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lunedì 16 gennaio 2017

Referendum delle nostre brame, qual è la musica più bella del reame? Ce lo rivela Classic Voice

Una rivista di musica italiana che da tempo ha il suo punto di forza nell'inchiesta o referendum  su vari argomenti con risultati sempre sorprendenti e molto spesso imprevedibili -  come nel caso di Maria Callas, risultata la più grande cantante del secolo, e dell'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia,  come la migliore del mondo, scalzando di molte posizioni sia le 'cinque sorelle' americane che  i vari 'Filarmonici' europei' - questo mese si è avventurata nel terreno, assai scivoloso, della 'musica contemporanea'.  Tuttavia grati le siamo per averci risparmiato Giovanni Allevi, campione della musica 'classica moderna contemporanea'.

Qual è la più bella musica del nostro tempo - ha chiesto ad un  centinaio di addetti ai lavori, decidendo di considerare la produzione di quindici anni, dal 2000 al 2015?
 Il referendum ha risposto a tale domanda - malposta, secondo noi, perchè la categoria della 'bellezza',  è assai difficile da applicare alla musica di oggi, quanto meno andrebbe prima spiegata, cosa che la rivista  non fa, ma che  titola 'Partiture millenial' e, in altra pagina, ' Top Composer', elencando prima le composizioni e poi i compositori più votati.

Nella classifica delle composizioni risulta al primo posto - illustrata in lungo e largo da Gianluigi Mattietti - In Vain ( del 2000)  - che egli  si arrischia  a paragonare, per il peso avuto nella storia recente, al Sacre di Stravisnky - ed è di Georg  Friedrich Haas, compositore austriaco, risultato il compositore più votato. Ora già insospettisce che compositore ed opera, in cima alle rispettive classifiche, coincidano.
Perchè in tanta varietà di composizioni e ricchezza di compositori,  si sarebbe potuto ottenere che un'opera, magari solo quella, di un compositore, risultasse la più votata, mentre il compositore che ha finora maggiormente segnato la storia recente della musica risultasse altri. Perchè no?

E questa è già la prima stranezza in un simile referendum, nel quale come giurati, fra gli italiani, riconosciamo, Restagno, Messinis, Angius, Battista  e qualche altro, mentre la maggioranza, circa oltre il 90% dei 100 complessivi è europeo, nonostante che si dica che l'Italia sia fra le nazioni dove la musica d'oggi è maggiormente coltivata; e dove la schiera di giovani musicisti di valore è davvero lunga, certamente più lunga che in altri paesi.
Desta qualche sospetto  che il compositore più votato sia l'austriaco, Haas, il cui nome è da noi sconosciuto, come anche quelli di altri in cima alla classifica, per cui Mattietti è stato costretto a raccontarci chi siano e che opere abbiano scritto.

Haas, in cima alla classifica,  come vuole tale referendum, desta in noi la tessa sorpresa di Callas in cima alla classifica delle cantanti. Come potevamo prevederlo?
 Forse sarebbe stato opportuno tener conto anche delle diverse generazioni, considerando non alla stessa maniera ed in unica classifica, ad esempio, Haas o Sciarrino e Filidei o Saariaho

C'è poi anche un'altra anomalia che riguarda le opere più votate, nel cui elenco, di taluni compositori di cui conosciamo la produzione, mancano proprio certe opere fra le più apprezzate ed eseguite, fatto, come si sa assai inusuale nella letteratura musicale del nostro tempo.

Fra i primi dieci compositori più in vista, più importanti - si dica come si vuole - compaiono due italiani: Salvatore Sciarrino - e sarebbe stato assai strano che non vi fosse - e il giovane Francesco Filidei.

Nel 2006, fu istituito dal Land di Salisburgo il 'Musikpreis Salzburg', che venne attribuito alla prima edizione proprio al nostro Sciarrino. Il premio, che ha una consistente dotazione in denaro ( 100.000 Euro), prevede che il compositore cui viene attribuito, indichi un giovane, cui attribuisce il 'Forderung Preis' ( un premio di segnalazione di un giovane compositore)  e al quale destina parte del suo  premio in denaro ( 20.000 Euro). Quell'anno, Sciarrino indicò come meritevole del 'Forderung Preis' proprio Filidei - aveva giusto giusto. E, infatti, per quel che può valere un referendum simile, sia Sciarrino  (quinto nella classifica generale) che Filidei (nono nella medesima classifica) sono stati fra i più votati. Quel premio di Salisburgo,  attribuito solo altre tre volte, è andato nel 2009 a Huber, nel 2011 a Cerha, e nel 2013 a Haas, l'austriaco, al top della classifica dei compositori più influenti.
 Più di Sciarrino, oltre Haas, sono stati  votati Simon Steen-Andersen, Rebecca Saunders,  ed Helmut Lachenamn. Fra gli italiani,  Gervasoni (dodicesimo), Romitelli ( quattordicesimo),  e, molto staccati dai precedenti, Francesconi, Fedele, Stroppa,  e infine Battistelli, novantasettesimo dei cento.

La prossima volta, al  ripetersi di un nuovo referendum sulla medesima materia, la rivista ci faccia magari sapere come hanno votato i cento giurati. Forse la lettura delle loro indicazioni, sia per i compositori, che per le opere, sarà più istruttiva ed interessante del risultato dello stesso referendum.

lunedì 17 ottobre 2016

Le inchieste di una rivista di musica i cui risultati si sciolgono come neve al sole

Una rivista di musica  con CD -  prendere nota del particolare assai rilevante  ai fini delle vendite in edicola, ammesso che siano  accettabili - si è specializzata in inchieste che hanno solitamente dell'inverosimile ma che rivelano al mondo cose mai udite. Ad esempio che la più grande cantante del secolo è stata Maria Callas, che l'Orchestra di Santa Cecilia è diventata con l'arrivo Pappano la migliore del mondo, e che  fra i registi attivi nel campo del melodramma, il più grande è stato Strehler - e questa rivelazione, frutto dell'ultima inchiesta, è fresca fresca.

Alcuni mesi fa, la rivista fece una indagine sull'Art Bonus, sulla legge cioè che consente  di detrarre dalle proprie trasse un discreta percentuale su donazioni fatte al settore della cultura.  Emerse che il melodramma, ed i teatri, erano stati i soggetti più beneficiati da tale legge (non ricordiamo relativamente a quale anno, forse il 2014 o 2015) ma il risultato, secondo la rivista, era assai interessante (lo era anche per la rivista che, per  le sue vendite, poteva sperare in un futuro migliore) perchè rivelava che l'amore per il melodramma in Italia non si era ancora sopito del tutto, anzi  sembrava in buona salute,  addirittura in crescita.

Raccontava l'inchiesta che in  cima ai soggetti che avevano ricevuto donazioni c'erano la Scala - ovvio, il teatro che fa comunque gola  al salotto buono e ricco della nostra nazione - e poi l'Arena di Verona, la disastrata e dissanguata Arena.
 Poi si viene a scoprire relativamente all'Arena che il dato offerto dalla rivista non era stato letto come si doveva, perché all'Arena era arrivata una somma considerevole, ben 14 milioni di Euro, IVA compresa (detratta la quale diventano 11) da due fondazioni bancarie ( Unicredit e Cariverona) destinata al restauro dell'Anfiteatro che ovviamente non se la passa tanto bene.
Dunque quei fondi arrivavano all'Arena per la stessa finalità  con cui Della Valle ha finanziato il Colosseo. Non perché gli piacciano i giochi dei gladiatori che vuole ripristinare su suggerimento del folle Franceschini, ma semplicemente per legare il suo nome al monumento più famoso al mondo, come le due fondazioni bancarie, relativamente al teatro più grande esistente; dunque nulla che possa far pensare all'amore per l'opera da parte delle fondazioni bancarie.
 Ma questa precisazione non s'è avuta dalla rivista, per non dover aggiustare il tiro di quella inchiesta come di tante altre.
 Dobbiamo solo aggiungere, per amore di verità, che quei soldi non sono stati ancora utilizzati perchè - come succede in Italia troppo spesso - i lavori non sono ancora iniziati, forse anche perchè il monumento viene sfruttato più del dovuto, oltre che dal melodramma, in estate, anche in autunno ed inverno per sfilate di moda e giochi sul ghiaccio.
 E forse potrebbe anche accadere - come sta per accadere a Roma per il mausoleo di Augusto, i cui lavori di restauro sono stati finanziati da Telecom ma non sono ancora iniziati- che le fondazioni bancarie - come  ha minacciato già Telecom se i lavori non dovessero partire entro questo ottobre - rivogliano i soldi già stanziati, per denunciare le lungaggini burocratiche che  bloccano anche progetti finanziati da privati.

mercoledì 22 luglio 2015

La rivista che un tempo piaceva- senza ragione- ed ora non piace più, con mille ragioni

Con una nota inviata ad una agenzia di stampa l'associazione che raggruppa le Fondazioni lirico sinfoniche, ha risposto ad alcuni appunti mossi ai teatri italiani in tema di repertorio, da una rivista di musica. A proposito delle mensili  'similinchieste' della rivista, l'ultima delle quali riguardava appunto  i teatri lirici, abbiamo scritto qualche settimana fa, dicendo che la deprecata, dalla rivista, 'arenizzazione' dei nostri teatri,  appare a  noi  come una sorta di manna, quando i titoli programmati - 'di repertorio', che strettamente inteso non comprende solo Tosche e Traviate - vengono presentati 'comme il faut' ; e consentono di vedere ogni anno almeno una qualche Traviata o Tosca. Ce lo dicano gli acuti ricercatori della rivista delle 'similinchieste', se non dobbiamo gioire dei teatri pieni?
 Colpisce  che l'Anfols, per bocca del suo presidente, abbia sentito il bisogno di rimbeccare le conclusioni della rivista, di smentirla, solo perchè dava addosso, acriticamente, ai teatri; mentre andava bene quando distribuiva, senza ragione, 'dieci a lode' a troppi sovrintendenti di ultima generazione.
A dimostrazione del valore delle 'similinchieste della rivista di musica italiana, valgano due esempi: nessuno si è rivoltato contro la rivista quando scriveva, un esempio tra mille, che l'Orchestra di Santa Cecilia, con tutto il rispetto, era la prima o la seconda nel mondo ( Boom!) o che la Callas era la più grande cantante del secolo (davvero?). Bufala nel primo caso, ovvia banalità nel secondo: queste le conclusioni delle similinchieste?
Recita il comunicato dell'Anfols:
Il nostro comparto è protagonista di un grande sforzo organizzativo e artistico, per salvaguardare la vita delle Fondazioni liriche italiane e conseguentemente i loro progetti culturali oltre alle migliaia di posti di lavoro che ne dipendono. Sono aumentati pubblico, produzione e produttività e questi non paiono essere dati positivi”. È quanto scrive l’Anfols, in una nota a firma del suo presidente, Cristiano Chiarot.
Secondo la rivista a fronte di un innegabile aumento di produttività e presenza di pubblico, più volte sottolineato in precedenti inchieste, le Fondazioni liriche mostrerebbero cartelloni sempre più appiattiti sul repertorio tradizionale: allestimenti di ‘Tosche’ e ‘Traviate’ in aumento, e sempre meno novità o riscoperte, con messe in scena di opere del Novecento o del Barocco a fare da cenerentole. “Gli esami per le Fondazioni liriche non finiscono mai e ciò è sempre di aiuto anche se va rilevato che spesso, purtroppo, in sede di giudizio non tutti gli aspetti delle questioni sollevate sono valutati adeguatamente”. Il sovrintendente della Fenice, nel suo ruolo di presidente dell’Anfols, rivendica “lo sforzo compiuto da tutte le Fondazioni per dare spazio a nuove produzioni e nuovi autori”.
“Nell’analizzare le stagioni – si legge ancora nella nota – ad esempio, forse non si sarebbe dovuto dimenticare l’andamento del Fus e come nessuna delle dodici fondazioni liriche aderenti all’Anfols ha ricevuto finanziamenti straordinari, anzi stiamo aspettando con trepidazione i risultati degli sforzi che il ministro Franceschini sta facendo per reintegrare il taglio apportatoci nel Fus del 2015″. “Evidentemente - conclude Chiarot - questo riassetto ha convinto molti a non ripetere gli errori del passato, relativamente a scelte di programmazione e di gestione che avevano messo a repentaglio la vita stessa delle nostre istituzioni”.

giovedì 9 ottobre 2014

VIVE LA CALLAS? LA WARNER RIPUBBLICA TUTTE LE SUE REGISTRAZIONI FATTE IN STUDIO

Un noto istituto italiano specializzato in ricerche nel campo musicale, i cui risultati pubblica mensilmente sul bollettino di casa, ha effettuato un sondaggio dal quale è risultato che Maria Callas è la 'cantante più importante del secolo scorso', conclusione più o meno immaginata, ma non ci ha detto se è anche la più popolare. E allora ci siamo messi a cercare altre prove per avvalorare il risultato, quasi scontato, di quel sondaggio e per vedere se la Callas sia anche stata la più popolare, e se valore e popolarità siano in stretto rapporto. E, infine, quale sia il grado di popolarità di Maria Callas al momento.
Quale sistema usare per definire il grado di popolarità di un personaggio pubblico, un artista conosciuto? La risposta, nè facile né ovvia, ci ha condotti, attraverso i nostri sistemi poco scientifici, a ribadire che la popolarità di un personaggio dipende soprattutto dalla professione svolta e anor più dal mezzo che lo fa conoscere: Pippo Baudo è certamente più popolare di Carlo Rubbia; almeno così è risultato a noi; ma mettere sullo steso piano le due professioni è quasi una bestemmia. Perciò non conta affatto la profesione né la utilità sociale della medesima; perchè, come nel nostro caso, incide enormemente sul grado di popolarità il mezzo attraverso il quale un personaggio viene conosciuto. La televisione, ad esempio, nel caso di Baudo, per la cui potenza di popolarità si arriva a dire che 'se non sei in televisione semplicemente non esisti' , è il mezzo che procura a chicchessia la popolarità più sfacciata.
Stringendo la ricerca alla musica, nelle varie professioni., ci siamo chiesti fra cantanti, strumentisti, direttori d'orchestra ed anche compositori, perché no?, quali musicisti siano più popolari? E se il palcoscenico sia una cassa di risonanza capace di amplificare la notorietà degli artisti, al pari della televisione?
Abbiamo sempre pensato, senza fare ricerche e indagini in tal senso, che la popolarità maggiore fra i musicisti, l'avessero i cantanti, per la ragione che moltissimi pensano di poter fare ciò che fa il cantante, mentre nessuno, ragionevolmente, crede di poter fare quel che fa il direttore d'orchestra, lo strumentista e, meno ancora, il compositore. E che il cantante, per tale ragione, è il musicista con il quale più facilmente ci si identifica e che lo rende popolare agli occhi di tutti. Come dimostrano, indirettamente, schiere di imitatori di cui la televisione è piena e con le quali vivacchia in assenza di idee.
E perciò cercare i personaggi più popolari fra i cantanti ci era parsa la strada migliore per proseguire l' indagine. Il che faceva anche al nostro caso, visto che l'oggetto primo della nostra ricerca era Maria Callas.
Per avere una prima conferma abbiamo fatto ricorso all'anagrafe popolare più vasta ed aggiornata: la rete. Digitando alla rinfusa, nomi di cantanti, direttori, compositori, strumentisti, abbiamo, ad esempio, scoperto che Bach ha il numero di annunci maggiore di tutti ( 162.000.000. Una vera scoperta!), Mozart 97.000.000 e Beethoven 18.600.000. E che, solo dopo di loro appaiono, per numero di annunci, i cantanti - i più popolari, naturalmente. Pavarotti, guida la classifica, con 10.700.000 annunci, Maria Callas 2.080.000; mentre Verdi è a quota 3.770.000, superato da Puccini che si attesta a 5.140.000. Karajan si ferma a quota 1.410.000, da non credersi; e Glenn Gould, tanto per citare un pianista fra i più conosciuti ed idolatrati, ne ha 2.070.000. Sorprendente, ad un passo dalla Callas. Arturo Benedetti Michelangeli e Cecilia Bartoli, in fondo alla classifica, con circa 650.000 annunci ciascuno. Neanche a prenderli in considerazione.
Questa nostra indagine, non scientifica, ha, secondo noi, il merito di mettere le cose in ordine, ponendo al vertice della piramide musicale i compositori, senza i quali Callas e Pavarotti non potevano che fischiettare canzoni popolari sotto la doccia, o mentre si sbarbavano, nel caso di Pavarotti. Una vendetta postuma contro quel modo barbaro di intendere la musica - avallato da una comunicazione che spara a caratteri cubitali il nome degli interpreti e con caratteri minuscoli, quasi illeggibili, quello dei compositori - che mette cioè gli interpreti al primo posto, e poi i compositori.
Bach è il musicista più popolare di tutta la storia, anche più del grandissimo, fondamentale Beethoven e dell'amatisimo Mozart. Ed anche di Pavarotti e Karajan. Pavarotti resta fra i più amati e conosciuti, ma probabilmente non per il suo valore musicale, bensì per la bellissima voce, ed anche per la simpatia, oltre che per la morte recentissima; e, forse, anche di lui fra qualche anno si perderà ogni ricordo; in quel momento toccherà a qualche casa discografica tenerne vivo il ricordo, immettendo nuovamente sul mercato pacchi di dischi.
Il discorso, attenenndoci al verdetto della rete, è ancor più sfavorevole per la Callas, almeno per il grado della sua attuale popolarità, ma, a differenza di Pavarotti, il suo peso musicale è enormemente più grande, come ha confermato il noto istituto di indagine musicale. Mentre a rinverdirne la popolarità, ci pensa ora la sua casa discografica, pubblicando tutte le sue registrazioni effettuate in studio.
Studiando il fenomeno Callas abbiamo scoperto che esiste negli archivi della Fonit Cetra di Torino, il suo primo provino discografico, nel quale canta 'Casta diva'. Quando in una delle tante ricorrenze si è fatto ascoltare quel provino, di una giovanissima cantante, la commozione ha preso tutti.
Del suo esordio sulle scene in età abbastanza precoce, sotto i vent'anni, e dei suoi studi alla fine degli anni Trenta, ad Atene, dove si era trasferita dalla nativa New York ( era nata nel 1923, il 12 dicembre) con Elvira De Hidalgo, la sua maestra cui è rimasta sempre devota, e con la quale ha mantenuto una fitta corrispondenza epistolare, si sa tutto
Della sua scoperta e del successivo esordio italiano, prima all'Arena ( dove il 3 agosto 1947 cantò 'Gioconda', ed aveva 23 anni) e poi alla Fenice e solo dopo a Firenze, ad opera di una coppia di musicisti illuminati e di grande fiuto, il direttore Tullio Serafin e l'organizzatore/musicista Francesco Siciliani, anche. Così Siciliani ci raccontò l'incontro con la giovane cantante, del quale a distanza di molti anni ricordava anche il mese ed il giorno:16 ottobre 1948, “in casa del maestro Serafin con il quale Lei aveva già cantato, in via dei Monti Parioli, a Roma.
Alcuni giorni prima dell'incontro in casa Serafin - ci raccontò Siciliani all'indomani della mnorte della celebre cantante - ascoltavo 'Tristano' alla radio. Ricordo che l'ascoltai fino alla fine per conoscere il nome della cantante che interpetava Isotta, dalla cui voce ero rimasto colpito: Maria Callas. All'epoca ero direttore artistico del Maggio Fiorentino. Pochi giorni prima di quell'incontro ricevetti una telefonata angosciata di Serafin. Ho qui con me - mi disse con voce concitata - una cantante greco-americana che ha già lavorato con me, ha fatto poi una serie di audizioni, a cominciare dalla Scala, senza esito. Ora è, di conseguenza, costretta ad imbarcarsi a Napoli per l'America; non ha soldi e dovrà viaggiare in classe 'emigrante'. Perchè non viene a Roma per ascoltarla?”
Incontrai, dunque, Maria in casa di Serafin: era una donna un po' rotonda, ma dal vitino stretto e con uno sguardo magico. Una grande personalità. Serafin si mise al pianoforte e accompagnò la Callas in 'Turandot', 'Gioconda', 'Tristano' ecc... in un repertorio di grande taglio drammatico. Ebbi l'impressione di trovarmi di fronte ad una cantante eccezionale. Le chiesi con chi aveva studiato, mi rispose: De Hidalgo, un grande soprano di coloratura. Ma allora, perché non interpreta questo repertorio, le chiesi? Perché non me lo fanno cantare, fu la sua risposta. Mi misi allora io al pianoforte e le feci cantare 'Puritani'. Mi convinsi immediatamente di aver scoperto con lei quello che nell'Ottocento era detto 'soprano drammatico di agilità', che all'importanza della voce univa la possibilità di fare colorature di espressione, non di solo virtuosismo. Chiamai subito il sovrintendente fiorentino, Pariso Votto, fratello di Antonino - il celebre direttore - e gli esposi il caso. Feci fare alla Callas un contratto triennale per riprendere il repertorio per il quale sembrava essere fatta la sua voce. Cominciammo con 'Norma', anche posticipando l'inizio della stagione invernale. Le recite di 'Norma', due appena, ottennero un successo travolgente. Seguirono 'Traviata' e 'Lucia' - in quest'ultima opera fece tremare il teatro, perché eravamo abituati ad ascoltare Lucia da voci di soprano lirico leggero. Poi 'Puritani', 'Orfeo ed Euridice' di Haydn, diretto da Erich Kleiber (padre di Carlos), 'Vespri siciliani', che poi riprese anche alla Scala, diretta da De Sabata. Per due anni ancora ebbi modo di lavorare con Lei, facendole studiare un'opera, che poi non è stata più ripresa, 'Armida' di Rossini, nella quale la Callas credette di aver raggiunto i vertici dell'arte, ma quei vertici li raggiunse davvero quando le feci studiare, nonostante la sua riluttanza, 'Medea' di Cherubini. Dimenticavo: dopo le recite di 'Norma' della fine 1948, a settembre dell'anno dopo, la portai a Perugia, alla Sagra Musicale Umbra ( il celebre festival di cui Siciliani è stato per decenni direttore ndr.) dove, interpretò, dopo pianti e ripensamenti, il 'S. Giovanni Battista' di Stradella in prima ripresa moderna”.
Questi i primi anni di carriera, già luminosa, di Maria Callas, raccanotata dal suo 'scopritore', ruolo nel quale la Callas, a Siciliani, affiancava Serafin, dal quale riconosceva di aver appreso una grande lezione: “ recitare attraverso la musica. Mi diceva. Non rendere Gilda 'graziosa'. Sarà pure vergine, ma non dimenticare che muore per amore!”.
Dopo quegli inizi la Callas, nel corso della sua non lunga carriera, operò una vera rivoluzione nel repertorio operistico, professando la sua fedeltà assoluta al testo, e sancendo la fine definitiva dell'epoca d'oro del belcanto. Via le 'belle voci' con il 'cuore in mano' e lo 'spartito in soffitta'. Ebbe scarsa considerazione della tradizione che definiva ironicamente: 'l'ultima cattiva interpretazione', per concludere che la tecnica, che possedeva in grado altissimo, doveva sottoporsi alla necessità drammatica. E così, con tale uso della tecnica, la poesia faceva il suo ingresso nel mondo dell'interpretazione vocale. Per questa sua unicità, lei ha fatto scuola, ma senza avere eredi, contrariamente a ciò che qualche studioso ebbe a proporre, affermando che se al tempo della Calla fossero state attive la Caballè o la Sutherland, queste le avrebbero dato filo da torcere. No, Monserrat Caballè, la più bella voce del secolo, come anche Joan Sutherland, magnifica cantante, mai e poi mai avrebbero potuto essere antagoniste della Callas, e tanto meno sue eredi. Belle voci, ottime interpreti, ma non interpreti di storica rilevanza.
Un duro colpo lo diede anche alla sostanziale impreparazione della critica 'vocalistica' –-che non l'amò - ed alle grosse carenze della musicologia che, “illuminata dal genio dell' arte vocale e dal soffio vitalizzante dell' arte tragica della Callas, dovrà smentire frettolose bocciature, minimizzanti etichettature, e sghembe suddivisioni gerarchiche di cui erano costellate certe 'Storie della Musica' in circolazione” (Franco Soprano).
Ma allora la Callas è diventata più popolare di Giuseppe Verdi? Non sappiamo. In un'asta recente, un pacco di lettere indirizzate alla sua maestra De Hidalgo ha trovato subito il compratore, e non ad un prezzo di favore, mentre una bella e storica collezione di lettere di Giuseppe Verdi è rimasta invenduta. Come spiegarcelo? Non sappiamo. Noi preferiamo pensare che quella vendita si spieghi semplicemente con il feticismo nei riguardi di grandi personalità e di ogni loro cosa, oppure con la semplice, diffusa mania del possesso; e che Verdi perciò sia - e debba restare - più popolare di Maria Callas.
                                                                                    ( Suono. Per gentile concessione)





lunedì 21 luglio 2014

Un'inchiesta al mese: Il pubblico del melodramma in Italia. Diamo voce al classico

Abbiamo capito la tecnica. Se dici che presenti un'inchiesta e se anticipi i risultati sui grandi mezzi di comunicazione e regali anche CD,  una rivista qualche copia in più la vende. Perchè sia chiaro a tutti: una rivista di musica seria - pesante, classica o 'musica e basta', l'ultima trovata di qualche associazione con deficit  mentale - in Italia vende qualche migliaio di copie, in parte dovute all'allegato CD.  CD + rivista al prezzo di poco più di 10 Euro, per chi non ha CD, è un affare. E la rivista? Serve solo per non far alzare l'IVA del CD, comprato  dai fondi di magazzino delle multinazionali e venduto senza l'IVA regolamentare, perchè venduto  'come allegato redazionale alla rivista'. La stessa strada tentata anni fa da un'altra rivista che oggi è in affanno - e ce ne dispiace.
Però non si può dire che le inchieste ed i sondaggi, al ritmo di uno al mese, non influiscano sulle vendite, se ogni mese, proprio a causa di quelle inchieste/sondaggi, i lettori hanno qualche sorpresa. Come quella, ad esempio, relativa al più grande cantante del secolo scorso che ha dato un risultato davvero sorprendente che neanche le più acute previsioni avrebbero potuto azzeccare: Maria Callas. Chi lo avrebbe potuto immaginare? E chi è questa signora - si saranno chiesti i lettori della rivista?
Sorprese maggiori dall'inchiesta sulle migliori orchestre, dove  la sorpresa è stata che la migliore è quella del'Accademia di Santa Cecilia di Roma. Ora, anche a noi che all'orchestra romana vogliamo un bene enorme pari alla stima, ci è sembrato un risultato davvero imprevedibile, ma meritato se lo dice la ben nota rivista, forte del parere dei 50 critici interpellati ogni volta, al punto che neanche i Wiener o i Berliner retrocessi, hanno potuto nulla obiettare.
 Sul numero di questo mese l'inchiesta ancora più accattivante riguarda il pubblico delle fondazioni liriche e del melodramma in generale, in Italia. 'Dal 2008 al 2013 l'opera ha perso in Italia 100.000 spettatori' . Con questa agghiacciante rivelazione si apre l'inchiesta in questione. Poi per mitigare ed attutire il colpo, al termine spettatori si sostituisce 'ingressi'. Cioè a dire quando si parla dei centomila non si intende necessariamente spettatori 'paganti', perchè le cifre aggiornatissime della SIAE, date in esclusiva alla nota rivista,  riguarderebbero paganti e 'portoghesi', i quali ultimi, nel teatro che abbiamo più frequentato negli ultimi anni, popolavano platea e palco 'reale' - una  vergogna  tutte quelle quelle facce note in ben altri ambienti prendere posto nel palco di rappresentanza a Roma.
 Ma anche perchè non si capirebbe il grandissimo divario fra le entrate di botteghino di due teatri che hanno un pubblico non  differente quanto sarebbe, proporzionalmente, logico attendersi.
Insomma fra tutti i teatri si sarebbero persi, nel giro di cinque stagioni, 100.000 posti fra ingressi e pubblico pagante; ma nel 2013 la tendenza a perdere pubblico si sarebbe invertita, essendoci stati quasi 50.000 spettatori in più - che, naturalmente, si spera paganti. Una piccola svista della rivista che non ci dice se , a causa di tale aumento, nei cinque anni presi in esame, la diminuzione del pubblico sarebbe di 50.000 circa.
In cima alla classifica dei teatri virtuosi per produzione e pubblico la Fenice di Venezia,  altra rivelazione.
Naturalmente ci sono delle eccezioni. Bari, ad esempio, fa sapere la acutissima inchiesta, nel 2008 aveva un teatrino dove era ospitata la stagione lirica, pochi posti e pochissimi spettacoli; nel 2013 si è svolta invece al Petruzzelli, teatro grandissimo e qualche titolo in più che portano l'aumento al 250% in più. Questo miracolo davvero era inimmaginabile.
La Scala avrebbe avuto, secondo l'inchiesta, il maggior calo di presenze nel quinquennio?. E' così oppure i calcoli sono stati fatti sulla presunzione di presenze?
 Alla crisi economica che alla fine non poteva non toccare anche i teatri, nell'inchiesta si fa un rapido accenno.
 E, poi, rivela  l'inchiesta: i teatri chiedono finanziamenti triennali, riduzione dell'IVA su biglietti, accesso al 'fondo salvateatri' anche da parte di teatri che intendono investire senza che abbiamo buchi di bilancio; cancellazione dell'IRAP... argomenti questi di cui per la prima volta sentiamo parlare.
 Insomma senza l'inchiesta mensile, che ci porta 'chiara e forte' la voce della classica, non possiamo  più vivere.
 Stiamo pensando, per emulare il successo delle inchieste della nota rivista, di proporvene una anche noi, ma dovete concederci del tempo, per riflettere,  per non fare un buco nell'acqua. Perchè emulare la nota rivista non è  impresa semplice.

domenica 25 maggio 2014

Giornalismo da elezione

Mentre scorrono veloci le ultime ore di apertura dei seggi elettorali i Italia dove i cittadini sono chiamati a dire sì o no all'Europa, come quesito principale, e poi a rinnovare due consigli regionali ed oltre 4000 consigli comunali, elezioni di ben altro peso si svolgono a Bergamo all'interno della potente casta dei critici musicali italiani, che sono ancora moltissimi rispetto al pochissimo che scrivono sui giornali, per rendere noti i vincitori del Premio Abbiati, temutissimo ed ambitissimo insieme negli ambienti musicali italiani, nonostante maligni e nemici giurati del notissimo premio abbiano messo in giro voci su presunte conventicole organizzate all'interno della  potente, come dicevamo, casta. Naturalmente votano tutti i critici presenti ed assenti e ciò da valore e peso allo storico premio, anche perché  tra di loro ve ne sono che svolgono simultaneamente il mestiere di direttore artistico in medie e piccole istituzioni e quindi  possono votare con cognizione di causa. La casta tace tutto l'anno, in qualunque questione intervengono i colleghi della cronaca, loro mai ( l'ultima volta che li abbiamo sentiti bisbigliare è stato due o tre anni fa, in occasione della querelle che oppose Isotta e Lissner); ma poi a fine stagione  con tutto il fiato che hanno in gola gridano i nomi dei vincitori. Certo da qualche tempo c'è una rivista di musica, nella quale militano felici anche alcuni di loro, titolari della critica musicale nei vari quotidiani che gli fa una vergognosa e temibile concorrenza. Avendo impostato  la sua identità  giornalistica su un 'sondaggio al mese'. Sondaggi non da poco, dai quali vengono fuori autentiche sorprese, come quando hanno decretato contro i numerosi callascettici e callasdenigratrori - e sono tantissimi- che Maria Callas è stata la più grande cantante del secolo scorso. Da anni sfoderano un sondaggio scientifico al mese, interrogando i critici dei principali quotidiani italiani, cioè gli stessi che scrivono su quella rivista e i medesimi che si riuniscono nel sinedrio bergamasco per dichiarare vincitori e vinti. Ci piacerebbe sapere, ma per semplice curiosità, come votano all'Abbiati quei critici musicali che sono stipendiati dai teatri non per scrivere critiche favorevoli ( che è sottinteso) ma per curare programmi di sala ed altro. In uno dei più recenti sondaggi hanno dato anche i punti a Lissner  - perchè solo a fine mandato?- intorno al sette, mentre invece il sovrintendente scaligero se li è dati da solo: intorno al dieci.
 Questa sera la nostra spasmodica attesa sarà rivolta interamente alle elezioni bergamasche; che volete che sia la tornata elettorale europea a confronto?

giovedì 22 maggio 2014

Storie epistolari di Callas e Verdi e altre storie

"Se io fossi al governo non penserei al bianco, rosso...penserei al pane da mangiare',  scriveva Giuseppe Verdi - mai parole furono più attuali in un'Italia che oggi  sembra un set cinematografico brulicante di pagliacci, mentre la povertà si allarga sempre più - all'amico Arrivabene, come si legge in una delle 82 lettere del grande compositore messe all'asta da Bolaffi, al prezzo di partenza di 150.000 Euro, lo scorso 13 maggio, e restate invendute. Mentre immediatamente nella medesima asta un privato inglese ha acquistato le lettere che Maria Callas aveva scritto alla sua maestra Elvira de Hidalgo, per la somma di 79.000 Euro. Un destino strano: si acquistano  le lettere di una cantante, per quanto fondamentale nella storia dell'interpretazione, mentre quelle di un genio giacciono  nel caveau della Bolaffi. Non è proprio così che sono andate le cose. Lo Stato italiano ha avanzato il suo diritto di prelazione su un carteggio così importante di Verdi, ma poi si è tirato indietro, non permettendo che venissero vendute e defilandosi, almeno fino ad oggi, dall' acquisto. Bolaffi, considerata l'importanza di tale carteggio, ha deciso anche di rinunciare alla sua percentuale, purchè le lettere restino in Italia ed ha lanciato l'idea di una sottoscrizione fra quanti tengono all'arte italiana, per l'aquisto del carteggio da destinare ad una biblioteca o museo. Stiamo parlando di 150.000 Euro che, decurtati dei 35.000 di provvigioni, sarebbero poco più di 100.000 Euro. che lo Stato italiano- VERGOGNOSAMENTE- dice di non avere, stando ai fatti.
 Ma il caso Callas-Verdi rimanda anche ad un altro cattivo costume che mette quasi sempre gli interpreti al disopra dei compositori. Basti pensare alla cartellonistica dei concerti. In grande, al centro del manifesto, il nome del cantante e dello strumentista, in basso e a caratteri appena visibili: musiche di Verdi, Beethoven.
Un'altra storiella, secondo noi anomala, racconta la cronaca di questi giorni. A Roma si parla di 'rimescolamento' nella giunta Marino. fra gli assessori che lascerebbero ci sarebbe anche la Barca, al suo posto arriverebbe - udite udite- Giovanna Marinelli vecchia conoscenza del PCI ( PD) romano e militante nelle truppe veltroniane. Marinelli, a capo della Commissione cultura del Comune - il posto che ora tiene la Di Biase, compagna di Franceschini - all'epoca di Veltroni, prima che  mollasse tutto per andare in  Africa dove poi non è più andato, premiò tutti i suoi più stretti collaboratori, da Verini regalandogli il Parlamento, alla Madia, figlia di un suo stretto collaboratore defunto improvvisamente ed ora addirittura ministro (sulla quale la nostra  modesta opinione, dobbiamo ammetterlo,  sta diventando positiva) alla Marinelli mandata a dirigere il teatro di Roma, a Sturm Truppen, il suo amico scrittore fiorentino dal nome impronunciabile spedito alla Rai o all'Agis e poi al Comunale di Firenze. non ricordiamo più da quale di queste caselle cominciò il viaggio premio pagato da Veltroni. 
Veltroni, in questi giorni di elezioni è riapparso all'orizzonte e sui giornali, con il suo film su Berlinguer e accanto a Rutelli, ed alle spalle di ambedue il grande grosso Goffredo Bettini, il vero burattinaio dei due che ancora riesce a piazzare,  anche con Marino, le carte del mazzo d'una volta.
Franceschini infine pare abbia fatto varare dal Consiglio dei Ministri, il decreto per il quale chi devolve una somma al settore della cultura e dei beni culturali potrà detrarsela al 65% dal reddito. Finalmente una  buona notizia. speriamo che non resti solo notizia.

mercoledì 9 aprile 2014

Michelangeli, il pianista dei pianisti

 Si torna a parlare di lui alla vigilia del ventennale della morte. A Roma un convegno in occasione  della mostra alla Biblioteca Nazionale, aperta sino alla fine di questo mese.
E’ curioso ma neanche poi tanto che su grandi, taluni addirittura immensi, intrepreti -  parliamo di Michelangeli, ma vale anche per Horowitz, Richter –  dopo la loro morte, sia calato il silenzio più assordante.  Ed è ancor più curioso in tempi di rare nuove registrazioni, quando le case discografiche, se opportunamente amministrate, potrebbero vivere di rendita, rimettendo in circolazione gli immensi tesori custoditi nei loro archivi sonori, che,  invece, non  fanno. A risvegliare la memoria, o l’interesse  - speriamo - su uno degli interpreti più osannati, al vertice della  piramide  novecentesca dell’interpretazione pianistica ci pensano altri, probabilmente solo per anticipare le celebrazioni centenarie, nella speranza che qualcosa, in seguito a tale sollecito non casuale, si muova.
 Quando Arturo Benedetti Michelangeli era in vita, ogni sua apparizione rappresentò davvero un fatto unico ed irripetibile, nonostante che il suo repertorio - ma solo quello pubblico, perché in privato Benedetti Michelangeli suonava molto altro ancora - fosse abbastanza circoscritto e quasi immutato da anni. Non c’era nulla di nuovo, e pure Benedetti Michelangeli era in grado di richiamare schiere di adoratori ed anche di pianisti che noi stessi abbiamo sentito esclamare, sconsolati, al termine di un concerto in Vaticano: come si fa a suonare ancora, dopo aver ascoltato lui?
Le notizie delle meravigliose imprese del nostro avevano superato i confini nazionali e raggiunto anche terre lontane: “ Si dice che in Italia viva un genio. Ha una biografia romantica, un aspetto misterioso ed è molto originale. Dà concerti molto raramente, ha un repertorio modesto ma quando suona il pianoforte è un miracolo. Il suo nome, sembra, è Michelangeli”- si dice abbia detto Sofronitskji, uno dei più grandi pianisti e maestri.  Solo su quel ‘raramente (‘dà concerti’) andrebbe detto qualcosa, per il resto, soprattutto del suo repertorio, era ciò che tutti sapevano. “Non è vero che Benedetti Michelangeli dava concerti raramente e  che molte volte ne annullava  alcuni già in calendario” - afferma senza timore di essere smentito Angelo Fabbrini che per molti anni  è stato  al fianco di Michelangeli con i suoi pianoforti. Michelangeli, questo è vero, non tollerava compromessi, era maniacalmente interessato alla perfezione sonora dello strumento che conosceva profondamente.  Fabbrini ha ricordato le notti passate, talvolta anche in compagnia del maestro, per mettere il pianoforte nelle condizioni migliori in rapporto alla sala ed al repertorio. Michelangeli, nel corso della sua carriera di concertista, ha disdetto concerti in numero molto inferiore di quel che si pensa. Forse era diffusa convinzione in Italia, dove per anni, per le ben note vicende anche fiscali, non ha più suonato, concedendosi solo in rarissime occasioni, come  in onore di due pontefici, e per il Sovrano Militare Ordine di Malta, in uno storico concerto di beneficienza in favore dell’Ospedale Bambino Gesù, nel corso del quale un uccellino, per ascoltare Michelangeli s’era intrufolato fra le foglie di una pianta, e, avendo cominciato a cinguettare, costrinse il pianista a interrompere quel canto imprevisto ed a ricominciare il Ravel di ‘Gaspard de la nuit’. (A proposito di quel memorabile concerto, quando Benedetti Michelangeli venne a sapere che i soldi raccolti non erano ancora andati all’Ospedale pediatrico romano, si infuriò e restituì all’Ordine di Malta l’onorificenza ricevuta per l’occasione benefica. E bene fece!). Sulla unicità della sua arte pianistica, molti illustri concertisti, mettendo da parte rivalità professionali ed anche comprensibilissime invidie, hanno scritto. Non fece la stessa cosa qualche storico che ancora in anni in cui l’arte di Benedetti Michelangeli era universalmente riconosciuta, assieme a qualche lato del suo carattere che certamente non lo rendeva simpatico, si esercitava a demolire il personaggio piuttosto che a rendere onore al merito.
Un altro grandissimo pianista-didatta russo, Nejhaus, avendolo ascoltato a Mosca,  nel corso della lunga tournée in URSS del 1964, disse di Michelangeli: ”La sua musica rammenta una scultura di marmo, perfetta, bella, idonea a resistere per secoli senza mutare, come se non fosse sottoposta alle leggi del tempo, alle sue contraddizioni e mutevolezze”.
 Carlo Zecchi, un altro dei nostri monumenti musicali, anch’egli ingiustamente  dime nticato, ci scrisse di Michelangeli : “ La prima volta che ebbi occasione di ascoltare ARTURO BENEDETTI MICHELANGELI, fu al Concorso di Bruxelles, molti anni fa ( La testimonianza manoscritta di Zecchi era del  1984. Benedetti Michelangeli aveva partecipato al Concorso in questione nel…  ndr.) Egli s’impose subito per le alte qualità di pianista e di musicista. La commissione era composta dai più alti nomi del pianismo ( Artur Rubinstein, Wilhelm Backhaus, Gieseking e Annie Fischer) e di rinomati musicologi come Baumgarter ed altri del suo tempo. Lasciò una grande impressione che si ripetè al Concorso di Edimburgo, qualche anno dopo, presente Kleiber, Furtwaengler ed altri. Suonò il ‘Concerto di Schumann, accompagnato da Vittorio Gui e il pubblico gli decretò un vero trionfo. Personalmente lo considero un GRANDE, con le lettere maiuscole, e se il suo carattere fosse un po’ meno chiuso, egli potrebbe avere il triplo di ammiratori. Quando era più giovane studiava molte ore al giorno e anche di notte. La variabilità e dolcezza del suo tocco sono le sue doti più spiccate, il suo discorso musicale sempre persuasivo e dei più convincenti. Io ho per lui una venerazione e vorrei che Lugano fosse un po’ più vicino a Roma per seguirlo nelle sue peregrinazioni artistiche! L’Italia può essere fiera di quanto Egli dà per l’arte pianistica e di quanto l’apprezzino i suoi colleghi. Carlo zecchi ( Piano Time. Anno II, n.14. maggio 1984).  Nella voce Michelangeli del Dizionario Biografico della Treccani,2010, Rattalino ipotizza che sia stato proprio Zecchi a votare contro il giovanissimo Michelangeli a Bruxelles, e che anche in altre occasioni, forse per invidia,  Zecchi non avrebbe apprezzato le qualità del pianista - come invece aveva  scritto a noi.
E Aldo Ciccolini, al quale Benedetti Michelangeli pare fosse molto legato: “L’Arte di Benedetti-Michelangeli non si presta ad analisi di sorta. Si constata e basta. Sarebbe infatti inutile volerne tentare la descrizione ed interi volumi non basterebbero a coglierne i molteplici, straordinari aspetti. Un pianista del calibro di Benedetti-Michelangeli non può esser paragonato a nessun altro – è un fenomeno a parte, una somma di qualità di natura trascendentale sorrette da una organizzazione mentale al di là dell’eccezionale. Non esito ad affermare che nessun artista  di questa seconda metà del ventesimo secolo è in grado di reggere il confronto con A. Benedetti-Michelangeli che ha saputo innalzare l’Arte pianistica a vette sublimi, insospettate, irraggiungibili”. Aldo Ciccolini ( sempre da ‘Piano Time’, in un numero dedicato a Michelangeli).
 E Tito Aprea: “ Il pianismo di Michelangeli è costruito su fondamenta tecniche di infallibile perfezione, si avvale della bellezza di un tocco espressivo fascinoso per creare atmosfere interpretative di rara suggestione. E un così acceso clima di conquista spirituale è realizzato con una imperturbabilità somatica che, già da sola, è misteriosa ed avvolgente. Michelangeli non si abbandona a quegli atteggiamenti svenevoli o irosi con i quali molti esecutori ‘mimano’, talvolta, il carattere delle musiche che eseguono”.
 Né va dimenticato il lavoro di didatta di Benedetti Michelangeli, assai raro in musicisti del suo calibro; memorabili i suoi corsi di Arezzo, dove aveva formulato un decalogo per gli allievi dai quali esigeva rispetto per la musica e osservanza ferrea delle regole della scuola. Si racconta, a tal proposito, di un allievo, molto dotato, ma che presentandosi a Michelangeli, senza un briciolo di umiltà, gli disse: “Maestro, sono venuto a farle sentire l’Appassionata”. Il maestro, gelido, rispose: “La conosco”.
 Questo aspetto del suo carattere, particolarmente evidente nel suo lavoro di insegnante, ci fa venire in mente un altro grande musicista italiano, venerato e rispettato da tutto il mondo musicale, che non si faceva scrupolo di manifestare durezza nei confronti degli allievi poco umili e irrispettosi della musica, Franco Ferrara, alle cui lezioni, in quel di Assisi, ci capitò di assistere, nei primi anni Ottanta, mentre non abbiamo mai avuto modo di assistere a quelle di Michelangeli, ad Arezzo, negli anni Cinquanta,  anche per ragioni anagrafiche.
 Le caratteristiche principali del suo pianismo  furono subito evidenti a tutti dal suo debutto internazionale a Ginevra , al primo Concorso, nel 1939, Michelangeli diciannovenne, sintetizzate da Cortot che presiedeva la giuria che lo salutò come il ‘nuovo Liszt’. Il virtuosismo risolto senza apparente difficoltà la prima caratteristica distintiva, testimoniata anche dalle prime registrazioni. Ad esso si affiancò, nel tempo, uno straordinario ‘cantabile’, al punto che ascoltandone alcune esecuzioni  particolarmente segnate da tale stile pianistico si aveva l’impressione fossero due i pianoforti a suonare, perchè l’accompagnamento differiva dal modo, tutto vocale e sulla scia della grande tradizione della vocalità italiana, arricchita  anche dall’apparizione rivoluzionaria della Callas, di porgere la linea del canto. Verso gli ultimi anni di carriera si osservò nel suo pianismo un forte tensione verso l’oggettività dell’esecuzione.  A quale altra svolta avremmo assistito qualora Michelangeli,  se non morto prematuramente  in  quell’11 giugno del  1995, avesse messo in atto quel suo proposito di incidere nuovamente tutto il suo repertorio, come aveva rivelato anche ad Angelo Fabbrini che, proprio nel giorno in cui il pianista scomparve si accingeva a  raggiungerlo  per discutere e concordare calendario di prove e registrazioni. ( Chi volesse leggere  il ‘diario’ di Angelo Fabbrini, consegnato, in esclusiva, al bimestrale Music@, non ha che da sfogliare, sul sito : www.consaq.it, i nn. 28-31 del 2012 di Music@).
 Una curiosità, per finire. Michelangeli era nato il 5 gennaio del 1920. Esattamente undici anni dopo, il 5 gennaio del 1931 nacque Brendel e undici anni dopo ancora, il 5 gennaio 1942, nacque Pollini. Semplice coincidenza, o vogliamo pensare che esista un giorno propizio per la nascita di grandi pianisti?

                                   

sabato 7 dicembre 2013

Si può, anzi si deve fare La Traviata

Chi  può rischiare di cantare Violetta alla Scala o in qualunque altro teatro che si rispetti, dopo la Callas? Per anni questo inutile veto ha in qualche modo castrato tutti, direttori, protagonisti - i registi meno - nell'atto di accingersi a proporre una Traviata, nei teatri di gran nome, e solo in quelli, per nostra fortuna, perchè altrimenti della Traviata avremmo perduto ogni pur lieve traccia.
 E'accaduto, poi, che  alcuni teatri, sfidando lo spettro della  Callas, e noncuranti di quel divieto  più morale che vocale, abbiano portato in scena Traviata, come ha fatto e continua a farlo da dieci anni La Fenice, ad esempio, con la sua Traviata che inaugurò il teatro ricostruito proprio con il capolavoro di Verdi ( Carsen/ Maazel - la protagonista nelle varie riproposte è cambiata, assieme al direttore, mentre è restato identico quello spettacolo, tuttora ammirato) e finalmente lo fa anche La Scala che per lavare l'onta di aver inaugurato l'anno verdiano ( e wagneriano) con il Lohengrin, rimedia in questo 7 dicembre 2013 con Verdi  e la Traviata. E con una Violetta Valery, Diane Damrau di grande personalità vocale.
Perciò pensiamo che una Traviata degna del teatro più importante del mondo si poteva fare anche prima, molto prima; e che si sia atteso troppo, dopo quella di Muti, per  poter vedere in cartellone il popolare titolo verdiano. Personalmente non crediamo alla ricerca quasi miracolosa della protagonista come ci vogliono far credere ogni volta  sovrintendenti e direttori artistici. Cercano Violetta come qualunque altra protagonista verdiana e non solo verdiana; non c'è bisogno che ci raccontino di storie avventurose:"... cinque anni fa la Damrau fece sapere che si stava preparando a Violetta e che avrebbe voluto farla alla Scala..... "poi, poi il sogno si è avverato ed ecco che  fra quest'anno ed il prossimo, una sola Violetta  fa cinque produzioni - non saranno troppe, verrebbe da domandarsi, tutte ravvicinate, dopo tanto digiuno? Se non fosse già stata Damrau, chi l'avrebbe corteggiata per tanto tempo? Più interessante domandarsi se c'è qualcuno fra i nostri direttori artistici capace di  trovare  fra le tante brave cantanti una giovane cui affidare quel ruolo. Nutriamo seri dubbi, e non solo per Violetta.
 Ora , dopo aver ascoltato, e visto anche lo spettacolo del giovane regista russo - non giovanissimo, nonostante l'aria da ragazzo- ci vien da dire che  anche dopo Callas si può fare una bella Traviata; meglio: dopo Callas, facendo tesoro della sua lezione, non solo si può fare Traviata ma si deve fare, e soprattutto i grandi teatro devono farla, Scala per prima.
 Se possiamo  aver da ridire su qualche soluzione registica non proprio convincente ( la festa in casa di Flora  e le danze sostituite dall'accerchiamento di Alfredo non ci sono piaciute, come non ci sono piaciute in più occasioni, fra le più appassionate, la distanza posta fra i protagonisti, quando invece  natura vuole che i corpi si attorciglin);  per il resto chi ha manifestato dissenso nei  suoi confronti è uno spettatore prevenuto. Anche i dissensi nei confronti di Alfredo erano eccessivi, meritatissimi invece gli applausi a Violetta; pure inutili   gli attacchi al direttore da parte di orfani di non si sa chi. Per una Traviata simile metteremmo la firma ogni giorno!
E veniamo, invece, agli intervalli, perchè in televisione contano anche quelli. C'era la bella Maria Concetta Mattei e... Michele. Troppa improvvisazione; sia la bella che... Michele hanno detto più volte 'padre germont', come si direbbe 'padre alfonso' e 'padre bernardino'; mentre invece avrebbero dovuto dire 'papà germont' oppure 'Germont padre', per distinguerlo da germont figlio, alias Alfredo. E poi la solita storia. Si invitano personalità del mondo accademico che poi si trattano a pesci in faccia, togliendo loro la parola o continuando  a fare domande scritte sul copione, senza seguire il ragionameno che questo o quella fanno, come quella nostra brava studiosa di opera russa, che sinceramente... che c'azzeccava,  direbbe l'ex magistrato.  Chi ha mai sentito citare un professore universitario così: 'è insegnante ecc... 'alzi la mano; chi come noi, invece, l'ha sentito per la prima volta, spenga il televisore alla prossima.
RAI 5 deve imparare a fare corretta diffusione e  alfabetizzazione musicali. Le dotte espressioni, le questioni musicologiche, possibile che non capiscono che non hanno senso in TV, fra un atto e l'altro,  e avendo accanto uno studioso insigne ma  dall' aria francamente inquietante?
Una domanda scherzosa, infine, al regista e alla costumista, ambedue: nel vestire e truccare la povera Annina aiutante nella casa 'di tolleranza' di Violetta , non sarà che avete tratto ispirazione dalla  Giusi Ferrè?

martedì 15 ottobre 2013

La stampa, e quella di settore in special modo, si trastullano

Accade di leggere in queste ultime settimane, di cui la memoria ancora è viva, di donne che inonderanno il palcoscenico all'aperto dello Sferisterio di Macerata, la prossima estate, come annunciato da tempo dal suo direttore artistico, il regista Francesco Micheli. Il quale ha così profondamente ragionato: se il palcoscenico è pieno di donne, di ogni genere dalle sante alle puttane, perchè  non lo può essere anche il podio? e perciò ha chiamato tre direttrici che  avranno la responsabilità delle tre opere in cartellone. La profondità di pensiero ci sconvolge, letteralmente. E allora i giornali, anzi  un giornale ne parla, sebbene con quattro mesi di ritardo.  E passi.
Ma lo stesso giorno, altra rivelazione - i grandi quotidiani si telefonano alla viglia di scoop mondiali - da un altro grande giornale del quale, pure, non diciamo il nome. In Siberia si è isolato un direttore greco, quarantenne, che predica la rivoluzione nel campo della musica: chiudere l'Opéra, il Metropolitan, il Covent Garden ( non ricordiamo se ci ha messo la Scala) perchè sono il regno di Satanasso, dove regna il marketing, gli affari, gli alti cachets, come in molti altri settori musicali, a scapito della musica. E che nel mondo  si voglia  di cambiare musica - prosegue l'acuto giornale- lo attestano numerose iniziativ; dunque il lupo siberiano non è poi così solitario. E si citano, esemplarmente, i casi di Dudamel, di Lang, due campioni, sul secondo dei quali, in specie, l'ombra del marketing è visibile a mille chilometri dei distanza.
Dunque se nel mondo della musica, quello istituzionale, regna l'affare o il malaffare, perchè nessuno ne parla, per una vera pulizia, nella prospettiva  della stesura di una nuova partitura musicale emendata di tutti gli errori e le illegalità, ma anche di  semplici, e pur dannosi, travisamenti?
Se se ne parla, lo fa 'Il fatto quotidiano' che solitamente a simili argomenti non dà spazio, come ha fatto agli inizi di ottobre quando ha segnalato il grande giustificato scontento che regna all'Accademia di Santa Cecilia, in relazione soprattutto alla gestione Cagli che dura da una eternità.  Il quale Cagli, di recente, si è fatto sentire per protestare contro il decreto 'Valore Cultura' che toglierebbe posti, nel consiglio di amministrazione ( di indirizzo?) agli accademici (ma come fa Cagli a lamentarsi se proprio lui ha riempito il consiglio di membri 'laici', cioè non  accademici ceciliani? Vuole,anzi vorrebbe gli uni e gli altri, per la semplice ragione che quelli esterni li ha dalla sua parte; ed anche quelli interni, sono lì, perchè appartengono al suo giro - come ha evidenziato ' Il fatto quotidiano', accennando alle dure lettere che il Cardinale Bartolucci ha inviato in Accademia per lamentare una situazione nella quale si ravviserebbe perfino il 'voto di scambio'.
Perchè di questo i giornali, anche quelli di settore non parlano, ed invece propongono agli ignari lettori, ad ogni uscita, un sondaggio rilevatore di chissà quali segreti, come  quello recentissimo dedicato alle voci 'verdiane' dal quale è emerso - udite udite- che oggi i cantanti cosiddetti verdiani sono merce rara e che la più grande cantante è stata  - lo sapevate? - maria callas.
 Ma perchè non parlano mai anche delle gambe storte delle istituzioni da raddrizzare? un esempio? quella gamba storta dell'invasione degli artisti stranieri in Italia. Un argomento che ci sta particolarmente a cuore.
 La risposta è una sola: le istituzioni, anche per apparire in detti sondaggi ai primi posti delle classifiche (per noi  tali sondaggi sono farlocchi e comunque inutili ed inattendibili; in essi i Berliner sono scesi di molti gradini) si sdebitano attraverso l'acquisto di pagine pubblicitarie ) e sono le uniche che ancora la danno - la pubblicità- alle riviste di settore. Lunga vita alla buona stampa!