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martedì 20 dicembre 2016

Stati generali della cultura: Art Bonus al centro dell'attenzione. Gli assessori Bergamo e Del Corno le star della giornata. Chiusura con Franceschini

 Con l'intervista al ministro Franceschini curata da Roberto Napoletano, il più sfiduciato  fra i direttori di giornali italiani, imputato  nel processo aziendale del disastro economico del suo giornale e delle attività parallele del gruppo ' Sole 24 Ore', organizzatore degli 'Stati generali della Cultura', dal 2012, giunti alla quinta edizione, si è chiusa la giornata di interventi che si era aperta con le due star della giornata e cioè i due assessori alla cultura dei Comuni di Roma e Milano, Bergamo e Del Corno, con i quali il conduttore, giornalista del gruppo (Radio 24) è stato particolarmente sollecito nel tempestarli di domande, soprattutto Bergamo,  che ha pure tentato di mettere in difficoltà.
A cominciare dalla sua nomina - poche ore fa - a vicesindaco, che il suo collega milanese ha salutato come una grande cosa positiva, mentre noi- modestissimamente - oltremodo negativa per la cultura a Roma, sebbene il suo nuovo incarico gli dia più peso nella giunta, con la Raggi e con i Cinquestelle.

L'assessore Bergamo ha retto bene, anche se il suo discorso girava intorno al 'fare sistema' che deve superare l'attuale condizione della cultura a Roma, dove vi sono oltre una decina di soggetti, eccellenti, ma che agiscono ciascuno per proprio conto, e assorbono insieme oltre il 90% dei fondi destinati alla cultura.
Alla domanda,  con i brusii della platea (fra tre e quattrocento gli intervenuti, non uno di più) sui criteri che guidano il suo assessorato,  particolarmente nella scelta dei privati che chiedono di intervenire   per la tutela e  la conservazione dei beni artistici, dopo una velata accusa dell'intervistatore di giudicare con criteri ideologici e politici, Bergamo ha risposto che soldi da chi fabbrica cannoni lui non li vuole. Ma  Il tema è tornato anche successivamente alla ribalta.

Se, ad esempio, Finmeccanica volesse intervenire, investendo in cultura a Roma, che si fa? Un altro dei partecipanti ha risposto che le istituzioni non possono ergersi a giudici  anche del ministero dell'interno o della difesa che li ha già giudicati,  e perciò l'intervento di 'Finmeccanica' a Milano è stato ben accetto.
 La Todini a capo di Poste italiane ha rammnentato i suoi interventi che  priviliegiano le fondazioni liriche ed i teatri su tutto il territorio, come su tutto il territorio si estende la presenza dell'azienda  pubblica.

Secondo il sovrintendente della Scala, Pereira, l'intervento dei privati nella gestione delle fondazioni liriche, e dei beni culturali in generale, non è solo  auspicabile, è semplicemente necessario ed indispensabile, senza di esso  dovrebbero tutti chiudere, perchè il finanziamento pubblico non è sufficiente. Ma i privati  - ha sottolineato Pereira, che come cercatore di soldi è molto più bravo che come sovrintendente, lui stesso se ne è sempre fatto vanto) - occorre andarseli a cercare; ne esistono, bisogna scovarli in ogni parte del mondo, ed i sovrintendenti non dovrebbero disdegnare di andare in giro a cercare privati disposti ad investire nelle istituzioni italiane.
 Naturalmente il tema del ritorno per privati ed aziende è stato anche affrontato da chi ha invitato i presenti a non guardare con disprezzo chi investe - soprattutto le aziende - nel settore e vuole vedere i frutti di tale investimento. Perché non accettare che a fronte di un grande investimento ci sia la richiesta di accomunare un marchio ad un bene che si è contribuito a  salvare?

Bergamo è intervenuto sulla polemica che lo contrappose in settembre a Paolo Bulgari che aveva finanziato il restauro della Scalinata di Trinità dei Monti  e che chiedeva che la scalinata venisse chiusa di notte per evitare che nel giro di poco tempo venisse nuovamente deturpata. Bergamo si fece allora - e lo ha ribadito anche oggi - difensore del popolo e di quel bene pubblico, ma non ha detto se sta già cercando il finanziatore del restauro, che certamente non sarà così lontano.

Fuortes, che  parlava sia come commissario dell'Arena che come sovrintendente dell'Opera di Roma ha detto che è dimostrato come l'appeal dell'Opera non sia diminuito nonostante viviamo nell'epoca del 'virtuale', e perciò va, oltre che sostenuto, soddisfatto.
Rosanna Purchia, sovrintendente del San Carlo di Napoli, ha manifestato le difficoltà che il sud, anche in questo campo, ha da superare rispetto al nord; e Chiarot nella sua duplice veste di sovrintendente della Fenice e presidente dell'ANFOLS , dopo aver assicurato che le Fondazioni lavorano ormai a pieno regime, anche più di quanto non dicano i dati degli 'eventi' - questa terribile schifosa parola è ormai usatisima! - ha detto che l'ANFOLS proprio in questi mesi si sta confrontando con  il Ministro sulle ultime leggi che riguardano il settore. E il Ministro ha fatto pesare  i 10 milioni  di Euro, extra FUS. da destinare alle Fondazioni, in rapporto alla loro capacità di procurarsi soldi privati (da singoli o aziende, ma anche, immaginiamo, dal botteghino, già preso in considerazione dai criteri del finanziamento FUS). Ed, da non sottovalutare, i quasi 300 milioni di Euro  del bonus per i diciottenni da spendere in 'cultura', per cinema teatro musica,musei, libri e dischi.

E' anche intervenuto Michele dall'Ongaro, sovrintendente dell'Accademia di Santa Cecilia, forte dell'esibizione accolta calorosamente, ad inizio di manifestazione, di una delle Orchestre giovanili dell'Accademia, diretta dal bravo Simone Genuini, che conosciamo dai banchi del Conservatorio dove ha studiato anche con noi, all'Aquila.
 L'Accademia è l'unica istituzione sinfonica  fra le 14 fondazioni liriche, dunque i suoi compiti non avendo opere da rappresentare, sono rispetto alle altre ridotti. Come più ridotto è il suo bilancio, nel quale forte è la presenza delle entrate proprie e degli sponsor o soci fondatori forti.
 Notevole è la attività dell'Accademia rivolta ai ragazzi  che si accostano alla musica per 'farla' sia nelle orchestre che nei cori. Ottimo. Ma ciò che Dall'Ongaro non ha detto è che per questa complessa ed ampia attività, l'Accademia, attraverso le quote versate dai ragazzi, ricava benefici anche economici - senza dire poi che questa attività ha anche sponsor e benefattori dedicati. Come pure ha dimenticato di dire che il suo compenso annuo è il massimo del consentito, e cioè di 240.000 Euro, uguale forse a quello di Pereira che ha molti più impegni di lui; e di ben 80.000 Euro superiore a quello, per esempio, del sovrintendente della Fenice o del Regio di Torino (60.000 Euro in più) che sono teatri con i bilanci in ordine. Perchè questa magnanimità nei confronti di dell'Ongaro? Semplicemente perché è lui stesso a darseli (certo attraverso il CdA che presiede), anche se ha fatto uno sconto. Perchè Cagli (ed anche Berio, prima di Cagli) che lo ha preceduto nell'incarico, aveva un compenso di 330.000 Euro circa, che sono tantissimi in rapporto al bilancio dell'Accademia, e molti  più ancora se raffrontati al compenso di Pereira, in rapporto con l'ammontare del bilancio della Scala. E Pereira ha molto più da fare di Dall'Ongaro, sia chiaro. Inutile allora piangere sempre miseria; comincino a tagliarsi gli stipendi che sono  sinceramente troppo alti ed anche ingiustificati.

venerdì 30 settembre 2016

Come siamo caduti in basso. 'IL VOLO' in piazza Duomo a Milano, organizzato da Torpedine. E l'assessore Del Corno esulta?

Poveri noi. Tre ragazzi che non sono tre tenori, che non canterebbero più che qualche canzone, che non vogliono imitare i fratelli maggiori, i 'Tre tenori' - da non imitare per le loro smargiassate, e comunque impossibili da imitare dai ragazzetti, perché quelli erano un tempo cantanti d'opera, anzi tenori - ma che hanno ricevuto gli elogi di due di loro, il terzo non c'è più; di Carreras - il tenore che non  può cantare più e nonostante ciò si ostina a farlo per la vergogna sua e del canto - ed anche di Placido Domingo, obbligato dalla casa discografica che vuol vendere a tutti i costi e  che ha dato la sua benedizione all'impressa discografica, e solo discografica, di nessun valore, oltre quello commerciale,  da sfruttare fino a quando durerà, (pronunciato Placido con  la 'c' dal conduttore della 'Vita in diretta', Liorni, l'unico in Italia a non conoscere la corretta pronuncia, che attiva un collegamento con la celebre piazza Duomo milanese profanata dai quattro ragazzetti, comprendendovi  anche l'ex tenore ora baritono Placido, con la 'c'  sempre secondo la lezione di Liorni). Provengono dell'anonima provincia italiana, ma in un paese di ignoranti fanno la figura di giganti mentre in tutto il resto del mondo appaiono come abitanti di Lilliput.
Se solo si pensa alla grande civiltà italiana, viene lo sconforto.

venerdì 9 settembre 2016

Ministro Franceschini, se esisti dacci un segno

E' venuta l'ora in cui anche Franceschini, smettendo i panni del ministro 'mezzodisastro', noto per gli annunci a sorpresa ( anche questo blog  ne ha  elencanti a decine, forse centinaia) o delle sorprese di fronte ai disastri, batta un colpo e ci dica se esiste.
Fra un paio di giorni a Roma ci sarà la riunione dei  responsabili dei due saloni del libro in lotta - quello storico di Torino e quello neonato milanese, da battezzare  in aprile, in diretta concorrenza con il fratello maggiore; vedrà nel suo ufficio i rappresentanti delle due associazioni di editori (quella grande che patrocina Milano e la minore, più combattiva e più motivata a difesa del salone torinese) oltre al sindaco di Torino, Appendino al presidente della Regione, Chiamparino, ed il seguito di ciascuno.
 Alle inaugurazioni del Festival MiTo, si sono seduti uno accanto all'altro i sindaci delle due capitali del nord Italia; e questo semplice fatto ha spinto alcuni a pensare che Appendino e Sala avessero potuto firmare un patto di non belligeranza fra le due città in nome del libro. Ragionando come fosse del tutto inutile anzi dannoso che per difendere il libro  e la lettura in Italia si affondasse di fatto  il mercato, con una guerra intestina fra editori, e si suonasse la campana a morto per una manifestazione che, con tutti i problemi, ha fatto tanto per il libro, senza sapere ancora se il neonato, i cui lineamenti sono ancora ignoti, farà meglio del suo antenato; mentre si sa solo che già da piccolo, ma con maggiori possibilità economiche raggruppando l'AIE, presieduta da Motta, tutti i grandi editori italiani,  gli vuol fare la guerra, e comincia con le azioni di disturbo un mese prima della data fissata per il salone torinese, cioè ad aprile, data in cui è già fissata a Rho, la 'fiera' milanese del libro.
 Franceschini cosa dovrebbe fare per far sapere che c'è ancora?  Lui assieme alla collega Giannini hanno firmato - se ricordiamo bene - una intesa con il Salone torinese per  far entrare come soci i rispettivi loro dicasteri, versando un contributo.
Nell'uno come nell'altro caso, sia ben chiaro, si tratta di iniziative private, anche se per il salone torinese, non si sbaglia parlando di una sua certa 'istituzionalizzazione' se non altro per gli ormai lunghi anni di esistenza. L'assessore alla cultura milanese, il compositore Del Corno, alla vigilia della guerra guerreggiata, ha precisato che il Comune non c'entrava nell'iniziativa dell'AIE, iniziativa privata, lavandosene le mani. Ma così non si governa!
Non vorremmo che Franceschini, come Del Corno, sfuggisse alle sue responsabilità di far ragionare gli uni e gli altri, inducendoli a firmare un pace duratura, per lavorare ambedue a favore del libro e della cultura, senza pestarsi i piedi, come è evidente che voglia fare l'AIE presieduta da Motta.
 Almeno una volta prenda esempio da sua moglie , l'ex presidente della Commissione cultura del Comune di Roma, al tempo di Marino, Michela Di Biase, la quale, un tempo silenziosa, da quando  Virginia Raggi è salita al Campidoglio non passa giorno  senza che intervenga contro i suoi avversari politici che invita a prendere posizioni nette, ad assumere decisioni in favore della città. Franceschini dovrebbe apparire altrettanto determinato, magari evitandone il broncio che ne  oscura la bellezza tutta romana.

P:S: Dario Franceschini è anche un prolifico scrittore che ha pubblicato i suoi romanzi, più d'uno, presso Bompiani. Mentre non sappiamo con  quali fortune editoriali, sappiamo, invece, che se vorrà farsi sentire  - come gli auguriamo - dovrà fare la voce grossa anche con il suo editore.

sabato 23 luglio 2016

Salone del libro: MILANO contro TORINO come Mostra del cinema: ROMA contro VENEZIA

Dopo anni la cosiddetta 'Festa del cinema' di Roma, strenuamente voluta da Veltroni e dal suo giro, in conflitto quasi scandaloso - anche se non è detto che Venezia debba avere il monopolio in campo cinematografico, ma tant'è - con la 'Mostra del cinema' di Venezia, sta ancora cercando una  sua identità. Ogni anno mette una nuova veste, cambia direttore ed è in perenne affannosa ricerca di soldi pubblici  e di sponsor. L'anno scorso, se non ci sbagliamo, è entrato come socio anche il Ministero di Franceschini, il quale sempre l'anno scorso  attraverso il suo Ministero, e la Giannini con il suo,  sono entrati come soci a Torino, nel Salone del libro.
Alla cui sopravvivenza sembrano ora attentare quelli della Fiera di Milano che vorrebbero, a Milano, in maggio e contemporaneamente al Salone torinese, organizzare una Fiera del Libro, nell'area Expo, con la benedizione dell'assessore alla cultura del Comune, il compositore Filippo del Corno, riconfermato da Sala, dopo l'esperienza nel gabinetto Pisapia.

Non sappiamo districarci fra gli 'insiemi'  che compongono le cordate di editori che vogliono restare a Torino e quelli che spalleggiano l'iniziativa milanese. Ci sembra di capire che da una parte  ci sono gli editori indipendenti ed i piccoli editori, mentre i grandi preferirebbero Milano, o viceversa. Importa poco la composizione degli schieramenti pro o contro.
 Ora le due città, ambedue aspiranti a divenire a tutti gli effetti ed in tutti i campi, capitali del nord, e cioè Torino e Milano, dopo che per anni sono andati d'accordo  almeno nel campo della musica producendo insieme il festival  'MiTo' a settembre - che di soldi ne ha macinati tanti e tanti ancora  promette e continua a macinarne, la cui dirigenza è da poco mutata radicalmente portando al vertice artistico il compositore torinese, formatosi a Milano, Nicola Campogrande -  rischiano di farsi una guerra in nome del libro.
 Intanto a Torino la nuova sindaca Appendino ha da poco  firmato un nuovo contratto con la Cl Events, proprietaria del Lingotto,  per l'ospitalità anche del Salone .
 E a Milano fanno sapere che il loro progetto ha rilevanza nazionale perchè farebbe il paio con quello romano 'Più libri più liberi'; ed un terzo che aprirebbe a Bari ( in Puglia ci è rilevato che il 75% della popolazione nel corso dell'anno passato non ha letto neanche un libro!) e, a seguire, anche altri in altre zone del paese dove la lettura non è neanche uno sport per élite, perchè nessuno, secondo le statistiche, lo praticherebbe.
 Noi non siamo addentro al mondo del libro, della lettura e dell'editoria e perciò riferiamo solo i fatti e ci poniamo qualche domanda alla quale da soli non sappiamo rispondere. Come ad esempio a quella relativa alla 'Nave di Teseo',  neonata per mano di Elisabetta Sgarbi: la nave dove va a gettare l'ancora: Milano o Torino?
 Quel che sappiamo invece riguarda il recente passato del Salone del libro di Torino, squassato da scandali che la cultura dovrebbe punire con il carcere a vita, e invece non punisce.  Ma questo non ha nulla a che vedere con il suo trasferimento a Milano o con la guerra  di Milano contro Torino.

sabato 5 marzo 2016

La Fondazione Claudio Abbado - figli ed esecutore testamentario - sceglie Berlino per trasferirvi l'archivio del musicista. Bocciata l'Italia

Cominciamo col dire che la decisione dei figli di Abbado - Daniele ed Alessandra - di spedire l'archivio del loro padre alla Biblioteca nazionale di Berlino,  a portata di mano dei Berliner Philharmoniker, che lo ebbero direttore per molti anni, nonostante che abbia qualche ragione di opportunità, non ci piace affatto, per le ragioni che i due rampolli che un pò conosciamo, direttamente o indirettamente, hanno addotto  a sostegno di tale decisione.
 No Milano perchè, in fondo, il loro padre, dopo essersi formato ed aver mosso i primi passi ed aver avuto il primo importante incarico alla Scala, andò via sbattendo la porta, molti anni fa, e non ci è più tornato, salvo una fugace apparizione  nel 2012 .
No Bologna, dove Abbado ha trascorso gli ultimi anni della sua vita, e dove ha messo su l'ultima sua creatura 'giovanile', l'Orchestra Mozart; ma qui non abbiamo capito perchè.
E no Ferrara, dove Claudio Abbado per anni,  a cominciare dagli anni Ottanta  ha avuto una sua residenza con l'Orchestra europea, altra sua creatura musicale, ma dove ha trovato lavoro a sua figlia Alessandra... ed anche qui la ragione non  ci è chiara.
 Per Milano s'è ascoltata anche la voce di Filippo Del Corno, compositore ed assessore alla cultura del gabinetto Pisapia, e ovviamente in buoni rapporti con gli eredi del maestro, nonchè esponente dei salotti buoni della capitale lombarda, che ovviamente ha detto di essere d'accordo con la decisione autonoma degli eredi del maestro -  che ha anche altri due figli più piccoli, rispetto a Daniele ed Alessandro - perchè, in buona sostanza, Berlino 'fa buona guardia'.
Cioè - ed è lì'unica ragione che capiamo e possiamo condividere - andando a Berlino tutto il lascito 'musicale'  (soprattutto partiture, libri, corrispondenza poca) di Claudio Abbado sono sicuri che verrà catalogato, come sottoscritto dagli affidatari, e digitalizzato, cosa che in Italia, con i chiari di luna attuali, nessun'altra istituzione avrebbe garantito nei modi e tempi assicurati dai tedeschi.
 Noi stessi, si parva licet... ,quando abbiamo deciso di donare ad una biblioteca una decina di lettere manoscritte che Stockhausen ci scrisse ai tempi della nostra direzione di Piano Time, abbiamo subito deciso per la biblioteca musicale dell'Istituto Storico Germanico di Roma, perchè siamo sicuri che quelle lettere  in quello straordinario centro di cultura e di studio saranno conservate e rese accessibili nella migliore maniera  possibile.
 Ma noi che non abbiamo ricevuto nessun favore nè dal celebre istituto romano, del quale però in tante occasioni abbiamo potuto verificare di persona l'efficienza e la cortese sollecitutdine, nè da nessun altro, essendo liberi di fare dono delle nostre cose a chicchessia, abbiamo scelto secondo un nostro personale insindacabile parere.
 I figli del maestro, specie i due più grandi, Daniele il regista e Alessandra la manager, non possono dire altrettanto. perchè- senza timore di essere smentiti - in Italia, in nome del padre, hanno ricevuto opportunità come in nessun altro paese, neppure in Germania. E allora avrebbero dovuto tentare altre possibili strade, giustificare altrimenti la scelta senza quel  tipico atteggiamento riprovevole di chi sputa nel piatto nel quale ha mangiato e continua a mangiare.
E la figlia Alessandra - come abbiamo scritto alcuni giorni fa - perchè ora che suo padre è morto, non continua a lavorare per l'ultimo suo progetto rappresentato dalla 'Mozart'  - dove lei ha trovato lavoro per anni - che ora faticosamente si tenta di far risorgere?
 E Daniele, regista, lavora all'estero come in Italia? Ce lo dica se sbagliamo.
Spunta poi una collaborazione con l'Accademia di Santa Cecilia, guidata dal loro parente Michele Dall'Ongaro che dovrebbe avere un accesso 'privilegiato' all'ARCHIVIO BERLINESE. Ma come fa se, notizie degli ultimi tempi, il personale della Bibliomediateca ceciliana è stato ridotto all'osso al punto che  neanche la normale attività di consultazione e studio è oggi garantita?

mercoledì 14 ottobre 2015

NiCa per MiTo: Nicola Campogrande direttore del festival torino-milanese MiTo

 A tempo di record, gli assessori alla cultura dei due massimi capoluoghi del nord ( Torino e Milano), e cioè Del Corno e Braccialarghe, hanno nominato il nuovo direttore artistico del Festival Mito per il 2016,  che sarà Nicola Campogrande, di  primo mestiere compositore, di secondo: commentatore radiofonico ( quello che in questi anni  gli ha fruttato di più, anche alla luce di questa ultima nomina, e terzo anche divulgatore, come si deduce dall'ultimo libro (che però non abbiamo ancora letto, ma lo leggeremo).
Campogrande, hanno spiegato, è torinese di nascita e milanese di studi, al Conservatorio di Milano; conosce i media,  e lavora molto di fantasia, come ha fatto in occasione dell'Expo, quando ha costruito una serie di variazioni sugli inni nazionali delle nazioni presenti, affidate all'Orchestra Verdi di Milano, che, si spera, dopo l'attenzione riservatagli di derivarne una maggiore presenza nel festival MiTo, dal quale era stata gentilmente tenuta fuori dal trio che l'ha governato in questi anni, e cioè Restagno-Micheli-Colombo, e nel quale sarebbe opportuno che rientri.
 I suoi padrini assessori, nel delinearne il cursus honorum, hanno anche ricordato che Campogrande è il direttore artistico della Filarmonica di Torino. Che è? Ah, sì lo sapevamo; in un suo articolo  apparso su 'La lettura', a cui collabora,  Campogrande aveva parlato di una nuova opera di Azio Corghi commissionata anche dalla sua Filarmonica - lo aveva dichiarato egli stesso, per non attirarsi le critiche sempre pronte quando si vede qualcuno a lavorare troppo 'pro domo sua'.
 Comunque Campogrande ora ha la grande occasione di mostrare la sua capacità organizzativa oltre che ideativa, nel programmare un festival che  certamente non avrà più a disposizione i fondi di un tempo, nè un raccoglitore di soldi qual era Francesco Micheli, di professione finanziere, con l'hobby di famiglia della musica. E, a detta dei due assessori, il Festival è atteso ad una svolta, perchè non ha più senso che le due città si coalizzino senza travasi di pubblico e senza l'arrivo di pubblico nuovo oltre quello indigeno. E poi, alla luce di quando accaduto nell'estate dell'EXPO, andrebbe anche ripensata l'intera offerta che quest'anno non ha certo usufruito dell'EXPO, come non ne ha usufruito neanche la Scala che, senza pudore ha dichiarato: era meglio se chiudevamo il teatro in agosto. Ora, anche se siamo convinti che i soldi spesi per la musica non siano mai buttati, serve interrogarsi quanto faccia bene una offerta eccessiva in rapporto alla domanda. Crediamo che anche questo sia un problema non da poco che MiTo deve affrontare e risolvere.
 L'uscita di scena del terzetto collaudato, era dovuta sicuramente alla nuova situazione economica segnata da finanziamenti ridotti, ed anche agli imprevisti delle prossime elezioni comunali di primavera nei due comuni interessati, specie dopo che il. sindaco di Milano, Pisapia, ha declinato l'invito pressante di tanti,  e anche di Renzi, a ripresentarsi.
Tali elementi di incertezza hanno spinto gli assessori ad ancorare immediatamente la prossima edizione del festival. Ora Campogrande  può dimostrare se sa fare in un campo per lui totalmente nuovo.

domenica 14 dicembre 2014

L'EXPO della cultura contro l'EXPO del malaffare


  Suoni per l'EXPO del 2015. Era il 2009. Mancavano sei anni all'appuntamento milanese dell'EXPO 2015. Si discuteva soprattutto di cubature, terreni, vie d'acqua, metropolitane di superficie, padiglioni, infrastrutture e di imprese edilizie da impiegare, oltre naturalmente che di fondi necessari. E di questi ultimi, si sapeva che tanti ce ne volevano, ma non ancora chi avrebbe dovuto metterli.
Al contrario, come tener viva e mostrare la grande tradizione italiana di vocazione alla bellezza, sembrava non importare assolutamente a nessuno. Figurarsi della musica, ultimo dei pensieri degli organizzatori, ancora indaffarati nelle nomine di commissari, sub commissari, dirigenti, responsabili.
Fu allora che MUSIC@, il bimestrale musicale edito dal Conservatorio dell'Aquila, ebbe l'idea di interpellare alcune personalità del mondo musicale italiano, e chiedere loro di formulare dei progetti da offrire GRATUITAMENTE ai sonnacchiosi e distratti organizzatori dell'EXPO milanese.
Una decina di noti musicisti italiani di varie generazioni, inviarono il loro progetto che MUSIC@ pubblicò. Alla rivista, successivamente giunsero le congratulazioni ed i ringraziamenti dell'allora sindaco di Milano, Letizia Moratti, con la promessa che quei progetti, davvero preziosi, avrebbe girato agli organizzatori dell'EXPO.
A sei anni di distanza, ed alla viglia dell'EXPO, non sappiamo se la Moratti mantenne la promessa e se gli organizzatori si siano presi la briga di esaminarli e di dare eventualmente corso alla realizzazione di qualcuno di essi.
Nel frattempo uno dei compositori che rispose all'appello, Filippo del Corno, con il cui progetto apriamo questo dossier, è diventato Assessore alla cultura del Comune di Milano.


                              Una giornata ideale… nel 2023 di Filippo Del Corno
Se pensiamo al significato originario delle Esposizioni Universali possiamo leggerle come grandi rappresentazioni epiche della modernità. In altre parole le Esposizioni erano l’unico modo per raccontare il presente in un’epoca dove non esistevano i mezzi di comunicazione che si sarebbero poi sviluppati nel corso del Novecento. Progressivamente questi eventi hanno perso la dimensione narrativa e rappresentativa per diventare altro, ma credo che per Expo 2015 Milano potrebbe recuperare questa ispirazione originaria e tendere
ad un obbiettivo ambizioso ma innovativo: mettere in scena una rappresentazione epica degli anni che verranno, e raccontare così non più il presente ma il futuro. Come? Semplicemente dando una forma concreta a ciò che si narra. Se dovessi riassumere tutto in uno slogan sarebbe: a Milano il futuro è presente. Un progetto artistico musicale per Expo 2015 potrebbe rispondere a questa sollecitazione attraverso la costruzione di un padiglione musicale, un’autentica “stanza sonora”, dove sette diversi compositori contemporanei vengano chiamati a narrare, in forma di teatro musicale, o installazione, o video-opera, o qualsiasi altra forma sappiano o vogliano ideare, una “giornata ideale” che immaginano il mondo potrebbe essere in
grado di vivere di lì a otto anni (quindi nel 2023). La grande libertà concessa ad ogni singolo compositore per realizzare la propria “giornata ideale nel ‘23”, a partire dall’individuazione di una specifica forma rappresentativa o performativa, deve al contempo essere vincolata ad un rigoroso rispetto del budget che verrà assegnato ad ognuno secondo un principio di assoluta equità ed uguaglianza. Da questo punto di vista ciascun progetto dovrà rispondere a quel concetto di “sostenibilità” che, a mio avviso, dovrà diventare il vero valore discriminante per ogni azione futura, sia questa di natura politica, artistica, industriale o culturale. L’alternanza tra i sette compositori che abiteranno la “stanza sonora” dovrà garantire a ciascuno eguali opportunità per i tempi di allestimento e di visibilità al pubblico di visitatori. E’ nello spirito del progetto che ogni compositore possa godere della massima libertà nel coinvolgere, per l’ideazione e la realizzazione della propria “giornata ideale nel ‘23”, altre figure creative, da qualsiasi sfera del sapere essi provengano (letteratura, scienza, architettura, ecc.) purché ovviamente non si verifichino casi di sovrapposizione o intersezione. Ogni singola “giornata ideale nel ‘23” dovrebbe essere progettata in modo che possa essere possibile replicarla otto anni dopo, in occasione della futura Esposizione Universale.


              Dei delitti e delle pene di Giorgio Battistelli / Franco Marcoaldi
Il progetto prende idealmente spunto dal libro di Cesare Beccaria, uno dei capolavori dell’Illuminismo europeo, l’opera italiana più diffusa e discussa del Settecento. Attraverso la musica, la parola poetica, il suono rielaborato elettronicamente e l’immagine, si utilizza quel testo per riflettere sull’idea di delitto e pena nella società odierna, attraverso la forma di ‘un oratorio civile per orchestra, coro, coro di detenuti, live electronics e dispositivo video’. L’esecuzione potrebbe avere luogo nella stessa piazza Beccaria di Milano e dovrebbe prevedere l’intreccio in tempo reale tra il suono dell’orchestra e del coro professionale con il coro dei carcerati che cantano dall’interno di San Vittore. Quanto al dispositivo video, le telecamere, piazzate tanto in carcere quanto nel luogo dell’esecuzione, saranno come finestre che consentiranno ai detenuti di vedere ciò che accade nella piazza e al pubblico presente di vedere e sentire quel che accade all’interno del carcere, rumori compresi. La spazializzazione del suono, la parte orchestrale e i due cori verranno elaborati elettronicamente da Alvise Vidolin. L’intento dichiarato del progetto è quello di creare, senza pedagogismi di sorta, un ponte ideale tra il passato più alto della civiltà milanese e il nostro presente, tra il ‘fuori’ della società libera e il ‘dentro’ di chi patisce la pena.


                        Raccontare l’Italia di Giorgio Barberio Corsetti
Vorrei fare uno spettacolo sull’Italia. Raccontare le storie di vari personaggi di diverse regioni italiane che si incrociano a Milano, dove vivono per ragioni di lavoro. Cosa resta delle origini quando ci si trasferisce in una grande città? Come sono le famiglie di provincia, ora, e cosa resta della cultura contadina? lavorando con parole, dialoghi, immagini, musiche, con attori di luoghi diversi, con influssi dialettali che si mischiano all’italiano, vorrei fare un affresco sulla confusione e l’identità del nostro paese. Poche parole per un progetto.



                           Ultimi 50 anni di musica di Lorenzo Ferrero
Ciò che resta e ciò che è da dimenticare Do per scontato che, come già annunciato dalla Scala per 'Licht' di Stockhausen, le istituzioni milanesi concorreranno nel migliore dei modi. Tuttavia l’Expo 2015 sarà, e sicuramente dovrà essere, una vetrina dell’Italia. Nel nostro caso dell’Italia musicale. Una domanda che ci si potrebbe porre è se l’Italia musicale ha bisogno di una vetrina. Penso di sì, perché a parte qualche fortunata eccezione, negli ultimi tempi siamo diventati più importatori che esportatori. Ci sono dei campi in cui lo siamo di più e altri in cui la siamo di meno, tuttavia un panorama globale è perfino difficile averlo all’interno dell’Italia stessa. L’occasione potrebbe essere utile anche per fare il punto su ciò che resta e ciò che si può dimenticare degli ultimi cinquant’anni. Farei una proposta ai principali festival e istituzioni lirico- concertistiche: trovare una risposta a questa domanda, che riguarda il teatro musicale, la concertistica, la danza, ma anche il jazz e una parte della musica popolare. Il risultato potrebbe costituire il palinsesto per un festival intenso e concentrato, eventualmente nel periodo di maggiore prevista affluenza di visitatori. Per il resto dell’anno, oltre che un programma potrebbe essere un itinerario, che tocchi i principali centri di attività, una sorta di Skipass musicale anche multiplo, con percorsi tematici che assecondino ma soprattutto stimolino gli interessi dei visitatori.


                    La passeggiata delle Cattive di Azio Corghi/ Emma Dante
Teatro musicale in un atto, da un racconto di Emma Dante. Sceneggiatura/libretto/musica di Azio Corghi 'CAPTIVE' . Dal latino: imprigionato, reso schiavo. Nel caso delle vedove palermitane: imprigionate nella memoria del marito morto. Il termine ha il medesimo significato nella lingua in- glese (varia solo la pronuncia) ovvero CAPTIVE (‘kaeptiv) significa: prigioniero, schiavo, in gabbia, in cattività, nel recinto. Ma TO CAPTIVE può pure significare (fig.): affascinato, attratto, sedotto da…." Le mura delle cattive è un'antica via sopra le mura di Palermo, dove le vedove (dal latino cap- tive, cioè imprigionate nella memoria dei mariti morti) passeggiavano la domenica, lontane dallo sguardo indiscreto del cassero che era l'attuale corso Vittorio Emanuele (la via principale di Palermo). Sugli spalti di queste mura potrebbe essere ambientata la nostra storia di passione e vergogna di una donna che, per salvare il marito dalla vendetta di una famosa famiglia mafiosa, lo nasconde, facendolo credere morto. Il marito ha ucciso il boss della suddetta famiglia, che voleva infangarle l'onore. Dopo il duello lei fa credere a tutti che anche il marito è morto. Lo fa scappare e dopo aver allestito un finto funerale, si veste di nero ed entra definitivamente nella clausura del suo lutto. I due coniugi, però, spinti dalla passione e da un amore sconsiderato, s’incontrano di nascosto, durante la passeggiata delle vedove, cercando di non farsi scoprire dalle altre donne velate di nero. Verranno scoperti e comincerà la tragedia."

Cantantibus organis mediolanensis di Francesco Filidei
La mia doppia formazione di compositore ed organista indirizza la mia proposta verso il mondo dell'organo. L'Expo 2015 potrebbe rappresentare in effetti un'ottima occasione per evidenziare lo straordinario patrimonio artistico costituito dai numerosi organi delle Chiese di Milano: accanto ed attraverso di essi passa una tradizione certo sottovalutata, che dai Gabrieli e Frescobaldi ha continuato, sebbene in sordina, fino a Marco Enrico Bossi, autore che non ha niente da invidiare ai compositori/organisti europei della sua epoca. Berio, Donatoni, Bussotti, Sciarrino, Fedele ed an- cora Mauro Lanza, fra i più giovani, hanno contribuito ad arricchire il repertorio; ma, ancora, manca una attenzione più generale in Italia per uno strumento imprescindibile nella storia della musica. Presentando un percorso musicale attraverso le Chiese milanesi scelte secondo la loro ubicazione, le loro caratteristiche e la qualità degli strumenti, si potrebbe avvicinare un pubblico numeroso e non necessariamente abituato alla musica di ricerca. Ad ogni concerto sarebbe quindi da associare una commissione proposta ad un compositore contemporaneo e legata oltre che al tema proposto per l'Expo, alla specifica disposizione fonica dello strumento, dai Tamburini, a quattro e cinque tastiere, della Chiesa di Sant’ Angelo o della Cattedrale ai Mascioni della Basilica di Santa Maria della Passione, ad una tastiera, con temperamento ‘inequabile’. Ogni nazione coinvolta potrebbe presentare un organista ed una prima assoluta di un compositore possibilmente della stessa origine. In ogni programma dovrebbe inoltre essere presente un pezzo di compositore italiano di un qualsiasi periodo storico che bene si associ con le caratteristiche dello strumento a disposizione. Essendo l'organo a canne l'antenato naturale dei sintetizzatori moderni, potrebbe essere interessante presentare concerti con pezzi per organo e sintetizzatori alternando anche pezzi elettroacustici predisposti per lo spazio in questione. Il lato visivo, fino ad oggi trascurato nei concerti d'organo per evidenti ragioni, deve essere valorizzato, presentando una curiosa ed interessante esperienza per il pubblico non abituato la visione di un interprete impegnato fisicamente in modo totale, mani e piedi, su registi, pedali, tastiere, staffe. Una o meglio più telecamere, con attenta regia, dovrebbero riprendere da diversi punti di vista gli esecutori e gli organi o altri dettagli della Chiesa interessanti, proiettandone le immagini su uno o diversi schermi giganti. Ad alcuni concerti si potrebbe associare inoltre la creazione di video realizzati su pezzi in programma da videoartisti di differente nazionalità.

                             Pianeta immateriale di Michelangelo Lupone
La presenza dell'acqua caratterizza il progetto della nuova area espositiva della Expo, che si allunga dal padiglione Italia all'ingresso ovest. La scelta di creare un percorso costeggiato da canali e stagni, che congiunge i padiglioni con slarghi limitrofi al percorso d'acqua, segnala sia l'attenzione per questo componente generativo e imprescindibile della vita, sia il bisogno di accompagnare con continuità il visitatore con un elemento dinamico, sempre diverso nelle forme del fluire e accogliente e rilassante nella stasi proposta dagli slarghi. Pianeta immateriale è un'opera musicale pensata per vivere proprio in quei corsi d'acqua. É un'opera interattiva, adattiva ed evolutiva: avverte la prossimità, i movimenti, la voce del pubblico e può instaurare con lui giochi timbrici e traiettorie impreviste; trasforma i suoni e gli andamenti, in funzione delle condizioni sonore, luminose e ambientali circostanti, seguendo il corso del giorno; si evolve offrendo ogni giorno una diversa interpretazione della musica che le dà vita. La musica percorre i corsi d'acqua in modo non invasivo, può accompagnare il visitatore per tratti anche lunghi, fermarsi e allontanarsi rapidamente. Le sue trasformazioni sono lente e progressive quando non interagisce con il pubblico, vivaci quando i movimenti umani, le voci, le luci sono prossimi al corso d'acqua. L'intero percorso è diviso in ventidue diversi tratti spaziali o sezioni musicali; ogni sezione è caratterizzata da una identità acustica che si ispira alla cultura musicale e ai suoni di ciascuno dei paesi partecipanti. Ogni sezione rinnova la propria iden- tità sette volte al giorno, affinché anche gli elementi espressivi di ogni tratto del percorso siano rinnovati. Due volte al giorno, per trenta secondi, tutte le se-
zioni diventano “comunicanti”, le identità convergono in un solo pregnante elemento musicale che corre lungo le sponde, compare in ogni tratto e scompare allontanandosi verso una delle uscite. L'interazione con il pubblico non è costante lungo il percorso, le risposte dell'opera dipendono dal tratto in cui ci si trova, ossia dal carattere musicale attivo in quel momento. Si alternano, di conse- guenza, tratti in cui si può parlare con la musica e ricevere “risposte” come il movimento improvviso e concitato dei suoni, il loro avvicinamento al pubblico, o tratti in cui l'interazione è più lenta, riflessiva, dominata da trasformazioni timbriche. N.B.: Il suono si propaga nell'acqua a velocità anche cinque volte superiori rispetto all'aria; ciò permette di realizzare movimenti del suono molto complessi, e permette di percepire sulla superficie trasformazioni di timbri straordinari, sconosciuti alla esperienza comune. Nelle aree dove sono presenti gli slarghi, la musica è percepibile solo nelle immediate vicinanze dell'acqua. Questo rende discreta e accogliente la partecipazione dell'opera alle attività di riposo e di incontro del pubblico. Pianeta immateriale conserva tutte le informazioni relative alle proprie trasformazioni di timbro, di altezza, di ritmo, di spazializzazione, mantiene una traccia storica del processo adattivo (es. quando prolungate perturbazioni climatiche ne fermano i processi), conserva gli elementi salienti e/o ricorsivi attivati dall'interazione con il pubblico. I dati sono analizzati da un sistema di auto-regolazione dell'opera musicale che, durante la notte (momento di inattività), in base a regole di condotta formale, compositiva, attiva i processi di selezione, di trasformazione e di generazione dei suoni. Anche i modi di comportamento interattivo vengono sottoposti ad analisi e regolati quando risultano ridondanti, decorrelati dal carattere espressivo o temporalmente non associabili al materiale sonoro (es. suoni con evoluzione lenta in attività interattive rapide). Ogni anno l'opera effettua una sorta di sintesi del proprio trascorso sonoro, organizza i materiali sonori in una grande forma e dona un concerto di circa trenta minuti, utilizzando tutte le le sorgenti di suono a sua disposizione. La musica viene eseguita senza in- terruzioni durante il concerto, è presente simultaneamente in tutti i tratti del percorso e tutti i processi di ricezione sensoriale e di risposta sono disattivati. Si possono seguire le evoluzioni dell'opera anche attraverso Internet. Pianeta immateriale è presente nella rete con una speciale pagina interattiva che permette di ascoltare lo stato attuale di ogni sezione. Si possono scaricare le trasformazioni del giorno precedente e possono essere introdotte variazioni musicali in ogni sezione, come se l'utente interagisse in prossimità del corso d'acqua. Tutte le azioni interattive introdotte attraverso internet sono analizzate durante la notte e, se congruenti, sono rese attive il giorno seguente.

                   Passio in memoriam Pier Paolo Pasolini di Paolo Cavallone
Il progetto prevede la realizzazione di un oratorio laico con testi recitati e cantati che coinvolga scrittori/librettisti/poeti e musicisti classici e pop (compositori di classica contemporanea e di mu- sica pop/interpreti pop e classici). In occasione dell’Expo 2015 si intende celebrare e valorizzare la grande creatività dell’arte italiana con la partecipazione di musicisti viventi (Senior e Junior). Pensare ad una “vetrina” musicale per L’Expo 2015 mi spinge, da musicista, a “tradurre” in movimento sonoro il confronto con la società contemporanea (nella fattispecie quella occiden- tale), tentando di restituire la molteplicità dei con- tenuti generati da tale società. Nel 2015 ricorrono, inoltre, i quaranta anni dalla morte (2 novembre 1975) di Pier Paolo Pasolini, una delle figure centrali della cultura italiana del XX secolo. Pasolini, idealmente rappresenterebbe una sorta di “collante” su cui inserire il lavoro dei vari artisti coinvolti nel progetto. Il “genere” Oratorio: un veicolo di comunicazione di un testo drammatico liberamente tratto dal Vangelo di San Matteo, su cui si innestano versi e testi tratti dall’opera di Pasolini e da quelle di altri poeti, scrittori ed autori di testi, provenienti da diversi generi letterari e musicali. Il risultato è la realizzazione di un oratorio laico. La collaborazione fra artisti di diversi “generi” musicali costituirebbe un tentativo di generare una
sorta di caleidoscopio sonoro inteso come specchio delle ramificazioni delle sovrastrutture generate dalla nostra società; come anche capace di esprimere la capacità della musica, o meglio, del suono di bucare la rete invisibile, generata da tali sovrastrutture, e che impedisce al “poeta” di raggiungere l’anelata “verità”, nascosta dietro le “cose”. In sostanza le dinamiche ed i movimenti sonori ci avvicinano e forse sono l’unico mezzo capace di tornare alla realtà. Pasolini è termine di confronto e spunto per una riflessione; il suo essere sempre attuale, mi spinge, da musicista, a proporre un tentativo di “tradurlo” in movimento sonoro, in una sorta di percorso introspettivo che, nel confronto, tenti di restituire la purezza dei contenuti e soprattutto di generare un “entrare” ed “uscire” dalle tematiche, dalla soggettività alla oggettività del pensiero, dalla visione in- trospettiva alla porta astratta capace di veicolare ogni gesto. Peraltro, Pasolini aveva espresso la volontà di tradurre musicalmente la sua espressività. Non si vuole riproporre il noto, quanto emotivo, topos che vede Pasolini come una sorta di martire, un santo laico. Il soggetto sacro è assunto a simbolo di un mondo puro, agrario, il cui referente primario è la natura con la sua verità (che lo stesso Pasolini rimpiangeva: “parli con un giovane nato in questi anni… la terminologia agricola è per lui incomprensibile, bisogna tradurgliela… il Vangelo e Cristo sono espressione di un mondo contadino arcaico che è sopravvissuto per duemila anni... c’è stato un rovesciamento di tutto questo… credo nel progresso, non credo nello sviluppo, e nella fattispecie in questo sviluppo… sono direttamente interessato ai cambiamenti storici… a questo punto uno si chiede anche se sarà possibile continuare a scrivere delle poesie, io … non scrivo più versi… l’impossibilità… a fare un vero discorso sulla realtà… perché questo rapporto con la realtà è soffocato… un poeta non riesce mai ad individuare, a vincere… questo può urlare un profeta che non ha la forza di
uccidere una mosca la cui forza è nella sua degradante diversità, solo detto questo e urlata la mia sorte si potrà liberare e cominciare il mio discorso sopra la realtà”) che oramai non esiste più, som- mersa dalla società contemporanea. La morte di Cristo si identifica così con quella di una civiltà che ormai non ci appartiene se non come “violenza delle memorie”: “il momento più sublime della chiesa cattolica è il momento dell’ascensione, il momento in cui Cristo ci lascia soli a cercarlo…”. In questa ottica, tale citazione si configura come una possibile tensione alla Verità (Cristo/mondo agrario/reale/terreno); la scelta della Passione tratta da Matteo è dettata dalla volontà di sottolineare il carattere “umano” (“… per me il Vangelo è una grandissima opera intellettuale, una grandissima opera di pensiero, che non consola, che riempie, che integra… ma della consolazione che farcene… è una parola come speranza…”) come più volte Pasolini evidenziò durante la realizzazione del suo film sul Vangelo, testimonianza della sua visione “religiosa”, ma non mistica del mondo. Le metafore dei due poli: Cristo (la realtà umana e sociale strettamente connessa al referente natura), Pasolini (l’interprete del nostro tempo, una sorta di trait d’union fra la cultura storica e la cultura contemporanea, la nuova preistoria) racchiudono l’ossimoro esistenziale contemporaneo e consentono di proiettare ogni significante - che esploderà in una serie indistinta di significati nell’attualità più estrema, in una sorta di percorso interiore che si innesti in simbiosi con il discorso sociale. In sostanza si tenta di affrontare lo stesso oggetto da diverse prospettive – esattamente come avviene nella società di oggi, legata a meccanismi ciclici che impediscono il “naturale” decorso degli eventi – proprio per cercare di restituirne la purezza. Il tutto in una “ricerca”, in una realizzazione, ed una collaborazione fra artisti tutte italiane.Riferimento precipuo potrebbe essere la 'Passione secondo Matteo' di J. S. Bach, che Pasolini utilizzò come colonna sonora del suo Vangelo… possibile utilizzo del latino per i testi sacri e ovviamente dell’italiano per i testi di Pasolini. La lingua latina in quel caso simboleggerebbe un mondo scomparso e rafforzerebbe l’ossimoro insito nel lavoro, con tutte le implicazioni che ne conseguono…

                     Elogio del folle. Carmelo Bene di Riccardo Panfili
In questi tempi di crisi – una crisi e crisi “reale” che viene troppo spesso additata come scusa per tagli selvaggi alla cultura – in cui di nuovo sof- fiano venti che inneggiano all’ordine, alla disciplina, a norme severe, ad un Stato più forte, muscoloso, autoritario, mi sembra un buon antidoto rendere omaggio ad un grande “folle”, “anarchico”, “indisciplinato” artista italiano (e insuperabile Maestro di libertà): Carmelo Bene. Sarebbe interessante – in occasione dell’EXPO del 2015 – costruire uno spettacolo teatral-musicale che parta da una delle opere più dirompenti e libertarie di Bene: ossia da Nostra Signora dei Turchi (1968), facendo riferimento sia alla versione romanzesca sia a quella filmica dell’opera. Il fulcro del lavoro dovrebbe ruotare intorno alla figura del protagonista dell’opera beniana: il folle che tenta disperatamente di diventare “più cretino”, di uscire fuori dalla maglie e dalle norme dell’io sociale e dei valori imposti; tentando l’estasi di chi si è liberato dalle leggi introiettate dall’esterno. Sarebbe divertente costruire un’opera comica, bur- lesca, surreale, maleducata, tutta infarcita dalle bizzarre metamorfosi del personaggio beniano. L’opera può essere articolata attraverso alcune scene madri, che sviluppano precisi spunti drammaturgici tratti da Nostra Signora dei Turchi. La voce registrata di Bene, tratta dalla colonna sonora del film o da altre opere dell’attore, risuonerà come una sorta di commento esterno, di voce interiore dell’opera. Il personaggio principale sarà incarnato da una voce recitante; gli altri (Santa Margherita, L’Editore, La Serva) saranno affidati a cantanti tradizionali.
1) Innanzitutto, una scena iniziale svilupperà le evoluzioni folli del personaggio beniano che tenta il volo dell’estasi e della perdita del proprio io, gettandosi ripetutamente da un balcone e ricopren- dosi quindi di bende e fasce. In questa scena ini- ziale la voce recitante rimarrà muta: la voce dell’orchestra e quella “interiore” di Bene tesseranno l’intero ordito sonoro. 2)Un’ulteriore scena-madre svilupperà il rapporto del “folle” con Santa Margherita, discesa dal Paradiso per assistere il suo amato. Sarà ripresa la scena surreale di Nostra Signora dei Turchi, in cui la Santa – con una posticcia aureola di ferraglia – abusa sessualmente del “folle” ripetendo, come un automa, la formula cristiana “io ti perdono”, mentre una vecchia Fiat Cinquecento, con i fari accesi, entra magicamente in camera parcheggiandosi ai piedi del letto. Il folle si addormenterà sul cofano dell’auto come se essa fosse un cuscino. In questa nuova scena irromperà la figura della Serva, sviluppando la sequenza del film in cui il “folle” cerca di amoreggiare con la povera donna immersa in una cucina grondante di sugo e invasa di piatti lerci; l’amplesso si rivela impossibile: in una delle sue metamorfosi, il folle si è mascherato da cavaliere medievale bardato da una pesante armatura di ferro, ed entra in scena in sella ad un cavallo bianco! La santa, delusa, contempla l’amplesso mancato dalla cripta di un altare: è ritornata in paradiso e di lei non rimane che una statua.3) Rompendo lo sviluppo temporale del film (e del romanzo) la scena successiva ritornerà indietro, attingendo alla sequenza in cui il protagonista si maschera contemporaneamente da vecchio frate e da frate novizio, interpretando nello stesso tempo i due ruoli (nel film, Bene non fa altro che mettere e togliere una barba posticcia). Il vecchio frate – cucinando, ingurgitando di continuo cibi e vino, ruttando (con l’ausilio dell’elettronica si potrebbe elaborare una sorta di 'Concerto grosso' fatto di rutti e fonazioni digestive, come si trattasse di una raffi- nata eco della voce recitante:una sorta di vademecum musicale del bon ton) e imprecando – si prodiga in consigli improbabili riguardanti il rapporto tra il “folle”, la Santa e la Serva. 4) Un Intermezzo fermerà l’azione dell’opera: sulle parole dello splendido monologo “ci son cretini che hanno visto la madonna e cretini che non hanno visto la madonna” recitato da Bene nel film, l’orchestra tesserà una sorta di controcanto ele- giaco e sognante. 5) L’ultima scena svilupperà i rapporti tra il “folle” e L’Editore, e quindi tutto il discorso “anarchico” di Bene contro le varie forme di Potere. Lo stravagante alter-ego di Bene (soprattutto nella versione romanzesca dell’opera) scrive in conti- nuazione lettere e missive, indirizzate a produttori, politici, a uomini di potere: mi ha fatto sempre pensare – per una sorprendente somiglianza – agli ultimi mesi torinesi di Nietzsche – i giorni febbrili che precedono l’esplosione definitiva della follia, nel Gennaio del 1889 – in cui il filosofo (anti-)tedesco si prodiga in una compulsiva attività epistolare. Sono lettere esaltate, folli, dirompenti, terribili; delle vere dichiarazioni di guerra “contro tutto ciò che finora è stato creduto, pensato, venerato”. Quindi, all’inizio della scena, mentre il “folle” legge all’editore la sua lettera indirizzata ad un fantomatico Ministero (lettera presente nel romanzo), nell’enfasi della recitazione – come prima si era mascherato da frate o da cavaliere – si compie l’ultima definitiva metamorfosi: il folle si traveste da Nietzsche, l’altro grande “libertario” e “dinamitardo della cultura”, il Nietzsche “folle” delle ultime lettere di Torino, che dichiara guerra, con deliranti missive, ai più importanti Stati e so- vrani europei. In uno stato di febbrile esaltazione, il “folle” (no- vello Nietzsche) legge – in una danza ebbra – stralci delle ultime lettere della follia nietzscheane: frattanto l’editore, la Serva e la Santa (rientrate in scena), come in una festa liberatoria, indosseranno maschere che ritraggono i tiranni della storia del Novecento (Mussolini, Hitler, Stalin etc.). La recitazione forsennata del folle si fermerà sulla frase agghiacciante presente nell’ultima lettera nietzscheana indirizzata a Burckhardt (6 gennaio, 1889): “Io sono tutti i nomi della storia”. Tutti si bloccheranno improvvisamente, come in un meccanismo inceppato; dall’alto scenderà una croce fosforescente, come quella usata da Bene nel finale del film Salomé. Prendendo spunto dall’auto-crocifissione che chiude quest’ultimo ruti- lante film, anche il nostro protagonista tenterà di crocifiggersi da solo: ma, per forza di cose, una mano rimarrà libera e, come ultimo sberleffo salu- terà idiotamente e sghignazzando il pubblico. Ovviamente, in queste poche righe, abbiamo sem- plicemente tratteggiato, in modo impressionistico, un’idea complessiva dell’opera, senza entrare in particolari drammaturgici, musicali e formali. Sarebbe utile affiancare – alla rappresentazione dell’opera – tutta una serie di convegni, conferenze, incontri incentrati sulle grandi figure dei “folli”, dei non-integrati, degli “irriducibili”, dei marginali, dei proscritti della cultura occidentale: su Giordano Bruno, su Max Stirner, su Friedrich Nietzsche, su Antonin Artaud, su Carmelo Bene etc.Una sorta di allegra sagra dell’“uomo in ri- volta” – per dirla con Camus – dell’uomo estatico: liberato – una buona volta – da Norme, Leggi, altari della Patria, valutazioni di Mercato.

                            Nord e sud del mondo di Marco Stroppa
Devo confessare che non ho mai provato un amore speciale per le esposizioni universali, in particolare quando sono organizzate da un paese "del nord", cioè da uno di quelli che da secoli comandano al nostro pianeta quello che vogliono, e impongono i loro modelli socio-economici, morali, politici e talvolta filosofico-re- ligiosi con una violenza inaudita e un'arroganza infinita.Facendo io stesso parte di questa cultura, non vorrei affermare che tutto quello che abbiamo costruito sia da gettare, ma questa "esposizione" un po' megalomaniaca della potenza del "vincitore" mi ha sempre disturbato, io che da culture cosiddette "minori" ho sempre tratto delle sorgenti di ispirazione formidabili per il mio lavoro, anche se poi, per rispetto delle sorgenti originali, le ho "digerite" a modo mio, e assimilate nella tradizione della quale, per forza di cose, faccio parte. Un altro aspetto che mi piace poco è il carattere "effimero" e ecologicamente disastroso di tali esposizioni: una volta terminate, si distrugge tutto, o quasi, anche delle cose che avrebbero potuto e dovuto continuare ad esistere. Nel campo della musica, ad esempio, l'utopico "Pavillon Philips" del 1958 a Bruxelles, realizzato da Le Corbusier con la musica di Edgard Varèse è ora soltanto un pezzo di storia. Per queste ragioni, fra tante altre, ho formulato un progetto diverso e, soprattutto, un progetto che possa restare. Per quest'ultimo aspetto, farei equipaggiare una sala da concerto (da scegliere in funzione di varie ragioni tecniche, musicali, geografiche, e, naturalmente, politiche) con un sistema di "Wave Field Synthesis" (WFS), che per- mette una resa sonora tridimensionale e un posizionamento di sorgenti acustiche reali o virtuali con una precisione sino ad ora ineguagliata. Poche sale, per lo più sperimentali, sono oggi dotate di un dispositivo completo, che comporta centinaia di altoparlanti disposti intorno a tutta la sala e controllati da un insieme di computers: ad esempio, la Hörsaal della Technische Universität di Berlino, o quella dell'istituto Fraunhofer a Bonn. Tale sistema, naturalmente, rimarrà installato anche dopo la fine dell'esposizione o potrà servire per l'amplificazione di strumenti tradizionali, per l'esecuzione di pezzi con elettronica, per installazioni sonore, e infine, come mezzo sperimentale e di ricerca a disposizione di artisti e scienziati. Imposterei inoltre il contenuto del progetto sul tema del dialogo fra la nostra cultura dominante "del nord" e le culture dei paesi del sud, non nella forma di una paternalista "pacchetta" sulla spalla, ma di un vero scambio di esperienze, valori, proteste, idee, o altro. Chiederei a uno scrittore africano (non vorrei fare ancora dei nomi precisi, tanto la scelta è ricca), di scrivere un testo ispirato dal "Discours sur le Colonialisme" di Aimé Césaire, ma pensato per una rappresentazione teatrale e adattato alle problema- tiche odierne. Penserei all'Africa, perché mi sembra che sia il continente attualmente più sacrificato e sottomesso a delle enormi pressioni da parte dei predatori finanziari ed economici globalizzati, che stanno metodicamente distruggendo le basi stesse dell'esistenza di culture straordinarie. Si pensi, per citare soltanto due esempi fra mille altri, alle sovvenzioni all'esportazione di materie agricole, che l'Europa dà ai propri agricoltori e che provocano la sparizione delle colture alimentari locali, i cui prodotti non sono più competitivi rispetto a quelli importati dall'Europa e che hanno viaggiato per migliaia di kilometri, o all'assalto violentissimo di Monsanto per imporre gli OGM dovunque, con mezzi al limite della criminalità. Chiederei inoltre a uno scrittore "italiano" che ne abbia la voglia e il talento, di scrivere un testo "in contrappunto" all'altro, nello spirito di un dialogo, più o meno semplice, ma sempre pensato per una rappresentazione teatrale. Chiederei, infine, a un artista visivo, di pensare a un progetto artistico, che includa delle esperienze multimediali, su questi testi, se possibile con una proiezione in tre dimensioni, o su schermi diversi, con degli elementi in tempo reale che possano reagire a quello che succede sulla scena. Infine, penserei a un "meta-contrappunto" musicale su questi testi e queste immagini, cioè un lavoro elettronici diversi, pensati per e diffusi dal sistema WFS, e sei cantanti con un trattamento in tempo reale. Concretamente: due attori o attrici (una/o africana/o e una/o italiana/ o), amplificati, sei cantanti, amplificati e trattati, qualche strumento amplificato, un direttore d'orchestra (forse), immagini multimediali ed elettronica. Desidererei che ogni "realtà", i testi, quella visiva e quella musicale, abbia una certa autonomia e bellezza "proprie", ma che l'avvenimento ne permetta l'incontro, il dialogo e, perché no, l'apparizione di un tutto superiore al valore intrinseco di ogni aspetto. Ma mi sembra importante che ciascuno possa anche avere una vita autonoma, come un testo di teatro, ad esempio, o un pezzo di musica, o un'installazione multimediale. Naturalmente, non esiste "un" autore del progetto, ma una cooperazione fra i vari artisti di pari valore.






venerdì 11 luglio 2014

Alla cultura, meglio un assessore-artista o un assessore-burocrate scelto fra i quadri di partito?Del Corno, daverio,barca,marinelli,carandini

Una cosa  è certa. Degli assessori alla cultura anche di città importantissime
 non sentiamo mai parlare, anzi non ne conosciamo neanche il nome. Eppure, come ha avuto modo di dire tante volte il neo ministro Franceschini, il ministero - il suo - o l'assessorato alla cultura, in un paese come l'Italia, dovrebbe avere la stessa considerazione del ministero del Tesoro, che invece non ha. Tant'è che i sindaci li scelgono, andando a scovare persone grigie, di nessun valore nè creativo nè amministrativo.
Prendiamo due casi. Milano e Roma. A Milano , con la giunta Pisapia, c'è un assessore musicista, addirittura un compositore con una sua storia importante, rampollo di una  altrettanto importante famiglia ecc... Filippo Dal Corno, che il questo momento ha anche importanti responsabilità per il prossimo EXPO.
A Roma, con la giunta Marino, s'è insediata - dopo la solita inutile ed inconcludente girandola di nomi - Flavia Barca, già dimessa, anch'essa appartenente ad una importante famiglia, con militanza nel partito. Nella precedente giunta romana, quella di Alemanno, l'assessore alla cultura, di cui non ricordiamo neanche il nome, era un signor 'nessuno'. Nella stessa giunta, c'era un sovrintendente comunale, Broccoli, con competenza nel settore  - IMPORTANTISSIMO - affidatogli, simile alla nostra in astrofisica.
 Di Filippo Del Corno mai una notizia trapelata, evidentemente svolge bene il suo lavoro, forse meno creativamente di quanto uno si attenderebbe da un musicista, ma già è tanto, se pensiamo che della Flavia Barca, invece, ci sovvengono molte cose, ma solo dei suoi numerosi passi falsi, scelte errate, rimandi di scelte ecc... un bollettino da guerra persa.
E' lecito allora chiedersi quale profilo di assessore sarebbe più opportuno, anche per non assistere agli scempi di cui le cronache giornalmente riferiscono. L'artista o l'amministratore?
Certo un assessore che unisse queste due qualità sarebbe benedetto, mentre sembra che tale profilo, laddove esistesse, non sia gradito, specie quando in tale profilo è compresa anche l'autonomia di pensiero, pur nella linea politica  della giunta, senza la cui condivisione nelle linee generali sarebbe inutile e dannoso accettare l'incarico. Come, infatti, è accaduto a Roma con la Barca, che non ha  comandato mai nulla ed è stata sempre in contrasto con il sindaco, ma non ha mai rassegnato per protesta le dimissioni, fino all'altro ieri, affondata dalle critiche.
 A Roma, ad esempio, fra i possibili candidati a sostituire la Barca, è spuntato anche il nome di Daverio - già assessore nella giunta del primo sindaco leghista di Milano, anni addietro - accanto a quello di Carandini, persona competentissima oggi presidente del FAI, e della Giovanna Marinelli, del partito, in virtù del quale ha avuto incarichi di prestigio e ha acquistato anche competenza, a prezzo forse  di  ancor più scarsa indipendenza.
 La Marinelli porterebbe la conoscenza della macchina amministrativa ed una certa competenza nel settore teatro, dove nella sua precedente vita il partito la destinò, come premio per gli anni passati in assessorato con  Borgna, nella giunta Veltroni. Viene spontaneo da chiedersi se sia semplicemente ipotizzabile che un assessorato del genere possa essere assegnato a persona con competenza prossima a zero del settore. E la risposta, guardando la realtà, è sì. In Italia non c'è città che abbia un assessore che capisca del settore che amministra, con il conseguente degrado amministrativo della cultura. Spesso ci siamo detti e chiesti: il ministro Franceschini andrebbe, per scelta e non per dovere istituzionale, a teatro o a concerto o a visitare un  sito archeologico o un museo?  La risposta è sì. Abbiamo scelto il suo caso perché sappiamo che lo fa. questo spiega il suo intervento immediato a difesa del Piccolo Eliseo, non altrimenti spiegabile.
 La competenza, innanzitutto , l'autonomia di pensiero e la non rieleggibilità per più di due mandati consecutivi, forse sarebbero ottime linee guida nelle scelte degli assessori alla cultura ( come di qualunque altro assessorato). Dopo che uno ha fatto l'assessore alla cultura per dieci anni, basta; torni al suo mestiere. Da nessuna parte deve accadere che esista un tizio che faccia, per mestiere, l' assessore. Si parla tanto di mobilità e la si invoca per modernizzare lo Stato; mentre, in molti, troppi posti di  responsabilità al vertice, e di diverso genere, troviamo persone che vi si sono insediate da tempo immemorabile, senza che nessuno riesca più a mandarli a casa perché, nel frattempo, si sono comprati tutti al costo di piccoli favori,  e il potente di turno resta ben saldo sul trono.
 Vogliamo scommettere che a Roma la vincerà Giovanna Marinelli?
 Peccato che non abbiamo scommesso. Stando a ciò che scrive oggi 'Il messaggero', Marino la scelta l'avrebbe già fatta: Giovanna Marinelli.

martedì 13 maggio 2014

Mettere belletti alle brutte facce dell'EXPO?

In queste ultime settimane, a proposito dell'EXPO milanese,  travolto ad un  anno esatto dall'apertura da una nuova ondata di scandali, i paragoni si sprecano. S'è letto sulla bocca di un corrotto che i politici, tirati in ballo nei discorsi, andavano coccolati come belle donne. Oggi un regalo, domani un altro, dopodomani un mazzo di fiori, un invito ecc.. Perdonate la brutalità. Quali coccole, quali belle donne? I politici venivano pagati profumatamente come puttane d'alto bordo, non contenti già di quanti soldi RUBANO alla comunità con i loro IMMERITATI compensi. 
Spesso, permetteteci una divagazione, ci siamo chiesti: ma quanti di quelle brutte facce che siedono nei due rami del Parlamento, ma anche delle Regioni e via dicendo, avrebbero  avuto tramite le loro professioni - nelle quali la maggior parte certamente non brilla - i compensi che dà loro la politica? E non facciamo nomi, ci servirebbe un intero blog per citarli tutti.
 A chi voleva che l'EXPO chiudesse baracca, le menti del paese hanno opposto, con brutto ma calzante paragone: che facciamo chiudiamo tutte le banche per evitare che ci siano rapine? Certo che no. Però un simile paragone ci ha riportati a qualche giorno fa, quando abbiamo riproposto agli organizzatori dell'EXPO, la lettura attenta dei progetti che anni fa (nel 2009) pubblicammo su Music@, relativi al settore culturale della manifestazione. Si trattava di una miniera di progetti, recanti la firma delle maggiori personalità creative del nostro paese. Regalo del tutto gratuito ai milanesi dell'EXPO.
 Ripensando a quella nostra iniziativa ci siamo detti che forse era sprecata e fuori luogo quella nostra disinteressata offerta, per la semplice ragione che ad un bandito che va a rapinare una banca e che non esita, in caso di necessità, a fare una strage, non puoi consigliare di mettersi sul viso, per coprirne la vergogna ed anche il riconoscimento, un foulard di Hermes, al posto di una benda nera, perchè quel foulard non cancellerà mai la mostruosità delle continue rapine.
Serve parlare di progetti culturali a chi ha come unico interesse quello di approfittare della valanga di soldi che sta piovendo e pioverà su Milano, causa EXPO?
 Noi, che siamo testardi e non perdiamo la fiducia fino all'ultimo momento, nei prossimi giorni invieremo copia di quel ricco dossier di progetti agli organizzatori dell'EXPO ( ci pare di aver letto che Francesca Colombo, ex sovrintendente a Firenze sarebbe stata incaricata di seguire tale settore), primo fra tutti anche a  Filippo Del Corno che firmò uno di quei progetti e che in seguito è stato nominato da Pisapia assessore alla cultura del Comune di Milano, e dunque più direttamente interessato alla cosa. Perché, comunque., ne faccia un qualche uso, meglio se buono.

martedì 6 maggio 2014

All'EXPO di Milano il ristretto mondo della cultura milanese

Le Esposizioni Universali, se si scorre la loro storia, sono sempre state una vetrina non solo dei vari paesi,  per i loro usi e costumi innanzitutto, ma nello stesso tempo della  cultura e dell'arte, musica compresa, sia del paese organizzatore che di quelli ospiti.
Da tempo, ovviamente, con il progresso e la velocità informativa del villaggio globale, molte di queste caratteristiche delle  prime Esposizioni storiche si sono ridimensionate, ma non al punto che  l'Expo 2015,  che si inaugurerà esattamente fra un anno a Milano, si trasformi in  'nutrimento per i milanesi, ed energie per la loro sopravvivenza'.
Ironia a parte,  questa considerazione c'è venuta alla lettura di una lunga intervista all'assessore Del Corno, musicista,  responsabile per la cultura del Comune di Milano, uscita su una rivista di musica che, di recente, qualcuno ha definito, la 'rivista che si può comprare più di ogni altra', il cui senso non è riferito all'edicola, nasce alla constatazione che su quella rivista ha spazio l'esistente, meglio se oleato da pubblicità, senza mai una obiezione, un interrogativo su quella realtà illustrata assai spesso dai diretti interessati; perchè i suoi redattori si attengono al protocollo della carta dei giornalisti che recita al punto 1: non puoi chiedere all'oste come è il suo vino; e al punto 3: a caval donato non si guarda in bocca.
 Del Corno racconta di aver mobilitato tutte le forze migliori  non dell'Italia, ma della città: Gorli ( Divertimento Ensemble), Bonifacio, Boccadoro, Melchiorre ( Conservatorio),Vacchi e qualche altro. A questa  ristrettezza di vedute - è  una nostra modesta impressione - fa da contraltare, una profusione di termini ed espressioni inglesi, la lingua dell'internazionalità. Insomma etichette accattivanti, utili  soprattutto per i visitatori stranieri, su  un prodotto locale di origine protetta.
 Perché ci interessiamo tanto all'Expo quando non ne abbiamo alcuna responsabilità né consonanza di vedute e interessi? Legittima domanda che merita risposta sincera. Per un preciso nostro interesse a vedere sfruttato un lavoro fatto nel 2009,  i cui frutti abbiamo regalato agli organizzatori milanesi che ora, evidentemente, preferiscono chiudersi a riccio sulla città, per coglierne ed esporre le  capacità produttive, senza badare espressamente al loro valore.
 L'assessore Del Corno sa bene di che parliamo, perché anche lui, da noi interpellato, fu  fra coloro che formularono un progetto per l'EXPO ( allora non era assessore, è bene chiarirlo, visto che già una volta una nostra scelta editoriale per Music@ l'ha trovato fortemente contrariato) anche se nell'intervista a quella rivista di musica non ha mai fatto cenno  alla miniera di progetti ed idee alla quale ci riferiamo.
Nel 2009 organizzammo una sorta di 'stati generali della cultura', specie musicale, in Italia, allo scopo di formulare progetti e lanciare idee per l'Expo prossimo venturo, e con grande anticipo, per dar modo di valutare i risultati  di tale grande sforzo organizzativo, pubblicati allora sul bimestrale Music@, edito dal Conservatorio dell'Aquila ed affidato alla nostra direzione. In quei mesi segnati dalla tragedia del terremoto registrammo anche dei pentimenti, come quello di Vacchi dapprima entusiasta della chiamata a raccolta, e poi scomparso dalla circolazione, lo stesso Vacchi che ora vediamo reclutato per l'ennesimo melologo, quando una volta tanto potrebbe cambiar genere, o saltare un giro. Vacchi sta a Milano come Ambrosini a Venezia: nulla si fa in città senza di loro.
 Inviammo tutto quel materiale all'allora sindaco di Milano, Moratti, la quale ci rispose gentilmente assicurandoci che l'avrebbe girato ai diretti interessati all'organizzazione dell'EXPO. Ciò che oggi ci  colpisce negativamente è constatare che viene gettato a mare un patrimonio così importante di progetti, per dare spazio a coloro che si vogliono nutrire azzannando quel pò che è rimasto del  pianeta, esaurendo le risorse messe in campo per l'occasione.
 C'è un solo caso nel quale Milano  non viene tirata in ballo, quando si organizza, d'accordo con il MIUR, una parata dei migliori allievi dei nostri conservatori che durante l'EXPO, a turno e per piccoli gruppi, eseguiranno musica italiana per sollazzare i visitatori. Il solito sfruttamento dei giovani, per risparmiare, e senza offrire loro alcuna concreta opportunità.
Ma Del Corno sembra comunque soddisfatto, ed anche la rivista che lo intervista, nella prospettiva di essersi acquistata dei 'buoni mensa' per partecipare al banchetto dell'EXPO, ove ci fosse.

mercoledì 26 marzo 2014

Contro i predoni di Milano. Suoni per l'Expo 2015

La copertina di quel n. 12 (marzo/aprile 2009) di Music@, mostrava un enorme scimmione, tratto dalla filmografia ben nota, che sovrastava con la sua mole addirittura il Duomo di Milano, del quale aveva spezzato la guglia più alta che agitava in una mano, e minacciava di proseguire nella distruzione.
 Era il simbolo di quanto di allarmante si andava leggendo sui maggiori quotidiani italiani, e che Music@ riportava fedelmente per mettere in guardia organizzatori ed opinione pubblica. Dalla vittoria della candidatura regalando soldi agli altri concorrenti  (secondo Sgarbi), al feroce ritardo nella costituzione del team dell'Expo,  al pericolo di cementificare l'intera Milano, ai grattacieli, sulla cui forma 'afflosciata' ironizzava perfino Umbero Eco. Insomma c'era di che aver paura; soprattutto che l'enorme flusso di denaro  venisse speso male e che su di esso avesse già messo la mani la malavita ma anche i politici, come dimostra la cronaca dei nostri giorni.
Music@, senza essere incaricata appositamente, di sua iniziativa, pensò di chiedere a molti musicisti italiani di pensare dei progetti da offrire GRATUITAMENTE agli organizzatori milanesi. Molti risposero positivamente all'appello, forse perchè sorpresi da una simile iniziativa; in numero leggermenete inferiore, inviarono i loro progetti. Che furono pubblicati sui nn.12 e 13 del 2009 di Music@.  In più sul n.12 si riportavano le lettere di adesione dei musicisti interpellati , talora anche una qualche risposta negativa o dubbiosa sull'utilità dell'iniziativa medesima, ed anche una storia, 'sub specie musicae', delle Esposizioni Universali  dell'800 e 900, a cura di Enrica Di Bastiano; e, infine, il racconto dell'esaltante  esperienza di Le Corbusier  con il suo padiglione ' Philips' all'Esposzione Universale di Bruxelles del 1958, a firma Silvia Lanzalone.
 E poi i singoli progetti, raccontati per filo e per segno dai diretti interessati, i loro inventori: Filippo Del Corno, Giorgio Barberio Corsetti, Lorenzo Ferrero, Giorgio Battistelli/Franco Marcoaldi, Azio Corghi/Emma Dante, Paolo Cavallone, Francesco Filidei, Michelangelo Lupone,  Riccardo Panfili, Marco Stroppa.
Dieci invenzioni di grande pregio e suggestione, che si possono leggere andando a consultare sul sito del Conservatorio dell'Aquila, l'intera raccolta di Music@ ( www.consaq.it). Come vi abbiamo scritto nel post precedente,  inviammo il dossier al sindaco Moratti la quale ci ringraziò promettendoci che avrebbe  passato le idee agli organizzatori dell'Expo. Lo fece? Che fine hanno fatto? Sarebbe interessante saperlo.