Intanto prima ancora che si svolga la 60.esima edizione del famoso Concorso pianistico F.Busoni con sede a Bolzano, nella città si riuniranno fra pochi giorni i rappresentanti della federazione dei Concorsi internazionali, i quali - si spera - discuteranno della importanza dei concorsi, del loro ruolo oggi, della loro necessità per la selezione dei prossimi concertisti e di molto altro.
Ma è l'edizione n.60 del Concorso, che si svolgerà alla fine del prossimo agosto, ad aver attirato la nostra attenzione, per due motivi. Il primo perchè fra i ventisette pianisti selezionati, ben dieci sono italiani, ed alcuni anche molto giovani. Una rappresentanza così nutrita delle nostre scuole pianistiche forse non si vedeva da molte edizioni, o no? dipende da noi che non siamo informati?
A tale proposito viene subito da pensare che tale folta rappresentanza sia dovuta anche alla presenza ad Imola della rinomata Accademia pianistica di Franco Scala. Ed anche qui ci sbagliamo, perché, a leggere i curriculum dei singoli finalisti l'Accademia di Imola non è mai citata. Vero è anche che fra gli italiani ci sono anche oriundi o stranieri che vivono stabilmente in Italia. Comunque nelle loro schede li si considera a tutti gli effetti italiani. E così sia. E a loro naturalmente auguriamo grandi allori in finale.
Intanto nelle 60 edizioni del premio, soltanto cinque italiani figurano fra i vincitori del Primo premio. Perticaroli ( 1952, alla terza edizione del premio); Mancinelli (1954) Cappello ( 1976), Cominati (1993) Andaloro ( 2005).
Fra tutti, dopo Perticaroli che abbiamo conosciuto, a partire dagli anni Ottanta, nelle vesti di didatta piuttosto che in quelle di concertista, ci sembra che Cominati sia il pianista che più di tutti possa ad oggi vantare una bella carriera. Se gli altri vincitori non sono del medesimo parere, ci correggano.
Altro motivo di interesse la composizione della giuria, presieduta dal giovanissimo Joerg Demus che vinse il premio un secolo fa, e composta da altri nove membri tutti vincitori, nei sessant'anni di vita del concorso, del primo premio, al punto che di taluni di essi si ignori perfino il nome e se abbia fatto una carriera concertista, come il Concorso dovrebbe preludere e far supporre.
Ciò detto, sarebbe interessante ed utile che i rappresentanti dei Concorsi che si riuniranno a Bolzano fra pochi giorni discutano sulla utilità dei concorsi, anzi sulla loro odierna necessità in previsione della carriera concertistica. Perchè di casi strani nella storia di famosi concorsi, anche più importanti del Busoni, come lo Chopin , ve ne sono stati. Su tutti, in anni lontani, quello di Ashkenazy che , sconfitto allo Chopin, procura le dimissioni di Benedetti Michelangeli dalla giuria, analogamente a quanto fece in anni più vicini a noi la Argerich, quando allo Chopin non si diede la vittoria a Pogorelich.
A proposito di giuria, non può passare inosservata l'assenza della Argerich, una delle più gloriose vincitrici del Busoni. Perchè? Può il Concorso di Bolzano festeggiare i sessant'anni, in assenza della Argerich? La fascinosissima ragazzina che incantò tutti, non solo come pianista, come ha raccontato anni fa sul mensile 'Piano Time', Tito Aprea, giurato in quella edizione?
Per tornare alla massiccia presenza degli italiani fra i finalisti, noi la pensiamo come Alexander Lonquich e cioè che in Italia vi sono molti talenti che sarebbe un vero peccato non riconoscere , aiutare nella carriera, o lasciarli andar via, nella indifferenza generale, mentre vediamo oggetto di eccessiva attenzioni alcuni pianisti non italiani, per chissà quali ragioni. E siamo certi che i giurati che li hanno, l'anno scorso, selezionati non sono stati di 'manica larga' con i nostri giovani pianisti. I quali, se avranno un futuro davvero luminoso molta della loro luce riverseranno, irradiandola, sulla storia del Busoni che, in questi ultimi anni, non sembra brilli particolarmente, a giudicare dai suoi vincitori.
Lo stesso discorso si può fare anche per altri concorsi, mentre vediamo delle carriere nate quasi per caso, senza il passaggio obbligato dai concorsi, e forse anche senza i meriti e le qualità necessarie. Come, invece, ne ha Ramin Bahrami, ma non in misura tale da giustificare il successo che ha , sinceramente eccessivo secondo noi, e che nessun concorso avrebbe potuto garantirgli. Dunque ci sono altre variabili che andrebbero individuate e laddove il loro peso sia ritenuto eccessivo, smascherate e neutralizzate. Anche per ridare peso, dignità ed importanza ai concorsi, qualora si ritengano ancora utili, addirittura necessari.
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lunedì 27 aprile 2015
La carica degli italiani al Concorso Busoni, sessantesima edizione
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giovedì 9 ottobre 2014
VIVE LA CALLAS? LA WARNER RIPUBBLICA TUTTE LE SUE REGISTRAZIONI FATTE IN STUDIO
Un
noto istituto italiano specializzato in ricerche nel campo musicale,
i cui risultati pubblica mensilmente sul bollettino di casa, ha
effettuato un sondaggio dal quale è risultato che Maria Callas è
la 'cantante più importante del secolo scorso', conclusione più o
meno immaginata, ma non ci ha detto se è anche la più popolare. E
allora ci siamo messi a cercare altre prove per avvalorare il
risultato, quasi scontato, di quel sondaggio e per vedere se la
Callas sia anche stata la più popolare, e se valore e popolarità
siano in stretto rapporto. E, infine, quale sia il grado di
popolarità di Maria Callas al momento.
Quale
sistema usare per definire il grado di popolarità di un personaggio
pubblico, un artista conosciuto? La risposta, nè facile né ovvia,
ci ha condotti, attraverso i nostri sistemi poco scientifici, a
ribadire che la popolarità di un personaggio dipende soprattutto
dalla professione svolta e anor più dal mezzo che lo fa conoscere:
Pippo Baudo è certamente più popolare di Carlo Rubbia; almeno così
è risultato a noi; ma mettere sullo steso piano le due professioni
è quasi una bestemmia. Perciò non conta affatto la profesione né
la utilità sociale della medesima; perchè, come nel nostro caso,
incide enormemente sul grado di popolarità il mezzo attraverso il
quale un personaggio viene conosciuto. La televisione, ad esempio,
nel caso di Baudo, per la cui potenza di popolarità si arriva a
dire che 'se non sei in televisione semplicemente non esisti' , è il
mezzo che procura a chicchessia la popolarità più sfacciata.
Stringendo
la ricerca alla musica, nelle varie professioni., ci siamo chiesti
fra cantanti, strumentisti, direttori d'orchestra ed anche
compositori, perché no?, quali musicisti siano più popolari? E se
il palcoscenico sia una cassa di risonanza capace di amplificare la
notorietà degli artisti, al pari della televisione?
Abbiamo
sempre pensato, senza fare ricerche e indagini in tal senso, che la
popolarità maggiore fra i musicisti, l'avessero i cantanti, per la
ragione che moltissimi pensano di poter fare ciò che fa il cantante,
mentre nessuno, ragionevolmente, crede di poter fare quel che fa il
direttore d'orchestra, lo strumentista e, meno ancora, il
compositore. E che il cantante, per tale ragione, è il musicista
con il quale più facilmente ci si identifica e che lo rende popolare
agli occhi di tutti. Come dimostrano, indirettamente, schiere di
imitatori di cui la televisione è piena e con le quali vivacchia in
assenza di idee.
E
perciò cercare i personaggi più popolari fra i cantanti ci era
parsa la strada migliore per proseguire l' indagine. Il che faceva
anche al nostro caso, visto che l'oggetto primo della nostra ricerca
era Maria Callas.
Per
avere una prima conferma abbiamo fatto ricorso all'anagrafe popolare
più vasta ed aggiornata: la rete. Digitando alla rinfusa, nomi di
cantanti, direttori, compositori, strumentisti, abbiamo, ad esempio,
scoperto che Bach ha il numero di annunci maggiore di tutti (
162.000.000. Una vera scoperta!), Mozart 97.000.000 e Beethoven
18.600.000. E che, solo dopo di loro appaiono, per numero di annunci,
i cantanti - i più popolari, naturalmente. Pavarotti, guida la
classifica, con 10.700.000 annunci, Maria Callas 2.080.000; mentre
Verdi è a quota 3.770.000, superato da Puccini che si attesta a
5.140.000. Karajan si ferma a quota 1.410.000, da non credersi; e
Glenn Gould, tanto per citare un pianista fra i più conosciuti ed
idolatrati, ne ha 2.070.000. Sorprendente, ad un passo dalla Callas.
Arturo Benedetti Michelangeli e Cecilia Bartoli, in fondo alla
classifica, con circa 650.000 annunci ciascuno. Neanche a prenderli
in considerazione.
Questa
nostra indagine, non scientifica, ha, secondo noi, il merito di
mettere le cose in ordine, ponendo al vertice della piramide musicale
i compositori, senza i quali Callas e Pavarotti non potevano che
fischiettare canzoni popolari sotto la doccia, o mentre si
sbarbavano, nel caso di Pavarotti. Una vendetta postuma contro quel
modo barbaro di intendere la musica - avallato da una comunicazione
che spara a caratteri cubitali il nome degli interpreti e con
caratteri minuscoli, quasi illeggibili, quello dei compositori - che
mette cioè gli interpreti al primo posto, e poi i compositori.
Bach
è il musicista più popolare di tutta la storia, anche più del
grandissimo, fondamentale Beethoven e dell'amatisimo Mozart. Ed anche
di Pavarotti e Karajan. Pavarotti resta fra i più amati e
conosciuti, ma probabilmente non per il suo valore musicale, bensì
per la bellissima voce, ed anche per la simpatia, oltre che per la
morte recentissima; e, forse, anche di lui fra qualche anno si
perderà ogni ricordo; in quel momento toccherà a qualche casa
discografica tenerne vivo il ricordo, immettendo nuovamente sul
mercato pacchi di dischi.
Il
discorso, attenenndoci al verdetto della rete, è ancor più
sfavorevole per la Callas, almeno per il grado della sua attuale
popolarità, ma, a differenza di Pavarotti, il suo peso musicale è
enormemente più grande, come ha confermato il noto istituto di
indagine musicale. Mentre a rinverdirne la popolarità, ci pensa ora
la sua casa discografica, pubblicando tutte le sue registrazioni
effettuate in studio.
Studiando
il fenomeno Callas abbiamo scoperto che esiste negli archivi della
Fonit Cetra di Torino, il suo primo provino discografico, nel quale
canta 'Casta diva'. Quando in una delle tante ricorrenze si è fatto
ascoltare quel provino, di una giovanissima cantante, la commozione
ha preso tutti.
Del
suo esordio sulle scene in età abbastanza precoce, sotto i
vent'anni, e dei suoi studi alla fine degli anni Trenta, ad Atene,
dove si era trasferita dalla nativa New York ( era nata nel 1923, il
12 dicembre) con Elvira De Hidalgo, la sua maestra cui è rimasta
sempre devota, e con la quale ha mantenuto una fitta corrispondenza
epistolare, si sa tutto
Della
sua scoperta e del successivo esordio italiano, prima all'Arena (
dove il 3 agosto 1947 cantò 'Gioconda', ed aveva 23 anni) e poi
alla Fenice e solo dopo a Firenze, ad opera di una coppia di
musicisti illuminati e di grande fiuto, il direttore Tullio Serafin e
l'organizzatore/musicista Francesco Siciliani, anche. Così Siciliani
ci raccontò l'incontro con la giovane cantante, del quale a distanza
di molti anni ricordava anche il mese ed il giorno:16 ottobre 1948,
“in casa del maestro Serafin con il quale Lei aveva già cantato,
in via dei Monti Parioli, a Roma.
“Alcuni
giorni prima dell'incontro in casa Serafin - ci raccontò Siciliani
all'indomani della mnorte della celebre cantante - ascoltavo
'Tristano' alla radio. Ricordo che l'ascoltai fino alla fine per
conoscere il nome della cantante che interpetava Isotta, dalla cui
voce ero rimasto colpito: Maria Callas. All'epoca ero direttore
artistico del Maggio Fiorentino. Pochi giorni prima di quell'incontro
ricevetti una telefonata angosciata di Serafin. Ho qui con me - mi
disse con voce concitata - una cantante greco-americana che ha già
lavorato con me, ha fatto poi una serie di audizioni, a cominciare
dalla Scala, senza esito. Ora è, di conseguenza, costretta ad
imbarcarsi a Napoli per l'America; non ha soldi e dovrà viaggiare
in classe 'emigrante'. Perchè non viene a Roma per ascoltarla?”
“Incontrai,
dunque, Maria in casa di Serafin: era una donna un po' rotonda, ma
dal vitino stretto e con uno sguardo magico. Una grande personalità.
Serafin si mise al pianoforte e accompagnò la Callas in 'Turandot',
'Gioconda', 'Tristano' ecc... in un repertorio di grande taglio
drammatico. Ebbi l'impressione di trovarmi di fronte ad una cantante
eccezionale. Le chiesi con chi aveva studiato, mi rispose: De
Hidalgo, un grande soprano di coloratura. Ma allora, perché non
interpreta questo repertorio, le chiesi? Perché non me lo fanno
cantare, fu la sua risposta. Mi misi allora io al pianoforte e le
feci cantare 'Puritani'. Mi convinsi immediatamente di aver scoperto
con lei quello che nell'Ottocento era detto 'soprano drammatico di
agilità', che all'importanza della voce univa la possibilità di
fare colorature di espressione, non di solo virtuosismo. Chiamai
subito il sovrintendente fiorentino, Pariso Votto, fratello di
Antonino - il celebre direttore - e gli esposi il caso. Feci fare
alla Callas un contratto triennale per riprendere il repertorio per
il quale sembrava essere fatta la sua voce. Cominciammo con 'Norma',
anche posticipando l'inizio della stagione invernale. Le recite di
'Norma', due appena, ottennero un successo travolgente. Seguirono
'Traviata' e 'Lucia' - in quest'ultima opera fece tremare il teatro,
perché eravamo abituati ad ascoltare Lucia da voci di soprano lirico
leggero. Poi 'Puritani', 'Orfeo ed Euridice' di Haydn, diretto da
Erich Kleiber (padre di Carlos), 'Vespri siciliani', che poi riprese
anche alla Scala, diretta da De Sabata. Per due anni ancora ebbi modo
di lavorare con Lei, facendole studiare un'opera, che poi non è
stata più ripresa, 'Armida' di Rossini, nella quale la Callas
credette di aver raggiunto i vertici dell'arte, ma quei vertici li
raggiunse davvero quando le feci studiare, nonostante la sua
riluttanza, 'Medea' di Cherubini. Dimenticavo: dopo le recite di
'Norma' della fine 1948, a settembre dell'anno dopo, la portai a
Perugia, alla Sagra Musicale Umbra ( il celebre festival di cui
Siciliani è stato per decenni direttore ndr.) dove, interpretò,
dopo pianti e ripensamenti, il 'S. Giovanni Battista' di Stradella in
prima ripresa moderna”.
Questi
i primi anni di carriera, già luminosa, di Maria Callas, raccanotata
dal suo 'scopritore', ruolo nel quale la Callas, a Siciliani,
affiancava Serafin, dal quale riconosceva di aver appreso una grande
lezione: “ recitare attraverso la musica. Mi diceva. Non rendere
Gilda 'graziosa'. Sarà pure vergine, ma non dimenticare che muore
per amore!”.
Dopo
quegli inizi la Callas, nel corso della sua non lunga carriera, operò
una vera rivoluzione nel repertorio operistico, professando la sua
fedeltà assoluta al testo, e sancendo la fine definitiva dell'epoca
d'oro del belcanto. Via le 'belle voci' con il 'cuore in mano' e lo
'spartito in soffitta'. Ebbe scarsa considerazione della tradizione
che definiva ironicamente: 'l'ultima cattiva interpretazione', per
concludere che la tecnica, che possedeva in grado altissimo, doveva
sottoporsi alla necessità drammatica. E così, con tale uso della
tecnica, la poesia faceva il suo ingresso nel mondo
dell'interpretazione vocale. Per questa sua unicità, lei ha fatto
scuola, ma senza avere eredi, contrariamente a ciò che qualche
studioso ebbe a proporre, affermando che se al tempo della Calla
fossero state attive la Caballè o la Sutherland, queste le avrebbero
dato filo da torcere. No, Monserrat Caballè, la più bella voce del
secolo, come anche Joan Sutherland, magnifica cantante, mai e poi mai
avrebbero potuto essere antagoniste della Callas, e tanto meno sue
eredi. Belle voci, ottime interpreti, ma non interpreti di storica
rilevanza.
Un
duro colpo lo diede anche alla sostanziale impreparazione della
critica 'vocalistica' –-che non l'amò - ed alle grosse carenze
della musicologia che, “illuminata dal genio dell' arte vocale e
dal soffio vitalizzante dell' arte tragica della Callas, dovrà
smentire frettolose bocciature, minimizzanti etichettature, e
sghembe suddivisioni gerarchiche di cui erano costellate certe
'Storie della Musica' in circolazione” (Franco Soprano).
Ma
allora la Callas è diventata più popolare di Giuseppe Verdi? Non
sappiamo. In un'asta recente, un pacco di lettere indirizzate alla
sua maestra De Hidalgo ha trovato subito il compratore, e non ad un
prezzo di favore, mentre una bella e storica collezione di lettere di
Giuseppe Verdi è rimasta invenduta. Come spiegarcelo? Non sappiamo.
Noi preferiamo pensare che quella vendita si spieghi semplicemente
con il feticismo nei riguardi di grandi personalità e di ogni loro
cosa, oppure con la semplice, diffusa mania del possesso; e che
Verdi perciò sia - e debba restare - più popolare di Maria Callas.
( Suono. Per gentile concessione)
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mercoledì 9 aprile 2014
Michelangeli, il pianista dei pianisti
Si torna a parlare di lui alla vigilia del
ventennale della morte. A Roma un convegno in occasione della mostra alla Biblioteca Nazionale,
aperta sino alla fine di questo mese.
E’ curioso ma
neanche poi tanto che su grandi, taluni addirittura immensi, intrepreti - parliamo di Michelangeli, ma vale anche per
Horowitz, Richter – dopo la loro morte, sia
calato il silenzio più assordante. Ed è
ancor più curioso in tempi di rare nuove registrazioni, quando le case
discografiche, se opportunamente amministrate, potrebbero vivere di rendita,
rimettendo in circolazione gli immensi tesori custoditi nei loro archivi
sonori, che, invece, non fanno. A risvegliare la memoria, o l’interesse - speriamo - su uno degli interpreti più
osannati, al vertice della piramide novecentesca dell’interpretazione pianistica
ci pensano altri, probabilmente solo per anticipare le celebrazioni centenarie,
nella speranza che qualcosa, in seguito a tale sollecito non casuale, si muova.
Quando Arturo
Benedetti Michelangeli era in vita, ogni sua apparizione rappresentò davvero
un fatto unico ed irripetibile, nonostante che il suo repertorio - ma solo
quello pubblico, perché in privato Benedetti Michelangeli suonava molto altro
ancora - fosse abbastanza circoscritto e quasi immutato da anni. Non c’era
nulla di nuovo, e pure Benedetti Michelangeli era in grado di richiamare
schiere di adoratori ed anche di pianisti che noi stessi abbiamo sentito
esclamare, sconsolati, al termine di un concerto in Vaticano: come si fa a
suonare ancora, dopo aver ascoltato lui?
Le notizie delle meravigliose imprese del nostro
avevano superato i confini nazionali e raggiunto anche terre lontane: “ Si dice che in Italia viva un genio. Ha
una biografia romantica, un aspetto misterioso ed è molto originale. Dà
concerti molto raramente, ha un repertorio modesto ma quando suona il pianoforte
è un miracolo. Il suo nome, sembra, è Michelangeli”- si dice abbia detto
Sofronitskji, uno dei più grandi pianisti e maestri. Solo su quel ‘raramente (‘dà concerti’)
andrebbe detto qualcosa, per il resto, soprattutto del suo repertorio, era ciò
che tutti sapevano. “Non è vero che Benedetti Michelangeli dava concerti raramente
e che molte volte ne annullava alcuni già in calendario” - afferma senza
timore di essere smentito Angelo Fabbrini che per molti anni è stato
al fianco di Michelangeli con i suoi pianoforti. Michelangeli, questo è
vero, non tollerava compromessi, era maniacalmente interessato alla perfezione
sonora dello strumento che conosceva profondamente. Fabbrini ha ricordato le notti passate,
talvolta anche in compagnia del maestro, per mettere il pianoforte nelle
condizioni migliori in rapporto alla sala ed al repertorio. Michelangeli, nel
corso della sua carriera di concertista, ha disdetto concerti in numero molto
inferiore di quel che si pensa. Forse era diffusa convinzione in Italia, dove
per anni, per le ben note vicende anche fiscali, non ha più suonato,
concedendosi solo in rarissime occasioni, come in onore di due pontefici, e per il Sovrano
Militare Ordine di Malta, in uno storico concerto di beneficienza in favore
dell’Ospedale Bambino Gesù, nel corso del quale un uccellino, per ascoltare
Michelangeli s’era intrufolato fra le foglie di una pianta, e, avendo cominciato
a cinguettare, costrinse il pianista a interrompere quel canto imprevisto ed a
ricominciare il Ravel di ‘Gaspard de la
nuit’. (A proposito di quel memorabile concerto, quando Benedetti
Michelangeli venne a sapere che i soldi raccolti non erano ancora andati
all’Ospedale pediatrico romano, si infuriò e restituì all’Ordine di Malta
l’onorificenza ricevuta per l’occasione benefica. E bene fece!). Sulla unicità
della sua arte pianistica, molti illustri concertisti, mettendo da parte
rivalità professionali ed anche comprensibilissime invidie, hanno scritto. Non
fece la stessa cosa qualche storico che ancora in anni in cui l’arte di Benedetti
Michelangeli era universalmente riconosciuta, assieme a qualche lato del suo
carattere che certamente non lo rendeva simpatico, si esercitava a demolire il
personaggio piuttosto che a rendere onore al merito.
Un altro grandissimo pianista-didatta russo, Nejhaus,
avendolo ascoltato a Mosca, nel corso
della lunga tournée in URSS del 1964, disse di Michelangeli: ”La sua musica rammenta una scultura di
marmo, perfetta, bella, idonea a resistere per secoli senza mutare, come se non
fosse sottoposta alle leggi del tempo, alle sue contraddizioni e mutevolezze”.
Carlo Zecchi,
un altro dei nostri monumenti musicali, anch’egli ingiustamente dime nticato, ci scrisse di Michelangeli : “ La prima volta che ebbi occasione di
ascoltare ARTURO BENEDETTI MICHELANGELI, fu al Concorso di Bruxelles, molti
anni fa ( La testimonianza manoscritta di Zecchi era del 1984. Benedetti Michelangeli aveva
partecipato al Concorso in questione nel…
ndr.) Egli s’impose subito per le alte qualità di pianista e di
musicista. La commissione era composta dai più alti nomi del pianismo ( Artur
Rubinstein, Wilhelm Backhaus, Gieseking e Annie Fischer) e di rinomati
musicologi come Baumgarter ed altri del suo tempo. Lasciò una grande
impressione che si ripetè al Concorso di Edimburgo, qualche anno dopo, presente
Kleiber, Furtwaengler ed altri. Suonò il ‘Concerto di Schumann, accompagnato da
Vittorio Gui e il pubblico gli decretò un vero trionfo. Personalmente lo
considero un GRANDE, con le lettere maiuscole, e se il suo carattere fosse un
po’ meno chiuso, egli potrebbe avere il triplo di ammiratori. Quando era più
giovane studiava molte ore al giorno e anche di notte. La variabilità e
dolcezza del suo tocco sono le sue doti più spiccate, il suo discorso musicale
sempre persuasivo e dei più convincenti. Io ho per lui una venerazione e vorrei
che Lugano fosse un po’ più vicino a Roma per seguirlo nelle sue peregrinazioni
artistiche! L’Italia può essere fiera di quanto Egli dà per l’arte pianistica e
di quanto l’apprezzino i suoi colleghi. Carlo zecchi ( Piano Time. Anno II,
n.14. maggio 1984). Nella voce
Michelangeli del Dizionario Biografico della Treccani,2010, Rattalino ipotizza
che sia stato proprio Zecchi a votare contro il giovanissimo Michelangeli a
Bruxelles, e che anche in altre occasioni, forse per invidia, Zecchi non avrebbe apprezzato le qualità del
pianista - come invece aveva scritto a
noi.
E Aldo Ciccolini, al quale Benedetti Michelangeli
pare fosse molto legato: “L’Arte di
Benedetti-Michelangeli non si presta ad analisi di sorta. Si constata e basta.
Sarebbe infatti inutile volerne tentare la descrizione ed interi volumi non
basterebbero a coglierne i molteplici, straordinari aspetti. Un pianista del
calibro di Benedetti-Michelangeli non può esser paragonato a nessun altro – è
un fenomeno a parte, una somma di qualità di natura trascendentale sorrette da
una organizzazione mentale al di là dell’eccezionale. Non esito ad affermare
che nessun artista di questa seconda
metà del ventesimo secolo è in grado di reggere il confronto con A.
Benedetti-Michelangeli che ha saputo innalzare l’Arte pianistica a vette
sublimi, insospettate, irraggiungibili”. Aldo Ciccolini ( sempre da ‘Piano
Time’, in un numero dedicato a Michelangeli).
E Tito Aprea:
“ Il pianismo di Michelangeli è costruito
su fondamenta tecniche di infallibile perfezione, si avvale della bellezza di
un tocco espressivo fascinoso per creare atmosfere interpretative di rara
suggestione. E un così acceso clima di conquista spirituale è realizzato con
una imperturbabilità somatica che, già da sola, è misteriosa ed avvolgente.
Michelangeli non si abbandona a quegli atteggiamenti svenevoli o irosi con i
quali molti esecutori ‘mimano’, talvolta, il carattere delle musiche che
eseguono”.
Né va dimenticato
il lavoro di didatta di Benedetti Michelangeli, assai raro in musicisti del suo
calibro; memorabili i suoi corsi di Arezzo, dove aveva formulato un decalogo per
gli allievi dai quali esigeva rispetto per la musica e osservanza ferrea delle
regole della scuola. Si racconta, a tal proposito, di un allievo, molto dotato,
ma che presentandosi a Michelangeli, senza un briciolo di umiltà, gli disse: “Maestro,
sono venuto a farle sentire l’Appassionata”. Il maestro, gelido, rispose: “La
conosco”.
Questo
aspetto del suo carattere, particolarmente evidente nel suo lavoro di
insegnante, ci fa venire in mente un altro grande musicista italiano, venerato
e rispettato da tutto il mondo musicale, che non si faceva scrupolo di manifestare
durezza nei confronti degli allievi poco umili e irrispettosi della musica,
Franco Ferrara, alle cui lezioni, in quel di Assisi, ci capitò di assistere,
nei primi anni Ottanta, mentre non abbiamo mai avuto modo di assistere a quelle
di Michelangeli, ad Arezzo, negli anni Cinquanta, anche per ragioni anagrafiche.
Le
caratteristiche principali del suo pianismo
furono subito evidenti a tutti dal suo debutto internazionale a Ginevra
, al primo Concorso, nel 1939, Michelangeli diciannovenne, sintetizzate da
Cortot che presiedeva la giuria che lo salutò come il ‘nuovo Liszt’. Il
virtuosismo risolto senza apparente difficoltà la prima caratteristica
distintiva, testimoniata anche dalle prime registrazioni. Ad esso si affiancò,
nel tempo, uno straordinario ‘cantabile’, al punto che ascoltandone alcune
esecuzioni particolarmente segnate da
tale stile pianistico si aveva l’impressione fossero due i pianoforti a
suonare, perchè l’accompagnamento differiva dal modo, tutto vocale e sulla scia
della grande tradizione della vocalità italiana, arricchita anche dall’apparizione rivoluzionaria della
Callas, di porgere la linea del canto. Verso gli ultimi anni di carriera si
osservò nel suo pianismo un forte tensione verso l’oggettività
dell’esecuzione. A quale altra svolta
avremmo assistito qualora Michelangeli, se non morto prematuramente in
quell’11 giugno del 1995, avesse
messo in atto quel suo proposito di incidere nuovamente tutto il suo
repertorio, come aveva rivelato anche ad Angelo Fabbrini che, proprio nel
giorno in cui il pianista scomparve si accingeva a raggiungerlo
per discutere e concordare calendario di prove e registrazioni. ( Chi
volesse leggere il ‘diario’ di Angelo
Fabbrini, consegnato, in esclusiva, al bimestrale Music@, non ha che da sfogliare,
sul sito : www.consaq.it,
i nn. 28-31 del 2012 di Music@).
Una
curiosità, per finire. Michelangeli era nato il 5 gennaio del 1920. Esattamente
undici anni dopo, il 5 gennaio del 1931 nacque Brendel e undici anni dopo ancora,
il 5 gennaio 1942, nacque Pollini. Semplice coincidenza, o vogliamo pensare che
esista un giorno propizio per la nascita di grandi pianisti?
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venerdì 16 agosto 2013
Uno sfascianazioni compra Steinway. Il mostro dal cuore umano?
La notizia fa il giro del mondo in poco tempo in questo strano agosto 2013: lo storico marchio di pianoforti Steinway (New York-Amburgo) fondato nella prima metà dell'Ottocento da un certo Steinweg ( americanizzato poi in Steinway) è stato acquistato dal finanziare, ' re degli hedge found', John Paulson, per 503 milioni di dollari. Ha un animo gentile, un cuore tanto sensibile, colui che ha fatto la fortuna all'epoca dei grandi scandali finanziari che hanno messo sul lastrico nazioni intere, per comprarsi la storica casa costruttrice di pianoforti che rappresenta ancora oggi il 'suono' dell'Europa musicale? No, ha voluto fare un affare, perché quel marchio s'è ripreso molto presto dalla crisi degli anni passati ed è tornato a guadagnare. Allora perché è stato messo in vendita? semplicemente perchè arriva un momento in cui anche un grande marchio per rispondere alle sfide del mercato globale ha bisogno di fare un salto di qualità, per il quale ha bisogno di soldi che, evidentemente, non ha; ed allora si offre a compratori danarosi, poco importa se hanno distrutto intere nazioni per fra soldi. I soldi si sa, purtroppo non hanno odore o hanno lo stesso odore quale che sia la provenienza.
La storia della famosa casa costruttrice sarebbe stato interessante leggere, perchè è segnata da numerosi brevetti che hanno reso nel tempo, ogni strumento uscito dalle sue fabbriche il re dei pianoforti. ( Quella storia la facemmo raccontare da uno che se ne intende, tanti anni fa, per Piano Time: Piero Rattalino). Adesso dobbiamo accontentarci, anzi indignarci per le sciocchezze che abbiamo letto su giornali illustri . Innanzitutto non ci vuole un anno per costruire un pianoforte, altrimenti Paulson non l'avrebbe comprato, non trattandosi di un affare. E poi, cosa poteva interessare a John Lennon del pianoforte Steinway: per lui uno strumento qualunque bastava, anche per scrivere 'Imagine'. Certo giunto alla notorietà che sappiamo e ricco sfondato, è chiaro che lui voleva suonare su uno Steinway. Modestamente, possiamo rassicurare chiunque che anche un modestissimo pianoforte verticale coreano avrebbe avuto per lui lo stesso risultato. Analogo ragionamento ci viene da fare leggendo una breve intervista al musicista Gualazzi, autore di canzoni, ma non pianista di professione. Certo se i pianoforti Steinway dovessero cambiare, Pollini, Ashkenazy potrebbero risentirsi oggi, come in passato avrebbero potuto fare Rusbinstein, Rachmaninov - certamente non Gould, per quanto avesse un senso del colore spiccato - ed altri grandi P-I-A-N-I-S-T-I, primo fra tutti Benedetti Michelangeli con la cura maniacale del suono che esigeva. La gran parte di quelli interpellati dagli ignoranti giornalai, senza nulla togliere alle loro professionalità di musicisti, neppure se ne accorgerebbero. Senza dire che, nel caso dovesse accadere, ci si può rivolgere al marchio italiano in grandissima ascesa, FAZIOLI.
La storia della famosa casa costruttrice sarebbe stato interessante leggere, perchè è segnata da numerosi brevetti che hanno reso nel tempo, ogni strumento uscito dalle sue fabbriche il re dei pianoforti. ( Quella storia la facemmo raccontare da uno che se ne intende, tanti anni fa, per Piano Time: Piero Rattalino). Adesso dobbiamo accontentarci, anzi indignarci per le sciocchezze che abbiamo letto su giornali illustri . Innanzitutto non ci vuole un anno per costruire un pianoforte, altrimenti Paulson non l'avrebbe comprato, non trattandosi di un affare. E poi, cosa poteva interessare a John Lennon del pianoforte Steinway: per lui uno strumento qualunque bastava, anche per scrivere 'Imagine'. Certo giunto alla notorietà che sappiamo e ricco sfondato, è chiaro che lui voleva suonare su uno Steinway. Modestamente, possiamo rassicurare chiunque che anche un modestissimo pianoforte verticale coreano avrebbe avuto per lui lo stesso risultato. Analogo ragionamento ci viene da fare leggendo una breve intervista al musicista Gualazzi, autore di canzoni, ma non pianista di professione. Certo se i pianoforti Steinway dovessero cambiare, Pollini, Ashkenazy potrebbero risentirsi oggi, come in passato avrebbero potuto fare Rusbinstein, Rachmaninov - certamente non Gould, per quanto avesse un senso del colore spiccato - ed altri grandi P-I-A-N-I-S-T-I, primo fra tutti Benedetti Michelangeli con la cura maniacale del suono che esigeva. La gran parte di quelli interpellati dagli ignoranti giornalai, senza nulla togliere alle loro professionalità di musicisti, neppure se ne accorgerebbero. Senza dire che, nel caso dovesse accadere, ci si può rivolgere al marchio italiano in grandissima ascesa, FAZIOLI.
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