Luigi Boschi, nel suo seguitissimo blog, lamenta la dimenticanza piovuta su Arturo Toscanini, a cominciare nella sua natale Parma, al cadere del 150 anniversario della sua nascita, avvenuta appunto nel 1867. Incolpando di ciò prevalentemente il sindaco Pizzarotti che ritiene non sufficientemente interessato a tale causa, mentre dovrebbe esserlo, forse perché non trova interlocutori a Roma, dove gli anniversari da festeggiare si decidono e quelli da passare sotto silenzio pure.
A Roma, s'è deciso di celebrare i 150 anni dalla morte di Rossini (che cadranno nel 2018) e giustamente, con la creazione di un comitato d'onore, già costituito, nel quale siedono anche Napolitano e Gianni Letta, ed apposita legge per i finanziamenti; per Toscanini no.
Ed anche il Comitato internazionale 'Viva Toscanini', nato e finanziato nelle precedenti celebrazioni, per il 2007( cinquant'anni della morte) tace, anzi sembra 'in sonno' profondo. E dire che alla sua nascita - non uno ma due comitati, uno d'onore e l'altro esecutivo, ambedue con centinaia di componenti (si vada sul sito e si leggano i nomi, molte le sorprese!) con gente d'ogni risma - sembrò, anche a noi che lo criticammo non senza ragioni, volersi assumere ogni volta l'incarico ed i finanziamenti relativi ai ricorrenti ricordi celebrativi del grande direttore. Così almeno si leggeva, e si legge tuttora, sulla home page del sito ad esso dedicato e che noi abbiamo riprodotto alla lettera (salvo che per i neretti, introdotti per agevolarne la lettura) nel post precedente.
Luigi Boschi - non più noi, che dal Comitato abbiamo ricevuto parecchi avvertimenti che miravano a non occuparcene più - dovrebbe svolgere un'indagine sul quel Comitato chilometrico, per i componenti, e forse anche per i finanziamenti di allora, che mancano oggi.
Viva Toscanini! anche senza il duplice Comitato internazionale.
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venerdì 25 novembre 2016
lunedì 20 giugno 2016
A Roma l'incognita Virginia
Che farà Virginia Raggi, sindaca di Roma, con le istituzioni culturali della Capitale, che non sono tanto poche e per le quali, come si ebbe a capire da una visita all'Opera, raccontata dal Corriere, alcuni mesi fa, la Raggi tiene soprattutto a vedere i conti, infischiandosene di ciò che quelle istituzioni fanno? Del resto la parola 'cultura', e i suoi sinonimi, non sono del tutto assenti dal vocabolario politico e elettorale del movimento di Grillo, ora giunto finalmente al potere, in due città capitali del nostro paese: Roma e Torino?
Fa bene a vedere i conti, sperando che d'ora in avanti chi sperpera ci rimetta di tasca propria, e fissando a non più di due mandati la permanenza negli incarichi dirigenziali delle 'partecipate' ed assimilabili' comunali.
La sindaca vorrà vederci chiaro nel Teatro dell'Opera, nell'Accademia di Santa Cecilia - sebbene goda di una certa autonomia, ma forse qualche stipendio degli incarichi apicali potrebbe essere limato al ribasso, perchè no? - in Musica per Roma, nella 'Festa del cinema', Palazzo delle Esposizioni, Teatro di Roma ecc..
C'è solo da augurarsi che non proceda, dopo aver verificato che i conti sono a posto, alla nomina di persone gradite al movimento ma digiune di amministrazione di istituzioni culturali, che non ripeta gli errori che Pizzarotti ha fatto a Parma, con le nomine al Teatro Regio, pescando i dirigenti in mondi ed organizzazioni di provincia che fanno temere per futuri 'disastri all'opera'. Già il doppio caso degli assessori alla cultura proposti dalla Raggi fanno sorgere qualche giustificato timore!
Poi c'è un altro caso, da poco portato all'attenzione, quello dell'Accademia Filarmonica che per i suoi uffici nella splendida sede di via Flaminia, paga pochi centesimi l'anno, e con contratto scaduto.
E poi se riuscisse, dopo molti anni, a cancellare l'impronta famigliare nella gestione della Istituzione Universitaria dei Concerti, in mano alla famiglia Fortuna, e ad un gruppetto agguerrito, da mezzo secolo e passa, non sarebbe male.
E c'è anche Romaeuropa, dove i dirigenti sono praticamente dirigenti 'a vita', ma con soldi pubblici e non di famiglia; le sorti del Teatro Valle la cui convenzione, con passaggio di proprietà, fra ministero e Campidoglio è stata firmato solo qualche giorno fa ecc...
Nella soluzione a tutti questi problemi, la Raggi avrà al suo fianco Bergamo, assessore alla cultura in pectore, almeno fino alla viglia delle elezioni.
A tutti questi problemi sarebbe importante che la Raggi dedicasse un pò d'attenzione, ma la stessa attenzione deve dedicare alle finalità di queste istituzioni, il cui raggiungimento deve misurarsi sotto il profilo economico e non.
E non vogliamo sentir dire: prima pensiamo alle buche, ai mezzi di trasporto pubblico e poi alla cultura. Se avessero ragionato in questo modo all'indomani della fine della seconda guerra mondiale, oggi avremmo ancora un deserto culturale in Italia. Si devono risolvere i problemi pratici dei cittadini, ma nello stesso tempo si deve anche pensare a farli crescere in un nuovo spirito e far loro respirare nuova aria, e questo lo fa la cultura.
Fa bene a vedere i conti, sperando che d'ora in avanti chi sperpera ci rimetta di tasca propria, e fissando a non più di due mandati la permanenza negli incarichi dirigenziali delle 'partecipate' ed assimilabili' comunali.
La sindaca vorrà vederci chiaro nel Teatro dell'Opera, nell'Accademia di Santa Cecilia - sebbene goda di una certa autonomia, ma forse qualche stipendio degli incarichi apicali potrebbe essere limato al ribasso, perchè no? - in Musica per Roma, nella 'Festa del cinema', Palazzo delle Esposizioni, Teatro di Roma ecc..
C'è solo da augurarsi che non proceda, dopo aver verificato che i conti sono a posto, alla nomina di persone gradite al movimento ma digiune di amministrazione di istituzioni culturali, che non ripeta gli errori che Pizzarotti ha fatto a Parma, con le nomine al Teatro Regio, pescando i dirigenti in mondi ed organizzazioni di provincia che fanno temere per futuri 'disastri all'opera'. Già il doppio caso degli assessori alla cultura proposti dalla Raggi fanno sorgere qualche giustificato timore!
Poi c'è un altro caso, da poco portato all'attenzione, quello dell'Accademia Filarmonica che per i suoi uffici nella splendida sede di via Flaminia, paga pochi centesimi l'anno, e con contratto scaduto.
E poi se riuscisse, dopo molti anni, a cancellare l'impronta famigliare nella gestione della Istituzione Universitaria dei Concerti, in mano alla famiglia Fortuna, e ad un gruppetto agguerrito, da mezzo secolo e passa, non sarebbe male.
E c'è anche Romaeuropa, dove i dirigenti sono praticamente dirigenti 'a vita', ma con soldi pubblici e non di famiglia; le sorti del Teatro Valle la cui convenzione, con passaggio di proprietà, fra ministero e Campidoglio è stata firmato solo qualche giorno fa ecc...
Nella soluzione a tutti questi problemi, la Raggi avrà al suo fianco Bergamo, assessore alla cultura in pectore, almeno fino alla viglia delle elezioni.
A tutti questi problemi sarebbe importante che la Raggi dedicasse un pò d'attenzione, ma la stessa attenzione deve dedicare alle finalità di queste istituzioni, il cui raggiungimento deve misurarsi sotto il profilo economico e non.
E non vogliamo sentir dire: prima pensiamo alle buche, ai mezzi di trasporto pubblico e poi alla cultura. Se avessero ragionato in questo modo all'indomani della fine della seconda guerra mondiale, oggi avremmo ancora un deserto culturale in Italia. Si devono risolvere i problemi pratici dei cittadini, ma nello stesso tempo si deve anche pensare a farli crescere in un nuovo spirito e far loro respirare nuova aria, e questo lo fa la cultura.
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lunedì 6 giugno 2016
ELEZIONI AMMINISTRATIVE A ROMA. E se Raggi... Giachetti... Fassina... Meloni e Marchini...
Il primo turno si è appena concluso con un successo -prevedibile - della Raggi ed un secondo posto certamente non scontato di Giachetti, mentre Meloni piange e Fassina e Marchini devono ripensare al loro futuro, anche prossimo.
Fra quindici giorni il ballottaggio, che è tutta un'altra partita, con palla al centro, dimenticando i risultati del primo.
Raggi con il Movimento 5 stelle ha messo paura, secondo alcuni; è stata la vittima sacrificale del complotto ai suoi stessi danni, secondo altri.
Giachetti, zitto zitto, pur uscendo da un tunnel che lo stesso PD ha creato sul suo cammino, è riuscito, seppure a poca distanza a lasciarsi alle spalle la sua più temibile concorrente, Giorgia Meloni; mentre con la Raggi, almeno al primo turno, non c'era nè ci poteva essere storia.
Adesso nei prossimi quindici giorni che separano dal voto del secondo turno i partiti devono riorganizzarsi e dimostrare la forza reciproca.
Raggi deve presentare la sua squadra, per non perdere eventualmente tempo dopo, deve illustrare il programma di governo completo, magari con una scansione temporale precisa e chiamare a raccolta anche quelli che al primo turno non l'hanno votata, altrimenti la vittoria è stato come un fuoco di fiamma e niente più.
Chi pensa che questa vittoria sia stata fatta a tavolino per mostrare i piedi d'argilla del movimento forse ha torto ma evidenzia la paura che serpeggia, dopo l'euforia iniziale, nello stesso Movimento che a Roma si gioca ala faccia, anche quella nazionale. Perchè Roma non è né Parma né Livorno e neppure Pomezia, cittadine dove, con vicende alterne (positiva almeno a Pomezia ed anche a Parma, a parte i dissidi interni al Movimento, negativa a Livorno ed anche altrove, come in Campania) il Movimento già governa.
Veltroni, nei rari interventi durante la campagna elettorale, ha messo sull'avviso gli elettori, ammonendoli a non scegliere gli 'apprendisti' amministratori, specie per Roma,città difficilissima e disastrata che forse neppure un miracolo o un Giubileo perpetuo riuscirebbero a rimetter in ordine.
E' questa la vera incognita che pesa sulla vittoria finale della Raggi, che non è affatto scontata.
Giachetti, la sua squadra e il programma deve averlo già pronto, stando alle prime dichiarazioni della vigilia elettorale, ora li confermi e ribadisca il suo impegno con elementi concreti. Lui deve far dimenticare chi l'ha preceduto anche del suo stesso partito, un vero disastro che ora qualcuno minimizza addebitando la caduta di Marino a faide interne allo stesso suo partito. No, Marino è stato un vero disastro per tutti, e s'è fatto male anche da solo. Il contrario di Veltroni che non ha sbagliato mai un colpo all'apparenza, ma che forse ha governato poco se è riuscito a imbarcare nel suo gabinetto mascalzoni e ladroni, senza accorgersene, perché ogni giorno più impegnato in inaugurazioni e tagli di nastri per opere pie. Sì Veltroni è stato uno dei migliori sindaci degli ultimi anni, soprattutto a parole, meno nei fatti, tanto da lasciare via libera ad Alemanno che ha proseguito e portato a termine il disastro di Roma.
Giachetti che speranza ha? Noi crediamo che lui possa farcela. Non è successo già in Austria alle ultime presidenziali, quando il candidato di destra, dato per vincitore assoluto al primo turno ( 'destra' che Raggi naturalmente non è, ma comunque candidata antisistema, come quello austriaco) è stato battuto, al secondo turno, dal capo partito dei Verdi?
Giachetti vincerà (forse?) ma deve essere disposto, e non solo perchè glielo ordina il PD o Renzi, a portare sulle spalle una croce pesante assai, ma nel salire il suo calvario- ci si perdoni la bestemmia! - non può né fermarsi ( per farsi asciugare il sudore della fronte) né cadere, altrimenti né lui né il suo PD potranno più rialzarsi. Una sfida non da poco. Ma prima ancora di salire al Campidoglio, deve convincere quelli del suo stesso partito che si fanno da soli la guerra a non darsi martellate sulle p... sport che coltivano con appassionata totale dedizione e bravura.
Fra quindici giorni il ballottaggio, che è tutta un'altra partita, con palla al centro, dimenticando i risultati del primo.
Raggi con il Movimento 5 stelle ha messo paura, secondo alcuni; è stata la vittima sacrificale del complotto ai suoi stessi danni, secondo altri.
Giachetti, zitto zitto, pur uscendo da un tunnel che lo stesso PD ha creato sul suo cammino, è riuscito, seppure a poca distanza a lasciarsi alle spalle la sua più temibile concorrente, Giorgia Meloni; mentre con la Raggi, almeno al primo turno, non c'era nè ci poteva essere storia.
Adesso nei prossimi quindici giorni che separano dal voto del secondo turno i partiti devono riorganizzarsi e dimostrare la forza reciproca.
Raggi deve presentare la sua squadra, per non perdere eventualmente tempo dopo, deve illustrare il programma di governo completo, magari con una scansione temporale precisa e chiamare a raccolta anche quelli che al primo turno non l'hanno votata, altrimenti la vittoria è stato come un fuoco di fiamma e niente più.
Chi pensa che questa vittoria sia stata fatta a tavolino per mostrare i piedi d'argilla del movimento forse ha torto ma evidenzia la paura che serpeggia, dopo l'euforia iniziale, nello stesso Movimento che a Roma si gioca ala faccia, anche quella nazionale. Perchè Roma non è né Parma né Livorno e neppure Pomezia, cittadine dove, con vicende alterne (positiva almeno a Pomezia ed anche a Parma, a parte i dissidi interni al Movimento, negativa a Livorno ed anche altrove, come in Campania) il Movimento già governa.
Veltroni, nei rari interventi durante la campagna elettorale, ha messo sull'avviso gli elettori, ammonendoli a non scegliere gli 'apprendisti' amministratori, specie per Roma,città difficilissima e disastrata che forse neppure un miracolo o un Giubileo perpetuo riuscirebbero a rimetter in ordine.
E' questa la vera incognita che pesa sulla vittoria finale della Raggi, che non è affatto scontata.
Giachetti, la sua squadra e il programma deve averlo già pronto, stando alle prime dichiarazioni della vigilia elettorale, ora li confermi e ribadisca il suo impegno con elementi concreti. Lui deve far dimenticare chi l'ha preceduto anche del suo stesso partito, un vero disastro che ora qualcuno minimizza addebitando la caduta di Marino a faide interne allo stesso suo partito. No, Marino è stato un vero disastro per tutti, e s'è fatto male anche da solo. Il contrario di Veltroni che non ha sbagliato mai un colpo all'apparenza, ma che forse ha governato poco se è riuscito a imbarcare nel suo gabinetto mascalzoni e ladroni, senza accorgersene, perché ogni giorno più impegnato in inaugurazioni e tagli di nastri per opere pie. Sì Veltroni è stato uno dei migliori sindaci degli ultimi anni, soprattutto a parole, meno nei fatti, tanto da lasciare via libera ad Alemanno che ha proseguito e portato a termine il disastro di Roma.
Giachetti che speranza ha? Noi crediamo che lui possa farcela. Non è successo già in Austria alle ultime presidenziali, quando il candidato di destra, dato per vincitore assoluto al primo turno ( 'destra' che Raggi naturalmente non è, ma comunque candidata antisistema, come quello austriaco) è stato battuto, al secondo turno, dal capo partito dei Verdi?
Giachetti vincerà (forse?) ma deve essere disposto, e non solo perchè glielo ordina il PD o Renzi, a portare sulle spalle una croce pesante assai, ma nel salire il suo calvario- ci si perdoni la bestemmia! - non può né fermarsi ( per farsi asciugare il sudore della fronte) né cadere, altrimenti né lui né il suo PD potranno più rialzarsi. Una sfida non da poco. Ma prima ancora di salire al Campidoglio, deve convincere quelli del suo stesso partito che si fanno da soli la guerra a non darsi martellate sulle p... sport che coltivano con appassionata totale dedizione e bravura.
sabato 14 maggio 2016
Per un Pizzarotti che si vuole 'dimesso' c'è un Nogarin che si sostiene nella resistenza. Cinquestelle dynasty
Due sindaci 'cinquestelle', uno perfettamente integrato nella dynasty 'Casaleggio&Figlio' e l'altro ai margini, dissenziente. Ambedue raggiunti da un avviso di garanzia.
Per Nogarin, sindaco di Livorno, la dynasty invita a leggere bene le carte e ad attendere l'evolversi dell'inchiesta, per poi decidere se dimetterlo o meno, perché non tutti gli avvisi di garanzia sono uguali; l'altro, sindaco di Parma, sul quale da due mesi indaga la procura di Parma, per le nomine al Teatro Regio, che non ha messo al corrente la dynasty, che ora si vorrebbe, perché dissenziente dalla medesima, dimesso sic et simpliciter.
Ma gli avvisi di garanzia, non aveva detto la dynasty che non sono tutti uguali, mentre per quelli che raggiungono esponenti di altri partiti suonano, senza indugio, alle orecchie della Casaleggio & Figlio come condanne già definitive?
Gli avvisi di garanzia non sono tutti uguali , come non dargli ragione; ma anche gli oggetti di tali avvisi non sono tutti uguali. E allora? O si dice che occorre guardare ai singoli casi prima di decidere - sempre ! - anche perché, comunque gli avvisi possono essere, talvolta, anche 'atti dovuti', oppure al loro invio debbono suonare come condanna, che necessita immediatamente delle dimissioni da ogni incarico pubblico. Come la dynasty chiede ora a Pizzarotti e, invece, non chiede a Nogarin.
Intanto a proposito delle prossime elezioni amministrative, il cui clima infuocato non può non influenzare anche queste vicende, registriamo alcuni particolari della campagna romana.
Innanzitutto che le sorellastre Mussolini gareggiano su fronti opposti; che la Pivetti, in cerca di nuovo lavoro, dopo aver fatto senza molto successo ma per tirare a campare perfino la soubrette, s'è rimessa il foulard alla gola, stile presidente della camera di un tempo, per seguire come la sua ombra quel gentiluomo di Salvini; che le uscite ultime di Marchini inducono a celebrare come genio, Mariastella Gelmini, ex ministro dell'Istruzione, indimenticabile, per aver almeno parlato del tunnel, segretissimo, che collega Ginevra al Gran Sasso, entro il quale far passare la materia ( grigia?); e poi il rilievo dello slogan, ma forse solo quello, della principessina Ruspoli ( candidata con la Meloni) 'meglio nobili che ignobili! ( azzeccato!, perfino geniale); mentre fa piangere quello della Raggi che gioca sul suo cognome nello slogan: coRAGGIo di cambiare!
Tornando a Pizzarotti. Sull'argomento 'Teatro Regio', e prima ancora sull'assessore alla cultura pizzarottiana, Luigi Boschi, nel suo blog (che la magistratura ha voluto mettere a tacere, perchè metteva bocca su fatti e misfatti parmigiani) ha raccontato tutto, anche in questi giorni, tornando a quella storia che ormai data qualche anno, quella cioè delle nomine al Regio, del direttore generale e della incaricata ai 'progetti speciali', per le quali aveva richiesto una 'manifestazione di interesse' agli aspiranti, i cui curriculum furono sottoposti ad una commissione che, alla fine dei lavori, stilò una lista di 7 candidati con le carte in regola. Quella commissione non s'è mai capito se fosse presieduta da Cristiano Chiarot, sovrintendente a Venezia, o se Chiarot fosse uno dei membri, forse il più titolato fra gli esaminatori, se non altro per la carica che ha. In questa rosa di nomi eccelleva come astro luminosissimo Carmelo Di Gennaro che, vistosi escluso dall'incarico di direttore generale, se ne lamentò pubblicamente con una lettera aperta.
Chi pensa che simili storture, che calpestano il curriculum honorum di uno dei più noti direttori artistici che l'Europa si contende a suon di dimenticanze e che perciò s'è messo in proprio, Di Gennaro appunto, sappia che la provincialissma Parma non è seconda neppure alla centralissima Roma del Mibac di Franceschini, il quale per le sue (del ministero) commissioni consultive, a seguito di richiesta di manifestazione di interesse, se ne è fottuto dei curriculum - che forse non era neppure in grado di valutare o che ha valutato secondo criteri di 'obbedienza e sottomissione'- per metterci chi gli pareva. Perciò chi se la prende con Pizzarotti, non si dimentichi di Franceschini. Resta solo da vedere chi farà meno danni, se i nominati di Pizzarotti o di Franceschini.
Per Nogarin, sindaco di Livorno, la dynasty invita a leggere bene le carte e ad attendere l'evolversi dell'inchiesta, per poi decidere se dimetterlo o meno, perché non tutti gli avvisi di garanzia sono uguali; l'altro, sindaco di Parma, sul quale da due mesi indaga la procura di Parma, per le nomine al Teatro Regio, che non ha messo al corrente la dynasty, che ora si vorrebbe, perché dissenziente dalla medesima, dimesso sic et simpliciter.
Ma gli avvisi di garanzia, non aveva detto la dynasty che non sono tutti uguali, mentre per quelli che raggiungono esponenti di altri partiti suonano, senza indugio, alle orecchie della Casaleggio & Figlio come condanne già definitive?
Gli avvisi di garanzia non sono tutti uguali , come non dargli ragione; ma anche gli oggetti di tali avvisi non sono tutti uguali. E allora? O si dice che occorre guardare ai singoli casi prima di decidere - sempre ! - anche perché, comunque gli avvisi possono essere, talvolta, anche 'atti dovuti', oppure al loro invio debbono suonare come condanna, che necessita immediatamente delle dimissioni da ogni incarico pubblico. Come la dynasty chiede ora a Pizzarotti e, invece, non chiede a Nogarin.
Intanto a proposito delle prossime elezioni amministrative, il cui clima infuocato non può non influenzare anche queste vicende, registriamo alcuni particolari della campagna romana.
Innanzitutto che le sorellastre Mussolini gareggiano su fronti opposti; che la Pivetti, in cerca di nuovo lavoro, dopo aver fatto senza molto successo ma per tirare a campare perfino la soubrette, s'è rimessa il foulard alla gola, stile presidente della camera di un tempo, per seguire come la sua ombra quel gentiluomo di Salvini; che le uscite ultime di Marchini inducono a celebrare come genio, Mariastella Gelmini, ex ministro dell'Istruzione, indimenticabile, per aver almeno parlato del tunnel, segretissimo, che collega Ginevra al Gran Sasso, entro il quale far passare la materia ( grigia?); e poi il rilievo dello slogan, ma forse solo quello, della principessina Ruspoli ( candidata con la Meloni) 'meglio nobili che ignobili! ( azzeccato!, perfino geniale); mentre fa piangere quello della Raggi che gioca sul suo cognome nello slogan: coRAGGIo di cambiare!
Tornando a Pizzarotti. Sull'argomento 'Teatro Regio', e prima ancora sull'assessore alla cultura pizzarottiana, Luigi Boschi, nel suo blog (che la magistratura ha voluto mettere a tacere, perchè metteva bocca su fatti e misfatti parmigiani) ha raccontato tutto, anche in questi giorni, tornando a quella storia che ormai data qualche anno, quella cioè delle nomine al Regio, del direttore generale e della incaricata ai 'progetti speciali', per le quali aveva richiesto una 'manifestazione di interesse' agli aspiranti, i cui curriculum furono sottoposti ad una commissione che, alla fine dei lavori, stilò una lista di 7 candidati con le carte in regola. Quella commissione non s'è mai capito se fosse presieduta da Cristiano Chiarot, sovrintendente a Venezia, o se Chiarot fosse uno dei membri, forse il più titolato fra gli esaminatori, se non altro per la carica che ha. In questa rosa di nomi eccelleva come astro luminosissimo Carmelo Di Gennaro che, vistosi escluso dall'incarico di direttore generale, se ne lamentò pubblicamente con una lettera aperta.
Chi pensa che simili storture, che calpestano il curriculum honorum di uno dei più noti direttori artistici che l'Europa si contende a suon di dimenticanze e che perciò s'è messo in proprio, Di Gennaro appunto, sappia che la provincialissma Parma non è seconda neppure alla centralissima Roma del Mibac di Franceschini, il quale per le sue (del ministero) commissioni consultive, a seguito di richiesta di manifestazione di interesse, se ne è fottuto dei curriculum - che forse non era neppure in grado di valutare o che ha valutato secondo criteri di 'obbedienza e sottomissione'- per metterci chi gli pareva. Perciò chi se la prende con Pizzarotti, non si dimentichi di Franceschini. Resta solo da vedere chi farà meno danni, se i nominati di Pizzarotti o di Franceschini.
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domenica 14 giugno 2015
In onore del Verdi massone ricostituita l'antica via dell'osservanza, che unisce tre centri della congrega.
Se Verdi era massone ed anticlericale - ma le due cose non sono congiunte per forza - ormai lo pensano tutti. E prima ancora che un recente studio sul 'Falstaff ' ne offrisse ragioni perfino musicali come si trovano, ad esempio, nel 'Flauto' mozartiano. Ora in omaggio a Verdi si è voluta ricostruire, con una precisa indicazione di percorso e sentieri che attraversando il centro Italia, legano Siena a Bologna a Parma, per intanto. Salvo poi ad includere in detto sentiero, nei mesi a venire, anche Perugia e Roma, capitali della massoneria. Non quella deviata, per carità, ma quella che, più modestamente e disinteressatamente ( !) in nome dell'appartenenza, fa affari, risolve diatribe, distribuisce mansioni di potere. In questo caso nel nome e con la benedizione di Verdi.
Di recente, su indicazione del MIBACT, alla presidenza dell'Istituto di Studi Verdiani, con sede a Parma, la Parma di Verdi e Toscanini, è stato nominato un illustre compositore che, sia detto in premessa, con la massoneria non c'entra affatto, semmai potrebbero - il dubitativo è obbligatorio! - coloro che qui e là l'hanno voluto in posti di responsabilità, nei quali nel giro di pochi mesi tanti ne ha collezionati, dal momento che tutti si sono accorti di non poter più fare a meno di lui. C'è stata una rivolta da parte di illustri studiosi verdiani i quali hanno protestato perché un compositore di oggi, con scarsa conoscenza dell'opera verdiana, ed anzi sbilanciato, a differenza di Verdi, sull'opera 'suoni e luci', meglio se elettronici, fosse messo a capo di un istituto che alla conoscenza dell'opera di Verdi - MASSONE - è votata per statuto. Il neo eletto non si è scomposto ed anzi ha subito nominato un nuovo direttore dei 'Quaderni' di Studi verdiani' che fino al giorno prima erano stati affidata a studiosi verdiani quali Sala e prima ancora Petrobelli e Della Seta. Ed anche in questo secondo caso, lo diciamo con assoluta certezza, la massoneria non ce'entra un fico secco. Proprio come il neo eletto direttore c'entra con la musicologia verdiana e con la direzione di una rivista musicologica. E pure lui ha già chiaro il piano della sua direzione: guardare alla musica del vecchio Verdi con gli occhi dell contemporaneità. A gennaio, a Verdi piacendo, ne darà un esempio, interpellando una schiera di musicisti di oggi sull'attualità di Verdi. Non è una cosa nuovissima - ha subito dichiarato per non attribuirsi meriti che non ha - perchè nel primo numero di 'Studi verdiani', all'inizio degli anni Ottanta, comparve proprio un saggio di Luciano Berio - poche pagine, ha voluto ricordare, dal titolo 'Verdi?' con il punto interrogativo. Dimenticando però che proprio in quegli anni Berio aveva terminato di scrivere ' Un re in ascolto' - che noi ascoltammo al battesimo pubblico a Salisburgo, diretta da Maazel - con riferimenti chiarissimi ed espliciti a Verdi, ad una sua opera in particolare. Staremo a leggere le nuove mirabolanti imprese, a gennaio, se ci riesce, del nuovo direttore, di una pubblicazione che ha cadenza annuale.
E così a sua insaputa, l'aitante compositore di oggi, forse per decisione della massoneria, cui lui si dichiara estraneo e disinteressato, nel giro di pochi mesi, s'è trovato catapultato ai vertici dell'Accademia Chigiana - lui,rarissimo esempio di musicista che non è mai passato da quelle aule - al vertice del teatro Comunale di Bologna e all'Istituto verdiano di Parma, patria di Verdi, MASSONE. Nel cui nome si è ricomposta la 'Via Massonica' che collega tre capitali della consorteria: Siena, Bologna e Parma.
Di recente, su indicazione del MIBACT, alla presidenza dell'Istituto di Studi Verdiani, con sede a Parma, la Parma di Verdi e Toscanini, è stato nominato un illustre compositore che, sia detto in premessa, con la massoneria non c'entra affatto, semmai potrebbero - il dubitativo è obbligatorio! - coloro che qui e là l'hanno voluto in posti di responsabilità, nei quali nel giro di pochi mesi tanti ne ha collezionati, dal momento che tutti si sono accorti di non poter più fare a meno di lui. C'è stata una rivolta da parte di illustri studiosi verdiani i quali hanno protestato perché un compositore di oggi, con scarsa conoscenza dell'opera verdiana, ed anzi sbilanciato, a differenza di Verdi, sull'opera 'suoni e luci', meglio se elettronici, fosse messo a capo di un istituto che alla conoscenza dell'opera di Verdi - MASSONE - è votata per statuto. Il neo eletto non si è scomposto ed anzi ha subito nominato un nuovo direttore dei 'Quaderni' di Studi verdiani' che fino al giorno prima erano stati affidata a studiosi verdiani quali Sala e prima ancora Petrobelli e Della Seta. Ed anche in questo secondo caso, lo diciamo con assoluta certezza, la massoneria non ce'entra un fico secco. Proprio come il neo eletto direttore c'entra con la musicologia verdiana e con la direzione di una rivista musicologica. E pure lui ha già chiaro il piano della sua direzione: guardare alla musica del vecchio Verdi con gli occhi dell contemporaneità. A gennaio, a Verdi piacendo, ne darà un esempio, interpellando una schiera di musicisti di oggi sull'attualità di Verdi. Non è una cosa nuovissima - ha subito dichiarato per non attribuirsi meriti che non ha - perchè nel primo numero di 'Studi verdiani', all'inizio degli anni Ottanta, comparve proprio un saggio di Luciano Berio - poche pagine, ha voluto ricordare, dal titolo 'Verdi?' con il punto interrogativo. Dimenticando però che proprio in quegli anni Berio aveva terminato di scrivere ' Un re in ascolto' - che noi ascoltammo al battesimo pubblico a Salisburgo, diretta da Maazel - con riferimenti chiarissimi ed espliciti a Verdi, ad una sua opera in particolare. Staremo a leggere le nuove mirabolanti imprese, a gennaio, se ci riesce, del nuovo direttore, di una pubblicazione che ha cadenza annuale.
E così a sua insaputa, l'aitante compositore di oggi, forse per decisione della massoneria, cui lui si dichiara estraneo e disinteressato, nel giro di pochi mesi, s'è trovato catapultato ai vertici dell'Accademia Chigiana - lui,rarissimo esempio di musicista che non è mai passato da quelle aule - al vertice del teatro Comunale di Bologna e all'Istituto verdiano di Parma, patria di Verdi, MASSONE. Nel cui nome si è ricomposta la 'Via Massonica' che collega tre capitali della consorteria: Siena, Bologna e Parma.
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domenica 5 ottobre 2014
Dario Franceschini : il delirio dell'ignoranza
Prima Franceschini aveva taciuto, tanto ci pensavano Marino e Fuortes a dire stronzate - oggi, ci sia perdonato il linguaggio colorito, non riusciamo davvero ad evitarlo - poi ha pensato di intervenire in prima persona, secondo lo stile di tanti politici deliranti, causa ignoranza.
Fuortes non aveva altra scelta ed ha agito bene. Le stronzate - perdonate il bis - che anche Franceschin aveva detto nei giorni scorsi oggi se le è rimangiate. Ci riferiamo a quelle affermazioni fuori da ogni sano ragionare, secondo cui il caso 'Roma' potrebbe servire di esempio alle altre fondazioni che hanno problemi. Oggi ha detto che 'Roma' è un caso a sé che non può essere applicato a nessun altro. Ieri lui, Marino e Fuortes avevano anche detto che le altre fondazioni, seguendo l'esempio di Roma, sarebbero potute entrate nel novero delle grandi istituzioni internazionali, garantendo anche in Italia, sulla scorta di quelle 'internazionali', la qualità che il settore delle fondazioni liriche deve avere.
Dopo le dichiarazioni del sovrintendente dell'Opera di Vienna, chiamato in causa perchè desse forza al disastro di Roma, il quale, senza dirlo, dava dell'ignorante a Fuortes innanzitutto, ma anche ai suoi complici e sostenitori, Marino e Franceschini. anche questa 'stronzata' ( abbiamo fatto tris. basta!) ora evitano di dirla. Un teatro di qualità, con attività continua non può diventare un centro di scambio di orchestre che vanno e vengono od anche di una sola, ma esterna, che entra ed esce. Purtroppo Marino e Franceschini non sanno nulla di orchestre e di teatri; ma allo stesso livello di ignoranza si rivela anche il sovrintendente Fuortes, che, ancora una volta dimostra quanto sia stato avventato da parte di Marino metterlo a capo dell'Opera. Fuortes non può capire che è impossibile fare questo mentre che si svolgono prove di ogni genere - come il melodramma richiede.
Ancora non si è sentita nessuna voce autorevole alzarsi dai giornali e dalle sedi istituzionali per denunciare il tentativo di sfasciare la musica in Italia; e per questo i cronisti diventati specialisti nel 'casino roma' continuano a scrivere le loro idiozie ( De Cicco anche oggi sul Messaggero, porta l' esempio di Berlino e Parma. Sarebbe stato sufficiente che egli avesse avuto una minima nozione di quei due casi, per evitare l'ennesimo 'sentito dire' falso) o a far da megafono ai politici, quelli di sopra i quali, non lo ripetiamo per l'ennesima volta, dicono str...
Oggi Fuortes replica a coloro i quali gli hanno sbattuto in faccia l'art.18, tuttora in vigore. No, ha detto l'economista della cultura, qui non si applica ( anche Franceschini lo ha detto che l'art.18 non è applicabile alle fondazioni liriche. chissà perché) l'art.18, perché parliamo di 'eccellenze ' e di 'artisti'; ed un economista di valore ha aggiunto che non può essere applicato perché si tratta non di un licenziamento di singoli ma di un'intera orchestra, come se l'orchestra non fosse composta da singoli, ai quali arriveranno le lettere di licenziamento una per ciascuno. E si affrettano a dire che non è vero che saranno licenziati, perché torneranno a lavorare in teatro. Ma se sarà questo l'epilogo ci volete spiegare perché vi tenete ancora Fuortes che di questo casino è l'artefice principale?
Insomma gli artefici di questo disastro che l'unica cosa buona a fare sarebbe che tornassero indietro sulla loro decisione ( naturalmente non vogliamo tenere fuori i sindacati scioperanti oltranzisti che, oggi, solo oggi, stanno capendo che disastro da parte loro hanno procurato al teatro) parlano e vanno avanti. Franceschini, poi, per dimostrare a tutti quanto non capisca nulla della materia del suo ministero, paragona l'Opera di Roma disastrata alla virtuosa Santa Cecilia, dimenticando un piccolo fattore di diversità: il teatro vive di allestimenti, i concerti no, con tutto quel che ne segue.
A proposito di Santa Cecilia, pur complimentandoci questa volta per la campagna abbonamenti in stile 'animalier' (fagotto illustrato con l'animale con marsupio da fagotto animale), abbiamo letto l'inserzione pubblicitaria della sua prossima stagione, nella quale sono elencati le star del programma; tolti Biondi e Brunello, non c'è neanche un altro italiano fra gli interpreti.
Ecco un punto sul quale Franceschini se fosse un ministro con le palle ( scusate ci è scappato di nuovo!) dovrebbe intervenire, come anche sull'abolizione di tutte le indennità - molte delle quali sono solo un ricordo, ma le altre potrebbero tutte essere eliminate. Il ministro che intende risparmiare e chiama la cultura a fare 'sacrifici' è lo stesso ministro che inaugura con la sua benedizione e con opere di bene un nuovo festival, in quel di Pompei ( dove - come s'è letto - nell'anteprima di quest'anno nei mille posti c'erano più invitati che pubblico pagante) mettendolo in mani che negli ultimi anni hanno procurato danni ovunque si sono posate.
Ora il Ministro vuol fare sul serio in termini di risparmio, ma guarda un pò, si accanisce sulle fondazioni liriche che danno lustro all'Italia nel mondo, ma non usa lui ed i suoi colleghi tutti, la scure sui privilegi assurdi ( altro che indennità frac dei teatri!) di quanti vivono e lavorano nel palazzo che rappresentano in molti casi una vergogna per l'Italia, anche se eletti. Con quei risparmi ci sarebbe da riempire il caveau di una banca, solo con i risparmi; al cui confronto quelli delle fondazioni liriche non sono che briciole.
D'ora in avanti, ha sentenziato il ministro incompetente - sì lui parla, ma è Nastasi che gli suggerisce - la gestione delle fondazioni liriche sarà sottoposta al vaglio e controllo del ministero che dovrà verificare la correttezza amministrativa, la composizione dell'organico e la qualità dell'attività, a giudicare la quale di recente è stata costituita una nuova commissione i cui membri, fanno soltanto ridere: uno è un vecchio servitore di Nastasi, dall'epoca di Rutelli, un altro è un oscuro direttore di coro siciliano ed il terzo una giovane compositrice ( le donne non possono mancare!) che di gestione dei teatri certo capisce assai poco, esattamente come Franceschini. E, di conseguenza, chi deciderà ancora una volta tutto sarà Nastasi, fino a quando qualcuno - che purtroppo deve ancora nascere - non gli darà un calcio in culo scaraventandolo fuori dal palazzo di Santa Croce in Gerusalemme.
E mentre molti che dovrebbero parlare tacciono ancora, oggi si sono fatti sentire due esponenti del nostro mondo musicale che non ci hanno delusi, per il loro modo di cantare chiaro e forte. Primo Quirino Principe ( Sole 24 ore) che a Marino e Franceschini le canta giuste ( poverini, si sa qual è, per loro, la 'grande' musica. e allora cosa si pretende? Marino,poi, avrebbe mai licenziato in blocco 182 tranvieri? col c... poche righe sufficienti a far capire quale terribile china si sia presa a Roma), e poi Gianluigi Gelmetti che chiama direttamente in causa Muti che se ne sta alla finestra e non spende neanche una parola per la tragica decisione di Fuortes, denunciandone l'incomprensibile comportamento, ed aggiungendo che chi porta come giustificazione dello scempio romano i teatri del resto del mondo, non sa quel che dice, mentre lui sì, che di teatri nella sua ormai lunga carriera ne ha girati tanti.
Insomma come tutti convengono sul fatto che la decisione migliore sarebbe quella di tornare indietro sull' aberrante decisione già assunta, mandando a casa Fuortes, convegnono tutti anche sul fatto che tale decisione non verrà presa. Per difendere l'indifendibile: Fuortes che sta affondando l'Opera di Roma
Fuortes non aveva altra scelta ed ha agito bene. Le stronzate - perdonate il bis - che anche Franceschin aveva detto nei giorni scorsi oggi se le è rimangiate. Ci riferiamo a quelle affermazioni fuori da ogni sano ragionare, secondo cui il caso 'Roma' potrebbe servire di esempio alle altre fondazioni che hanno problemi. Oggi ha detto che 'Roma' è un caso a sé che non può essere applicato a nessun altro. Ieri lui, Marino e Fuortes avevano anche detto che le altre fondazioni, seguendo l'esempio di Roma, sarebbero potute entrate nel novero delle grandi istituzioni internazionali, garantendo anche in Italia, sulla scorta di quelle 'internazionali', la qualità che il settore delle fondazioni liriche deve avere.
Dopo le dichiarazioni del sovrintendente dell'Opera di Vienna, chiamato in causa perchè desse forza al disastro di Roma, il quale, senza dirlo, dava dell'ignorante a Fuortes innanzitutto, ma anche ai suoi complici e sostenitori, Marino e Franceschini. anche questa 'stronzata' ( abbiamo fatto tris. basta!) ora evitano di dirla. Un teatro di qualità, con attività continua non può diventare un centro di scambio di orchestre che vanno e vengono od anche di una sola, ma esterna, che entra ed esce. Purtroppo Marino e Franceschini non sanno nulla di orchestre e di teatri; ma allo stesso livello di ignoranza si rivela anche il sovrintendente Fuortes, che, ancora una volta dimostra quanto sia stato avventato da parte di Marino metterlo a capo dell'Opera. Fuortes non può capire che è impossibile fare questo mentre che si svolgono prove di ogni genere - come il melodramma richiede.
Ancora non si è sentita nessuna voce autorevole alzarsi dai giornali e dalle sedi istituzionali per denunciare il tentativo di sfasciare la musica in Italia; e per questo i cronisti diventati specialisti nel 'casino roma' continuano a scrivere le loro idiozie ( De Cicco anche oggi sul Messaggero, porta l' esempio di Berlino e Parma. Sarebbe stato sufficiente che egli avesse avuto una minima nozione di quei due casi, per evitare l'ennesimo 'sentito dire' falso) o a far da megafono ai politici, quelli di sopra i quali, non lo ripetiamo per l'ennesima volta, dicono str...
Oggi Fuortes replica a coloro i quali gli hanno sbattuto in faccia l'art.18, tuttora in vigore. No, ha detto l'economista della cultura, qui non si applica ( anche Franceschini lo ha detto che l'art.18 non è applicabile alle fondazioni liriche. chissà perché) l'art.18, perché parliamo di 'eccellenze ' e di 'artisti'; ed un economista di valore ha aggiunto che non può essere applicato perché si tratta non di un licenziamento di singoli ma di un'intera orchestra, come se l'orchestra non fosse composta da singoli, ai quali arriveranno le lettere di licenziamento una per ciascuno. E si affrettano a dire che non è vero che saranno licenziati, perché torneranno a lavorare in teatro. Ma se sarà questo l'epilogo ci volete spiegare perché vi tenete ancora Fuortes che di questo casino è l'artefice principale?
Insomma gli artefici di questo disastro che l'unica cosa buona a fare sarebbe che tornassero indietro sulla loro decisione ( naturalmente non vogliamo tenere fuori i sindacati scioperanti oltranzisti che, oggi, solo oggi, stanno capendo che disastro da parte loro hanno procurato al teatro) parlano e vanno avanti. Franceschini, poi, per dimostrare a tutti quanto non capisca nulla della materia del suo ministero, paragona l'Opera di Roma disastrata alla virtuosa Santa Cecilia, dimenticando un piccolo fattore di diversità: il teatro vive di allestimenti, i concerti no, con tutto quel che ne segue.
A proposito di Santa Cecilia, pur complimentandoci questa volta per la campagna abbonamenti in stile 'animalier' (fagotto illustrato con l'animale con marsupio da fagotto animale), abbiamo letto l'inserzione pubblicitaria della sua prossima stagione, nella quale sono elencati le star del programma; tolti Biondi e Brunello, non c'è neanche un altro italiano fra gli interpreti.
Ecco un punto sul quale Franceschini se fosse un ministro con le palle ( scusate ci è scappato di nuovo!) dovrebbe intervenire, come anche sull'abolizione di tutte le indennità - molte delle quali sono solo un ricordo, ma le altre potrebbero tutte essere eliminate. Il ministro che intende risparmiare e chiama la cultura a fare 'sacrifici' è lo stesso ministro che inaugura con la sua benedizione e con opere di bene un nuovo festival, in quel di Pompei ( dove - come s'è letto - nell'anteprima di quest'anno nei mille posti c'erano più invitati che pubblico pagante) mettendolo in mani che negli ultimi anni hanno procurato danni ovunque si sono posate.
Ora il Ministro vuol fare sul serio in termini di risparmio, ma guarda un pò, si accanisce sulle fondazioni liriche che danno lustro all'Italia nel mondo, ma non usa lui ed i suoi colleghi tutti, la scure sui privilegi assurdi ( altro che indennità frac dei teatri!) di quanti vivono e lavorano nel palazzo che rappresentano in molti casi una vergogna per l'Italia, anche se eletti. Con quei risparmi ci sarebbe da riempire il caveau di una banca, solo con i risparmi; al cui confronto quelli delle fondazioni liriche non sono che briciole.
D'ora in avanti, ha sentenziato il ministro incompetente - sì lui parla, ma è Nastasi che gli suggerisce - la gestione delle fondazioni liriche sarà sottoposta al vaglio e controllo del ministero che dovrà verificare la correttezza amministrativa, la composizione dell'organico e la qualità dell'attività, a giudicare la quale di recente è stata costituita una nuova commissione i cui membri, fanno soltanto ridere: uno è un vecchio servitore di Nastasi, dall'epoca di Rutelli, un altro è un oscuro direttore di coro siciliano ed il terzo una giovane compositrice ( le donne non possono mancare!) che di gestione dei teatri certo capisce assai poco, esattamente come Franceschini. E, di conseguenza, chi deciderà ancora una volta tutto sarà Nastasi, fino a quando qualcuno - che purtroppo deve ancora nascere - non gli darà un calcio in culo scaraventandolo fuori dal palazzo di Santa Croce in Gerusalemme.
E mentre molti che dovrebbero parlare tacciono ancora, oggi si sono fatti sentire due esponenti del nostro mondo musicale che non ci hanno delusi, per il loro modo di cantare chiaro e forte. Primo Quirino Principe ( Sole 24 ore) che a Marino e Franceschini le canta giuste ( poverini, si sa qual è, per loro, la 'grande' musica. e allora cosa si pretende? Marino,poi, avrebbe mai licenziato in blocco 182 tranvieri? col c... poche righe sufficienti a far capire quale terribile china si sia presa a Roma), e poi Gianluigi Gelmetti che chiama direttamente in causa Muti che se ne sta alla finestra e non spende neanche una parola per la tragica decisione di Fuortes, denunciandone l'incomprensibile comportamento, ed aggiungendo che chi porta come giustificazione dello scempio romano i teatri del resto del mondo, non sa quel che dice, mentre lui sì, che di teatri nella sua ormai lunga carriera ne ha girati tanti.
Insomma come tutti convengono sul fatto che la decisione migliore sarebbe quella di tornare indietro sull' aberrante decisione già assunta, mandando a casa Fuortes, convegnono tutti anche sul fatto che tale decisione non verrà presa. Per difendere l'indifendibile: Fuortes che sta affondando l'Opera di Roma
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domenica 27 aprile 2014
Mauro Meli lavora a Cagliari senza alcuna remunerazione, ANCORA
Ci vuole tanto per arrivare a trovare, sui vari siti delle istituzioni, la pagina 'amministrazione trasparente' da cliccare per vedere i compensi dei dirigenti. Alla fine ci siamo riusciti per il Teatro Lirico di Cagliari, dove è nuovamente approdato Mauro Meli come sovrintendente, dopo l'incidente della Crivellenti, sponsorizzta da Gianni Letta e con l'avallo di Nastasi che poi invece l'ha gettata a mare. Alla fine di tanta ricerca hai una sorpresa che non t'aspetti davvero. Mauro Meli fino alla fine del 2014 lavora GRATIS, 'senza alcuna remunerazione' si legge, nel teatro che ha lasciato qualche anno fa in un mare di debiti, di cui egli dice non essere il responsabile. Lui dice così. Come dice anche che a Parma debiti e casini non ne ha fatti nè lasciati, a differenza di ciò che vanno dicendo Pizzarotti e Fontana oltre che i componenti di quella cosiddetta Orchestra del Regio da lui fondata: neanche quella lasciata nei casini?
Ora passerà un anno a Cagliari, nell'indigenza, per espiare peccati e colpe passate, e per dimostrare che lui non è affatto attaccato ai soldi e che fa tutto quel che fa per amore della musica, che è poi la stessa filosofia di quel suo amico agente che aveva portato a Cagliari Carlos Kleiber per la modica cifra di centinaia di milioni di lire e che fa di nome Proczinski, che ha agenzia e sede legale a Montecarlo, ma che ha continuato, nonostante le accuse, a fare affari 'spirituali' in Italia, con il supporto anche di Meli.
P.S. Neanche la pagina 'amministrazione trasparente' dice il vero. Che vergogna. Messo fra i consiglieri di amministrazione il nome di Meli diveniva credibile che lavorasse, come quelli senza compenso. Invece, la storia è un'altra. Il sindaco di Cagliari è in conflitto con Meli sul compenso. Altro che lavorare gratis. Il sindaco gli vuol dare 120.000 Euro annui, Meli ne vuole 180.000, accampando il fatto che egli svolge il duplice ruolo di sovrintendente e direttore artistico. Il sindaco sta facendo fare le verifiche del caso e poi deciderà se accordare anche gli altri 60.000 Euro a Meli. E' la stessa ragione che accampa a Roma Bruno cagli per i suoi 300.000 Euro di compenso a Santa Cecilia - un compenso che comunque ora dovrebbe essere ridimensionato, per effetto di quanto stabilito dal governo Renzi. Lui, Cagli, si giustifica: 200.000 come sovrintendente e 100.000 come direttore artistico, senza contare che all'accademia c'è una direzione artistica e musicale già affollatissima e molto costosa che, anche senza Cagli, costa oltre 500.000 Euro. Davvero troppo. Esageratamente troppo.
E noi poveri ingenui che abbiamo creduto a quella falsa annotazione 'senza alcun compenso' lettosul sito del Teatro Lirico di Cagliari. Per fortuna un attento lettore del nostro blog ci ha segnalato l'articolo della Nuova Sardegna nel quale la questione 'compenso' di Meli viene affrontata per filo e per segno.
Ora passerà un anno a Cagliari, nell'indigenza, per espiare peccati e colpe passate, e per dimostrare che lui non è affatto attaccato ai soldi e che fa tutto quel che fa per amore della musica, che è poi la stessa filosofia di quel suo amico agente che aveva portato a Cagliari Carlos Kleiber per la modica cifra di centinaia di milioni di lire e che fa di nome Proczinski, che ha agenzia e sede legale a Montecarlo, ma che ha continuato, nonostante le accuse, a fare affari 'spirituali' in Italia, con il supporto anche di Meli.
P.S. Neanche la pagina 'amministrazione trasparente' dice il vero. Che vergogna. Messo fra i consiglieri di amministrazione il nome di Meli diveniva credibile che lavorasse, come quelli senza compenso. Invece, la storia è un'altra. Il sindaco di Cagliari è in conflitto con Meli sul compenso. Altro che lavorare gratis. Il sindaco gli vuol dare 120.000 Euro annui, Meli ne vuole 180.000, accampando il fatto che egli svolge il duplice ruolo di sovrintendente e direttore artistico. Il sindaco sta facendo fare le verifiche del caso e poi deciderà se accordare anche gli altri 60.000 Euro a Meli. E' la stessa ragione che accampa a Roma Bruno cagli per i suoi 300.000 Euro di compenso a Santa Cecilia - un compenso che comunque ora dovrebbe essere ridimensionato, per effetto di quanto stabilito dal governo Renzi. Lui, Cagli, si giustifica: 200.000 come sovrintendente e 100.000 come direttore artistico, senza contare che all'accademia c'è una direzione artistica e musicale già affollatissima e molto costosa che, anche senza Cagli, costa oltre 500.000 Euro. Davvero troppo. Esageratamente troppo.
E noi poveri ingenui che abbiamo creduto a quella falsa annotazione 'senza alcun compenso' lettosul sito del Teatro Lirico di Cagliari. Per fortuna un attento lettore del nostro blog ci ha segnalato l'articolo della Nuova Sardegna nel quale la questione 'compenso' di Meli viene affrontata per filo e per segno.
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mercoledì 2 aprile 2014
Kochanovsky. la solita canzone...
La notizia della malattia di Temirkanov, sostitutito dal debuttante - che per Santa Cecilia 'LEVERA LA BACCHETTA', il solito frasario idiota ed immutabile! - Stanislav Kochanovsky ripropone il solito problema - oltre quello già segnalato nel post precedente - dei debutti italiani di artisti stranieri, sempre più numerosi, e, di conseguenza, della esclusione da tali debutti, di artisti italiani di egual, se non superiore, fama. Lo straniero fa sempre 'figo', e comunque sempre più 'figo' di quelli italiani.
Alla lettura del nome del sostituto ci siamo presi la briga di andare a vedere a quale agenzia appartiene, perchè la nostra diffidenza ci spinge regolarmente a verifiche oggettive. Per dirla chiaramente credevamo che si trattasse della medesima agenzia di Temirkanov ( come anche di Pappano ecc... e cioè la IMG ). Almeno in questo siamo stati smentiti.
Kochanovsky è rappresentato in Italia da 'Resia Artists' di Garrasi-Panariello, storica agenzia italiana. Abbiamo aperto il sito della Resia ed abbiamo scoperto che su quasi un centinaio di interpreti e complessi, cameristici per lo più, rappresentati, appena una decina sono italiani. E ciò sta a dire dell'enorme difficoltà per un giovane artista italiano a trovare un agente che lo rappresenti, con la sola eccezione - forse - dei cantanti che in Italia sono ben rappresentati, essendo tale settore quello in cui girano più soldi, a causa della presenza delle Fondazioni liriche. E' quel che pensiamo ma andrebbe verificato con dati oggettivi.
Poi vediamo il curriculum del direttore russo e vediamo che in Italia ha già diretto ma a Bolzano, a Lecce, a Parma, cioè a dire ha diretto le orchestra periferiche, non solo geograficamente, del nostro Paese, e che quindi ora con il debutto ceciliano tenta il grande alto. Nulla da dire, ma allora qualche grande salto facciamolo fare anche ad artisti italiani di egual età, bravura e notorietà. Con tanti auguri a Stanislav Kochanovsky.
Alla lettura del nome del sostituto ci siamo presi la briga di andare a vedere a quale agenzia appartiene, perchè la nostra diffidenza ci spinge regolarmente a verifiche oggettive. Per dirla chiaramente credevamo che si trattasse della medesima agenzia di Temirkanov ( come anche di Pappano ecc... e cioè la IMG ). Almeno in questo siamo stati smentiti.
Kochanovsky è rappresentato in Italia da 'Resia Artists' di Garrasi-Panariello, storica agenzia italiana. Abbiamo aperto il sito della Resia ed abbiamo scoperto che su quasi un centinaio di interpreti e complessi, cameristici per lo più, rappresentati, appena una decina sono italiani. E ciò sta a dire dell'enorme difficoltà per un giovane artista italiano a trovare un agente che lo rappresenti, con la sola eccezione - forse - dei cantanti che in Italia sono ben rappresentati, essendo tale settore quello in cui girano più soldi, a causa della presenza delle Fondazioni liriche. E' quel che pensiamo ma andrebbe verificato con dati oggettivi.
Poi vediamo il curriculum del direttore russo e vediamo che in Italia ha già diretto ma a Bolzano, a Lecce, a Parma, cioè a dire ha diretto le orchestra periferiche, non solo geograficamente, del nostro Paese, e che quindi ora con il debutto ceciliano tenta il grande alto. Nulla da dire, ma allora qualche grande salto facciamolo fare anche ad artisti italiani di egual età, bravura e notorietà. Con tanti auguri a Stanislav Kochanovsky.
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Sostituzioni sottotono dopo annunci sensazionali
Da tempo assistiamo all'aununcio di arrivi strepitosi nelle nostre stagioni: Santa Cecilia, in tal senso, si distingue particolarmente. Da anni annuncia concerti diretti dal matusalemme Pretre che poi regolarmente vengono cancellati, facendo venire al suo posto ogni volta un giovane di belle speranze. Perchè continuare con questa tecnica, ben sapendo che Pretre non potrà mantenere il suo impegno, con tutta la buona volontà possibile?
Stesso discorso riguarda Temirkanov e non solo a Santa Cecilia, sebbene con modalità assai diverse, anche per l'età non avanzata del direttore di San Pietroburgo. Si hanno notizie di sue defezioni, dovute a 'importanti motivi di salute' (sarebbe il caso che una per tutte li spiegasse questi importanti motivi di salute) da anni - ne ricordo una quasi alla vigilia del Concerto di Capodanno dalla Fenice, trasmesso in diretta televisiva da Rai Uno,, per la quale arrivò la manna di Kazushi Ono, altrimenti sarebbe stato il casino - e nessuno gli dice che si metta a riposo, si riprenda e poi torni a lavorare tranquillamente. A dirla tutta qualcuno ha ricordato che alcuni anni fa, ai tempi di Mauro Meli a Parma - ora il grande manager si è insediato a Cagliari, per la seconda volta, come il postino del film - il Temirkanov convalescente quando vuole lui ed in piena forma quando nuovamente lo vuole, aveva disdettato Parma, ma subito dopo dirigeva a Vienna. Vienna certamente è molto diversa da Parma, ma a Parma sicuramente lo pagavano meglio che a Vienna, pur di averlo; anche se va detto che mille Parma non valgono una sola Vienna, e va detto anche che i professionisti non fanno questi ragionamenti deliranti.
Ciò detto, basta con gli annunci eclatanti. non si mettano in cartellone musicisti di gran nome che già si sa che non verranno. Ci siamo spiegati?
Stesso discorso riguarda Temirkanov e non solo a Santa Cecilia, sebbene con modalità assai diverse, anche per l'età non avanzata del direttore di San Pietroburgo. Si hanno notizie di sue defezioni, dovute a 'importanti motivi di salute' (sarebbe il caso che una per tutte li spiegasse questi importanti motivi di salute) da anni - ne ricordo una quasi alla vigilia del Concerto di Capodanno dalla Fenice, trasmesso in diretta televisiva da Rai Uno,, per la quale arrivò la manna di Kazushi Ono, altrimenti sarebbe stato il casino - e nessuno gli dice che si metta a riposo, si riprenda e poi torni a lavorare tranquillamente. A dirla tutta qualcuno ha ricordato che alcuni anni fa, ai tempi di Mauro Meli a Parma - ora il grande manager si è insediato a Cagliari, per la seconda volta, come il postino del film - il Temirkanov convalescente quando vuole lui ed in piena forma quando nuovamente lo vuole, aveva disdettato Parma, ma subito dopo dirigeva a Vienna. Vienna certamente è molto diversa da Parma, ma a Parma sicuramente lo pagavano meglio che a Vienna, pur di averlo; anche se va detto che mille Parma non valgono una sola Vienna, e va detto anche che i professionisti non fanno questi ragionamenti deliranti.
Ciò detto, basta con gli annunci eclatanti. non si mettano in cartellone musicisti di gran nome che già si sa che non verranno. Ci siamo spiegati?
giovedì 20 marzo 2014
Pereira mendica comprensione dai loggionisti. Da una intervista a Pavarotti: 'Loggione salvaci!'
'Loggione salvaci!'. Lo dice uno, Luciano Pavarotti (in una intervista rilasciataci a metà degli anni Ottanta, nella sua casa estiva di Pesaro) che dal loggione qualche scarica di fischi se li è buscati, meritati o no del tutto o in parte, giustamente o artatamente. Non importa. Resta il fatto che il loggione, nonostante tutto quello che si dice e si sa dei loggionisti - dei quali s'è arrivato anche a dire che vengono pagati per fischiare questo o quel cantante e per applaudire questo o quel cantante, direttore o regista - sono rimasti fra le uniche sentinelle dell'opera. Un pò come i giornalisti del potere. Solo che i loggionisti, con tutta il fracasso di cui sono capaci, quel ruolo lo svolgono, i giornalisti, critici musicali inclusi, invece no.
Come non lo hanno fatto neanche oggi quando, invece che dare la semplice notizia dell'incontro di Pereira con i loggionisti - nessuno può vietare al futuro sovrintendente di invitarli ed ai loggionisti di accettare - plaudono al futuro capo scaligero che, ad oggi, non ha fatto ancora nulla ed al quale perciò aprono una linea di credito sulla base di quali garanzie non si sa. Captatio benevolentiae di Pereira ai loggionisti e dei giornalisti milanesi a Pereira.
Pereira mette le mani avanti - come si dice in gergo - cioè a dire, si muove con tempismo, forse conoscendo già alcune difficoltà della sua prossima azione di comando, come quella di riportare certe star alla Scala, dove non è vero che non vengono a cantare perché temono semplicemente di essere fischiati. Non vengono alla Scala perché magari da anni non sono stati invitati ed ora si fanno pregare. E ciò vale in molti campi dell'attività artistica del teatro milanese. E, in appendice, la polemica dell'ultimo anno, sulle troppe presenze molto giovanili, sul podio del teatro.
Pereira, non essendo riuscito nell'intento di riportarne alcune, cercherebbe di dirci che non dipende dalla sua incapacità, ma dalla intransigenza del loggione. Fandonie.
Forse che Pereira si riferisce al caso Cecilia Bartoli, fischiata nell'ultimo concerto con Barenboim direttore( ne seguirono comunicati ufficiali non richiesti!) e tanto cara a Pereira visto che l'ha accasata nel suo ex Teatro di Zurigo e al Festival di Salisburgo? Il caso Bartoli è un caso a sé e meriterebbe un esame particolareggiato ed indipendente. Un accenno soltanto. Lei dice di non cantare in Italia perché da noi i contratti si firmano un anno per l'altro, a differenza di ciò che accade in ogni altra parte del mondo, poi invece si regsitra che, all'uscita di un suo nuovo disco, il tempo per 'presentarlo', cantando in Italia lo trova; e c'è anche il problema del suo cachet, ESOSO!!!! Ma è chiaro che Pereira non pensa eventualmente solo alla Bartoli che alla Scala non troverebbe un teatro a Lei ostile, bensi inadatto per la semplice dimensione; ma a tutti quei giri che deve interrompere perchè in un teatro come la Scala tutti i più grandi artisti devono cantare. E, purtroppo, ciò non accade. Non accadeva ad Abbado quando c'era Muti, come non accadeva in quella stessa era a Sinopoli, tanto per citare i casi più eclatanti.
Per tornare alla Scala ed ai suoi temuti loggionisti - non più temuti di quelli del Regio di Parma. Eppure, nonostante lo loro ferocia abbiamo dovuto sorbirci misfatti consumati anche nella città di Verdi e Toscanini - Pereira, per far capire quale attenzione egli rivolga e voglia rivolgere in futuro ai loggionisti ha detto che la loro cortesia ed educazione è per lui obiettivo da raggiungere perfino più difficile di quello di cercare ed ottenere fondi, che lui sa come raggiungere - come si sottolinea in ogni suo curriculum (non si capisce perchè non gli sia riuscito a Salisburgo, che lascia fra polemiche!) assieme alla annotazione della sua giovane, avvenente fidanzata orientale - l'unica cosa che gli invidiamo davvero.
Comunque Pereira, auguri!
Come non lo hanno fatto neanche oggi quando, invece che dare la semplice notizia dell'incontro di Pereira con i loggionisti - nessuno può vietare al futuro sovrintendente di invitarli ed ai loggionisti di accettare - plaudono al futuro capo scaligero che, ad oggi, non ha fatto ancora nulla ed al quale perciò aprono una linea di credito sulla base di quali garanzie non si sa. Captatio benevolentiae di Pereira ai loggionisti e dei giornalisti milanesi a Pereira.
Pereira mette le mani avanti - come si dice in gergo - cioè a dire, si muove con tempismo, forse conoscendo già alcune difficoltà della sua prossima azione di comando, come quella di riportare certe star alla Scala, dove non è vero che non vengono a cantare perché temono semplicemente di essere fischiati. Non vengono alla Scala perché magari da anni non sono stati invitati ed ora si fanno pregare. E ciò vale in molti campi dell'attività artistica del teatro milanese. E, in appendice, la polemica dell'ultimo anno, sulle troppe presenze molto giovanili, sul podio del teatro.
Pereira, non essendo riuscito nell'intento di riportarne alcune, cercherebbe di dirci che non dipende dalla sua incapacità, ma dalla intransigenza del loggione. Fandonie.
Forse che Pereira si riferisce al caso Cecilia Bartoli, fischiata nell'ultimo concerto con Barenboim direttore( ne seguirono comunicati ufficiali non richiesti!) e tanto cara a Pereira visto che l'ha accasata nel suo ex Teatro di Zurigo e al Festival di Salisburgo? Il caso Bartoli è un caso a sé e meriterebbe un esame particolareggiato ed indipendente. Un accenno soltanto. Lei dice di non cantare in Italia perché da noi i contratti si firmano un anno per l'altro, a differenza di ciò che accade in ogni altra parte del mondo, poi invece si regsitra che, all'uscita di un suo nuovo disco, il tempo per 'presentarlo', cantando in Italia lo trova; e c'è anche il problema del suo cachet, ESOSO!!!! Ma è chiaro che Pereira non pensa eventualmente solo alla Bartoli che alla Scala non troverebbe un teatro a Lei ostile, bensi inadatto per la semplice dimensione; ma a tutti quei giri che deve interrompere perchè in un teatro come la Scala tutti i più grandi artisti devono cantare. E, purtroppo, ciò non accade. Non accadeva ad Abbado quando c'era Muti, come non accadeva in quella stessa era a Sinopoli, tanto per citare i casi più eclatanti.
Per tornare alla Scala ed ai suoi temuti loggionisti - non più temuti di quelli del Regio di Parma. Eppure, nonostante lo loro ferocia abbiamo dovuto sorbirci misfatti consumati anche nella città di Verdi e Toscanini - Pereira, per far capire quale attenzione egli rivolga e voglia rivolgere in futuro ai loggionisti ha detto che la loro cortesia ed educazione è per lui obiettivo da raggiungere perfino più difficile di quello di cercare ed ottenere fondi, che lui sa come raggiungere - come si sottolinea in ogni suo curriculum (non si capisce perchè non gli sia riuscito a Salisburgo, che lascia fra polemiche!) assieme alla annotazione della sua giovane, avvenente fidanzata orientale - l'unica cosa che gli invidiamo davvero.
Comunque Pereira, auguri!
martedì 17 settembre 2013
Reate Festival: se questo è un festival
Giunto alla quinta edizione, con
finanziamenti statali in discesa di anno in anno dopo quelli lauti, esagerati,
dei primi anni - come si fa ad avere finanziamenti dal primo anno, se in Italia
occorre aver prima fatto tre edizioni di festival per poter chiedere finanziamenti
allo Stato? - che altro non erano che finanziamenti 'occulti' - senza
nulla di illecito, ed allora sarebbe meglio dire: camuffati - per Santa Cecilia.
Per l'Accademia, s'intende, il cui
sovrintendente-direttore artistico non contento e non occupato abbastanza dal lavoro
dell'Accademia, ne assumeva anche altri, come quello di fondatore e direttore
artistico del Festival di Rieti, ospitato in buona parte nel Teatro
Vespasiano. L'Accademia prestava - non gratis, sia chiaro ! - la sua
orchestra e dava occasione di sbocco lavorativo ai migliori allievi della
sua iniziativa, meritevole, 'Opera studio', per i quali non trovava spazio
nelle sue stagioni canoniche. Poi il Vespasiano si costituì in Fondazione,
uscirono allo scoperto i fautori della
trasformazione – Letta presidente, Cagli, presidente onorario del festival che cede, quando lascia la direzione artistica, le redini a Lucia Bonifaci,
sovrintendente e Cesare Scarton direttore artistico, persone gradite e
sostenute una da Letta e l’altro da Cagli.
Si delinea anche il panorama dei finanziamenti ottenuti dal Ministero, da
Nastasi, uomo di Letta, vero benefattore della musica, ma che oltre che presidente della Fondazione Teatro Vespasiano, è anche
consigliere di amministrazione dell’Accademia di Santa Cecilia.
L’edizione
2013 che comincia fra qualche giorno ha come suo punto di forza la rappresentazione
di 'Anna Bolena' di Donizetti, affidata ad Europa Galante, con la direzione di
Flavio Biondi, il quale, assieme alla Bonifaci e Scarton, in maggio ha fatto
audizioni a Parma ( la città dove temporaneamente andò in esilio artistico Cagli
quando si dimise da sovrintendente dell’Accademia, per organizzarvi il Festival
Verdi del 2001, con tanti soldi a disposizione, e portandosi dietro, anche lì
Scarton ed il suo seguito, e dove fece fare a Biondi una ‘Sonnambula’ di Verdi -
come tutti sanno!) dove però non ha reperito tante voci nuove, ed ha quindi fatto
ricorso ad alcune, già collaudate, di Opera Studio, presenti nelle passate edizioni
del festival e ad un paio di professionisti. Oltre Donizetti c’è un concerto di Biondi, da
solista con brani per violino solo, adattissimi ad un pubblico attento e
preparato come quello di Rieti, e, infine un concerto per organo sullo
strumento della cattedrale, costruito da Formentelli su modello di uno storico
organo ‘francese’ progettato e mai costruito prima. E poi due concerti dell'orchestra e coro di ragazzi dell'Opera di Roma, dove è presente anche la Bonifaci. Questo è il Reate Festival
del 2013. No, ci sarebbe un appendice, in novembre, intitolata: ‘Verdi, un
giovane compositore per giovani voci,
attorno ad ‘Un giorno di Regno’. E’ bastato il titolo ‘giovane due volte’ per
far attizzare le orecchie di Nastasi, attentissimo a quanto avviene di nuovo ed
originale nel nostro paese in campo musicale, per inserirlo nei ‘progetti
speciali’. Per questo, il Ministero ha
finanziato il festival reatino, ad opera
di Nastasi, il munifico, per ordine dei
soliti.
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