Gian Antonio Stella nella sua rubrica 'Mano libera' dell'ultimo numero di 'Sette', il settimanale allegato al Corriere della Sera e diretto da Beppe Severgnini, torna a parlare di una caso di querela contro un giornalista che aveva denunciato cose non proprio legali verificatesi in un concorso universitario. Giampaolo Cerri, questo il nome del giornalista, nel 2011 aveva denunciato Flaminia Saccà, candidata ad un posto di professore all'Università della Tuscia, che aveva presentato studi nei quali la tecnica, vecchia quanto il mondo, del 'copia e incolla' era evidentissima - come aveva denunciato uno dei membri della commissione esaminatrice. La candidata era ben nota nel mondo universitario, anche perchè 'responsabile università dei DS', veste nella quale aveva ella stessa denunciato che : "bisogna dar vita a una battaglia culturale contro tutte le forme di sfruttamento, malcostume ed opacità che tuttora esistono nel mondo accademico". Tutte le forme di sfruttamento, malcostume opacità, eccetto il suo caso.
Per Giampaolo Cerri che ne aveva scritto su 'Italia oggi' fu facile mettere in piazza l'imbroglio della Saccà, anche perchè dell'Università della Tuscia, che aveva bandito il concorso, il rettore era Marco Mancini, 'convivente' della Saccà.
Passano gli anni - sette, che per la giustizia italiana sono la norma - e Cerri viene assolto con una motivazione che ce ne ricorda una simile, e cioè che la notizia del plagio era stata diffusa da Cerri: " nell'esercizio legittimo del diritto di cronaca e insieme di critica, ossia adempiendo alla funzione sociale dell'attività giornalistica".
Gian Antonio Stella, domandandosi perché mai, avendo vinto la causa, Cerri debba pagarsi le spese che ha dovuto sostenere per farsi difendere in tribunale, torna su un vecchio tema, sul quale un noto avvocato milanese che si occupa spesso di stampa, Caterina Malavenda, aveva scritto sul 'Corriere'. E cioè che spesso certe querele sono solo 'intimidatorie', perché per i cronisti meno tutelati, 'affrontare un processo è un incubo' e subire una causa ingiustamente è 'insopportabile'. E aveva proposto un rimedio.
Basterebbe, scriveva l'avv. Malavenda: "imporre al querelante che perde di pagare le spese processuali sostenute dall'imputato assolto con qualunque formula e di risarcire adeguatamente il danno arrecatogli per averlo fatto processare ingiustamente rendere obbligatoria la condanna al risarcimento in sede civile, nei confronti di chi ha agito con colpa grave p, peggio, con dolo: porre a a carico di chi inizia una causa civile una sorta di cauzione, una somma di denaro, proporzionale al danno richiesto, che garantisca il pagamento dell spese all'avversario se vince e che adesso si tenta inutilmente di recuperare".
Si sa che alcune querele di potenti contro i giornalisti vengono fatte per metterli a tacere, intimidendoli con la richiesta di risarcimenti enormi, ai quali difficilmente i giornalisti possono dar corso.
Il caso di Giampaolo Cerri ci ha fatto venire in mente una querela che noi ricevemmo, nel 2007, da Michele Dall'Ongaro ( ne abbiamo scritto altre volte su questo blog) il quale si ritenne diffamato da un nostro articolo uscito su Music@ - nel quale dimostrammo come, a nostro parere, avesse profittato del ruolo goduto in Rai ( responsabile della musica a Radio 3), a suo favore. Anche noi vincemmo la causa, dopo sette anni circa, nel 2013, e fummo assolti con formula piena perché avevamo esercitato, secondo il tribunale dell'Aquila ( dove si pubblicava Music@) il nostro diritto di cronaca e di critica, nei modi consentiti. Con l'aggravante, nel nostro caso, che Dall'Ongaro, nel corso del processo tentò in tutti i modi di danneggiarci e noi dovemmo difenderci in tribunale e fuori.
Dall'Ongaro chiedeva 150.000 Euro per danni . E' ben noto come le cause di diffamazione i querelanti preferiscono istruirle in sede civile, perchè la richiesta dei danni in solido è un elemento in più per spaventare il giornalista e dissuaderlo dall'intraprendere azioni simili in seguito.
Dall'Ongaro ha perso la causa, ci ha danneggiati in vario modo nel corso del procedimento - specificamente per alcune collaborazioni che noi avevamo all'epoca con la Rai - ma lui, non ha dovuto tirare fuori dalla tasca neanche 1 Euro per risarcirci del danno recatoci. Se fosse entrato in vigore ciò che la Malavenda semplicemente auspica a difesa del giornalista, forse il risarcimento sarebbe toccato a noi e lui forse non averebbe neanche iniziato la causa, ben sapendo che quanto avevamo scritto, dalla prima all'ultima sillaba, corrispondeva a realtà. E cioè che, senza quell' incarico in Rai, starebbe ancora a fare il compositorino di belle speranze. Altro che presidente, sovrintendente e direttore artistico dell'Accademia di Santa Cecilia, osannato ed anche ben retribuito.
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giovedì 5 aprile 2018
Dobbiamo batterci per tutelare la stampa dalle querele intimidatorie. Il cammino è ancora lungo
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domenica 22 ottobre 2017
Viaggio in USA di Beppe Severgnini alla ricerca dei giornali perduti
Beppe Severgnini nell'articolo di copertina del Sette, che dirige, ci racconta del suo viaggio in Usa - dove comunque è di casa e le cose che scrive le conosceva anche prima di attraversare l'oceano - alla scoperta dei giornali 'perduti'. Delle copie cartacee della stampa quotidiana che battono in ritirata, mentre avanzano quelle elettroniche digitali, computabili attraverso gli abbonamenti. Dice anche della convinzione di alcuni, secondo i quali la carta stampata è destinata a scomparire, a favore della sua sorella elettronica , e denuncia il caso ben noto del calo anche della pubblicità sulla medesima stampa cartacea. Fin qui l'America.
E in Italia? Nel giro di una decina d'anni i lettori giornalieri della stampa quotidiana si sono letteralmente dimezzati negli ultimi dieci anni - da 4 milioni circa a 2 - e calata è anche la pubblicità sulla carta stampata, a favore di tv ed altri mezzi di comunicazione, mentre dal governo si vuole mettere un freno a tale ultimo calo con un credito di imposta, a certe condizioni, per la pubblicità sulla carta stampata. Ciò che oggi differenzia l'Italia dall 'America per la situazione dei giornali , è che da noi la perdita delle copie cartacee vendute non è stata compensata dagli abbonamenti digitali agli stessi.
Italia o America, che ne sarà della stampa fra dieci anni, si domanda il celebre giornalista? La copie digitali, in abbonamento, cresceranno, senza dubbio, quelle cartacee diminuiranno e via dicendo fino a scomparire del tutto? Su questa previsione catastrofica sono in tanti - e noi, modestamente, fra questi - a nutrire dubbi. Unendoci a quanti già negli anni scorsi profetizzavano la morte del libro cartaceo, e il dominio assoluto di quello digitale, e quella loro catastrofica profezia non s'è avverata.
perchè il libro cartaceo ha pregi e caratteristiche che difficilmente potranno essere rimpiazzati da altri mezzi.
Sarà - o potrebbe essere - la stessa cosa per i giornali? Forse, ma ad una condizione, conclude Severgnini, dopo aver esaminato con cura ed acume la differenza fra chi si informa attraverso la lettura dei giornali e chi ricorre alla rete per procurarsi l'informazione che gli serve in quel momento e basta. Il lettore dei giornali - che certamente non ha il massimo di percentuale fra i giovani - è una persona che si informa sul come va il mondo, anche su questioni che la momento sembrano non riguardarci, per arrivare poi a coltivare ed approfondire ciò verso cui ha interessi personali ed professionali.
Insomma, comunque la si metta, il lettore dei giornali cartacei è persona più colta, più responsabile, più matura di chi applica all'informazione la stessa logica e impiega i medesimi tempi del cosiddetto 'mangiar veloce ', per dirla all'italiana.
La condizione che Severgnini individua come fondamentale per la sopravvivenza dei giornali cartacei è la loro UTILITA' . Se i giornali si incammineranno per la strada che li allontana sempre più dagli interessi dei lettori, sia per gli argomenti trattai che per il modo in cui lo fanno, la scomparsa dei giornali, pur lenta, sarà inevitabile e sicura. E già da oggi i giornali devono fare attenzione a coltivare ed accrescere la loro utilità.
Non come hanno fatto nelle passate settimane due importanti testate in un settore che noi per ragioni professionali seguiamo da sempre molto da vicino, quello della musica.
Nella stessa giornata di domenica 15 c.m. L'Espresso e Repubblica hanno pubblicato due interviste a due note star del mondo musicale, ambedue inutili e viziate nel fondo. L'Espresso, a firma Lenzi, una intervista a Cecilia Bartoli, nelle quale oltre la solita canzona sulla sua assenza dall'Italia ed altre banalità, mista anche a qualche evidente falsità, ci informa che sta uscendo un suo nuovo disco - che è poi l'unica ragione dell'intervista, che ha avuto luogo seguendo questa banale trafila. La casa discografica della diva chiama il giornalista per annunciare l'uscita del disco, sperando che il giornalista si appassioni alla grande rivoluzionaria novità e decida di dedicare all'artefice qualche pagina. Il giornalista abbocca (ubbidisce) e la Bartoli può raccontare all'assorto, avido lettore, per filo e per segno, quel che ci voleva dire sul nuovo disco, e nient'altro. A noi, che aggrappandoci a tutte le nostre forze, siamo arrivati fino alla fine nella lettura, ci ha solo procurato qualche sbadiglio, perchè la notizia dell'uscita del nuovo disco non ci appassiona affatto, nè ci interessa come invece interessa sia alla Bartoli che alla sua casa discografica.
Anni fa provammo un giorno a telefonare alla casa discografica della Bartoli per manifestare la nostra volontà di intervistarla, senza che ci fosse la spinta dell'uscita di un nuovo disco o di una sua pur rara tournée in Italia, per la quale, diversamente da sempre, trova il tempo se deve reclamizzare un nuovo disco. Passarono la nostra richiesta alla Bartoli, e la sua risposta fu no.Secco. Le ragioni le lasciamo immaginare.
Ma domenica scorsa anche Repubblica ha pubblicato una lunga intervista di Gnoli a Pappano, alla vigilia della tournée con la sua orchestra in America, che si sta svolgendo proprio in questi giorni.
Pappano, sollecitato da Gnoli che molte volte ci offre interviste che leggiamo con grande interesse, racconta per l'ennesima volta la storia da 'libro cuore' della sua infanzia e del suo ingresso nel mondo della musica, patrocinata da suo padre che si era trasferito in Inghilterra dal Beneventano, dove aveva lavorato come cameriere ma coltivando sempre la sua passione per il canto che aveva iniettato nel figlio.
La sua storia, precedente ai suoi successi - la gavetta, la povertà, la passione e l'impegno - Pappano l'ha raccontata già infinite volte, e poi, a noi è ben nota avendo scritto del celebre direttore la prima biografia, ormai dieci anni fa. Dunque nessuna ragione di novità per raccontarla ancora una volta oggi ai lettori di giornali che la conoscono anche loro abbastanza bene, anche se non come noi.
Ma allora perchè fondare per intero l'intervista su quel lacrimevole, e pur veritiero, racconto? Se Gnoli ci dicesse che quel racconto era, comunque anche se non nuovo, di grande effetto o che nulla di nuovo o di altrettanto interessante aveva Pappano a raccontare, non gli diremmo: perchè allora intervistarlo? Per dirci della tournée americana bastava un semplice trafiletto o un articolino.
Ecco se anche giornali importanti proseguono sulla strada dell' inutile, forse anche noi, lettori accaniti e fedelissimi, potremmo deciderci a smettere, fin d'ora, di comprare ogni giorno, come facciamo da oltre trent'anni, dai due ai tre giornali. In questo siamo d'accordo con Severgnini.
E in Italia? Nel giro di una decina d'anni i lettori giornalieri della stampa quotidiana si sono letteralmente dimezzati negli ultimi dieci anni - da 4 milioni circa a 2 - e calata è anche la pubblicità sulla carta stampata, a favore di tv ed altri mezzi di comunicazione, mentre dal governo si vuole mettere un freno a tale ultimo calo con un credito di imposta, a certe condizioni, per la pubblicità sulla carta stampata. Ciò che oggi differenzia l'Italia dall 'America per la situazione dei giornali , è che da noi la perdita delle copie cartacee vendute non è stata compensata dagli abbonamenti digitali agli stessi.
Italia o America, che ne sarà della stampa fra dieci anni, si domanda il celebre giornalista? La copie digitali, in abbonamento, cresceranno, senza dubbio, quelle cartacee diminuiranno e via dicendo fino a scomparire del tutto? Su questa previsione catastrofica sono in tanti - e noi, modestamente, fra questi - a nutrire dubbi. Unendoci a quanti già negli anni scorsi profetizzavano la morte del libro cartaceo, e il dominio assoluto di quello digitale, e quella loro catastrofica profezia non s'è avverata.
perchè il libro cartaceo ha pregi e caratteristiche che difficilmente potranno essere rimpiazzati da altri mezzi.
Sarà - o potrebbe essere - la stessa cosa per i giornali? Forse, ma ad una condizione, conclude Severgnini, dopo aver esaminato con cura ed acume la differenza fra chi si informa attraverso la lettura dei giornali e chi ricorre alla rete per procurarsi l'informazione che gli serve in quel momento e basta. Il lettore dei giornali - che certamente non ha il massimo di percentuale fra i giovani - è una persona che si informa sul come va il mondo, anche su questioni che la momento sembrano non riguardarci, per arrivare poi a coltivare ed approfondire ciò verso cui ha interessi personali ed professionali.
Insomma, comunque la si metta, il lettore dei giornali cartacei è persona più colta, più responsabile, più matura di chi applica all'informazione la stessa logica e impiega i medesimi tempi del cosiddetto 'mangiar veloce ', per dirla all'italiana.
La condizione che Severgnini individua come fondamentale per la sopravvivenza dei giornali cartacei è la loro UTILITA' . Se i giornali si incammineranno per la strada che li allontana sempre più dagli interessi dei lettori, sia per gli argomenti trattai che per il modo in cui lo fanno, la scomparsa dei giornali, pur lenta, sarà inevitabile e sicura. E già da oggi i giornali devono fare attenzione a coltivare ed accrescere la loro utilità.
Non come hanno fatto nelle passate settimane due importanti testate in un settore che noi per ragioni professionali seguiamo da sempre molto da vicino, quello della musica.
Nella stessa giornata di domenica 15 c.m. L'Espresso e Repubblica hanno pubblicato due interviste a due note star del mondo musicale, ambedue inutili e viziate nel fondo. L'Espresso, a firma Lenzi, una intervista a Cecilia Bartoli, nelle quale oltre la solita canzona sulla sua assenza dall'Italia ed altre banalità, mista anche a qualche evidente falsità, ci informa che sta uscendo un suo nuovo disco - che è poi l'unica ragione dell'intervista, che ha avuto luogo seguendo questa banale trafila. La casa discografica della diva chiama il giornalista per annunciare l'uscita del disco, sperando che il giornalista si appassioni alla grande rivoluzionaria novità e decida di dedicare all'artefice qualche pagina. Il giornalista abbocca (ubbidisce) e la Bartoli può raccontare all'assorto, avido lettore, per filo e per segno, quel che ci voleva dire sul nuovo disco, e nient'altro. A noi, che aggrappandoci a tutte le nostre forze, siamo arrivati fino alla fine nella lettura, ci ha solo procurato qualche sbadiglio, perchè la notizia dell'uscita del nuovo disco non ci appassiona affatto, nè ci interessa come invece interessa sia alla Bartoli che alla sua casa discografica.
Anni fa provammo un giorno a telefonare alla casa discografica della Bartoli per manifestare la nostra volontà di intervistarla, senza che ci fosse la spinta dell'uscita di un nuovo disco o di una sua pur rara tournée in Italia, per la quale, diversamente da sempre, trova il tempo se deve reclamizzare un nuovo disco. Passarono la nostra richiesta alla Bartoli, e la sua risposta fu no.Secco. Le ragioni le lasciamo immaginare.
Ma domenica scorsa anche Repubblica ha pubblicato una lunga intervista di Gnoli a Pappano, alla vigilia della tournée con la sua orchestra in America, che si sta svolgendo proprio in questi giorni.
Pappano, sollecitato da Gnoli che molte volte ci offre interviste che leggiamo con grande interesse, racconta per l'ennesima volta la storia da 'libro cuore' della sua infanzia e del suo ingresso nel mondo della musica, patrocinata da suo padre che si era trasferito in Inghilterra dal Beneventano, dove aveva lavorato come cameriere ma coltivando sempre la sua passione per il canto che aveva iniettato nel figlio.
La sua storia, precedente ai suoi successi - la gavetta, la povertà, la passione e l'impegno - Pappano l'ha raccontata già infinite volte, e poi, a noi è ben nota avendo scritto del celebre direttore la prima biografia, ormai dieci anni fa. Dunque nessuna ragione di novità per raccontarla ancora una volta oggi ai lettori di giornali che la conoscono anche loro abbastanza bene, anche se non come noi.
Ma allora perchè fondare per intero l'intervista su quel lacrimevole, e pur veritiero, racconto? Se Gnoli ci dicesse che quel racconto era, comunque anche se non nuovo, di grande effetto o che nulla di nuovo o di altrettanto interessante aveva Pappano a raccontare, non gli diremmo: perchè allora intervistarlo? Per dirci della tournée americana bastava un semplice trafiletto o un articolino.
Ecco se anche giornali importanti proseguono sulla strada dell' inutile, forse anche noi, lettori accaniti e fedelissimi, potremmo deciderci a smettere, fin d'ora, di comprare ogni giorno, come facciamo da oltre trent'anni, dai due ai tre giornali. In questo siamo d'accordo con Severgnini.
domenica 3 maggio 2015
Musica e Expo. Banalità e luoghi comuni duri a morire
Sempre così, quando si prospetta la possibilità di una nuova mangiatoia, e l'Expo milanese è una di queste, tutti in fila a mostrare la varietà di fieno disposti a fornire, se ben pagato. Così con il melodramma. Che la Scala possa per la prima volta nella sua storia moderna restare aperta ogni sera è una bella novità, nonostante che in un teatro con la fama di cui la Scala gode, e con la sua storia, dovrebbe essere la norma anche fuori dall'Expo. Tuttavia che la nuova dirigenza l'abbia capito è già un bel passo avanti.
Ma in Italia non c'è solo la Scala. Ci sono tanti teatri, e festival e storiche istituzioni, ognuno con la sua programmazione 'To Expo'. Niente di nuovo, bensì programmazione normale finita nel calendario Expo ' Very bello!'. Il massimo dell'invenzione italiana.
E Torino vanta anche la presenza del Museo Egizio, oltre il Regio, al cui sovrintendente Vergnano, ricordate questo nome, all'estero chiedono l'autografo; e Venezia risponde con la Fenice; Verona con tutte le opere che hanno fatto grande il nostro anfiteatro lirico, quasi che ne abbia bisogno, visto che di suo è già tanto grande ( e pure riesce a chiudere i bilanci in passivo. Un vero record!). E con queste tre città facilmente raggiungibili da Milano, il cerchio di ' pronto soccorso' melodrammatico all'Expo si chiude.
Il dato più interessante della programmazione di questi teatri 'To Expo' è la riscoperta e riproposta del grande repertorio, quello stesso grande repertorio che i nostri teatri in periodi di normale programmazione prendono sottogamba, perchè il più delle volte nella formulazione del cartellone prevale la proposta di titoli poco noti, riscoperti, che fanno la gioia di critici e direttori artistici ma non del botteghino.
E poi ci sono i festival sui quali svetta quello di Macerata, che si svolge nella sua Arena, che il poliedrico direttore artistico, Francesco Micheli, nel suo momento massimo di celebrità, ha intitolato ' nutrire l'anima', mettendo in cartellone tre titoli che prevedono un banchetto. Quando abbiamo appreso la notizia un brivido ha percorso la nostra schiena. Micheli lavora anche a Bergamo, dove vuol far riscoprire Donizetti, e per questo ha pensato di addobbare le vetrine ed anche altro con gli elementi di un'opera donizettiana. Mamma mia, che cosa meravigliosa.
Poi c'è il capitolo dei nostri operisti di bandiera quelli che vengono sempre intervistati, per ogni occasione. Due fra tutti, Battistelli (autore della già famosa 'CO2' attesa alla Scala, il prossimo 16 maggio, che ora ribadisce la sua volontà di presentarsi alle prossime elezioni come sindaco del suo borgo natio, Albano laziale. Ma dove troverà il tempo per fare il compositore, il direttore artistico dell'Orchestra della Toscana, condirettore artistico, appena nominato, dell'Opera di Roma, consigliere di amministrazione dell'Accademia di santa Cecilia, presidente della Barattelli dell?Aquila ecc... ecc... ) e Tutino (autore di un'opera da un testo di Sandor Marai, Le braci, che il suo amico ed ex dipendente, Triola - al Comunale di Bologna - porta al Festival della Valle d'Itria, dove è direttore artistico, lui che è già direttore generale dell'Opera di Firenze, dove pure approderà quest'opera la prossima stagione). Tutino fra breve presenterà 'La ciociara', a San Francisco che l'anno prossimo vederemo ed ascolteremo anche a Torino. Lui ha detto che in America gli hanno espressamente chiesto di far sentire il canto 'italiano', e lui sicuramente lo farà.
Ci piacerebbe che una volta tanto, proprio in omaggio all'Expo, ed ai suoi temi ecologici, anche nel mondo del melodramma si respirasse un pò di aria pura, senza questi intrecci poco puliti, qualche volta asfissianti, come l'anidride carbonica assunta ad emblema della sua opera da Battistelli, e le occupazioni spudorate di posizioni di potere ed altro ancora che tante, troppe volte abbiamo denunciato.
Per la serie delle banalità, infine, anche Giuseppe Sala - che è riuscito a mostrare al mondo l'Expo completato alla data del 1 maggio - ha fatto conoscere la sua 'lista degli altri', ovvero quella delle musiche del cuore e della vita. Nella sua vita s'è nutrito a pane e Bennato, Vasco, Bowie, Davis ecc... E il 'Bel Canto italiano' dott. Sala. Non è il nostro vanto nel mondo, al quale inneggia anche 'Sette' di questa settimana, con una articolo a firma di Eliana Liotta, dal quale abbiamo rubato banalità e luoghi comuni che vi abbiamo appena elencato?
Ma in Italia non c'è solo la Scala. Ci sono tanti teatri, e festival e storiche istituzioni, ognuno con la sua programmazione 'To Expo'. Niente di nuovo, bensì programmazione normale finita nel calendario Expo ' Very bello!'. Il massimo dell'invenzione italiana.
E Torino vanta anche la presenza del Museo Egizio, oltre il Regio, al cui sovrintendente Vergnano, ricordate questo nome, all'estero chiedono l'autografo; e Venezia risponde con la Fenice; Verona con tutte le opere che hanno fatto grande il nostro anfiteatro lirico, quasi che ne abbia bisogno, visto che di suo è già tanto grande ( e pure riesce a chiudere i bilanci in passivo. Un vero record!). E con queste tre città facilmente raggiungibili da Milano, il cerchio di ' pronto soccorso' melodrammatico all'Expo si chiude.
Il dato più interessante della programmazione di questi teatri 'To Expo' è la riscoperta e riproposta del grande repertorio, quello stesso grande repertorio che i nostri teatri in periodi di normale programmazione prendono sottogamba, perchè il più delle volte nella formulazione del cartellone prevale la proposta di titoli poco noti, riscoperti, che fanno la gioia di critici e direttori artistici ma non del botteghino.
E poi ci sono i festival sui quali svetta quello di Macerata, che si svolge nella sua Arena, che il poliedrico direttore artistico, Francesco Micheli, nel suo momento massimo di celebrità, ha intitolato ' nutrire l'anima', mettendo in cartellone tre titoli che prevedono un banchetto. Quando abbiamo appreso la notizia un brivido ha percorso la nostra schiena. Micheli lavora anche a Bergamo, dove vuol far riscoprire Donizetti, e per questo ha pensato di addobbare le vetrine ed anche altro con gli elementi di un'opera donizettiana. Mamma mia, che cosa meravigliosa.
Poi c'è il capitolo dei nostri operisti di bandiera quelli che vengono sempre intervistati, per ogni occasione. Due fra tutti, Battistelli (autore della già famosa 'CO2' attesa alla Scala, il prossimo 16 maggio, che ora ribadisce la sua volontà di presentarsi alle prossime elezioni come sindaco del suo borgo natio, Albano laziale. Ma dove troverà il tempo per fare il compositore, il direttore artistico dell'Orchestra della Toscana, condirettore artistico, appena nominato, dell'Opera di Roma, consigliere di amministrazione dell'Accademia di santa Cecilia, presidente della Barattelli dell?Aquila ecc... ecc... ) e Tutino (autore di un'opera da un testo di Sandor Marai, Le braci, che il suo amico ed ex dipendente, Triola - al Comunale di Bologna - porta al Festival della Valle d'Itria, dove è direttore artistico, lui che è già direttore generale dell'Opera di Firenze, dove pure approderà quest'opera la prossima stagione). Tutino fra breve presenterà 'La ciociara', a San Francisco che l'anno prossimo vederemo ed ascolteremo anche a Torino. Lui ha detto che in America gli hanno espressamente chiesto di far sentire il canto 'italiano', e lui sicuramente lo farà.
Ci piacerebbe che una volta tanto, proprio in omaggio all'Expo, ed ai suoi temi ecologici, anche nel mondo del melodramma si respirasse un pò di aria pura, senza questi intrecci poco puliti, qualche volta asfissianti, come l'anidride carbonica assunta ad emblema della sua opera da Battistelli, e le occupazioni spudorate di posizioni di potere ed altro ancora che tante, troppe volte abbiamo denunciato.
Per la serie delle banalità, infine, anche Giuseppe Sala - che è riuscito a mostrare al mondo l'Expo completato alla data del 1 maggio - ha fatto conoscere la sua 'lista degli altri', ovvero quella delle musiche del cuore e della vita. Nella sua vita s'è nutrito a pane e Bennato, Vasco, Bowie, Davis ecc... E il 'Bel Canto italiano' dott. Sala. Non è il nostro vanto nel mondo, al quale inneggia anche 'Sette' di questa settimana, con una articolo a firma di Eliana Liotta, dal quale abbiamo rubato banalità e luoghi comuni che vi abbiamo appena elencato?
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