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venerdì 12 gennaio 2018

Per Aldo Cazzullo del 'Corriere della sera', e per l'assessore romano alla 'monnezza', Pinuccia Montanari

In questi giorni i giornali hanno ospitato molte lettere  riguardanti la pazza idea del Sovrintendente di Firenze di mutare,  Chiarot, a fini 'etici' - per condannare il femminicidio - il finale della Carmen di Bizet; e noi stessi su questo blog siamo intervenuti più di una volta.
 Sul 'Corriere', ancora oggi,  oltre un lungo articolo di Valerio  Cappelli che avrebbero dovuto intitolare 'Stranezze', meglio ancora 'Idiozie' all'opera!' e hanno preferito titolare con il più morbido, asoslutorio: 'Stravaganze'; e  alcune lettere alle quali,  sinteticamente Aldo Cazzullo ha inteso rispondere riconoscendo la libertà dell'artista. Sotto un paragrafo intitolato: 'Opere liriche. Mutare il finale fa parte della libertà artistica', dopo due lettere, Cazzullo, così sintetizza il suo pensiero: " Cari lettori, penso che faccia parte della libertà artistica anche la libertà di un regista di cambiare il finale di un'opera".

No, caro Cazzullo, occorre intendersi sul ruolo del regista che è, prevalentemente, quello di chi 'mette in scena' opere di altri,  che sono e restano i veri ed unici artisti,  e cioè gli autori di un'opera, di una pièce teatrale, di un romanzo ecc... A lui si concede la libertà di ambientare, come ha fatto Leo Muscato a Firenze, Carmen  in un campo rom dei nostri giorni. E fin qui, se la storia ha poi una sua coerenza, nella trasposizione del regista, possiamo anche accettarla e magari condividerla. Ma nessun regista può e deve cambiare il finale di una storia. Se la storia si conclude con il protagonista che ammazza la protagonista, non può nessun regista farla terminare con la protagonista che ammazza il protagonista, mutando anche il libretto, anche se solo per una battuta.

Se intende fare qualcosa del genere, allora si inventi lui una Carmen,  un'altra Carmen che chiameremo 'di Muscato'; ma non può cambiare i connotati  a quella di Bizet, che deve restare quella.
Faccia come fa ad esempio Emma Dante che costruisce da sè il suo teatro, se lo inventa; o come, tanto per citare un nome che conosciamo,  Cristoph Marthaler, che anni fa ha inventato al Festival di Salisburgo, uno spettacolo su Giacinto Scelsi.
 Si tolga dalla testa  di farsi chiamare 'autore' di un'opera, l'autore che si conosce, l'unico,  è quello che l'opera ha scritto.

Veniamo  ora al caso di Spelacchio, l'albero di  Natale più sfortunato e più conosciuto al mondo, che è quello che l'amministrazione Raggi ha messo in Piazza Venezia, pagandolo più di ogni altro, e che ha vissuto  così poco da non arrivare neanche a Natale. Ora, prima della rimozione, si è riaccesa l'attenzione su Spelacchio, dopo gli infiniti messaggi ironici lanciati all'indirizzo della sindaca, che Travaglio ha battezzato 'Spelacchia', quasi tutti del seguente tenore: 'neanche l'albero di Natale sanno scegliere gli amministratori Cinquestelle a Roma'.

 Nella discussione sul futuro dell'albero rimosso, è intervenuta, ancora sul 'Corriere', anche l'assessore romano alla monnezza,  Pinuccia Montanari, la quale si occupa di questo importante problema, non avendo  più tanto da fare per il problema principe della città: la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti  che lei ha risolto, a giorni alterni, in due diversi modi. Una volta dice che  non esiste a Roma una emergenza rifiuti, e che la raccolta è indietro solo di qualche unità, pochissime, e che in quasi tutta la città i rifiuti sono spariti; ed un'altra volta  che il problema dei rifiuti a Roma sarà risolto entro breve, nel 2021 (Quando, si spera, sia lei che  Spelacchia non governeranno più la città).

E ora? Non avendo  nulla più  da fare, la Montanari trova il tempo e  manifesta la voglia di occuparsi, dicevamo, della sorte futura di Spelacchio. Dell'albero si sa già la fine, ma dei bigliettini che cittadini  e turisti hanno lasciato attaccati ai rami o ai piedi del povero abete, che sono migliaia e potrebbero costituire un repertorio di barzellette infinito? Lei  e Spelacchia stanno pensando di farne un libro.
Che bella trovata. Con quali soldi? Per  farne cosa? Per aumentare il volume della  raccolta differenziata?

lunedì 8 gennaio 2018

'Spelacchio' ha trovato la sua anima gemella in 'Spelacchia' con la quale condivide ora i momenti di gloria

Per il massmediologo Marco Travaglio, il destino della sindaca di Roma, Virginia Raggi, che lui ha ribattezzato 'Spelacchia',  fa il paio con quello di 'Spelacchio': per giorni e giorni nella polvere, ed ora sull'altare del successo.

Quell'albero di Natale, battezzato 'Spelacchio' perchè si è rinsecchito ed ha perso subito gli aghi, come  una vittima di forte depressione, che è divenuto il monumento, esposto nella pubblica piazza, alla incapacità della Giunta Raggi nel governo della Capitale,  oggi vive il suo momento di gloria.

Nonostante le condizioni fisiche in cui versa - che naturalmente non sono le stesse della sindaca Raggi, sul cui volto splende beltà e giovinezza e che, quando si veste a festa, come ha fatto per la serata inaugurale all'Opera di Roma, riesce a far strabuzzare gli occhi anche al sovrintendente Carlo Fuortes -  pare che diverse istituzioni culturali pubbliche se lo stiano contendendo. Lo vogliono al Maxxi, retto da quella intellettuale, premio Nobel, ex ministra, Giovanna Melandri, che spera, con questa mossa, che i giornali si interessino anche al suo Museo, come sembrano aver fatto per l'albero che un destino crudele e la incapacità palese e certificata a governare della Giunta Raggi hanno condannato ad una fine prematura e miserevole.

 E che  Raggi/Spelacchia stia risalendo nel gradimento pubblico, nonostante tutto, al pari di Spelacchio,  nell'acuta analisi di Marco Travaglio, lo dimostra la soluzione della emergenza dei rifiuti nella Capitale.

E' accaduto che, su richiesta del Campidoglio, sia intervenuto il governatore Zingaretti che ha chiesto l'intervento del suo omologo  emiliano il quale ha acconsentito di smaltire e trattare  15.000 tonnellate circa di rifiuti della Capitale. Poi Spelacchia si è resa conto che  tale aiuto di Zingaretti non sarebbe stato del tutto disinteressato. Lui l'avrebbe fatto valere al momento delle prossime elezioni regionali, il 4 marzo, vantandosi di aver, parzialmente, risolto il problema dei rifiuti che la giunta Spelacchia non è riuscita ancora a risolvere, dopo un anno e mezzo di governo cittadino. E allora Spelacchia ha fatto marcia indietro, tirando fuori che i costi per il trasferimento sarebbero stati troppo alti e dunque la rinuncia, con grande gioia e soddisfazione dei romani che non vogliono più staccarsi da quelle montagne multicolori che ormai fanno parte del paesaggio urbano, con il consenso di Spelacchia.

Ma c'è anche la storia del processo che la riguarda la cui  prima udienza, saltata quella 'preliminare', è stata fissata a giugno, a elezioni avvenute. E Marco Travaglio  la giustifica,  Spelacchia: il calendario giudiziario non è la sindaca a fissarlo, e  se avessero fissato la prima udienza, saltando quella preliminare, a febbraio o marzo, lei non si sarebbe sfilata. Lei quindi, certa della propria innocenza, non temeva affatto la coincidenza della udienza con le elezioni, tanto i Cinquestelle stravinceranno - secondo la  previsione del massmediologo Travaglio. E' stato il Tribunale di Roma a rimandarla.

E infine l'inaugurazione della Metro, stazione San Giovanni , che Raggi/Spelacchia ha fatto sapere sarà inaugurata il 4 marzo, ed un suo assessore, ha precisato: tra febbraio e marzo, per non correre il rischio di non poter mantenere la data fissata.

Nonostante tutto questo bailamme di disastri amministrativi, la sindaca Raggi, battezzata  Spelacchia, vanta un gradimento in continua crescita, proprio come Spelacchio, il povero albero di Natale impiantato a Piazza Venezia prima delle feste e già morto e defunto dopo pochi giorni, e che ora tutti fanno a gara per resuscitarlo in una diversa esistenza, quella artistica.

 E Spelacchia? Al Museo delle cere, prossimamente, in attesa di definirne la sezione di esposizione, che quasi certamente sarà quella dei grandi statisti.