La SCEMA MADRE conclusiva dell'opera di Bizet che Chiarot ha suggerito al regista non è piaciuta, come si aspettava. Non è piaciuta a gran parte del pubblico, non è piaciuta alla critica, non è piaciuta affatto a giornalisti ed intellettuali (da Facci a Mattia Feltri, a Massini, a Gramellini,a Sgarbi rispettivamente su Libero, La Stampa, Repubblica,Corriere, Giornale) che hanno ironizzato e sbeffeggiato il sovrintendente - improvvisatosi drammaturgo e letterato. E piaciuta oltre che a Chiarot, a Muscato ed anche a Nardella. Direte che c'entra Nardella? C'entra appunto come il cavolo all'opera, ma c'entra. Loro hanno rappresentato la triade felice della trovata e del risultato sul pubblico che ha già mandato esaurite tutte le recite (senza incidenza alcuna della notorietà e popolarità dell'opera?); ma per questo aspettiamo che vengano resi noti i biglietti venduti e di incassi. Contano i numeri, le chiacchiere propagandistiche stanno a zero
Chiarot, gongolante di gioia per il chiasso, perfino di alcuni giornali stranieri, noncurante degli sberleffi, sta già pensando a come far parlare dell'Opera di Firenze in futuro, qualora altro argomento non ci fosse per farlo. Pensa già alla fine di stagione quando ha assoldato il regista fantasista Francesco Micheli, provenienza Sferisterio di Macerata e stabile a Bergamo, per Donizetti, per la cosiddetta 'trilogia' verdiana
(Traviata, Rigoletto, Trovatore). Sicuramente ne vedremo delle belle, e già qualche indiscrezione sulle future riletture è venuta fuori. Ne riparleremo.
Intanto sta pensando alla Variazione n.2 sulla Carmen, con o senza Muscato, alle prossime repliche che torneranno regolarmente, in questa e nelle prossime stagioni fiorentine, visto il successo presente.
La Variazione n.1, in scena in questi giorni, prevede che Carmen, braccata dal suo vecchio spasimante che la perseguita, onde evitare un femminicidio ante litteram, gli spara e lo fa secco (non importa se alla 'prima' la pistola ha fatto cilecca con grande divertimento del pubblico, che ha dovuto fino alla fine dell'opera l'annunciata ma ormai famosa 'SCEMA MADRE').
Chiarot, nella rilettura di Bizet volendo essere corretto oltre misura, non si è accorto che la signora, anzi sigaraia, meglio zingara, aveva una pistola con la quale ha capovolto l'esito finale, precedendo Don Josè, nell'atto criminoso contro di Lei. Qualcuno, sommessamente, glielo ha fatto notare al neo drammaturgo fiorentino: la signora, pardon: sigaraia ( una zingara assunta al monopolio? solo a Firenze, in teatro, si può) e zingara ( ovvio, con la pistola in tasca), per evitare un omicidio sì è resa Lei colpevole di altrettanto misfatto. E allora il neo drammaturgo intende correre ai ripari, ipotizzando la Variazione n.2 della SCEMA MADRE, che andiamo a raccontarvi.
Innanzitutto viene confermato che la SCEMA MADRE sarà la scena finale e resterà quella, per far godere al pubblico per intero l'opera e per lasciare forte la suspence di come finirà la prossima volta, volendo eliminare l'omicidio del quale si macchia Carmen e non Don Josè, come voleva quell'idiota di Bizet.
Allora raccontiamola questa Variazione n.2 . Mentre nell'Arena il toreador Escamillo s'è fatto incornare dal toro - e dunque fuori un amante di Carmen - nei paraggi dell'Arena Don Josè, tenta ancora una volta di far tornare Carmen da lui. L'abbraccia, la stringe forte, la bracca letteralmente, Lei tenta in tutti i modi di liberarsi dalla stretta, lui allora estrae la pistola dalla foderina e nella colluttazione con la sua ex, invece di uccidere Lei parte un colpo e lui cade a terra morto. Suicidato.
Lei non contenta, tira fuori il coltello a serramanico, dotazione di base di ogni zingara professionista, si avventa su Don Josè, e gli infila la lama nel petto, gridando di fronte alla folla, che uscita dall'Arena aveva fatto capannello intorno a i due;' Muori scellerato cadavere!". E questa sarebbe la prima delle due varianti del libretto da introdurre a seguito della Variazione n.2. Poi, muovendo i fianchi come solo Lei sapeva, si fa largo fra i curiosi e va via, mentre questi - e qui sarebbe la seconda variante del libretto - gridano: "Scemi, Scemi".
Resta da spiegare all'indirizzo di chi quel grido d'insulto. Secondo il drammaturgo, all'indirizzo dei protagonisti. Starebbe a dir loro, specie al defunto Don Josè: come si può ancora oggi uccidere o uccidersi per un donna, quando di donne libere ve ne è tantissime? Questa l'interpretazione del drammaturgo. Secondo il pubblico, invece, 'SCEMI, SCEMI' era per Chiarot, Muscato e Nardella - mettiamoci pure lui, altrimenti nessuno lo prende in considerazione - rispettivamente suggeritore/impositore, realizzatore e utilizzatore finale ( per i benefici che porterà alle casse del teatro) della SCEMA MADRE. Chiarot fa capire che la metterà in atto, a sorpresa, senza preavviso.
Ci sarebbe anche una Variazione n.3 per la Carmen 'da Bizet', di Chiarot, che però Muscato ha solo
ipotizzato senza intenzione di verificarne l'efficacia. E cioè rispondere alla proposta del sovrintendente, come avrebbe potuto e non ha voluto, senza mezzi termini: 'ma che c... dici?'.
Bene ha fatto a non metter in atto tale Variazione n.3, perchè la risposta del sovrintendente possiamo brevemente dargliela noi, che quando ci siamo opposti alla sua proposta, al tempo della nostra consulenza, per conto della Rai, per il Concerto di Capodanno, di aprire il Concerto televisivo con una nuova composizione di Giorgio Battistelli, siamo stati accusati da Chiarot di 'lesa maestà' e costretti ad annullare la consulenza, mentre, proprio l'anno prima, siamo anche dovuti intervenire a calmare una solista - che il teatro aveva scritturato, non noi - presa dal panico, pochi minuti prima di cantare. L'abbiamo tranquillizzata noi, poi sono accorsi in camerino sia Chiarot che Ortombina.
Stessa sorte è toccata ad altra persona, incaricata dalla Fenice, e dal teatro pagata, di tenere i rapporti del teatro con la Rai, il cui rapporto di consulenza è stato, per una ragione assai simile, interrotto, dopo quasi un quarto di secolo. Mentre prima, e assai spesso, lo steso sovrintendente Chiarot incaricava di trattare con i sindacati che, in occasione del Concerto di Capodanno, erano quasi sempre sul piede di guerra, e che lui evidentemente non riusciva a convincere a sotterrare l'ascia di guerra. Dunque guai ad opporsi alla sua volontà.
Concludendo, Muscato può anche ripensarci alla prossima proposta di SCEMA MADRE, e mettere in atto la Variazione n.3, sappia però che potrebbe toccare la stessa sorte che toccò anche a noi. Se se la sente, lo faccia. Tanto Carmen di Bizet vivrà, nonostante Chiarot.
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martedì 9 gennaio 2018
giovedì 30 novembre 2017
Il Corriere della sera sbarca a Torino al suono di una marcetta inglese
Il 'Corriere della Sera' di Cairo per il suo sbarco a Torino - ' Corriere Torino' - ha fatto confezionare uno spot pubblicitario che questi giorni è passato tante volte in tv, con il faccione di Cavour, ed una colonna sonora che più inadatta non si poteva pensare: una marcetta da Pomp and Circumstance di Elgar, conosciutissima al punto che su di essa il popolo inglese - non quello italiano - canta un testo che è assurto quasi ad inno nazionale 'in seconda'.
Questa scelta, fuori da ogni grazia di Dio, fa il paio con un altra scellerata che ai tempi di Berlusconi ( il cui faccione 'La repubblica' ha scelto per annunciare la nuova veste - solo grafica ? - del quotidiano) accompagnava il sito internet 'Italia' - costosissimo ma fatto con i piedi - che avrebbe dovuto convincere i turisti a visitare le nostre meraviglie, con l'aiuto della colonna sonora costituita dal 'Preludio' della Carmen di Bizet.
Non sappiamo se l'Agenzia incaricata di rinnovare il sito 'Italia' come di confezionare lo spot del 'Corriere della Sera' in occasione del suo sbarco a Torino, sia la stessa. Però il dubbio ci viene, perché le Agenzie impegnate in ambedue le imprese, pubblicitaria e di comunicazione, fanno bella mostra di un comune denominatore: totale analfabetismo musicale. Che deduciamo dal fatto che se avessero avuto un minimo alfabetizzate, sarebbero ricorse, in ambedue le imprese, a 'colonne sonore' italiane.
Per Torino, in particolare, la presenza in città del famoso Museo Egizio avrebbe anche potuto suggerire, marcia per marcia, anche evitando la rossiniana 'sinfonia' della Gazza ladra (per non generare cattivi pensieri nei malpensanti), la 'Marcia Trionfale' dell'Aida di Giuseppe Verdi. che fu anche 'senatore' del regno, proprio a Torino. Qualunque altra marcia, ma quella di Elgar no.
Questa scelta, fuori da ogni grazia di Dio, fa il paio con un altra scellerata che ai tempi di Berlusconi ( il cui faccione 'La repubblica' ha scelto per annunciare la nuova veste - solo grafica ? - del quotidiano) accompagnava il sito internet 'Italia' - costosissimo ma fatto con i piedi - che avrebbe dovuto convincere i turisti a visitare le nostre meraviglie, con l'aiuto della colonna sonora costituita dal 'Preludio' della Carmen di Bizet.
Non sappiamo se l'Agenzia incaricata di rinnovare il sito 'Italia' come di confezionare lo spot del 'Corriere della Sera' in occasione del suo sbarco a Torino, sia la stessa. Però il dubbio ci viene, perché le Agenzie impegnate in ambedue le imprese, pubblicitaria e di comunicazione, fanno bella mostra di un comune denominatore: totale analfabetismo musicale. Che deduciamo dal fatto che se avessero avuto un minimo alfabetizzate, sarebbero ricorse, in ambedue le imprese, a 'colonne sonore' italiane.
Per Torino, in particolare, la presenza in città del famoso Museo Egizio avrebbe anche potuto suggerire, marcia per marcia, anche evitando la rossiniana 'sinfonia' della Gazza ladra (per non generare cattivi pensieri nei malpensanti), la 'Marcia Trionfale' dell'Aida di Giuseppe Verdi. che fu anche 'senatore' del regno, proprio a Torino. Qualunque altra marcia, ma quella di Elgar no.
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martedì 9 dicembre 2014
Barenboim e l'italianità musicale. Un pensiero interessato e tardivo a Muti?
Terminato
il 'Fidelio' inaugurale della stagione milanese, Barenboim ha fatto alcune dichiarazioni. Innanzitutto, rivolgendosi a chi lo ha accusato, lui e Lissner, di trascurare il repertorio operistico italiano (e ci
riferiamo a Verdi, Bellini, Donizetti, Rossini, e mettiamoci anche
Puccini, perchè no?) ha risposto che 'l'italianità' non è una
questione di passaporto. Insomma, che si può fare opera italiana,
o 'all'italiana' , anche eseguendo Wagner, Mozart, Strauss,
Beethoven, Bizet, innestandovi la grande tradizione storica e
musicale del nostro paese, imprescindibile. E che, perciò, se non si esegue
alla Scala nessuno o quasi degli autori grandissimi sopra citati, non
si può essere tacciati di 'antiitalianità'.
E' una teoria che non sta in piedi , come può risultare a chiunque, come non sta in piedi pure un'altra, che da questa direttamente discende, e cioè che la venuta
di Barenboim e Lissner alla Scala, dopo l'epoca Muti, è servita a
portare un po' di Europa in Italia, secondo l'interpretazione di
qualche giornale, che ha scritto che con la coppia 'estera'
alla Scala sono arrivati anche i grandi nomi della regia
'internazionale'. Vabbè, ma è stata vera gloria? Barenboim e i
giornalisti, fiancheggiatori del direttore argentino e di Lissner, sostengono che era necessario; noi no, perchè pensiamo che
nell'opera lo spettacolo conta - e come potrebbe essere diversamente?
- ma conta innanzitutto la musica, ed ancor di più ci sembra conti
quando si vedono regie ed ambientazioni che lasciano sinceramente
sbalorditi, per la loro estraneità all'opera rappresentata. E quella
del 'Fidelio', per restare in tema, non lo era del tutto, perchè mantenere l'ambientazione in un carcere, in ossequio a Beethoven, avrebbe sottolineato
l'inferno che in quei luoghi si vive, e in Italia più che negli
altri paesi d'Europa.
Barenboim
per sottolineare che l'appartenenza ad una nazione non è legata al
passaporto, ha detto che se lui avesse dovuto dirigere solo musica
del suo paese, per farla conoscere nel mondo, avrebbe diretto e fatto
eseguire solo il tango, che è la bandiera musicale argentina. Un
colpo basso di Barenboim, che però non fa al nostro caso.
E
poi ha invitato tutti in Italia - ma forse si rivolgeva al ministro Franceschini, l'unico con una carica istituzionale
presente alla prima milanese - ad impegnarsi perché l'Italia, “come dice Riccardo Muti, non diventi da paese della
musica, il paese della storia delle musica”. Intendendo che la
musica va tenuta in grande considerazione, altrimenti diventiamo il
paese nel quale secoli fa è nata l'Opera, dove sono vissuti grandi
musicisti, il paese che ha costruito meravigliosi strumenti musicali ecc... questo dice Muti, e sottoscrive Barenboim, il quale in tutti
questi anni non ha mai pronunciato neanche il nome del suo
predecessore alla guida della Scala; e ricordarsene solo ora è un
po' ruffiano.
Ed
ha aggiunto, rivolto a chi lo accusa di non aver mai diretto un'opera
del grande repertorio italiano a Milano, che lui questo repertorio lo
fa a Berlino. Bella scusa.
In
realtà qualcuno ha detto e scritto, negli anni passati, che la ragione
del suo mancato impegno nel repertorio italiano a Milano si
giustificava con la mancanza di sicurezza del direttore argentino in tale repertorio; sicurezza che a Berlino -
aggiungiamo noi - sentiva di avere ed a Milano no. Perchè Berlino
non è Milano, ed il suo teatro berlinese non è la Scala, dove non
gli avrebbero fatto nessuno sconto in fatto di interpretazione e di tradizione esecutiva del grande melodramma italiano. In una parola,
in fatto di 'stile'. Lasciando in pace Toscanini quando diceva che
'la tradizione è l'ultima cattiva interpretazione'. Altri tempi,
altre circostanze.
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