Comincia Pesaro, città natale di Rossini, a festeggiare il 150° anniversario dalla sua morte, avvenuta nel 1868, a Parigi, per la cui ricorrenza in Italia si sono creati una legge speciale, per ottenere finanziamenti speciali, e un comitato nazionale, nel quale siedono illustri musicologi rossiniani, come l'ex presidente Napolitano e il cardinale Gianni Letta.
Tutta Pesaro è in festa, da mattina a sera, dal 23 febbraio al fatidico 4 marzo, che quest'anno potrebbe coincidere con la catastrofe post elezioni politiche. Fanno festa tutti a Pesaro, grandi e piccoli, musicisti di ogni genere e provenienza - c'è pure Elio con il suo inutile, banale e stucchevole 'Figaro', ballerini, e complessi rock, e cuochi e viticultori per la 'Festa di non compleanno', a sottolineare che Rossini nacque il 29 febbraio 1792 ,che era un anno bisestile, circostanza che gli faceva ironizzare sui suoi anni che, scherzosamente, conteggiava ogni quattro. Una festa, come è facile intendere, 'popolare' e 'di popolo'.
L'unica cosa, diciamo seria, che si fa nella settimana pesarese ( il programma dettagliato è pubblicato sul sito indicato nel titolo di questo blog), è l'esecuzione delle Petite Messe sollennelle a cura dell'Accademia 'Alberto Zedda' - che del festival pesarese è stato per decenni l'anima - e del Conservatorio di Pesaro, beneficiario di importanti lasciti testamentari da parte del musicista, preceduta da un incontro a cura di Narici-Daolmi, di Casa Ricordi.
Dell'anniversario sì è ricordato anche la rivista che si trova sui treni veloci ' La Freccia 2018' che sul numero di gennaio dedica ampio spazio all'avvenimento ed alle celebrazioni. Partendo dall'illustrazione di un nuovo titolo che va ad arricchire la già ampia bibliografia rossiniana, affidata alla sua stessa autrice: L'ultimo spartito di Rossini, Simona Baldelli, di prossima uscita, nel quale si prende in esame l'annosa e complessa vicenda del silenzio rossiniano dal 1829 in avanti, e durato, salvo alcune eccezioni comunque di gran peso, fino alla morte.
Nel servizio giornalistico - assai ricco di informazioni, accanto ad un ritratto eccessivamente lusinghiero di un nostro direttore d'orchestra, Stefano Montanari, si preannunciano le celebrazioni di maggior rilievo in Italia durante questo che è stato giustamente proclamato anno 'rossiniano' - ci ha colpiti l'uso di una nuova locuzione relativa ai direttori d'orchestra.
In due casi l'articolista, che è poi Cecilia Morrico ( coordinatrice editoriale del mensile) usa una curiosa esperienza parlando di Diego Matheuz e di Myung-Whun Chung.
Del primo scrive testualmente: " ... Adina diretta dalla bacchetta di Diego Matheuz; del secondo invece:...diretto alla sapiente bacchetta di Chung. Queste espressioni ci hanno spinto a pensare che se quelle bacchette, la 'semplice' o la 'sapiente', fossero finite in mani altrui l'esito sarebbe stato uguale, perchè ammaestrate da Matheuz e Chung; e ad osare perfino che le bacchette, una volta istruite, sarebbero capaci di dirigere da sole, volteggiando nell'aria, le opere studiate prima con i loro possessori. Insomma non ci è stato chiaro se le opere in programma le dirigeranno i due direttori o le loro bacchette; o i direttori con le proprie bacchette, ma anche con le bacchette di altri.
A questa novità linguistica, che fa il paio con i neologismi che qualche giornale adopera quando si parla di direttori d'orchestra, e ad altre consorelle, molto fantasiose, come ' affondare l'archetto nel violino , o le dita nei tasti del pianoforte... auguriamo vita breve, anzi impossibile.
Visualizzazione post con etichetta casa ricordi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta casa ricordi. Mostra tutti i post
mercoledì 14 febbraio 2018
mercoledì 15 novembre 2017
Festival di musica contemporanea. Da Milano Musica a Nuova Consonanza, escludendo la Biennale di Venezia
La Biennale di Venezia la lasciamo fuori da questa breve riflessione su due festival di musica contemporanea in pieno svolgimento, l'uno milanese ( Milano Musica), venticinquenne, l'altro romano ( Nuova Consonanza) che deve aver già superato la cinquantina. Due modalità e logiche molto diverse di oganizzazione artistica.
Nuova Consonanza, festival 'romano' in ogni senso, organizzato come una società di mutuo soccorso fra musicisti di area romana e di diverse generazioni, senza intromissioni ingombranti. Si passano il testimone della presidenza fra loro e a turno, quando scendono da quello scranno si omaggiano, eseguendosi le musiche gli uni degli altri. Naturalmente ci sono anche alcune eccezioni che dovrebbero far assumere respiro più ampio, a quello che si configura come un mercatino cittadino, per non dire rionale, perché anche fra i musicisti romani, che sono tanti e di diverse generazioni, ci sono gruppi e sottogruppi, e se comanda uno non c'è trippa per gli altri.
Si obietterà che Nuova Consonanza prima di essere un festival era un 'gruppo' di improvvisazione interessato a far progredire il linguaggio musicale, e prima ancora anche una associazione, dunque normale che debba tutelare gli associati. Sarebbe anche normale se l'entrata in associazione non fosse dettata dalla tutela di interessi professionali, piuttosto che da effettivo valore e merito acquisiti sul campo. Sì, ma chi esamina valore e merito, se per entrare non v'è nessun esame e vaglio delle opere, ed a decidere sono altri compositori che sono entrati con lo stesso sistema?
La conclusione è quella cui accennavamo: il Festival si risolve, in ogni edizione, come un mercatino dove gli associati, salvo rare eccezioni, mettono in mostra le loro opere, senza che ci sia qualcuno che decida compositori ed opere.
Non denunciamo questo da ora, lo abbiamo fatto in infinite occasioni; alla lettura del programma abbiamo sempre gridato alla sua 'quasi' inutilità.
Specie, come accade in questa edizione, nel cui cartellone leggiamo che una intera serata è dedicata a festeggiare, anzi celebrare, i 60 anni di un grandissimo compositore che da qualche anno ha un grande potere, ai vertici dell'Accademia di Santa Cecilia, mentre prima, ancora un potere altrettanto grande, aveva in Rai. Parliamo di Michele dall'Ongaro il quale, per essere celebrato come compositore non ha proprio i numeri, che invece vedono consistere i componenti della sua corte, da quand'era alla Rai, al periodo in cui fu presidente di Nuova Consonanza, e, in misura ancora maggiore, ora che comanda a Santa Cecilia.
Tutt'altra musica a Milano Musica, associazione per la musica contemporanea animata, fino alla sua morte, da Luciana Pestalozza, alias Ricordi, che dal 1992 organizza un omonimo festival, talvolta come rassegna di compositori, talaltra, come accade nella edizione in corso, in versione monografica, in onore dei 70 anni di Salvatore Sciarrino, del quale proprio ieri è andata in scena alla Scala, con notevole successo, la sua nuova opera, coprodotta dal Teatro milanese e da Berlino.
Milano Musica è il festival di Casa Ricordi. e che la cosa sia chiara a tutit la direzione artistcia del festival è affidata a un dirigente di Ricordi ( Mario Mazzitelli), e i compositori presenti appartengono quasi tutti al catalogo Ricordi. Anche Sciarrino? Sì anche Sciarrino, fino al 2004 circa, e dopo a Rai Trade, che ha successivamente assunto la denominazione societaria di Rai.com.
Che ha fatto Milano Musica? Ha colto l'occasione per ripercorrere la ormai lunga gloriosa carriera di compositore di Sciarrino, attingendo a piene mani al catalogo Ricordi, assai ricco già fino al 2004, cioè fino a quando ha pubblicato anche la sua musica. In detto catalogo sono comprese anche Luci mie traditrici, la sua opera più conosciuta e fortunata e che vanta già sei regie differenti, come anche Morte di Borromini, con Fabrizio Gifuni recitante, ambedue ascoltate in questi giorni alla Scala o anche altrove a Milano.
Naturalmente non potevano mancare opere più recenti del catalogo di Sciarrino nel cartellone del festival, come quelle commissionate per l'occasione e perciò edite da Rai.com, ma ciò era funzionale a coprire la fisionomia tutta 'ricordiana' del festival milanese. E anche questo, per un altro verso, non è certo quel che ci si aspetta da un festival di musica contemporanea, il cui cartellone deve comporsi andandosi a cercare le vere novità, ovunque siano, qualunque ne sia l'editore.
Certo qualche novità c'è, e, forse, una fa il verso ad un altro avvenimento della programmazione della Scala, e cioè l'esecuzione diretta da Chailly, della Messa da requiem per Rossini, voluta da Giuseppe Verdi, e finita nel dimenticatoio, senza neanche vedere la luce, nel 1869, quando era stata programmata e doveva contemplare brani scritti da compositori italiani, come omaggio al grande musicista scomparso l'anno prima.
Nel programma di 'Milano Musica' c'è anche un somigliante, curioso esperimento: quello di un collettivo di musicisti, cinque, riuniti sotto la sigla Nu/ Thing, e di una loro composizione/ sperimentazione improvvisazione di gruppo.
Nuova Consonanza, festival 'romano' in ogni senso, organizzato come una società di mutuo soccorso fra musicisti di area romana e di diverse generazioni, senza intromissioni ingombranti. Si passano il testimone della presidenza fra loro e a turno, quando scendono da quello scranno si omaggiano, eseguendosi le musiche gli uni degli altri. Naturalmente ci sono anche alcune eccezioni che dovrebbero far assumere respiro più ampio, a quello che si configura come un mercatino cittadino, per non dire rionale, perché anche fra i musicisti romani, che sono tanti e di diverse generazioni, ci sono gruppi e sottogruppi, e se comanda uno non c'è trippa per gli altri.
Si obietterà che Nuova Consonanza prima di essere un festival era un 'gruppo' di improvvisazione interessato a far progredire il linguaggio musicale, e prima ancora anche una associazione, dunque normale che debba tutelare gli associati. Sarebbe anche normale se l'entrata in associazione non fosse dettata dalla tutela di interessi professionali, piuttosto che da effettivo valore e merito acquisiti sul campo. Sì, ma chi esamina valore e merito, se per entrare non v'è nessun esame e vaglio delle opere, ed a decidere sono altri compositori che sono entrati con lo stesso sistema?
La conclusione è quella cui accennavamo: il Festival si risolve, in ogni edizione, come un mercatino dove gli associati, salvo rare eccezioni, mettono in mostra le loro opere, senza che ci sia qualcuno che decida compositori ed opere.
Non denunciamo questo da ora, lo abbiamo fatto in infinite occasioni; alla lettura del programma abbiamo sempre gridato alla sua 'quasi' inutilità.
Specie, come accade in questa edizione, nel cui cartellone leggiamo che una intera serata è dedicata a festeggiare, anzi celebrare, i 60 anni di un grandissimo compositore che da qualche anno ha un grande potere, ai vertici dell'Accademia di Santa Cecilia, mentre prima, ancora un potere altrettanto grande, aveva in Rai. Parliamo di Michele dall'Ongaro il quale, per essere celebrato come compositore non ha proprio i numeri, che invece vedono consistere i componenti della sua corte, da quand'era alla Rai, al periodo in cui fu presidente di Nuova Consonanza, e, in misura ancora maggiore, ora che comanda a Santa Cecilia.
Tutt'altra musica a Milano Musica, associazione per la musica contemporanea animata, fino alla sua morte, da Luciana Pestalozza, alias Ricordi, che dal 1992 organizza un omonimo festival, talvolta come rassegna di compositori, talaltra, come accade nella edizione in corso, in versione monografica, in onore dei 70 anni di Salvatore Sciarrino, del quale proprio ieri è andata in scena alla Scala, con notevole successo, la sua nuova opera, coprodotta dal Teatro milanese e da Berlino.
Milano Musica è il festival di Casa Ricordi. e che la cosa sia chiara a tutit la direzione artistcia del festival è affidata a un dirigente di Ricordi ( Mario Mazzitelli), e i compositori presenti appartengono quasi tutti al catalogo Ricordi. Anche Sciarrino? Sì anche Sciarrino, fino al 2004 circa, e dopo a Rai Trade, che ha successivamente assunto la denominazione societaria di Rai.com.
Che ha fatto Milano Musica? Ha colto l'occasione per ripercorrere la ormai lunga gloriosa carriera di compositore di Sciarrino, attingendo a piene mani al catalogo Ricordi, assai ricco già fino al 2004, cioè fino a quando ha pubblicato anche la sua musica. In detto catalogo sono comprese anche Luci mie traditrici, la sua opera più conosciuta e fortunata e che vanta già sei regie differenti, come anche Morte di Borromini, con Fabrizio Gifuni recitante, ambedue ascoltate in questi giorni alla Scala o anche altrove a Milano.
Naturalmente non potevano mancare opere più recenti del catalogo di Sciarrino nel cartellone del festival, come quelle commissionate per l'occasione e perciò edite da Rai.com, ma ciò era funzionale a coprire la fisionomia tutta 'ricordiana' del festival milanese. E anche questo, per un altro verso, non è certo quel che ci si aspetta da un festival di musica contemporanea, il cui cartellone deve comporsi andandosi a cercare le vere novità, ovunque siano, qualunque ne sia l'editore.
Certo qualche novità c'è, e, forse, una fa il verso ad un altro avvenimento della programmazione della Scala, e cioè l'esecuzione diretta da Chailly, della Messa da requiem per Rossini, voluta da Giuseppe Verdi, e finita nel dimenticatoio, senza neanche vedere la luce, nel 1869, quando era stata programmata e doveva contemplare brani scritti da compositori italiani, come omaggio al grande musicista scomparso l'anno prima.
Nel programma di 'Milano Musica' c'è anche un somigliante, curioso esperimento: quello di un collettivo di musicisti, cinque, riuniti sotto la sigla Nu/ Thing, e di una loro composizione/ sperimentazione improvvisazione di gruppo.
Etichette:
accademia di santa cecilia,
biennale di venezia,
casa ricordi,
dall'ongrao,
luciana pestalozza,
mazzietelli,
milano musica,
nuova consonanza,
rai trade,
rai.com,
salvatore sciarrino
giovedì 15 dicembre 2016
L'Archivio storico Ricordi digitalizzato e in rete. Intanto figurini: bozzetti di scena e costumi.13.000 pezzi
Sono trascorsi oltre vent'anni (1994) da quando Casa Ricordi fu acquistata da Bertelsmann, un acquisto che non suscitò, AD ECCEZIONE DEGLI ADDETTI AI LAVORI, la benché minima protesta per un pezzo della storia italiana svenduto ai tedeschi (la lezione di oggi riguardo a Vivendi che intende scalare Mediaset fa capire che l'interesse per l'azienda di comunicazione italiana è molto superiore a quella per l'industria musicale).
Dopo vent'anni Bertelsmann fa sapere che la prima tappa per la digitalizzazione dell'immenso preziosissimo patrimonio di Ricordi è stato digitalizzato ed è accessibile attraverso il portale: www.archivioricordi.com
Si tratta solo del primo passo che include bozzetti di scene e costumi ed anche le disposizioni di scena, preziosissime anche queste, che rappresentano un abbozzo di quella scienza, così definita, a ragione o a torto, regia, e che troppe volte non aiuta, ma reca danno alle opere stesse ed alle volontà degli autori, sorpassando nel peso la stessa musica e la direzione musicale.
Il secondo passo, forse tra vent'anni, includerà anche le partiture, la corrispondenza e tutta la documentazione inerente la storia dell'opera, così come l'ha fatta Casa Ricordi in oltre due secoli di attività editoriale ( a significare tale peso, nei giorni scorsi in Piazza della Scala, è stata inaugurata una statua di Giulio Ricordi).
Se si guarda ad analoghi archivi, naturalmente meno ricchi, di alcuni teatri del nostro paese, si constata che da molti anni i rispettivi depositi sono stati digitalizzati. Pensiamo all'Opera di Roma, per conoscenza diretta. Ma non è l'unico caso.
Perchè allora Bertelsmann per la Ricordi ci ha messo tanto per iniziare? Perchè Bertelsmann ragiona da industriale e non da conservatore e depositario di un prezioso tesoro. A differenza dei teatri, Bertelsmann, in ogni operazione, guarda innanzitutto ai benefici economici che gli possono derivare da una certa operazione che ha, naturalmente, dei costi. E forse la scelta di cominciare con i figurini è frutto di tale logica: il loro utilizzo, anche se non sappiamo in che quantità, recherà profitti alla Bertelsmann.
C'è qualcosa che emerge da tale messe di figurini messi a disposizione per la consultazione in rete. E cioè che in ogni epoca l'ambientazione delle singole opere risente di ciò che nei vari campi si andava sviluppando, e ciò vale sia per le scene ( influenzate dalle varie correnti artistiche) che per i costumi, per effetto della moda.
E questo serve a dire che nel tempo l'opera come la voleva, ad esempio Verdi, non è stata sempre la stessa. E di questo dobbiamo farcene tutti una ragione.
Dopo vent'anni Bertelsmann fa sapere che la prima tappa per la digitalizzazione dell'immenso preziosissimo patrimonio di Ricordi è stato digitalizzato ed è accessibile attraverso il portale: www.archivioricordi.com
Si tratta solo del primo passo che include bozzetti di scene e costumi ed anche le disposizioni di scena, preziosissime anche queste, che rappresentano un abbozzo di quella scienza, così definita, a ragione o a torto, regia, e che troppe volte non aiuta, ma reca danno alle opere stesse ed alle volontà degli autori, sorpassando nel peso la stessa musica e la direzione musicale.
Il secondo passo, forse tra vent'anni, includerà anche le partiture, la corrispondenza e tutta la documentazione inerente la storia dell'opera, così come l'ha fatta Casa Ricordi in oltre due secoli di attività editoriale ( a significare tale peso, nei giorni scorsi in Piazza della Scala, è stata inaugurata una statua di Giulio Ricordi).
Se si guarda ad analoghi archivi, naturalmente meno ricchi, di alcuni teatri del nostro paese, si constata che da molti anni i rispettivi depositi sono stati digitalizzati. Pensiamo all'Opera di Roma, per conoscenza diretta. Ma non è l'unico caso.
Perchè allora Bertelsmann per la Ricordi ci ha messo tanto per iniziare? Perchè Bertelsmann ragiona da industriale e non da conservatore e depositario di un prezioso tesoro. A differenza dei teatri, Bertelsmann, in ogni operazione, guarda innanzitutto ai benefici economici che gli possono derivare da una certa operazione che ha, naturalmente, dei costi. E forse la scelta di cominciare con i figurini è frutto di tale logica: il loro utilizzo, anche se non sappiamo in che quantità, recherà profitti alla Bertelsmann.
C'è qualcosa che emerge da tale messe di figurini messi a disposizione per la consultazione in rete. E cioè che in ogni epoca l'ambientazione delle singole opere risente di ciò che nei vari campi si andava sviluppando, e ciò vale sia per le scene ( influenzate dalle varie correnti artistiche) che per i costumi, per effetto della moda.
E questo serve a dire che nel tempo l'opera come la voleva, ad esempio Verdi, non è stata sempre la stessa. E di questo dobbiamo farcene tutti una ragione.
giovedì 8 dicembre 2016
Rivolto agli specialisti: Qualche fischio al programma di sala ed agli 'speciali' giornalistici sulla Scala
Questo post si rivolge ai soli specialisti o a tutti quelli ai quali, credendosi tali, piace fare le pulci a questo e quello, quando non rigano dritto.
Cominciamo dal 'programma di sala' - curato da Franco Pulcini - nel quale, come leggiamo nel
lungo inserto del 'Corriere', compaiono scritti di Arthur Groos (che è il curatore delle edizioni pucciniane per la Scala e Chailly, edite da Ricordi; mentre altre edizioni pucciniane, quelle dell'Edizione nazionale delle opere di Puccini, fanno capo ad altri studiosi che si guardano in cagnesco con i primi, sebbene alcuni anni fa facevano tutti parte del medesimo comitato); dunque nulla da eccepire. Segue un secondo, di Dieter Schickling che ha scritto la più accreditata ed attendibile biografia di Puccini - dalla quale anche noi abbiamo attinto per il nostro volumetto biografico sul musicista, appena edito dalle edizioni Clichy: Giacomo Puccini.Sonatore del Regno - e fa parte del Comitato di cui sopra; infine, un terzo di Enrico Girardi.
E qui casca l'asino, come si dice. Perché si fa purtroppo spesso confusione su questo cognome, ed anche su ruolo e competenza, appartenendo esso anche al più noto ed importante studioso italiano di Puccini. Che non è Enrico Girardi, giornalista del 'Corriere' che ha firmato l'articolo del 'programma di sala', curato da Pulcini, bensì Michele Girardi, al quale però la Scala e Chailly, per le ragioni dei diversi curatori dell'edizione critica si sono ben guardati dal rivolgersi.
Michele Girardi e non Enrico Girardi avrebbe dovuto pubblicare sul 'programma di sala' un suo studio pucciniano, giacché molto sa dell'autore e delle sue opere che ha fatto oggetto di studi profondi e lunghi. Ma Milano e la Scala con il Corriere sono 'pappa e ciccia' e...
En passant, diciamo che forse non era il caso che nell'inserto del Corriere si reclamizzasse il romanzo 'Delitto alla Scala' scritto da Franco Pulcini, edito da Ponte alle Grazie.
Tornando all'inserto del 'Corriere' segnaliamo che, nel lungo articolo biografico dedicato ad Alessandro Stradella (oggetto - la sua musica più del personaggio - della nuova opera di Salvatore Sciarrino, in programma il prossimo novembre, dall' enigmatico e suggestivo titolo ' Ti vedo, ti sento, mi perdo'), scritto da Paolo Madeddu, si racconta la vita avventurosa del musicista finito, forse per mano di sicari, a Genova, dove si era rifugiato dopo Roma, Venezia a Torino. Nell'articolo si dice testualmente che la sua 'biografia è stata oggetto di studio soprattutto di musicologi francesi'. Esatto? Non proprio.
Se si va su Wikipedia, alla voce 'Stradella', nella bibliografia, anche lì ci si imbatte in una sorta di censura dell'opera che deve essere considerata la 'madre' degli studi stradelliani. Si cita lo studio della Gianturco, che sta curando anche l'edizione delle opere, ma si OMETTE volutamente di citare il più antico degli studi stradelliani, che reca la firma di Remo Giazotto, ed è stato pubblicato a Milano nel lontano 1962, e che forse contiene qualche inesattezza ( di inesattezze ve ne sono anche in studi recentissimi, come ha scoperto di recente un musicista; ma non per questo si deve IGNORARE volutamente la prima biografia di Stradella che fu del Giazotto).
A quella colpevole mancanza di Wikipedia abbiamo provveduto noi aggiungendo, in cima alla bibliografia, lo studio ( in due vol. ) di Remo Giazotto , Vita di Alessandro Stradella; ad aggiornare ed anzi correggere le cognizioni poco fondate di Paolo Madeddu provveda direttamente l'interessato.
Cominciamo dal 'programma di sala' - curato da Franco Pulcini - nel quale, come leggiamo nel
lungo inserto del 'Corriere', compaiono scritti di Arthur Groos (che è il curatore delle edizioni pucciniane per la Scala e Chailly, edite da Ricordi; mentre altre edizioni pucciniane, quelle dell'Edizione nazionale delle opere di Puccini, fanno capo ad altri studiosi che si guardano in cagnesco con i primi, sebbene alcuni anni fa facevano tutti parte del medesimo comitato); dunque nulla da eccepire. Segue un secondo, di Dieter Schickling che ha scritto la più accreditata ed attendibile biografia di Puccini - dalla quale anche noi abbiamo attinto per il nostro volumetto biografico sul musicista, appena edito dalle edizioni Clichy: Giacomo Puccini.Sonatore del Regno - e fa parte del Comitato di cui sopra; infine, un terzo di Enrico Girardi.
E qui casca l'asino, come si dice. Perché si fa purtroppo spesso confusione su questo cognome, ed anche su ruolo e competenza, appartenendo esso anche al più noto ed importante studioso italiano di Puccini. Che non è Enrico Girardi, giornalista del 'Corriere' che ha firmato l'articolo del 'programma di sala', curato da Pulcini, bensì Michele Girardi, al quale però la Scala e Chailly, per le ragioni dei diversi curatori dell'edizione critica si sono ben guardati dal rivolgersi.
Michele Girardi e non Enrico Girardi avrebbe dovuto pubblicare sul 'programma di sala' un suo studio pucciniano, giacché molto sa dell'autore e delle sue opere che ha fatto oggetto di studi profondi e lunghi. Ma Milano e la Scala con il Corriere sono 'pappa e ciccia' e...
En passant, diciamo che forse non era il caso che nell'inserto del Corriere si reclamizzasse il romanzo 'Delitto alla Scala' scritto da Franco Pulcini, edito da Ponte alle Grazie.
Tornando all'inserto del 'Corriere' segnaliamo che, nel lungo articolo biografico dedicato ad Alessandro Stradella (oggetto - la sua musica più del personaggio - della nuova opera di Salvatore Sciarrino, in programma il prossimo novembre, dall' enigmatico e suggestivo titolo ' Ti vedo, ti sento, mi perdo'), scritto da Paolo Madeddu, si racconta la vita avventurosa del musicista finito, forse per mano di sicari, a Genova, dove si era rifugiato dopo Roma, Venezia a Torino. Nell'articolo si dice testualmente che la sua 'biografia è stata oggetto di studio soprattutto di musicologi francesi'. Esatto? Non proprio.
Se si va su Wikipedia, alla voce 'Stradella', nella bibliografia, anche lì ci si imbatte in una sorta di censura dell'opera che deve essere considerata la 'madre' degli studi stradelliani. Si cita lo studio della Gianturco, che sta curando anche l'edizione delle opere, ma si OMETTE volutamente di citare il più antico degli studi stradelliani, che reca la firma di Remo Giazotto, ed è stato pubblicato a Milano nel lontano 1962, e che forse contiene qualche inesattezza ( di inesattezze ve ne sono anche in studi recentissimi, come ha scoperto di recente un musicista; ma non per questo si deve IGNORARE volutamente la prima biografia di Stradella che fu del Giazotto).
A quella colpevole mancanza di Wikipedia abbiamo provveduto noi aggiungendo, in cima alla bibliografia, lo studio ( in due vol. ) di Remo Giazotto , Vita di Alessandro Stradella; ad aggiornare ed anzi correggere le cognizioni poco fondate di Paolo Madeddu provveda direttamente l'interessato.
Etichette:
arthur groos,
casa ricordi,
Chailly,
corriere,
dieter schickling,
edizioni clichy,
enrico girardi,
franco pulcini,
gianturco,
michele girardi,
palo madeddu,
puccini,
remo giazotto,
scala,
sciarino,
stradella
giovedì 28 aprile 2016
'Quando a tordi e quando a grilli'. A proposito delle edizioni critiche delle opere di Giacomo Puccini
Il popolare detto: 'quando a tordi e quando a grilli' che per i cacciatori indica il succedersi di stagioni floride e stagioni magre, se letto all'incontrario, e cioè 'quando a grilli e quando a tordi' fotografa con esattezza la situazione dell'edizione critica delle opere di Giacomo Puccini. Musicista sul quale solo di recente abbiamo acquisito una più approfondita conoscenza, a seguito della quale abbiamo faticato non poco per districarci fra le varie istituzioni di Lucca o Viareggio e del resto della Toscana, che vantano progeniture nello studio e nella cura degli interessi 'musicali' del maestro.
Queste ed altre notizie abbiamo appreso sfogliando il primo volume dell'epistolario del musicista edito a cura del Comitato scientifico per 'L'Edizione nazionale delle opere di Puccini', nel quale siede la crema degli studiosi del musicista lucchese, che è stato incluso, di diritto, nell'edizione nazionale, consci del valore che la corrispondenza di un musicista può avere nello studio delle sue opere.
Ad essere sinceri abbiamo anche appreso che c'è ancora chi, fottendosene del valore delle lettere per gli studiosi, pone il veto sulla pubblicazione del contenuto di alcune di esse inviate dal musicista a sua moglie, Elvira, durante i primi anni di convivenza, nelle quali naturalmente il 'protofemminismo' pucciniano, si esprime in tutta la sua forza, nel tentativo di spezzare le catene con le quali Elvira voleva tenere legato a sé il musicista, donnaiolo incallito.
Adesso però ci interessa un altro aspetto della questione, riguardante l'edizione delle opere del maestro; di esso siamo venuti a conoscenza leggendo l'intervista di Giuseppina Manin a Chailly che ha anticipato al Corriere alcuni particolari della Fanciulla del West che sta per tornare nella stagione scaligera.
Un fatto assolutamente nuovo per la Scala che aveva condannato all'ostracismo le opere pucciniane negli ultimi anni, sotto la gestione Lissner, e che, per sempre, le ha espunte dal suo repertorio uno dei nostri più noti direttori, Claudio Abbado, e forse non solo lui ( Su quest'ultimo argomento e sulle ragioni di una tale inspiegabile esclusione, avevamo richiesto, per uno degli ultimi numeri di Music@, un articolo a Michele Girardi, studioso pucciniano, al massimo della nostra stima, alla vigilia di un suo corso universitario dedicato ad 'Abbado alla Scala';articolo che non ottenemmo prima di abbandonare la direzione di Music@).
Abbiamo appreso dall'intervista al Corriere che Chailly riceverà l'edizione critica dell'opera pucciniana dalle mani di Gabriele Dotto 'direttore dell'edizione critica' delle opere di Puccini per Ricordi'.
E l'edizione nazionale delle opere di Puccini, finalmente varata dal governo (nel 2007) ha nulla a che fare con quella curata da Dotto? E Dotto fa parte anche del comitato scientifico al quale prima accennavamo. No. Da una parte Ricordi, con Dotto e Parker, dall'altra il Comitato per l'Edizione nazionale ecc...
Insomma si è atteso anni ed anni per promuovere l'Edizione nazionale di un musicista fra i più rappresentati al mondo, ed al momento in cui la si ottiene, dopo durissime lotte, di edizioni critiche se ne preparano due, una contro l'altra, una indipendente dall'altra (Dotto, che prepara quella per Ricordi, prima incluso nel Comitato di cui sopra, assieme a Parker, subito dopo si era dimesso. Ha avuto qualche responsabilità Ricordi in tale decisione?).
E' chiaro che le due edizioni e gli studiosi preposti sono un anacronismo che solo in Italia poteva prendere forma. Anacronismo su anacronismo, laddove tutti si attenderebbero che correndo in due si faccia prima, sembra che tutti e due procedano al rallentatore.
Ora verrebbe da chiedersi perché Casa Ricordi, una volta avviata l'Edizione nazionale non si sia fatta avanti per proporre una fruttuosa e naturale collaborazione fra il Comitato e la casa editrice che per tutta la vita è stata quella di Puccini? Non è facile dare una risposta. Forse al comitato scientifico non piacciono, perché sorpassate( ?), le edizioni delle opere già messe in commercio da Ricordi; o Dotto pensa la medesima cosa di quel poco che l'Edizione nazionale ha già pubblicato?
Nel settore degli studi non dovrebbe contare tanto chi è arrivato prima, quanto il valore e l'attendibilità del risultato. Ora se le opere già edite da Ricordi - che è un editore e che quindi sacrosantemente bada anche al guadagno - non sono condivise dagli studiosi, perchè non dirlo, proponendo le necessarie correzioni?
Dalla stessa intervista a Chailly, apprendiamo che ascolteremo, questi giorni alla Scala, una Fanciulla come non l'abbiamo mai ascoltata, e cioè quella scritta da Puccini, l'Urtext pucciniano; mentre noi l'abbiamo ascoltata con i tagli e le correzioni che vi aveva apportato Toscanini, vivo Puccini che le aveva accettate, lasciando correre, fin dalla 'prima' a New York.
E qui una domanda sorge spontanea a proposito di Toscanini. Non s'è sempre detto che per il noto direttore la parola del musicista - la sua musica - era intoccabile come la Bibbia?
Queste ed altre notizie abbiamo appreso sfogliando il primo volume dell'epistolario del musicista edito a cura del Comitato scientifico per 'L'Edizione nazionale delle opere di Puccini', nel quale siede la crema degli studiosi del musicista lucchese, che è stato incluso, di diritto, nell'edizione nazionale, consci del valore che la corrispondenza di un musicista può avere nello studio delle sue opere.
Ad essere sinceri abbiamo anche appreso che c'è ancora chi, fottendosene del valore delle lettere per gli studiosi, pone il veto sulla pubblicazione del contenuto di alcune di esse inviate dal musicista a sua moglie, Elvira, durante i primi anni di convivenza, nelle quali naturalmente il 'protofemminismo' pucciniano, si esprime in tutta la sua forza, nel tentativo di spezzare le catene con le quali Elvira voleva tenere legato a sé il musicista, donnaiolo incallito.
Adesso però ci interessa un altro aspetto della questione, riguardante l'edizione delle opere del maestro; di esso siamo venuti a conoscenza leggendo l'intervista di Giuseppina Manin a Chailly che ha anticipato al Corriere alcuni particolari della Fanciulla del West che sta per tornare nella stagione scaligera.
Un fatto assolutamente nuovo per la Scala che aveva condannato all'ostracismo le opere pucciniane negli ultimi anni, sotto la gestione Lissner, e che, per sempre, le ha espunte dal suo repertorio uno dei nostri più noti direttori, Claudio Abbado, e forse non solo lui ( Su quest'ultimo argomento e sulle ragioni di una tale inspiegabile esclusione, avevamo richiesto, per uno degli ultimi numeri di Music@, un articolo a Michele Girardi, studioso pucciniano, al massimo della nostra stima, alla vigilia di un suo corso universitario dedicato ad 'Abbado alla Scala';articolo che non ottenemmo prima di abbandonare la direzione di Music@).
Abbiamo appreso dall'intervista al Corriere che Chailly riceverà l'edizione critica dell'opera pucciniana dalle mani di Gabriele Dotto 'direttore dell'edizione critica' delle opere di Puccini per Ricordi'.
E l'edizione nazionale delle opere di Puccini, finalmente varata dal governo (nel 2007) ha nulla a che fare con quella curata da Dotto? E Dotto fa parte anche del comitato scientifico al quale prima accennavamo. No. Da una parte Ricordi, con Dotto e Parker, dall'altra il Comitato per l'Edizione nazionale ecc...
Insomma si è atteso anni ed anni per promuovere l'Edizione nazionale di un musicista fra i più rappresentati al mondo, ed al momento in cui la si ottiene, dopo durissime lotte, di edizioni critiche se ne preparano due, una contro l'altra, una indipendente dall'altra (Dotto, che prepara quella per Ricordi, prima incluso nel Comitato di cui sopra, assieme a Parker, subito dopo si era dimesso. Ha avuto qualche responsabilità Ricordi in tale decisione?).
E' chiaro che le due edizioni e gli studiosi preposti sono un anacronismo che solo in Italia poteva prendere forma. Anacronismo su anacronismo, laddove tutti si attenderebbero che correndo in due si faccia prima, sembra che tutti e due procedano al rallentatore.
Ora verrebbe da chiedersi perché Casa Ricordi, una volta avviata l'Edizione nazionale non si sia fatta avanti per proporre una fruttuosa e naturale collaborazione fra il Comitato e la casa editrice che per tutta la vita è stata quella di Puccini? Non è facile dare una risposta. Forse al comitato scientifico non piacciono, perché sorpassate( ?), le edizioni delle opere già messe in commercio da Ricordi; o Dotto pensa la medesima cosa di quel poco che l'Edizione nazionale ha già pubblicato?
Nel settore degli studi non dovrebbe contare tanto chi è arrivato prima, quanto il valore e l'attendibilità del risultato. Ora se le opere già edite da Ricordi - che è un editore e che quindi sacrosantemente bada anche al guadagno - non sono condivise dagli studiosi, perchè non dirlo, proponendo le necessarie correzioni?
Dalla stessa intervista a Chailly, apprendiamo che ascolteremo, questi giorni alla Scala, una Fanciulla come non l'abbiamo mai ascoltata, e cioè quella scritta da Puccini, l'Urtext pucciniano; mentre noi l'abbiamo ascoltata con i tagli e le correzioni che vi aveva apportato Toscanini, vivo Puccini che le aveva accettate, lasciando correre, fin dalla 'prima' a New York.
E qui una domanda sorge spontanea a proposito di Toscanini. Non s'è sempre detto che per il noto direttore la parola del musicista - la sua musica - era intoccabile come la Bibbia?
Etichette:
casa ricordi,
Chailly,
claudio abbado,
corriere della sera,
elvira bonturi,
fanciulla del West,
giuseppina manin,
michele girardi,
puccini,
scala,
Toscanini
martedì 18 novembre 2014
Bologna contro Firenze. Perchè nessuno fa il nome di Mario Messinis
La notizia dell'arrivo a Bologna, il prossimo dicembre per il 'Bologna Festival' - la cui direzione artistica, dalla notte dei tempi, è affidata a Mario Messinis, critico musicale del Gazzettino di Venezia e negli anni passati, anche e contemporaneamente, direttore della Biennale o Sovrintendente della Fe nice, Premio 'una vita nella musica', e mille altri incarichi anche per Casa Ricordi, assieme a quello di professore al Conservatorio veneziano - tutto regolare? - dell'Orchestra dell'Opera di Firenze con il suo direttore Zubin Mehta, ha creato tensione fra i rappresentanti sindacali del Comunale di Bologna che avrebbero voluto che ad essere invitati fossero i complessi del Comunale bolognese. Perchè - hanno detto - dare ad 'altri' quasi 100.000 Euro (quanto sarebbe il costo di quel concerto), in un periodo di crisi?
Hanno ragione? Hanno torto? Forse l'una e l'altro. Hanno ragione a dire che su un budget di 300.000 Euro circa, spenderne 100.000 per avere un'orchestra che si può ascoltare facendo il viaggio di un'ora da Bologna a Firenze, non è il caso, specie in periodo di crisi.
Hanno torto se pensano che in ogni caso, qualunque manifestazione di ogni genere, debba utilizzare sempre e solo le forse cittadine. In questo secondo caso sbagliano. Noi abbiamo da sempre sostenuto che la mania di rivolgersi all'estero, così frequente nell'Italia provinciale, intrallazzona,mazzettara e scambista( non in ambito sessuale, o forse anche) , andrebbe sanzionata ufficialmente dal ministero che finanzia in massima parte le attività musicali in Italia, dai teatri alla più piccola associazione. Circoscrivere la ricerca di forze lavorative al perimetro ristretto di una città nella quale una manifestazione ha luogo è forse troppo.
E' curioso però che in questa disputa nessuno tiri fuori, chiamandolo a 'discolparsi' Mario Messinis, direttore artistico del 'Bologna Festival' e dunque artefice di tale macroscopico errore, al di là della pretesa dei musicisti del Teatro Comunale di Bologna. Le manifestazione musicali alle quali Messinis - SEMPRE GRATUITAMENTE, ovvio - ha prestato qualche scintilla del suo genio creativo, ancora in perenne eruzione a dispetto degli anni, sono tante; mai un appunto è stato mosso all'utilizzo dei fondi, come invece si è fatto in questa occasione, mentre invece sarebbe stato opportuno ed utile ficcarci il naso per scoprire magari che dietro titoli solitamente di grande impatto, c'erano poi scelte abbastanza dozzinali. Alle quali scelte potremmo riportare anche questa incriminata. ma , come si sa, gli intoccabili sono tali perchè non vanno toccati, e perchè guai a chi li tocca.
Ci viene da riflettere anche su un altro festival che fa sfilare sotto le volte del Tempio malatestiano orchestre di pregio e dunque anche costose: la 'Sagra malatestiana' di Rimini, città che noi abbiamo sempre associato alle vacanze di mare e non ad un festival di orchestre. Per esempio, chi lo paga quel festival? e i soldi chi controlla che vengano spesi bene?
Semplici domande di un cronista curioso. Non accuse gratuite.
Hanno ragione? Hanno torto? Forse l'una e l'altro. Hanno ragione a dire che su un budget di 300.000 Euro circa, spenderne 100.000 per avere un'orchestra che si può ascoltare facendo il viaggio di un'ora da Bologna a Firenze, non è il caso, specie in periodo di crisi.
Hanno torto se pensano che in ogni caso, qualunque manifestazione di ogni genere, debba utilizzare sempre e solo le forse cittadine. In questo secondo caso sbagliano. Noi abbiamo da sempre sostenuto che la mania di rivolgersi all'estero, così frequente nell'Italia provinciale, intrallazzona,mazzettara e scambista( non in ambito sessuale, o forse anche) , andrebbe sanzionata ufficialmente dal ministero che finanzia in massima parte le attività musicali in Italia, dai teatri alla più piccola associazione. Circoscrivere la ricerca di forze lavorative al perimetro ristretto di una città nella quale una manifestazione ha luogo è forse troppo.
E' curioso però che in questa disputa nessuno tiri fuori, chiamandolo a 'discolparsi' Mario Messinis, direttore artistico del 'Bologna Festival' e dunque artefice di tale macroscopico errore, al di là della pretesa dei musicisti del Teatro Comunale di Bologna. Le manifestazione musicali alle quali Messinis - SEMPRE GRATUITAMENTE, ovvio - ha prestato qualche scintilla del suo genio creativo, ancora in perenne eruzione a dispetto degli anni, sono tante; mai un appunto è stato mosso all'utilizzo dei fondi, come invece si è fatto in questa occasione, mentre invece sarebbe stato opportuno ed utile ficcarci il naso per scoprire magari che dietro titoli solitamente di grande impatto, c'erano poi scelte abbastanza dozzinali. Alle quali scelte potremmo riportare anche questa incriminata. ma , come si sa, gli intoccabili sono tali perchè non vanno toccati, e perchè guai a chi li tocca.
Ci viene da riflettere anche su un altro festival che fa sfilare sotto le volte del Tempio malatestiano orchestre di pregio e dunque anche costose: la 'Sagra malatestiana' di Rimini, città che noi abbiamo sempre associato alle vacanze di mare e non ad un festival di orchestre. Per esempio, chi lo paga quel festival? e i soldi chi controlla che vengano spesi bene?
Semplici domande di un cronista curioso. Non accuse gratuite.
Etichette:
biennale di venezia,
bologna festival,
casa ricordi,
comunale di bologna,
conservatorio di venezia,
gazzettino,
mario messinis,
opera di firenze,
rimini,
sagra malatestiana,
teatro la fenice,
zubin mehta
Iscriviti a:
Post (Atom)