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lunedì 16 gennaio 2017

Referendum delle nostre brame, qual è la musica più bella del reame? Ce lo rivela Classic Voice

Una rivista di musica italiana che da tempo ha il suo punto di forza nell'inchiesta o referendum  su vari argomenti con risultati sempre sorprendenti e molto spesso imprevedibili -  come nel caso di Maria Callas, risultata la più grande cantante del secolo, e dell'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia,  come la migliore del mondo, scalzando di molte posizioni sia le 'cinque sorelle' americane che  i vari 'Filarmonici' europei' - questo mese si è avventurata nel terreno, assai scivoloso, della 'musica contemporanea'.  Tuttavia grati le siamo per averci risparmiato Giovanni Allevi, campione della musica 'classica moderna contemporanea'.

Qual è la più bella musica del nostro tempo - ha chiesto ad un  centinaio di addetti ai lavori, decidendo di considerare la produzione di quindici anni, dal 2000 al 2015?
 Il referendum ha risposto a tale domanda - malposta, secondo noi, perchè la categoria della 'bellezza',  è assai difficile da applicare alla musica di oggi, quanto meno andrebbe prima spiegata, cosa che la rivista  non fa, ma che  titola 'Partiture millenial' e, in altra pagina, ' Top Composer', elencando prima le composizioni e poi i compositori più votati.

Nella classifica delle composizioni risulta al primo posto - illustrata in lungo e largo da Gianluigi Mattietti - In Vain ( del 2000)  - che egli  si arrischia  a paragonare, per il peso avuto nella storia recente, al Sacre di Stravisnky - ed è di Georg  Friedrich Haas, compositore austriaco, risultato il compositore più votato. Ora già insospettisce che compositore ed opera, in cima alle rispettive classifiche, coincidano.
Perchè in tanta varietà di composizioni e ricchezza di compositori,  si sarebbe potuto ottenere che un'opera, magari solo quella, di un compositore, risultasse la più votata, mentre il compositore che ha finora maggiormente segnato la storia recente della musica risultasse altri. Perchè no?

E questa è già la prima stranezza in un simile referendum, nel quale come giurati, fra gli italiani, riconosciamo, Restagno, Messinis, Angius, Battista  e qualche altro, mentre la maggioranza, circa oltre il 90% dei 100 complessivi è europeo, nonostante che si dica che l'Italia sia fra le nazioni dove la musica d'oggi è maggiormente coltivata; e dove la schiera di giovani musicisti di valore è davvero lunga, certamente più lunga che in altri paesi.
Desta qualche sospetto  che il compositore più votato sia l'austriaco, Haas, il cui nome è da noi sconosciuto, come anche quelli di altri in cima alla classifica, per cui Mattietti è stato costretto a raccontarci chi siano e che opere abbiano scritto.

Haas, in cima alla classifica,  come vuole tale referendum, desta in noi la tessa sorpresa di Callas in cima alla classifica delle cantanti. Come potevamo prevederlo?
 Forse sarebbe stato opportuno tener conto anche delle diverse generazioni, considerando non alla stessa maniera ed in unica classifica, ad esempio, Haas o Sciarrino e Filidei o Saariaho

C'è poi anche un'altra anomalia che riguarda le opere più votate, nel cui elenco, di taluni compositori di cui conosciamo la produzione, mancano proprio certe opere fra le più apprezzate ed eseguite, fatto, come si sa assai inusuale nella letteratura musicale del nostro tempo.

Fra i primi dieci compositori più in vista, più importanti - si dica come si vuole - compaiono due italiani: Salvatore Sciarrino - e sarebbe stato assai strano che non vi fosse - e il giovane Francesco Filidei.

Nel 2006, fu istituito dal Land di Salisburgo il 'Musikpreis Salzburg', che venne attribuito alla prima edizione proprio al nostro Sciarrino. Il premio, che ha una consistente dotazione in denaro ( 100.000 Euro), prevede che il compositore cui viene attribuito, indichi un giovane, cui attribuisce il 'Forderung Preis' ( un premio di segnalazione di un giovane compositore)  e al quale destina parte del suo  premio in denaro ( 20.000 Euro). Quell'anno, Sciarrino indicò come meritevole del 'Forderung Preis' proprio Filidei - aveva giusto giusto. E, infatti, per quel che può valere un referendum simile, sia Sciarrino  (quinto nella classifica generale) che Filidei (nono nella medesima classifica) sono stati fra i più votati. Quel premio di Salisburgo,  attribuito solo altre tre volte, è andato nel 2009 a Huber, nel 2011 a Cerha, e nel 2013 a Haas, l'austriaco, al top della classifica dei compositori più influenti.
 Più di Sciarrino, oltre Haas, sono stati  votati Simon Steen-Andersen, Rebecca Saunders,  ed Helmut Lachenamn. Fra gli italiani,  Gervasoni (dodicesimo), Romitelli ( quattordicesimo),  e, molto staccati dai precedenti, Francesconi, Fedele, Stroppa,  e infine Battistelli, novantasettesimo dei cento.

La prossima volta, al  ripetersi di un nuovo referendum sulla medesima materia, la rivista ci faccia magari sapere come hanno votato i cento giurati. Forse la lettura delle loro indicazioni, sia per i compositori, che per le opere, sarà più istruttiva ed interessante del risultato dello stesso referendum.

giovedì 8 dicembre 2016

Rivolto agli specialisti: Qualche fischio al programma di sala ed agli 'speciali' giornalistici sulla Scala

Questo post si rivolge ai soli specialisti o a tutti quelli ai quali, credendosi tali, piace fare le pulci a questo e quello, quando non rigano dritto.
 Cominciamo dal 'programma di sala' - curato da Franco Pulcini - nel quale, come leggiamo nel
 lungo inserto del 'Corriere', compaiono scritti di Arthur Groos (che è il curatore delle edizioni pucciniane per la Scala e Chailly, edite da Ricordi; mentre altre edizioni pucciniane, quelle dell'Edizione nazionale delle opere di Puccini, fanno capo ad altri studiosi che si guardano in cagnesco con i primi, sebbene alcuni anni fa facevano tutti parte del medesimo comitato); dunque nulla da eccepire. Segue un secondo, di Dieter Schickling che ha scritto la più accreditata ed attendibile biografia di Puccini - dalla quale anche noi abbiamo attinto per il nostro volumetto biografico sul musicista, appena edito dalle edizioni Clichy: Giacomo Puccini.Sonatore del Regno - e fa parte del Comitato di cui sopra; infine, un terzo di Enrico Girardi.

E qui casca l'asino, come si  dice. Perché si fa purtroppo spesso confusione su questo cognome, ed anche su ruolo e competenza, appartenendo esso anche al più noto ed importante studioso italiano di Puccini. Che non è Enrico Girardi, giornalista del 'Corriere' che ha firmato l'articolo del 'programma di sala', curato da Pulcini, bensì Michele Girardi, al quale però la Scala e Chailly, per le ragioni dei diversi curatori dell'edizione critica si sono ben guardati dal rivolgersi.

Michele Girardi e non Enrico Girardi avrebbe dovuto pubblicare sul 'programma di sala' un suo studio pucciniano, giacché molto sa dell'autore e delle sue opere che ha fatto oggetto di studi profondi e lunghi. Ma Milano e la Scala con il Corriere sono 'pappa e ciccia' e...

En passant, diciamo che forse non era il caso che nell'inserto del Corriere si reclamizzasse  il romanzo 'Delitto alla Scala' scritto da Franco Pulcini, edito da Ponte alle Grazie.

Tornando all'inserto del 'Corriere' segnaliamo che, nel lungo articolo biografico dedicato ad Alessandro Stradella (oggetto - la sua musica più del personaggio - della nuova opera di Salvatore Sciarrino, in programma il prossimo novembre, dall' enigmatico e suggestivo titolo ' Ti vedo, ti sento, mi perdo'), scritto da Paolo Madeddu, si racconta la vita avventurosa del musicista finito, forse per mano di sicari, a Genova, dove si era rifugiato dopo Roma, Venezia a Torino. Nell'articolo si dice testualmente che la sua  'biografia è stata oggetto di studio soprattutto di musicologi francesi'.  Esatto?  Non proprio.

Se si va su Wikipedia, alla voce 'Stradella', nella bibliografia, anche lì ci si imbatte in una sorta di censura dell'opera che deve essere considerata la 'madre' degli studi stradelliani. Si cita lo studio della Gianturco, che sta curando anche l'edizione delle opere, ma si OMETTE volutamente di citare il più antico degli studi stradelliani, che reca la firma di Remo Giazotto,  ed è stato pubblicato a Milano nel lontano 1962,  e che forse contiene qualche inesattezza ( di inesattezze ve ne sono anche in studi recentissimi, come ha scoperto di recente un musicista; ma non per questo si  deve IGNORARE volutamente la prima biografia di Stradella che fu del Giazotto).

A quella colpevole mancanza di Wikipedia abbiamo provveduto noi aggiungendo, in cima alla bibliografia, lo studio ( in due vol. ) di Remo Giazotto , Vita di Alessandro Stradella; ad aggiornare ed anzi correggere le cognizioni poco fondate di Paolo Madeddu provveda direttamente l'interessato.

lunedì 19 settembre 2016

A Salvatore Sciarrino, in occasione della consegna, il prossimo 8 ottobre a Venezia, del Leone d'oro alla carriera

 Come omaggio a Salvatore Sciarrino - che  prossimamente riceverà a Venezia il Leone d'oro alla carriera, alla viglia dei  suoi settant'anni ancora in piena attività compositiva - ripubblichiamo questo testo autobiografico che esattamente dieci anni fa, quando di anni ne aveva sessanta, e fu insignito della Laurea honoris causa in Musicologia all'Università di Palermo, costituì la sua  'lectio magistralis', che la rivista Music@ pubblicò in esclusiva.


                               MALINCONIA DEGLI STUDI   di Salvatore Sciarrino

Il bambino ha finito presto i compiti. Si mette per un poco a disegnare, poi gli passa la voglia. Banchi semivuoti, alcuni compagni spersi nello studio pomeridiano. A sinistra alte tre finestre ad arco: fuori, contro il cielo di porcellana, il glabro dei platani; essi raccolgono tutte le impercettibili variazioni di una luce avorio. Ci si chiede perché a Palermo la luce declini toni così struggenti. Una speciale proporzione credo combini l’ombra delle montagne e il riverbero del mare con l’esposizione geografica della città. Sovente ortogonali e in discesa , le strade s’accecano di un bianco smerigliato; ma nell’inverno l’enigma si apre al visibile, non c’è afa e ogni cosa si rivela altra da sé perché rasata a lunghi colpi di sole. Poi il raggio s’interrompe, intercettato da corone di pietra; con l’improvviso attenuarsi entriamo in una chiarità diffusa, avanzano i controluce e riflessi di madreperla orientale.
La malinconia m’ha assalito precocemente, a sei anni non ancora compiuti.
Quel bambino doveva restare al suo posto un lasso interminabile, nell’incertezza se fosse il tempo a indicare il mutare delle cose o al contrario le cose mostrassero l’appassire del tempo. L’attesa fa volare i pensieri, ecco la contemplazione li sprofonda, mentre il pigolìo dei passeri annega nel calare del giorno. Questo ricordo dai colori smaltati costituisce il primo avviso di immagini ricorrenti nella mia produzione teatrale a partire dal 1980 circa. È soprattutto un nucleo da cui si diramano sceneggiature in cui l’esterno si proietta nell’interno e una meteorologia mentale dalle risonanze primarie invade la scena. E la musica? Si dilata al punto che l’oggetto sonoro si sospenda dinanzi all’ascoltatore con la nitidezza di un’ultima foglia immobile sul ramo. Non potrò tacere qui Vanitas, Lohengrin 2, Perseo e Andromeda, Luci mie traditrici, Macbeth, Da gelo a gelo. Negli anni ’80 mi proponevano spesso di fare io il regista, e dunque andavo parallelamente affinando un linguaggio realizzativo, un appropriato Diagramma della drammaturgia dell’opera rispondere della messa in scena. Da tanti spettacoli quasi mai firmati sortiva uno stile sùbito riconoscibile che amplificava nel vuoto solo una o due azioni, bagnate da cambi di illuminazione lentissimi, a imitazione dell’inclinarsi del sole e della luna. Ho letto abbastanza sulla malinconia, e tuttavia avrei da aggiungere personali notazioni a cui non mi pare alcuno abbia dato importanza: v’è una instabilità emotiva a monte del temperamento saturnino. Per quanto mi riguarda, si è pure manifestato un legame inevitabile fra malinconia, meteoropatia e osservazione della natura. Tale legame, dall’imprinting dimenticato, è emerso alla coscienza per merito di una casa–belvedere nella quale tutt’ora vivo; infatti nelle stanze da lavoro lo sguardo può vagare tra squarci di paesaggio. Lo star seduto ore su ore rende automatico una sorta di monitoraggio dei cambiamenti giornalieri e stagionali, dei fenomeni imprevisti, periodici e in graduale sfumatura, quali l’alternarsi di notte e giorno da cui dipende direttamente la fisiologia umana. Recentemente mi sono chiesto chi possa rappresentare tra i compositori il caso più vistoso di temperamento malinconico. La risposta può sorprendere, trattandosi di una figura a tutti troppo familiare perché si riesca a ripercorrerne la fisionomia. È Beethoven, coi suoi repentini cambi d’umore spesso più simili a spasimi che a metafore dell’esperienza spirituale. Dovremmo forse rileggere su altri piani traslati la sua musica levigata e petrosa. Rileggerla, fra battaglie e uragani, come un racconto drammatico fatto esclusivamente con i suoni. Il rapporto fra luce e oscurità, fra esterno e interno, è intessuto ai nostri ritmi vitali. Di ciò ho fatto materia del mio linguaggio e spiraglio ideale attraverso cui mirare l’origine delle nostre rappresentazioni: mentali e teatrali. Il 14 luglio 1990, durante le prove di Vanitas nella Villa di Pratolino, scrissi alcuni appunti sulla scena come ambiente che riflette la meteorologia esterna. “Il volgere del sole sulla casa del mondo, raffigurato in un interno dove penetra da finestre invisibili. Un gioco un po’ ingenuo, una vigile e accesa sensibilità? O il desiderio di mettersi in risonanza con i moti dell’universo, di ascoltare le ragioni del mare, delle conchiglie, per fiorire come un’erba, fingendo di non avere obliato – il desiderio cioè della coscienza e del sonno? Nessuna lampada può gareggiare col giorno, eppure i nostri riflettori rigano il buio di un pulviscolo a coni o lame, così incisivi! La noia infantile di essere rinchiusi il pomeriggio a dormire s’è trasfigurata, ha mutato senso e divelto la paura alla caverna della mia vita. E come si sono ingranditi gli occhi del mondo: sul pavimento talvolta cadevano minuscoli ovali di luce dalle persiane chiuse.” Se scrutiamo più a fondo dentro di noi, si capisce come davvero il buio sia l’elemento primario della rappresentazione. Vi sono momenti della nostra vita in cui l’impedimento, condizionando uno stato di immobilità all’interno della casa, favorisce l’immaginazione. Quasi l’aspirazione a uscire si proiettasse nel mondo delle percezioni.
La memoria di quel bambino per pochi mesi prigioniero al doposcuola, è affiorata di recente allorché dovetti annullare un viaggio in Argentina. Era una tournée amorevolmente organizzata in previsione di concerti, lezioni e di una nuova produzione di Lohengrin, che poi si rivelò bellissima. Così scrissi per annunziare la mia disdetta: “dal mio letto guardo fuori, anche stavolta è una giornata limpida. La febbre e lo stare coricati di giorno sono cose che trasportano l’immaginazione. Nella mia camera da notte le due finestre mi sovrastano un poco, inquadrano una sezione alta del cielo dove l’azzurro è più profondo e astratto. Sempre, quando sono ammalato, sfilano giorni di sole. Questa puntuale coincidenza ebbe inizio negli anni della mia prima infanzia, una dolce persecuzione che induce strane idee.
Uno, la sensazione che il cielo si faccia beffe di me estenuando le malinconie.
Secondo, che la malattia esploda quando c’è il sereno, e dunque covi col maltempo. L’impedimento dello sguardo lascia correre la mente, ce lo ha insegnato Leopardi. Da noi giunge l’autunno: nei giorni scorsi m’hanno stupito alcuni alberi d’oro; li ho visti sbuffare dinanzi a fondali cupi e mi sovvenne Dosso Dossi, nelle cui intenzioni non si legge bene se sia primavera; certo però che sia uno sforzare verso la magia la normale esperienza visiva. Oggi avrei dovuto essere in aereo: come saranno i cieli dell’altro emisfero? Penso alla luce che non ho mai visto, alla cecità cui ciascuno è condannato. Penso a Borges, è il primo ambasciatore di Buenos Aires, a Martin Bauer che per me è il secondo ambasciatore, come appariva sul selciato luccicante di pioggia nella mia piccola città. Caro amico, non siamo schiavi del destino, non dobbiamo crederlo. Tuttavia il corpo, la mente, le circostanze costringono talvolta a rinunziare, e ciò riporta entro i limiti dell’esistenza umana, quelli che tocchiamo solo eccezionalmente. Per esempio, quando siamo malati. Un abbraccio.”
Demone fausto che tormenti alcuni artisti affinché non si arrestino a uno spunto felice, né trovino appagamento nella prima invenzione! L’urgenza del comporre, ma anche la fretta di per sé, configurano la parte allucinatoria della metodologia compositiva. Da un lato l’attrazione irresistibile verso lo studio, l’intuizione furiosa che non si può tenere; dall’altro il completamento della nuova fisionomia immaginata, graduale e paziente.
V’è pure una sofferenza della creazione, poiché doloroso è varcare la soglia del proprio io. Da un quaderno del 1993 trascrivo liberamente la cruda confessione che segue. “Un nuovo lavoro. Perché l’ansia? Ansia di non farcela? Mille volte ho preso il volo, eppure è difficile ogni volta, tutta la vita costringersi ad essere se stessi, a scalare le rovine di particolari in cui inesorabilmente si vanno sgretolando le nostre abitudini artistiche. Necessarie idee che scavalchino le solite idee, questa la mia ambizione. Talvolta però mi metto io stesso in condizione di superare a fatica l’ostacolo. In che modo? Ritardi, rinvii dell’inerzia, malumori. Ecco, malumori: qual è la loro istanza? All’origine, frustrazioni familiari non del tutto sopite fra i ricordi infantili, tormenti e accuse di incapacità alla vita gettatemi addosso nell’età della crisi, sibilate intorno a me. Diciamo che la follia dei miei personaggi teatrali è a me ben nota: Elsa, Andromeda, Malaspina, Gesualdo, Macbeth, Izumi. Sono i residui di quanto io stesso sono riuscito a superare per non uscire pazzo. Cicatrici malsanate s’aprono ciclicamente. Sarei in grado di comprendere i motivi dell’incomprensione altrui. Al pari di ogni artista, anch’io rifiuto le scorciatoie della massa; come potrebbe essa non rifiutare il mio rifiuto? La lunga vita artistica dovrebbe avermi vaccinato, e invece mi trovo indifeso in faccia all’invidia dei colleghi, all’indifferenza degli organizzatori, all’ignoranza degli esecutori. Indifeso ancora affettivamente, offeso nel mio essere artista.

Da giovane ho conosciuto più successo, la gente mi concedeva un margine maggiore, almeno mi pare. In ultimo due realizzazioni hanno fiaccato la mia volontà: Cadenzario e Perseo, perché malgrado l’esito notevole non hanno avuto il seguito che mi aspettavo. Non che l’attività artistica ne venga sminuita, è che dopo certe occasioni mancate, la sofferenza raggiunge sfumature intollerabili. Quando ciò avviene, nei giorni di tortura, verrei spinto distruttivamente a negare le mie cose al mondo ingrato, impedendomi di lavorare. Pure l’età, col suo rallentamento di energie, cresce l’ostacolo. Per fortuna l’esigenza creativa passa attraverso strati più profondi (o al di sopra, non so) di ogni complicazione mentale sorta innanzi a difficoltà di rapporto personale o a inesistenti problemi pratici, elementari come il pagamento di una bolletta, o la massiccia corrispondenza che ogni momento approda al mio tavolo.” Quando così scrissi avevo 45 anni. Dovrei smentire io stesso alcuni tratti di eccessiva soggettività negativa ( qualche preteso insuccesso che fu solo stasi momentanea). Tuttavia vorrei rispettare proprio l’alterazione che tali parole vengono a testimoniare. Negli anni successivi ho assistito a una crescita e maturazione creativa che lascia incredulo perfino me. A chi ne chieda ragione, io fornisco una risposta di comodo: sono cresciute le energie compositive avendo interrotto l’insegnamento. Come però essere certi di cosa è avvenuto, del reale meccanismo della creazione, un istante che diventa nascita? Oggi, a 60 anni, pur trovandomi in posizione di privilegio rispetto a tanti miei colleghi, la mia patologia malinconica non è affatto mutata. Basterebbe un niente a perdere una vita virtuosa, quindi non ho smussato l’angolo di incidenza contro il criterio perverso dell’audience, nessun cedimento al gusto del grande pubblico. L’adorato esempio di Beethoven ha dimostrato che tale gusto si possa e si debba guidare, non dovrei essere solo a seguirlo. Sentiremo ora alcuni miei lavori non integralmente originali, ovvero delle trascrizioni. Sono una prova eccentrica del recente approfondimento dei miei studi e delle problematiche compositive. Si intitolano Storie di altre storie, affidate a fisarmonica e orchestra. In questi pezzi ho manipolato il già esistente affinché si scopra, sotto una nuova luce, una fisionomia potenziale diversa da quella che appare. Al fine di evidenziare le anticipazioni di Strawinsky contenute nella musica di Domenico Scarlatti, un musicologo avrebbe scritto un saggio. Invece io ho scritto un pezzo di musica: non è una dimostrazione, è molto di più, e il risultato arriva immediato ed emozionante alle orecchie di ognuno. È possibile applicare alla composizione una speciale idea di analisi per mezzo delle attuali forme temporali multiple, insieme recuperando non a sproposito la classica alternanza solo – tutti. Un progetto del genere è rischioso poiché coniuga suoni noti con immagini musicali e accostamenti storici inediti. Rischioso anche per il confronto scoperto con la tecnica della tradizione, anzi di tre: quella settecentesca, quella novecentesca, quella moderna ( la mia). 

domenica 7 settembre 2014

Alagna e i fischi a sua moglie; Città di Castello e il suo festival veramente INTERNAZIONALE

Repubblica di ieri ci aggiorna su un fatto. Domandandosi della lunga permanenza di Alagna a Milano in luglio, con conseguente presenza a tutti gli spettacoli della Scala, non la motiva con la discussione del suo contratto per i prossimi impegni in cartellone, prima annunciati ed ora cancellati, bensì con la presenza di sua moglie, soprano, nell'opera rossiniana in scena. Anche sua moglie, secondo il tenore, ebbe la sua dose di fischi, immeritata naturalmente a detta del tenore, come immeritata - da quel che si dice - fu anche quella riservata, nella medesima opera, a Maria Agresta. Amore, passione e solidarietà coniugale dunque potrebbero essere alla base della sua rinuncia, e non la sua paura di essere fischiato. Lui avrebbe dovuto dire: vediamo se mi fischiano, io li affronto, sono un uomo - si fa per dire, in osservanza ad un cliché vetusto. Chiuso il sipario su Alagna e consorte.
Aperto invece sul Festival delle Nazioni di Città di Castello che con il concerto di oggi dell'Orchestra della Toscana, di Battistelli, chiude l'edizione 2014, dedicata all' Armenia. Anticipato già il paese ospite dell'anno prossimo: l'Austria, all'indomani della grande guerra  - mentre il mondo intero ha celebrato quest'anno lo scoppio della grande guerra; e rivelato un segreto: un omaggio a Burri,  quando tutto il mondo celebra il centenario della nascita e la sua 'sua' Città di Castello, per distinguersi, voleva ignorarlo. Ma con  il direttore artistico, ormai direttore stabile a Castello,  Aldo Sisillo, da oltre dieci anni, il festival, secondo il cronista musicale della 'Repubblica' quotidiano, ha finalmente ripreso la sua missione 'internazionale'. Scorrere le edizioni sisilliane per credere.  Lui, Sisillo, ogni anno potrebbe fare  l'Austria come l'Inghilterra ed anche tutt'e due insieme e mille altre nazioni.
Quando, l'anno avanti lo sbarco di Sisillo, noi dirigemmo quel festival - per il quale ricevemmo l'incarico  nel novembre precedente  - dicemmo chiaramente che una nazione su due piedi, come Sisillo ne farebbe anche due di nazioni all'anno su un piede solo, non ci sentivamo di farla, e che l'avremmo fatto pensandoci con un paio d'anni di anticipo, studiando bene la nazione, visitandola di persona, e scegliendo ciò che per la musica  la rappresentava  al meglio. Non rivolgendoci per una consulenza all'istituto di cultura o alla rappresentanza diplomatica di quella nazione in Italia, come crediamo di capire faccia ogni anno sveltamente Sisillo, meritandosi sempre la riconferma  di coloro che tengono in mano le redini del festival, e che il direttore artistico a vita non si prova - forse anche per incapacità? o comodità - a disarcionare.
 Noi in quel 2004 - indimenticabile per molti tranne per i  quattro notabili  locali del festival timorosi di perdere il loro giocattolino - quando Castello fu sconvolta da uno scandalo gravissimo, anche per cancellarne la macchia  che pesava sulla città per ragioni che lambirono indirettamente il festival, portammo in città i migliori talenti dell'Italia delle nuove generazioni, autentici indiscussi fuoriclasse, in un programma tutto italiano: la 'nuova Italia' interpreta la musica italiana,  da  Monteverdi a Sciarrino. Musica e musicisti che conoscevamo bene e che quindi potevamo  contattare e scritturare, seguendo il solo criterio della bravura degli interpreti e della loro idoneità al nostro programma. Portammo anche una vera orchestra, la 'Verdi' di Milano' non quelle orchestrine regionali che Sisillo è abituato a portarvi, seguendo forse l'obiettivo di altri fini, secondi o terzi.
Perciò Giovanni D'Alò stia più attento quando scrive o riporta, ripetendo alla lettera. Prima ha scritto  benissimo della pessima acustica della Chiesa di san Domenico, che evidentemente non conosce; ora ripete che il festival finalmente ha ritrovato la sua anima internazionale 'secundum sisillo'... che altro dobbiamo attenderci prossimamente? Noi ci attenderemmo una minima autonomia di giudizio, previa conoscenza, anche sommaria. Ma forse è troppo.