Con l'intervista al ministro Franceschini curata da Roberto Napoletano, il più sfiduciato fra i direttori di giornali italiani, imputato nel processo aziendale del disastro economico del suo giornale e delle attività parallele del gruppo ' Sole 24 Ore', organizzatore degli 'Stati generali della Cultura', dal 2012, giunti alla quinta edizione, si è chiusa la giornata di interventi che si era aperta con le due star della giornata e cioè i due assessori alla cultura dei Comuni di Roma e Milano, Bergamo e Del Corno, con i quali il conduttore, giornalista del gruppo (Radio 24) è stato particolarmente sollecito nel tempestarli di domande, soprattutto Bergamo, che ha pure tentato di mettere in difficoltà.
A cominciare dalla sua nomina - poche ore fa - a vicesindaco, che il suo collega milanese ha salutato come una grande cosa positiva, mentre noi- modestissimamente - oltremodo negativa per la cultura a Roma, sebbene il suo nuovo incarico gli dia più peso nella giunta, con la Raggi e con i Cinquestelle.
L'assessore Bergamo ha retto bene, anche se il suo discorso girava intorno al 'fare sistema' che deve superare l'attuale condizione della cultura a Roma, dove vi sono oltre una decina di soggetti, eccellenti, ma che agiscono ciascuno per proprio conto, e assorbono insieme oltre il 90% dei fondi destinati alla cultura.
Alla domanda, con i brusii della platea (fra tre e quattrocento gli intervenuti, non uno di più) sui criteri che guidano il suo assessorato, particolarmente nella scelta dei privati che chiedono di intervenire per la tutela e la conservazione dei beni artistici, dopo una velata accusa dell'intervistatore di giudicare con criteri ideologici e politici, Bergamo ha risposto che soldi da chi fabbrica cannoni lui non li vuole. Ma Il tema è tornato anche successivamente alla ribalta.
Se, ad esempio, Finmeccanica volesse intervenire, investendo in cultura a Roma, che si fa? Un altro dei partecipanti ha risposto che le istituzioni non possono ergersi a giudici anche del ministero dell'interno o della difesa che li ha già giudicati, e perciò l'intervento di 'Finmeccanica' a Milano è stato ben accetto.
La Todini a capo di Poste italiane ha rammnentato i suoi interventi che priviliegiano le fondazioni liriche ed i teatri su tutto il territorio, come su tutto il territorio si estende la presenza dell'azienda pubblica.
Secondo il sovrintendente della Scala, Pereira, l'intervento dei privati nella gestione delle fondazioni liriche, e dei beni culturali in generale, non è solo auspicabile, è semplicemente necessario ed indispensabile, senza di esso dovrebbero tutti chiudere, perchè il finanziamento pubblico non è sufficiente. Ma i privati - ha sottolineato Pereira, che come cercatore di soldi è molto più bravo che come sovrintendente, lui stesso se ne è sempre fatto vanto) - occorre andarseli a cercare; ne esistono, bisogna scovarli in ogni parte del mondo, ed i sovrintendenti non dovrebbero disdegnare di andare in giro a cercare privati disposti ad investire nelle istituzioni italiane.
Naturalmente il tema del ritorno per privati ed aziende è stato anche affrontato da chi ha invitato i presenti a non guardare con disprezzo chi investe - soprattutto le aziende - nel settore e vuole vedere i frutti di tale investimento. Perché non accettare che a fronte di un grande investimento ci sia la richiesta di accomunare un marchio ad un bene che si è contribuito a salvare?
Bergamo è intervenuto sulla polemica che lo contrappose in settembre a Paolo Bulgari che aveva finanziato il restauro della Scalinata di Trinità dei Monti e che chiedeva che la scalinata venisse chiusa di notte per evitare che nel giro di poco tempo venisse nuovamente deturpata. Bergamo si fece allora - e lo ha ribadito anche oggi - difensore del popolo e di quel bene pubblico, ma non ha detto se sta già cercando il finanziatore del restauro, che certamente non sarà così lontano.
Fuortes, che parlava sia come commissario dell'Arena che come sovrintendente dell'Opera di Roma ha detto che è dimostrato come l'appeal dell'Opera non sia diminuito nonostante viviamo nell'epoca del 'virtuale', e perciò va, oltre che sostenuto, soddisfatto.
Rosanna Purchia, sovrintendente del San Carlo di Napoli, ha manifestato le difficoltà che il sud, anche in questo campo, ha da superare rispetto al nord; e Chiarot nella sua duplice veste di sovrintendente della Fenice e presidente dell'ANFOLS , dopo aver assicurato che le Fondazioni lavorano ormai a pieno regime, anche più di quanto non dicano i dati degli 'eventi' - questa terribile schifosa parola è ormai usatisima! - ha detto che l'ANFOLS proprio in questi mesi si sta confrontando con il Ministro sulle ultime leggi che riguardano il settore. E il Ministro ha fatto pesare i 10 milioni di Euro, extra FUS. da destinare alle Fondazioni, in rapporto alla loro capacità di procurarsi soldi privati (da singoli o aziende, ma anche, immaginiamo, dal botteghino, già preso in considerazione dai criteri del finanziamento FUS). Ed, da non sottovalutare, i quasi 300 milioni di Euro del bonus per i diciottenni da spendere in 'cultura', per cinema teatro musica,musei, libri e dischi.
E' anche intervenuto Michele dall'Ongaro, sovrintendente dell'Accademia di Santa Cecilia, forte dell'esibizione accolta calorosamente, ad inizio di manifestazione, di una delle Orchestre giovanili dell'Accademia, diretta dal bravo Simone Genuini, che conosciamo dai banchi del Conservatorio dove ha studiato anche con noi, all'Aquila.
L'Accademia è l'unica istituzione sinfonica fra le 14 fondazioni liriche, dunque i suoi compiti non avendo opere da rappresentare, sono rispetto alle altre ridotti. Come più ridotto è il suo bilancio, nel quale forte è la presenza delle entrate proprie e degli sponsor o soci fondatori forti.
Notevole è la attività dell'Accademia rivolta ai ragazzi che si accostano alla musica per 'farla' sia nelle orchestre che nei cori. Ottimo. Ma ciò che Dall'Ongaro non ha detto è che per questa complessa ed ampia attività, l'Accademia, attraverso le quote versate dai ragazzi, ricava benefici anche economici - senza dire poi che questa attività ha anche sponsor e benefattori dedicati. Come pure ha dimenticato di dire che il suo compenso annuo è il massimo del consentito, e cioè di 240.000 Euro, uguale forse a quello di Pereira che ha molti più impegni di lui; e di ben 80.000 Euro superiore a quello, per esempio, del sovrintendente della Fenice o del Regio di Torino (60.000 Euro in più) che sono teatri con i bilanci in ordine. Perchè questa magnanimità nei confronti di dell'Ongaro? Semplicemente perché è lui stesso a darseli (certo attraverso il CdA che presiede), anche se ha fatto uno sconto. Perchè Cagli (ed anche Berio, prima di Cagli) che lo ha preceduto nell'incarico, aveva un compenso di 330.000 Euro circa, che sono tantissimi in rapporto al bilancio dell'Accademia, e molti più ancora se raffrontati al compenso di Pereira, in rapporto con l'ammontare del bilancio della Scala. E Pereira ha molto più da fare di Dall'Ongaro, sia chiaro. Inutile allora piangere sempre miseria; comincino a tagliarsi gli stipendi che sono sinceramente troppo alti ed anche ingiustificati.
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martedì 20 dicembre 2016
venerdì 30 settembre 2016
Come siamo caduti in basso. 'IL VOLO' in piazza Duomo a Milano, organizzato da Torpedine. E l'assessore Del Corno esulta?
Poveri noi. Tre ragazzi che non sono tre tenori, che non canterebbero più che qualche canzone, che non vogliono imitare i fratelli maggiori, i 'Tre tenori' - da non imitare per le loro smargiassate, e comunque impossibili da imitare dai ragazzetti, perché quelli erano un tempo cantanti d'opera, anzi tenori - ma che hanno ricevuto gli elogi di due di loro, il terzo non c'è più; di Carreras - il tenore che non può cantare più e nonostante ciò si ostina a farlo per la vergogna sua e del canto - ed anche di Placido Domingo, obbligato dalla casa discografica che vuol vendere a tutti i costi e che ha dato la sua benedizione all'impressa discografica, e solo discografica, di nessun valore, oltre quello commerciale, da sfruttare fino a quando durerà, (pronunciato Placido con la 'c' dal conduttore della 'Vita in diretta', Liorni, l'unico in Italia a non conoscere la corretta pronuncia, che attiva un collegamento con la celebre piazza Duomo milanese profanata dai quattro ragazzetti, comprendendovi anche l'ex tenore ora baritono Placido, con la 'c' sempre secondo la lezione di Liorni). Provengono dell'anonima provincia italiana, ma in un paese di ignoranti fanno la figura di giganti mentre in tutto il resto del mondo appaiono come abitanti di Lilliput.
Se solo si pensa alla grande civiltà italiana, viene lo sconforto.
Se solo si pensa alla grande civiltà italiana, viene lo sconforto.
venerdì 9 settembre 2016
Ministro Franceschini, se esisti dacci un segno
E' venuta l'ora in cui anche Franceschini, smettendo i panni del ministro 'mezzodisastro', noto per gli annunci a sorpresa ( anche questo blog ne ha elencanti a decine, forse centinaia) o delle sorprese di fronte ai disastri, batta un colpo e ci dica se esiste.
Fra un paio di giorni a Roma ci sarà la riunione dei responsabili dei due saloni del libro in lotta - quello storico di Torino e quello neonato milanese, da battezzare in aprile, in diretta concorrenza con il fratello maggiore; vedrà nel suo ufficio i rappresentanti delle due associazioni di editori (quella grande che patrocina Milano e la minore, più combattiva e più motivata a difesa del salone torinese) oltre al sindaco di Torino, Appendino al presidente della Regione, Chiamparino, ed il seguito di ciascuno.
Alle inaugurazioni del Festival MiTo, si sono seduti uno accanto all'altro i sindaci delle due capitali del nord Italia; e questo semplice fatto ha spinto alcuni a pensare che Appendino e Sala avessero potuto firmare un patto di non belligeranza fra le due città in nome del libro. Ragionando come fosse del tutto inutile anzi dannoso che per difendere il libro e la lettura in Italia si affondasse di fatto il mercato, con una guerra intestina fra editori, e si suonasse la campana a morto per una manifestazione che, con tutti i problemi, ha fatto tanto per il libro, senza sapere ancora se il neonato, i cui lineamenti sono ancora ignoti, farà meglio del suo antenato; mentre si sa solo che già da piccolo, ma con maggiori possibilità economiche raggruppando l'AIE, presieduta da Motta, tutti i grandi editori italiani, gli vuol fare la guerra, e comincia con le azioni di disturbo un mese prima della data fissata per il salone torinese, cioè ad aprile, data in cui è già fissata a Rho, la 'fiera' milanese del libro.
Franceschini cosa dovrebbe fare per far sapere che c'è ancora? Lui assieme alla collega Giannini hanno firmato - se ricordiamo bene - una intesa con il Salone torinese per far entrare come soci i rispettivi loro dicasteri, versando un contributo.
Nell'uno come nell'altro caso, sia ben chiaro, si tratta di iniziative private, anche se per il salone torinese, non si sbaglia parlando di una sua certa 'istituzionalizzazione' se non altro per gli ormai lunghi anni di esistenza. L'assessore alla cultura milanese, il compositore Del Corno, alla vigilia della guerra guerreggiata, ha precisato che il Comune non c'entrava nell'iniziativa dell'AIE, iniziativa privata, lavandosene le mani. Ma così non si governa!
Non vorremmo che Franceschini, come Del Corno, sfuggisse alle sue responsabilità di far ragionare gli uni e gli altri, inducendoli a firmare un pace duratura, per lavorare ambedue a favore del libro e della cultura, senza pestarsi i piedi, come è evidente che voglia fare l'AIE presieduta da Motta.
Almeno una volta prenda esempio da sua moglie , l'ex presidente della Commissione cultura del Comune di Roma, al tempo di Marino, Michela Di Biase, la quale, un tempo silenziosa, da quando Virginia Raggi è salita al Campidoglio non passa giorno senza che intervenga contro i suoi avversari politici che invita a prendere posizioni nette, ad assumere decisioni in favore della città. Franceschini dovrebbe apparire altrettanto determinato, magari evitandone il broncio che ne oscura la bellezza tutta romana.
P:S: Dario Franceschini è anche un prolifico scrittore che ha pubblicato i suoi romanzi, più d'uno, presso Bompiani. Mentre non sappiamo con quali fortune editoriali, sappiamo, invece, che se vorrà farsi sentire - come gli auguriamo - dovrà fare la voce grossa anche con il suo editore.
Fra un paio di giorni a Roma ci sarà la riunione dei responsabili dei due saloni del libro in lotta - quello storico di Torino e quello neonato milanese, da battezzare in aprile, in diretta concorrenza con il fratello maggiore; vedrà nel suo ufficio i rappresentanti delle due associazioni di editori (quella grande che patrocina Milano e la minore, più combattiva e più motivata a difesa del salone torinese) oltre al sindaco di Torino, Appendino al presidente della Regione, Chiamparino, ed il seguito di ciascuno.
Alle inaugurazioni del Festival MiTo, si sono seduti uno accanto all'altro i sindaci delle due capitali del nord Italia; e questo semplice fatto ha spinto alcuni a pensare che Appendino e Sala avessero potuto firmare un patto di non belligeranza fra le due città in nome del libro. Ragionando come fosse del tutto inutile anzi dannoso che per difendere il libro e la lettura in Italia si affondasse di fatto il mercato, con una guerra intestina fra editori, e si suonasse la campana a morto per una manifestazione che, con tutti i problemi, ha fatto tanto per il libro, senza sapere ancora se il neonato, i cui lineamenti sono ancora ignoti, farà meglio del suo antenato; mentre si sa solo che già da piccolo, ma con maggiori possibilità economiche raggruppando l'AIE, presieduta da Motta, tutti i grandi editori italiani, gli vuol fare la guerra, e comincia con le azioni di disturbo un mese prima della data fissata per il salone torinese, cioè ad aprile, data in cui è già fissata a Rho, la 'fiera' milanese del libro.
Franceschini cosa dovrebbe fare per far sapere che c'è ancora? Lui assieme alla collega Giannini hanno firmato - se ricordiamo bene - una intesa con il Salone torinese per far entrare come soci i rispettivi loro dicasteri, versando un contributo.
Nell'uno come nell'altro caso, sia ben chiaro, si tratta di iniziative private, anche se per il salone torinese, non si sbaglia parlando di una sua certa 'istituzionalizzazione' se non altro per gli ormai lunghi anni di esistenza. L'assessore alla cultura milanese, il compositore Del Corno, alla vigilia della guerra guerreggiata, ha precisato che il Comune non c'entrava nell'iniziativa dell'AIE, iniziativa privata, lavandosene le mani. Ma così non si governa!
Non vorremmo che Franceschini, come Del Corno, sfuggisse alle sue responsabilità di far ragionare gli uni e gli altri, inducendoli a firmare un pace duratura, per lavorare ambedue a favore del libro e della cultura, senza pestarsi i piedi, come è evidente che voglia fare l'AIE presieduta da Motta.
Almeno una volta prenda esempio da sua moglie , l'ex presidente della Commissione cultura del Comune di Roma, al tempo di Marino, Michela Di Biase, la quale, un tempo silenziosa, da quando Virginia Raggi è salita al Campidoglio non passa giorno senza che intervenga contro i suoi avversari politici che invita a prendere posizioni nette, ad assumere decisioni in favore della città. Franceschini dovrebbe apparire altrettanto determinato, magari evitandone il broncio che ne oscura la bellezza tutta romana.
P:S: Dario Franceschini è anche un prolifico scrittore che ha pubblicato i suoi romanzi, più d'uno, presso Bompiani. Mentre non sappiamo con quali fortune editoriali, sappiamo, invece, che se vorrà farsi sentire - come gli auguriamo - dovrà fare la voce grossa anche con il suo editore.
sabato 23 luglio 2016
Salone del libro: MILANO contro TORINO come Mostra del cinema: ROMA contro VENEZIA
Dopo anni la cosiddetta 'Festa del cinema' di Roma, strenuamente voluta da Veltroni e dal suo giro, in conflitto quasi scandaloso - anche se non è detto che Venezia debba avere il monopolio in campo cinematografico, ma tant'è - con la 'Mostra del cinema' di Venezia, sta ancora cercando una sua identità. Ogni anno mette una nuova veste, cambia direttore ed è in perenne affannosa ricerca di soldi pubblici e di sponsor. L'anno scorso, se non ci sbagliamo, è entrato come socio anche il Ministero di Franceschini, il quale sempre l'anno scorso attraverso il suo Ministero, e la Giannini con il suo, sono entrati come soci a Torino, nel Salone del libro.
Alla cui sopravvivenza sembrano ora attentare quelli della Fiera di Milano che vorrebbero, a Milano, in maggio e contemporaneamente al Salone torinese, organizzare una Fiera del Libro, nell'area Expo, con la benedizione dell'assessore alla cultura del Comune, il compositore Filippo del Corno, riconfermato da Sala, dopo l'esperienza nel gabinetto Pisapia.
Non sappiamo districarci fra gli 'insiemi' che compongono le cordate di editori che vogliono restare a Torino e quelli che spalleggiano l'iniziativa milanese. Ci sembra di capire che da una parte ci sono gli editori indipendenti ed i piccoli editori, mentre i grandi preferirebbero Milano, o viceversa. Importa poco la composizione degli schieramenti pro o contro.
Ora le due città, ambedue aspiranti a divenire a tutti gli effetti ed in tutti i campi, capitali del nord, e cioè Torino e Milano, dopo che per anni sono andati d'accordo almeno nel campo della musica producendo insieme il festival 'MiTo' a settembre - che di soldi ne ha macinati tanti e tanti ancora promette e continua a macinarne, la cui dirigenza è da poco mutata radicalmente portando al vertice artistico il compositore torinese, formatosi a Milano, Nicola Campogrande - rischiano di farsi una guerra in nome del libro.
Intanto a Torino la nuova sindaca Appendino ha da poco firmato un nuovo contratto con la Cl Events, proprietaria del Lingotto, per l'ospitalità anche del Salone .
E a Milano fanno sapere che il loro progetto ha rilevanza nazionale perchè farebbe il paio con quello romano 'Più libri più liberi'; ed un terzo che aprirebbe a Bari ( in Puglia ci è rilevato che il 75% della popolazione nel corso dell'anno passato non ha letto neanche un libro!) e, a seguire, anche altri in altre zone del paese dove la lettura non è neanche uno sport per élite, perchè nessuno, secondo le statistiche, lo praticherebbe.
Noi non siamo addentro al mondo del libro, della lettura e dell'editoria e perciò riferiamo solo i fatti e ci poniamo qualche domanda alla quale da soli non sappiamo rispondere. Come ad esempio a quella relativa alla 'Nave di Teseo', neonata per mano di Elisabetta Sgarbi: la nave dove va a gettare l'ancora: Milano o Torino?
Quel che sappiamo invece riguarda il recente passato del Salone del libro di Torino, squassato da scandali che la cultura dovrebbe punire con il carcere a vita, e invece non punisce. Ma questo non ha nulla a che vedere con il suo trasferimento a Milano o con la guerra di Milano contro Torino.
Alla cui sopravvivenza sembrano ora attentare quelli della Fiera di Milano che vorrebbero, a Milano, in maggio e contemporaneamente al Salone torinese, organizzare una Fiera del Libro, nell'area Expo, con la benedizione dell'assessore alla cultura del Comune, il compositore Filippo del Corno, riconfermato da Sala, dopo l'esperienza nel gabinetto Pisapia.
Non sappiamo districarci fra gli 'insiemi' che compongono le cordate di editori che vogliono restare a Torino e quelli che spalleggiano l'iniziativa milanese. Ci sembra di capire che da una parte ci sono gli editori indipendenti ed i piccoli editori, mentre i grandi preferirebbero Milano, o viceversa. Importa poco la composizione degli schieramenti pro o contro.
Ora le due città, ambedue aspiranti a divenire a tutti gli effetti ed in tutti i campi, capitali del nord, e cioè Torino e Milano, dopo che per anni sono andati d'accordo almeno nel campo della musica producendo insieme il festival 'MiTo' a settembre - che di soldi ne ha macinati tanti e tanti ancora promette e continua a macinarne, la cui dirigenza è da poco mutata radicalmente portando al vertice artistico il compositore torinese, formatosi a Milano, Nicola Campogrande - rischiano di farsi una guerra in nome del libro.
Intanto a Torino la nuova sindaca Appendino ha da poco firmato un nuovo contratto con la Cl Events, proprietaria del Lingotto, per l'ospitalità anche del Salone .
E a Milano fanno sapere che il loro progetto ha rilevanza nazionale perchè farebbe il paio con quello romano 'Più libri più liberi'; ed un terzo che aprirebbe a Bari ( in Puglia ci è rilevato che il 75% della popolazione nel corso dell'anno passato non ha letto neanche un libro!) e, a seguire, anche altri in altre zone del paese dove la lettura non è neanche uno sport per élite, perchè nessuno, secondo le statistiche, lo praticherebbe.
Noi non siamo addentro al mondo del libro, della lettura e dell'editoria e perciò riferiamo solo i fatti e ci poniamo qualche domanda alla quale da soli non sappiamo rispondere. Come ad esempio a quella relativa alla 'Nave di Teseo', neonata per mano di Elisabetta Sgarbi: la nave dove va a gettare l'ancora: Milano o Torino?
Quel che sappiamo invece riguarda il recente passato del Salone del libro di Torino, squassato da scandali che la cultura dovrebbe punire con il carcere a vita, e invece non punisce. Ma questo non ha nulla a che vedere con il suo trasferimento a Milano o con la guerra di Milano contro Torino.
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sabato 5 marzo 2016
La Fondazione Claudio Abbado - figli ed esecutore testamentario - sceglie Berlino per trasferirvi l'archivio del musicista. Bocciata l'Italia
Cominciamo col dire che la decisione dei figli di Abbado - Daniele ed Alessandra - di spedire l'archivio del loro padre alla Biblioteca nazionale di Berlino, a portata di mano dei Berliner Philharmoniker, che lo ebbero direttore per molti anni, nonostante che abbia qualche ragione di opportunità, non ci piace affatto, per le ragioni che i due rampolli che un pò conosciamo, direttamente o indirettamente, hanno addotto a sostegno di tale decisione.
No Milano perchè, in fondo, il loro padre, dopo essersi formato ed aver mosso i primi passi ed aver avuto il primo importante incarico alla Scala, andò via sbattendo la porta, molti anni fa, e non ci è più tornato, salvo una fugace apparizione nel 2012 .
No Bologna, dove Abbado ha trascorso gli ultimi anni della sua vita, e dove ha messo su l'ultima sua creatura 'giovanile', l'Orchestra Mozart; ma qui non abbiamo capito perchè.
E no Ferrara, dove Claudio Abbado per anni, a cominciare dagli anni Ottanta ha avuto una sua residenza con l'Orchestra europea, altra sua creatura musicale, ma dove ha trovato lavoro a sua figlia Alessandra... ed anche qui la ragione non ci è chiara.
Per Milano s'è ascoltata anche la voce di Filippo Del Corno, compositore ed assessore alla cultura del gabinetto Pisapia, e ovviamente in buoni rapporti con gli eredi del maestro, nonchè esponente dei salotti buoni della capitale lombarda, che ovviamente ha detto di essere d'accordo con la decisione autonoma degli eredi del maestro - che ha anche altri due figli più piccoli, rispetto a Daniele ed Alessandro - perchè, in buona sostanza, Berlino 'fa buona guardia'.
Cioè - ed è lì'unica ragione che capiamo e possiamo condividere - andando a Berlino tutto il lascito 'musicale' (soprattutto partiture, libri, corrispondenza poca) di Claudio Abbado sono sicuri che verrà catalogato, come sottoscritto dagli affidatari, e digitalizzato, cosa che in Italia, con i chiari di luna attuali, nessun'altra istituzione avrebbe garantito nei modi e tempi assicurati dai tedeschi.
Noi stessi, si parva licet... ,quando abbiamo deciso di donare ad una biblioteca una decina di lettere manoscritte che Stockhausen ci scrisse ai tempi della nostra direzione di Piano Time, abbiamo subito deciso per la biblioteca musicale dell'Istituto Storico Germanico di Roma, perchè siamo sicuri che quelle lettere in quello straordinario centro di cultura e di studio saranno conservate e rese accessibili nella migliore maniera possibile.
Ma noi che non abbiamo ricevuto nessun favore nè dal celebre istituto romano, del quale però in tante occasioni abbiamo potuto verificare di persona l'efficienza e la cortese sollecitutdine, nè da nessun altro, essendo liberi di fare dono delle nostre cose a chicchessia, abbiamo scelto secondo un nostro personale insindacabile parere.
I figli del maestro, specie i due più grandi, Daniele il regista e Alessandra la manager, non possono dire altrettanto. perchè- senza timore di essere smentiti - in Italia, in nome del padre, hanno ricevuto opportunità come in nessun altro paese, neppure in Germania. E allora avrebbero dovuto tentare altre possibili strade, giustificare altrimenti la scelta senza quel tipico atteggiamento riprovevole di chi sputa nel piatto nel quale ha mangiato e continua a mangiare.
E la figlia Alessandra - come abbiamo scritto alcuni giorni fa - perchè ora che suo padre è morto, non continua a lavorare per l'ultimo suo progetto rappresentato dalla 'Mozart' - dove lei ha trovato lavoro per anni - che ora faticosamente si tenta di far risorgere?
E Daniele, regista, lavora all'estero come in Italia? Ce lo dica se sbagliamo.
Spunta poi una collaborazione con l'Accademia di Santa Cecilia, guidata dal loro parente Michele Dall'Ongaro che dovrebbe avere un accesso 'privilegiato' all'ARCHIVIO BERLINESE. Ma come fa se, notizie degli ultimi tempi, il personale della Bibliomediateca ceciliana è stato ridotto all'osso al punto che neanche la normale attività di consultazione e studio è oggi garantita?
No Milano perchè, in fondo, il loro padre, dopo essersi formato ed aver mosso i primi passi ed aver avuto il primo importante incarico alla Scala, andò via sbattendo la porta, molti anni fa, e non ci è più tornato, salvo una fugace apparizione nel 2012 .
No Bologna, dove Abbado ha trascorso gli ultimi anni della sua vita, e dove ha messo su l'ultima sua creatura 'giovanile', l'Orchestra Mozart; ma qui non abbiamo capito perchè.
E no Ferrara, dove Claudio Abbado per anni, a cominciare dagli anni Ottanta ha avuto una sua residenza con l'Orchestra europea, altra sua creatura musicale, ma dove ha trovato lavoro a sua figlia Alessandra... ed anche qui la ragione non ci è chiara.
Per Milano s'è ascoltata anche la voce di Filippo Del Corno, compositore ed assessore alla cultura del gabinetto Pisapia, e ovviamente in buoni rapporti con gli eredi del maestro, nonchè esponente dei salotti buoni della capitale lombarda, che ovviamente ha detto di essere d'accordo con la decisione autonoma degli eredi del maestro - che ha anche altri due figli più piccoli, rispetto a Daniele ed Alessandro - perchè, in buona sostanza, Berlino 'fa buona guardia'.
Cioè - ed è lì'unica ragione che capiamo e possiamo condividere - andando a Berlino tutto il lascito 'musicale' (soprattutto partiture, libri, corrispondenza poca) di Claudio Abbado sono sicuri che verrà catalogato, come sottoscritto dagli affidatari, e digitalizzato, cosa che in Italia, con i chiari di luna attuali, nessun'altra istituzione avrebbe garantito nei modi e tempi assicurati dai tedeschi.
Noi stessi, si parva licet... ,quando abbiamo deciso di donare ad una biblioteca una decina di lettere manoscritte che Stockhausen ci scrisse ai tempi della nostra direzione di Piano Time, abbiamo subito deciso per la biblioteca musicale dell'Istituto Storico Germanico di Roma, perchè siamo sicuri che quelle lettere in quello straordinario centro di cultura e di studio saranno conservate e rese accessibili nella migliore maniera possibile.
Ma noi che non abbiamo ricevuto nessun favore nè dal celebre istituto romano, del quale però in tante occasioni abbiamo potuto verificare di persona l'efficienza e la cortese sollecitutdine, nè da nessun altro, essendo liberi di fare dono delle nostre cose a chicchessia, abbiamo scelto secondo un nostro personale insindacabile parere.
I figli del maestro, specie i due più grandi, Daniele il regista e Alessandra la manager, non possono dire altrettanto. perchè- senza timore di essere smentiti - in Italia, in nome del padre, hanno ricevuto opportunità come in nessun altro paese, neppure in Germania. E allora avrebbero dovuto tentare altre possibili strade, giustificare altrimenti la scelta senza quel tipico atteggiamento riprovevole di chi sputa nel piatto nel quale ha mangiato e continua a mangiare.
E la figlia Alessandra - come abbiamo scritto alcuni giorni fa - perchè ora che suo padre è morto, non continua a lavorare per l'ultimo suo progetto rappresentato dalla 'Mozart' - dove lei ha trovato lavoro per anni - che ora faticosamente si tenta di far risorgere?
E Daniele, regista, lavora all'estero come in Italia? Ce lo dica se sbagliamo.
Spunta poi una collaborazione con l'Accademia di Santa Cecilia, guidata dal loro parente Michele Dall'Ongaro che dovrebbe avere un accesso 'privilegiato' all'ARCHIVIO BERLINESE. Ma come fa se, notizie degli ultimi tempi, il personale della Bibliomediateca ceciliana è stato ridotto all'osso al punto che neanche la normale attività di consultazione e studio è oggi garantita?
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mercoledì 14 ottobre 2015
NiCa per MiTo: Nicola Campogrande direttore del festival torino-milanese MiTo
A tempo di record, gli assessori alla cultura dei due massimi capoluoghi del nord ( Torino e Milano), e cioè Del Corno e Braccialarghe, hanno nominato il nuovo direttore artistico del Festival Mito per il 2016, che sarà Nicola Campogrande, di primo mestiere compositore, di secondo: commentatore radiofonico ( quello che in questi anni gli ha fruttato di più, anche alla luce di questa ultima nomina, e terzo anche divulgatore, come si deduce dall'ultimo libro (che però non abbiamo ancora letto, ma lo leggeremo).
Campogrande, hanno spiegato, è torinese di nascita e milanese di studi, al Conservatorio di Milano; conosce i media, e lavora molto di fantasia, come ha fatto in occasione dell'Expo, quando ha costruito una serie di variazioni sugli inni nazionali delle nazioni presenti, affidate all'Orchestra Verdi di Milano, che, si spera, dopo l'attenzione riservatagli di derivarne una maggiore presenza nel festival MiTo, dal quale era stata gentilmente tenuta fuori dal trio che l'ha governato in questi anni, e cioè Restagno-Micheli-Colombo, e nel quale sarebbe opportuno che rientri.
I suoi padrini assessori, nel delinearne il cursus honorum, hanno anche ricordato che Campogrande è il direttore artistico della Filarmonica di Torino. Che è? Ah, sì lo sapevamo; in un suo articolo apparso su 'La lettura', a cui collabora, Campogrande aveva parlato di una nuova opera di Azio Corghi commissionata anche dalla sua Filarmonica - lo aveva dichiarato egli stesso, per non attirarsi le critiche sempre pronte quando si vede qualcuno a lavorare troppo 'pro domo sua'.
Comunque Campogrande ora ha la grande occasione di mostrare la sua capacità organizzativa oltre che ideativa, nel programmare un festival che certamente non avrà più a disposizione i fondi di un tempo, nè un raccoglitore di soldi qual era Francesco Micheli, di professione finanziere, con l'hobby di famiglia della musica. E, a detta dei due assessori, il Festival è atteso ad una svolta, perchè non ha più senso che le due città si coalizzino senza travasi di pubblico e senza l'arrivo di pubblico nuovo oltre quello indigeno. E poi, alla luce di quando accaduto nell'estate dell'EXPO, andrebbe anche ripensata l'intera offerta che quest'anno non ha certo usufruito dell'EXPO, come non ne ha usufruito neanche la Scala che, senza pudore ha dichiarato: era meglio se chiudevamo il teatro in agosto. Ora, anche se siamo convinti che i soldi spesi per la musica non siano mai buttati, serve interrogarsi quanto faccia bene una offerta eccessiva in rapporto alla domanda. Crediamo che anche questo sia un problema non da poco che MiTo deve affrontare e risolvere.
L'uscita di scena del terzetto collaudato, era dovuta sicuramente alla nuova situazione economica segnata da finanziamenti ridotti, ed anche agli imprevisti delle prossime elezioni comunali di primavera nei due comuni interessati, specie dopo che il. sindaco di Milano, Pisapia, ha declinato l'invito pressante di tanti, e anche di Renzi, a ripresentarsi.
Tali elementi di incertezza hanno spinto gli assessori ad ancorare immediatamente la prossima edizione del festival. Ora Campogrande può dimostrare se sa fare in un campo per lui totalmente nuovo.
Campogrande, hanno spiegato, è torinese di nascita e milanese di studi, al Conservatorio di Milano; conosce i media, e lavora molto di fantasia, come ha fatto in occasione dell'Expo, quando ha costruito una serie di variazioni sugli inni nazionali delle nazioni presenti, affidate all'Orchestra Verdi di Milano, che, si spera, dopo l'attenzione riservatagli di derivarne una maggiore presenza nel festival MiTo, dal quale era stata gentilmente tenuta fuori dal trio che l'ha governato in questi anni, e cioè Restagno-Micheli-Colombo, e nel quale sarebbe opportuno che rientri.
I suoi padrini assessori, nel delinearne il cursus honorum, hanno anche ricordato che Campogrande è il direttore artistico della Filarmonica di Torino. Che è? Ah, sì lo sapevamo; in un suo articolo apparso su 'La lettura', a cui collabora, Campogrande aveva parlato di una nuova opera di Azio Corghi commissionata anche dalla sua Filarmonica - lo aveva dichiarato egli stesso, per non attirarsi le critiche sempre pronte quando si vede qualcuno a lavorare troppo 'pro domo sua'.
Comunque Campogrande ora ha la grande occasione di mostrare la sua capacità organizzativa oltre che ideativa, nel programmare un festival che certamente non avrà più a disposizione i fondi di un tempo, nè un raccoglitore di soldi qual era Francesco Micheli, di professione finanziere, con l'hobby di famiglia della musica. E, a detta dei due assessori, il Festival è atteso ad una svolta, perchè non ha più senso che le due città si coalizzino senza travasi di pubblico e senza l'arrivo di pubblico nuovo oltre quello indigeno. E poi, alla luce di quando accaduto nell'estate dell'EXPO, andrebbe anche ripensata l'intera offerta che quest'anno non ha certo usufruito dell'EXPO, come non ne ha usufruito neanche la Scala che, senza pudore ha dichiarato: era meglio se chiudevamo il teatro in agosto. Ora, anche se siamo convinti che i soldi spesi per la musica non siano mai buttati, serve interrogarsi quanto faccia bene una offerta eccessiva in rapporto alla domanda. Crediamo che anche questo sia un problema non da poco che MiTo deve affrontare e risolvere.
L'uscita di scena del terzetto collaudato, era dovuta sicuramente alla nuova situazione economica segnata da finanziamenti ridotti, ed anche agli imprevisti delle prossime elezioni comunali di primavera nei due comuni interessati, specie dopo che il. sindaco di Milano, Pisapia, ha declinato l'invito pressante di tanti, e anche di Renzi, a ripresentarsi.
Tali elementi di incertezza hanno spinto gli assessori ad ancorare immediatamente la prossima edizione del festival. Ora Campogrande può dimostrare se sa fare in un campo per lui totalmente nuovo.
domenica 14 dicembre 2014
L'EXPO della cultura contro l'EXPO del malaffare
Suoni per l'EXPO del 2015. Era
il 2009. Mancavano sei anni all'appuntamento milanese dell'EXPO 2015.
Si discuteva soprattutto di cubature, terreni, vie d'acqua,
metropolitane di superficie, padiglioni, infrastrutture e di imprese
edilizie da impiegare, oltre naturalmente che di fondi necessari. E
di questi ultimi, si sapeva che tanti ce ne volevano, ma non ancora
chi avrebbe dovuto metterli.
Al
contrario, come tener viva e mostrare la grande tradizione italiana
di vocazione alla bellezza, sembrava non importare assolutamente a
nessuno. Figurarsi della musica, ultimo dei pensieri degli
organizzatori, ancora indaffarati nelle nomine di commissari, sub
commissari, dirigenti, responsabili.
Fu
allora che MUSIC@, il bimestrale musicale edito dal Conservatorio
dell'Aquila, ebbe l'idea di interpellare alcune personalità del
mondo musicale italiano, e chiedere loro di formulare dei progetti da
offrire GRATUITAMENTE ai sonnacchiosi e distratti organizzatori
dell'EXPO milanese.
Una
decina di noti musicisti italiani di varie generazioni, inviarono il
loro progetto che MUSIC@ pubblicò. Alla rivista, successivamente
giunsero le congratulazioni ed i ringraziamenti dell'allora sindaco
di Milano, Letizia Moratti, con la promessa che quei progetti,
davvero preziosi, avrebbe girato agli organizzatori dell'EXPO.
A
sei anni di distanza, ed alla viglia dell'EXPO, non sappiamo se la
Moratti mantenne la promessa e se gli organizzatori si siano presi
la briga di esaminarli e di dare eventualmente corso alla
realizzazione di qualcuno di essi.
Nel
frattempo uno dei compositori che rispose all'appello, Filippo del
Corno, con il cui progetto apriamo questo dossier, è diventato
Assessore alla cultura del Comune di Milano.
Una giornata ideale…
nel 2023 di Filippo Del Corno
Se pensiamo al significato
originario delle Esposizioni Universali possiamo leggerle come grandi
rappresentazioni epiche della modernità. In altre parole le
Esposizioni erano l’unico modo per raccontare il presente in
un’epoca dove non esistevano i mezzi di comunicazione che si
sarebbero poi sviluppati nel corso del Novecento. Progressivamente
questi eventi hanno perso la dimensione narrativa e rappresentativa
per diventare altro, ma credo che per Expo 2015 Milano potrebbe
recuperare questa ispirazione originaria e tendere
ad un obbiettivo ambizioso
ma innovativo: mettere in scena una rappresentazione epica degli anni
che verranno, e raccontare così non più il presente ma il futuro.
Come? Semplicemente dando una forma concreta a ciò che si narra. Se
dovessi riassumere tutto in uno slogan sarebbe: a Milano il futuro è
presente. Un progetto artistico musicale per Expo 2015 potrebbe
rispondere a questa sollecitazione attraverso la costruzione di un
padiglione musicale, un’autentica “stanza sonora”, dove sette
diversi compositori contemporanei vengano chiamati a narrare, in
forma di teatro musicale, o installazione, o video-opera, o qualsiasi
altra forma sappiano o vogliano ideare, una “giornata ideale” che
immaginano il mondo potrebbe essere in
grado di vivere di lì a
otto anni (quindi nel 2023). La grande libertà concessa ad ogni
singolo compositore per realizzare la propria “giornata ideale nel
‘23”, a partire dall’individuazione di una specifica forma
rappresentativa o performativa, deve al contempo essere vincolata ad
un rigoroso rispetto del budget che verrà assegnato ad ognuno
secondo un principio di assoluta equità ed uguaglianza. Da questo
punto di vista ciascun progetto dovrà rispondere a quel concetto di
“sostenibilità” che, a mio avviso, dovrà diventare il vero
valore discriminante per ogni azione futura, sia questa di natura
politica, artistica, industriale o culturale. L’alternanza tra i
sette compositori che abiteranno la “stanza sonora” dovrà
garantire a ciascuno eguali opportunità per i tempi di allestimento
e di visibilità al pubblico di visitatori. E’ nello spirito del
progetto che ogni compositore possa godere della massima libertà nel
coinvolgere, per l’ideazione e la realizzazione della propria
“giornata ideale nel ‘23”, altre figure creative, da qualsiasi
sfera del sapere essi provengano (letteratura, scienza, architettura,
ecc.) purché ovviamente non si verifichino casi di sovrapposizione o
intersezione. Ogni singola “giornata ideale nel ‘23” dovrebbe
essere progettata in modo che possa essere possibile replicarla otto
anni dopo, in occasione della futura Esposizione Universale.
Dei delitti e delle
pene di Giorgio Battistelli / Franco
Marcoaldi
Il progetto prende
idealmente spunto dal libro di Cesare Beccaria, uno dei capolavori
dell’Illuminismo europeo, l’opera italiana più diffusa e
discussa del Settecento. Attraverso la musica, la parola poetica, il
suono rielaborato elettronicamente e l’immagine, si utilizza quel
testo per riflettere sull’idea di delitto e pena nella società
odierna, attraverso la forma di ‘un oratorio civile per orchestra,
coro, coro di detenuti, live electronics e dispositivo video’.
L’esecuzione potrebbe avere luogo nella stessa piazza Beccaria di
Milano e dovrebbe prevedere l’intreccio in tempo reale tra il suono
dell’orchestra e del coro professionale con il coro dei carcerati
che cantano dall’interno di San Vittore. Quanto al dispositivo
video, le telecamere, piazzate tanto in carcere quanto nel luogo
dell’esecuzione, saranno come finestre che consentiranno ai
detenuti di vedere ciò che accade nella piazza e al pubblico
presente di vedere e sentire quel che accade all’interno del
carcere, rumori compresi. La spazializzazione del suono, la parte
orchestrale e i due cori verranno elaborati elettronicamente da
Alvise Vidolin. L’intento dichiarato del progetto è quello di
creare, senza pedagogismi di sorta, un ponte ideale tra il passato
più alto della civiltà milanese e il nostro presente, tra il
‘fuori’ della società libera e il ‘dentro’ di chi patisce la
pena.
Raccontare l’Italia
di
Giorgio Barberio Corsetti
Vorrei fare uno spettacolo
sull’Italia. Raccontare le storie di vari personaggi di diverse
regioni italiane che si incrociano a Milano, dove vivono per ragioni
di lavoro. Cosa resta delle origini quando ci si trasferisce in una
grande città? Come sono le famiglie di provincia, ora, e cosa resta
della cultura contadina? lavorando con parole, dialoghi, immagini,
musiche, con attori di luoghi diversi, con influssi dialettali che si
mischiano all’italiano, vorrei fare un affresco sulla confusione e
l’identità del nostro paese. Poche parole per un progetto.
Ultimi 50 anni di
musica di Lorenzo Ferrero
Ciò che resta e ciò che
è da dimenticare Do per scontato che, come già annunciato dalla
Scala per 'Licht' di Stockhausen, le istituzioni milanesi
concorreranno nel migliore dei modi. Tuttavia l’Expo 2015 sarà, e
sicuramente dovrà essere, una vetrina dell’Italia. Nel nostro caso
dell’Italia musicale. Una domanda che ci si potrebbe porre è se
l’Italia musicale ha bisogno di una vetrina. Penso di sì, perché
a parte qualche fortunata eccezione, negli ultimi tempi siamo
diventati più importatori che esportatori. Ci sono dei campi in cui
lo siamo di più e altri in cui la siamo di meno, tuttavia un
panorama globale è perfino difficile averlo all’interno
dell’Italia stessa. L’occasione potrebbe essere utile anche per
fare il punto su ciò che resta e ciò che si può dimenticare degli
ultimi cinquant’anni. Farei una proposta ai principali festival e
istituzioni lirico- concertistiche: trovare una risposta a questa
domanda, che riguarda il teatro musicale, la concertistica, la danza,
ma anche il jazz e una parte della musica popolare. Il risultato
potrebbe costituire il palinsesto per un festival intenso e
concentrato, eventualmente nel periodo di maggiore prevista affluenza
di visitatori. Per il resto dell’anno, oltre che un programma
potrebbe essere un itinerario, che tocchi i principali centri di
attività, una sorta di Skipass musicale anche multiplo, con percorsi
tematici che assecondino ma soprattutto stimolino gli interessi dei
visitatori.
La passeggiata delle
Cattive di Azio Corghi/ Emma Dante
Teatro musicale in un
atto, da un racconto di Emma Dante. Sceneggiatura/libretto/musica di
Azio Corghi 'CAPTIVE' . Dal latino: imprigionato, reso schiavo. Nel
caso delle vedove palermitane: imprigionate nella memoria del marito
morto. Il termine ha il medesimo significato nella lingua in- glese
(varia solo la pronuncia) ovvero CAPTIVE (‘kaeptiv) significa:
prigioniero, schiavo, in gabbia, in cattività, nel recinto. Ma TO
CAPTIVE può pure significare (fig.): affascinato, attratto, sedotto
da…." Le mura delle cattive è un'antica via sopra le mura di
Palermo, dove le vedove (dal latino cap- tive, cioè imprigionate
nella memoria dei mariti morti) passeggiavano la domenica, lontane
dallo sguardo indiscreto del cassero che era l'attuale corso Vittorio
Emanuele (la via principale di Palermo). Sugli spalti di queste mura
potrebbe essere ambientata la nostra storia di passione e vergogna di
una donna che, per salvare il marito dalla vendetta di una famosa
famiglia mafiosa, lo nasconde, facendolo credere morto. Il marito ha
ucciso il boss della suddetta famiglia, che voleva infangarle
l'onore. Dopo il duello lei fa credere a tutti che anche il marito è
morto. Lo fa scappare e dopo aver allestito un finto funerale, si
veste di nero ed entra definitivamente nella clausura del suo lutto.
I due coniugi, però, spinti dalla passione e da un amore
sconsiderato, s’incontrano di nascosto, durante la passeggiata
delle vedove, cercando di non farsi scoprire dalle altre donne velate
di nero. Verranno scoperti e comincerà la tragedia."
Cantantibus organis
mediolanensis di Francesco Filidei
La mia doppia formazione
di compositore ed organista indirizza la mia proposta verso il mondo
dell'organo. L'Expo 2015 potrebbe rappresentare in effetti un'ottima
occasione per evidenziare lo straordinario patrimonio artistico
costituito dai numerosi organi delle Chiese di Milano: accanto ed
attraverso di essi passa una tradizione certo sottovalutata, che dai
Gabrieli e Frescobaldi ha continuato, sebbene in sordina, fino a
Marco Enrico Bossi, autore che non ha niente da invidiare ai
compositori/organisti europei della sua epoca. Berio, Donatoni,
Bussotti, Sciarrino, Fedele ed an- cora Mauro Lanza, fra i più
giovani, hanno contribuito ad arricchire il repertorio; ma, ancora,
manca una attenzione più generale in Italia per uno strumento
imprescindibile nella storia della musica. Presentando un percorso
musicale attraverso le Chiese milanesi scelte secondo la loro
ubicazione, le loro caratteristiche e la qualità degli strumenti, si
potrebbe avvicinare un pubblico numeroso e non necessariamente
abituato alla musica di ricerca. Ad ogni concerto sarebbe quindi da
associare una commissione proposta ad un compositore contemporaneo e
legata oltre che al tema proposto per l'Expo, alla specifica
disposizione fonica dello strumento, dai Tamburini, a quattro e
cinque tastiere, della Chiesa di Sant’ Angelo o della Cattedrale
ai Mascioni della Basilica di Santa Maria della Passione, ad una
tastiera, con temperamento ‘inequabile’. Ogni nazione coinvolta
potrebbe presentare un organista ed una prima assoluta di un
compositore possibilmente della stessa origine. In ogni programma
dovrebbe inoltre essere presente un pezzo di compositore italiano di
un qualsiasi periodo storico che bene si associ con le
caratteristiche dello strumento a disposizione. Essendo l'organo a
canne l'antenato naturale dei sintetizzatori moderni, potrebbe essere
interessante presentare concerti con pezzi per organo e
sintetizzatori alternando anche pezzi elettroacustici predisposti per
lo spazio in questione. Il lato visivo, fino ad oggi trascurato nei
concerti d'organo per evidenti ragioni, deve essere valorizzato,
presentando una curiosa ed interessante esperienza per il pubblico
non abituato la visione di un interprete impegnato fisicamente in
modo totale, mani e piedi, su registi, pedali, tastiere, staffe. Una
o meglio più telecamere, con attenta regia, dovrebbero riprendere da
diversi punti di vista gli esecutori e gli organi o altri dettagli
della Chiesa interessanti, proiettandone le immagini su uno o diversi
schermi giganti. Ad alcuni concerti si potrebbe associare inoltre la
creazione di video realizzati su pezzi in programma da videoartisti
di differente nazionalità.
Pianeta immateriale
di Michelangelo Lupone
La presenza dell'acqua
caratterizza il progetto della nuova area espositiva della Expo, che
si allunga dal padiglione Italia all'ingresso ovest. La scelta di
creare un percorso costeggiato da canali e stagni, che congiunge i
padiglioni con slarghi limitrofi al percorso d'acqua, segnala sia
l'attenzione per questo componente generativo e imprescindibile della
vita, sia il bisogno di accompagnare con continuità il visitatore
con un elemento dinamico, sempre diverso nelle forme del fluire e
accogliente e rilassante nella stasi proposta dagli slarghi. Pianeta
immateriale è un'opera musicale pensata per vivere proprio in quei
corsi d'acqua. É un'opera interattiva, adattiva ed evolutiva:
avverte la prossimità, i movimenti, la voce del pubblico e può
instaurare con lui giochi timbrici e traiettorie impreviste;
trasforma i suoni e gli andamenti, in funzione delle condizioni
sonore, luminose e ambientali circostanti, seguendo il corso del
giorno; si evolve offrendo ogni giorno una diversa interpretazione
della musica che le dà vita. La musica percorre i corsi d'acqua in
modo non invasivo, può accompagnare il visitatore per tratti anche
lunghi, fermarsi e allontanarsi rapidamente. Le sue trasformazioni
sono lente e progressive quando non interagisce con il pubblico,
vivaci quando i movimenti umani, le voci, le luci sono prossimi al
corso d'acqua. L'intero percorso è diviso in ventidue diversi tratti
spaziali o sezioni musicali; ogni sezione è caratterizzata da una
identità acustica che si ispira alla cultura musicale e ai suoni di
ciascuno dei paesi partecipanti. Ogni sezione rinnova la propria
iden- tità sette volte al giorno, affinché anche gli elementi
espressivi di ogni tratto del percorso siano rinnovati. Due volte al
giorno, per trenta secondi, tutte le se-
zioni diventano
“comunicanti”, le identità convergono in un solo pregnante
elemento musicale che corre lungo le sponde, compare in ogni tratto e
scompare allontanandosi verso una delle uscite. L'interazione con il
pubblico non è costante lungo il percorso, le risposte dell'opera
dipendono dal tratto in cui ci si trova, ossia dal carattere musicale
attivo in quel momento. Si alternano, di conse- guenza, tratti in cui
si può parlare con la musica e ricevere “risposte” come il
movimento improvviso e concitato dei suoni, il loro avvicinamento al
pubblico, o tratti in cui l'interazione è più lenta, riflessiva,
dominata da trasformazioni timbriche. N.B.: Il suono si propaga
nell'acqua a velocità anche cinque volte superiori rispetto
all'aria; ciò permette di realizzare movimenti del suono molto
complessi, e permette di percepire sulla superficie trasformazioni di
timbri straordinari, sconosciuti alla esperienza comune. Nelle aree
dove sono presenti gli slarghi, la musica è percepibile solo nelle
immediate vicinanze dell'acqua. Questo rende discreta e accogliente
la partecipazione dell'opera alle attività di riposo e di incontro
del pubblico. Pianeta immateriale conserva tutte le informazioni
relative alle proprie trasformazioni di timbro, di altezza, di ritmo,
di spazializzazione, mantiene una traccia storica del processo
adattivo (es. quando prolungate perturbazioni climatiche ne fermano
i processi), conserva gli elementi salienti e/o ricorsivi attivati
dall'interazione con il pubblico. I dati sono analizzati da un
sistema di auto-regolazione dell'opera musicale che, durante la notte
(momento di inattività), in base a regole di condotta formale,
compositiva, attiva i processi di selezione, di trasformazione e di
generazione dei suoni. Anche i modi di comportamento interattivo
vengono sottoposti ad analisi e regolati quando risultano ridondanti,
decorrelati dal carattere espressivo o temporalmente non associabili
al materiale sonoro (es. suoni con evoluzione lenta in attività
interattive rapide). Ogni anno l'opera effettua una sorta di sintesi
del proprio trascorso sonoro, organizza i materiali sonori in una
grande forma e dona un concerto di circa trenta minuti, utilizzando
tutte le le sorgenti di suono a sua disposizione. La musica viene
eseguita senza in- terruzioni durante il concerto, è presente
simultaneamente in tutti i tratti del percorso e tutti i processi di
ricezione sensoriale e di risposta sono disattivati. Si possono
seguire le evoluzioni dell'opera anche attraverso Internet. Pianeta
immateriale è presente nella rete con una speciale pagina
interattiva che permette di ascoltare lo stato attuale di ogni
sezione. Si possono scaricare le trasformazioni del giorno precedente
e possono essere introdotte variazioni musicali in ogni sezione, come
se l'utente interagisse in prossimità del corso d'acqua. Tutte le
azioni interattive introdotte attraverso internet sono analizzate
durante la notte e, se congruenti, sono rese attive il giorno
seguente.
Passio in memoriam Pier
Paolo Pasolini di Paolo Cavallone
Il progetto prevede la
realizzazione di un oratorio laico con testi recitati e cantati che
coinvolga scrittori/librettisti/poeti e musicisti classici e pop
(compositori di classica contemporanea e di mu- sica pop/interpreti
pop e classici). In occasione dell’Expo 2015 si intende celebrare e
valorizzare la grande creatività dell’arte italiana con la
partecipazione di musicisti viventi (Senior e Junior). Pensare ad una
“vetrina” musicale per L’Expo 2015 mi spinge, da musicista, a
“tradurre” in movimento sonoro il confronto con la società
contemporanea (nella fattispecie quella occiden- tale), tentando di
restituire la molteplicità dei con- tenuti generati da tale società.
Nel 2015 ricorrono, inoltre, i quaranta anni dalla morte (2 novembre
1975) di Pier Paolo Pasolini, una delle figure centrali della cultura
italiana del XX secolo. Pasolini, idealmente rappresenterebbe una
sorta di “collante” su cui inserire il lavoro dei vari artisti
coinvolti nel progetto. Il “genere” Oratorio: un veicolo di
comunicazione di un testo drammatico liberamente tratto dal Vangelo
di San Matteo, su cui si innestano versi e testi tratti dall’opera
di Pasolini e da quelle di altri poeti, scrittori ed autori di testi,
provenienti da diversi generi letterari e musicali. Il risultato è
la realizzazione di un oratorio laico. La collaborazione fra artisti
di diversi “generi” musicali costituirebbe un tentativo di
generare una
sorta di caleidoscopio
sonoro inteso come specchio delle ramificazioni delle sovrastrutture
generate dalla nostra società; come anche capace di esprimere la
capacità della musica, o meglio, del suono di bucare la rete
invisibile, generata da tali sovrastrutture, e che impedisce al
“poeta” di raggiungere l’anelata “verità”, nascosta dietro
le “cose”. In sostanza le dinamiche ed i movimenti sonori ci
avvicinano e forse sono l’unico mezzo capace di tornare alla
realtà. Pasolini è termine di confronto e spunto per una
riflessione; il suo essere sempre attuale, mi spinge, da musicista, a
proporre un tentativo di “tradurlo” in movimento sonoro, in una
sorta di percorso introspettivo che, nel confronto, tenti di
restituire la purezza dei contenuti e soprattutto di generare un
“entrare” ed “uscire” dalle tematiche, dalla soggettività
alla oggettività del pensiero, dalla visione in- trospettiva alla
porta astratta capace di veicolare ogni gesto. Peraltro, Pasolini
aveva espresso la volontà di tradurre musicalmente la sua
espressività. Non si vuole riproporre il noto, quanto emotivo, topos
che vede Pasolini come una sorta di martire, un santo laico. Il
soggetto sacro è assunto a simbolo di un mondo puro, agrario, il cui
referente primario è la natura con la sua verità (che lo stesso
Pasolini rimpiangeva: “parli con un giovane nato in questi anni…
la terminologia agricola è per lui incomprensibile, bisogna
tradurgliela… il Vangelo e Cristo sono espressione di un mondo
contadino arcaico che è sopravvissuto per duemila anni... c’è
stato un rovesciamento di tutto questo… credo nel progresso, non
credo nello sviluppo, e nella fattispecie in questo sviluppo… sono
direttamente interessato ai cambiamenti storici… a questo punto uno
si chiede anche se sarà possibile continuare a scrivere delle
poesie, io … non scrivo più versi… l’impossibilità… a fare
un vero discorso sulla realtà… perché questo rapporto con la
realtà è soffocato… un poeta non riesce mai ad individuare, a
vincere… questo può urlare un profeta che non ha la forza di
uccidere una mosca la cui
forza è nella sua degradante diversità, solo detto questo e urlata
la mia sorte si potrà liberare e cominciare il mio discorso sopra la
realtà”) che oramai non esiste più, som- mersa dalla società
contemporanea. La morte di Cristo si identifica così con quella di
una civiltà che ormai non ci appartiene se non come “violenza
delle memorie”: “il momento più sublime della chiesa cattolica è
il momento dell’ascensione, il momento in cui Cristo ci lascia soli
a cercarlo…”. In questa ottica, tale citazione si configura come
una possibile tensione alla Verità (Cristo/mondo
agrario/reale/terreno); la scelta della Passione tratta da Matteo è
dettata dalla volontà di sottolineare il carattere “umano” (“…
per me il Vangelo è una grandissima opera intellettuale, una
grandissima opera di pensiero, che non consola, che riempie, che
integra… ma della consolazione che farcene… è una parola come
speranza…”) come più volte Pasolini evidenziò durante la
realizzazione del suo film sul Vangelo, testimonianza della sua
visione “religiosa”, ma non mistica del mondo. Le metafore dei
due poli: Cristo (la realtà umana e sociale strettamente connessa al
referente natura), Pasolini (l’interprete del nostro tempo, una
sorta di trait d’union fra la cultura storica e la cultura
contemporanea, la nuova preistoria) racchiudono l’ossimoro
esistenziale contemporaneo e consentono di proiettare ogni
significante - che esploderà in una serie indistinta di significati
nell’attualità più estrema, in una sorta di percorso interiore
che si innesti in simbiosi con il discorso sociale. In sostanza si
tenta di affrontare lo stesso oggetto da diverse prospettive –
esattamente come avviene nella società di oggi, legata a meccanismi
ciclici che impediscono il “naturale” decorso degli eventi –
proprio per cercare di restituirne la purezza. Il tutto in una
“ricerca”, in una realizzazione, ed una collaborazione fra
artisti tutte italiane.Riferimento precipuo potrebbe essere la
'Passione secondo Matteo' di J. S. Bach, che Pasolini utilizzò come
colonna sonora del suo Vangelo… possibile utilizzo del latino per i
testi sacri e ovviamente dell’italiano per i testi di Pasolini. La
lingua latina in quel caso simboleggerebbe un mondo scomparso e
rafforzerebbe l’ossimoro insito nel lavoro, con tutte le
implicazioni che ne conseguono…
Elogio del folle.
Carmelo Bene di Riccardo Panfili
In questi tempi di crisi –
una crisi e crisi “reale” che viene troppo spesso additata come
scusa per tagli selvaggi alla cultura – in cui di nuovo sof- fiano
venti che inneggiano all’ordine, alla disciplina, a norme severe,
ad un Stato più forte, muscoloso, autoritario, mi sembra un buon
antidoto rendere omaggio ad un grande “folle”, “anarchico”,
“indisciplinato” artista italiano (e insuperabile Maestro di
libertà): Carmelo Bene. Sarebbe interessante – in occasione
dell’EXPO del 2015 – costruire uno spettacolo teatral-musicale
che parta da una delle opere più dirompenti e libertarie di Bene:
ossia da Nostra Signora dei Turchi (1968), facendo riferimento sia
alla versione romanzesca sia a quella filmica dell’opera. Il fulcro
del lavoro dovrebbe ruotare intorno alla figura del protagonista
dell’opera beniana: il folle che tenta disperatamente di diventare
“più cretino”, di uscire fuori dalla maglie e dalle norme
dell’io sociale e dei valori imposti; tentando l’estasi di chi si
è liberato dalle leggi introiettate dall’esterno. Sarebbe
divertente costruire un’opera comica, bur- lesca, surreale,
maleducata, tutta infarcita dalle bizzarre metamorfosi del
personaggio beniano. L’opera può essere articolata attraverso
alcune scene madri, che sviluppano precisi spunti drammaturgici
tratti da Nostra Signora dei Turchi. La voce registrata di Bene,
tratta dalla colonna sonora del film o da altre opere dell’attore,
risuonerà come una sorta di commento esterno, di voce interiore
dell’opera. Il personaggio principale sarà incarnato da una voce
recitante; gli altri (Santa Margherita, L’Editore, La Serva)
saranno affidati a cantanti tradizionali.
1) Innanzitutto, una
scena iniziale svilupperà le evoluzioni folli del personaggio
beniano che tenta il volo dell’estasi e della perdita del proprio
io, gettandosi ripetutamente da un balcone e ricopren- dosi quindi di
bende e fasce. In questa scena ini- ziale la voce recitante rimarrà
muta: la voce dell’orchestra e quella “interiore” di Bene
tesseranno l’intero ordito sonoro. 2)Un’ulteriore scena-madre
svilupperà il rapporto del “folle” con Santa Margherita, discesa
dal Paradiso per assistere il suo amato. Sarà ripresa la scena
surreale di Nostra Signora dei Turchi, in cui la Santa – con una
posticcia aureola di ferraglia – abusa sessualmente del “folle”
ripetendo, come un automa, la formula cristiana “io ti perdono”,
mentre una vecchia Fiat Cinquecento, con i fari accesi, entra
magicamente in camera parcheggiandosi ai piedi del letto. Il folle si
addormenterà sul cofano dell’auto come se essa fosse un cuscino.
In questa nuova scena irromperà la figura della Serva, sviluppando
la sequenza del film in cui il “folle” cerca di amoreggiare con
la povera donna immersa in una cucina grondante di sugo e invasa di
piatti lerci; l’amplesso si rivela impossibile: in una delle sue
metamorfosi, il folle si è mascherato da cavaliere medievale bardato
da una pesante armatura di ferro, ed entra in scena in sella ad un
cavallo bianco! La santa, delusa, contempla l’amplesso mancato
dalla cripta di un altare: è ritornata in paradiso e di lei non
rimane che una statua.3) Rompendo lo sviluppo temporale del film (e
del romanzo) la scena successiva ritornerà indietro, attingendo alla
sequenza in cui il protagonista si maschera contemporaneamente da
vecchio frate e da frate novizio, interpretando nello stesso tempo i
due ruoli (nel film, Bene non fa altro che mettere e togliere una
barba posticcia). Il vecchio frate – cucinando, ingurgitando di
continuo cibi e vino, ruttando (con l’ausilio dell’elettronica si
potrebbe elaborare una sorta di 'Concerto grosso' fatto di rutti e
fonazioni digestive, come si trattasse di una raffi- nata eco della
voce recitante:una sorta di vademecum musicale del bon ton) e
imprecando – si prodiga in consigli improbabili riguardanti il
rapporto tra il “folle”, la Santa e la Serva. 4) Un Intermezzo
fermerà l’azione dell’opera: sulle parole dello splendido
monologo “ci son cretini che hanno visto la madonna e cretini che
non hanno visto la madonna” recitato da Bene nel film, l’orchestra
tesserà una sorta di controcanto ele- giaco e sognante. 5) L’ultima
scena svilupperà i rapporti tra il “folle” e L’Editore, e
quindi tutto il discorso “anarchico” di Bene contro le varie
forme di Potere. Lo stravagante alter-ego di Bene (soprattutto nella
versione romanzesca dell’opera) scrive in conti- nuazione lettere e
missive, indirizzate a produttori, politici, a uomini di potere: mi
ha fatto sempre pensare – per una sorprendente somiglianza – agli
ultimi mesi torinesi di Nietzsche – i giorni febbrili che precedono
l’esplosione definitiva della follia, nel Gennaio del 1889 – in
cui il filosofo (anti-)tedesco si prodiga in una compulsiva attività
epistolare. Sono lettere esaltate, folli, dirompenti, terribili;
delle vere dichiarazioni di guerra “contro tutto ciò che finora è
stato creduto, pensato, venerato”. Quindi, all’inizio della
scena, mentre il “folle” legge all’editore la sua lettera
indirizzata ad un fantomatico Ministero (lettera presente nel
romanzo), nell’enfasi della recitazione – come prima si era
mascherato da frate o da cavaliere – si compie l’ultima
definitiva metamorfosi: il folle si traveste da Nietzsche, l’altro
grande “libertario” e “dinamitardo della cultura”, il
Nietzsche “folle” delle ultime lettere di Torino, che dichiara
guerra, con deliranti missive, ai più importanti Stati e so- vrani
europei. In uno stato di febbrile esaltazione, il “folle” (no-
vello Nietzsche) legge – in una danza ebbra – stralci delle
ultime lettere della follia nietzscheane: frattanto l’editore, la
Serva e la Santa (rientrate in scena), come in una festa liberatoria,
indosseranno maschere che ritraggono i tiranni della storia del
Novecento (Mussolini, Hitler, Stalin etc.). La recitazione forsennata
del folle si fermerà sulla frase agghiacciante presente nell’ultima
lettera nietzscheana indirizzata a Burckhardt (6 gennaio, 1889): “Io
sono tutti i nomi della storia”. Tutti si bloccheranno
improvvisamente, come in un meccanismo inceppato; dall’alto
scenderà una croce fosforescente, come quella usata da Bene nel
finale del film Salomé. Prendendo spunto dall’auto-crocifissione
che chiude quest’ultimo ruti- lante film, anche il nostro
protagonista tenterà di crocifiggersi da solo: ma, per forza di
cose, una mano rimarrà libera e, come ultimo sberleffo salu- terà
idiotamente e sghignazzando il pubblico. Ovviamente, in queste poche
righe, abbiamo sem- plicemente tratteggiato, in modo
impressionistico, un’idea complessiva dell’opera, senza entrare
in particolari drammaturgici, musicali e formali. Sarebbe utile
affiancare – alla rappresentazione dell’opera – tutta una serie
di convegni, conferenze, incontri incentrati sulle grandi figure dei
“folli”, dei non-integrati, degli “irriducibili”, dei
marginali, dei proscritti della cultura occidentale: su Giordano
Bruno, su Max Stirner, su Friedrich Nietzsche, su Antonin Artaud, su
Carmelo Bene etc.Una sorta di allegra sagra dell’“uomo in ri-
volta” – per dirla con Camus – dell’uomo estatico: liberato –
una buona volta – da Norme, Leggi, altari della Patria, valutazioni
di Mercato.
Nord e sud del mondo
di Marco Stroppa
Devo confessare che non ho
mai provato un amore speciale per le esposizioni universali, in
particolare quando sono organizzate da un paese "del nord",
cioè da uno di quelli che da secoli comandano al nostro pianeta
quello che vogliono, e impongono i loro modelli socio-economici,
morali, politici e talvolta filosofico-re- ligiosi con una violenza
inaudita e un'arroganza infinita.Facendo io stesso parte di questa
cultura, non vorrei affermare che tutto quello che abbiamo costruito
sia da gettare, ma questa "esposizione" un po'
megalomaniaca della potenza del "vincitore" mi ha sempre
disturbato, io che da culture cosiddette "minori" ho sempre
tratto delle sorgenti di ispirazione formidabili per il mio lavoro,
anche se poi, per rispetto delle sorgenti originali, le ho "digerite"
a modo mio, e assimilate nella tradizione della quale, per forza di
cose, faccio parte. Un altro aspetto che mi piace poco è il
carattere "effimero" e ecologicamente disastroso di tali
esposizioni: una volta terminate, si distrugge tutto, o quasi, anche
delle cose che avrebbero potuto e dovuto continuare ad esistere.
Nel campo della musica, ad esempio, l'utopico "Pavillon Philips"
del 1958 a Bruxelles, realizzato da Le Corbusier con la musica di
Edgard Varèse è ora soltanto un pezzo di storia. Per queste
ragioni, fra tante altre, ho formulato un progetto diverso e,
soprattutto, un progetto che possa restare. Per quest'ultimo aspetto,
farei equipaggiare una sala da concerto (da scegliere in funzione di
varie ragioni tecniche, musicali, geografiche, e, naturalmente,
politiche) con un sistema di "Wave Field Synthesis" (WFS),
che per- mette una resa sonora tridimensionale e un posizionamento
di sorgenti acustiche reali o virtuali con una precisione sino ad
ora ineguagliata. Poche sale, per lo più sperimentali, sono oggi
dotate di un dispositivo completo, che comporta centinaia di
altoparlanti disposti intorno a tutta la sala e controllati da un
insieme di computers: ad esempio, la Hörsaal della Technische
Universität di Berlino, o quella dell'istituto Fraunhofer a Bonn.
Tale sistema, naturalmente, rimarrà installato anche dopo la fine
dell'esposizione o potrà servire per l'amplificazione di strumenti
tradizionali, per l'esecuzione di pezzi con elettronica, per
installazioni sonore, e infine, come mezzo sperimentale e di ricerca
a disposizione di artisti e scienziati. Imposterei inoltre il
contenuto del progetto sul tema del dialogo fra la nostra cultura
dominante "del nord" e le culture dei paesi del sud, non
nella forma di una paternalista "pacchetta" sulla spalla,
ma di un vero scambio di esperienze, valori, proteste, idee, o altro.
Chiederei a uno scrittore africano (non vorrei fare ancora dei nomi
precisi, tanto la scelta è ricca), di scrivere un testo ispirato dal
"Discours sur le Colonialisme" di Aimé Césaire, ma
pensato per una rappresentazione teatrale e adattato alle problema-
tiche odierne. Penserei all'Africa, perché mi sembra che sia il
continente attualmente più sacrificato e sottomesso a delle enormi
pressioni da parte dei predatori finanziari ed economici
globalizzati, che stanno metodicamente distruggendo le basi stesse
dell'esistenza di culture straordinarie. Si pensi, per citare
soltanto due esempi fra mille altri, alle sovvenzioni
all'esportazione di materie agricole, che l'Europa dà ai propri
agricoltori e che provocano la sparizione delle colture alimentari
locali, i cui prodotti non sono più competitivi rispetto a quelli
importati dall'Europa e che hanno viaggiato per migliaia di
kilometri, o all'assalto violentissimo di Monsanto per imporre gli
OGM dovunque, con mezzi al limite della criminalità. Chiederei
inoltre a uno scrittore "italiano" che ne abbia la voglia e
il talento, di scrivere un testo "in contrappunto"
all'altro, nello spirito di un dialogo, più o meno semplice, ma
sempre pensato per una rappresentazione teatrale. Chiederei, infine,
a un artista visivo, di pensare a un progetto artistico, che includa
delle esperienze multimediali, su questi testi, se possibile con una
proiezione in tre dimensioni, o su schermi diversi, con degli
elementi in tempo reale che possano reagire a quello che succede
sulla scena. Infine, penserei a un "meta-contrappunto"
musicale su questi testi e queste immagini, cioè un lavoro
elettronici diversi, pensati per e diffusi dal sistema WFS, e sei
cantanti con un trattamento in tempo reale. Concretamente: due attori
o attrici (una/o africana/o e una/o italiana/ o), amplificati, sei
cantanti, amplificati e trattati, qualche strumento amplificato, un
direttore d'orchestra (forse), immagini multimediali ed elettronica.
Desidererei che ogni "realtà", i testi, quella visiva e
quella musicale, abbia una certa autonomia e bellezza "proprie",
ma che l'avvenimento ne permetta l'incontro, il dialogo e, perché
no, l'apparizione di un tutto superiore al valore intrinseco di ogni
aspetto. Ma mi sembra importante che ciascuno possa anche avere una
vita autonoma, come un testo di teatro, ad esempio, o un pezzo di
musica, o un'installazione multimediale. Naturalmente, non esiste
"un" autore del progetto, ma una cooperazione fra i vari
artisti di pari valore.
venerdì 11 luglio 2014
Alla cultura, meglio un assessore-artista o un assessore-burocrate scelto fra i quadri di partito?Del Corno, daverio,barca,marinelli,carandini
Una cosa è certa. Degli assessori alla cultura anche di città importantissime
non sentiamo mai parlare, anzi non ne conosciamo neanche il nome. Eppure, come ha avuto modo di dire tante volte il neo ministro Franceschini, il ministero - il suo - o l'assessorato alla cultura, in un paese come l'Italia, dovrebbe avere la stessa considerazione del ministero del Tesoro, che invece non ha. Tant'è che i sindaci li scelgono, andando a scovare persone grigie, di nessun valore nè creativo nè amministrativo.
Prendiamo due casi. Milano e Roma. A Milano , con la giunta Pisapia, c'è un assessore musicista, addirittura un compositore con una sua storia importante, rampollo di una altrettanto importante famiglia ecc... Filippo Dal Corno, che il questo momento ha anche importanti responsabilità per il prossimo EXPO.
A Roma, con la giunta Marino, s'è insediata - dopo la solita inutile ed inconcludente girandola di nomi - Flavia Barca, già dimessa, anch'essa appartenente ad una importante famiglia, con militanza nel partito. Nella precedente giunta romana, quella di Alemanno, l'assessore alla cultura, di cui non ricordiamo neanche il nome, era un signor 'nessuno'. Nella stessa giunta, c'era un sovrintendente comunale, Broccoli, con competenza nel settore - IMPORTANTISSIMO - affidatogli, simile alla nostra in astrofisica.
Di Filippo Del Corno mai una notizia trapelata, evidentemente svolge bene il suo lavoro, forse meno creativamente di quanto uno si attenderebbe da un musicista, ma già è tanto, se pensiamo che della Flavia Barca, invece, ci sovvengono molte cose, ma solo dei suoi numerosi passi falsi, scelte errate, rimandi di scelte ecc... un bollettino da guerra persa.
E' lecito allora chiedersi quale profilo di assessore sarebbe più opportuno, anche per non assistere agli scempi di cui le cronache giornalmente riferiscono. L'artista o l'amministratore?
Certo un assessore che unisse queste due qualità sarebbe benedetto, mentre sembra che tale profilo, laddove esistesse, non sia gradito, specie quando in tale profilo è compresa anche l'autonomia di pensiero, pur nella linea politica della giunta, senza la cui condivisione nelle linee generali sarebbe inutile e dannoso accettare l'incarico. Come, infatti, è accaduto a Roma con la Barca, che non ha comandato mai nulla ed è stata sempre in contrasto con il sindaco, ma non ha mai rassegnato per protesta le dimissioni, fino all'altro ieri, affondata dalle critiche.
A Roma, ad esempio, fra i possibili candidati a sostituire la Barca, è spuntato anche il nome di Daverio - già assessore nella giunta del primo sindaco leghista di Milano, anni addietro - accanto a quello di Carandini, persona competentissima oggi presidente del FAI, e della Giovanna Marinelli, del partito, in virtù del quale ha avuto incarichi di prestigio e ha acquistato anche competenza, a prezzo forse di ancor più scarsa indipendenza.
La Marinelli porterebbe la conoscenza della macchina amministrativa ed una certa competenza nel settore teatro, dove nella sua precedente vita il partito la destinò, come premio per gli anni passati in assessorato con Borgna, nella giunta Veltroni. Viene spontaneo da chiedersi se sia semplicemente ipotizzabile che un assessorato del genere possa essere assegnato a persona con competenza prossima a zero del settore. E la risposta, guardando la realtà, è sì. In Italia non c'è città che abbia un assessore che capisca del settore che amministra, con il conseguente degrado amministrativo della cultura. Spesso ci siamo detti e chiesti: il ministro Franceschini andrebbe, per scelta e non per dovere istituzionale, a teatro o a concerto o a visitare un sito archeologico o un museo? La risposta è sì. Abbiamo scelto il suo caso perché sappiamo che lo fa. questo spiega il suo intervento immediato a difesa del Piccolo Eliseo, non altrimenti spiegabile.
La competenza, innanzitutto , l'autonomia di pensiero e la non rieleggibilità per più di due mandati consecutivi, forse sarebbero ottime linee guida nelle scelte degli assessori alla cultura ( come di qualunque altro assessorato). Dopo che uno ha fatto l'assessore alla cultura per dieci anni, basta; torni al suo mestiere. Da nessuna parte deve accadere che esista un tizio che faccia, per mestiere, l' assessore. Si parla tanto di mobilità e la si invoca per modernizzare lo Stato; mentre, in molti, troppi posti di responsabilità al vertice, e di diverso genere, troviamo persone che vi si sono insediate da tempo immemorabile, senza che nessuno riesca più a mandarli a casa perché, nel frattempo, si sono comprati tutti al costo di piccoli favori, e il potente di turno resta ben saldo sul trono.
Vogliamo scommettere che a Roma la vincerà Giovanna Marinelli?
Peccato che non abbiamo scommesso. Stando a ciò che scrive oggi 'Il messaggero', Marino la scelta l'avrebbe già fatta: Giovanna Marinelli.
non sentiamo mai parlare, anzi non ne conosciamo neanche il nome. Eppure, come ha avuto modo di dire tante volte il neo ministro Franceschini, il ministero - il suo - o l'assessorato alla cultura, in un paese come l'Italia, dovrebbe avere la stessa considerazione del ministero del Tesoro, che invece non ha. Tant'è che i sindaci li scelgono, andando a scovare persone grigie, di nessun valore nè creativo nè amministrativo.
Prendiamo due casi. Milano e Roma. A Milano , con la giunta Pisapia, c'è un assessore musicista, addirittura un compositore con una sua storia importante, rampollo di una altrettanto importante famiglia ecc... Filippo Dal Corno, che il questo momento ha anche importanti responsabilità per il prossimo EXPO.
A Roma, con la giunta Marino, s'è insediata - dopo la solita inutile ed inconcludente girandola di nomi - Flavia Barca, già dimessa, anch'essa appartenente ad una importante famiglia, con militanza nel partito. Nella precedente giunta romana, quella di Alemanno, l'assessore alla cultura, di cui non ricordiamo neanche il nome, era un signor 'nessuno'. Nella stessa giunta, c'era un sovrintendente comunale, Broccoli, con competenza nel settore - IMPORTANTISSIMO - affidatogli, simile alla nostra in astrofisica.
Di Filippo Del Corno mai una notizia trapelata, evidentemente svolge bene il suo lavoro, forse meno creativamente di quanto uno si attenderebbe da un musicista, ma già è tanto, se pensiamo che della Flavia Barca, invece, ci sovvengono molte cose, ma solo dei suoi numerosi passi falsi, scelte errate, rimandi di scelte ecc... un bollettino da guerra persa.
E' lecito allora chiedersi quale profilo di assessore sarebbe più opportuno, anche per non assistere agli scempi di cui le cronache giornalmente riferiscono. L'artista o l'amministratore?
Certo un assessore che unisse queste due qualità sarebbe benedetto, mentre sembra che tale profilo, laddove esistesse, non sia gradito, specie quando in tale profilo è compresa anche l'autonomia di pensiero, pur nella linea politica della giunta, senza la cui condivisione nelle linee generali sarebbe inutile e dannoso accettare l'incarico. Come, infatti, è accaduto a Roma con la Barca, che non ha comandato mai nulla ed è stata sempre in contrasto con il sindaco, ma non ha mai rassegnato per protesta le dimissioni, fino all'altro ieri, affondata dalle critiche.
A Roma, ad esempio, fra i possibili candidati a sostituire la Barca, è spuntato anche il nome di Daverio - già assessore nella giunta del primo sindaco leghista di Milano, anni addietro - accanto a quello di Carandini, persona competentissima oggi presidente del FAI, e della Giovanna Marinelli, del partito, in virtù del quale ha avuto incarichi di prestigio e ha acquistato anche competenza, a prezzo forse di ancor più scarsa indipendenza.
La Marinelli porterebbe la conoscenza della macchina amministrativa ed una certa competenza nel settore teatro, dove nella sua precedente vita il partito la destinò, come premio per gli anni passati in assessorato con Borgna, nella giunta Veltroni. Viene spontaneo da chiedersi se sia semplicemente ipotizzabile che un assessorato del genere possa essere assegnato a persona con competenza prossima a zero del settore. E la risposta, guardando la realtà, è sì. In Italia non c'è città che abbia un assessore che capisca del settore che amministra, con il conseguente degrado amministrativo della cultura. Spesso ci siamo detti e chiesti: il ministro Franceschini andrebbe, per scelta e non per dovere istituzionale, a teatro o a concerto o a visitare un sito archeologico o un museo? La risposta è sì. Abbiamo scelto il suo caso perché sappiamo che lo fa. questo spiega il suo intervento immediato a difesa del Piccolo Eliseo, non altrimenti spiegabile.
La competenza, innanzitutto , l'autonomia di pensiero e la non rieleggibilità per più di due mandati consecutivi, forse sarebbero ottime linee guida nelle scelte degli assessori alla cultura ( come di qualunque altro assessorato). Dopo che uno ha fatto l'assessore alla cultura per dieci anni, basta; torni al suo mestiere. Da nessuna parte deve accadere che esista un tizio che faccia, per mestiere, l' assessore. Si parla tanto di mobilità e la si invoca per modernizzare lo Stato; mentre, in molti, troppi posti di responsabilità al vertice, e di diverso genere, troviamo persone che vi si sono insediate da tempo immemorabile, senza che nessuno riesca più a mandarli a casa perché, nel frattempo, si sono comprati tutti al costo di piccoli favori, e il potente di turno resta ben saldo sul trono.
Vogliamo scommettere che a Roma la vincerà Giovanna Marinelli?
Peccato che non abbiamo scommesso. Stando a ciò che scrive oggi 'Il messaggero', Marino la scelta l'avrebbe già fatta: Giovanna Marinelli.
martedì 13 maggio 2014
Mettere belletti alle brutte facce dell'EXPO?
In queste ultime settimane, a proposito dell'EXPO milanese, travolto ad un anno esatto dall'apertura da una nuova ondata di scandali, i paragoni si sprecano. S'è letto sulla bocca di un corrotto che i politici, tirati in ballo nei discorsi, andavano coccolati come belle donne. Oggi un regalo, domani un altro, dopodomani un mazzo di fiori, un invito ecc.. Perdonate la brutalità. Quali coccole, quali belle donne? I politici venivano pagati profumatamente come puttane d'alto bordo, non contenti già di quanti soldi RUBANO alla comunità con i loro IMMERITATI compensi.
Spesso, permetteteci una divagazione, ci siamo chiesti: ma quanti di quelle brutte facce che siedono nei due rami del Parlamento, ma anche delle Regioni e via dicendo, avrebbero avuto tramite le loro professioni - nelle quali la maggior parte certamente non brilla - i compensi che dà loro la politica? E non facciamo nomi, ci servirebbe un intero blog per citarli tutti.
A chi voleva che l'EXPO chiudesse baracca, le menti del paese hanno opposto, con brutto ma calzante paragone: che facciamo chiudiamo tutte le banche per evitare che ci siano rapine? Certo che no. Però un simile paragone ci ha riportati a qualche giorno fa, quando abbiamo riproposto agli organizzatori dell'EXPO, la lettura attenta dei progetti che anni fa (nel 2009) pubblicammo su Music@, relativi al settore culturale della manifestazione. Si trattava di una miniera di progetti, recanti la firma delle maggiori personalità creative del nostro paese. Regalo del tutto gratuito ai milanesi dell'EXPO.
Ripensando a quella nostra iniziativa ci siamo detti che forse era sprecata e fuori luogo quella nostra disinteressata offerta, per la semplice ragione che ad un bandito che va a rapinare una banca e che non esita, in caso di necessità, a fare una strage, non puoi consigliare di mettersi sul viso, per coprirne la vergogna ed anche il riconoscimento, un foulard di Hermes, al posto di una benda nera, perchè quel foulard non cancellerà mai la mostruosità delle continue rapine.
Serve parlare di progetti culturali a chi ha come unico interesse quello di approfittare della valanga di soldi che sta piovendo e pioverà su Milano, causa EXPO?
Noi, che siamo testardi e non perdiamo la fiducia fino all'ultimo momento, nei prossimi giorni invieremo copia di quel ricco dossier di progetti agli organizzatori dell'EXPO ( ci pare di aver letto che Francesca Colombo, ex sovrintendente a Firenze sarebbe stata incaricata di seguire tale settore), primo fra tutti anche a Filippo Del Corno che firmò uno di quei progetti e che in seguito è stato nominato da Pisapia assessore alla cultura del Comune di Milano, e dunque più direttamente interessato alla cosa. Perché, comunque., ne faccia un qualche uso, meglio se buono.
Spesso, permetteteci una divagazione, ci siamo chiesti: ma quanti di quelle brutte facce che siedono nei due rami del Parlamento, ma anche delle Regioni e via dicendo, avrebbero avuto tramite le loro professioni - nelle quali la maggior parte certamente non brilla - i compensi che dà loro la politica? E non facciamo nomi, ci servirebbe un intero blog per citarli tutti.
A chi voleva che l'EXPO chiudesse baracca, le menti del paese hanno opposto, con brutto ma calzante paragone: che facciamo chiudiamo tutte le banche per evitare che ci siano rapine? Certo che no. Però un simile paragone ci ha riportati a qualche giorno fa, quando abbiamo riproposto agli organizzatori dell'EXPO, la lettura attenta dei progetti che anni fa (nel 2009) pubblicammo su Music@, relativi al settore culturale della manifestazione. Si trattava di una miniera di progetti, recanti la firma delle maggiori personalità creative del nostro paese. Regalo del tutto gratuito ai milanesi dell'EXPO.
Ripensando a quella nostra iniziativa ci siamo detti che forse era sprecata e fuori luogo quella nostra disinteressata offerta, per la semplice ragione che ad un bandito che va a rapinare una banca e che non esita, in caso di necessità, a fare una strage, non puoi consigliare di mettersi sul viso, per coprirne la vergogna ed anche il riconoscimento, un foulard di Hermes, al posto di una benda nera, perchè quel foulard non cancellerà mai la mostruosità delle continue rapine.
Serve parlare di progetti culturali a chi ha come unico interesse quello di approfittare della valanga di soldi che sta piovendo e pioverà su Milano, causa EXPO?
Noi, che siamo testardi e non perdiamo la fiducia fino all'ultimo momento, nei prossimi giorni invieremo copia di quel ricco dossier di progetti agli organizzatori dell'EXPO ( ci pare di aver letto che Francesca Colombo, ex sovrintendente a Firenze sarebbe stata incaricata di seguire tale settore), primo fra tutti anche a Filippo Del Corno che firmò uno di quei progetti e che in seguito è stato nominato da Pisapia assessore alla cultura del Comune di Milano, e dunque più direttamente interessato alla cosa. Perché, comunque., ne faccia un qualche uso, meglio se buono.
martedì 6 maggio 2014
All'EXPO di Milano il ristretto mondo della cultura milanese
Le Esposizioni Universali, se si scorre la loro storia, sono sempre state una vetrina non solo dei vari paesi, per i loro usi e costumi innanzitutto, ma nello stesso tempo della cultura e dell'arte, musica compresa, sia del paese organizzatore che di quelli ospiti.
Da tempo, ovviamente, con il progresso e la velocità informativa del villaggio globale, molte di queste caratteristiche delle prime Esposizioni storiche si sono ridimensionate, ma non al punto che l'Expo 2015, che si inaugurerà esattamente fra un anno a Milano, si trasformi in 'nutrimento per i milanesi, ed energie per la loro sopravvivenza'.
Ironia a parte, questa considerazione c'è venuta alla lettura di una lunga intervista all'assessore Del Corno, musicista, responsabile per la cultura del Comune di Milano, uscita su una rivista di musica che, di recente, qualcuno ha definito, la 'rivista che si può comprare più di ogni altra', il cui senso non è riferito all'edicola, nasce alla constatazione che su quella rivista ha spazio l'esistente, meglio se oleato da pubblicità, senza mai una obiezione, un interrogativo su quella realtà illustrata assai spesso dai diretti interessati; perchè i suoi redattori si attengono al protocollo della carta dei giornalisti che recita al punto 1: non puoi chiedere all'oste come è il suo vino; e al punto 3: a caval donato non si guarda in bocca.
Del Corno racconta di aver mobilitato tutte le forze migliori non dell'Italia, ma della città: Gorli ( Divertimento Ensemble), Bonifacio, Boccadoro, Melchiorre ( Conservatorio),Vacchi e qualche altro. A questa ristrettezza di vedute - è una nostra modesta impressione - fa da contraltare, una profusione di termini ed espressioni inglesi, la lingua dell'internazionalità. Insomma etichette accattivanti, utili soprattutto per i visitatori stranieri, su un prodotto locale di origine protetta.
Perché ci interessiamo tanto all'Expo quando non ne abbiamo alcuna responsabilità né consonanza di vedute e interessi? Legittima domanda che merita risposta sincera. Per un preciso nostro interesse a vedere sfruttato un lavoro fatto nel 2009, i cui frutti abbiamo regalato agli organizzatori milanesi che ora, evidentemente, preferiscono chiudersi a riccio sulla città, per coglierne ed esporre le capacità produttive, senza badare espressamente al loro valore.
L'assessore Del Corno sa bene di che parliamo, perché anche lui, da noi interpellato, fu fra coloro che formularono un progetto per l'EXPO ( allora non era assessore, è bene chiarirlo, visto che già una volta una nostra scelta editoriale per Music@ l'ha trovato fortemente contrariato) anche se nell'intervista a quella rivista di musica non ha mai fatto cenno alla miniera di progetti ed idee alla quale ci riferiamo.
Nel 2009 organizzammo una sorta di 'stati generali della cultura', specie musicale, in Italia, allo scopo di formulare progetti e lanciare idee per l'Expo prossimo venturo, e con grande anticipo, per dar modo di valutare i risultati di tale grande sforzo organizzativo, pubblicati allora sul bimestrale Music@, edito dal Conservatorio dell'Aquila ed affidato alla nostra direzione. In quei mesi segnati dalla tragedia del terremoto registrammo anche dei pentimenti, come quello di Vacchi dapprima entusiasta della chiamata a raccolta, e poi scomparso dalla circolazione, lo stesso Vacchi che ora vediamo reclutato per l'ennesimo melologo, quando una volta tanto potrebbe cambiar genere, o saltare un giro. Vacchi sta a Milano come Ambrosini a Venezia: nulla si fa in città senza di loro.
Inviammo tutto quel materiale all'allora sindaco di Milano, Moratti, la quale ci rispose gentilmente assicurandoci che l'avrebbe girato ai diretti interessati all'organizzazione dell'EXPO. Ciò che oggi ci colpisce negativamente è constatare che viene gettato a mare un patrimonio così importante di progetti, per dare spazio a coloro che si vogliono nutrire azzannando quel pò che è rimasto del pianeta, esaurendo le risorse messe in campo per l'occasione.
C'è un solo caso nel quale Milano non viene tirata in ballo, quando si organizza, d'accordo con il MIUR, una parata dei migliori allievi dei nostri conservatori che durante l'EXPO, a turno e per piccoli gruppi, eseguiranno musica italiana per sollazzare i visitatori. Il solito sfruttamento dei giovani, per risparmiare, e senza offrire loro alcuna concreta opportunità.
Ma Del Corno sembra comunque soddisfatto, ed anche la rivista che lo intervista, nella prospettiva di essersi acquistata dei 'buoni mensa' per partecipare al banchetto dell'EXPO, ove ci fosse.
Da tempo, ovviamente, con il progresso e la velocità informativa del villaggio globale, molte di queste caratteristiche delle prime Esposizioni storiche si sono ridimensionate, ma non al punto che l'Expo 2015, che si inaugurerà esattamente fra un anno a Milano, si trasformi in 'nutrimento per i milanesi, ed energie per la loro sopravvivenza'.
Ironia a parte, questa considerazione c'è venuta alla lettura di una lunga intervista all'assessore Del Corno, musicista, responsabile per la cultura del Comune di Milano, uscita su una rivista di musica che, di recente, qualcuno ha definito, la 'rivista che si può comprare più di ogni altra', il cui senso non è riferito all'edicola, nasce alla constatazione che su quella rivista ha spazio l'esistente, meglio se oleato da pubblicità, senza mai una obiezione, un interrogativo su quella realtà illustrata assai spesso dai diretti interessati; perchè i suoi redattori si attengono al protocollo della carta dei giornalisti che recita al punto 1: non puoi chiedere all'oste come è il suo vino; e al punto 3: a caval donato non si guarda in bocca.
Del Corno racconta di aver mobilitato tutte le forze migliori non dell'Italia, ma della città: Gorli ( Divertimento Ensemble), Bonifacio, Boccadoro, Melchiorre ( Conservatorio),Vacchi e qualche altro. A questa ristrettezza di vedute - è una nostra modesta impressione - fa da contraltare, una profusione di termini ed espressioni inglesi, la lingua dell'internazionalità. Insomma etichette accattivanti, utili soprattutto per i visitatori stranieri, su un prodotto locale di origine protetta.
Perché ci interessiamo tanto all'Expo quando non ne abbiamo alcuna responsabilità né consonanza di vedute e interessi? Legittima domanda che merita risposta sincera. Per un preciso nostro interesse a vedere sfruttato un lavoro fatto nel 2009, i cui frutti abbiamo regalato agli organizzatori milanesi che ora, evidentemente, preferiscono chiudersi a riccio sulla città, per coglierne ed esporre le capacità produttive, senza badare espressamente al loro valore.
L'assessore Del Corno sa bene di che parliamo, perché anche lui, da noi interpellato, fu fra coloro che formularono un progetto per l'EXPO ( allora non era assessore, è bene chiarirlo, visto che già una volta una nostra scelta editoriale per Music@ l'ha trovato fortemente contrariato) anche se nell'intervista a quella rivista di musica non ha mai fatto cenno alla miniera di progetti ed idee alla quale ci riferiamo.
Nel 2009 organizzammo una sorta di 'stati generali della cultura', specie musicale, in Italia, allo scopo di formulare progetti e lanciare idee per l'Expo prossimo venturo, e con grande anticipo, per dar modo di valutare i risultati di tale grande sforzo organizzativo, pubblicati allora sul bimestrale Music@, edito dal Conservatorio dell'Aquila ed affidato alla nostra direzione. In quei mesi segnati dalla tragedia del terremoto registrammo anche dei pentimenti, come quello di Vacchi dapprima entusiasta della chiamata a raccolta, e poi scomparso dalla circolazione, lo stesso Vacchi che ora vediamo reclutato per l'ennesimo melologo, quando una volta tanto potrebbe cambiar genere, o saltare un giro. Vacchi sta a Milano come Ambrosini a Venezia: nulla si fa in città senza di loro.
Inviammo tutto quel materiale all'allora sindaco di Milano, Moratti, la quale ci rispose gentilmente assicurandoci che l'avrebbe girato ai diretti interessati all'organizzazione dell'EXPO. Ciò che oggi ci colpisce negativamente è constatare che viene gettato a mare un patrimonio così importante di progetti, per dare spazio a coloro che si vogliono nutrire azzannando quel pò che è rimasto del pianeta, esaurendo le risorse messe in campo per l'occasione.
C'è un solo caso nel quale Milano non viene tirata in ballo, quando si organizza, d'accordo con il MIUR, una parata dei migliori allievi dei nostri conservatori che durante l'EXPO, a turno e per piccoli gruppi, eseguiranno musica italiana per sollazzare i visitatori. Il solito sfruttamento dei giovani, per risparmiare, e senza offrire loro alcuna concreta opportunità.
Ma Del Corno sembra comunque soddisfatto, ed anche la rivista che lo intervista, nella prospettiva di essersi acquistata dei 'buoni mensa' per partecipare al banchetto dell'EXPO, ove ci fosse.
mercoledì 26 marzo 2014
Contro i predoni di Milano. Suoni per l'Expo 2015
La copertina di quel n. 12 (marzo/aprile 2009) di Music@, mostrava un enorme scimmione, tratto dalla filmografia ben nota, che sovrastava con la sua mole addirittura il Duomo di Milano, del quale aveva spezzato la guglia più alta che agitava in una mano, e minacciava di proseguire nella distruzione.
Era il simbolo di quanto di allarmante si andava leggendo sui maggiori quotidiani italiani, e che Music@ riportava fedelmente per mettere in guardia organizzatori ed opinione pubblica. Dalla vittoria della candidatura regalando soldi agli altri concorrenti (secondo Sgarbi), al feroce ritardo nella costituzione del team dell'Expo, al pericolo di cementificare l'intera Milano, ai grattacieli, sulla cui forma 'afflosciata' ironizzava perfino Umbero Eco. Insomma c'era di che aver paura; soprattutto che l'enorme flusso di denaro venisse speso male e che su di esso avesse già messo la mani la malavita ma anche i politici, come dimostra la cronaca dei nostri giorni.
Music@, senza essere incaricata appositamente, di sua iniziativa, pensò di chiedere a molti musicisti italiani di pensare dei progetti da offrire GRATUITAMENTE agli organizzatori milanesi. Molti risposero positivamente all'appello, forse perchè sorpresi da una simile iniziativa; in numero leggermenete inferiore, inviarono i loro progetti. Che furono pubblicati sui nn.12 e 13 del 2009 di Music@. In più sul n.12 si riportavano le lettere di adesione dei musicisti interpellati , talora anche una qualche risposta negativa o dubbiosa sull'utilità dell'iniziativa medesima, ed anche una storia, 'sub specie musicae', delle Esposizioni Universali dell'800 e 900, a cura di Enrica Di Bastiano; e, infine, il racconto dell'esaltante esperienza di Le Corbusier con il suo padiglione ' Philips' all'Esposzione Universale di Bruxelles del 1958, a firma Silvia Lanzalone.
E poi i singoli progetti, raccontati per filo e per segno dai diretti interessati, i loro inventori: Filippo Del Corno, Giorgio Barberio Corsetti, Lorenzo Ferrero, Giorgio Battistelli/Franco Marcoaldi, Azio Corghi/Emma Dante, Paolo Cavallone, Francesco Filidei, Michelangelo Lupone, Riccardo Panfili, Marco Stroppa.
Dieci invenzioni di grande pregio e suggestione, che si possono leggere andando a consultare sul sito del Conservatorio dell'Aquila, l'intera raccolta di Music@ ( www.consaq.it). Come vi abbiamo scritto nel post precedente, inviammo il dossier al sindaco Moratti la quale ci ringraziò promettendoci che avrebbe passato le idee agli organizzatori dell'Expo. Lo fece? Che fine hanno fatto? Sarebbe interessante saperlo.
Era il simbolo di quanto di allarmante si andava leggendo sui maggiori quotidiani italiani, e che Music@ riportava fedelmente per mettere in guardia organizzatori ed opinione pubblica. Dalla vittoria della candidatura regalando soldi agli altri concorrenti (secondo Sgarbi), al feroce ritardo nella costituzione del team dell'Expo, al pericolo di cementificare l'intera Milano, ai grattacieli, sulla cui forma 'afflosciata' ironizzava perfino Umbero Eco. Insomma c'era di che aver paura; soprattutto che l'enorme flusso di denaro venisse speso male e che su di esso avesse già messo la mani la malavita ma anche i politici, come dimostra la cronaca dei nostri giorni.
Music@, senza essere incaricata appositamente, di sua iniziativa, pensò di chiedere a molti musicisti italiani di pensare dei progetti da offrire GRATUITAMENTE agli organizzatori milanesi. Molti risposero positivamente all'appello, forse perchè sorpresi da una simile iniziativa; in numero leggermenete inferiore, inviarono i loro progetti. Che furono pubblicati sui nn.12 e 13 del 2009 di Music@. In più sul n.12 si riportavano le lettere di adesione dei musicisti interpellati , talora anche una qualche risposta negativa o dubbiosa sull'utilità dell'iniziativa medesima, ed anche una storia, 'sub specie musicae', delle Esposizioni Universali dell'800 e 900, a cura di Enrica Di Bastiano; e, infine, il racconto dell'esaltante esperienza di Le Corbusier con il suo padiglione ' Philips' all'Esposzione Universale di Bruxelles del 1958, a firma Silvia Lanzalone.
E poi i singoli progetti, raccontati per filo e per segno dai diretti interessati, i loro inventori: Filippo Del Corno, Giorgio Barberio Corsetti, Lorenzo Ferrero, Giorgio Battistelli/Franco Marcoaldi, Azio Corghi/Emma Dante, Paolo Cavallone, Francesco Filidei, Michelangelo Lupone, Riccardo Panfili, Marco Stroppa.
Dieci invenzioni di grande pregio e suggestione, che si possono leggere andando a consultare sul sito del Conservatorio dell'Aquila, l'intera raccolta di Music@ ( www.consaq.it). Come vi abbiamo scritto nel post precedente, inviammo il dossier al sindaco Moratti la quale ci ringraziò promettendoci che avrebbe passato le idee agli organizzatori dell'Expo. Lo fece? Che fine hanno fatto? Sarebbe interessante saperlo.
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