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giovedì 15 marzo 2018

Gli ANTROPOFAGI sono anche all'Opera di Roma

Il termine usato da Battistelli per stigmatizzare l'atteggiamento distruttivo degli stessi operatori musicali in Italia, a danno della produzione contemporanea, ci ha incuriosito e fatto venire in mente come anche lui, Battistelli, potrebbe appartenere alla medesima categoria che accusa ma che conosce bene. Ci spieghiamo.

 L'Opera di Roma aveva bandito un concorso di composizione per un'opera nuova, ancora ai tempi in cui era direttore Riccardo Muti, che avrebbe dovuto presiedere la commissione giudicatrice e che  avrebbe dovuto svolgersi  fra il 2013/14.

Fuortes, arrivato in teatro, per non smentire la sua strenua difesa del 'nuovo' nel teatro d'opera, che poi si capirà essere limitato esclusivamente alle cosiddette 'regie d'avanguardia', le uniche che potevano salvare l'opera dal suo aspetto museale - parole sue! - senza comprendere anche, e principalmente, la commissione e produzione di nuove opere,  volle portare a termine quel concorso.

Aggiornò la giuria, nella quale  dovette sostituire Muti, ormai fuori dal teatro, e vi fece entrare quelli che oggi, alla prova dei fatti, noi consideriamo andropofagi, di ambo i sessi, perchè dopo aver attribuito la vittoria ad un titolo, ancora non l'hanno rappresentata, l'hanno cioè fagocitata, distrutta, divorata, uccisa.
 La giuria, presieduta da Fuortes - ditemi voi cosa c'entrava il sovrintendente  il cui unico compito doveva essere quello di portare in scena l'opera vincitrice - era composta da Battistelli, quello che accusa il mondo musicale italiano di andropofagia, dal regista Barberio Corsetti, che forse avrebbe dovuto provvedere successivamente alla messinscena dell'opera, dalla poetessa Patrizia Cavalli, che avrebbe dovuto giudicare il libretto, ed infine da Alessio Vlad, direttore artistico dell'Opera, il più grande 'dai tempi di Marconi'.

 Il regolamento del concorso recitava che al vincitore sarebbero andati 20.000 Euro di premio in  denaro - l'astronomica cifra Fuortes l'aveva messa insieme chiedendo elemosine all'ENI, a Deutsche Bank, a Paolo e Maite Bulgari: 5000 Euro a capoccia! - e la messinscena nel Festival di opera contemporanea, più noto come FFF, che il Teatro dell'Opera aveva affidato proprio a Battistelli.

 Serve ricordare che quel festival  durò pochissimo, Fuortes i soldi li spendeva altrimenti, e lo chiuse senza rimorsi, mandando via anche Battistelli, secondo direttore artistico,  senza che il celebre compositore manifestasse  disappunto o critiche all'operato del sovrintentdente. Non si sa mai, in futuro...

 Risultò  vincitrice l'opera Un Romano a Marte, musica di Montalti, libretto di Compagno, la quale attende ancora il battesimo del palcoscenico a Roma. Fuortes non ha mai spiegato chiaramente perchè ancora non ha dato seguito alle conclusioni del concorso; e Battistelli che critica tutti, non ha mai puntato il dito contro Fuortes e neppure si è dato da fare per la messinscena dell'opera. Ha lasciato correre, mentre Montalti e Compagno aspettano ancora.

Se aspettano a Roma, Montalti e Compagno  non hanno atteso più del tempo necessario a Spoleto, dove per iniziativa del Teatro Sperimentale, diretto da mezzo secolo circa da Michelangelo Zurletti, hanno realizzato e messo in scena un 'opera, dal profumo 'rossiniano', nel breve tempo di una stagione.

P.S. Abbiamo appreso - notizia riservatissima- che Un romano a Marte, opera di Montalti su libretto di Compagno, vincitrice del Concorso bandito nel 2013, dovrebbe andare in scena all'Opera di Roma, nel 2019. Se le cose stanno così, sebbene con imperdonabile ritardo, sarebbe comunque una buona notizia.

martedì 27 giugno 2017

Carlo Fuortes: sarà una stagione di successi

Lui lo sa da prima di cominciare, lui  è Carlo Fuortes,  e a proposito della prossima stagione dell'Opera di Roma che ha appena annunciato, buon ultimo fra i teatri di più antica storia del nostro paese, ha assicurato del successo: sarà una stagione di successi? Chi glielo ha assicurato? I registi chiamati - adesso ha tolto l'aggettivo 'grandi' che nelle stagione passate utilizzava ad ogni piè sospinto - a lavorare all'Opera, che sono:  Popolizio, debuttante, ed i i collaudati e fedelissimi di Fuortes, Barberio Corsetti, Michieletto, Pippo Delbono, Alex Ollé ecc...A Lui bastano loro, soprattutto loro, poi i direttori , beh su quelli ... Mentre sulle cantanti, una passerella di bellissime, anche su quelle punta Fuortes.

Senonchè, nel corso della conferenza stampa, Fuortes, dopo aver assicurato  che per il terzo anno consecutivo l'Opera chiude il bilancio in pareggio (ma i debiti pregressi sono ancora una montagna ed a quelli si provvede altrimenti, e sarà lui  a dovervi provvedere!) ha sottolineato che l'età media degli spettatori dell'Opera si sta abbassando: sempre più giovani frequentano il Costanzi (non sarà che la media degli spettatori giovani si è alzata da quando si apre il teatro, per le 'generali', agli studenti?), e che il pubblico è aumentato (caso strano: secondo una recente inchiesta il pubblico è aumentato soprattutto nei teatri più disastrati economicamente come Bologna, Roma, Firenze e Bari. Saranno loro, i nuovi invasori, a creare deficit di bilancio?).

 Poi, evidentemente sollecitato dal solito giornalista inopportuno e ficcanaso - perché fosse stato per Fuortes l'argomento non era da toccare - ha confessato che ha sbagliato a nominare Giorgio Battistelli, (perchè era sufficiente - per quanto insufficiente di suo - era Alessio Vlad, sottolinea il giornalista amico del Vlad)  per la cui presenza era stato costretto - senza voglia, altro che proclami sul teatro contemporaneo!- a inventare il Festival di teatro contemporaneo che ha avuto vita brevissima, una sola stagione, e quei concerti  che si sono segnalati all'opinione pubblica per il palcoscenico avanzato in platea ( forse per coprire le poltrone altrimenti vuote!).

Adesso Battistelli  se ne è andato e forse reagirà alla  bordata del sovrintendente amico - avrebbe dovuto restare se non c'erano i soldi per fare il secondo festival  e i concerti con il palcoscenico proteso in platea?- E l'opera che attendeva di essere rappresentata proprio in questa seconda edizione del festival, 'Un romano a Marte', di Montalti-Compagno, vincitrice del concorso di composizione bandito dal teatro, nel biennio 2013-4  che fine fa? deve ancora attendere? Per fortuna che ai vincitori è andato anche un premio in denaro, che ci sia augura, sia stato già consegnato di 20.000 Euro, una somma stratosferica, per raggiungere la quale Fuortes, per il teatro, aveva bussato a Eni, Deutsch Bank, Maite e Paolo Bulgari.

Ma nessuno ha chiesto a Fuortes del destino di quell'opera, nè Fuortes ha  anticipato la data in cui è prevista la rappresentazione, come da regolamento del concorso. Intanto è sicuro che neanche nella prossima stagione. 2017-8, l'opera di Montalti-Compagno andrà in scena.

 Per il resto, Fuortes ha dato la sua parola: sarà una stagione di successi!

lunedì 21 novembre 2016

L'indagine della Makno sul pubblico della Scala ci induce a qualche riflessione

 Tralasciamo volutamente ogni apprezzamento sulla attendibilità di sondaggi, indagini, previsioni, dopo le recenti figuracce di sondaggisti di ogni parte e scuola sulle elezioni americane ecc... perchè - come diceva uno studioso - spesso gli interpellati non confessano ciò che pensano veramente e talvolta si vergognano di dichiarare  le loro debolezze o nefandezze; e perchè  quasi sempre colui che fa il sondaggio non riesce a guadare le cose come stanno, spogliandosi delle proprie convinzioni. A ciò aggiungiamo anche un altro elemento e cioè il peso del committente di sondaggi ed inchieste. E così il quadro relativo - nella maggior parte dei casi -  degli esiti accusa forti condizionamenti.

Abbiamo ancora presenti gli esiti di sondaggi che ogni mese fa una rivista di musica, e che  negli ultimi tempi ci ha rivelato essere stata Maria Callas la più grande cantante del secolo passato, e l'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia una delle migliori del mondo, capovolgendo ogni precedente convinzione e classifica.

Tornando all'indagine Makno della quale abbiamo letto su molti giornali, i risultati sarebbero questi: il pubblico giovane è cresciuto negli ultimi dieci anni (ma non sarà forse per il fatto che la Scala fa spettacoli per ragazzi, ed apre le sue porte, nelle grandi occasioni, al pubblico di studenti, mentre il pubblico 'normale' è cambiato assai poco?) ; è cresciuto anche il pubblico che viene da fuori Milano ed anche da fuori Italia; la Scala è considerata come il monte Everest che tutti vorrebbero scalare anche quelli che non ci hanno mai pensato; che la Scala è vista soprattutto come il teatro della grande tradizione operistica italiana ed anche qualche altra cosetta.

L'indagine non dice che in questi giorni è entrato come socio fondatore Del Vecchio, il patron di Luxottica e che Squinzi, l'uomo Mapei, già a capo della Confindustria, è entrato nel CdA della Scala; questo lo fa sapere la Scala, negli stessi giorni in cui diffonde i meravigliosi risultati dell'indagine Makno.
Qualche giornale ha fatto notare che lo svecchiamento del pubblico non viaggia di  pari passo con l'interesse per il nuovo, perché la Scala resta pur sempre, nella considerazione generale, lo scrigno della tradizione italiana. E questo ha scocciato parecchio al giornalista che lo annotava, perché il pubblico giovane avrebbe dovuto voler dire anche opere nuove.

A poca distanza dall'esito dell'indagine Makno, un altro giornale aveva fatto la sua indagine 'casereccia', titolando 'Stregati dalla musica classica', fornendo dati strampalati, frutto di sciatteria, e cantando vittoria prima che l'esercito nemico, l'esercito dell'indifferenza e della cattiva amministrazione,  sia stato sconfitto.
 A sostegno del forzato bollettino della vittoria, che serviva anche per dare ad intendere che anche gli altri teatri non sono da meno,  le solite dichiarazioni del sovrintendente romano che canta vittoria perché nel suo teatro - teatro d'opera!!! - arrivano Bellocchio, Barberio Corsetti e la Fura dels Baus ( ma che si sono messi a cantare pure loro?) - e l'operazione 'Opera camion che ha rivoluzionato il modo di ascoltare l'opera - non più in teatro, ma a due passi da casa e all'aperto, ma solo con la buona stagione - e con un contenimento del costo dei biglietti.
 Indagini più che di fatti di buone intenzioni come quella emersa dall'indagine Makno, relativa a coloro che alla Scala non sono mai stati, ma che andarci è in cima ai loro desideri (che aspettano?) e che servono semmai a mettere sull'avviso il governo che minaccia sfracelli legislativi per i teatri d'opera.

Tutto questo chiasso ci ha fatto venire in mente un famoso convegno ospitato in Campidoglio,  a metà degli anni Ottanta. Organizzato dal CIDIM del barone Agnello, vi parteciparono molti illustri esponenti del mondo musicale da Fontana alla Belgeri, da Bussotti a Mimma Guastoni, allora a capo di Ricordi ecc... Partecipammo, invitati, anche noi che allora dirigevamo il mensile 'Piano Time'.
Nella sala  scese il gelo quando intervenendo, non senza qualche timore, dicemmo coram populo, che tutto quel chiasso - il chiasso del convegno - serviva in realtà al barone Agnello, che l'aveva organizzato, per vantare meriti nei confronti del Ministero, al quale si apprestava a chiedere finanziamenti più cospicui . Il barone, assai imbarazzato, rispondendo alle nostre osservazione, non seppe che sbatterci in faccia tutti i meriti, infiniti, della sua carriera di  operatore musicale, fra i quali quelli del CIDIM, per il quale chiedeva più soldi, erano i meno importanti. Più tardi il barone Agnello riconobbe che quel che avevamo detto era la pura verità, o quasi, anche se non opportuna.
 Certamente non è così per la Scala che vanta meriti in gran quantità. Ma, chissà perchè, l'indagine recente della Makno commissionata dal Teatro alla Scala, che gongola per l'ingresso nel suo CdA di nomi e soldi pesanti, riguardante il suo pubblico ed altre cosette, ci ha fatto venire in mente quel famoso, famigerato convegno!

giovedì 7 aprile 2016

Cenerentola di Rossini. E' il 'suo' anno. A Roma, Torino,Trieste e Palermo non badano a spese.

L'altro ieri è apparsa l'ultima intervista a  Giorgio Barberio Corsetti (Il Messaggero) - regista del capolavoro rossiniano al Massimo di Palermo, dove va in scena, fra una decina di giorni, con la direzione di Gabriele Ferro - della serie 'i grandi registi della scena contemporanea sbarcano a Roma. Evviva! .
Ma prima ancora di Palermo,  già dopodomani, Cenerentola  si rappresenta al Teatro Verdi di Trieste con un allestimento - e direttore incluso di cui  non ricordiamo il nome - importato da Atene.
 A metà marzo Cenerentola è andata in scena a Torino, in un nuovo allestimento firmato dal regista Talevi,  diretta da Speranza Scappucci che si è meritata lodi ed apprezzamenti unanimi.
 A gennaio, l ha aperto a serie delle Cenerentole italiane  l'Opera di Roma con un nuovo allestimento firmato da Emma Dante.
 In meno di tre mesi quattro allestimenti della pluriacclamata Cenerentola, tre dei quali nuovi. Ognuno dei tre teatri ha voluto la 'sua Cenerentola - nel senso del 'suo' allestimento, mentre si sono scambiati solo la forza lavoro, 'vocale'. E tutti e tre pagati con i soldi dei contribuenti. Non si poteva risparmiare facendo girare un allestimento, coproducendolo? Evidentemente no. Anche l'Associazione che riunisce le Fondazioni liriche in Italia, sull'argomento tace, in nome
dell'autonomia - sprecona -  degli associati.

martedì 9 febbraio 2016

All'Opera di Roma per Traviata arrivano Sofia Coppola e Valentino

La notizia è di questi giorni, mentre il titolo verdiano era in cartellone dall'inizio di stagione, senza che tutte le caselle della rappresentazione fossero al completo ( forse era prevista la regia di Curran, sperimentata alla Fenice, ed andata in scena già un centinaio di volte nel teatro veneziano). Ieri Carlo Fuortes - sorprendendo tutti  e mettendo a segno un altro colpo grosso - ha annunciato che la regia della prossima 'Traviata', fra maggio e giugno, sarà affidata a Sofia Coppola, la  notissima e brava regista figlia di Francis che la prima volta abbiamo visto protagonista del 'Padrino n.3' di suo padre, mentre viene colpita e muore,  sulla scalinata del Massimo di Palermo alla fine di una rappresentazione di Cavalleria Rusticana- speriamo di ricordare bene. - e che ora debutta all'opera. Non solo, altro colpo grosso: Valentino Garavani firmerà i costumi. E siamo sicuri che non farà mancare il suo 'rosso'- come se noi senza quel colore ci stracceremmo le vesti.
 Naturalmente, è inutile ripeterlo e sottolinearlo per l'ennesima volta, tutti i giornali plaudono  a Fuortes che sta rivoluzionando il Teatro dell'Opera della Capitale, riportandolo agli antichi splendori. Che per Fuortes ed anche per i giornali - che forse dimenticano per un momento che stanno scrivendo di un teatro d'opera, dove ciò che più dovrebbe contare è la musica  e, solo dopo, lo spettacolo - ciò che rende appetibile l'opera non è la musica ma la regia  e lo spettacolo in generale costruito su quel titolo. E infatti lui, Fuortes, insiste ricordando che ha portato all'Opera di Roma, la crema della crema dei regsoti della regia internazionale da Martone a Barberio Corsetti da Dante a Gilliam ed ora a Sofia Coppola.
 E siccome lui aggiunge che ha portato all'Opera di Roma anche grandi titoli e grandi direttori, fra i quali non ricordiamo nessun nome oltre quelli di Roberto Abbado e Lopez Cobos ma anche Renzetti, perchè no anche lui - già avvezzi al podio capitolino- prevedendo l'obiezione che i grandi nomi del podio sono assenti,  ha frettolosamente annunciato che l'anno prossimo l'inaugurazione sarà affidata a Daniele Gatti.
Resta comunque  la convinzione che per Fuortes il riscatto dell'Opera di Roma  è affidato ai noti registi. E sia.

P.S. La perla degli annunci l'abbiano letta in una 'breve' sul Corriere, dove si diceva testualmente ' le musiche sono affidate a Jader Bergamini...'. Capite? 'le musiche' - non la direzione della Traviata; come se per questa rappresentazione siano state messe insieme musiche di diversi autori.

lunedì 30 novembre 2015

L'Opera di Roma non è più un carrozzone. Ma qualche asino c'è ancora.

A destra si legge: 'venite a vedere come è cambiato il pubblico dell'Opera di Roma', e a sinistra: 'male ha fatto il Presidente della Repubblica ( che non va neanche a Milano, alla Scala, per non offendere nessuno) e peggio il ministro Franceschini a disertare l'opera inaugurale della stagione 2015-2016 a Roma - The Bassarids di Henze, che si rivede in Italia dopo mezzo secolo e che perciò ha richiamato critici anche stranieri - perchè avrebbero constatato che il Teatro della Capitale non è più quel carrozzone che sempre si è detto e che è stato a lungo'.
 Ormai i giornali  elevano canti di gloria all'unisono, da quando si è intronato, all'indirizzo di Carlo Fuortes, il quale mai una critica negativa od un semplice appunto ha lambito, neanche marginalmente, da quando ha cominciato a Musica per Roma.  Perfino nei giorni caldi della sua pazza idea di 'esternalizzare' orchestra e coro - una vera IDIOZIA!- perfino in quei giorni le critiche erano sommesse e solo a giorni alterni per non infastidire il 'nerone dell'opera' - appellativo che si stava guadagnando sul campo - e alcuni giornali lo fiancheggiavano addirittura. DA NON CREDERE.
 Comunque dopo l'esperienza positivissima dell'opera inaugurale, l'Opera di Roma darà  ancora una accelerata sulla programmazione che guada all'oggi e al domani perchè diventi - come lo specchio di Martone, nell'opera di Henze - immagine perfetta del mondo contemporaneo e squarcio sul futuro che ci attende, come, per il futuro imprevisto, è accaduto  ai giovani, nell'opera di Adams, quando alzando gli occhi verso il soffitto, hanno visto il cielo, causa terremoto di San Francisco, ma la sala  del Costanzi non proprio piena.
 In questa prospettiva va letta la premiazione della nuova opera, uscita dal concorso di composizione bandito nel 2013, e concluso solo nel 2015 - poche settimane fa - del compositore Vittorio Montalti,  libretto di Giuliano Compagno, dal titolo ' Un romano a Marte', premiato con la bella somma di 20.000 (VENTIMILA!!!) Euro, per la cui colletta si sono prodigati  ENI, Deutsche Bank e Maite e Paolo Bulgari.
La quale opera verrà messa in scena nella stagione 2016-17, nell'ambito del progetto 'Contemporanea' che occuperà la stagione fra maggio e giugno a partire dal prossimo 2016, e dunque nell'estate del 2017, dopo cinque anni di attesa.
Quello della contemporaneità, insistiamo, è un pallino di Fuortes, che una analoga rassegna,  ma non di teatro musicale, faceva svolgere anche all'Auditorium ( al suo interno si son visti soprattutto volare gli elicotteri di Stockhausen, muoversi sincronizzati i 100 metronomi di Ligeti, o sentito suonare per ventiquattrore di seguito lo stesso pezzettino di poche battute di Satie), affidandone la realizzazione e progettazione a Oscar Pizzo, che è poi volato a Palermo, lasciando orfano il sovrintendente che invece si consola con Giovanni Bietti, che sì è portato dietro dall'Auditorium, per le lezioni di presentazione delle opere.
 Per arrivare alla proclamazione del vincitore ce n'è voluto di tempo, dopo l'uscita di Riccardo Muti, pezzo forte della giuria, la quale in seconda composizione, come previsto dal regolamento, dopo la prima scrematura, era composta dallo stesso Fuortes, in rappresentanza e  per competenza della cassa, da Alessio Vlad, perchè ci doveva necessariamente essere in coppia con Battistelli, che ha spinto per questo concorso, e poi il regista  Giorgio Barberio Corsetti e la poetessa Patrizia Cavalli.
 Insomma la prima giuria, pur senza Muti, ha decretato la terna di finalisti; successivamente un sovrintendente, ben due direttori artistici, un regista ed una poetessa, seconda giuria, hanno incoronato il vincitore

P.S. Per la seconda volta, a quei ciucci dell'Opera di Roma, vogliamo segnalare un errore madornale che ricorre nella home page del sito del teatro laddove si annuncia lo sbarco di Vinicio Capossela in teatro. Del musicista si legge che è 'band lieder'. Asini! si scrive 'band leader'. CORREGGETE!

mercoledì 1 luglio 2015

Vessazione dei Palermitani, al Teatro Massimo

Se uno una cosa sa fare, inutile chiedergli di fare altro, anche costringendolo. Prendiamo il nuovo direttore artistico del Teatro Massimo di Palermo, Pizzo, siciliano di nascita ma romano d'adozione, che fa al nostro caso, venendo egli da Musica per Roma, codazzo di Carlo Fuortes, artefice, sempre il Pizzo Oscar, della rassegna 'Contemporanea', nata con lo scopo di spendere tutto ciò che si poteva per  abbagliare i provinciali, che si sono perse le performances roventi delle avanguardie. Ad indottrinarli, abbagliarli - meglio  - ci ha pensato, negli anni romani, il Pizzo, con la Sinfonia per i cento metronomi di Ligeti, il Quartetto per archi ed elicotteri di Stockhausen, le 'Vessazioni' di Satie, le Streghe di Venezia di Montresor- Glass- e la preziosa collaborazione di Cerami e Giorgio Barberio Corsetti. che forse aveva un senso proporli al variegato pubblico dell'auditorium romano, non a quello di un teatro dalla grande tradizione.
 Ed ora, in attesa di ascoltare a Palermo, atterrati nel piazzale antistante il Massimo, gli elicotteri di Stockhausen ed i cento metronomi di Ligeti, eccoti importati  le Streghe di Venezia che all'Auditorium di Roma si videro nel 2009 - le vedemmo anche noi, nulla di memorabile - e le 'Vessazioni', ma dei cittadini di Palermo, firmate da Satie, incolpevole, per colpa del Pizzo, dalle quali sapientemente ci tenemmo alla larga, nel 2012, e per le quali non faremmo mai e poi mai un viaggio a Palermo ad ascoltare una pletora di pianisti  reclutati  all'ultimo minuto e speriamo recalcitranti e riluttanti, onde far terminare la gara idiota dopo solo il primo minuto, quanto dura il brano.
 Aggiungendo poi le 'Sirene per mare- Sinfonia per grandi navi' di Alvin Curran, e  i ' Pianeti', di Holst ovviamente, al castello, con il prezzemolino Odifreddi ( già scritturato da Pizzo per gli elicotteri di Stockhausen) si completa l'estate al massimo del Massimo di Palermo.
 Poi, naturalmente, presentata in pompa magna, c'è anche la stagione d'opera che si apre con 'Gotterdammerung' di Wagner - per rinfrescare la vocazione wagneriana di Palermo - si snoda lungo vie strabattute alcune e tortuose altre del melodramma, in eccesso le seconde, a significare la vocazione 'internazionale' di Palermo, segnata dalla presenza di grandi direttori - e questo vale anche per la stagione sinfonica. Ma quali sono i grandi direttori sbandierati dal sovrintendente Giambrone?

martedì 17 marzo 2015

Un esempio per tutti. Il festival 'Cantieri dell'Immaginario' a L'Aquila voluto da Nastasi e Bertolaso, suggerito da Minoli e che fece contento Letta

Tralasciamo le premesse che ci indurrebbero a dire e sottolineare quale grave disastro, anche e soprattutto umano, provochi un terremoto - e di quello dell'Aquila in specie, di cui, siamo stati testimoni, insegnando al Conservatorio del capoluogo - per dire che si deve  sempre scorgere all'orizzonte un buon fine, quando si mettono su carrozzoni che altrimenti verrebbero subito fattj a pezzi dall'opinione pubblica ormai stanca di vedere malaffare ovunque.
Prima di ricostruire (curare) la città ricostruiamo (curiamo) gli animi, si cantò all'epoca, e Nastasi  ebbe pronta la  la medicina da somministrare.
 Pare che il consiglio di mettere su quel carrozzone dei 'Cantieri dell'Immaginario' che alla fine serviva e serve ancora a far arrivare a L'Aquila un pò di soldi in più, oltre quelli che, goccia dopo goccia, arrivano dal 2009 in avanti, seguiti all'alluvione di soldi del governo Berlusconi che inondò il territorio per le sue case 'matte', fu di
Giovanni Minoli  - che c'entrava lui con la Protezione civile, con Nastasi o con Letta e con il terremoto? -  che diede il consiglio disinteressato di un festival rigeneratore a L'Aquila a Bertolaso, il quale conoscendo i legami di Nastasi con Letta, protettore dell'Abruzzo, sua terra natale, pensò di cogliere con una fava due piccioni: fece un favore all'Aquila e a Letta. Poi si scoprirà che un terzo e quarto favore fece a Nastasi e alla famiglia Minoli.
 Nastasi stanziò subito  una bella somma, con la benedizione di Letta, e si partì. Un festival, della cui disorganizzazione, e forse parziale inutilità, ma dell'enorme costo, all'epoca anche noi su Music@ demmo conto, continuato nel tempo e che forse continuerà fino alla ricostruzione totale della città, cioè in eterno.
 Nastasi mette intorno ad un tavolo le istituzioni culturali aquilane, dà un pò di soldi a tutti, in cambio di prestazioni, poi vi chiama Muti, suo amico, per una settimana - anche noi fummo testimoni di quelle belle giornate; non è che poi tutto debba essere per forza marcio -  e  si porta all'Aquila per la 'comunicazione' Laura Valente da Napoli e poi anche la giovane Giulia Minoli che lui, Romeo involontario, incontra e se ne innamora proprio fra le rovine aquilane.
Come ci arrivò la giovane Minoli a L'Aquila?  ci arrivò per ringraziare Giovanni Minoli del bel suggerimento che aveva fatto contenti, in un sol colpo, Bertolaso, lo stesso Nastasi e soprattutto Letta - un pò meno gli aquilani. I quali, ad esempio,  nei giorni in cui fu all'Aquila Giorgio Barberio Corsetti, per uno spettacolo e un incontro, sembrarono distratti, per usare un termine corretto, e riempirono i centri commerciali invece che le piazze.
 Nastasi,  Romeo, colpito dalla beltà e intelligenza della Giulietta Minoli, da allora non le tolse più gli occhi di dosso, fino al matrimonio celebrato a Filicudi, con  tutto il jet set politico presente e Letta testimone di nozze, e officiante politico. Per dire a tutti. Nastasi è roba mia, guai chi lo tocca.

domenica 14 dicembre 2014

L'EXPO della cultura contro l'EXPO del malaffare


  Suoni per l'EXPO del 2015. Era il 2009. Mancavano sei anni all'appuntamento milanese dell'EXPO 2015. Si discuteva soprattutto di cubature, terreni, vie d'acqua, metropolitane di superficie, padiglioni, infrastrutture e di imprese edilizie da impiegare, oltre naturalmente che di fondi necessari. E di questi ultimi, si sapeva che tanti ce ne volevano, ma non ancora chi avrebbe dovuto metterli.
Al contrario, come tener viva e mostrare la grande tradizione italiana di vocazione alla bellezza, sembrava non importare assolutamente a nessuno. Figurarsi della musica, ultimo dei pensieri degli organizzatori, ancora indaffarati nelle nomine di commissari, sub commissari, dirigenti, responsabili.
Fu allora che MUSIC@, il bimestrale musicale edito dal Conservatorio dell'Aquila, ebbe l'idea di interpellare alcune personalità del mondo musicale italiano, e chiedere loro di formulare dei progetti da offrire GRATUITAMENTE ai sonnacchiosi e distratti organizzatori dell'EXPO milanese.
Una decina di noti musicisti italiani di varie generazioni, inviarono il loro progetto che MUSIC@ pubblicò. Alla rivista, successivamente giunsero le congratulazioni ed i ringraziamenti dell'allora sindaco di Milano, Letizia Moratti, con la promessa che quei progetti, davvero preziosi, avrebbe girato agli organizzatori dell'EXPO.
A sei anni di distanza, ed alla viglia dell'EXPO, non sappiamo se la Moratti mantenne la promessa e se gli organizzatori si siano presi la briga di esaminarli e di dare eventualmente corso alla realizzazione di qualcuno di essi.
Nel frattempo uno dei compositori che rispose all'appello, Filippo del Corno, con il cui progetto apriamo questo dossier, è diventato Assessore alla cultura del Comune di Milano.


                              Una giornata ideale… nel 2023 di Filippo Del Corno
Se pensiamo al significato originario delle Esposizioni Universali possiamo leggerle come grandi rappresentazioni epiche della modernità. In altre parole le Esposizioni erano l’unico modo per raccontare il presente in un’epoca dove non esistevano i mezzi di comunicazione che si sarebbero poi sviluppati nel corso del Novecento. Progressivamente questi eventi hanno perso la dimensione narrativa e rappresentativa per diventare altro, ma credo che per Expo 2015 Milano potrebbe recuperare questa ispirazione originaria e tendere
ad un obbiettivo ambizioso ma innovativo: mettere in scena una rappresentazione epica degli anni che verranno, e raccontare così non più il presente ma il futuro. Come? Semplicemente dando una forma concreta a ciò che si narra. Se dovessi riassumere tutto in uno slogan sarebbe: a Milano il futuro è presente. Un progetto artistico musicale per Expo 2015 potrebbe rispondere a questa sollecitazione attraverso la costruzione di un padiglione musicale, un’autentica “stanza sonora”, dove sette diversi compositori contemporanei vengano chiamati a narrare, in forma di teatro musicale, o installazione, o video-opera, o qualsiasi altra forma sappiano o vogliano ideare, una “giornata ideale” che immaginano il mondo potrebbe essere in
grado di vivere di lì a otto anni (quindi nel 2023). La grande libertà concessa ad ogni singolo compositore per realizzare la propria “giornata ideale nel ‘23”, a partire dall’individuazione di una specifica forma rappresentativa o performativa, deve al contempo essere vincolata ad un rigoroso rispetto del budget che verrà assegnato ad ognuno secondo un principio di assoluta equità ed uguaglianza. Da questo punto di vista ciascun progetto dovrà rispondere a quel concetto di “sostenibilità” che, a mio avviso, dovrà diventare il vero valore discriminante per ogni azione futura, sia questa di natura politica, artistica, industriale o culturale. L’alternanza tra i sette compositori che abiteranno la “stanza sonora” dovrà garantire a ciascuno eguali opportunità per i tempi di allestimento e di visibilità al pubblico di visitatori. E’ nello spirito del progetto che ogni compositore possa godere della massima libertà nel coinvolgere, per l’ideazione e la realizzazione della propria “giornata ideale nel ‘23”, altre figure creative, da qualsiasi sfera del sapere essi provengano (letteratura, scienza, architettura, ecc.) purché ovviamente non si verifichino casi di sovrapposizione o intersezione. Ogni singola “giornata ideale nel ‘23” dovrebbe essere progettata in modo che possa essere possibile replicarla otto anni dopo, in occasione della futura Esposizione Universale.


              Dei delitti e delle pene di Giorgio Battistelli / Franco Marcoaldi
Il progetto prende idealmente spunto dal libro di Cesare Beccaria, uno dei capolavori dell’Illuminismo europeo, l’opera italiana più diffusa e discussa del Settecento. Attraverso la musica, la parola poetica, il suono rielaborato elettronicamente e l’immagine, si utilizza quel testo per riflettere sull’idea di delitto e pena nella società odierna, attraverso la forma di ‘un oratorio civile per orchestra, coro, coro di detenuti, live electronics e dispositivo video’. L’esecuzione potrebbe avere luogo nella stessa piazza Beccaria di Milano e dovrebbe prevedere l’intreccio in tempo reale tra il suono dell’orchestra e del coro professionale con il coro dei carcerati che cantano dall’interno di San Vittore. Quanto al dispositivo video, le telecamere, piazzate tanto in carcere quanto nel luogo dell’esecuzione, saranno come finestre che consentiranno ai detenuti di vedere ciò che accade nella piazza e al pubblico presente di vedere e sentire quel che accade all’interno del carcere, rumori compresi. La spazializzazione del suono, la parte orchestrale e i due cori verranno elaborati elettronicamente da Alvise Vidolin. L’intento dichiarato del progetto è quello di creare, senza pedagogismi di sorta, un ponte ideale tra il passato più alto della civiltà milanese e il nostro presente, tra il ‘fuori’ della società libera e il ‘dentro’ di chi patisce la pena.


                        Raccontare l’Italia di Giorgio Barberio Corsetti
Vorrei fare uno spettacolo sull’Italia. Raccontare le storie di vari personaggi di diverse regioni italiane che si incrociano a Milano, dove vivono per ragioni di lavoro. Cosa resta delle origini quando ci si trasferisce in una grande città? Come sono le famiglie di provincia, ora, e cosa resta della cultura contadina? lavorando con parole, dialoghi, immagini, musiche, con attori di luoghi diversi, con influssi dialettali che si mischiano all’italiano, vorrei fare un affresco sulla confusione e l’identità del nostro paese. Poche parole per un progetto.



                           Ultimi 50 anni di musica di Lorenzo Ferrero
Ciò che resta e ciò che è da dimenticare Do per scontato che, come già annunciato dalla Scala per 'Licht' di Stockhausen, le istituzioni milanesi concorreranno nel migliore dei modi. Tuttavia l’Expo 2015 sarà, e sicuramente dovrà essere, una vetrina dell’Italia. Nel nostro caso dell’Italia musicale. Una domanda che ci si potrebbe porre è se l’Italia musicale ha bisogno di una vetrina. Penso di sì, perché a parte qualche fortunata eccezione, negli ultimi tempi siamo diventati più importatori che esportatori. Ci sono dei campi in cui lo siamo di più e altri in cui la siamo di meno, tuttavia un panorama globale è perfino difficile averlo all’interno dell’Italia stessa. L’occasione potrebbe essere utile anche per fare il punto su ciò che resta e ciò che si può dimenticare degli ultimi cinquant’anni. Farei una proposta ai principali festival e istituzioni lirico- concertistiche: trovare una risposta a questa domanda, che riguarda il teatro musicale, la concertistica, la danza, ma anche il jazz e una parte della musica popolare. Il risultato potrebbe costituire il palinsesto per un festival intenso e concentrato, eventualmente nel periodo di maggiore prevista affluenza di visitatori. Per il resto dell’anno, oltre che un programma potrebbe essere un itinerario, che tocchi i principali centri di attività, una sorta di Skipass musicale anche multiplo, con percorsi tematici che assecondino ma soprattutto stimolino gli interessi dei visitatori.


                    La passeggiata delle Cattive di Azio Corghi/ Emma Dante
Teatro musicale in un atto, da un racconto di Emma Dante. Sceneggiatura/libretto/musica di Azio Corghi 'CAPTIVE' . Dal latino: imprigionato, reso schiavo. Nel caso delle vedove palermitane: imprigionate nella memoria del marito morto. Il termine ha il medesimo significato nella lingua in- glese (varia solo la pronuncia) ovvero CAPTIVE (‘kaeptiv) significa: prigioniero, schiavo, in gabbia, in cattività, nel recinto. Ma TO CAPTIVE può pure significare (fig.): affascinato, attratto, sedotto da…." Le mura delle cattive è un'antica via sopra le mura di Palermo, dove le vedove (dal latino cap- tive, cioè imprigionate nella memoria dei mariti morti) passeggiavano la domenica, lontane dallo sguardo indiscreto del cassero che era l'attuale corso Vittorio Emanuele (la via principale di Palermo). Sugli spalti di queste mura potrebbe essere ambientata la nostra storia di passione e vergogna di una donna che, per salvare il marito dalla vendetta di una famosa famiglia mafiosa, lo nasconde, facendolo credere morto. Il marito ha ucciso il boss della suddetta famiglia, che voleva infangarle l'onore. Dopo il duello lei fa credere a tutti che anche il marito è morto. Lo fa scappare e dopo aver allestito un finto funerale, si veste di nero ed entra definitivamente nella clausura del suo lutto. I due coniugi, però, spinti dalla passione e da un amore sconsiderato, s’incontrano di nascosto, durante la passeggiata delle vedove, cercando di non farsi scoprire dalle altre donne velate di nero. Verranno scoperti e comincerà la tragedia."

Cantantibus organis mediolanensis di Francesco Filidei
La mia doppia formazione di compositore ed organista indirizza la mia proposta verso il mondo dell'organo. L'Expo 2015 potrebbe rappresentare in effetti un'ottima occasione per evidenziare lo straordinario patrimonio artistico costituito dai numerosi organi delle Chiese di Milano: accanto ed attraverso di essi passa una tradizione certo sottovalutata, che dai Gabrieli e Frescobaldi ha continuato, sebbene in sordina, fino a Marco Enrico Bossi, autore che non ha niente da invidiare ai compositori/organisti europei della sua epoca. Berio, Donatoni, Bussotti, Sciarrino, Fedele ed an- cora Mauro Lanza, fra i più giovani, hanno contribuito ad arricchire il repertorio; ma, ancora, manca una attenzione più generale in Italia per uno strumento imprescindibile nella storia della musica. Presentando un percorso musicale attraverso le Chiese milanesi scelte secondo la loro ubicazione, le loro caratteristiche e la qualità degli strumenti, si potrebbe avvicinare un pubblico numeroso e non necessariamente abituato alla musica di ricerca. Ad ogni concerto sarebbe quindi da associare una commissione proposta ad un compositore contemporaneo e legata oltre che al tema proposto per l'Expo, alla specifica disposizione fonica dello strumento, dai Tamburini, a quattro e cinque tastiere, della Chiesa di Sant’ Angelo o della Cattedrale ai Mascioni della Basilica di Santa Maria della Passione, ad una tastiera, con temperamento ‘inequabile’. Ogni nazione coinvolta potrebbe presentare un organista ed una prima assoluta di un compositore possibilmente della stessa origine. In ogni programma dovrebbe inoltre essere presente un pezzo di compositore italiano di un qualsiasi periodo storico che bene si associ con le caratteristiche dello strumento a disposizione. Essendo l'organo a canne l'antenato naturale dei sintetizzatori moderni, potrebbe essere interessante presentare concerti con pezzi per organo e sintetizzatori alternando anche pezzi elettroacustici predisposti per lo spazio in questione. Il lato visivo, fino ad oggi trascurato nei concerti d'organo per evidenti ragioni, deve essere valorizzato, presentando una curiosa ed interessante esperienza per il pubblico non abituato la visione di un interprete impegnato fisicamente in modo totale, mani e piedi, su registi, pedali, tastiere, staffe. Una o meglio più telecamere, con attenta regia, dovrebbero riprendere da diversi punti di vista gli esecutori e gli organi o altri dettagli della Chiesa interessanti, proiettandone le immagini su uno o diversi schermi giganti. Ad alcuni concerti si potrebbe associare inoltre la creazione di video realizzati su pezzi in programma da videoartisti di differente nazionalità.

                             Pianeta immateriale di Michelangelo Lupone
La presenza dell'acqua caratterizza il progetto della nuova area espositiva della Expo, che si allunga dal padiglione Italia all'ingresso ovest. La scelta di creare un percorso costeggiato da canali e stagni, che congiunge i padiglioni con slarghi limitrofi al percorso d'acqua, segnala sia l'attenzione per questo componente generativo e imprescindibile della vita, sia il bisogno di accompagnare con continuità il visitatore con un elemento dinamico, sempre diverso nelle forme del fluire e accogliente e rilassante nella stasi proposta dagli slarghi. Pianeta immateriale è un'opera musicale pensata per vivere proprio in quei corsi d'acqua. É un'opera interattiva, adattiva ed evolutiva: avverte la prossimità, i movimenti, la voce del pubblico e può instaurare con lui giochi timbrici e traiettorie impreviste; trasforma i suoni e gli andamenti, in funzione delle condizioni sonore, luminose e ambientali circostanti, seguendo il corso del giorno; si evolve offrendo ogni giorno una diversa interpretazione della musica che le dà vita. La musica percorre i corsi d'acqua in modo non invasivo, può accompagnare il visitatore per tratti anche lunghi, fermarsi e allontanarsi rapidamente. Le sue trasformazioni sono lente e progressive quando non interagisce con il pubblico, vivaci quando i movimenti umani, le voci, le luci sono prossimi al corso d'acqua. L'intero percorso è diviso in ventidue diversi tratti spaziali o sezioni musicali; ogni sezione è caratterizzata da una identità acustica che si ispira alla cultura musicale e ai suoni di ciascuno dei paesi partecipanti. Ogni sezione rinnova la propria iden- tità sette volte al giorno, affinché anche gli elementi espressivi di ogni tratto del percorso siano rinnovati. Due volte al giorno, per trenta secondi, tutte le se-
zioni diventano “comunicanti”, le identità convergono in un solo pregnante elemento musicale che corre lungo le sponde, compare in ogni tratto e scompare allontanandosi verso una delle uscite. L'interazione con il pubblico non è costante lungo il percorso, le risposte dell'opera dipendono dal tratto in cui ci si trova, ossia dal carattere musicale attivo in quel momento. Si alternano, di conse- guenza, tratti in cui si può parlare con la musica e ricevere “risposte” come il movimento improvviso e concitato dei suoni, il loro avvicinamento al pubblico, o tratti in cui l'interazione è più lenta, riflessiva, dominata da trasformazioni timbriche. N.B.: Il suono si propaga nell'acqua a velocità anche cinque volte superiori rispetto all'aria; ciò permette di realizzare movimenti del suono molto complessi, e permette di percepire sulla superficie trasformazioni di timbri straordinari, sconosciuti alla esperienza comune. Nelle aree dove sono presenti gli slarghi, la musica è percepibile solo nelle immediate vicinanze dell'acqua. Questo rende discreta e accogliente la partecipazione dell'opera alle attività di riposo e di incontro del pubblico. Pianeta immateriale conserva tutte le informazioni relative alle proprie trasformazioni di timbro, di altezza, di ritmo, di spazializzazione, mantiene una traccia storica del processo adattivo (es. quando prolungate perturbazioni climatiche ne fermano i processi), conserva gli elementi salienti e/o ricorsivi attivati dall'interazione con il pubblico. I dati sono analizzati da un sistema di auto-regolazione dell'opera musicale che, durante la notte (momento di inattività), in base a regole di condotta formale, compositiva, attiva i processi di selezione, di trasformazione e di generazione dei suoni. Anche i modi di comportamento interattivo vengono sottoposti ad analisi e regolati quando risultano ridondanti, decorrelati dal carattere espressivo o temporalmente non associabili al materiale sonoro (es. suoni con evoluzione lenta in attività interattive rapide). Ogni anno l'opera effettua una sorta di sintesi del proprio trascorso sonoro, organizza i materiali sonori in una grande forma e dona un concerto di circa trenta minuti, utilizzando tutte le le sorgenti di suono a sua disposizione. La musica viene eseguita senza in- terruzioni durante il concerto, è presente simultaneamente in tutti i tratti del percorso e tutti i processi di ricezione sensoriale e di risposta sono disattivati. Si possono seguire le evoluzioni dell'opera anche attraverso Internet. Pianeta immateriale è presente nella rete con una speciale pagina interattiva che permette di ascoltare lo stato attuale di ogni sezione. Si possono scaricare le trasformazioni del giorno precedente e possono essere introdotte variazioni musicali in ogni sezione, come se l'utente interagisse in prossimità del corso d'acqua. Tutte le azioni interattive introdotte attraverso internet sono analizzate durante la notte e, se congruenti, sono rese attive il giorno seguente.

                   Passio in memoriam Pier Paolo Pasolini di Paolo Cavallone
Il progetto prevede la realizzazione di un oratorio laico con testi recitati e cantati che coinvolga scrittori/librettisti/poeti e musicisti classici e pop (compositori di classica contemporanea e di mu- sica pop/interpreti pop e classici). In occasione dell’Expo 2015 si intende celebrare e valorizzare la grande creatività dell’arte italiana con la partecipazione di musicisti viventi (Senior e Junior). Pensare ad una “vetrina” musicale per L’Expo 2015 mi spinge, da musicista, a “tradurre” in movimento sonoro il confronto con la società contemporanea (nella fattispecie quella occiden- tale), tentando di restituire la molteplicità dei con- tenuti generati da tale società. Nel 2015 ricorrono, inoltre, i quaranta anni dalla morte (2 novembre 1975) di Pier Paolo Pasolini, una delle figure centrali della cultura italiana del XX secolo. Pasolini, idealmente rappresenterebbe una sorta di “collante” su cui inserire il lavoro dei vari artisti coinvolti nel progetto. Il “genere” Oratorio: un veicolo di comunicazione di un testo drammatico liberamente tratto dal Vangelo di San Matteo, su cui si innestano versi e testi tratti dall’opera di Pasolini e da quelle di altri poeti, scrittori ed autori di testi, provenienti da diversi generi letterari e musicali. Il risultato è la realizzazione di un oratorio laico. La collaborazione fra artisti di diversi “generi” musicali costituirebbe un tentativo di generare una
sorta di caleidoscopio sonoro inteso come specchio delle ramificazioni delle sovrastrutture generate dalla nostra società; come anche capace di esprimere la capacità della musica, o meglio, del suono di bucare la rete invisibile, generata da tali sovrastrutture, e che impedisce al “poeta” di raggiungere l’anelata “verità”, nascosta dietro le “cose”. In sostanza le dinamiche ed i movimenti sonori ci avvicinano e forse sono l’unico mezzo capace di tornare alla realtà. Pasolini è termine di confronto e spunto per una riflessione; il suo essere sempre attuale, mi spinge, da musicista, a proporre un tentativo di “tradurlo” in movimento sonoro, in una sorta di percorso introspettivo che, nel confronto, tenti di restituire la purezza dei contenuti e soprattutto di generare un “entrare” ed “uscire” dalle tematiche, dalla soggettività alla oggettività del pensiero, dalla visione in- trospettiva alla porta astratta capace di veicolare ogni gesto. Peraltro, Pasolini aveva espresso la volontà di tradurre musicalmente la sua espressività. Non si vuole riproporre il noto, quanto emotivo, topos che vede Pasolini come una sorta di martire, un santo laico. Il soggetto sacro è assunto a simbolo di un mondo puro, agrario, il cui referente primario è la natura con la sua verità (che lo stesso Pasolini rimpiangeva: “parli con un giovane nato in questi anni… la terminologia agricola è per lui incomprensibile, bisogna tradurgliela… il Vangelo e Cristo sono espressione di un mondo contadino arcaico che è sopravvissuto per duemila anni... c’è stato un rovesciamento di tutto questo… credo nel progresso, non credo nello sviluppo, e nella fattispecie in questo sviluppo… sono direttamente interessato ai cambiamenti storici… a questo punto uno si chiede anche se sarà possibile continuare a scrivere delle poesie, io … non scrivo più versi… l’impossibilità… a fare un vero discorso sulla realtà… perché questo rapporto con la realtà è soffocato… un poeta non riesce mai ad individuare, a vincere… questo può urlare un profeta che non ha la forza di
uccidere una mosca la cui forza è nella sua degradante diversità, solo detto questo e urlata la mia sorte si potrà liberare e cominciare il mio discorso sopra la realtà”) che oramai non esiste più, som- mersa dalla società contemporanea. La morte di Cristo si identifica così con quella di una civiltà che ormai non ci appartiene se non come “violenza delle memorie”: “il momento più sublime della chiesa cattolica è il momento dell’ascensione, il momento in cui Cristo ci lascia soli a cercarlo…”. In questa ottica, tale citazione si configura come una possibile tensione alla Verità (Cristo/mondo agrario/reale/terreno); la scelta della Passione tratta da Matteo è dettata dalla volontà di sottolineare il carattere “umano” (“… per me il Vangelo è una grandissima opera intellettuale, una grandissima opera di pensiero, che non consola, che riempie, che integra… ma della consolazione che farcene… è una parola come speranza…”) come più volte Pasolini evidenziò durante la realizzazione del suo film sul Vangelo, testimonianza della sua visione “religiosa”, ma non mistica del mondo. Le metafore dei due poli: Cristo (la realtà umana e sociale strettamente connessa al referente natura), Pasolini (l’interprete del nostro tempo, una sorta di trait d’union fra la cultura storica e la cultura contemporanea, la nuova preistoria) racchiudono l’ossimoro esistenziale contemporaneo e consentono di proiettare ogni significante - che esploderà in una serie indistinta di significati nell’attualità più estrema, in una sorta di percorso interiore che si innesti in simbiosi con il discorso sociale. In sostanza si tenta di affrontare lo stesso oggetto da diverse prospettive – esattamente come avviene nella società di oggi, legata a meccanismi ciclici che impediscono il “naturale” decorso degli eventi – proprio per cercare di restituirne la purezza. Il tutto in una “ricerca”, in una realizzazione, ed una collaborazione fra artisti tutte italiane.Riferimento precipuo potrebbe essere la 'Passione secondo Matteo' di J. S. Bach, che Pasolini utilizzò come colonna sonora del suo Vangelo… possibile utilizzo del latino per i testi sacri e ovviamente dell’italiano per i testi di Pasolini. La lingua latina in quel caso simboleggerebbe un mondo scomparso e rafforzerebbe l’ossimoro insito nel lavoro, con tutte le implicazioni che ne conseguono…

                     Elogio del folle. Carmelo Bene di Riccardo Panfili
In questi tempi di crisi – una crisi e crisi “reale” che viene troppo spesso additata come scusa per tagli selvaggi alla cultura – in cui di nuovo sof- fiano venti che inneggiano all’ordine, alla disciplina, a norme severe, ad un Stato più forte, muscoloso, autoritario, mi sembra un buon antidoto rendere omaggio ad un grande “folle”, “anarchico”, “indisciplinato” artista italiano (e insuperabile Maestro di libertà): Carmelo Bene. Sarebbe interessante – in occasione dell’EXPO del 2015 – costruire uno spettacolo teatral-musicale che parta da una delle opere più dirompenti e libertarie di Bene: ossia da Nostra Signora dei Turchi (1968), facendo riferimento sia alla versione romanzesca sia a quella filmica dell’opera. Il fulcro del lavoro dovrebbe ruotare intorno alla figura del protagonista dell’opera beniana: il folle che tenta disperatamente di diventare “più cretino”, di uscire fuori dalla maglie e dalle norme dell’io sociale e dei valori imposti; tentando l’estasi di chi si è liberato dalle leggi introiettate dall’esterno. Sarebbe divertente costruire un’opera comica, bur- lesca, surreale, maleducata, tutta infarcita dalle bizzarre metamorfosi del personaggio beniano. L’opera può essere articolata attraverso alcune scene madri, che sviluppano precisi spunti drammaturgici tratti da Nostra Signora dei Turchi. La voce registrata di Bene, tratta dalla colonna sonora del film o da altre opere dell’attore, risuonerà come una sorta di commento esterno, di voce interiore dell’opera. Il personaggio principale sarà incarnato da una voce recitante; gli altri (Santa Margherita, L’Editore, La Serva) saranno affidati a cantanti tradizionali.
1) Innanzitutto, una scena iniziale svilupperà le evoluzioni folli del personaggio beniano che tenta il volo dell’estasi e della perdita del proprio io, gettandosi ripetutamente da un balcone e ricopren- dosi quindi di bende e fasce. In questa scena ini- ziale la voce recitante rimarrà muta: la voce dell’orchestra e quella “interiore” di Bene tesseranno l’intero ordito sonoro. 2)Un’ulteriore scena-madre svilupperà il rapporto del “folle” con Santa Margherita, discesa dal Paradiso per assistere il suo amato. Sarà ripresa la scena surreale di Nostra Signora dei Turchi, in cui la Santa – con una posticcia aureola di ferraglia – abusa sessualmente del “folle” ripetendo, come un automa, la formula cristiana “io ti perdono”, mentre una vecchia Fiat Cinquecento, con i fari accesi, entra magicamente in camera parcheggiandosi ai piedi del letto. Il folle si addormenterà sul cofano dell’auto come se essa fosse un cuscino. In questa nuova scena irromperà la figura della Serva, sviluppando la sequenza del film in cui il “folle” cerca di amoreggiare con la povera donna immersa in una cucina grondante di sugo e invasa di piatti lerci; l’amplesso si rivela impossibile: in una delle sue metamorfosi, il folle si è mascherato da cavaliere medievale bardato da una pesante armatura di ferro, ed entra in scena in sella ad un cavallo bianco! La santa, delusa, contempla l’amplesso mancato dalla cripta di un altare: è ritornata in paradiso e di lei non rimane che una statua.3) Rompendo lo sviluppo temporale del film (e del romanzo) la scena successiva ritornerà indietro, attingendo alla sequenza in cui il protagonista si maschera contemporaneamente da vecchio frate e da frate novizio, interpretando nello stesso tempo i due ruoli (nel film, Bene non fa altro che mettere e togliere una barba posticcia). Il vecchio frate – cucinando, ingurgitando di continuo cibi e vino, ruttando (con l’ausilio dell’elettronica si potrebbe elaborare una sorta di 'Concerto grosso' fatto di rutti e fonazioni digestive, come si trattasse di una raffi- nata eco della voce recitante:una sorta di vademecum musicale del bon ton) e imprecando – si prodiga in consigli improbabili riguardanti il rapporto tra il “folle”, la Santa e la Serva. 4) Un Intermezzo fermerà l’azione dell’opera: sulle parole dello splendido monologo “ci son cretini che hanno visto la madonna e cretini che non hanno visto la madonna” recitato da Bene nel film, l’orchestra tesserà una sorta di controcanto ele- giaco e sognante. 5) L’ultima scena svilupperà i rapporti tra il “folle” e L’Editore, e quindi tutto il discorso “anarchico” di Bene contro le varie forme di Potere. Lo stravagante alter-ego di Bene (soprattutto nella versione romanzesca dell’opera) scrive in conti- nuazione lettere e missive, indirizzate a produttori, politici, a uomini di potere: mi ha fatto sempre pensare – per una sorprendente somiglianza – agli ultimi mesi torinesi di Nietzsche – i giorni febbrili che precedono l’esplosione definitiva della follia, nel Gennaio del 1889 – in cui il filosofo (anti-)tedesco si prodiga in una compulsiva attività epistolare. Sono lettere esaltate, folli, dirompenti, terribili; delle vere dichiarazioni di guerra “contro tutto ciò che finora è stato creduto, pensato, venerato”. Quindi, all’inizio della scena, mentre il “folle” legge all’editore la sua lettera indirizzata ad un fantomatico Ministero (lettera presente nel romanzo), nell’enfasi della recitazione – come prima si era mascherato da frate o da cavaliere – si compie l’ultima definitiva metamorfosi: il folle si traveste da Nietzsche, l’altro grande “libertario” e “dinamitardo della cultura”, il Nietzsche “folle” delle ultime lettere di Torino, che dichiara guerra, con deliranti missive, ai più importanti Stati e so- vrani europei. In uno stato di febbrile esaltazione, il “folle” (no- vello Nietzsche) legge – in una danza ebbra – stralci delle ultime lettere della follia nietzscheane: frattanto l’editore, la Serva e la Santa (rientrate in scena), come in una festa liberatoria, indosseranno maschere che ritraggono i tiranni della storia del Novecento (Mussolini, Hitler, Stalin etc.). La recitazione forsennata del folle si fermerà sulla frase agghiacciante presente nell’ultima lettera nietzscheana indirizzata a Burckhardt (6 gennaio, 1889): “Io sono tutti i nomi della storia”. Tutti si bloccheranno improvvisamente, come in un meccanismo inceppato; dall’alto scenderà una croce fosforescente, come quella usata da Bene nel finale del film Salomé. Prendendo spunto dall’auto-crocifissione che chiude quest’ultimo ruti- lante film, anche il nostro protagonista tenterà di crocifiggersi da solo: ma, per forza di cose, una mano rimarrà libera e, come ultimo sberleffo salu- terà idiotamente e sghignazzando il pubblico. Ovviamente, in queste poche righe, abbiamo sem- plicemente tratteggiato, in modo impressionistico, un’idea complessiva dell’opera, senza entrare in particolari drammaturgici, musicali e formali. Sarebbe utile affiancare – alla rappresentazione dell’opera – tutta una serie di convegni, conferenze, incontri incentrati sulle grandi figure dei “folli”, dei non-integrati, degli “irriducibili”, dei marginali, dei proscritti della cultura occidentale: su Giordano Bruno, su Max Stirner, su Friedrich Nietzsche, su Antonin Artaud, su Carmelo Bene etc.Una sorta di allegra sagra dell’“uomo in ri- volta” – per dirla con Camus – dell’uomo estatico: liberato – una buona volta – da Norme, Leggi, altari della Patria, valutazioni di Mercato.

                            Nord e sud del mondo di Marco Stroppa
Devo confessare che non ho mai provato un amore speciale per le esposizioni universali, in particolare quando sono organizzate da un paese "del nord", cioè da uno di quelli che da secoli comandano al nostro pianeta quello che vogliono, e impongono i loro modelli socio-economici, morali, politici e talvolta filosofico-re- ligiosi con una violenza inaudita e un'arroganza infinita.Facendo io stesso parte di questa cultura, non vorrei affermare che tutto quello che abbiamo costruito sia da gettare, ma questa "esposizione" un po' megalomaniaca della potenza del "vincitore" mi ha sempre disturbato, io che da culture cosiddette "minori" ho sempre tratto delle sorgenti di ispirazione formidabili per il mio lavoro, anche se poi, per rispetto delle sorgenti originali, le ho "digerite" a modo mio, e assimilate nella tradizione della quale, per forza di cose, faccio parte. Un altro aspetto che mi piace poco è il carattere "effimero" e ecologicamente disastroso di tali esposizioni: una volta terminate, si distrugge tutto, o quasi, anche delle cose che avrebbero potuto e dovuto continuare ad esistere. Nel campo della musica, ad esempio, l'utopico "Pavillon Philips" del 1958 a Bruxelles, realizzato da Le Corbusier con la musica di Edgard Varèse è ora soltanto un pezzo di storia. Per queste ragioni, fra tante altre, ho formulato un progetto diverso e, soprattutto, un progetto che possa restare. Per quest'ultimo aspetto, farei equipaggiare una sala da concerto (da scegliere in funzione di varie ragioni tecniche, musicali, geografiche, e, naturalmente, politiche) con un sistema di "Wave Field Synthesis" (WFS), che per- mette una resa sonora tridimensionale e un posizionamento di sorgenti acustiche reali o virtuali con una precisione sino ad ora ineguagliata. Poche sale, per lo più sperimentali, sono oggi dotate di un dispositivo completo, che comporta centinaia di altoparlanti disposti intorno a tutta la sala e controllati da un insieme di computers: ad esempio, la Hörsaal della Technische Universität di Berlino, o quella dell'istituto Fraunhofer a Bonn. Tale sistema, naturalmente, rimarrà installato anche dopo la fine dell'esposizione o potrà servire per l'amplificazione di strumenti tradizionali, per l'esecuzione di pezzi con elettronica, per installazioni sonore, e infine, come mezzo sperimentale e di ricerca a disposizione di artisti e scienziati. Imposterei inoltre il contenuto del progetto sul tema del dialogo fra la nostra cultura dominante "del nord" e le culture dei paesi del sud, non nella forma di una paternalista "pacchetta" sulla spalla, ma di un vero scambio di esperienze, valori, proteste, idee, o altro. Chiederei a uno scrittore africano (non vorrei fare ancora dei nomi precisi, tanto la scelta è ricca), di scrivere un testo ispirato dal "Discours sur le Colonialisme" di Aimé Césaire, ma pensato per una rappresentazione teatrale e adattato alle problema- tiche odierne. Penserei all'Africa, perché mi sembra che sia il continente attualmente più sacrificato e sottomesso a delle enormi pressioni da parte dei predatori finanziari ed economici globalizzati, che stanno metodicamente distruggendo le basi stesse dell'esistenza di culture straordinarie. Si pensi, per citare soltanto due esempi fra mille altri, alle sovvenzioni all'esportazione di materie agricole, che l'Europa dà ai propri agricoltori e che provocano la sparizione delle colture alimentari locali, i cui prodotti non sono più competitivi rispetto a quelli importati dall'Europa e che hanno viaggiato per migliaia di kilometri, o all'assalto violentissimo di Monsanto per imporre gli OGM dovunque, con mezzi al limite della criminalità. Chiederei inoltre a uno scrittore "italiano" che ne abbia la voglia e il talento, di scrivere un testo "in contrappunto" all'altro, nello spirito di un dialogo, più o meno semplice, ma sempre pensato per una rappresentazione teatrale. Chiederei, infine, a un artista visivo, di pensare a un progetto artistico, che includa delle esperienze multimediali, su questi testi, se possibile con una proiezione in tre dimensioni, o su schermi diversi, con degli elementi in tempo reale che possano reagire a quello che succede sulla scena. Infine, penserei a un "meta-contrappunto" musicale su questi testi e queste immagini, cioè un lavoro elettronici diversi, pensati per e diffusi dal sistema WFS, e sei cantanti con un trattamento in tempo reale. Concretamente: due attori o attrici (una/o africana/o e una/o italiana/ o), amplificati, sei cantanti, amplificati e trattati, qualche strumento amplificato, un direttore d'orchestra (forse), immagini multimediali ed elettronica. Desidererei che ogni "realtà", i testi, quella visiva e quella musicale, abbia una certa autonomia e bellezza "proprie", ma che l'avvenimento ne permetta l'incontro, il dialogo e, perché no, l'apparizione di un tutto superiore al valore intrinseco di ogni aspetto. Ma mi sembra importante che ciascuno possa anche avere una vita autonoma, come un testo di teatro, ad esempio, o un pezzo di musica, o un'installazione multimediale. Naturalmente, non esiste "un" autore del progetto, ma una cooperazione fra i vari artisti di pari valore.






sabato 5 luglio 2014

Stagioni d'opera in vetrina. Un acuto non fa primvera

Ora anche il Teatro dell'Opera di Roma Capitale - il titolo più lungo della storia per una stagione che è la più corta di tutti i tempi - s'è deciso a rendere nota la propria stagione, e i  relativi numeri. In tutto 71 recite d'opera, poi ci saranno le serate di balletto e i rari concerti sinfonici e i concertini di cui il cartellone passato era inutilmente pieno. Il m. Muti dirigerà due titoli: uno ad inizio di stagione ed uno a maggio ( Aida, Nozze di Figaro), per nove titoli complessivi, esclusa Caracalla 2015, il cui calendario, come fanno tutti i più grandi teatri , sarà reso noto a giugno prossimo. Lì ci potranno essere altri due titoli, per una quindicina di recite e siamo a novanta, a  voler essere buoni. E questo sarebbe il grande Teatro dell'Opera di Roma Capitale? Fuortes sparge ottimismo, del resto cos'altro potrebbe fare, ma i problemi ci sono, e tanti; e certo quello generale della tenuta di un teatro non può risolverli un direttore eccelso che però sta a Roma meno di due mesi l'anno. Questa è la realtà, sulla quale i laudatores di un tempo sono oggi più guardinghi: concedono apertura di credito, ma restano in attesa vedere i fatti, quelli che nella passata gestione non hanno visto ed hanno dato per scontati.
 Un grande teatro, con appeal internazionale,  si vede anche dalla sua produttività. Prendiamo ad esempio La Fenice di Venezia e dal suo cartellone contiamo un numero doppio di recite operistiche l'anno, senza contare balletti, concerti sinfonici e cameristici ed il celebrato festival 'Lo spirito della musica di Venezia ' che in questi giorni si inaugura. ecc...ec... e che fanno salire la produzione della Fenice  almeno al doppio, che vuol dire, conti alla mano, che salvo un paio di mesi  in tutti gli altri dieci il teatro è aperto ogni sera.
 E' extralarge,invece, il calendario della Scala, causa Expo: 121 recite d'opera, 51 di balletto,18 concerti sinfonici, 4 schubertiadi, 7 recital di canto,5 concerti straordinari, 27 concerti 'Expo'. La Scala insomma il prossimo anno resterà aperta tutte le sere, come ha promesso Pereira, sovrintendente 'in prova', che molti danno in partenza alla fine del 2015; per la sua sostituzione, c'è  già chi   scalda i motori.
 Non basta perciò che Fuortes abbia raggiunto una pace sindacale - che potrebbe essere solo apparente e momentanea, pronta a riesplodere al primo problema - o che annunci una sostituzione a sorpresa del maestro del copro di ballo nel prossimo autunno, e che potrebbe essere la Abbagnato; o che  abbia affidato le regie delle prossime opere anche a registi del grande panorama - a proposito dell'opera di Adams, del 1995, che ha per soggetto il terremoto del 1994 di Los Angeles, e  che sbarcherà a Roma la prossima stagione,  nell'allestimento dello Chatelet, il primo annuncio della personale regia lo fece a Music@ Giorgio Barberio Corsetti, all'indomani del terremoto aquilano, anticipando che si sarebbe ispirato alle macerie viste all'Aquila nel corso del festival/mangiatoia 'Cantieri dell'immaginario' voluto da Nastasi,  per recare sollievo al popolo aquilano ma anche per omaggiare il suo padrino Letta. L'opera che sembra voluta da Fuortes, più che da Vlad, per portare all'Opera  di Roma  Barberio Corsetti, già attivo all'Auditorium, non ci sembra 'capitale', ed ebbe il battesimo europeo, cinque stagioni fa a Parigi.
 Ci sarebbe, infine, da toccare il problema dei prezzi dei biglietti dei nostri due più importanti teatri. Troppo lungo per esaurirlo in poco spazio. Ci torneremo.