Ieri dalla pagine del Venerdì di Repubblica Marino Niola è intervenuto per spiegare quale idiozia abbiano messo in atto il sovrintendente dell'Opera di Firenze, Chiarot, il regista ingaggiato per Carmen non lasciato libero dal sovrintendente di fare quello che voleva, e il sindaco-presidente che ha pubblicamente avallato la bravata idiota. e ignorante.
Niola, a chiusura del suo articolo, scrive: " Rimuovere la fine tragica non aiuta a capire come e perchè nascano le tragedie.. In fondo la gelosia di Otello e la morte ingiusta di Desdemona servivano e servono a provocare orrore non certo emulazione. E' quello che ARISTOTELE chiamava CATARSI. Conoscere fino in fondo il male per superarlo. E proprio lì stava l'effetto pedagogico, non certo nell'armare la mano dell'eroina di turno. Carmen e Desdemona - conclude - non sono mica Thelma e Louise".
Innanzi aveva spiegato ai filosofi fiorentini che :" il vero problema è la deriva del politicamente corretto... Far propria la lezione dei classici non significa aggiornarli. O sfruttare opportunisticamente l'eco che hanno nel nostro immaginario, per trasformarli in pensierini buonisti"
Infine - ma questo consiglio Niola non può darlo, perchè il fatto è accaduto dopo che aveva scritto l'articolo - il sindaco propugnatore della finalità etica del teatro, cominci a pensare, senza rendersi per la seconda volta ridicolo - ma in questo caso anche colpevole - cosa rispondere a quella sua concittadina che ha partecipato a selezioni per un posto per il quale era richiesta laurea in giurisprudenza e pratica nel medesimo settore, e che Lei aveva, e ha visto attribuire quel posto, per chiamata diretta, ad una giovane laureata, appena laureata, e scartata in una selezione pubblica, di poco precedente la chiamata diretta del sindaco - che vuole l'etica a teatro, ma non nell'amministrazione pubblica del suo Comune - ma che era figlia del presidente della Corte dei Conti toscana, che aveva scagionato anni fa Renzi da una accusa amministrativa.
Che fa il politicamente corretto sindaco Nardella? Non si dimette per questa schifezza, che va ad aggiungersi alla idiozia sulla Carmen da lui avallata senza riserve, in nome dell'etica?
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sabato 20 gennaio 2018
domenica 19 febbraio 2017
Ludovico Einaudi lo fa strano, anche quando la causa è giusta. Ma non è il solo, purtroppo
Come non condividere l'appoggio ufficiale di Ludovico Einaudi, musicista che gode di grande seguito, in favore della campagna mondiale ' Salviamo l'Artico'? Tutti d'accordo con lui.
Ma era proprio necessario scegliere, per aderirvi, il modo più strano - imitando, a suo modo, cioè nel modo casto, quel che fanno tanti musicisti o cantanti del versante 'leggero' i quali, convinti che per lanciare una nuova canzone (o prodotto) occorra 'stupire', scovano ogni volta una bella fanciulla disposta a mostrare tutti i suoi attributi?
Ludovico Einaudi non fa certo come i suoi colleghi 'leggeri', ma qualcosa di simile sì, trasferendosi con pianoforte al seguito, sulle candide distese dei ghiacci del polo nord. Cioè?
Contrariamente a ciò che fanno le fanciulle di cui sopra, Einaudi si è intabarrato dalla testa i piedi, non risparmiando neanche le punte delle dita delle mani, vestito 'a cipolla' per non ghiacciare. Ha fatto adagiare, recato da un elicottero, un pianoforte a coda imbullonato ad una piattaforma, su una lastra di ghiaccio, poi è sceso anche lui e sui tasti ghiacciati del pianoforte - come ha raccontato con entusiasmo l'interessato - ha cominciato a suonare; anzi a pigiare, perché il pianoforte si sarà rifiutato di emettere suoni. Insomma una sceneggiata per aderire ad una campagna alla quale avrebbe potuto devolvere le spese di una tale strana impresa.
Ma Einaudi non è l'unico ad essersi cimentato, a favore di telecamere, in una impresa tanto strana che con la musica, lui che è un musicista, non ha nulla da spartire. Altre ci vengono alla mente.Ne ricordiamo solo alcune.
Pensiamo al festival che ogni anno si svolge sulle Dolomiti, dove i musicisti invitati, strumento in spalla fanno chilometri di cammino, seguiti dai loro fedeli adepti, fino a raggiungere il luogo stabilito per il concerto. Tutti sdraiati sull'erba, i musicisti magari seduti su qualche sasso, inizia il concerto per la gioia delle montagne che per la prima volta si vedono degnate di tanta attenzione.
Ancora. Anni fa, il Venerdì di Repubblica pubblicò le foto di un concerto che un altro musicista pazzo, un pianista, volle fare in cima ad una montagna, all'aperto. L'impresa, di musicale certo non aveva nulla, ed aveva a che fare piuttosto con l'alpinismo e le scalate, con le quali dovette misurarsi quel disgraziato pianoforte, strappato controvoglia alle calorose cure del proprietario o del venditore.
Se in questi due casi non si è resistiti all'inutile fascino del ghiaccio o della montagna sotto i raggi del sole, vi sono anche oggi casi in cui è la notte a costituire motivo di richiamo. Come accade ogni anno in Campania, a Ravello, con il concerto all'alba, su di una terrazza a strapiombo sul mare, per l'omonimo festival. Guai a toccare quell'appuntamento che l'umidità e la salsedine non possono far ascrivere nell'agenda musicale, ma solo in quella delle 'stranezze' meteo, con contorno di musica.
L'ultimo, in ordine di tempo, è quello che l'assessore alla 'ricrescita' culturale del Comune di Roma, Luca Bergamo, aveva pensato per il Capodanno 2017, quando voleva schierata una vera e propria orchestra di violoncelli, parecchie decine, alle 3 della notte sul ponte cosiddetto ' della musica', capitanata da Sollima. Non sappiamo se poi ci ha ripensato, come avrebbe dovuto, data l' insensatezza della proposta. Nel caso di Roma c'era anche da domandarsi per chi avrebbero suonato quel centinaio di violoncellisti.
Ma perchè i musicisti per primi, non si convincono che la musica va fatta dove la si può fare al meglio e non fra i ghiacci dell'artico o sulle nevi di una cima , fra le montane dolomitiche o nell'umida notte sul mare o su un ponte che, tolto il nome posticcio, con la musica non c'entra nulla?
P.S. Relegati nel novero delle stranezze tutti i casi appena citati, ve ne sono di recentissimi che non sono da meno, anche se meno patologici di quelli. Pensiamo ai pianoforti lasciati nelle stazioni aeroportuali alla mercé di tutti ( per reclamizzare l'iniziativa ci si è messo anche qualche pezzo da novanta del mondo musicale, come Pappano!!!), o alle kermesse (Milano e Firenze, in via Tornabuoni) ideate dalla vulcanica fantasia di Daniele Lombardi, nel corso delle quali intere strade sono state 'arredate' con un centinaio circa di pianoforti (verticali) che suonavano agli ordini di inflessibili metronomi. Li volete chiamare concerti? Come pure concerti volete chiamare le sinfonie di metronomi (Ligeti), o le carnevalate guidate da Lang Lang, nelle quali un centinaio di tastiere vengono suonate, agli ordini di un direttore 'pizzardone', da una schiera di ragazzi attenti solo agli ordini del direttore-vigile?
Ma era proprio necessario scegliere, per aderirvi, il modo più strano - imitando, a suo modo, cioè nel modo casto, quel che fanno tanti musicisti o cantanti del versante 'leggero' i quali, convinti che per lanciare una nuova canzone (o prodotto) occorra 'stupire', scovano ogni volta una bella fanciulla disposta a mostrare tutti i suoi attributi?
Ludovico Einaudi non fa certo come i suoi colleghi 'leggeri', ma qualcosa di simile sì, trasferendosi con pianoforte al seguito, sulle candide distese dei ghiacci del polo nord. Cioè?
Contrariamente a ciò che fanno le fanciulle di cui sopra, Einaudi si è intabarrato dalla testa i piedi, non risparmiando neanche le punte delle dita delle mani, vestito 'a cipolla' per non ghiacciare. Ha fatto adagiare, recato da un elicottero, un pianoforte a coda imbullonato ad una piattaforma, su una lastra di ghiaccio, poi è sceso anche lui e sui tasti ghiacciati del pianoforte - come ha raccontato con entusiasmo l'interessato - ha cominciato a suonare; anzi a pigiare, perché il pianoforte si sarà rifiutato di emettere suoni. Insomma una sceneggiata per aderire ad una campagna alla quale avrebbe potuto devolvere le spese di una tale strana impresa.
Ma Einaudi non è l'unico ad essersi cimentato, a favore di telecamere, in una impresa tanto strana che con la musica, lui che è un musicista, non ha nulla da spartire. Altre ci vengono alla mente.Ne ricordiamo solo alcune.
Pensiamo al festival che ogni anno si svolge sulle Dolomiti, dove i musicisti invitati, strumento in spalla fanno chilometri di cammino, seguiti dai loro fedeli adepti, fino a raggiungere il luogo stabilito per il concerto. Tutti sdraiati sull'erba, i musicisti magari seduti su qualche sasso, inizia il concerto per la gioia delle montagne che per la prima volta si vedono degnate di tanta attenzione.
Ancora. Anni fa, il Venerdì di Repubblica pubblicò le foto di un concerto che un altro musicista pazzo, un pianista, volle fare in cima ad una montagna, all'aperto. L'impresa, di musicale certo non aveva nulla, ed aveva a che fare piuttosto con l'alpinismo e le scalate, con le quali dovette misurarsi quel disgraziato pianoforte, strappato controvoglia alle calorose cure del proprietario o del venditore.
Se in questi due casi non si è resistiti all'inutile fascino del ghiaccio o della montagna sotto i raggi del sole, vi sono anche oggi casi in cui è la notte a costituire motivo di richiamo. Come accade ogni anno in Campania, a Ravello, con il concerto all'alba, su di una terrazza a strapiombo sul mare, per l'omonimo festival. Guai a toccare quell'appuntamento che l'umidità e la salsedine non possono far ascrivere nell'agenda musicale, ma solo in quella delle 'stranezze' meteo, con contorno di musica.
L'ultimo, in ordine di tempo, è quello che l'assessore alla 'ricrescita' culturale del Comune di Roma, Luca Bergamo, aveva pensato per il Capodanno 2017, quando voleva schierata una vera e propria orchestra di violoncelli, parecchie decine, alle 3 della notte sul ponte cosiddetto ' della musica', capitanata da Sollima. Non sappiamo se poi ci ha ripensato, come avrebbe dovuto, data l' insensatezza della proposta. Nel caso di Roma c'era anche da domandarsi per chi avrebbero suonato quel centinaio di violoncellisti.
Ma perchè i musicisti per primi, non si convincono che la musica va fatta dove la si può fare al meglio e non fra i ghiacci dell'artico o sulle nevi di una cima , fra le montane dolomitiche o nell'umida notte sul mare o su un ponte che, tolto il nome posticcio, con la musica non c'entra nulla?
P.S. Relegati nel novero delle stranezze tutti i casi appena citati, ve ne sono di recentissimi che non sono da meno, anche se meno patologici di quelli. Pensiamo ai pianoforti lasciati nelle stazioni aeroportuali alla mercé di tutti ( per reclamizzare l'iniziativa ci si è messo anche qualche pezzo da novanta del mondo musicale, come Pappano!!!), o alle kermesse (Milano e Firenze, in via Tornabuoni) ideate dalla vulcanica fantasia di Daniele Lombardi, nel corso delle quali intere strade sono state 'arredate' con un centinaio circa di pianoforti (verticali) che suonavano agli ordini di inflessibili metronomi. Li volete chiamare concerti? Come pure concerti volete chiamare le sinfonie di metronomi (Ligeti), o le carnevalate guidate da Lang Lang, nelle quali un centinaio di tastiere vengono suonate, agli ordini di un direttore 'pizzardone', da una schiera di ragazzi attenti solo agli ordini del direttore-vigile?
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venerdì di repubblica
venerdì 9 dicembre 2016
Cappella musicale Sistina: un coro stonato e decaduto
Uscendo dal suo naturale campo di intervento giornalistico, che è quello più strettamente teologico e ecclesiale, don Filippo Di Giacomo, viene a parlarci - dalle pagine del 'Venerdì' di 'Repubblica' , nella sua rubrica ' Cronache celesti' - della Cappella musicale 'papale', detta Sistina, ora diretta da mons. Massimo Palombella, il cui mandato dopo il primo quinquennio, è stato appena rinnovato per un secondo. Contestato.
Il titolo, che non lascia dubbi: ' Una nomina stonata per il coro del Vaticano (già stonato di suo)', fa capire chiaramente dove Di Giacomo intende andare a parare. Accusare cioè il Vaticano del perpetuarsi, con il rinnovo della nomina di Palombella, del potere di Bertone che lo aveva voluto, sotto il precedente pontificato a capo della Sistina, dopo mons Giuseppe Liberto ( provenienza Monreale) nominato da Giovanni Paolo II, dopo aver ascoltato il suo coro durante una sua visita al celebre Duomo siciliano; ma anche della scarsa qualità musicale corale della Sistina, come scrivono i critici musicali inglesi.
Ma che Giovanni Paolo II fosse a digiuno di musica e che i suoi gusti, in fatto di musica, fossero rozzi - nonostante la sua successiva acclarata santità - era cosa ben nota. Anche un suo conoscente, il compositore Penderecki, raccontò proprio a noi che il Papa, che aveva conosciuto bene quando era arcivescovo di Cracovia, in fatto di musica, sia per conoscenza sia per gusto, non andava oltre le 'canzoni di montagna'. E perciò che potesse colpirlo - ma non sappiamo con quale repertorio - il coro di Monreale diretto da Liberto non ci meraviglia. Lui della polifonia rinascimentale e del repertorio della Sistina non aveva nessuna conoscenza; e verso la stessa neanche un briciolo di interesse, ad ascoltarla e preservarla. La nomina di Liberto era arrivata dopo aver fatto dimettere un noto gregorianista, il benedettino Baroffio, dalla direzione del Pontificio Istituto di Musica Sacra, e pure mons. Bartolucci dalla Sistina, per attuare la volgarizzazione, in fatto di lingua ma anche di gusto, del repertorio musicale liturgico.
Va da sè che un papa non deve necessariamente avere gusti musicali 'papali' - diciamo così, nè può interessarsi alle nomine dei direttori della sua Cappella musicale. Ha altro da pensare, e perciò delega i suoi fedelissimi ad occuparsi delle faccende musicali. Come ha fatto anche Benedetto XVI, che certamente aveva ed ha una qualche conoscenza musicale, ma che - anche lui - ha lasciato nelle mani del card. Bertone, il grande manovratore!, la nomina di un suo fedelissimo alla carica di direttore della Cappella Sistina, mons, Palombella appunto, salesiano come lui, diplomato in composizione e con una pratica corale alla direzione di un coro da lui inventato, il Coro interuniversitario. Forse poco per preservare e tramandare la grande tradizione della Sistina, che forse già mons. Liberto aveva scalfito.
Tant'è che Di Giacomo si accanisce anche sulla riconferma di Palombella che definisce 'stonata' a capo di un coro 'stonato di suo'. Un attacco frontale al valore musicale della Sistina non si vedeva dai tempi di Bartolucci ( risarcito successivamente, per la sua destituzione, con la berretta cardinalizia da Benedetto XVI ). Perchè anche Bartolucci non era tanto apprezzato ai suoi tempi. Ma non fino al punto che il suo coro venisse bollato come 'stonato'- che è ciò che negli ultimi tempi hanno scritto i critici musicali inglesi,
avvezzi ad una pratica polifonica di lunga tradizione.
A Bartolucci veniva rimproverato che soprattutto le voci adulte della Sistina cantassero come 'scaricatori di porto o venditori ambulanti'- un'accusa gravissima. Che noi stessi raccogliemmo da fonte autorevole : dom Jean Claire di Solesmes ( uno dei più grandi gregorianisti del nostro tempo) che così la pensava e ci confidava nel corso di un memorabile corso preso l'Abbazia benedettina di Noci, al principio degli anni Sessanta. Aggiungendo che tale giudizio negativo era condiviso da molti esponenti del mondo musicale. La polifonia non andava cantata come Bartolucci voleva, ma Bartolucci certamente non dirigeva un coro di stonati - come ora accusano i critici inglesi. Proprio all'indomani dell'uscita di un CD della Sistina, che si elogia, anche perchè registrato proprio nella storica cappella.
Dunque adesso il giudizio è squisitamente musicale, poco importa del rapporto con la liturgia del repertorio della Cappella papale. Sul quale Di Giacomo, invece, dà il colpo di grazia, accennando al rullo di tamburo ed agli ottoni, che si sono ascoltati nel corso della chiusura della Porta santa, al posto dell'organo e delle voci sistine. Ma Di Giacomo sa bene che questo è uno degli indici del degrado generale che non risparmia neanche la chiesa e la sua liturgia.
Occorre farsene una ragione? Certamente no. E spingere il Papa, al prossimo giro di nomine, a rivolgersi ad un professionista serio per la sua cappella musicale, come sembra, invece esserlo, il direttore delle voci bianche, che si formano nella scuola omonima della Sistina, il brasiliano Marcos Isola Pavan con solida esperienza e competenza corale. Certamente superiore a quella di Palombella.
Il titolo, che non lascia dubbi: ' Una nomina stonata per il coro del Vaticano (già stonato di suo)', fa capire chiaramente dove Di Giacomo intende andare a parare. Accusare cioè il Vaticano del perpetuarsi, con il rinnovo della nomina di Palombella, del potere di Bertone che lo aveva voluto, sotto il precedente pontificato a capo della Sistina, dopo mons Giuseppe Liberto ( provenienza Monreale) nominato da Giovanni Paolo II, dopo aver ascoltato il suo coro durante una sua visita al celebre Duomo siciliano; ma anche della scarsa qualità musicale corale della Sistina, come scrivono i critici musicali inglesi.
Ma che Giovanni Paolo II fosse a digiuno di musica e che i suoi gusti, in fatto di musica, fossero rozzi - nonostante la sua successiva acclarata santità - era cosa ben nota. Anche un suo conoscente, il compositore Penderecki, raccontò proprio a noi che il Papa, che aveva conosciuto bene quando era arcivescovo di Cracovia, in fatto di musica, sia per conoscenza sia per gusto, non andava oltre le 'canzoni di montagna'. E perciò che potesse colpirlo - ma non sappiamo con quale repertorio - il coro di Monreale diretto da Liberto non ci meraviglia. Lui della polifonia rinascimentale e del repertorio della Sistina non aveva nessuna conoscenza; e verso la stessa neanche un briciolo di interesse, ad ascoltarla e preservarla. La nomina di Liberto era arrivata dopo aver fatto dimettere un noto gregorianista, il benedettino Baroffio, dalla direzione del Pontificio Istituto di Musica Sacra, e pure mons. Bartolucci dalla Sistina, per attuare la volgarizzazione, in fatto di lingua ma anche di gusto, del repertorio musicale liturgico.
Va da sè che un papa non deve necessariamente avere gusti musicali 'papali' - diciamo così, nè può interessarsi alle nomine dei direttori della sua Cappella musicale. Ha altro da pensare, e perciò delega i suoi fedelissimi ad occuparsi delle faccende musicali. Come ha fatto anche Benedetto XVI, che certamente aveva ed ha una qualche conoscenza musicale, ma che - anche lui - ha lasciato nelle mani del card. Bertone, il grande manovratore!, la nomina di un suo fedelissimo alla carica di direttore della Cappella Sistina, mons, Palombella appunto, salesiano come lui, diplomato in composizione e con una pratica corale alla direzione di un coro da lui inventato, il Coro interuniversitario. Forse poco per preservare e tramandare la grande tradizione della Sistina, che forse già mons. Liberto aveva scalfito.
Tant'è che Di Giacomo si accanisce anche sulla riconferma di Palombella che definisce 'stonata' a capo di un coro 'stonato di suo'. Un attacco frontale al valore musicale della Sistina non si vedeva dai tempi di Bartolucci ( risarcito successivamente, per la sua destituzione, con la berretta cardinalizia da Benedetto XVI ). Perchè anche Bartolucci non era tanto apprezzato ai suoi tempi. Ma non fino al punto che il suo coro venisse bollato come 'stonato'- che è ciò che negli ultimi tempi hanno scritto i critici musicali inglesi,
avvezzi ad una pratica polifonica di lunga tradizione.
A Bartolucci veniva rimproverato che soprattutto le voci adulte della Sistina cantassero come 'scaricatori di porto o venditori ambulanti'- un'accusa gravissima. Che noi stessi raccogliemmo da fonte autorevole : dom Jean Claire di Solesmes ( uno dei più grandi gregorianisti del nostro tempo) che così la pensava e ci confidava nel corso di un memorabile corso preso l'Abbazia benedettina di Noci, al principio degli anni Sessanta. Aggiungendo che tale giudizio negativo era condiviso da molti esponenti del mondo musicale. La polifonia non andava cantata come Bartolucci voleva, ma Bartolucci certamente non dirigeva un coro di stonati - come ora accusano i critici inglesi. Proprio all'indomani dell'uscita di un CD della Sistina, che si elogia, anche perchè registrato proprio nella storica cappella.
Dunque adesso il giudizio è squisitamente musicale, poco importa del rapporto con la liturgia del repertorio della Cappella papale. Sul quale Di Giacomo, invece, dà il colpo di grazia, accennando al rullo di tamburo ed agli ottoni, che si sono ascoltati nel corso della chiusura della Porta santa, al posto dell'organo e delle voci sistine. Ma Di Giacomo sa bene che questo è uno degli indici del degrado generale che non risparmia neanche la chiesa e la sua liturgia.
Occorre farsene una ragione? Certamente no. E spingere il Papa, al prossimo giro di nomine, a rivolgersi ad un professionista serio per la sua cappella musicale, come sembra, invece esserlo, il direttore delle voci bianche, che si formano nella scuola omonima della Sistina, il brasiliano Marcos Isola Pavan con solida esperienza e competenza corale. Certamente superiore a quella di Palombella.
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lunedì 27 luglio 2015
Claudio Strinati segnala capolavori musicali di Michele dall'Ongaro, sul Venerdì di Repubblica
Liberiamo subito il terreno da cattivi pensieri.Maligni e fuori luogo. Claudio Strinati, storico e studioso dell'arte, con un passato di studi musicali, nella sua ben nota rubrica di novità discografiche del 'Venerdì' di Repubblica, dal titolo 'Prendete Nota', segnala questa settimana, con il dovuto rilievo , un CD uscito ormai due anni fa, un CD monografico dedicato esclusivamente a musiche, anzi capolavori, di dall'Ongaro, presentato ufficialmente alla Biennale Musica di Venezia nell'ottobre del 2013.
Perchè solo ora? I maligni risponderebbero con la recente ascesa di dall'Ongaro sul trono di Santa Cecilia. Errore.
Chi bada alla sostanza delle cose, deve ammettere il riconoscimento, seppure postumo, di autentici capolavori usciti dalla testa dell'attuale Sovrintendente ceciliano, di professione compositore. Non si dimentichi.
Se un recensore di vaglia, come Strinati, riconosce o si accorge di aver ascoltato dei capolavori, seppure in ritardo, perchè dovrebbe tacere, solo perchè sono trascorsi due anni dall'uscita sul mercato di quel CD che li conteneva uno dopo l'altro e tutti del medesimo autore?
Il tempo - avrà ragionato Strinati - non conta, di fronte all'urgenza ed alla forza della bellezza. Strinati, recensore discografico, scrive di dall'Ongaro: "eminente compositore, studioso e critico insigne, curatore e responsabile per la Rai di trasmissioni radiofoniche e televisive di cospicua risonanza, giunge a risultati ragguardevoli. Ironico, sottile, arguto indagatore della realtà culturale italiana". E perciò, a scanso di equivoci e di basse illazioni, l'approdo a Santa Cecilia, non è che un tassello - e non è detto che sia l'ultimo - della sua splendente inarrestabile carriera e nulla ha a che fare con la segnalazione postuma di Strinati.
Del CD, Strinati segnala particolarmente un brano, dal significativo titolo 'Checkpoint', scritto nel 2010, per un ensemble cameristico americano e tenuto a battesimo da Roberto Abbado, nel quale - come scrisse all'epoca il compositore: "volevo rendere omaggio alla lingua del Paese committente", e contemporaneamente esprimere un riferimento formale, cioè "ogni ritorno del tremolo di terze... segna un passaggio, un mutamento di stato del materiale, un percorso possibile", ci vengono i brividi già alla semplice lettura della presentazione autentica di questo immenso capolavoro.
Il compositore, a spiegazione del singolare titolo che rimanda ad uno strumento di controllo, aveva scritto anche che esso è la denuncia dei tentativi di sopruso o di prepotenze - e chi non ne ha subiti ma anche commessi, dall'Ongaro compreso? - per incatenare la libertà anche espressiva dei singoli. Lui non ci sta o lo denuncia con quel titolo, come del resto ha fatto Strinati, liberandosi dai vincoli del tempo e rendendo tutti partecipi della scoperta di alcuni capolavori del compositore dall'Ongaro, della cui statura musicale già Mario Bortolotto, aveva steso un ampio panegirico, qualche anno fa, dalle pagine de 'Il Foglio' di Giuliano Ferrara. Memorabile.
Perchè solo ora? I maligni risponderebbero con la recente ascesa di dall'Ongaro sul trono di Santa Cecilia. Errore.
Chi bada alla sostanza delle cose, deve ammettere il riconoscimento, seppure postumo, di autentici capolavori usciti dalla testa dell'attuale Sovrintendente ceciliano, di professione compositore. Non si dimentichi.
Se un recensore di vaglia, come Strinati, riconosce o si accorge di aver ascoltato dei capolavori, seppure in ritardo, perchè dovrebbe tacere, solo perchè sono trascorsi due anni dall'uscita sul mercato di quel CD che li conteneva uno dopo l'altro e tutti del medesimo autore?
Il tempo - avrà ragionato Strinati - non conta, di fronte all'urgenza ed alla forza della bellezza. Strinati, recensore discografico, scrive di dall'Ongaro: "eminente compositore, studioso e critico insigne, curatore e responsabile per la Rai di trasmissioni radiofoniche e televisive di cospicua risonanza, giunge a risultati ragguardevoli. Ironico, sottile, arguto indagatore della realtà culturale italiana". E perciò, a scanso di equivoci e di basse illazioni, l'approdo a Santa Cecilia, non è che un tassello - e non è detto che sia l'ultimo - della sua splendente inarrestabile carriera e nulla ha a che fare con la segnalazione postuma di Strinati.
Del CD, Strinati segnala particolarmente un brano, dal significativo titolo 'Checkpoint', scritto nel 2010, per un ensemble cameristico americano e tenuto a battesimo da Roberto Abbado, nel quale - come scrisse all'epoca il compositore: "volevo rendere omaggio alla lingua del Paese committente", e contemporaneamente esprimere un riferimento formale, cioè "ogni ritorno del tremolo di terze... segna un passaggio, un mutamento di stato del materiale, un percorso possibile", ci vengono i brividi già alla semplice lettura della presentazione autentica di questo immenso capolavoro.
Il compositore, a spiegazione del singolare titolo che rimanda ad uno strumento di controllo, aveva scritto anche che esso è la denuncia dei tentativi di sopruso o di prepotenze - e chi non ne ha subiti ma anche commessi, dall'Ongaro compreso? - per incatenare la libertà anche espressiva dei singoli. Lui non ci sta o lo denuncia con quel titolo, come del resto ha fatto Strinati, liberandosi dai vincoli del tempo e rendendo tutti partecipi della scoperta di alcuni capolavori del compositore dall'Ongaro, della cui statura musicale già Mario Bortolotto, aveva steso un ampio panegirico, qualche anno fa, dalle pagine de 'Il Foglio' di Giuliano Ferrara. Memorabile.
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venerdì 22 maggio 2015
Rai 1 batte sul tempo Canale 5. Ed ambedue se la battono in tema di banalità. Le Teche Rai non insegnano niente a nessuno
Non appena si è sparsa la notizia dello spettacolo venduto a Canale 5 che apre la stagione in Arena, a Verona, quello stesso spettacolo che negli anni passati era presentato dalla pacioccona fuori luogo e ruolo, Antonella Clerici ed ora da Bonolis della medesima scuderia artistica, Presta, sotto l'ala produttrice di Gianmarco Mazzi (l'ennesima serata con l'ennesima banalità spettacolare, nella quale lo spettacolo lirico per il quale la serata dovrebbe fungere da volano non è che l'ultima preoccupazione , e, infatti, ci saranno le più grandi stelle del rock - come si legge nei comunicati areniani - accanto al tenore tal dei tali, o del soprano tal dei tali...); Rai 1, con scatto felino, anticipa l'Arena con una serata che sarà memorabile per la coppia protagonista, perchè sarà quella che ci guadagnerà più di tutti - la coppia Carrisi ricomposta per l'ennesima volta dopo Mosca e Sanremo, Romina e Al Bano.
Al Bano le canterà: 'In ginocchio da te', Romina, con quel fil di voce che le è rimasto ( ma ci saranno amplificatori bombastici) risponderà:' Non son degno di te', ma insieme non torneranno nella vita. Perchè a lei di Al Bano piace solo la colonia che usa abitualmente - come ha dichiarato ironicamente. E così, prendendo per l'ennesima volta per i fondelli gli italiani bocconi, reciteranno la farsa ignobile e patetica della coppia scoppiata che le tenta tutte per tornare insieme. No, per far soldi.
Al peggio, si dice da secoli, non c'è mai fine. Proprio così. sempre più in basso, sempre più spettacoli di bassissima qualità, anche in quel luogo sacro che è la immensa Arena di Verona.
Albano e Romina, in diretta, il 29 maggio, su Rai 1, Bonolis ed il suo carrozzone variopinto, il 2 giugno, in differita, su Canale 5.
In questi ultimi mesi, alle molte trasmissioni costruite facendo razzia di materiali delle Teche Rai - delle quali proprio oggi sul 'Venerdì' di Repubblica, parlerà la nuova direttrice, Maria Pia Ammirati, da poco entrata a far parte del Consiglio di Indirizzo del Teatro dell'Opera di Roma - se ne è aggiunta un'altra su Rai 3, svelandoci tanti altri tesori, già noti ai cultori del 'tempo che fu' televisivo, anche non lontanissimo.
Tutte quelle trasmissioni fatte con nulla, pescando qua e là nelle Teche Rai, che ancora oggi, a distanza di anni, riscuotono successo nel pubblico, suonano come un rimprovero, anzi come atto di accusa contro la banalità, mancanza di stile e di idee di ogni nuova trasmissione, soprattutto quelle di intrattenimento o di varietà puro, tutte costosissime, che i vari direttori mandano in onda.
La televisione di un tempo, per qualche verso forse più ingenua, non suonava mai come un insulto alla intelligenza del telespettatore, come purtroppo suonano tutte, quelle di oggi.
Un'intera stagione , magari estiva, costruita attingendo alle Teche Rai, mostrerebbe agli italiani una televisione di qualità, costerebbe molto meno di qualunque pur povera trasmissione nuova, e forse potrebbe indurre gli attuali direttori di rete a fare esercizio di autocritica.
Al Bano le canterà: 'In ginocchio da te', Romina, con quel fil di voce che le è rimasto ( ma ci saranno amplificatori bombastici) risponderà:' Non son degno di te', ma insieme non torneranno nella vita. Perchè a lei di Al Bano piace solo la colonia che usa abitualmente - come ha dichiarato ironicamente. E così, prendendo per l'ennesima volta per i fondelli gli italiani bocconi, reciteranno la farsa ignobile e patetica della coppia scoppiata che le tenta tutte per tornare insieme. No, per far soldi.
Al peggio, si dice da secoli, non c'è mai fine. Proprio così. sempre più in basso, sempre più spettacoli di bassissima qualità, anche in quel luogo sacro che è la immensa Arena di Verona.
Albano e Romina, in diretta, il 29 maggio, su Rai 1, Bonolis ed il suo carrozzone variopinto, il 2 giugno, in differita, su Canale 5.
In questi ultimi mesi, alle molte trasmissioni costruite facendo razzia di materiali delle Teche Rai - delle quali proprio oggi sul 'Venerdì' di Repubblica, parlerà la nuova direttrice, Maria Pia Ammirati, da poco entrata a far parte del Consiglio di Indirizzo del Teatro dell'Opera di Roma - se ne è aggiunta un'altra su Rai 3, svelandoci tanti altri tesori, già noti ai cultori del 'tempo che fu' televisivo, anche non lontanissimo.
Tutte quelle trasmissioni fatte con nulla, pescando qua e là nelle Teche Rai, che ancora oggi, a distanza di anni, riscuotono successo nel pubblico, suonano come un rimprovero, anzi come atto di accusa contro la banalità, mancanza di stile e di idee di ogni nuova trasmissione, soprattutto quelle di intrattenimento o di varietà puro, tutte costosissime, che i vari direttori mandano in onda.
La televisione di un tempo, per qualche verso forse più ingenua, non suonava mai come un insulto alla intelligenza del telespettatore, come purtroppo suonano tutte, quelle di oggi.
Un'intera stagione , magari estiva, costruita attingendo alle Teche Rai, mostrerebbe agli italiani una televisione di qualità, costerebbe molto meno di qualunque pur povera trasmissione nuova, e forse potrebbe indurre gli attuali direttori di rete a fare esercizio di autocritica.
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venerdì di repubblica
venerdì 12 settembre 2014
Carlo Fuortes ha creato l'Opera Card. Escluse dalla convenzione Santa Cecilia e Musica per Roma
Carlo Fuortes, sovrintendente del Teatro dell'Opera di Roma Capitale - usiamo la dizione esatta per quanto troppo lunga e ridondante, senza giustificazione - ha affidato, come allegato, al 'Venerdì' di Repubblica ( un settimanale che i dati di vendita danno in cima alla classifica settimanale della vendita dei quotidiani italiani) il programma della prossima stagione, che si apre a novembre con l'Aida diretta da Riccardo Muti, che ad inizio stagione, e poi verso la fine, dà, ogni anno, il sospirato segno della sua presenza nel teatro come 'direttore onorario a vita' (incarico che, a giudicare dalla presenza effettiva sembra più 'onorario' che 'a vita'; anche se è vero che un impegno così 'onorario' si può accettare a vita, perché comunque non peserà mai troppo).
Fuortes ha elencato i punti forti della programmazione, che consistono nell'aumento della produzione, e nella calata a Roma di registi di fama internazionale, l'unica novità, che comunque prosegue quello che ha fatto al Petruzzelli (dove altro non ci sembra che abbia fatto, oltre che lasciarvi una sua collaboratrice che sovrintende alla formazione dei cast) e che a Roma, fece già Nicola Sani, al tempo della sua direzione artistica, linea che ora persegue anche a Bologna dove si è ricomposto il team romano, Ernani-Sani, scalzato da Alemanno per metterci due autentici fuoriclasse: De Martino e Vlad.
L'aumento di produzione porta le recite operistiche a 71, da fine novembre ad ottobre ( naturalmente non c'è ancora la programmazione di Caracalla - che l'Opera di Roma capitale annuncia, come è d'uso nei grandi teatri del mondo - alla vigilia della inaugurazione della stagione estiva, per la gioia dei vacanzieri 'dell'ultimo minuto'); e quelle di balletto a 43, per complessive 114 contro le 89 della stagione passata - come scrive Fuortes.
Probabilmente non ci sarà il cambio del maestro del corpo di ballo, legato strettamente a Muti, che deve averla spuntata - o no?- giacché ancora a febbraio ( il contratto di Misha scade a fine anno) egli firma una coreografia (ma forse è roba vecchia?), e resteranno i massimi dirigenti nei punti chiave, perchè sostenuti da Muti, Vlad ad esempio; mentre ancora non s'è visto lo sbarco ufficiale dei 'fuorte's boys'.
Poi annuncia una novità, la nascita dell'OPERA CARD, un segno tangibile di fedeltà premiata che dà sconti a destra e sinistra, in istituzioni culturali come in esercizi commerciali, in hotel e forse anche ristoranti e, perché no, anche night e piano bar della Capitale - la buttiamo lì, anche se non abbiamo controllato.
Mancano fra le istituzioni convenzionate, con le quali si ha diritto a sconti sul prezzo dei biglietti, sia l'Accademia di Santa Cecilia e che la 'sua' (sua di Fuortes, ancora!) Musica per Roma. Perchè? Teme la concorrenza, dimostrando di aver ristretto la sua visuale d'orizzonte, con un dietrofront inspiegabile rispetto alla politica attuata da un decennio all'Auditorium Parco della Musica? La marcia in più dell'Auditorium, che all'inizio della sua gestione fece gridare a tanti 'al lupo al lupo!' era proprio la varietà dei generi che, nei diversi spazi, l'auditorium andava proponendo, favorendo un travaso di pubblico da un settore all'altro. Come poi è accaduto con un grande vantaggio per il pubblico ed anche per l'Auditorium, per il cui successo anche economico non possono non considerarsi i semplici 'affitti' degli spazi che , non comportano spese produttive, ma forniscono introiti considerevoli, in ragione dei numeri di simili 'ospitate', e per la ridotta prestazione di semplici servizi.
In altre città italiane c'è una CARD culturale che associa tutte le realtà 'del tempo libero'- chiamiamole così - alte e basse, come l'Auditorium di Roma ha insegnato, dai ristoranti alla campagna amica alla pista di ghiaccio, ai festival di tango, ma anche di filosofia e della scienza ed alle manifestazioni che rappresentano spaccati di civiltà e culture lontanissime dalla nostra.
Roma dovrebbe ispirarsi a questo tipo di CARD, senza steccati inutili ed esclusioni ingiustificate.
Tornando, per finire, all'Opera di Roma Capitale, speriamo che questa stagione se la cavi, anche con i sindacati e con i conti - e non parliamo di quelli nobiliari.
Fuortes ha elencato i punti forti della programmazione, che consistono nell'aumento della produzione, e nella calata a Roma di registi di fama internazionale, l'unica novità, che comunque prosegue quello che ha fatto al Petruzzelli (dove altro non ci sembra che abbia fatto, oltre che lasciarvi una sua collaboratrice che sovrintende alla formazione dei cast) e che a Roma, fece già Nicola Sani, al tempo della sua direzione artistica, linea che ora persegue anche a Bologna dove si è ricomposto il team romano, Ernani-Sani, scalzato da Alemanno per metterci due autentici fuoriclasse: De Martino e Vlad.
L'aumento di produzione porta le recite operistiche a 71, da fine novembre ad ottobre ( naturalmente non c'è ancora la programmazione di Caracalla - che l'Opera di Roma capitale annuncia, come è d'uso nei grandi teatri del mondo - alla vigilia della inaugurazione della stagione estiva, per la gioia dei vacanzieri 'dell'ultimo minuto'); e quelle di balletto a 43, per complessive 114 contro le 89 della stagione passata - come scrive Fuortes.
Probabilmente non ci sarà il cambio del maestro del corpo di ballo, legato strettamente a Muti, che deve averla spuntata - o no?- giacché ancora a febbraio ( il contratto di Misha scade a fine anno) egli firma una coreografia (ma forse è roba vecchia?), e resteranno i massimi dirigenti nei punti chiave, perchè sostenuti da Muti, Vlad ad esempio; mentre ancora non s'è visto lo sbarco ufficiale dei 'fuorte's boys'.
Poi annuncia una novità, la nascita dell'OPERA CARD, un segno tangibile di fedeltà premiata che dà sconti a destra e sinistra, in istituzioni culturali come in esercizi commerciali, in hotel e forse anche ristoranti e, perché no, anche night e piano bar della Capitale - la buttiamo lì, anche se non abbiamo controllato.
Mancano fra le istituzioni convenzionate, con le quali si ha diritto a sconti sul prezzo dei biglietti, sia l'Accademia di Santa Cecilia e che la 'sua' (sua di Fuortes, ancora!) Musica per Roma. Perchè? Teme la concorrenza, dimostrando di aver ristretto la sua visuale d'orizzonte, con un dietrofront inspiegabile rispetto alla politica attuata da un decennio all'Auditorium Parco della Musica? La marcia in più dell'Auditorium, che all'inizio della sua gestione fece gridare a tanti 'al lupo al lupo!' era proprio la varietà dei generi che, nei diversi spazi, l'auditorium andava proponendo, favorendo un travaso di pubblico da un settore all'altro. Come poi è accaduto con un grande vantaggio per il pubblico ed anche per l'Auditorium, per il cui successo anche economico non possono non considerarsi i semplici 'affitti' degli spazi che , non comportano spese produttive, ma forniscono introiti considerevoli, in ragione dei numeri di simili 'ospitate', e per la ridotta prestazione di semplici servizi.
In altre città italiane c'è una CARD culturale che associa tutte le realtà 'del tempo libero'- chiamiamole così - alte e basse, come l'Auditorium di Roma ha insegnato, dai ristoranti alla campagna amica alla pista di ghiaccio, ai festival di tango, ma anche di filosofia e della scienza ed alle manifestazioni che rappresentano spaccati di civiltà e culture lontanissime dalla nostra.
Roma dovrebbe ispirarsi a questo tipo di CARD, senza steccati inutili ed esclusioni ingiustificate.
Tornando, per finire, all'Opera di Roma Capitale, speriamo che questa stagione se la cavi, anche con i sindacati e con i conti - e non parliamo di quelli nobiliari.
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