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lunedì 11 dicembre 2017

Il Verismo si riprende la scena dei teatri lirici? Perchè i nostri teatri fanno molte tournée?

Dopo Chénier, ma forse in previsione del  ritorno alla Scala del capolavoro di Giordano, dopo 32 anni di assenza, la rivista italiana di musica specializzata in sondaggi, s'è buttata a sondaggiare la salute del genere di melodramma cui anche Chénier appartiene,  e che, fra i titoli più noti, annovera Pagliacci e Cavalleria: il Verismo musicale, snobbato da alcuni a lungo, da altri a fasi alterne,  ma sempre vivo e talora anche in auge, con buona pace anche della buonanima di Claudio Abbado che oltre al Verismo, di cui sopra, snobbava anche Puccini - tutta la sa produzione in blocco.

La verità è che lavori come quelli di Leoncavallo e Mascagni, sono fra i capolavori assoluti di teatro musicale e, come tali, indipendentemente dallo stile in vigore nell'epoca in cui sono stati scritti, e dalle simpatie alternate ad antipatie di ogni epoca nei confronti delle stesse, attirano l'attenzione dei teatri e sono fra i praferiti dl pubblico.

La rivista dei sondaggi ha scoperto questo mese che,  forse sull'onda dell'annunciato Chénier scaligero, i teatri si son dati da fare per rimettere a nuovo quel genere musicale cui l'opera di Giordano appartiene,  e che, pur non potendo competere con Pagliacci e Cavalleria, si è ritagliato sempre un posto di rilievo.

Ora Cavalleria e Pagliacci non sono stati mai fuori moda, e mai usciti di scena completamente; e, quest'anno, come accade ciclicamente,  sono più presenti nei cartelloni, senza bisogno di invocare cambi di tendenze o  di gusto.

Ma la rivista dei sondaggi, se avesse dato qualche anno fa  un'occhiata ad una inchiesta vera condotta da Music@, si sarebbe resa conto che proprio i due capolavori di Leoncavallo e Mascagni, nella stagione 2012-13, erano fra i titoli più rappresentati in Italia. Dopo Bohème ( 17 volte), Rigoletto ( 14), ecc...  arrivava Cavalleria  (7) e appena distanziata Pagliacci (6 ), dove Traviata, risultava  in assoluto l'opera italiana più rappresentata  nel mondo in quella stagione: 80 comparse, mentre aveva solo 8 presenze nei cartelloni italiani( quella inchiesta riguardava la presenza dell'opera italiana nei cartelloni italiani e del mondo). Concludeva la rivista che l'opera italiana era più rappresentata all'estero che in Italia, adducendo anche il caso  significativo di Daniel Barenboim impegnato nella veste di direttore musicale contemporaneamente a Berlino e Milano, il quale a detta della redattrice, Elisabetta Guarnieri, faceva "l'italiano a Berlino e il tedesco a Milano", relativamente al repertorio. che nel caso di quello italiano egli dirigeva regolarmente a Berlino ma non a Milano, alla Scala, dove invece, Barenboim-Lissner si o no, dovrebbe essere di casa - come abbiamo più volte e per diverse ragioni sostenuto.

Dunque se quest'anno quei titoli sono più frequenti nei cartelloni lirici è solo un caso, non si tratta nè  di riscoperta- perchè titoli sempre frequentati - nè di una rinascita, semplicemente una casuale coincidenza.

 Nel successo del nostro melodramma più noto dappertutto c'è la ragione delle frequenti tournée dei complessi dei nostri teatri lirici all'estero. Se l'opera italiana è la più rappresentata - e quella di Verdi e Puccini è in cima alla classifica - a chi si rivolgono le istituzioni straniere per rappresentare, in circostanze ed occasioni particolari, quei titoli? Ovvio, ai teatri italiani. Aggiungeremo anche, salvo eccezioni, che a  basta il nome del teatro invitato e magari qualche star nel cast o sul podio, il resto va bene comunque. Anche perchè nella maggior parte dei casi il costo di tali tournée non è così alto, dunque non si possono avanzare molte pretese; e, in questo, i complessi delle fondazioni liriche italiane offrono il meglio che si trova sul mercato, a quel prezzo.

Il discorso cambia quando si passa ad esaminare le tournée dei nostri complessi sinfonici all'estero, nella cui classifica, i primi due italiani - Filarmonica della Scala,  la compagine sinfonica del più noto teatro lirico del mondo; e Santa Cecilia, perché si vuole ascoltare Pappano, del quale si dice un gran bene, alla testa della sua orchestra, e  lui in tournée va solo con Santa Cecilia - compaiono agli ultimi posti fra i primi dieci, non potendo scalzare dal podio - nonostante le inchieste fasulle della rivista italiana dei sondaggi -  quelle superlative come in Europa ne esistono - ma che costano più dei complessi ceciliani.

Comunque fra i complessi dei teatri che fanno tournée  ci dispiace di non aver letto anche dell'Opera di Firenze che, quest'estate, dovrebbe fare tappa a Ravenna ( per il festival della signora Muti) ed in una cittadina del calabrese,  gratificata da un sito archeologico di grande importanza,  nella quale dovrebbe suonare ed anche  accompagnare una pianista (chi?) che è poi la direttrice artistica del festival medesimo.

domenica 5 luglio 2015

Un'ideuzza che Franceschini e Nastasi potrebbero sfruttare per raddrizzare le gambe alle fondazioni liriche. Ammesso che lo vogliano

Ci sono teatri lirici (fondazioni si deve dire, dall'era Veltroni) che hanno conti in ordine ed altri - E SONO LA MAGGIORANZA - che i conti in ordine non l'hanno mai avuto, se non rarissimamente, perchè dopo un risanamento (vero?) tornano a fare buchi nel bilancio, come i drogati in crisi di astinenza. Insomma i buchi (di bilancio, nei teatri) costellano la loro storia.
 L'ultimo caso riguarda Firenze che dopo la partenza della Colombo e l'arrivo del commissario renziano, sembrava essere tornato a posto ed invece - è di qualche mese fa l'allarme - non ha soldi per pagare gli stipendi. Ma allora che fa il Commissario, ora Sovrintendente? Non potrebbe anche lui accedere al 'fondo salva teatri' come ha fatto Fuortes che ha ottenuto la bella somma di 25 milioni di Euro?
 Non parliamo del caso più drammatico, quello di Cagliari che, governato per volere di Gianni Letta e Salvo Nastasi, dalla Crivellenti, per una stagione, più o meno, si meritò da Nastasi anche un premio per buona amministrazione, e poi,  è bastato un nuovo passaggio di Meli, per farlo ripiombare nel deficit, come scrivono in queste settimane i revisori ed i sindacati. Viene certo da chiedersi: quella della Crivellenti fu buona amministrazione tutta  e quella di Meli  tutta cattiva amministrazione, oppure un male endemico - quella della cattiva amministrazione - ha colpito da tempo il teatro lirico di Cagliari, e, una gestione sì ed una no, riemerge evidente, al punto che anche la nuova sovrintendenza non sa come fare e neanche cosa fare - benchè cosa fare forse dovrebbe saperlo, anche in riferimento alla stagione; e invece non lo sa, come ci raccontano i giornali isolani?
 Nel frattempo è stato rinnovato il vertice dell'associazione che riunisce le fondazioni liriche italiane, ora affidata a due campioni: il sovrintendente veneziano, Cristiano Chiarot ( presidente) e il palermitano Francesco Giambrone ( vicepresidente). Campioni di buona amministrazione, in qualche caso di veri e propri  miracoli amministrativi.
 Prendiamo allora i due e  tutti gli altri campioni che governano i nostri teatri e che hanno mostrato di saperci fare nell'amministrazione risanando bilanci,  in taluni casi al limite del miracolistico, e spostiamoli nei teatri che  di risanare i bilanci non vogliono sapere. Avremmo così Chiarot, Giambrone,  Fuortes, Pereira ( lui potremmo lasciarcelo alla Scala; c'è appena arrivato e non ha dovuto faticare molto  perchè i bilanci a Milano, in un modo o nell'altro sono da amni in regola),Vergnano, Roi ( forse c'è anche lui fra i sovrintendenti miracolanti), Dall'Ongaro ( pure lui può restare a Santa Cecilia; anche perchè La Scala e l'Accademia  hanno ottenuto proprio a causa dei bilanci in ordine uno statuto speciale che consiste in una più autonoma gestione) che sanno come si risanano i bilanci e potrebbero farlo in qualunque teatro come hanno dimostrato di saper fare  nei teatri che amministrano. Franceschini e Nastasi, una volta stabilizzata la situazione economica nei rispettivi teatri dei campioni che fanno miracoli, potrebbero spedire in missione i bravi amministratori, come , del resto, si fa con i dirigenti pubblici ( e i sovrintendenti che altro sono?) o nelle aziende, quando si vede che una va male; il proprietario prende un bravo manager e lo incarica di raddrizzarle le gambe.
E così avremmo  un decina di teatri, fra risanati e in via di risanamento con i bilanci in ordine, due ( Scala e Santa Cecilia) che sono addirittura autonomi e forse solo un paio per i quali  Franceschini e Nastasi dovrebbero provvedere a manager capaci. Per un paio solo saranno in grado di farlo, senza accettare o domandare ad amici e suggeritori consigli non certo disinteressati. Non è una bella idea?