Un articolo del Corriere di ieri, a firma Enrico Girardi, ci ha confermato in una nostra vecchia, vecchissima convinzione e cioè che ai critici o ai musicisti di professione, salvo i casi in cui sono toccati in prima persona, non piace intervenire su questioncine di poco peso del nostro mondo musicale, come ad esempio le storie riguardanti la Scala di Lissner-Pereira o le vicende dell'Opera di Roma. Questa croce la buttano, solitamente, sulle spalle dei cronisti, non addentro alle cose musicali e quindi più soggetti a ripetute cantonate, inesattezze e luoghi comuni come quelli, ripetuti fino alla noia in queste ultime settimane, delle strane indennità di cui gli strumentisti delle fondazioni liriche godrebbero ancora.
Girardi si occupa della 'maxima quaestio' dell'uscita del cofanetto discografico con le Sonate di Beethoven finalmente completate da Pollini, ma poi le dichiarazioni del pianista sull'Opera di Roma e sulle Fondazioni liriche in generale, a lui non interessano neanche per un momento. In questo caso non fa uno sproloquio neanche sulle Sonate di Beethoven, che in altra occasione e con maggior spazio avrebbe fatto - come se quelle sonate fossero una novità e non fossero già arcinote ai lettori dei giornali, ai frequentatori delle sale da concerto ed, infine, anche agli acquirenti di dischi, ai quali tutti Girardi non avrebbe potuto dire nulla di nuovo che non sia stato già detto e scritto da ben più autorevoli esegeti o commentatori.
E Girardi non è il solo a pensarla in questa maniera nella classificazione di 'minima' e 'maxima' cui dedicarsi, perché allineato perfettamente con quanto pensa e fa la totalità dei critici musicali italiani, riuniti in associazione 'silente', presieduta da Angelo Foletto da secoli, come prima anche da Duilio Courir, ma che troppo frequentemente fa affari con le grandi istituzioni musicali italiani, con conferenze, presentazioni, scritti nei programmi di sala e nelle pagine 'eventi' di molti giornali, ed anche con il 'Premio Abbiati' che distribuisce buoni e cattivi voti a questo e quello.
L'ultima volta che ha preso una posizione, la benemerita silente associazione, è stato nella querelle fra Isotta e Lissner, per l'uscita di scena di Susanna Colombo dalla direzione dell'ufficio stampa del Comunale di Firenze e nell'allontanamento di Cognata dalla sovrintendenza del Massimo di Palermo, da parte di Giambrone fratello, cioè Francesco, fratello del politico, per andarci lui. A tal proposito a noi venne all'epoca un cattivo pensiero. Si sapeva della calorosa accoglienza che il teatro siciliano aveva sempre fatto ai critici; con il commissario gli stessi critici forse temettero che quella accoglienza fosse ridimensionata e perciò intervennero?
Nel silenzio generale di musicisti e critici hanno sciolto negli ultimi anni quattro orchestre formate prevalentemente da giovani ( Orchestra giovanile di Santa Cecilia, epoca Berio, Orchestra del Lazio, Orchestra sinfonica di Roma, Orchestra Mozart), ed ora si stava tentando di dare un duro colpo alle orchestre delle fondazioni liriche con il 'caso Roma'. Che altro e di più grave deve accadere perché si sveglino?
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giovedì 6 novembre 2014
De minimis non curat musicus, sia egli professionista o critico. Noterella a margine di un articolo del Corriere della Sera
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mercoledì 24 settembre 2014
Ancora di Muti che dà l'addio a Roma. Piange Fontana, presidente AGIS. Foletto e la sua associazione di critici tace.
Chi si è sorpreso della dichiarazione di Carlo Fontana, attuale presidente dell'Agis, e fino ad una decina di anni fa fratello/coltello di Muti alla Scala, non ha considerato che in situazioni drammatiche si deve tenere un comportamento che passa anche sopra antiche ruggini. Fontana si è detto dispiaciuto e sorpreso del fatto che un teatro italiano non abbia saputo tenersi un direttore, sebbene suo nemico di un tempo, Riccardo. E Fontana ha perfettamente ragione. In teatro, primi fra tutti i troppo coccolati orchestrali non si sono resi conto di avere in casa, senza esserselo meritato, uno dei direttori più amati ed ambiti del pianeta. Il quale era sbarcato a Roma, Vespa dice: per amicizia nei suoi confronti; Alemanno aggiunge: perché gli aveva fatto ponti d'oro, e Veltroni: che era stato lui il primo a corteggiarlo, dimenticando tutti che Muti è venuto a Roma anche perché voleva vendicarsi della sua ex Scala che ai tempi, e prima del traumatico divorzio, era stata la Scala di Muti e Fontana.
A differenza di Fontana e degli ipocriti orchestrali dell'opera che ora vorrebbero ancora scioperare, ma per solidarietà con Muti, sperando che il loro gesto estremo, prima e troppe volte utilizzato per costringere Muti ad andarsene, sortisca un qualche effetto, nessun altro s'è fatto sentire sulla questione. Non si è fatta sentire Santa Cecilia, e forse in questo caso con qualche ragione (?), dopo che dalla cerchia di Muti erano arrivate, a mezzo stampa, all'indirizzo di Pappano e dell'orchestra offese ingiustificate, ma che in questa occasione avrebbe potuto passarci sopra, visto che con l'Opera condivide un Sovrintendente-amministratore delegato ( Fuortes); avrebbero potuto dire qualcosa a titolo personale i dirigenti di Santa Cecilia, neanche quelli; solo qualche giornale l'ha tirata in ballo l'Accademia, parlando della possibilità che Pappano vada a dirigere l'Opera - allo stato attuale una sciocchezza - anche se sarebbe la soluzione migliore per il teatro ed anche per Pappano in Italia, una volta terminato il suo impegno con l'Accademia ( qualora volesse concluderlo prima, e fare la stessa cosa con Londra). In questo caso avremmo finalmente due teatri, Milano e Roma, con due direttori come si deve (Chailly e Pappano) pronti a farsi concorrenza sul piano della qualità, l'unico che si deve avere sempre presente, e, diciamo pure, sul terreno dello stesso repertorio che, a Roma e Milano, deve essere innanzitutto ITALIANO. E Santa Cecilia potrebbe pensare, in tempo, al successore di Pappano, che un giorno o l'altro sicuramente lascerà, mentre non si capisce ancora se Cagli lascia o non lascia, e pensieri cattivi vengono a chiunque consideri il probabile successore, Michele Dall'Ongaro, INDESIDERATO da alcuni (forse troppi), che egli stesso sta allevando in seno e tenta in tutti i modi di sostenere. Non si è fatto sentire ufficialmente neanche il Consiglio di amministrazione del teatro, e il membro Battistelli, l'ha fatto con una intervistina a Repubblica, indegna di nota.
Non è intervenuto nessun altro sovrintendente o direttore italiani. Nessuno. E, neppure, per quattro parole, magari di semplice circostanza, l'Associazione dei critici musicali, dal cui interno qualche bocca meno cucita del resto ci riferì, ai tempi di Muti alla Scala, che loro parteggiavano per Abbado e che prima di attribuire un premio 'Abbiati' - manco fosse un Nobel, dove pure ci sono impicci - a Muti avrebbero preteso un miracolo. Sul sito, rinnovato, dell'Associazione, che però rinnovando gli organi sociali ha lasciato quelli di sempre, gli ultimi comunicati presenti sono quelli di solidarietà con l'addetta stampa del Comunale di Firenze, Susanna Colombo fatta fuori dall'ing. Francesca Colombo (due colombe in un unico nido non ci potevano stare!) nonostante che Susanna Colombo non fosse un critico musicale in attività; e di Paolo Isotta, ma a denti stretti, all'indomani del contenzioso con Lissner, soltanto perchè finito sui giornali. Dopo di che, e negli ultimi due o tre anni, l'Associazione presieduta da un ventennio da Foletto, non ha trovato nessuna occasione meritevole di un suo intervento.
A differenza di Fontana e degli ipocriti orchestrali dell'opera che ora vorrebbero ancora scioperare, ma per solidarietà con Muti, sperando che il loro gesto estremo, prima e troppe volte utilizzato per costringere Muti ad andarsene, sortisca un qualche effetto, nessun altro s'è fatto sentire sulla questione. Non si è fatta sentire Santa Cecilia, e forse in questo caso con qualche ragione (?), dopo che dalla cerchia di Muti erano arrivate, a mezzo stampa, all'indirizzo di Pappano e dell'orchestra offese ingiustificate, ma che in questa occasione avrebbe potuto passarci sopra, visto che con l'Opera condivide un Sovrintendente-amministratore delegato ( Fuortes); avrebbero potuto dire qualcosa a titolo personale i dirigenti di Santa Cecilia, neanche quelli; solo qualche giornale l'ha tirata in ballo l'Accademia, parlando della possibilità che Pappano vada a dirigere l'Opera - allo stato attuale una sciocchezza - anche se sarebbe la soluzione migliore per il teatro ed anche per Pappano in Italia, una volta terminato il suo impegno con l'Accademia ( qualora volesse concluderlo prima, e fare la stessa cosa con Londra). In questo caso avremmo finalmente due teatri, Milano e Roma, con due direttori come si deve (Chailly e Pappano) pronti a farsi concorrenza sul piano della qualità, l'unico che si deve avere sempre presente, e, diciamo pure, sul terreno dello stesso repertorio che, a Roma e Milano, deve essere innanzitutto ITALIANO. E Santa Cecilia potrebbe pensare, in tempo, al successore di Pappano, che un giorno o l'altro sicuramente lascerà, mentre non si capisce ancora se Cagli lascia o non lascia, e pensieri cattivi vengono a chiunque consideri il probabile successore, Michele Dall'Ongaro, INDESIDERATO da alcuni (forse troppi), che egli stesso sta allevando in seno e tenta in tutti i modi di sostenere. Non si è fatto sentire ufficialmente neanche il Consiglio di amministrazione del teatro, e il membro Battistelli, l'ha fatto con una intervistina a Repubblica, indegna di nota.
Non è intervenuto nessun altro sovrintendente o direttore italiani. Nessuno. E, neppure, per quattro parole, magari di semplice circostanza, l'Associazione dei critici musicali, dal cui interno qualche bocca meno cucita del resto ci riferì, ai tempi di Muti alla Scala, che loro parteggiavano per Abbado e che prima di attribuire un premio 'Abbiati' - manco fosse un Nobel, dove pure ci sono impicci - a Muti avrebbero preteso un miracolo. Sul sito, rinnovato, dell'Associazione, che però rinnovando gli organi sociali ha lasciato quelli di sempre, gli ultimi comunicati presenti sono quelli di solidarietà con l'addetta stampa del Comunale di Firenze, Susanna Colombo fatta fuori dall'ing. Francesca Colombo (due colombe in un unico nido non ci potevano stare!) nonostante che Susanna Colombo non fosse un critico musicale in attività; e di Paolo Isotta, ma a denti stretti, all'indomani del contenzioso con Lissner, soltanto perchè finito sui giornali. Dopo di che, e negli ultimi due o tre anni, l'Associazione presieduta da un ventennio da Foletto, non ha trovato nessuna occasione meritevole di un suo intervento.
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lunedì 5 maggio 2014
Nessun conflitto di interessi. Semplice serietà professionale
Ci siamo imbattuti, casualmente, in un dibattito suscitato da una stroncatura del 'Ballo' verdiano messo in scena dalla Scala, per la regia di Michieletto, enfant prodige e dannato della regia dei nostri giorni. La recensione, negativa, era firmata da Giovanni Gavazzeni, nipote di Gianandrea - lo si annota sempre, come a dire: buon sangue non può mentire - per Il Giornale, al quale abbiamo per un decennio collaborato con piacere e soddisfazione.
Gavazzeni si difende dicendo che in altra occasione aveva parlato bene di Michieletto, in occasione di un'altra opera che, se non andiamo errati, era stata rappresentata a Pesaro, e aveva la direzione di Mariotti e magari l'Orchestra era quella del Comunale bolognese, che sarebbe un ulteriore elemento da considerare eventualmente, sebbene possa essere anche trascurato.
Mariotti, oltre che Pesaro, dove la sua famiglia regna da secoli e suo padre è monarca assoluto, vuol dire Bologna, il teatro nel quale egli ha un incarico stabile come direttore. E che c'entra, direte voi? C'entra eccome. Perchè Gavazzeni, e non da quest'anno, è un collaboratore fisso del teatro bolognese per il quale cura i programmi di sala e anche l'intera attività editoriale, con un compenso ( vedasi settore 'amministrazione trasparente' del Comunale di Bologna') di Euro 32.000 annui (forse dal Giornale non prende la stessa cifra in un anno, con i problemi dell'editoria). Ora chi di voi terrebbe a libro paga uno che quando si parla del datore di lavoro ne parla male? Ecco il problema sul quale molti colleghi 'giornalisti', soi disant, credono di poter passar sopra, noncuranti delle critiche. Noi ad uno che è alle dipendenze del Comunale di Bologna non crediamo ad una virgola di quello che scrive riguardo al Comunale e neanche di gran parte di ciò che scrive di altri teatri con i quali la storia e la vita del teatro bolognese può intrecciarsi .
Di questo problema più volte, e non da oggi, abbiamo investito la cosiddetta 'compagnia di amici' dell'Associazione critici musicali, presieduta da troppo tempo da Angelo Foletto, alla quale siamo stati iscritti solo per qualche anno decenni fa e dalla quale siamo usciti quando abbiamo capito che aria tirava. Tante volte abbiamo detto a Foletto che doveva estromettere dalla 'compagnia di amici' coloro i quali facevano i critici e contemporaneamente i direttori artistici. Anche perchè alcuni di coloro che si trovano in tale imbarazzante situazione assegnano punti per il cosiddetto 'Premio Abbiati', fiore all'occhiello della 'Compagnia'. E lui ci ha risposto che coloro i quali si trovano in tale situazione ( per noi imbarazzante, ma per lui no) non fanno parte delle cariche direttive dell'associazione - falso perché uno di questi cosiddetti giornalisti/direttori artistici faceva addirittura parte del comitato dei Probiviri.
Gavazzeni si difende dicendo che in altra occasione aveva parlato bene di Michieletto, in occasione di un'altra opera che, se non andiamo errati, era stata rappresentata a Pesaro, e aveva la direzione di Mariotti e magari l'Orchestra era quella del Comunale bolognese, che sarebbe un ulteriore elemento da considerare eventualmente, sebbene possa essere anche trascurato.
Mariotti, oltre che Pesaro, dove la sua famiglia regna da secoli e suo padre è monarca assoluto, vuol dire Bologna, il teatro nel quale egli ha un incarico stabile come direttore. E che c'entra, direte voi? C'entra eccome. Perchè Gavazzeni, e non da quest'anno, è un collaboratore fisso del teatro bolognese per il quale cura i programmi di sala e anche l'intera attività editoriale, con un compenso ( vedasi settore 'amministrazione trasparente' del Comunale di Bologna') di Euro 32.000 annui (forse dal Giornale non prende la stessa cifra in un anno, con i problemi dell'editoria). Ora chi di voi terrebbe a libro paga uno che quando si parla del datore di lavoro ne parla male? Ecco il problema sul quale molti colleghi 'giornalisti', soi disant, credono di poter passar sopra, noncuranti delle critiche. Noi ad uno che è alle dipendenze del Comunale di Bologna non crediamo ad una virgola di quello che scrive riguardo al Comunale e neanche di gran parte di ciò che scrive di altri teatri con i quali la storia e la vita del teatro bolognese può intrecciarsi .
Di questo problema più volte, e non da oggi, abbiamo investito la cosiddetta 'compagnia di amici' dell'Associazione critici musicali, presieduta da troppo tempo da Angelo Foletto, alla quale siamo stati iscritti solo per qualche anno decenni fa e dalla quale siamo usciti quando abbiamo capito che aria tirava. Tante volte abbiamo detto a Foletto che doveva estromettere dalla 'compagnia di amici' coloro i quali facevano i critici e contemporaneamente i direttori artistici. Anche perchè alcuni di coloro che si trovano in tale imbarazzante situazione assegnano punti per il cosiddetto 'Premio Abbiati', fiore all'occhiello della 'Compagnia'. E lui ci ha risposto che coloro i quali si trovano in tale situazione ( per noi imbarazzante, ma per lui no) non fanno parte delle cariche direttive dell'associazione - falso perché uno di questi cosiddetti giornalisti/direttori artistici faceva addirittura parte del comitato dei Probiviri.
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