Sabato l'Accademia di Santa Cecilia ha celebrato, come abbiamo appreso dai giornali, con una mostra ed un libro, dal medesimo titolo 'Pappano 10 e lode', i primi dieci anni di permanenza di Tony Pappano, sul podio della sua Orchestra sinfonica. Nominato direttore musicale nell'aprile del 2003, da Luciano Berio, ancora per poche settimane sovrintendente dell'Accademia, già gravemente malato.
La mostra ed il libro celebrano i fasti di Pappano e, insieme a lui, dell'Orchestra con la quale il direttore, amatissimo dai romani, ha stabilito un rapporto di tale intensità che gli fa considerare l'orchestra romana, più sua di quella del Covent Garden, dove Pappano è approdato un anno prima e dove tuttora resta guida musicale, e principale animatore artistico, parallelamente alla istituzione romana.
Di questi dieci anni vissuti insieme, neppure tanto pericolosamente visti da un osservatore esterno, il libro, più della mostra - che fissa, invece, soltanto alcuni momenti della sua attività, per la gioia soprattutto degli occhi - sicuramente racconterà ogni cosa, perchè ne resti traccia in futuro. Chissà se nulla verrà tralasciato per dovere ed amore di completezza, nel racconto della storia di questa unione che prosegue e che durerà, almeno sulla carta, fino al 2019, avendo superando la fatidica, critica scadenza dei sette anni.
Non dimenticheranno i due fidatissimi cronisti cui l'Accademia ha affidato il compito di raccontare le gesta del direttore e della sua orchestra, ordinatissima nello schieramento sul campo, Annalisa Bini e Umberto Nicoletti Altimari, come iniziò la storia, i primi contatti, le prime interviste, alcune anche clamorose, ed altro ancora.
Ad esempio, non dimenticheranno che una delle primissime interviste, se non addirittura la prima rilasciata ad un giornale italiano, neppure un mese dopo la sua nomina, avvenne a Londra nel suo studio al Covent Garden (uscita poi su 'Il Giornale') con la sua prima dichiarazione d'amore per l'orchestra romana.
Maestro, tanto entusiasmo per la l'incarico romano... sembra esagerato, fuori luogo, perché in fondo "l'orchestra di santa Cecilia non è mica quella dei Wiener Philharmoniker"- gli faceva notare l'intervistatore. Prontissima e spontanea la risposta del direttore incaricato:"Sì, anch' io non sono Karajan".
Nella sua immediatezza fotografava l'entusiasmo con cui Pappano accettava l'incarico romano che, come si è poi visto, gli sta recando onori e fama anche maggiori dell'incarico londinese.
Non dimenticheranno i due fidatissimi cronisti che la sua prima biografia , intitolata semplicemente 'Tony Pappano, direttore d'orchestra', per i tipi della Skira, apparve nel 2007, a meno di due anni dal suo insediamento ufficiale (ottobre 2005) sul podio dell'Orchestra dell'Accademia: fatto abbastanza inusuale per un direttore che all'epoca non aveva neppure cinquant'anni, benché con una storia professionale stabile, guadagnata con sudore e dedizione, già di una quindicina d'anni.
Certamente non dimenticheranno questi particolari e molti altri.
Lo si fa presente perché già altra volta qualche dimenticanza ha colpito soprattutto quella biografia, raccontata con lo stile asciutto del cronista e il linguaggio dei numeri, la cui presentazione ufficiale venne dall'allora sovrintendente ceciliano, Bruno Cagli, procrastinata di mesi, senza spiegazione; ed una volta effettuata, neppure citata nell'annuario dell'Accademia che raccontava giorno dopo giorno le gesta dell'orchestra del suo direttore e di chiunque altro, ed ogni attività, anche semplicemente ospitata, della istituzione. Tutto veniva menzionato su quell'annuario, tranne quella biografia, evidentemente considerata 'dannata' dal sovrintendente.
E l'episodio potrebbe ripetersi anche oggi che alla sovrintendenza siede persona allevata da Cagli e, fatto ancora più rilevante, sconfitto in tribunale dall'autore di quella biografia che l'attuale sovrintendente, allora dirigente RAI, aveva denunciato per diffamazione.
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domenica 22 novembre 2015
Pappano 'dieci e lode'. Una mostra ed un libro celebrativi. Dimenticheranno qualcosa gli esperti cronisti?
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domenica 30 agosto 2015
Visita di fine estate all'Auditorium di Roma. Valorizzazione più che conservazione
Agosto, domenica 30. Quando l'estate è ormai finita - come dice la canzone - noi, per riprendere la vita quotidiana normale, decidiamo di recarci all'Auditorium di Roma, nella cui libreria intendiamo cercare due testi.
La vista all'arrivo è desolante. la strada che fronteggia il complesso architettonico, sulla quale passano macchine e mezzi pubblici, in ambo in sensi di marcia, è una discarica, erbacce incolte, rami d'alberto tagliati e secchi d abbandonati sui marciapiedi impraticabili, isoletta di verde incolta, asfalto in dissesto. Il complesso è ancora sbarrato, sono aperti solo la libreria e il bar-ristorante, che si affaccia sui portici, che è aperto, ma non al pubblico, dove stanno facendo la 'pulizie di pasqua' ( il bar è affidato per la gestione ad un notissimo servizio di catering, sia quello che gli altri presenti negli spazi dell'Auditorium. Inutile ripetere a chi fa capo tale catering, perchè l'abbiamo scritto, e non solo noi, infinite volte). E questo è uno dei fiori all'occhiello della Capitale che 'tutto il mondo ci invidia'- come dicono sempre i politici - ma che noi siamo bravissimi a far andare in malora, con ogni mezzo, compresa l'incuria.
A cominciare dalla gestione e conduzione della libreria. Ci rivolgiamo ad un addetto per chiedergli di un volume ' di Skira'; ma lui non sa come si scrive Skira - che è poi uno degli editori i cui volumi sono presentissimi nella libreria.
Passiamo sopra, ma la sorpresa maggiore ci viene quando cerchiamo di individuare il settore dei libri di argomento musicale che non vediamo più dove era sempre stato e che a noi era ormai famigliare.
Ce lo indica - laggiù ci dice, infondo al reparto dischi. Sembrerebbe una 'razionalizzazione'- come spesso si dice quando si vogliono peggiorare le cose in Italia. Perchè, in realtà, anche prima era vicino al settore dischi, del quale costituiva una sorta di anticamera. Ora gli si sono ristretti i connotati, il bancone espositivo si è ridotto e i libri di musica sono ammucchiati, accatastati come in un deposito, nel quale non è semplice neanche scorrere con lo sguardo tutti i titoli presenti, e cercare un volume addirittura impossibile., e perciò ci siamo rivolti all'addetto incompetente.
Gli spazi espositivi in cui prima c'era anche la musica ora sono occupati dai libri di 'viaggi' e 'cucina'. Ci viene il sospetto che, prima di andar via definitivamente dall'Auditorium, Carlo Fuortes, abbia messo in pratica la 'valorizzazione' tanto voluta da Franceschini per i nostri beni o tesori culturali, come l'Auditorium. Tali beni devono essere sì conservati - e l'Auditorium, invece, per come si presenta al visitatore che vi giunge la prima volta, all'esterno risulta come in abbandono - ma soprattutto 'valorizzati', che nel nostro caso e secondo la 'vulgata francechina' vuol dire: cucina e viaggi tirano più della musica e allora, anche in un luogo segnato dalla musica più che dalla cucina e dai viaggi, facciamo un forte innesto di cucina ( fra breve la bella pacioccona Clerici di Rai 1, vi terrà un corso di cucina nello spazio 'Risonanze'), e accanto al museo degli strumenti musicali, il prossimo amministratore delegato dell'Auditorium, lo spagnolo da poco nominato il cui cognome rimanda involontariamente echi di terre lontane segnate dal traffico di droga, Noriega, aprirà una agenzia di viaggi.
Conservare, e soprattutto valorizzare, questo l'ordine.
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venerdì 29 maggio 2015
A proposito di inediti, due casi: uno divertente ed uno, invece, molto, ma molto serio, con numerose comparse
Dopo lo svarione di 'Repubblica' sul falso inedito di Solgenitsyn pubblicato l'altro ieri e smascherato ieri da Socci su 'Libero', ci sono tornati in mente due episodi che sempre con inediti hanno a che fare. Uno assai divertente di molti anni fa ed uno assai più recente che deve far riflettere, come fece riflettere noi quando accadde.
Cominciamo da quello divertente. Era la seconda metà degli anni Ottanta, e noi dirigevamo una famosa rivista di musica, Piano Time, la quale sin dal primo numero pubblicava una pagina di musica sotto il titolo iniziale di 'made for you', sul quale D'Amico, per via di quell'inglese casareccio, ironizzò su L'Espresso, e mutato poi nel più italiano, più antico e senz'altro migliore, ' fogli d'album'.
Per una di quelle rubriche, d'accordo con un celebre compositore, facemmo uno scherzo innocente. Pubblicammo in fotocopia un manoscritto inedito, di cui conoscevamo l'autore, ma che facemmo finta di non conoscere, invitando i lettori a scoprirlo. Quel manoscritto, che conserviamo ancora, ce lo aveva fornito un celebre compositore nostro amico che agli inizi della sua carriera faceva il copista presso Ricordi. L'autore di quel brano per pianoforte, ci inviò una lettera, firmata con uno pseudonimo femminile, dicendoci che conosceva quel pezzo, come del resto lo conoscevamo anche noi. Passa qualche giorno e l'autore del pezzo ci invita nella sua bella casa al centro di Roma una sera , per cena. Entrammo a casa sua, sul leggio del grande pianoforte a coda, l'autore - che era poi Marcello Panni - aveva messo in bella mostra, quel pezzo stampato, anni ed anni prima, da Ricordi. Fu un gioco innocente, ben diverso dal vergognoso tranello, figlio dell' ignoranza, ordito da 'Repubblica' ai danni dei suoi lettori creduloni. Ai quali neppure dopo lo smascheramento ha ritenuto di scusarsi o di dare una qualche giustificazione, ammesso che ve ne fosse una accettabile, oltre l'ignoranza.
E veniamo ora al caso serio, di una decina di anni fa, poco più. Quando scoprimmo, studiando una celebre rivista di primi anni Quaranta, alcuni inediti di Alberto Savinio, e la tecnica adottata dal celebre musicista pittore, letterato e critico, per non fa riconoscere quella fonte, ritenuta evidentemente 'disonorevole' dopo la caduta del regime, allorchè confezionò, una decina di anni dopo, la celebre raccolta di scritti musicali, molti dei quali attinti proprio da quella rivista
('Documento') pubblicata da Ricordi nel 1955, con il titolo di 'Scatola sonora', e ripubblicata poi da Einaudi, nel 1977, con la cura di Luigi Rognoni.
Che aveva fatto Savinio? Aveva cancellato ogni traccia che poteva far risalire i lettori a quella rivista, al punto che anche nell'indice confezionato per l'edizione di Einaudi e curato appositamente da Riccarda Vigini, non v'è traccia alcuna di quella rivista alla quale Savinio aveva collaborato per tutti gli anni della sua pubblicazione (tre in tutto) come critico musicale ed anche come scrittore.
Una decina di anni dopo l'edizione Einaudi, nel 1987, Rosanna Buttier pubblica presso Bulzoni un libriccino, piccolo ma prezioso, intitolato 'Savinio giornalista', nel quale elenca tutte le testate alle quali Savinio collaborò, compreso 'Documento', senza però avventurarsi nello studio dei singoli contributi, confrontando gli originali con quelli usciti in 'Scatola sonora', che invece fu ciò che noi facemmo con lavoro certosino, per il settore musicale, scoprendo anche che alla Buttier erano sfuggiti alcuni particolari.
Venne fuori che Savinio avrebbe volutamente occultato quella sua lunga ed intensa collaborazione; non si spiegava altrimenti quella sua azione 'purificatrice' nei riguardi di pezzi usciti sulla rivista e ripresi da 'Scatola sonora'.
A quel nostro studio, che ricostruiva per filo e per segno la collaborazione di Savinio e la sua azione di occultamento, unimmo una serie di articoli molto belli, inediti dopo la loro comparsa su Documento, o quanto meno dimenticati, anche più interessanti di quelli usciti in 'Scatola sonora' e lo proponemmo alla 'Nuova rivista musicale italiana', edita dalla ERI e a 'Studi musicali' edito dall'Accademia di santa Cecilia. Rifiutato.
Ambedue le redazioni non lo ritennero quel nostro studio così interessante ed anche importante, come era a nostro avviso? No, la ragione era un' altra. Ed era da cercare nella nostra assoluta libertà ed indipendenza da qualunque combriccola, anche da quelle musicologiche che nelle due redazioni imperavano, e che noi avevamo, all'occasione anche criticato, e che intesero vendicarsi rifiutando quello studio. A proposito della rivista dell'Accademia in particolare un importante redattore ci disse che Berio aveva detto. finchè ci sono io nessuno scritto di Acquafredda sarà pubblicato sulla nostra rivista (la storia con Berio è lunga e non possiamo ora raccontarla per intero) e molti musicologi della sua corte assentirono senza neanche esprimere un giudizio sul valore della ricerca. Ma va anche aggiunto, per amore di completezza, che noi allora collaboravamo come critico musicale al quotidiano 'Il giornale' considerato in quelle redazioni musicologiche (da ridere!) come il diavolo nero da evitare per non contrarre la peste ( nella nostra carriera di critico musicale abbiamo scritto anche per Paese Sera, per il Venerdì di Repubblica, e diretto Piano Time, Applausi e poi Music@) ecc.)
Qualche anno dopo quando raccontammo la cosa ad un noto musicologo che faceva parte di una di quelle redazioni, ci sentimmo rispondere che non ci saremmo dovuti rivolgere a qualche 'ragioniere' della musicologia come egli considerava alcuni redattori ma a lui che l'avrebbe fatto pubblicare ( perchè non ci avevamo pensato?); ed un altro musicologo di una delle due redazioni ci disse che alla base di quel rifiuto c'era anche la volontà di favorire su quelle riviste, con la pubblicazione, sempre e solo giovani studiosi che provenivano da una università del nord dove quel musicologo redattore, di gran nome, insegnava.
Fatto sta che nel 2002 quel nostro studio fu pubblicato da 'Nuova storia contemporanea', prestigiosa rivista di ricerca storica, diretta dal prof. Francesco Perfetti, ed alcuni brani veramente inediti ( nel senso che erano usciti negli anni Quaranta e poi ignorati, anche per volontà dello stesso Savinio) furono ripresi da alcuni quotidiani.
Solo allora qualcuno delle redazioni delle due riviste - non ci va di dire i loro nomi e cognomi, perchè potrebbero non gradirlo - ci dissero: "peccato, avremmo potuto pubblicare noi quel bello studio".
La storia non finisce qui. Ha un seguito abbastanza avvilente e settario, come del resto l'inizio. Incontrammo il direttore di Radio3, Marino Sinibaldi, al quale mostrammo il nostro studio chiedendogli che venisse presentato a Fahrenheit, che di libri parlava, o in qualche altro spazio della rete radiofonica che si occupava anche di musica. Ci rispose che ne avrebbe dovuto parlare, per l'autorizzazione, con l'allora responsabile della musica per Radio3 , che era - immaginate chi?- Michele dall'Ongaro, con il quale i nostri rapporti erano inesistenti da molti anni. I rapporti con dall'Ongaro anche per Sinibaldi, in una radio pubblica, contavano ovviamente più del valore della ricerca e scoperta. Stiamo ancora attendendo una risposta.
Come una seconda risposta stiamo ancora attendendo alla nostra successiva proposta di presentare a Radio3 la nostra biografia di Pappano, uscita per Skira, nel 2007- prima biografia del noto direttore - ed anche una terza risposta alla nostra richiesta di presentare un nostro ulteriore studio su Moravia, del quale avevamo scoperto e pubblicato ancora su 'Nuova storia contemporanea' dei curiosi testi anche musicali.
La ragione per cui nè di Pappano e neppure di Moravia si poteva parlare a Radio3, sulla base di quei nostri studi, era ancora la presenza di dall'Ongaro come responsabile della musica. Con il quale nel frattempo, dopo un periodo di rapporti cordiali - un giorno spiegheremo perchè - i rapporti si erano di nuovo interrotti, a seguito di una denuncia nei nostri confronti di dall'Ongaro, dopo l'uscita, a nostra firma, su Music@, di una articolo che lo riguardava e dal quale egli si ritenne diffamato.
Si fece il processo, il giudice decretò che noi avevamo semplicemente esercitato il diritto di critica e che lo avevamo esercitato in maniera corretta, senza recare offesa alcuna al dall'Ongaro, al quale anche per quei tre divieti ( ma ce ne fu in seguito anche un altro, ancora più grave) attendiamo ancora le scuse ed un risarcimento, anche se è trascorso ormai del tempo..
Cominciamo da quello divertente. Era la seconda metà degli anni Ottanta, e noi dirigevamo una famosa rivista di musica, Piano Time, la quale sin dal primo numero pubblicava una pagina di musica sotto il titolo iniziale di 'made for you', sul quale D'Amico, per via di quell'inglese casareccio, ironizzò su L'Espresso, e mutato poi nel più italiano, più antico e senz'altro migliore, ' fogli d'album'.
Per una di quelle rubriche, d'accordo con un celebre compositore, facemmo uno scherzo innocente. Pubblicammo in fotocopia un manoscritto inedito, di cui conoscevamo l'autore, ma che facemmo finta di non conoscere, invitando i lettori a scoprirlo. Quel manoscritto, che conserviamo ancora, ce lo aveva fornito un celebre compositore nostro amico che agli inizi della sua carriera faceva il copista presso Ricordi. L'autore di quel brano per pianoforte, ci inviò una lettera, firmata con uno pseudonimo femminile, dicendoci che conosceva quel pezzo, come del resto lo conoscevamo anche noi. Passa qualche giorno e l'autore del pezzo ci invita nella sua bella casa al centro di Roma una sera , per cena. Entrammo a casa sua, sul leggio del grande pianoforte a coda, l'autore - che era poi Marcello Panni - aveva messo in bella mostra, quel pezzo stampato, anni ed anni prima, da Ricordi. Fu un gioco innocente, ben diverso dal vergognoso tranello, figlio dell' ignoranza, ordito da 'Repubblica' ai danni dei suoi lettori creduloni. Ai quali neppure dopo lo smascheramento ha ritenuto di scusarsi o di dare una qualche giustificazione, ammesso che ve ne fosse una accettabile, oltre l'ignoranza.
E veniamo ora al caso serio, di una decina di anni fa, poco più. Quando scoprimmo, studiando una celebre rivista di primi anni Quaranta, alcuni inediti di Alberto Savinio, e la tecnica adottata dal celebre musicista pittore, letterato e critico, per non fa riconoscere quella fonte, ritenuta evidentemente 'disonorevole' dopo la caduta del regime, allorchè confezionò, una decina di anni dopo, la celebre raccolta di scritti musicali, molti dei quali attinti proprio da quella rivista
('Documento') pubblicata da Ricordi nel 1955, con il titolo di 'Scatola sonora', e ripubblicata poi da Einaudi, nel 1977, con la cura di Luigi Rognoni.
Che aveva fatto Savinio? Aveva cancellato ogni traccia che poteva far risalire i lettori a quella rivista, al punto che anche nell'indice confezionato per l'edizione di Einaudi e curato appositamente da Riccarda Vigini, non v'è traccia alcuna di quella rivista alla quale Savinio aveva collaborato per tutti gli anni della sua pubblicazione (tre in tutto) come critico musicale ed anche come scrittore.
Una decina di anni dopo l'edizione Einaudi, nel 1987, Rosanna Buttier pubblica presso Bulzoni un libriccino, piccolo ma prezioso, intitolato 'Savinio giornalista', nel quale elenca tutte le testate alle quali Savinio collaborò, compreso 'Documento', senza però avventurarsi nello studio dei singoli contributi, confrontando gli originali con quelli usciti in 'Scatola sonora', che invece fu ciò che noi facemmo con lavoro certosino, per il settore musicale, scoprendo anche che alla Buttier erano sfuggiti alcuni particolari.
Venne fuori che Savinio avrebbe volutamente occultato quella sua lunga ed intensa collaborazione; non si spiegava altrimenti quella sua azione 'purificatrice' nei riguardi di pezzi usciti sulla rivista e ripresi da 'Scatola sonora'.
A quel nostro studio, che ricostruiva per filo e per segno la collaborazione di Savinio e la sua azione di occultamento, unimmo una serie di articoli molto belli, inediti dopo la loro comparsa su Documento, o quanto meno dimenticati, anche più interessanti di quelli usciti in 'Scatola sonora' e lo proponemmo alla 'Nuova rivista musicale italiana', edita dalla ERI e a 'Studi musicali' edito dall'Accademia di santa Cecilia. Rifiutato.
Ambedue le redazioni non lo ritennero quel nostro studio così interessante ed anche importante, come era a nostro avviso? No, la ragione era un' altra. Ed era da cercare nella nostra assoluta libertà ed indipendenza da qualunque combriccola, anche da quelle musicologiche che nelle due redazioni imperavano, e che noi avevamo, all'occasione anche criticato, e che intesero vendicarsi rifiutando quello studio. A proposito della rivista dell'Accademia in particolare un importante redattore ci disse che Berio aveva detto. finchè ci sono io nessuno scritto di Acquafredda sarà pubblicato sulla nostra rivista (la storia con Berio è lunga e non possiamo ora raccontarla per intero) e molti musicologi della sua corte assentirono senza neanche esprimere un giudizio sul valore della ricerca. Ma va anche aggiunto, per amore di completezza, che noi allora collaboravamo come critico musicale al quotidiano 'Il giornale' considerato in quelle redazioni musicologiche (da ridere!) come il diavolo nero da evitare per non contrarre la peste ( nella nostra carriera di critico musicale abbiamo scritto anche per Paese Sera, per il Venerdì di Repubblica, e diretto Piano Time, Applausi e poi Music@) ecc.)
Qualche anno dopo quando raccontammo la cosa ad un noto musicologo che faceva parte di una di quelle redazioni, ci sentimmo rispondere che non ci saremmo dovuti rivolgere a qualche 'ragioniere' della musicologia come egli considerava alcuni redattori ma a lui che l'avrebbe fatto pubblicare ( perchè non ci avevamo pensato?); ed un altro musicologo di una delle due redazioni ci disse che alla base di quel rifiuto c'era anche la volontà di favorire su quelle riviste, con la pubblicazione, sempre e solo giovani studiosi che provenivano da una università del nord dove quel musicologo redattore, di gran nome, insegnava.
Fatto sta che nel 2002 quel nostro studio fu pubblicato da 'Nuova storia contemporanea', prestigiosa rivista di ricerca storica, diretta dal prof. Francesco Perfetti, ed alcuni brani veramente inediti ( nel senso che erano usciti negli anni Quaranta e poi ignorati, anche per volontà dello stesso Savinio) furono ripresi da alcuni quotidiani.
Solo allora qualcuno delle redazioni delle due riviste - non ci va di dire i loro nomi e cognomi, perchè potrebbero non gradirlo - ci dissero: "peccato, avremmo potuto pubblicare noi quel bello studio".
La storia non finisce qui. Ha un seguito abbastanza avvilente e settario, come del resto l'inizio. Incontrammo il direttore di Radio3, Marino Sinibaldi, al quale mostrammo il nostro studio chiedendogli che venisse presentato a Fahrenheit, che di libri parlava, o in qualche altro spazio della rete radiofonica che si occupava anche di musica. Ci rispose che ne avrebbe dovuto parlare, per l'autorizzazione, con l'allora responsabile della musica per Radio3 , che era - immaginate chi?- Michele dall'Ongaro, con il quale i nostri rapporti erano inesistenti da molti anni. I rapporti con dall'Ongaro anche per Sinibaldi, in una radio pubblica, contavano ovviamente più del valore della ricerca e scoperta. Stiamo ancora attendendo una risposta.
Come una seconda risposta stiamo ancora attendendo alla nostra successiva proposta di presentare a Radio3 la nostra biografia di Pappano, uscita per Skira, nel 2007- prima biografia del noto direttore - ed anche una terza risposta alla nostra richiesta di presentare un nostro ulteriore studio su Moravia, del quale avevamo scoperto e pubblicato ancora su 'Nuova storia contemporanea' dei curiosi testi anche musicali.
La ragione per cui nè di Pappano e neppure di Moravia si poteva parlare a Radio3, sulla base di quei nostri studi, era ancora la presenza di dall'Ongaro come responsabile della musica. Con il quale nel frattempo, dopo un periodo di rapporti cordiali - un giorno spiegheremo perchè - i rapporti si erano di nuovo interrotti, a seguito di una denuncia nei nostri confronti di dall'Ongaro, dopo l'uscita, a nostra firma, su Music@, di una articolo che lo riguardava e dal quale egli si ritenne diffamato.
Si fece il processo, il giudice decretò che noi avevamo semplicemente esercitato il diritto di critica e che lo avevamo esercitato in maniera corretta, senza recare offesa alcuna al dall'Ongaro, al quale anche per quei tre divieti ( ma ce ne fu in seguito anche un altro, ancora più grave) attendiamo ancora le scuse ed un risarcimento, anche se è trascorso ormai del tempo..
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