L'ex Ministro, l'ex 'Italianoeuropeo', l'ancòra e sempre Dalemiano, finché dura - altrimenti la carriera non la faceva - ed ora anche 'Amatiano' ( nel senso di Giuliano Amato, suo più fresco sponsor): Massimo Bray, Dante, clemente, lo avrebbe messo nel girone degli eterni indecisi, e noi, invece, nella 'Umana Commedia', in quello dei 'calcolatori'.
Non ricordiamo con particolare nostalgia il periodo in cui il Letta nipote lo volle ministro, 'togliendolo ai suoi studi' e 'facendoselo prestare, causa premio' da D'Alema; e neanche per qualche segno lasciato, salvo quella legge che porta il suo nome e che dovrebbe tirar fuori dai guai economici le fondazioni liriche. Non è che il Ministero della cultura abbia brillato per presenze egregie negli ultimi anni, forse decenni: Urbani - che risplende come una stella su tutti gli altri, figurati - Buttiglione, poi Rutelli, se non sbagliamo, e Veltroni e Melandri ed ancora Bondi e Galan e quel bocconiano di cui non ricordiamo neanche il nome, Ornaghi forse, ed infine l'inviato del 'massimo' che c'è - Massimo come D'Alema - e cioè il Massimo 'minimo'.
Direttore editoriale della Treccani, per molti anni, quando il PD, per volere del Massimo 'massimo' lo fa eleggere al Parlamento; alla prima occasione utile di cambio del governo, in Italia tanto frequenti, D'Alema lo sostiene e lo fa nominare ministro - ministro della cultura, per i suoi studi, iniziati nella fondazione dalemiana e proseguiti alla Treccani, ma anche e soprattutto per essere stato issato alla presidenza dai luogotenenti di D'Alema, della 'Notte della taranta', festival salentino di musica popolare - sempre in zona dalemiana - noto nel mondo e di primissima qualità. Al ministero il suo incarico finisce ben presto, non quello al Parlamento. Ma ci pensano ancora D'Alema e Amato a farlo tornare in Treccani, questa volta lui si dimette da parlamentare, perché ritorna in Treccani non più con il semplice incarico di 'direttore editoriale', bensì con quello di 'direttore generale ( 'un incarico per volta, dichiara furbescamente, la Treccani lo richiama per un incarico ben più impegnativo' ma forse più remunerativo anche per immagine: di Treccani ce n'è una, al Parlamento son cinquecento) scacciando via 'Kaiser Franz' che in una decina d'anni aveva risanato i bilanci e digitalizzato tutta la produzione del famoso istituto. Anche se nei riguardi dello stesso istituto, per volontà e merito di quella signora di sua moglie, Sonia Raule, aveva osato uno sfregio, utilizzando nella sua masseria pugliese, ben cento volumi della famosa enciclopedia a mò di tavolino - tavolone - da salotto, sul quale servire tè e pasticcini. Una vergogna oltre che uno sfregio. Ma intanto i bilanci li aveva risanati.
Poi arriva la scadenza delle elezioni comunali a Roma, e il Massimo 'minimo', per 'senso di responsabilità' - l'interesse non esiste nel suo vocabolario - prima mette in giro la voce che vuole candidarsi a sindaco; poi un lungo tira e molla, e alla fine si sfila, quando si accorge che nessuno lo avrebbe votato - chi è Massimo Bray, si chiedevano anche nello stesso PD - accampando la generosissima tesi che 'non voleva spaccare il partito'.
Ancora una volta, in tempi più recenti, riciccia il Massimo 'minimo' come candidato a difendere dalla rovente concorrenza milanese il Salone del Libro di Torino. Lui sarebbe un presidente di 'peso', pensano in Piemonte: dello stesso peso dei volumi che l'Istituto che dirige produce e di quelli inamovibili che la Sonia Tatò ha usato per tavolo da salotto, facendoli incellofanare - proprio come fa un famoso artista impacchettatore - non per evitare che si sporchino, come verrebbe da pensare visto il già grave scempio, semplicemente perché non si spostino ogni volta che i pargoli di Franz Kaiser e signora ci giocano con le macchinine telecomandate.
Il Massimo 'minimo' - torniamo alla sua candidatura a Torino - dichiara di essere onorato della proposta torinese, ma non si decide ad accettarla, attende che nelle prossime settimane la Appendino e la Fondazione si diano il nuovo statuto, leggi: gli diano altre certezze, perchè il Massimo 'minimo', quando il Massimo 'massimo' avesse a dimenticarsi di lui, teme di finire chissà dove, senza garanzie, e perciò le pretende in ogni incarico. E , del resto, i casi di tutti gli altri ministri finiti nel dimenticatoio una volta che i loro protettori politici sono caduti in disgrazia o li hanno abbandonati, suonano come ammonimento sinistro, anche per il Massimo 'minimo'.
Il Massimo 'minimo' fa il paio con Virginia Raggi, l'intraprendente sindaca romana sull'orlo di una crisi di governo. Su molti, quasi tutti i settori di sua competenza non decide ( Fiera di Roma, Olimpiadi del 2024, nettezza urbana, metrò, trasporti, ma anche sui suoi collaboratori), non solo; ma perde pezzi importanti, come è accaduto anche ieri, ed è presa in carico, per evidente incapacità, accompagnata da indecisione perenne, dal direttorio del suo partito, pardon 'movimento' attraversato da lotte intestine per accaparrarsi, ciascun ducetto ma anche ciascun soldato semplice, la sua fetta di potere e popolarità. E intanto Roma affonda anche sotto le 5 Stelle che avrebbero dovuto brillare nel suo cielo.
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venerdì 2 settembre 2016
Massimo Bray e Virginia Raggi: soltanto indecisi? No, 'calcolatore' il primo, 'incapace' la seconda.
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mercoledì 7 ottobre 2015
Così fan tutti, ha risposto Ferrero del Salone del Libro di Torino a proposito delle cifre gonfiate dei visitatori delle passate edizioni
Il Salone del Libro di Torino è in crisi, ha un passivo pregresso di qualche milione di Euro, e per il 2015 si prospetta la chiusura con 5-600 mila Euro di passivo. Ma non era un successo? Come mai ogni anno tale successo era pagato a caro prezzo, e cioè con l'insuccesso economico? E perchè di tale non trascurabile insuccesso, si parla solo oggi?
Nulla di nuovo. Cambiano i vertici e i nuovi, prima ancora di mettersi a sedere, sapendo già che qualche casino lo combineranno, per spiazzare chiunque li denuncerà a cose fatte, mettono in piazza i panni sporchi delle gestioni precedenti, quasi sempre allegre.
Qui non è in gioco l'ospite della prossima edizione, l'Arabia, prima annunciata e poi ritirata, fra le proteste del paese interessato che ha ammonito di non esagerare, e che ai fatti di casa ci pensano loro ( E' STATA TIRATA IN BALLO LA CONDANNA A MORTE DI QUEL GIOVANE CHE SI ERA OPPOSTO AL REGIME, FATTO GRAVISSIMO!) che, oltretutto, è bene non dimenticarlo, stanno investendo in Italia e perdere tali necessari e consistenti finanziamenti per una mostra del libro sarebbe davvero una bischerata - come pensa sicuramente Renzi, che non va tanto per il sottile, e forse con lui molti altri.
Ma qui il problema non consiste solo nel paese ospite e neanche nei debiti accumulati, sebbene trattasi di problemi di un certo rilievo. e neppure nelle dimissioni quasi immediate della direttrice che ha dichiarato di non 'trovare a Torino le condizioni per lavorare bene ed in tutta libertà'. La presidente, nuova, del Salone, la Milella - una signora buona per ogni cosa visto che se la passano da una istituzione all'altra, dal Premio Italia al salone del Libro, prima era in Rai, in posti di responsabilità del cui passaggio nessuno ha conservato memoria, salvo i dipendenti FS e Alitalia, per i suoi quasi giornalieri viaggi fra Milano e Roma - ha colto l'occasione per lanciare un'altra accusa: qui negli anni passati si sono regolarmente gonfiate le cifre dei visitatori, l'anno scorso s'è detto che erano stati quasi 350.000. mentre in effetti si erano fermati a 270.000 circa.
A tale accusa Ferrero ha risposto: lo fanno tutti! aggiungendo però che, essendo a tutti noto tale giochino, il Salone non ha ricevuto più soldi in rapporto al numero dei visitatori dichiarato e non corrispondente alla realtà.
Tale segreto di Pulcinella noi l'abbiamo denunciato parecchie volte, ultimamente a proposito del Teatro dell'Opera di Roma ( per gli spettatori di Caracalla di numero superiore alla disponibilità di posti dell'arena archeologica) ed anche di altre istituzioni (che pur di sparare alto dichiarano un numero di 'eventi'- dicono così- per stagione superiore due volte il numero di giorni dell'anno, impossibile!) alla lettura di cifre gonfiate, come quelle del Salone di Torino.
Ci è stato sufficiente fare il cosiddetto 'conto della serva' per capire che erano gonfiate. Nessuno, però, lo dice o scrive, tutti stanno al gioco, e fingono di credere, adducendo tacitamente la ragione che 'COSI' FAN TUTTI'. La stessa di Ferrero.
Che fu poi, in una analoga situazione, anche quella addotta dall'avv. Ripa di Meana, commissario al Teatro dell'Opera di Roma, al momento in cui andò a chiedere soldi al governo, per l'Opera di Roma che svolgeva 'ruoli di rappresentanza' . Nè più e nè meno di quello che aveva fatto Gianpaolo Cresci per giustificare gli enormi costi del teatro, fuori controllo, ai quali il Governo doveva ogni volta rimediare. A Gianpaolo Cresci tutti dettero addosso, a Ripa di Meana nessuno.
Nulla di nuovo. Cambiano i vertici e i nuovi, prima ancora di mettersi a sedere, sapendo già che qualche casino lo combineranno, per spiazzare chiunque li denuncerà a cose fatte, mettono in piazza i panni sporchi delle gestioni precedenti, quasi sempre allegre.
Qui non è in gioco l'ospite della prossima edizione, l'Arabia, prima annunciata e poi ritirata, fra le proteste del paese interessato che ha ammonito di non esagerare, e che ai fatti di casa ci pensano loro ( E' STATA TIRATA IN BALLO LA CONDANNA A MORTE DI QUEL GIOVANE CHE SI ERA OPPOSTO AL REGIME, FATTO GRAVISSIMO!) che, oltretutto, è bene non dimenticarlo, stanno investendo in Italia e perdere tali necessari e consistenti finanziamenti per una mostra del libro sarebbe davvero una bischerata - come pensa sicuramente Renzi, che non va tanto per il sottile, e forse con lui molti altri.
Ma qui il problema non consiste solo nel paese ospite e neanche nei debiti accumulati, sebbene trattasi di problemi di un certo rilievo. e neppure nelle dimissioni quasi immediate della direttrice che ha dichiarato di non 'trovare a Torino le condizioni per lavorare bene ed in tutta libertà'. La presidente, nuova, del Salone, la Milella - una signora buona per ogni cosa visto che se la passano da una istituzione all'altra, dal Premio Italia al salone del Libro, prima era in Rai, in posti di responsabilità del cui passaggio nessuno ha conservato memoria, salvo i dipendenti FS e Alitalia, per i suoi quasi giornalieri viaggi fra Milano e Roma - ha colto l'occasione per lanciare un'altra accusa: qui negli anni passati si sono regolarmente gonfiate le cifre dei visitatori, l'anno scorso s'è detto che erano stati quasi 350.000. mentre in effetti si erano fermati a 270.000 circa.
A tale accusa Ferrero ha risposto: lo fanno tutti! aggiungendo però che, essendo a tutti noto tale giochino, il Salone non ha ricevuto più soldi in rapporto al numero dei visitatori dichiarato e non corrispondente alla realtà.
Tale segreto di Pulcinella noi l'abbiamo denunciato parecchie volte, ultimamente a proposito del Teatro dell'Opera di Roma ( per gli spettatori di Caracalla di numero superiore alla disponibilità di posti dell'arena archeologica) ed anche di altre istituzioni (che pur di sparare alto dichiarano un numero di 'eventi'- dicono così- per stagione superiore due volte il numero di giorni dell'anno, impossibile!) alla lettura di cifre gonfiate, come quelle del Salone di Torino.
Ci è stato sufficiente fare il cosiddetto 'conto della serva' per capire che erano gonfiate. Nessuno, però, lo dice o scrive, tutti stanno al gioco, e fingono di credere, adducendo tacitamente la ragione che 'COSI' FAN TUTTI'. La stessa di Ferrero.
Che fu poi, in una analoga situazione, anche quella addotta dall'avv. Ripa di Meana, commissario al Teatro dell'Opera di Roma, al momento in cui andò a chiedere soldi al governo, per l'Opera di Roma che svolgeva 'ruoli di rappresentanza' . Nè più e nè meno di quello che aveva fatto Gianpaolo Cresci per giustificare gli enormi costi del teatro, fuori controllo, ai quali il Governo doveva ogni volta rimediare. A Gianpaolo Cresci tutti dettero addosso, a Ripa di Meana nessuno.
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