che di Beethoven, anche allora anche noi ci mostrammo diffidenti.

Ciò non vuol dire che non capiamo la giusta aspirazione dei due musicologi, finora impegnati in ricerche su musicisti di secondo piano ed in scoperte e revisioni di opere finite nel dimenticatoio od in qualche faldone polveroso di biblioteche nobiliari, a raggiungere la fama attraverso la denuncia di falso e la demolizione di un mammasantissima, appartenente addirittura alla cosiddetta trinità della musicologia ufficiale.

Quello dei falsi sarebbe un altro capitolo molto interessante da esaminare. Ve ne sono stati in ogni tempo, ed hanno avuto protagonisti anche musicologi illustri, i quali magari hanno accusato colleghi di altrettali misfatti.
Ne ricordiamo un paio: Mario Fabbri (fiorentino, su Bartolomeo Cristofori e sull'invenzione del pianoforte, accampando documenti trovati a Firenze, ma che poi nessun altro ha potuto visionare, semplicemente perché INESISTENTI); ma anche Francesco Degrada (sugli Scarlatti, come ha messo in evidenza anni fa dalle pagine di Music@, il nostro studioso scarlattiano più accreditato, Mario Pagano), tralasciando, per la sua evidente falsità, un terzo, quello dell'Adagio di Albinoni che di Albinoni non è, come tutti sanno, ma di Remo Giazotto.

E tralasciando anche alcuni altri casi altrimenti spiegabili, come quello dell'attribuzione a Felix di alcune opere di sua sorella Fanny Mendelssohn - ambedue i musicisti si firmavano, quando con le sole iniziali: F.M. - o come l'altro, riguardante un musicista morto giovanissimo, al quale sono state attribuite opere più di quante ne avrebbe potuto materialmente scrivere se fosse vissuto il doppio degli anni: Pergolesi.


Come si vede c'è materia infinita nella storia per procedere a riesami e correzioni della storia medesima. Ma da questo a capovolgerla completamente ce ne corre. E noi, quali e quante siano le prove addotte dalla coppia di musicologi, intanto su Mozart e poi anche - come promesso e già minacciato - su Haydn e Beethoven, non perderemo neanche un attimo del nostro tempo ad esaminarle; che, sebbene non prive di qualche fondamento, riteniamo incapaci di minare il piedistallo sul quale nel tempo la storia, con tutti i suoi errori, ha posto Mozart ed altri. 

venerdì 29 maggio 2015

A proposito di inediti, due casi: uno divertente ed uno, invece, molto, ma molto serio, con numerose comparse

Dopo lo svarione di 'Repubblica'  sul falso inedito di Solgenitsyn pubblicato l'altro ieri e smascherato ieri da Socci su 'Libero', ci sono tornati in mente due episodi che sempre con inediti hanno a che fare. Uno assai divertente di molti anni fa ed uno assai più recente che deve far riflettere, come fece riflettere noi quando accadde.
 Cominciamo da quello divertente. Era la seconda metà degli anni Ottanta, e noi dirigevamo una famosa rivista di musica, Piano Time, la quale sin dal primo numero pubblicava una pagina di musica sotto il titolo  iniziale di 'made for you', sul quale D'Amico, per via di quell'inglese casareccio, ironizzò su L'Espresso, e mutato poi nel più italiano, più antico e senz'altro  migliore, ' fogli d'album'.
  Per una di quelle rubriche, d'accordo con un celebre compositore, facemmo uno scherzo innocente. Pubblicammo in fotocopia un manoscritto inedito, di cui conoscevamo l'autore, ma che facemmo finta di non conoscere, invitando i lettori a scoprirlo. Quel manoscritto, che conserviamo ancora, ce lo aveva fornito un celebre compositore nostro amico che agli inizi della sua carriera faceva il copista presso Ricordi.  L'autore di quel brano per pianoforte, ci inviò una lettera, firmata con uno pseudonimo femminile, dicendoci che conosceva quel pezzo, come del resto lo conoscevamo anche noi. Passa qualche giorno e l'autore del pezzo ci invita nella sua bella casa al centro di Roma una sera , per cena. Entrammo a casa sua, sul leggio del grande pianoforte a coda,  l'autore - che era poi Marcello Panni - aveva messo in bella mostra, quel pezzo stampato, anni ed anni prima, da Ricordi. Fu un gioco innocente, ben diverso dal vergognoso tranello, figlio dell' ignoranza, ordito da 'Repubblica' ai danni dei suoi lettori creduloni. Ai quali neppure dopo lo smascheramento ha ritenuto di scusarsi o di dare una qualche giustificazione, ammesso che ve ne fosse una accettabile, oltre l'ignoranza.
 E veniamo ora al caso serio, di una decina di anni fa, poco più. Quando scoprimmo, studiando una celebre rivista di primi anni Quaranta, alcuni inediti di Alberto Savinio, e la tecnica adottata dal celebre musicista pittore, letterato e critico, per non fa riconoscere quella fonte, ritenuta evidentemente 'disonorevole' dopo la caduta del regime, allorchè  confezionò, una decina di anni dopo, la celebre raccolta di scritti musicali, molti dei quali attinti proprio da quella rivista
('Documento') pubblicata da Ricordi nel 1955, con il titolo di 'Scatola sonora', e ripubblicata poi da Einaudi, nel 1977, con la cura di Luigi Rognoni.
 Che aveva fatto Savinio? Aveva cancellato ogni traccia che poteva far risalire i lettori a quella rivista, al punto che anche nell'indice confezionato per l'edizione di Einaudi e curato appositamente da Riccarda Vigini, non v'è traccia alcuna di quella rivista alla quale Savinio aveva collaborato per tutti gli anni della sua pubblicazione (tre in tutto) come critico musicale ed anche come scrittore.
 Una decina di anni dopo l'edizione Einaudi, nel 1987, Rosanna Buttier pubblica presso Bulzoni un libriccino, piccolo ma prezioso, intitolato 'Savinio giornalista', nel quale elenca tutte le testate alle quali Savinio collaborò, compreso 'Documento',  senza però avventurarsi nello studio dei singoli contributi, confrontando gli originali con quelli usciti in 'Scatola sonora', che invece fu ciò che noi facemmo con lavoro certosino, per il settore musicale, scoprendo anche che alla Buttier erano sfuggiti alcuni particolari.
Venne fuori che Savinio avrebbe volutamente occultato quella sua lunga ed intensa collaborazione; non si spiegava altrimenti quella sua azione 'purificatrice' nei riguardi di pezzi usciti sulla rivista e ripresi da 'Scatola sonora'.
A quel nostro studio, che ricostruiva per filo e per segno la collaborazione di Savinio e la sua azione di occultamento, unimmo una serie di articoli molto belli, inediti dopo la loro comparsa su Documento, o quanto meno dimenticati, anche più interessanti di quelli usciti in 'Scatola sonora' e lo proponemmo alla 'Nuova rivista musicale italiana', edita dalla ERI e a 'Studi musicali' edito dall'Accademia di santa Cecilia. Rifiutato.
Ambedue le redazioni non lo ritennero quel nostro studio così interessante ed anche importante, come era a nostro avviso? No, la ragione era un' altra. Ed era da cercare nella nostra assoluta libertà ed indipendenza da qualunque combriccola, anche da quelle musicologiche che nelle due redazioni imperavano, e che noi avevamo, all'occasione anche criticato, e che intesero vendicarsi rifiutando quello studio. A proposito della rivista dell'Accademia in particolare un importante  redattore ci disse che Berio aveva detto. finchè ci sono io nessuno scritto di Acquafredda sarà pubblicato sulla nostra rivista (la storia con Berio è lunga e non possiamo ora raccontarla per intero) e molti musicologi della sua corte assentirono senza neanche esprimere un giudizio sul valore della ricerca. Ma va anche aggiunto, per amore di completezza, che noi allora collaboravamo come critico musicale al quotidiano 'Il giornale' considerato in quelle redazioni musicologiche (da ridere!) come il diavolo nero da evitare per non contrarre la peste ( nella nostra carriera di critico musicale abbiamo scritto anche per Paese Sera, per il Venerdì di Repubblica, e diretto Piano Time, Applausi e poi Music@) ecc.)
Qualche anno dopo quando raccontammo la cosa ad un noto musicologo che faceva parte di una di quelle redazioni, ci sentimmo rispondere che non ci saremmo dovuti rivolgere a qualche 'ragioniere' della musicologia come egli considerava alcuni  redattori ma  a lui che l'avrebbe fatto pubblicare ( perchè non ci avevamo pensato?); ed un altro musicologo di una delle due redazioni ci disse che alla base di quel rifiuto c'era anche la volontà di favorire su quelle riviste, con la pubblicazione, sempre e solo giovani studiosi che provenivano da una università del nord dove quel musicologo redattore, di gran nome, insegnava.
 Fatto sta che nel 2002 quel nostro studio fu pubblicato da 'Nuova storia contemporanea', prestigiosa rivista di ricerca storica, diretta dal prof. Francesco Perfetti, ed alcuni brani veramente inediti ( nel senso che erano usciti negli anni Quaranta e poi ignorati, anche per volontà dello stesso Savinio) furono ripresi da alcuni quotidiani.
 Solo allora qualcuno delle redazioni delle due riviste - non ci va di dire i loro nomi e cognomi, perchè potrebbero non gradirlo - ci dissero: "peccato, avremmo potuto pubblicare noi quel bello studio".
La storia non finisce qui. Ha un seguito abbastanza avvilente e settario, come del resto l'inizio. Incontrammo il direttore di Radio3,  Marino Sinibaldi, al quale mostrammo il nostro studio chiedendogli che venisse presentato a Fahrenheit, che di libri parlava, o in qualche altro spazio della rete radiofonica che si occupava anche di musica. Ci rispose che  ne avrebbe dovuto parlare, per l'autorizzazione, con l'allora responsabile della musica per Radio3 , che era - immaginate chi?- Michele dall'Ongaro, con il quale i nostri rapporti erano inesistenti da  molti anni. I rapporti con dall'Ongaro anche per Sinibaldi, in una radio pubblica, contavano ovviamente più del valore della ricerca e scoperta. Stiamo ancora attendendo una risposta.
Come una seconda risposta stiamo ancora attendendo alla nostra successiva proposta di presentare a Radio3 la nostra biografia di Pappano, uscita per Skira, nel 2007- prima biografia del noto direttore - ed anche una terza risposta alla nostra richiesta di presentare un nostro ulteriore studio su Moravia, del quale avevamo scoperto e pubblicato ancora su 'Nuova storia contemporanea' dei curiosi testi anche musicali.
La ragione per cui nè di Pappano e neppure di Moravia si poteva parlare a Radio3,  sulla base di quei nostri studi, era ancora la presenza di dall'Ongaro come responsabile della musica. Con il quale nel frattempo, dopo un periodo di rapporti cordiali - un  giorno spiegheremo perchè - i rapporti si erano di nuovo interrotti, a seguito di una denuncia nei nostri confronti di dall'Ongaro, dopo l'uscita, a nostra firma, su Music@, di una articolo che lo riguardava e dal quale egli si ritenne diffamato.
Si fece il processo, il giudice decretò che noi avevamo semplicemente esercitato il diritto di critica e che lo avevamo esercitato in maniera corretta, senza recare offesa alcuna al dall'Ongaro, al quale anche per quei tre divieti ( ma ce ne fu in seguito anche un altro, ancora più grave) attendiamo ancora le scuse ed un risarcimento, anche se è trascorso ormai del tempo..

domenica 29 giugno 2014

Irene Brin. Due o tre cose che so di lei. Per Simonetta Fiori

Simonetta Fiori, su Repubblica, anticipa l'uscita di un  un 'diario' della celebre 'storica del costume' - come amava essere considerata e come in realtà ella fu - Irene Brin, al secolo Maria Vittoria Rossi, moglie di Gaspero Del Corso. Si tratta del diario di un anno , il 1952. Titolo del libro ' L'Italia esplode. Diario dell'anno 1952'.
Senonchè, la Fiori incorre in qualche imprecisione o quanto meno fornisce notizie  non complete. Andiamo in ordine. Irene Brin conosce a Roma Gaspero Del Corso che sposa, nei primissimi anni Quaranta, durante i quali tiene una rubrica sul mensile 'Documento' che la Fiori evidentemente ignora- dal titolo 'Usi e costumi' firmando Maria Del Corso o Irene Brin. Il mensile 'Documento' era diretto, come del resto l'omonima casa editrice che lo pubblicava, da Federigo Valli, un editore lungimirante, fascista sui generis, che  aveva fatto della rivista  l'ombrello protettivo di molti intellettuali ed artisti dell'epoca,  anche di quelli che forse non erano allineati del tutto. Ma è bene ricordare che la gran parte di essi - e vi sono i nomi più altisonanti degli intellettuali ed artisti dell'epoca, fu fascista e successivamente, resistente e di sinistra. Comunque sia 'Documento' rappresenta una delle realizzazioni più interessanti e di più alto livello del regime.
 Federigo Valli aveva anche una libreria-galleria, in via Bissolati, 'La Margherita' la cui insegna l'aveva dipinta Alberto Savinio, altro collaboratore di 'Documento',  nelle cui pagine finirono anche molti testi e racconti di Moravia, proprio nei mesi in cui il regime gli aveva  proibito di pubblicare con il suo nome ( su 'Documento' usava più di uno pseudonimo. Uno fra tutti 'Pseudo'.) In quella galleria ebbero luogo mostre ancora più interessanti, visto il periodo, di quelle organizzate dalla Brin e da suo marito Del Corso, successivamente, nella galleria 'L'Obelisco' di via Sistina, che loro aprirono dopo la guerra.
 Federigo Valli affidò la direzione della sua galleria a Del Corso, affiancato da sua moglie. La quale lavorò per Valli anche come traduttrice di testi letterari stranieri, nelle collane che fecero uscire per la prima volta in Italia testi  importanti, in edizioni molto curate ed assai preziose, oggi introvabili.
 Valli pubblicò anche la prima biografia di Goffredo Petrassi, scritta da Fedele D'Amico, con le illustrazioni di Tamburi, un gioiello editoriale. E, dopo la guerra, perfino 'Gott mit uns' con le illustrazioni di Guttuso. Un capolavoro.
 Curiosamente sulla stessa pagina di repubblica, in basso,  si racconta che  'E' di Moravia il libro dell'estate americana'. E il libro che  sta vedendo la luce in questi giorni altro non è che Agostino. Bene, per restare in tema, quel libro, rifiutato da Bompiani, lo pubblicò nel 1944 proprio Federigo Valli, per le edizioni 'Documento', in tiratura limitata.
Solo per amore di verità e precisione.