Marco Travaglio s'è messo in testa, da qualche mese, di essere il fratello gemello di Carl Bernstein, e che 'Il fatto quotidiano' non è che la riproduzione 3D del 'Washington Post' . Solo che il caso 'Banca Etruria' non è assimilabile al caso 'Watergate', e soprattutto perchè MEB - per i non addetti ai lavori : Maria Elena Boschi - non è Nixon. Perchè se anche riuscisse, come riuscirono Carl Bernstein e il suo collega Bob Woodward, giornalisti del Washington Post, con Nixon, a farla dimettere - ma non lo farà, non c'è più tempo, ed anzi lei si candida al Parlamento alle prossime elezioni, in un collegio senza paracadute perchè vuole avere la conferma del gradimento popolare nel collegio elettorale toscano in cui si candida - non succederebbe proprio nulla.
E allora se Travaglio non è Bernstein, se 'Il Fatto Quotidiano' non è il 'Washintgon Post', e se il caso 'Banca Etruria' non è il Watergate, perchè accanirsi contro MEB, ogni giorno, per qualunque cosa, anche per fatti ed atti insignificanti politicamente? Tanto rumor per nulla!
Rumori e tanti ne fa anche Andrea Scanzi, detto 'pum pum', l'unico italiano non assoggettato al divieto dei botti. Scanzi, sul 'Washington Post' italiano, scrive quasi ogni giorno articoli pirotecnici, per far la festa a qualunque patrono, si chiami Grasso, Renzi, Pisapia o Madia, quando la bionda madonna tocca il giornale di Travaglio. Un pò meno con i Cinquestelle, troppo alti, per raggiungerli con i suoi fuochi. Spara colpi fallocchi contro tutti, ma che male non fanno a nessuno, mentre possono ferire chi confeziona quelle sparate multicolori. Chissà che fra breve non dovremo leggere di lui su qualche altro giornale italiano, esattamente le stesse cose che ha scritto di recente di Maria Teresa Meli del 'Corriere', e non ha scritto, né scriverà, di Gianluigi Paragone che si candida con i Cinquestelle, come prima aveva fatto con la Lega, che gli aveva regalato una vicedirezione in Rai.
Più mirato di Travaglio - che tiene per sè sempre la 'lista della spesa' politica che apre e chiude le pagine del giornale - e meno fallocco di Scanzi qualche tiro lo spara Peter Gomez che l'altro giorno ha certificato l'uscita dalla crisi del nostro paese, con una acuta ragione, a metà strada tra economia e sociologia politica. La certificazione inconfutabile che l'Italia è ormai fuori dalla crisi ci viene da un fatto incontrovertibile: i politici si sono aumentati stipendi e vitalizi.
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venerdì 5 gennaio 2018
Sfogliando 'Il fatto quotidiano' di Marco Travaglio, che non è il 'Washington Post' di Carl Bernstein
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venerdì 3 novembre 2017
Marco Travaglio l'ha buttata a ridere, dopo la beffa del falso Mannino sul suo 'Fatto quotidiano'
E' accaduto che l'altro ieri sia sia letta sul Fatto una intervista al senatore Mannino, ex DC, tante volte ministro, accusato e poi prosciolto da reati gravissimi - mafia e dintorni. Foto di Calogero Mannino con opportuna ed azzeccata didascalia. Ed è già molto, essendo i lettori costretti tante volte a vedere foto con didascalie errate e a leggere, l'indomani, le reclamate rettifiche e le scuse di questo o quel giornale.
Così fan tutti, il degrado e la sciatteria serpeggiano dappertutto. Nessuno più ne è esente, neanche fra i piccoli giornali che hanno una foliazione ridottissima, come il Fatto, perchè anche i piccoli giornali aggiungono al problema della sciatteria quello del poco personale, per risparmiare (come del resto hanno insegnato anche i grandi giornali).
Nel leggere l'articolo-intervista notiamo alcune anomalie - il panegirico di Fava, il giudizio durissimo sulle liste di destra ecc.. Conoscendo le travagliate vicende giudiziarie dell'intervistato, attribuiamo tali anomalie alla sua volontà di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ma anche, più disinteressatamente, alla sua conoscenza approfondita, oltre la facciata, dell'ambiente politico siciliano di ieri e di oggi.
E la cosa finisce così.
L'indomani, quando esce il giornale, Calogero Mannino - il suo avvocato per lui - chiama il giornale e dice che lui quell'intervista non l'ha mai fatta e che perciò esige una rettifica, con la precisazione che l'intervistato si chiama sì Mannino, ma è suo fratello, che di nome fa Antonino, detto Nino, il quale a sua volta smentisce di chiamarsi Calogero, nel corso di una sacrosanta protesta presso il giornale.
Travaglio offre a Mannino Calogero una intervista, lui la rifiuta - naturalmente. E Travaglio è costretto l'indomani a rivelare l'accaduto sul suo editoriale quotidiano , intitolato 'L'Ora illegale', ma che forse avrebbe fatto meglio a titolare 'Figura di merda'. Naturalmente tenta una spiegazione che, come sempre in questi casi, è più grave dell'errore. L'equivoco sarebbe avvenuto perchè nella agenda della segreteria di redazione c'era il telefono di Mannino e il giornalista ha telefonato per intervistarlo. Ma se il giornalista si occupa di politica come fa a non sapere che di Mannino ve ne sono due, Calogero e Antonino, detto Nino, ambedue politici, solo che hanno militato in due partiti diversi: Dc e PCI?
Tanto per restare nelle fratellanze politiche, il Fatto sa, per esempio, che di Giro ve ne sono due, ambedue dello stesso partito ed ambedue, ora l'uno ora l'altro, sottosegretari, e che, infine, solitamente quando uno è sveglio ed attivo l'altro fa il ghiro? E' bene che se lo appunti, per non ricadere in futuro nello stesso errore.
L'errore madornale, imperdonabile ed anche tragico, nel quale è incorso Il Fatto del 'puntiglioso' e 'precisino' Travaglio, ci ha fatto venire in mente un caso analogo del quale fummo noi protagonisti molti anni fa, poco meno di una ventina.
Accadde all'Auditorium di via della Conciliazione, dove eravamo andati ad ascoltare, per ragioni professionali, un concerto diretto da Antonio Pappano, con Horacio Lavandera pianista.
Durante l'intervallo del concerto, trasmesso in diretta da Radio 3 - una radio per la quale noi avevamo fatto in passato molti programmi ma dalla quale, in quel momento, eravamo costretti a girare alla larga, perchè caduti in disgrazia agli occhi dei dirigenti di allora, la Carlotto e Dall'Ongaro. Sulla loro gestione dei fatti musicali nutrivamo molte riserve e tante volte le avevamo espresso nella nostra attività giornalistica. Durante l'intervallo del concerto, si avvicinò a noi il cronista di Radio 3, che era che il giovane compositore Antonioni, il quale prima di porci il microfono ci presentò così: "abbiamo con noi il maestro Marcello Panni al quale chiediamo un giudizio sul concerto".
Premettiamo che Pappano era una delle prime volte, se non la prima, che veniva a dirigere l'Orchestra di Santa Cecilia, ed il giovane pianista era fresco di vittoria al Busoni di Bolzano. In seguito Pappano si stabilì a Roma e noi siamo stati, ben felici, il primo suo biografo.
Prendemmo il microfono,e correggemmo immediatamente, in diretta, il povero Antonioni che non poteva più rimediare in nessun modo, ma che aveva una qualche scusa per essere incorso in quell'errore, e cioè che altre volte ci avevano scambiato per Marcello Panni. Ma, evidentemente, Antonioni non conosceva Panni e neppure noi che di mestiere facevamo il critico musicale e che avevamo diretto la più importante rivista di pianoforte uscita in Italia, la gloriosa Piano Time. Ma per tanta ignoranza - come del resto per il giornalista del Fatto - non c'è scusa che tenga.
Dopo esserci presentati per quello che eravamo, aggiungemmo anche che da Radio 3 noi eravamo stati banditi, ed anche che le nostre competenze in fatto di musica pianistica, rendevano eventualmente il nostro giudizio forse più affidabile di quello del m. Marcello Panni. Nel frattempo il povero Antonioni sbiancò, e ci lasciò parlare a lungo, mentre in cuffia - come ci rivelò, terminato il collegamento - dalla redazione gli lanciarono una sfilza di insulti, avendo egli offerto il microfono, gratuitamente, ad uno dei nemici dichiarati di Radio 3. E noi naturalmente ne avevamo approfittato. Non contenti, l'indomani, per ulteriore vendetta - dopo che la prima il caso ce l'aveva offerta su un piatto d'argento - scrivemmo al direttore della rete (Valzania) per raccontargli l'esilarante episodio, facendogli notare come anche nel nostro caso il diavolo aveva fatto le pentole ma non...
Più avanti, quando divenimmo direttore artistico del Festival delle Nazioni di Città di Castello, ci fu un avvicinamento con Radio 3 ( Radio 3 con noi, per l'esattezza; e ne conosciamo bene le ragioni non dichiarate!) ed una volta, durante un concerto dei Berliner, nel nuovo auditorium, direttore Simon Rattle, fu proprio Dall'Ongaro a farci intervistare sempre da Radio 3 durante l'intervallo, in diretta, premettendo: così non potrai più dire che Radio 3 non ti intervista mai.
In seguito i rapporti con Radio 3 tornarono ad essere pessimi, come prima, specie dopo la nostra uscita da Città di Castello. E noi abbiamo continuato a criticare, all'occasione e non a caso e neppure per interessi o vendette personali, il modo in cui Dall'Ongaro - sempre lui - continuò a gestire la musica in quella rete radiofonica pubblica. Dall'Ongaro, non ci porse più il microfono, si risentì e ci denunciò, ma perse la causa,
Lui, poi, è diventato sovrintendente di Santa Cecilia, e noi abbiamo continuato a fare, ed ancora continuiamo, con lo stesso puntiglio, il nostro lavoro di cronista musicale. Anche da questo blog.
Ma quest è naturalmente ancora un'altra storia.
Così fan tutti, il degrado e la sciatteria serpeggiano dappertutto. Nessuno più ne è esente, neanche fra i piccoli giornali che hanno una foliazione ridottissima, come il Fatto, perchè anche i piccoli giornali aggiungono al problema della sciatteria quello del poco personale, per risparmiare (come del resto hanno insegnato anche i grandi giornali).
Nel leggere l'articolo-intervista notiamo alcune anomalie - il panegirico di Fava, il giudizio durissimo sulle liste di destra ecc.. Conoscendo le travagliate vicende giudiziarie dell'intervistato, attribuiamo tali anomalie alla sua volontà di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ma anche, più disinteressatamente, alla sua conoscenza approfondita, oltre la facciata, dell'ambiente politico siciliano di ieri e di oggi.
E la cosa finisce così.
L'indomani, quando esce il giornale, Calogero Mannino - il suo avvocato per lui - chiama il giornale e dice che lui quell'intervista non l'ha mai fatta e che perciò esige una rettifica, con la precisazione che l'intervistato si chiama sì Mannino, ma è suo fratello, che di nome fa Antonino, detto Nino, il quale a sua volta smentisce di chiamarsi Calogero, nel corso di una sacrosanta protesta presso il giornale.
Travaglio offre a Mannino Calogero una intervista, lui la rifiuta - naturalmente. E Travaglio è costretto l'indomani a rivelare l'accaduto sul suo editoriale quotidiano , intitolato 'L'Ora illegale', ma che forse avrebbe fatto meglio a titolare 'Figura di merda'. Naturalmente tenta una spiegazione che, come sempre in questi casi, è più grave dell'errore. L'equivoco sarebbe avvenuto perchè nella agenda della segreteria di redazione c'era il telefono di Mannino e il giornalista ha telefonato per intervistarlo. Ma se il giornalista si occupa di politica come fa a non sapere che di Mannino ve ne sono due, Calogero e Antonino, detto Nino, ambedue politici, solo che hanno militato in due partiti diversi: Dc e PCI?
Tanto per restare nelle fratellanze politiche, il Fatto sa, per esempio, che di Giro ve ne sono due, ambedue dello stesso partito ed ambedue, ora l'uno ora l'altro, sottosegretari, e che, infine, solitamente quando uno è sveglio ed attivo l'altro fa il ghiro? E' bene che se lo appunti, per non ricadere in futuro nello stesso errore.
L'errore madornale, imperdonabile ed anche tragico, nel quale è incorso Il Fatto del 'puntiglioso' e 'precisino' Travaglio, ci ha fatto venire in mente un caso analogo del quale fummo noi protagonisti molti anni fa, poco meno di una ventina.
Accadde all'Auditorium di via della Conciliazione, dove eravamo andati ad ascoltare, per ragioni professionali, un concerto diretto da Antonio Pappano, con Horacio Lavandera pianista.
Durante l'intervallo del concerto, trasmesso in diretta da Radio 3 - una radio per la quale noi avevamo fatto in passato molti programmi ma dalla quale, in quel momento, eravamo costretti a girare alla larga, perchè caduti in disgrazia agli occhi dei dirigenti di allora, la Carlotto e Dall'Ongaro. Sulla loro gestione dei fatti musicali nutrivamo molte riserve e tante volte le avevamo espresso nella nostra attività giornalistica. Durante l'intervallo del concerto, si avvicinò a noi il cronista di Radio 3, che era che il giovane compositore Antonioni, il quale prima di porci il microfono ci presentò così: "abbiamo con noi il maestro Marcello Panni al quale chiediamo un giudizio sul concerto".
Premettiamo che Pappano era una delle prime volte, se non la prima, che veniva a dirigere l'Orchestra di Santa Cecilia, ed il giovane pianista era fresco di vittoria al Busoni di Bolzano. In seguito Pappano si stabilì a Roma e noi siamo stati, ben felici, il primo suo biografo.
Prendemmo il microfono,e correggemmo immediatamente, in diretta, il povero Antonioni che non poteva più rimediare in nessun modo, ma che aveva una qualche scusa per essere incorso in quell'errore, e cioè che altre volte ci avevano scambiato per Marcello Panni. Ma, evidentemente, Antonioni non conosceva Panni e neppure noi che di mestiere facevamo il critico musicale e che avevamo diretto la più importante rivista di pianoforte uscita in Italia, la gloriosa Piano Time. Ma per tanta ignoranza - come del resto per il giornalista del Fatto - non c'è scusa che tenga.
Dopo esserci presentati per quello che eravamo, aggiungemmo anche che da Radio 3 noi eravamo stati banditi, ed anche che le nostre competenze in fatto di musica pianistica, rendevano eventualmente il nostro giudizio forse più affidabile di quello del m. Marcello Panni. Nel frattempo il povero Antonioni sbiancò, e ci lasciò parlare a lungo, mentre in cuffia - come ci rivelò, terminato il collegamento - dalla redazione gli lanciarono una sfilza di insulti, avendo egli offerto il microfono, gratuitamente, ad uno dei nemici dichiarati di Radio 3. E noi naturalmente ne avevamo approfittato. Non contenti, l'indomani, per ulteriore vendetta - dopo che la prima il caso ce l'aveva offerta su un piatto d'argento - scrivemmo al direttore della rete (Valzania) per raccontargli l'esilarante episodio, facendogli notare come anche nel nostro caso il diavolo aveva fatto le pentole ma non...
Più avanti, quando divenimmo direttore artistico del Festival delle Nazioni di Città di Castello, ci fu un avvicinamento con Radio 3 ( Radio 3 con noi, per l'esattezza; e ne conosciamo bene le ragioni non dichiarate!) ed una volta, durante un concerto dei Berliner, nel nuovo auditorium, direttore Simon Rattle, fu proprio Dall'Ongaro a farci intervistare sempre da Radio 3 durante l'intervallo, in diretta, premettendo: così non potrai più dire che Radio 3 non ti intervista mai.
In seguito i rapporti con Radio 3 tornarono ad essere pessimi, come prima, specie dopo la nostra uscita da Città di Castello. E noi abbiamo continuato a criticare, all'occasione e non a caso e neppure per interessi o vendette personali, il modo in cui Dall'Ongaro - sempre lui - continuò a gestire la musica in quella rete radiofonica pubblica. Dall'Ongaro, non ci porse più il microfono, si risentì e ci denunciò, ma perse la causa,
Lui, poi, è diventato sovrintendente di Santa Cecilia, e noi abbiamo continuato a fare, ed ancora continuiamo, con lo stesso puntiglio, il nostro lavoro di cronista musicale. Anche da questo blog.
Ma quest è naturalmente ancora un'altra storia.
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mercoledì 25 ottobre 2017
Il Fatto Quotidiano anticipa il nuovo libro di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione: CONTRO LE MOSTRE. E contro la Biennale guidata da Baratta
Fa bene il quotidiano diretto da Travaglio a pubblicare alcuni estratti del nuovo libro a firma Montanari-Trione, dedicato lal mondo dell'arte, dal significativo e chiarissimo titolo Contro le mostre.
Dove si comincia dall'analisi impietosa di Mario Vargas Llosa della Biennale veneziana, che, da qualche anno, accoglie "molta più frode e imbroglio, che serietà,che profondità", offrendo uno spettacolo talvolta "noioso, addirittura "farsesco e desolato", rivelando la " terribile orfanità di idee, di cultura... di abilità artigianale, di autenticità, di integrità, che caratterizza buona parte dell'attività artistica di oggi".
Strano verrebbe da dire a Vargas Llosa, se poi tanti giornalisti, anche autorevoli, addirittura mitici, autentici monumenti - e penso alla Aspesi , tanto per fare un nome, ma non è l'unica - si prodigano in panegirici delle mostre, dei suoi direttori, e del suo suo presidente, Paolo Baratta, riconfermato per troppe volte dai ministri della sua stessa compagnia di giro, nonostante che lo Statuto preveda che il presidente non possa andare oltre i due mandati, e Baratta è invece al quarto o quinto.
Penserete: che c'entra il presidente con i direttori delle sezioni e con i loro progetti? C'entra perchè i direttori li nomina lui, e all'unisono con loro è responsabile dei progetti. Ed è responsabile al punto che pur essendo arrivato ancora ad un'altra scadenza del suo mandato, l'ennesima, ha prorogato i direttori di alcune sezioni, nel timore che il suo successore ne nomini altri; e si è spinto anche a nominarne di nuovi anche per gli anni in cui non ci dovrebbe essere più lui a guidare la istituzione veneziana.
Inutile sottolineare che Baratta gode del favore e della copertura di Franceschini, con il quale - ed anche forse con Renzi - è perfettamente allineato ideologicamente, e diciamo, più banalmente, anche politicamente.
Noi andiamo scrivendo da molto tempo, senza entrare nel merito che lasciamo a chi, come Montanari se ne intende più di noi, che un paese di sessanta milioni di abitanti che non riesce a trovare un sostituto di Baratta, come di altri dinosauri che scorrazzano nei territori della cultura da troppi anni, quando si sa che la permanenza a lungo in uno stesso incarico per molti anni genera molti vizi e nessuna virtù - non è un paese normale.
Ma, evidentemente, le ragioni per cui Baratta non lo si fa schiodare da Venezia sono tante e più convincenti di quelle che consiglierebbero un normale avvicendamento. E Montanari scrive, a proposito, che lui e Franceschini di favori vicendevoli se ne fanno. Baratta ha presieduto le commissioni per la scelta dei direttori dei musei italiani più importanti. Criticatissime per il sistema con cui sono avvenute le selezioni, al punto che l'espertissimo Baratta, ha dichiarato idonei facendoli poi insediare da Franceschini, studiosi che, prima di giungere in Italia, non avevano avuto altrove e in nessun altro caso esperienze di lavoro in istituzioni di pari grado o addirittura di grado superiore. Insomma Baratta, lascia intendere Montanari, d'accordo con Franceschini, ha promosso persone con titoli ed esperienze NON adeguati. Perchè? Vallo a sapere... ma forse un giorno lo si saprà.
Del resto della tecnica di nomina che se ne fotte di capacità, professionalità ed esperienza, il ministero di Franceschini (e dei suoi predecessori), è maestro. Basta scorrere i nomi dei componenti le commissioni consultive dei vari settori del Ministero per averne una prova lampante. Il Ministero fa un bando e poi fra coloro che hanno inviato il curriculum nomina quelli meno idonei ma più docili e succubi. E, per questo, la mancanza di esperienza, di professionalità e della capacità di giudizio diventano punti a loro favore.
La giusta risposta a tale promozione immeritata l'ha data di recente il direttore del più importante museo italiano, gli Uffizi di Firenze, il quale ha già annunciato che alla fine del suo mandato triennale - che sarà nel 2019 (?) - lascerà Firenze per andare a dirigere il Museo statale di Vienna, certamente meno importante degli Uffizi.
E così quel direttore degli Uffizi, 'graziato' da Baratta e Franceschini, gli volta le spalle e se ne va: giusta ricompensa che ben gli sta!
Dove si comincia dall'analisi impietosa di Mario Vargas Llosa della Biennale veneziana, che, da qualche anno, accoglie "molta più frode e imbroglio, che serietà,che profondità", offrendo uno spettacolo talvolta "noioso, addirittura "farsesco e desolato", rivelando la " terribile orfanità di idee, di cultura... di abilità artigianale, di autenticità, di integrità, che caratterizza buona parte dell'attività artistica di oggi".
Strano verrebbe da dire a Vargas Llosa, se poi tanti giornalisti, anche autorevoli, addirittura mitici, autentici monumenti - e penso alla Aspesi , tanto per fare un nome, ma non è l'unica - si prodigano in panegirici delle mostre, dei suoi direttori, e del suo suo presidente, Paolo Baratta, riconfermato per troppe volte dai ministri della sua stessa compagnia di giro, nonostante che lo Statuto preveda che il presidente non possa andare oltre i due mandati, e Baratta è invece al quarto o quinto.
Penserete: che c'entra il presidente con i direttori delle sezioni e con i loro progetti? C'entra perchè i direttori li nomina lui, e all'unisono con loro è responsabile dei progetti. Ed è responsabile al punto che pur essendo arrivato ancora ad un'altra scadenza del suo mandato, l'ennesima, ha prorogato i direttori di alcune sezioni, nel timore che il suo successore ne nomini altri; e si è spinto anche a nominarne di nuovi anche per gli anni in cui non ci dovrebbe essere più lui a guidare la istituzione veneziana.
Inutile sottolineare che Baratta gode del favore e della copertura di Franceschini, con il quale - ed anche forse con Renzi - è perfettamente allineato ideologicamente, e diciamo, più banalmente, anche politicamente.
Noi andiamo scrivendo da molto tempo, senza entrare nel merito che lasciamo a chi, come Montanari se ne intende più di noi, che un paese di sessanta milioni di abitanti che non riesce a trovare un sostituto di Baratta, come di altri dinosauri che scorrazzano nei territori della cultura da troppi anni, quando si sa che la permanenza a lungo in uno stesso incarico per molti anni genera molti vizi e nessuna virtù - non è un paese normale.
Ma, evidentemente, le ragioni per cui Baratta non lo si fa schiodare da Venezia sono tante e più convincenti di quelle che consiglierebbero un normale avvicendamento. E Montanari scrive, a proposito, che lui e Franceschini di favori vicendevoli se ne fanno. Baratta ha presieduto le commissioni per la scelta dei direttori dei musei italiani più importanti. Criticatissime per il sistema con cui sono avvenute le selezioni, al punto che l'espertissimo Baratta, ha dichiarato idonei facendoli poi insediare da Franceschini, studiosi che, prima di giungere in Italia, non avevano avuto altrove e in nessun altro caso esperienze di lavoro in istituzioni di pari grado o addirittura di grado superiore. Insomma Baratta, lascia intendere Montanari, d'accordo con Franceschini, ha promosso persone con titoli ed esperienze NON adeguati. Perchè? Vallo a sapere... ma forse un giorno lo si saprà.
Del resto della tecnica di nomina che se ne fotte di capacità, professionalità ed esperienza, il ministero di Franceschini (e dei suoi predecessori), è maestro. Basta scorrere i nomi dei componenti le commissioni consultive dei vari settori del Ministero per averne una prova lampante. Il Ministero fa un bando e poi fra coloro che hanno inviato il curriculum nomina quelli meno idonei ma più docili e succubi. E, per questo, la mancanza di esperienza, di professionalità e della capacità di giudizio diventano punti a loro favore.
La giusta risposta a tale promozione immeritata l'ha data di recente il direttore del più importante museo italiano, gli Uffizi di Firenze, il quale ha già annunciato che alla fine del suo mandato triennale - che sarà nel 2019 (?) - lascerà Firenze per andare a dirigere il Museo statale di Vienna, certamente meno importante degli Uffizi.
E così quel direttore degli Uffizi, 'graziato' da Baratta e Franceschini, gli volta le spalle e se ne va: giusta ricompensa che ben gli sta!
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venerdì 8 settembre 2017
Tartassati gli studenti stranieri delle nostre Accademie di Belle Arti di Roma e Milano. Denuncia del Fatto Quotidiano
Leggiamo oggi, su Il fatto quotidiano, a firma Elisabetta Ambrosi, un interessante articolo che rivela una storia vecchia che anchenoi, avendo insegnato in Conservatorio - che come si sa è frequentato da molti studenti stranieri, specie orientali - conosciamo bene. La storia, in particolare, riguarda l'ammontare delle tasse di iscrizione e frequenza della Accademie di Belle Arti, in Italia: Roma e Milano
Sappiamo bene che gli studenti stranieri tengono molto al diploma conseguito in Italia, al di là del suo diverso valore nei singoli paesi di provenieneza - sappiamo per certo che il diploma di musica è molto apprezzato e pensiamo che la stessa cosa valga anche per quello di 'Belle Arti' - perchè dà loro accesso ad insegnare nelle loro università, che non sono come le nostre, ma che comunque rappresentano (lo diciamo con cognizione di causa, per la musica) uno sbocco lavorativo quasi sicuro, seppure di ripiego, se non si riesce a sfondare nella carriera di cantante o strumentista ( ma in questo secondo caso l'Oriente comincia a dare numeri al vecchio Occidente).
Ora nelle Accademia di Belle Arti si chiede loro, in mancanza del cosiddetto ISEE - la certifcazione del reddito familiare - una tassa molto superiore a quella richiesta agli allievi italiani, non considerando che gli studenti stranieri non hanno tale sistema di certificazione e sono oggetto, da sempre, di un sospetto, che cioè alle loro rappresentanze diplomatiche o consolari in Italia fanno dichiarare quello che vogliono. Tale sospetto era venuto anche a noi, quando spesso venimmo chiamati a valutare i titoli musicali e di istruzione superiore con i quali si iscrivevano nei nostri Conservatori, per essere esentati dalla frequenza di certi corsi, gli allievi del Sud Corea, che in Italia arrivavano, e forse arrivano ancora oggi, a frotte.
Le tendenza quasi generale di allora era di respingerli quanto più possibile. Delle tasse loro richieste non sappiamo dirvi. Ma, invece, vi diciamo che abbiamo sempre considerato tale decisione assurda. Seppure essa ponesse qualche problema, specie per le difficoltà della lingua di quasi tutti gli allievi dell'estremo Oriente che erano la gran parte, a noi parve sempre incomprensibile.
La Ambrosi anche sul problema della lingua fornisce una notizia sorprendente e cioè che agli allievi stranieri è prescritto un corso di lingua italiana a pagamento al costo della modica cifra di 3.000 Euro, che andrebbero ad aggiungersi alle migliaia- fino a 4.000 di Euro- richiesti a Roma o a Milano per iscrizione e frequenza. Si potrebbe obiettare che in molti paesi europei alle accademie non si può accedere senza un previo esame della lingua del paese nel quale si va a studiare. Ma anche aggiungere che questo non vale dappertutto. Se tu hai stoffa , le Accademie ci pensano due volte prima di respingerti. La lingua la imparerai, frequentando.
Lo stesso problema ci ponemmo molte volte anche noi, perchè ancora più difficile da superare per aspiranti cantanti d'opera, per la maggior parte. La nostra proposta era stata di istituire un corso obbligatorio di lingua italiana, fondamentale quanto tutti gli altri corsi specialistici, al quale avrebbe dovuto provvedere il Conservatorio, senza aggravio di spesa per gli studenti.
Perchè la logica alla quale noi ci siamo sempre attenuti nei lunghissimi anni di insegnamento è stata la seguente: dare agli allievi tutto quello di cui hanno bisogno per formarsi bene anzi meglio.
Mentre invece sappiamo che non è stata seguita tale logica, perchè troppo ovvia, e perché avrebbe tolto qualsiasi alibi a tanti insegnanti affaristi, di guadagnare sulla loro pelle. Perché non pochi di quegli studenti non erano poveri; e questo i professori disonesti lo sapevano e in ogni modo tentavano di approfittarne.
Sappiamo bene che gli studenti stranieri tengono molto al diploma conseguito in Italia, al di là del suo diverso valore nei singoli paesi di provenieneza - sappiamo per certo che il diploma di musica è molto apprezzato e pensiamo che la stessa cosa valga anche per quello di 'Belle Arti' - perchè dà loro accesso ad insegnare nelle loro università, che non sono come le nostre, ma che comunque rappresentano (lo diciamo con cognizione di causa, per la musica) uno sbocco lavorativo quasi sicuro, seppure di ripiego, se non si riesce a sfondare nella carriera di cantante o strumentista ( ma in questo secondo caso l'Oriente comincia a dare numeri al vecchio Occidente).
Ora nelle Accademia di Belle Arti si chiede loro, in mancanza del cosiddetto ISEE - la certifcazione del reddito familiare - una tassa molto superiore a quella richiesta agli allievi italiani, non considerando che gli studenti stranieri non hanno tale sistema di certificazione e sono oggetto, da sempre, di un sospetto, che cioè alle loro rappresentanze diplomatiche o consolari in Italia fanno dichiarare quello che vogliono. Tale sospetto era venuto anche a noi, quando spesso venimmo chiamati a valutare i titoli musicali e di istruzione superiore con i quali si iscrivevano nei nostri Conservatori, per essere esentati dalla frequenza di certi corsi, gli allievi del Sud Corea, che in Italia arrivavano, e forse arrivano ancora oggi, a frotte.
Le tendenza quasi generale di allora era di respingerli quanto più possibile. Delle tasse loro richieste non sappiamo dirvi. Ma, invece, vi diciamo che abbiamo sempre considerato tale decisione assurda. Seppure essa ponesse qualche problema, specie per le difficoltà della lingua di quasi tutti gli allievi dell'estremo Oriente che erano la gran parte, a noi parve sempre incomprensibile.
La Ambrosi anche sul problema della lingua fornisce una notizia sorprendente e cioè che agli allievi stranieri è prescritto un corso di lingua italiana a pagamento al costo della modica cifra di 3.000 Euro, che andrebbero ad aggiungersi alle migliaia- fino a 4.000 di Euro- richiesti a Roma o a Milano per iscrizione e frequenza. Si potrebbe obiettare che in molti paesi europei alle accademie non si può accedere senza un previo esame della lingua del paese nel quale si va a studiare. Ma anche aggiungere che questo non vale dappertutto. Se tu hai stoffa , le Accademie ci pensano due volte prima di respingerti. La lingua la imparerai, frequentando.
Lo stesso problema ci ponemmo molte volte anche noi, perchè ancora più difficile da superare per aspiranti cantanti d'opera, per la maggior parte. La nostra proposta era stata di istituire un corso obbligatorio di lingua italiana, fondamentale quanto tutti gli altri corsi specialistici, al quale avrebbe dovuto provvedere il Conservatorio, senza aggravio di spesa per gli studenti.
Perchè la logica alla quale noi ci siamo sempre attenuti nei lunghissimi anni di insegnamento è stata la seguente: dare agli allievi tutto quello di cui hanno bisogno per formarsi bene anzi meglio.
Mentre invece sappiamo che non è stata seguita tale logica, perchè troppo ovvia, e perché avrebbe tolto qualsiasi alibi a tanti insegnanti affaristi, di guadagnare sulla loro pelle. Perché non pochi di quegli studenti non erano poveri; e questo i professori disonesti lo sapevano e in ogni modo tentavano di approfittarne.
martedì 1 agosto 2017
Ancora una vittima del dittatore Maduro: un violinista del 'Sistema' fondato da Abreu e finanziato dai governi venezuelani
Ancora oggi si legge ( Il Fatto Quotidiano) che la guerra civile venezuelana è conseguenza dell'azione della Cia, che vuole rovesciare Maduro, che resiste, e la quale mira al petrolio venezuelano. Mentre delle condizioni disastrose in cui versa il popolo non gliene fotte assolutamente nulla. Sembra la stessa tesi che, senza scendere in particolari, difendeva Roberto Campagnao, solo qualche mese fa, scrivendo la storia del Sistema di Abreu, vanto del Venezuela del Chavismo, sul sito dell'Associazione italiana degli 'Amici di Abreu', che presiede.
Non sono del medesimo parere quasi tutti i commentatori della stampa internazionale che invitano i governi ad assumere posizioni chiare contro Maduro e la sua dittatura, prima che sia troppo tardi - sempre che si rendano conto di quali tragici danni abbia prodotto analogo atteggiamento morbido, ad esempio, in Siria.
In maggio non Abreu, ma almeno Dudamel, il fiore più profumato uscito da quell'immenso vivaio musicale venezuelano, aveva postato una lettera di condanna del 'sistema Maduro' ( l'abbiamo riprodotta per intero nei post precedenti a questo) e l' invito ad ascoltare il popolo, invito evidentemente rimasto inascoltato pur proveniente - tardivamente, come abbiamo già molte volte scritto in questi mesi - da un pulpito che ha ascolto internazionale.
Lo aveva fatto all'indomani della morte, nel corso di incidenti di piazza, di un giovane violinista figlio del Sistema Abreu. Adesso un altro fatto grave è accaduto, che ha nuovamente coinvolto un violinista , ma Dudamel sembra essersi nuovamente ammutolito.
E' accaduto infatti che un giovane venezuelano con il suo violino diventasse una specie di 'pifferaio magico' sempre in testa alle manifestazioni di piazza. La polizia non è stata a guardare. La prima volta gli ha tolto il violino e gliel'ha, sotto i suoi occhi, distrutto (ma non ' a calci', come scrive oggi Omero Ciai su Repubblica; facciamo fatica ad immaginare la distruzione 'a calci' di un violino che è stato distrutto, più verosimilmente, gettandolo a terra violentemente). Una colletta internazionale ha acquistato un nuovo strumento al giovane eroe il quale ha continuato la protesta, suonando. Il regime gli ha scagliato contro una seconda volta le canaglie della polizia che lo hanno imprigionato e torturato, e l'altro ieri in tribunale, tutto il Venezuela ha potuto vederlo con il volto tumefatto e sfigurato. Da rabbrividire. E Dudamel? E Abreu?
P.S. Ancora a Ciai vogliamo far sapere che Dudamel, quando Abreu ha fondato il Sistema, nel 1975, non era ancora nato, dunque non poteva essere stato assieme ad Abreu il cofondatore, come superficialmente ha scritto, ancora su Repubblica, ancora oggi.
( Dudamel è nato nell'81)
Non sono del medesimo parere quasi tutti i commentatori della stampa internazionale che invitano i governi ad assumere posizioni chiare contro Maduro e la sua dittatura, prima che sia troppo tardi - sempre che si rendano conto di quali tragici danni abbia prodotto analogo atteggiamento morbido, ad esempio, in Siria.
In maggio non Abreu, ma almeno Dudamel, il fiore più profumato uscito da quell'immenso vivaio musicale venezuelano, aveva postato una lettera di condanna del 'sistema Maduro' ( l'abbiamo riprodotta per intero nei post precedenti a questo) e l' invito ad ascoltare il popolo, invito evidentemente rimasto inascoltato pur proveniente - tardivamente, come abbiamo già molte volte scritto in questi mesi - da un pulpito che ha ascolto internazionale.
Lo aveva fatto all'indomani della morte, nel corso di incidenti di piazza, di un giovane violinista figlio del Sistema Abreu. Adesso un altro fatto grave è accaduto, che ha nuovamente coinvolto un violinista , ma Dudamel sembra essersi nuovamente ammutolito.
E' accaduto infatti che un giovane venezuelano con il suo violino diventasse una specie di 'pifferaio magico' sempre in testa alle manifestazioni di piazza. La polizia non è stata a guardare. La prima volta gli ha tolto il violino e gliel'ha, sotto i suoi occhi, distrutto (ma non ' a calci', come scrive oggi Omero Ciai su Repubblica; facciamo fatica ad immaginare la distruzione 'a calci' di un violino che è stato distrutto, più verosimilmente, gettandolo a terra violentemente). Una colletta internazionale ha acquistato un nuovo strumento al giovane eroe il quale ha continuato la protesta, suonando. Il regime gli ha scagliato contro una seconda volta le canaglie della polizia che lo hanno imprigionato e torturato, e l'altro ieri in tribunale, tutto il Venezuela ha potuto vederlo con il volto tumefatto e sfigurato. Da rabbrividire. E Dudamel? E Abreu?
P.S. Ancora a Ciai vogliamo far sapere che Dudamel, quando Abreu ha fondato il Sistema, nel 1975, non era ancora nato, dunque non poteva essere stato assieme ad Abreu il cofondatore, come superficialmente ha scritto, ancora su Repubblica, ancora oggi.
( Dudamel è nato nell'81)
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