Continua ancora l'onda lunga della commozione che ha investito l'opinione pubblica, e, purtroppo, anche degli sciacalli sempre pronti ad approfittare della morte di una persona gentile e perbene che la malattia ha strappato ai suoi troppo presto, Fabrizio Frizzi.
Al suo funerale, in molti hanno pianto, sia in piazza che nella chiesa, lacrime sincere; mentre crediamo assai meno alle lacrime finte di molti sepolcri imbellettati piazzati nelle prime file della chiesa degli artisti in Piazza del Popolo.
La Rai ha continuato ancora per giorni a sfruttare la tragica occasione, per accreditarsi come la casa degli italiani dove solo poteva vivere quell'anima gentile di Fabrizio. Ma molti sanno che non è così.
L'ondata di commozione vera della gente comune prodotto però anche un effetto anomalo, quando ha messo alla gogna coloro che non si sono mostrati in pubblico con la lacrima nella borsetta, pronti a sfoderarla a favore di telecamera.
Ieri, sul Corriere della Sera, due articoli, uno dei quali poderoso, davano ragione di critiche rivolte alla Hunziker che al funerale non s'era presentata in gramaglie. Ed un secondo, molto lungo che riferiva come la Carlucci non se la sarebbe sentita di andare in onda con 'Ballando', questa sera, perchè il dolore della morte di Fabrizio, suo amico da decenni, era ancora troppo forte ed inconsolabile, rimettendosi per la decisione definitiva al volere dell'azienda. Insomma la Carlucci sarebbe stata così addolorata da temere di non riuscire a fare il suo lavoro a servizio della Rai e del pubblico? Boh! Alla morte di Ballandi , anche allora aveva pianto pubblicamente, ma non s'era spinta a tanto, come per Frizzi.
L'unica cosa sensata che abbiamo letto in quel lungo pezzo del Corriere era quando la Carlucci ha suggerito ai dirigenti Rai di assumere, in segno di riconoscenza nei confronti di Frizzi che in Rai ha speso tutta la sua vita professionale, sua moglie Carlotta Mantovan, giornalista.
Non dovrebbe essere impossibile e neanche difficile. In Rai negli anni, quasi una regola, sono stati assunti figli, mogli ed amanti di dirigenti andati in pensione, o appena intronizzati, o in procinto di esserlo, per non dare nell'occhio. Tanto che in questi giorni ancora una volta è scoppiata una polemica relativa al 'posto ereditato'.
Perché, allora, non farlo alla luce del sole per la moglie ancora giovane, con figlia piccolissima, di uno dei volti più noti ed amati della televisione pubblica? Che aspettano? Si appuntino sul petto un'altra medaglia, questa sì, 'al merito' più di altre.
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venerdì 30 marzo 2018
venerdì 8 dicembre 2017
Bentornato Andrea Chénier. Successo alla Scala
Dopo trent'anni è tornato alla Scala, nella serata inaugurale di stagione per giunta, il capolavoro di Umberto Giordano, musicista foggiano, emigrato a Milano, ed approdato alla verdissima età di 29 anni, quanti ne aveva quando il suo Chenier, alla Scala di Milano, alla fine dell'Ottocento. L'ultima volta al Piermarini 32 anni fa, e sul podio anche quella volta c'era Riccardo Chailly.
Si fa fatica a comprendere perchè mai un titolo come quello di Giordano, popolare ed abbastanza conosciuto, abbia fatto questa lunghissima anticamera, interrotta solo dalla determinazione di Chailly che da quando è rientrato a Milano, ha tentato di rimettere un pò d'ordine almeno per il repertorio - modificato a proprio discapito dalla gestione Lissner-Barenboim, durata dieci anni, nel corso dei quali Puccini era stato bandito e Verdi era venuto secondo dopo Wagner, anche nel bicentenario dalla nascita dei due musicisti, nel 2013.
Chenier ha avuto il successo che si meritava, con una compagnia di canto senza defaillances, un coro attrezzatissimo ed una orchestra abilissima e malleabile nella mani di Chailly, aiutato da una regia per una volta 'modernissima' - come ha scritto alla vigilia, Natalia Aspesi, ancora vedova inconsolabile di Lissner - perché 'senza stravolgimenti' curata da Martone, che in fatti di rivoluzioni e ghigliottine è di casa. L'opera si fa incandescente nella seconda parte, che comprendeva i due atti conclusivi, dei quattro totali, da quando il grande affresco sulla rivoluzione francese ed il brutto clima del momento, si restringe in un quadro con pochi protagonisti, lasciando la Parigi del terrore sullo sfondo, o quanto meno più sfuocata. I tre protagonisti sono all'altezza dei loro compiti, non facili, ed alla fine il successo meritato l'ottengono, suggellato dai lunghi applausi meritati.
La diretta televisiva su Rai 1 è stata condotta da una coppia - la solita 'bella e bestia', scherziamo!- formata da Di Bella - non fatevi fuorviare dal cognome - e Carlucci, la quale proprio per dimostrare che Lei all'opera non ci va, ma che ha semplicemente risposto all'appello ( ha sparato un 'Otello di Zeffirelli', con il quale si inaugurò negli anni Settanta la tradizione delle prime scaligere trasmesse in diretta, come poteva sapere la poverina che di Otello ve ne è più d'uno, di Verdi e Rossini per cominciare, e che Zeffirelli e numerosissimi altri registi sarebbe stati gli autori, a suo dire , della celebre storia del 'moro'. Non l'hanno neanche informata che la sera della prima La Scala mette in cassa un ricavo di 2.000.000 di Euro, e che perciò parlare di 2000 invitati, come ha fatto Lei, è un falso storico), e con la sua chiacchiera a vuoto, ha fatto perfino miglior figura di Di Bella, apparso intimidito dalla regina del ballo, con e sotto le stelle. Ieri sera, a dare una mano a Pereira, che alla fine della prima parte non sembrava ancora convinto del successo finale, è arrivato Fortunato Ortombina, già alla Scala ed ora sovrintendente della Fenice, che ha promosso a pieni voti il 'suo' teatro di un tempo.
A breve l'aspetta il 'Concerto di Capodanno' su Rai 1 che, da quando se ne occupa lui e lui solo, senza aiuti esterni, 'benedetti', per la formulazione del programma, ha perso in tre anni oltre 800.000 telespettatori; speriamo che abbia capito l'antifona e faccia le cose come fino a quattro anni fa, quando il Concerto viaggiava su 4.400.000 telespettatori, mentre ora è caduto fino a 3.600.000.
Questa mattina conosceremo anche il verdetto dell'Auditel, interessante, visto lo sforzo che la Rai, 'perfetta analfabeta musicale', ha fatto per questa 'prima', addirittura spostando il telegiornale delle 20.30. Ma non c'è da attendersi un risultato esaltante, perché non si può pretendere da una Rai, che semel in anno fa questo sforzo, che ottenga risultati che ben altro impegno ma anche convinzione e costanza richiederebbero.
Comunque qualcosa da dire anche sul repertorio ci sarebbe, dopo i 32 anni di attesa dello Chenier e i 150 de La gazza ladra di Rossini.
In Italia ci sono, attive tutto l'anno, finanziate con denaro pubblico in massima parte, 14 fondazioni liriche, ed anche alri teatri oltre a festival che si cimentano nel melodramma. Fermandoci alle 14 fondazioni liriche, più o meno programmano una decina di titoli a stagione, e perciò in una decina di stagioni propongono un centinaio di titoli. Dunque nel giro di una decina di anni ciascuna potrebbe , anzi DOVREBBE, presentare TUTTI i titoli del grande repertorio, senza precludersi epoche , generi ed autori - come non fanno mentre dovrebbero, anche lasciando spazio una volta per stagione a novità del presente od a riprese del passato.
Così facendo terrebbero sempre viva la memoria del grande repertorio, evitando che, ad esempio, quel capolavoro del Barbiere rossiniano manchi dai palcoscenici italiani per troppo tempo. E tale importante compito - la conservazione del repertorio e della sua tradizione interpretativa - deve esser , soprattutto per La Scala, il compito primario. Che sia Lissner che Barenboim, il quale a Berlino dirigeva opere che a Milano non ha mai fatto (d'accordo con Lissner) hanno negletto. Colpevolmente.
Si fa fatica a comprendere perchè mai un titolo come quello di Giordano, popolare ed abbastanza conosciuto, abbia fatto questa lunghissima anticamera, interrotta solo dalla determinazione di Chailly che da quando è rientrato a Milano, ha tentato di rimettere un pò d'ordine almeno per il repertorio - modificato a proprio discapito dalla gestione Lissner-Barenboim, durata dieci anni, nel corso dei quali Puccini era stato bandito e Verdi era venuto secondo dopo Wagner, anche nel bicentenario dalla nascita dei due musicisti, nel 2013.
Chenier ha avuto il successo che si meritava, con una compagnia di canto senza defaillances, un coro attrezzatissimo ed una orchestra abilissima e malleabile nella mani di Chailly, aiutato da una regia per una volta 'modernissima' - come ha scritto alla vigilia, Natalia Aspesi, ancora vedova inconsolabile di Lissner - perché 'senza stravolgimenti' curata da Martone, che in fatti di rivoluzioni e ghigliottine è di casa. L'opera si fa incandescente nella seconda parte, che comprendeva i due atti conclusivi, dei quattro totali, da quando il grande affresco sulla rivoluzione francese ed il brutto clima del momento, si restringe in un quadro con pochi protagonisti, lasciando la Parigi del terrore sullo sfondo, o quanto meno più sfuocata. I tre protagonisti sono all'altezza dei loro compiti, non facili, ed alla fine il successo meritato l'ottengono, suggellato dai lunghi applausi meritati.
La diretta televisiva su Rai 1 è stata condotta da una coppia - la solita 'bella e bestia', scherziamo!- formata da Di Bella - non fatevi fuorviare dal cognome - e Carlucci, la quale proprio per dimostrare che Lei all'opera non ci va, ma che ha semplicemente risposto all'appello ( ha sparato un 'Otello di Zeffirelli', con il quale si inaugurò negli anni Settanta la tradizione delle prime scaligere trasmesse in diretta, come poteva sapere la poverina che di Otello ve ne è più d'uno, di Verdi e Rossini per cominciare, e che Zeffirelli e numerosissimi altri registi sarebbe stati gli autori, a suo dire , della celebre storia del 'moro'. Non l'hanno neanche informata che la sera della prima La Scala mette in cassa un ricavo di 2.000.000 di Euro, e che perciò parlare di 2000 invitati, come ha fatto Lei, è un falso storico), e con la sua chiacchiera a vuoto, ha fatto perfino miglior figura di Di Bella, apparso intimidito dalla regina del ballo, con e sotto le stelle. Ieri sera, a dare una mano a Pereira, che alla fine della prima parte non sembrava ancora convinto del successo finale, è arrivato Fortunato Ortombina, già alla Scala ed ora sovrintendente della Fenice, che ha promosso a pieni voti il 'suo' teatro di un tempo.
A breve l'aspetta il 'Concerto di Capodanno' su Rai 1 che, da quando se ne occupa lui e lui solo, senza aiuti esterni, 'benedetti', per la formulazione del programma, ha perso in tre anni oltre 800.000 telespettatori; speriamo che abbia capito l'antifona e faccia le cose come fino a quattro anni fa, quando il Concerto viaggiava su 4.400.000 telespettatori, mentre ora è caduto fino a 3.600.000.
Questa mattina conosceremo anche il verdetto dell'Auditel, interessante, visto lo sforzo che la Rai, 'perfetta analfabeta musicale', ha fatto per questa 'prima', addirittura spostando il telegiornale delle 20.30. Ma non c'è da attendersi un risultato esaltante, perché non si può pretendere da una Rai, che semel in anno fa questo sforzo, che ottenga risultati che ben altro impegno ma anche convinzione e costanza richiederebbero.
Comunque qualcosa da dire anche sul repertorio ci sarebbe, dopo i 32 anni di attesa dello Chenier e i 150 de La gazza ladra di Rossini.
In Italia ci sono, attive tutto l'anno, finanziate con denaro pubblico in massima parte, 14 fondazioni liriche, ed anche alri teatri oltre a festival che si cimentano nel melodramma. Fermandoci alle 14 fondazioni liriche, più o meno programmano una decina di titoli a stagione, e perciò in una decina di stagioni propongono un centinaio di titoli. Dunque nel giro di una decina di anni ciascuna potrebbe , anzi DOVREBBE, presentare TUTTI i titoli del grande repertorio, senza precludersi epoche , generi ed autori - come non fanno mentre dovrebbero, anche lasciando spazio una volta per stagione a novità del presente od a riprese del passato.
Così facendo terrebbero sempre viva la memoria del grande repertorio, evitando che, ad esempio, quel capolavoro del Barbiere rossiniano manchi dai palcoscenici italiani per troppo tempo. E tale importante compito - la conservazione del repertorio e della sua tradizione interpretativa - deve esser , soprattutto per La Scala, il compito primario. Che sia Lissner che Barenboim, il quale a Berlino dirigeva opere che a Milano non ha mai fatto (d'accordo con Lissner) hanno negletto. Colpevolmente.
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lunedì 4 dicembre 2017
I giovani, a teatro o concerto, si vestono a festa.Vedi alla Scala alla 'primina' di 'Andrea Chenier'
Da alcuni anni il Teatro alla Scala di Milano programma alla vigilia di importanti appuntamenti operistici - e la serata inaugurale di stagione, a Sant'Ambrogio, è certamente l'appuntamento più importante - una 'primina', così battezzata perchè anticipa di qualche giorno la 'prima' vera e propria, ma anche perchè è riservata ai giovani. Sempre affolatta, sempre gradita dai giovani che, nella stragrande maggioranza, per la prima volta mettono piede in teatro, almeno era così nelle prime sperimentazioni, mentre adesso i giovani attendono ogni anno quella 'primina', quale che sia il titolo prescelto. e fra loro c'è un discreto numero di irriducibili e aficionados.
Ieri la tv ha mostrato, in diversi servizi giornalistici, alcuni di questi giovani che affollavano il foyer, al termine dello Chenier ed ha chiesto loro qualche impressione: più a proposito di quelle che la Carlucci ci rimanderà il 7 dicembre dallo stesso foyer, ma con altro pubblico.
Ma la cosa singolare è che nessun giovane è andato alla Scala con infradito e magliette sdrucite., come tanti musicisti eccentrici e intellettuali fasulli vorrebbero che fosse 'addobbato' il pubblico del concerto o dell'opera. Per svecchiare. Tutti erano vestiti a festa, facevano anche un pò tenerezza; ma di nessuno di loro si poteva dire che non si era vestito come l'occasione richiedeva. Il che dimostra che, contrariamente a ciò che pensano ed auspicano certuni, i giovani sanno come ci si veste in determinate circostanze.
Mentre li guardavano abbiamo pensato a cosa avrebbe potuto dire Currentzis - il direttore di origine greca che vuole rivoluzionare l'ascolto musicale, a partire dalla mise da concerto che deve essere lasciata alla libera scelta di ciascuno, senza regole. Come pensa anche quel violinista 'maledetto', alla Paganini, genio buttato alle ortiche, che di nome fa Malikian e recentemente si è ascoltato anche a Roma, che prima di salire in palcoscenico si traveste, mette la maschera di pirata e fa letteralmente pena, mentre i giovani alla Scala facevano solo tenerezza, e nessuna pena nei loro abiti da festa o da grandi occasioni.
E come pensa, purtroppo, anche il nostro aitante direttorino Battistoni, il quale nel suo libercolo 'Non è musica per vecchi' è sulle stesse insulse posizioni e si augura che la platea dei teatri si trasformi d'estate, in uno stabilimento balneare, per come è svestito il pubblico, e 'd'inverno' , in una stazione sciistica.
Per fortuna i giovani che loro vorrebbero vestiti, anzi travestiti, la pensano diversamente.
Ieri la tv ha mostrato, in diversi servizi giornalistici, alcuni di questi giovani che affollavano il foyer, al termine dello Chenier ed ha chiesto loro qualche impressione: più a proposito di quelle che la Carlucci ci rimanderà il 7 dicembre dallo stesso foyer, ma con altro pubblico.
Ma la cosa singolare è che nessun giovane è andato alla Scala con infradito e magliette sdrucite., come tanti musicisti eccentrici e intellettuali fasulli vorrebbero che fosse 'addobbato' il pubblico del concerto o dell'opera. Per svecchiare. Tutti erano vestiti a festa, facevano anche un pò tenerezza; ma di nessuno di loro si poteva dire che non si era vestito come l'occasione richiedeva. Il che dimostra che, contrariamente a ciò che pensano ed auspicano certuni, i giovani sanno come ci si veste in determinate circostanze.
Mentre li guardavano abbiamo pensato a cosa avrebbe potuto dire Currentzis - il direttore di origine greca che vuole rivoluzionare l'ascolto musicale, a partire dalla mise da concerto che deve essere lasciata alla libera scelta di ciascuno, senza regole. Come pensa anche quel violinista 'maledetto', alla Paganini, genio buttato alle ortiche, che di nome fa Malikian e recentemente si è ascoltato anche a Roma, che prima di salire in palcoscenico si traveste, mette la maschera di pirata e fa letteralmente pena, mentre i giovani alla Scala facevano solo tenerezza, e nessuna pena nei loro abiti da festa o da grandi occasioni.
E come pensa, purtroppo, anche il nostro aitante direttorino Battistoni, il quale nel suo libercolo 'Non è musica per vecchi' è sulle stesse insulse posizioni e si augura che la platea dei teatri si trasformi d'estate, in uno stabilimento balneare, per come è svestito il pubblico, e 'd'inverno' , in una stazione sciistica.
Per fortuna i giovani che loro vorrebbero vestiti, anzi travestiti, la pensano diversamente.
martedì 4 luglio 2017
Barbareschi dimezzato dal Parlamento
Aveva già cantato vittoria Barbareschi: 4 milioni per il 2017, e 4 ancora per il 2018. Una bella vittoria contro la quale c'era stata la rivolta di tutto lo spettacolo italiano all'unisono: ma come, in tempo di crisi e fra il lamento generale, a Barbareschi, per il suo Teatro Eliseo - glorioso sì, ma privato - si danno in una botta sola ben 8 milioni di Euro? E giù il grido: è uno scandalo!
In effetti di un mezzo scandalo si trattava, anche se Barbareschi, gongolante ancor prima di vedere i soldi in cassa, s'era improvvisato caritatevole: voleva insegnare alle altre istituzioni culturali italiane come ottenere fondi imprevisti e generosi. E magari anche non del tutto meritati. Come ha fatto?
C'è stato anche chi ha tirato in ballo la passata esperienza di Barbareschi in Parlamento nelle file di Forza Italia, incaricato, in coppia con la Carlucci parlamentare, di occuparsi di cultura e spettacolo.
Ed anche chi, a mezza voce, aveva ricordato che l'attuale moglie di Barbareschi è la figlia di Monorchio, l'ex ragioniere generale dello Stato, una potenza, il cui fuoco di influenza non si sarà ancora del tutto esaurito.
Alla fine il Parlamento ha capito che quella 'elargizione' era ingiustificata, pur considerando la storia del teatro romano e la sua attuale vitalità dopo che l'attore l'aveva rilevato dai precedenti gestori( Monaci) e rimesso a nuovo, anche nell'arredo. Come fare per attutire anzi mettere a tacere i malumori?
Dimezzare senza una ragione il finanziamento, pur incautamente elargito, significava fare una ignobile marcia indietro, un voltafaccia senza vergogna. E allora, lo stesso Parlamento - si deduce che quando vuole, sa anche evitare plateali figuracce! - dimezza il finanziamento, con la seguente motivazione: gli altri quattro milioni li devolviamo alle zone terremotate. E perciò Barbareschi ne ha solo 4 di milioni di Euro, ma non può che tacere, perchè certamente i terremotati ne hanno più diritto di lui.
E così il Parlamento ha messo nel sacco Barbareschi che credeva di aver messo nel sacco il Parlamento e buona parte dello spettacolo in Italia.
In effetti di un mezzo scandalo si trattava, anche se Barbareschi, gongolante ancor prima di vedere i soldi in cassa, s'era improvvisato caritatevole: voleva insegnare alle altre istituzioni culturali italiane come ottenere fondi imprevisti e generosi. E magari anche non del tutto meritati. Come ha fatto?
C'è stato anche chi ha tirato in ballo la passata esperienza di Barbareschi in Parlamento nelle file di Forza Italia, incaricato, in coppia con la Carlucci parlamentare, di occuparsi di cultura e spettacolo.
Ed anche chi, a mezza voce, aveva ricordato che l'attuale moglie di Barbareschi è la figlia di Monorchio, l'ex ragioniere generale dello Stato, una potenza, il cui fuoco di influenza non si sarà ancora del tutto esaurito.
Alla fine il Parlamento ha capito che quella 'elargizione' era ingiustificata, pur considerando la storia del teatro romano e la sua attuale vitalità dopo che l'attore l'aveva rilevato dai precedenti gestori( Monaci) e rimesso a nuovo, anche nell'arredo. Come fare per attutire anzi mettere a tacere i malumori?
Dimezzare senza una ragione il finanziamento, pur incautamente elargito, significava fare una ignobile marcia indietro, un voltafaccia senza vergogna. E allora, lo stesso Parlamento - si deduce che quando vuole, sa anche evitare plateali figuracce! - dimezza il finanziamento, con la seguente motivazione: gli altri quattro milioni li devolviamo alle zone terremotate. E perciò Barbareschi ne ha solo 4 di milioni di Euro, ma non può che tacere, perchè certamente i terremotati ne hanno più diritto di lui.
E così il Parlamento ha messo nel sacco Barbareschi che credeva di aver messo nel sacco il Parlamento e buona parte dello spettacolo in Italia.
venerdì 2 giugno 2017
Il TRIC TRAC di Barbareschi salvato con una robusta iniezione di Euro: otto milioni di soldi pubblici
Il Teatro Eliseo di Roma, che festeggia quest'anno i suoi primi cento anni di vita, risultando perciò il più antico d'Italia, rischiava di celebrare nello stesso tempo il bell'anniversario e la sua chiusura. Perchè in cassa non c'era più 1 Euro - cosi aveva dichiarato Luca Barabareschi che un paio d'anni fa l'aveva rilevato dalla famiglia Monaci, restaurato - perché ormai fuorilegge, mancando di tutte le caratteristiche di un luogo di pubblico spettacolo - e rimesso in attività. Barbareschi aveva dichiarato che per tale complessa operazione aveva tirato fuori, di tasca sua, 5 milioni circa di Euro.
L'Eliseo aveva ricominciato a funzionare, aveva il suo pubblico e le cose sembravano andare a gonfie vele, quando venne lanciato l'SOS dallo stesso Barabareschi: senza il sostegno pubblico al 'mio teatro', che è un teatro privato, ma riconosciuto come TRIC ( Teatri di Rilevante Interesse Culturale), sono costretto a chiudere. Prchè quand'anche avessi ogni sera il 'tutto esaurito' le spese per tenere aperto un teatro (produzione e gestione) non vengono coperte dagli incassi. E allora il grido di allarme di Barbareschi.
Franceschini mi ha promesso un forte aiuto - dichiarava Barbareschi; io non ho promesso nessun aiuto, oltre quello che l'Eliseo già percepisce , quasi 500.000 Euro a stagione dallo Stato ( FUS), che unito ai contributi delle altre istituzioni pubbliche, arriva a quasi 1 milione a stagione.
Se Padoan non ci dà i soldi noi chiudiamo, minacciava ancora Barbareschi. E sarebbe stato un vero peccato per l'Eliseo, soldi aggiuntivi dal suo Ministero. Padoan non dava risposta. Barbareschi riusciva allora a smuovere alcuni parlamentari, di opposti schieramenti - lui che era stato deputato di FI e che, all'epoca, sì era pure interessato, in coppia con una Carlucci, la Gabriella, sfortunata aspirante soubrette, aitante parlamentare, dei problemi dello spettacolo, annosi e che continueranno ad esserlo per chissà quanti anni ancora - che sono riusciti ad infilare nella cosiddetta 'manovrina che avrebbe dovuto aggiustare i conti e invece, come vedremo, li avrebbe semmai aggravati -un articoletto 'pro domo Barbareschi'.
Qualcuno, quando ancora non se ne conosceva l'esito della approvazione parlamentare, aveva ricordato oltre il passato da parlamentare di Barbareschi, che egli aveva sposato, in seconde o terze nozze non importa, Elena Monorchio, figlia del potentissimo ex ragioniere generale dello Stato, il quale si sarebbe mosso per mettere in salvo il patrimonio famigliare di sua figlia, ridotto a causa dell' investimento nell'Eliseo. Anche se nessuno l'ha detto apertamente il solo nome di Monorchio ha fatto venire a molti quel cattivo pensiero.
Quando il Parlamento ha concesso l'elemosina a Barbareschi - 8 milioni di Euro in due anni, che elemosina! - s'è scatenato, come era da attendersi, il putiferio. Ma come a Barbareschi, gestore di un teatro privato, si dà una cifra non molto inferiore a quella che lo Stato destina ogni anno a tutti i TRIC?
Pronta la reazione di Barbareschi: ma come quando sono riuscito a salvare dalla chiusura un teatro,voi teatranti gridate allo scandalo e mi date addosso? Dovreste essere felici e semmai fare anche voi pressione per aumentare la dotazione statale per i teatri. Sì, gli hanno risposto molti altri gestori: dicci come si fa, perchè a noi non ci hanno mai dato ascolto.
Naturalmente ci sono state anche manifestazioni di solidarietà per Barbareschi. Emilia Costantini, sul Corriere, nel fare l'elenco dei favorevoli al 'Caso Barbareschi Eliseo',presa dall'entusiasmo s'è lasciata scappare un lapsus rivelatore, quando ha scritto che Barbareschi ha ricevuto il sostegno anche del Festival di Spoleto, nella persona del suo direttore, GIULIANO FERRARA, rivelando inconsciamente l'artefice della fortuna del fratello di Giulianone, Giorgio, che regna a Spoleto - che non è più quello di una volta- da quasi un decennio. un tempo troppo lungo, senza cambio di direzione.
La polemica sul caso Barbareschi continua,si sono appassionati alla storia molti giornali, magari Barbareschi avrebbe preferito che passasse sotto silenzio, per evitare ritorsioni ed anche passi indietro che, per ora, dopo l'approvazione della Camera sarebbero scongiurati.
Questa storia fa pensare alla necessità per l'Italia di dotarsi di una legge per al cultura e lo spettacolo adeguata alla sua tradizione ed alle sue potenzialità. E, al contempo, riflettere, sul fatto che mentre a tutti si impongono lagrime e sangue, lo Stato provvede a fornire caviale a champagne ad alcuni.
L'Eliseo aveva ricominciato a funzionare, aveva il suo pubblico e le cose sembravano andare a gonfie vele, quando venne lanciato l'SOS dallo stesso Barabareschi: senza il sostegno pubblico al 'mio teatro', che è un teatro privato, ma riconosciuto come TRIC ( Teatri di Rilevante Interesse Culturale), sono costretto a chiudere. Prchè quand'anche avessi ogni sera il 'tutto esaurito' le spese per tenere aperto un teatro (produzione e gestione) non vengono coperte dagli incassi. E allora il grido di allarme di Barbareschi.
Franceschini mi ha promesso un forte aiuto - dichiarava Barbareschi; io non ho promesso nessun aiuto, oltre quello che l'Eliseo già percepisce , quasi 500.000 Euro a stagione dallo Stato ( FUS), che unito ai contributi delle altre istituzioni pubbliche, arriva a quasi 1 milione a stagione.
Se Padoan non ci dà i soldi noi chiudiamo, minacciava ancora Barbareschi. E sarebbe stato un vero peccato per l'Eliseo, soldi aggiuntivi dal suo Ministero. Padoan non dava risposta. Barbareschi riusciva allora a smuovere alcuni parlamentari, di opposti schieramenti - lui che era stato deputato di FI e che, all'epoca, sì era pure interessato, in coppia con una Carlucci, la Gabriella, sfortunata aspirante soubrette, aitante parlamentare, dei problemi dello spettacolo, annosi e che continueranno ad esserlo per chissà quanti anni ancora - che sono riusciti ad infilare nella cosiddetta 'manovrina che avrebbe dovuto aggiustare i conti e invece, come vedremo, li avrebbe semmai aggravati -un articoletto 'pro domo Barbareschi'.
Qualcuno, quando ancora non se ne conosceva l'esito della approvazione parlamentare, aveva ricordato oltre il passato da parlamentare di Barbareschi, che egli aveva sposato, in seconde o terze nozze non importa, Elena Monorchio, figlia del potentissimo ex ragioniere generale dello Stato, il quale si sarebbe mosso per mettere in salvo il patrimonio famigliare di sua figlia, ridotto a causa dell' investimento nell'Eliseo. Anche se nessuno l'ha detto apertamente il solo nome di Monorchio ha fatto venire a molti quel cattivo pensiero.
Quando il Parlamento ha concesso l'elemosina a Barbareschi - 8 milioni di Euro in due anni, che elemosina! - s'è scatenato, come era da attendersi, il putiferio. Ma come a Barbareschi, gestore di un teatro privato, si dà una cifra non molto inferiore a quella che lo Stato destina ogni anno a tutti i TRIC?
Pronta la reazione di Barbareschi: ma come quando sono riuscito a salvare dalla chiusura un teatro,voi teatranti gridate allo scandalo e mi date addosso? Dovreste essere felici e semmai fare anche voi pressione per aumentare la dotazione statale per i teatri. Sì, gli hanno risposto molti altri gestori: dicci come si fa, perchè a noi non ci hanno mai dato ascolto.
Naturalmente ci sono state anche manifestazioni di solidarietà per Barbareschi. Emilia Costantini, sul Corriere, nel fare l'elenco dei favorevoli al 'Caso Barbareschi Eliseo',presa dall'entusiasmo s'è lasciata scappare un lapsus rivelatore, quando ha scritto che Barbareschi ha ricevuto il sostegno anche del Festival di Spoleto, nella persona del suo direttore, GIULIANO FERRARA, rivelando inconsciamente l'artefice della fortuna del fratello di Giulianone, Giorgio, che regna a Spoleto - che non è più quello di una volta- da quasi un decennio. un tempo troppo lungo, senza cambio di direzione.
La polemica sul caso Barbareschi continua,si sono appassionati alla storia molti giornali, magari Barbareschi avrebbe preferito che passasse sotto silenzio, per evitare ritorsioni ed anche passi indietro che, per ora, dopo l'approvazione della Camera sarebbero scongiurati.
Questa storia fa pensare alla necessità per l'Italia di dotarsi di una legge per al cultura e lo spettacolo adeguata alla sua tradizione ed alle sue potenzialità. E, al contempo, riflettere, sul fatto che mentre a tutti si impongono lagrime e sangue, lo Stato provvede a fornire caviale a champagne ad alcuni.
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sabato 3 dicembre 2016
Coro 'a bocca chiusa' vorremmo consigliare, per Butterfly su Rai 1 dalla Scala. Perchè no?
Chiunque venga chiamato 'a cantarla' a Puccini prima durante ( nel corso dell'intervallo) e dopo la diretta televisiva della Butterfly che quest'anno inaugura la stagione della Scala, sempre meglio di Massimo Bernardini che Rai 5 ci ha già propinato per il Fidelio da Santa Cecilia e che saremmo felici di non ascoltare più, poco importa a noi se lui è finalmente tornato alla sua prima passione giovanile e cioè alla musica, senza essersi prima chiarito le idee sulla stessa, visto che ha convinto Rai Cultura sulla equivalenza fra musica 'leggera' - la sua - e 'pesante', quella che incautamente gli hanno affidato come presentatore ed intrattenitore. Va bene, oseremmo dire - salvo sorprese - chiunque altro, non lui, che già consociamo.
Anche Antonio Di Bella, che forse anche lui è un cultore della musica e dell'opera - e noi non lo sapevamo - al quale in coppia con la bionda Serena Scorzoni, da tempo nota alla tv, per la musica, proveniente da Rai News 24, non sempre a suo agio, non sempre all'altezza e preparata, e che prima prima faceva coppia con un noto musicista ( la coppia era soprannominata ' la bella e la bestia', per gioco) e poi con un giovane direttore ( che s'è messo in testa di mettere i jeans alla musica classica) prima che con il suo direttore.
Ma per la 'prima' alla Scala, Rai Cultura non bada a spese. Chiama anche Milly Carlucci, regina del ballo in tv, e la signora del pomeriggio di Rai Uno, Cristina Parodi, che la coppia di conduttori incontrerà per caso nel foyer, onde ripagarla dell'assenza per un pomeriggio dalla sua trasmissione, senza riguardo per i telespettatori che per un pomeriggio ne potrebbero anche fare a meno, senza risentirne, e solo per respirare un'aria diversa.
Ci saranno anche altri ospiti, tutti già programmati, ma incontrati per caso in palchi, palchetti e foyer. Uno studioso di Puccini, magari un suo biografo, no. Che ce ne facciamo?
L'operazione Butterfly, voluta dai vertici Rai, ha naturalmente più senso del Macbeth che la tv 'dei professori' ci propinò tanti anni fa, con scarso successo, come era da immaginare. Perchè Butterfly oltre che essere un bel capolavoro è opera popolarissima come quella verdiana non era e non è.
E noi ci sentiamo più coinvolti. Per questo vorremmo dare un consiglio allo stuolo di chiacchieroni su Butterfly, prima versione, che quella testa dura di Chailly ha voluto riportare alla Scala, a mò di risarcimento, quando avrebbe potuto presentare la versione 'rifatta', che trionfò a Brescia dopo il fiasco milanese, che è quella che tutti consociamo ed apprezziamo. Sull'esempio della 'farfallina' che attende il ritorno dell'ufficiale americano, in silenzio, consigliamo ai chiacchieroni invitati di mettersi uno di fianco all'altro, per un eloquente coro 'a bocca chiusa'. Noi lo apprezzeremmo. Con un vantaggio non da poco per Rai 1: se intuiamo che ciò che stanno cantando 'a bocca chiusa', non ci piace, non siamo costretti a cambiar canale.
Anche Antonio Di Bella, che forse anche lui è un cultore della musica e dell'opera - e noi non lo sapevamo - al quale in coppia con la bionda Serena Scorzoni, da tempo nota alla tv, per la musica, proveniente da Rai News 24, non sempre a suo agio, non sempre all'altezza e preparata, e che prima prima faceva coppia con un noto musicista ( la coppia era soprannominata ' la bella e la bestia', per gioco) e poi con un giovane direttore ( che s'è messo in testa di mettere i jeans alla musica classica) prima che con il suo direttore.
Ma per la 'prima' alla Scala, Rai Cultura non bada a spese. Chiama anche Milly Carlucci, regina del ballo in tv, e la signora del pomeriggio di Rai Uno, Cristina Parodi, che la coppia di conduttori incontrerà per caso nel foyer, onde ripagarla dell'assenza per un pomeriggio dalla sua trasmissione, senza riguardo per i telespettatori che per un pomeriggio ne potrebbero anche fare a meno, senza risentirne, e solo per respirare un'aria diversa.
Ci saranno anche altri ospiti, tutti già programmati, ma incontrati per caso in palchi, palchetti e foyer. Uno studioso di Puccini, magari un suo biografo, no. Che ce ne facciamo?
L'operazione Butterfly, voluta dai vertici Rai, ha naturalmente più senso del Macbeth che la tv 'dei professori' ci propinò tanti anni fa, con scarso successo, come era da immaginare. Perchè Butterfly oltre che essere un bel capolavoro è opera popolarissima come quella verdiana non era e non è.
E noi ci sentiamo più coinvolti. Per questo vorremmo dare un consiglio allo stuolo di chiacchieroni su Butterfly, prima versione, che quella testa dura di Chailly ha voluto riportare alla Scala, a mò di risarcimento, quando avrebbe potuto presentare la versione 'rifatta', che trionfò a Brescia dopo il fiasco milanese, che è quella che tutti consociamo ed apprezziamo. Sull'esempio della 'farfallina' che attende il ritorno dell'ufficiale americano, in silenzio, consigliamo ai chiacchieroni invitati di mettersi uno di fianco all'altro, per un eloquente coro 'a bocca chiusa'. Noi lo apprezzeremmo. Con un vantaggio non da poco per Rai 1: se intuiamo che ciò che stanno cantando 'a bocca chiusa', non ci piace, non siamo costretti a cambiar canale.
lunedì 17 ottobre 2016
'DIECI COSE' di Uolter Veltroni da cancellare, piuttosto che da ricordare
L'avesse presentato uno di noi in Rai, il progetto 'dieci cose' , già sappiamo quale sarebbe stata la risposta del dirigente preposto. Quattro calci nel culo senza nessuna giustificazione e via. E invece l'ha presentato UOLTER, finito come politico e profeta del nuovo che non arriva mai, abortito il progetto missionario ed umanitario in Africa, neppure partito; il quale, dopo l'avventura nel mondo del cinema con i due esperimenti ( Berlinguer e bambini) vuole riciclarsi nel mondo dello spettacolo e propone a Rai 1 un programma che più morto non si poteva immaginare, sul filo della 'memoria' e della sua importanza.
I dirigenti ovviamente non la pensano come noi e , anche per timore reverenziale nei confronti dell'ex politico, gli fanno ponti d'oro e lo programmano. Quanto costi - e si sa che costa molto - non importa. E' un problema che non mi riguarda, ha risposto UOLTER a precisa domanda.
Vogliono tentare il colpo grosso del sabato sera. Senonché il programma fa appena il 10% di share con poco più di 2 milioni di telespettatori, in prima serata su Rai 1, rivelandosi come uno dei più clamosrosi flop della recente televisione. Lo cancelleranno?
Noi mezzo assonnati abbiamo visto appena qualche minuto di 'Dieci cose', quello in cui Buffon parlava del libro che gli aveva cambiato la vita, che era poi quello scritto da Mario Calabresi su suo padre, Luigi, il celebre commissario. Arriva in studio l'autore, oggi direttore di Repubblica - ogni ragione è buona per sbattere in faccia al telespettatore che la Rai è diventata la sede staccata del gruppo editoriale romano, tanto che ci lavorano - BEN RETRIBUITI - schiere di giornalisti di ogni età e capacità. Stregato anch'egli dal numero '10' gli vien chiesto di raccontare 10 date e relativi avvenimenti che hanno cambiato il mondo. E lui lo fa diligentemente, perchè è bravo. Su Insinna che fa sempre il reclamizzatore di 'pacchi', anche quando fa altro, meglio tacere.
Ripensando alla inutilità della trasmissione di UOLTER, ci è venuto in mente un'altra trasmissione, quella abortita giustamente, alle prime lune di gestazione. Si tratta di molti anni fa, fine anni Ottanta, ed aveva come titolo provvissorio 'Domani domenica'. Era progettata - ma senza un'idea di trasmissione, esattamente come UOLTER, per Rai 3. La doveva condurre Enrico Mentana.
A quella trasmissione collaboravamo anche noi per la musica, Irene Bignardi per il cinema; il papà di Fabrizio Corona - direttore di 'TAXI', un mensile patinato di varia umanità - per altri argomenti ed altri ancora. Cominciammo le prove che andarono avanti per qualche settimana. Ricordiamo ancora che fuori dello studio in via Asiago, di fronte alla sede della radio, stazionarono, sedute su una panca, come in un ufficio di collocamento in attesa di qualche chiamata, una Carlucci, quella che poi s'è riciclata come parlamentare - dove in molti si sono riciclati, finendo lei a fare anche il sindaco di Margherita di Savoia, in Puglia, ad un tiro di schioppo dal nostro paese natio, Trinitapoli - ed anche una bravissima attrice, come Milena Vukotic, in attesa che la rete diretta allora da Giuseppe Rossini offrisse loro, tramite il dirigente incaricato di seguire il programma. Minasi, una qualche comparsa. Attesa inutile, perchè a Minasi, ma anche a Mentana ed a noi stessi chiamati a collaborarvi, con contratti già firmati, apparve subito che sarebbe stato un aborto e perciò non partì neppure. Cosa che alla formidabile idea di programma di UOLTER, non sarebbe mai potuto accadere; nè accadrà nonostante il flop. Ti pare?
I dirigenti ovviamente non la pensano come noi e , anche per timore reverenziale nei confronti dell'ex politico, gli fanno ponti d'oro e lo programmano. Quanto costi - e si sa che costa molto - non importa. E' un problema che non mi riguarda, ha risposto UOLTER a precisa domanda.
Vogliono tentare il colpo grosso del sabato sera. Senonché il programma fa appena il 10% di share con poco più di 2 milioni di telespettatori, in prima serata su Rai 1, rivelandosi come uno dei più clamosrosi flop della recente televisione. Lo cancelleranno?
Noi mezzo assonnati abbiamo visto appena qualche minuto di 'Dieci cose', quello in cui Buffon parlava del libro che gli aveva cambiato la vita, che era poi quello scritto da Mario Calabresi su suo padre, Luigi, il celebre commissario. Arriva in studio l'autore, oggi direttore di Repubblica - ogni ragione è buona per sbattere in faccia al telespettatore che la Rai è diventata la sede staccata del gruppo editoriale romano, tanto che ci lavorano - BEN RETRIBUITI - schiere di giornalisti di ogni età e capacità. Stregato anch'egli dal numero '10' gli vien chiesto di raccontare 10 date e relativi avvenimenti che hanno cambiato il mondo. E lui lo fa diligentemente, perchè è bravo. Su Insinna che fa sempre il reclamizzatore di 'pacchi', anche quando fa altro, meglio tacere.
Ripensando alla inutilità della trasmissione di UOLTER, ci è venuto in mente un'altra trasmissione, quella abortita giustamente, alle prime lune di gestazione. Si tratta di molti anni fa, fine anni Ottanta, ed aveva come titolo provvissorio 'Domani domenica'. Era progettata - ma senza un'idea di trasmissione, esattamente come UOLTER, per Rai 3. La doveva condurre Enrico Mentana.
A quella trasmissione collaboravamo anche noi per la musica, Irene Bignardi per il cinema; il papà di Fabrizio Corona - direttore di 'TAXI', un mensile patinato di varia umanità - per altri argomenti ed altri ancora. Cominciammo le prove che andarono avanti per qualche settimana. Ricordiamo ancora che fuori dello studio in via Asiago, di fronte alla sede della radio, stazionarono, sedute su una panca, come in un ufficio di collocamento in attesa di qualche chiamata, una Carlucci, quella che poi s'è riciclata come parlamentare - dove in molti si sono riciclati, finendo lei a fare anche il sindaco di Margherita di Savoia, in Puglia, ad un tiro di schioppo dal nostro paese natio, Trinitapoli - ed anche una bravissima attrice, come Milena Vukotic, in attesa che la rete diretta allora da Giuseppe Rossini offrisse loro, tramite il dirigente incaricato di seguire il programma. Minasi, una qualche comparsa. Attesa inutile, perchè a Minasi, ma anche a Mentana ed a noi stessi chiamati a collaborarvi, con contratti già firmati, apparve subito che sarebbe stato un aborto e perciò non partì neppure. Cosa che alla formidabile idea di programma di UOLTER, non sarebbe mai potuto accadere; nè accadrà nonostante il flop. Ti pare?
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lunedì 7 luglio 2014
Nicola Piovani bacchetta i politici: La vita è bella ma voi risolvete i problemi
Nel riferirvi a caldo della serata che abbiamo vissuto poche ore fa, nel piazzale del Policlinico Gemelli, dove il 50 della grande istituzione sanitaria e di ricerca veniva festeggiato con un indimenticabile concerto dell'orchestra nazionale del 'Sistema delle orchestre e dei cori giovanili ed infantili' in Italia, e la partecipazione di un coro di voci bianche e di un secondo, 'delle mani bianche', per il quale quando per la prima volta ne ascoltò uno simile in uno dei suoi primi viaggi in Venezuela, Claudio Abbado scoppiò letteralmente in lacrime, temiamo che a parlarne o scriverne, un pò dell'immensa emozione provata vada dispersa.
Il concerto, al quale hanno partecipato alcune autorità, come il presidente del Senato che già aveva invitato il complesso a Palazzo Madama per un concerto istituzionale, ma anche qualche sgallettata dei salotti romani alla quale non hanno spiegato che non andava in spiaggia ad ascoltare musica, era stato preceduto dai discorsi di rito, fra i quali merita un buu senza limiti quello del presidente della commissione filatelica che ha letto un inutile e penoso messaggio del sottosegretario Giacomelli che, nel presentare l'iniziativa dell'emissione del francobollo commemorativo, tesseva storia e panegirico delle Poste, in faccia alla Presidente Todini, senza la benchè minima vergogna di dire male cose inutili e banali, e perciò inascoltabili.
Per nostra fortuna la presentatrice della serata commemorativa ed anche di festa, Milly Carlucci, ha svolto con grande proprietà il suo ruolo. Cosa rara. Poi il concerto. Piovani sul podio; in programma musiche di Bartok, Brahms e dello stesso Piovani, naturalmente dalle sue colonne sonore. Ah, no, c'era anche Modugno con il suo ' Volare' ed una bella versione dell'Inno nazionale. In apertura di programma l'Allegro del sistema, scritto appositamente da Piovani per il 'Sistema' italiano, e consistente in una specie di 'guida all'orchestra' di britteniana memoria, ma molto più breve, e su 'motivetto' dello stesso Piovani, mentre quella di Britten era su un 'tema' di Purcell.
Il coro 'delle mani bianche' disegnava con entusiasmo,vitalità ed insieme poesia la musica nello spazio coinvolgendo tutti in un grande abbraccio a distanza, tutti con le mani alzate e mosse in segno di saluto ed augurio.
Il concerto è filato liscio naturalmente; la musica più gradita da un uditoriuo analfabeta, come ben sappiamo, è stata quella conosciutissima ed anche coinvolgente, diciamo la verità, del film 'La vita è bella', già premiata con l'Oscar.
Se vogliamo dirla tutta, una volta apprezzato il gesto di grande generosità di Piovani, la sua presenza sul podio; non possiamo tacere che nella musica 'vera' - permetteteci la durezza - è stata davvero un disastro. Ci ha fatto venire alla mente un direttore di altri tempi, Renato Fasano, per il quale circolava fra i professori d'orchestra la parola d'ordine ' chi lo guarda è perduto!'.
Ma , alla fine, Piovani ci ha fatto dimenticare quella sua brutta prestazione, quando ha preso il microfono ed ha detto:" il concerto di questa sera, qui nel piazzale di un ospedale, ci permette di sottolineare due fattori per i quali giudicare una nazione, la qual cosa noi facciamo soprattutto quando siamo all'estero: la sanità e la cultura". Per la cultura - che è la materia della quale Piovani è più pratico, ha poi detto "stiamo attraversando un brutto periodo e non da oggi, quando sappiamo che esistono problemi seri e complessi che influiscono sul nostro vivere civile. I politici, ai quali mi rivolgo, devono risolvere questi problemi complessi, questo è il loro compito; lascino a noi artisti le dichiarazioni ed i proclami".
Ammalati e personale dell'ospedale hanno assistito dai balconi, prevalentemente, al concerto che avranno certamente gradito molto. Sul piazzale pieno di pubblico dominava quella bruttissima statua di Giovanni Paolo II, il papa santo, noto anche per avere le statue più brutte al mondo.
Il concerto, infine, veniva ripreso e rimandato su due schermi posti in alto alle spalle di coro e orchestra. una telecamera mobile con grande braccio ed una fissa , mai che avessero ripreso quelli che stavano suonando, staccavano sempre altrove, semplicemente per incompetenza e sciatteria registica. Ecco queste cose non ci sono mai piaciute e non vorremmo farcele piacere ora.
Il concerto, al quale hanno partecipato alcune autorità, come il presidente del Senato che già aveva invitato il complesso a Palazzo Madama per un concerto istituzionale, ma anche qualche sgallettata dei salotti romani alla quale non hanno spiegato che non andava in spiaggia ad ascoltare musica, era stato preceduto dai discorsi di rito, fra i quali merita un buu senza limiti quello del presidente della commissione filatelica che ha letto un inutile e penoso messaggio del sottosegretario Giacomelli che, nel presentare l'iniziativa dell'emissione del francobollo commemorativo, tesseva storia e panegirico delle Poste, in faccia alla Presidente Todini, senza la benchè minima vergogna di dire male cose inutili e banali, e perciò inascoltabili.
Per nostra fortuna la presentatrice della serata commemorativa ed anche di festa, Milly Carlucci, ha svolto con grande proprietà il suo ruolo. Cosa rara. Poi il concerto. Piovani sul podio; in programma musiche di Bartok, Brahms e dello stesso Piovani, naturalmente dalle sue colonne sonore. Ah, no, c'era anche Modugno con il suo ' Volare' ed una bella versione dell'Inno nazionale. In apertura di programma l'Allegro del sistema, scritto appositamente da Piovani per il 'Sistema' italiano, e consistente in una specie di 'guida all'orchestra' di britteniana memoria, ma molto più breve, e su 'motivetto' dello stesso Piovani, mentre quella di Britten era su un 'tema' di Purcell.
Il coro 'delle mani bianche' disegnava con entusiasmo,vitalità ed insieme poesia la musica nello spazio coinvolgendo tutti in un grande abbraccio a distanza, tutti con le mani alzate e mosse in segno di saluto ed augurio.
Il concerto è filato liscio naturalmente; la musica più gradita da un uditoriuo analfabeta, come ben sappiamo, è stata quella conosciutissima ed anche coinvolgente, diciamo la verità, del film 'La vita è bella', già premiata con l'Oscar.
Se vogliamo dirla tutta, una volta apprezzato il gesto di grande generosità di Piovani, la sua presenza sul podio; non possiamo tacere che nella musica 'vera' - permetteteci la durezza - è stata davvero un disastro. Ci ha fatto venire alla mente un direttore di altri tempi, Renato Fasano, per il quale circolava fra i professori d'orchestra la parola d'ordine ' chi lo guarda è perduto!'.
Ma , alla fine, Piovani ci ha fatto dimenticare quella sua brutta prestazione, quando ha preso il microfono ed ha detto:" il concerto di questa sera, qui nel piazzale di un ospedale, ci permette di sottolineare due fattori per i quali giudicare una nazione, la qual cosa noi facciamo soprattutto quando siamo all'estero: la sanità e la cultura". Per la cultura - che è la materia della quale Piovani è più pratico, ha poi detto "stiamo attraversando un brutto periodo e non da oggi, quando sappiamo che esistono problemi seri e complessi che influiscono sul nostro vivere civile. I politici, ai quali mi rivolgo, devono risolvere questi problemi complessi, questo è il loro compito; lascino a noi artisti le dichiarazioni ed i proclami".
Ammalati e personale dell'ospedale hanno assistito dai balconi, prevalentemente, al concerto che avranno certamente gradito molto. Sul piazzale pieno di pubblico dominava quella bruttissima statua di Giovanni Paolo II, il papa santo, noto anche per avere le statue più brutte al mondo.
Il concerto, infine, veniva ripreso e rimandato su due schermi posti in alto alle spalle di coro e orchestra. una telecamera mobile con grande braccio ed una fissa , mai che avessero ripreso quelli che stavano suonando, staccavano sempre altrove, semplicemente per incompetenza e sciatteria registica. Ecco queste cose non ci sono mai piaciute e non vorremmo farcele piacere ora.
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