Chi è il n.1 fra i direttori quarantenni italiani? Michele Mariotti, secondo Valerio Capelli che ne ha annunciato sul Corriere lo sbarco a Salisburgo con un'opera verdiana in forma di concerto, Domingo protagonista, già diretta alla Scala.
Mariotti è arrivato a Salisburgo preceduto da una gran fama, alla quale forse qualche aiutino l'ha dato anche Nicola Sani, a capo del Teatro di Bologna di cui Mariotti è direttore, caldeggiando la sua causa presso l'attuale direttore del festival austriaco, Markus Hinterhauser ( suo amico, frequentato dai tempi della sua direzione della fondazione Scelsi)? Certamente no, Sani non c'entra, almeno così pensiamo. Mariotti ha critiche sempre positive se non entusiasmanti ovunque egli diriga, e dunque merita, di approdare al festival dei festival. Anche chi volesse vederci anche lo zampino del noto festival rossiniano di Pesaro, in mano alla sua famiglia fin dalla fondazione, o una specie di anticipo delle celebrazioni rossiniane del prossimo anno ( 1868-2018) sbaglia di grosso.
Nell'intervista al giovane direttore c'è un passaggio che un giovane ma bravo giornalista come Cappelli avrebbe dovuto approfondire, oltre che denunciare. Cappelli tira fuori il licenziamento dell'Orchestra del Comunale di Bologna, di cui Mariotti è direttore, dal festival di suo padre, dove è arrivata quella della Rai. Ma non gli chiede la ragione che potrebbe essere solo di carattere economico e potrebbe avere a che fare con rivendicazioni sindacali. Se ne duole e basta. Troppo poco.
Sempre dal Corriere, ma questa volta da Enrico Girardi, altri numeri per un altro direttore. Il giornale gli pubblica la recensione dell'Orlando furioso di Vivaldi che lui ha visto a Martina Franca ( quando? se è andato in scena a metà luglio, ultima replica il 31, e la recensione è uscita ieri 8 agosto? Che tempismo!). Ha visto dirigere un giovane direttore, nel Giorno di regno di Verdi, uscito dal Conservatorio dell'Aquila, e che quindi noi consociamo, anche se non lo abbiamo mai visto ed ascoltato dirigere, negli anni di studio. Si chiama Sesto Quatrini, è stato e forse lo è ancora assistente di Fabio Luisi e, secondo Girardi, dobbiamo fare attenzione perchè di lui si parlerà in futuro. Sembra di rileggere quel che Schumann (Girardi) scrisse di Brahms ( Quatrini) prima che il grande compositore si dedicasse alla sinfonia, mentre era noto soprattutto come pianista e compositore per il suo strumento. E' chiaro che Girardi ha prestato orecchio a ciò che Luisi gli ha detto del giovane direttore, al quale noi auguriamo un futuro radioso.
A proposito di suggerimenti, e sempre restando sulle recenti cronache salisburghesi lette sul Corriere, Cappelli, nel raccontare l'Aida di Muti, con i Wiener in buca, ha modo di annotare, di sfuggita, che l'arrivo di Muti in buca gli fa bene ai noti viennesi, perchè per quanto bravi siano, la routine può fiaccare anche le loro ben note prestazioni. Insomma i Wiener, dice Cappelli, hanno fatto il 'tagliando' con Muti. Vabbè, che routine! E quanto poco costoso sia un tagliando che li faccia nuovamente risplendere.
La considerazione di Cappelli, frutto di suggerimenti venutigli da chi di orchestre se ne intende ed è anche in grado di vedere se le prestazioni sono appannate rispetto al solito, deriva anche dalla considerazione tante volte fatta e rifatta letta e riletta, e cioè che i Wiener, orchestra residente a Salisburgo, viene oberata di lavoro nel mese che dura il festival e che quindi qualche volta può non essere e non figurare al massimo delle sue possibilità. Salvo che non la diriga qualcuno che le suona la sveglia. Come ha sicuramente fatto Muti. E Cappelli, prontamente, riferito.
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martedì 8 agosto 2017
Danno i numeri i giornali. Troppo spesso
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giovedì 20 aprile 2017
Perchè noi dobbiamo essere costretti a difendere Tony Pappano interprete di Bach, proprio quando ne osserviamo il cammino non più da vicino?
Perchè noi , proprio noi, difensori, ma non d'ufficio, del direttore d'orchestra stabile di Santa Cecilia, nel momento in cui con la Passione secondo Giovanni di Bach, conclude il suo trittico bachiano , dopo la Passione secondo Matteo e la Messa in si minore delle passate stagioni? Perchè proprio noi che, dopo averlo biografato, esattamente dieci anni fa, ci siamo da lui allontanati, per necessità contingenti?
Perchè leggendo ciò che ci capita di leggere di lui, abbiamo fatto un salto 'di indignazione' dalla poltrona.
Il Corriere di oggi, a firma Enrico Girardi che, come tanti altri è stato in questi anni un cantore puntuale e indefesso delle sue gesta, ci propone la recensione appunto della Passione secondo Giovanni di Bach da lui diretta la passata settimana, con il titolo :" La rara bellezza della Passione secondo Giovanni". Dal quale titolo, anche il lettore più distratto dovrebbe essere messo sull'avviso che l'illustre recensore abbia ad esaltare nel suo compitino settimanale la lettura che ne ha dato Pappano. E invece no. Gira alla larga ma poi gli dà il colpo di grazia. Insomma quella 'bellezza' che il lettore sprovveduto avrebbe attribuito, stante il titolo, alla lettura di Pappano è stata proprio da Pappano 'sacrificata'.
A firma Enrico Girardi, del quale andrebbe letto in sinossi quel che scriveva, nelle passate stagioni, per i primi due pannelli bachiani del trittico a cura di Pappano, per capire se ha cambiato radicalmente idea o no ( a noi sembra di sì), non ricordiamo di aver letto qualcosa di simile a ciò che ha scritto ora sulla Passione secondo Giovanni. Pappano nulla ha cambiato, di recente, nel suo approccio stilistico a Bach; ha dovuto scegliere una via di mezzo fra le letture del passato (romantiche, anche per le orchestrone) e quelle presenti ( cosiddette filologiche, smilze, frettolose, con organici ridotti in nome di una recuperata agogica più aderente a i tempi, ma sempre con strumenti 'originali': il grande equivoco dei nostri tempi!). Nulla ha cambiato, nè poteva cambiare, una volta accettato che l'orchestra è la sua, e lo stile di canto è quello che è e non potrebbe essere altro, e del quale tutti danno atto a Pappano di conoscerlo e coltivarlo.
E allora perchè rimproverare ora a Pappano di non aver risolto il rebus della filologia?
Noi, tanto per far sapere (se interessa) come la pensiamo, confessiamo che, pur apprezzando le conquiste della moderna filologia esecutiva, e premesso che a noi, in qualunque modo lo si faccia Bach piace sempre, nel paragone fra uno qualunque degli interprete cosiddetti 'filologici' che oggi vanno per la maggiore, della Messa in si minore, e Carlo Maria Giulini, del quale abbiamo ancora nelle orecchie una delle sue ultime registrazioni, non esitiamo a preferire quella di Giulini. Rapinosa, profonda, meditativa pur con con una orchestrona e fottendosene della cosiddetta filologia esecutiva.
Perchè leggendo ciò che ci capita di leggere di lui, abbiamo fatto un salto 'di indignazione' dalla poltrona.
Il Corriere di oggi, a firma Enrico Girardi che, come tanti altri è stato in questi anni un cantore puntuale e indefesso delle sue gesta, ci propone la recensione appunto della Passione secondo Giovanni di Bach da lui diretta la passata settimana, con il titolo :" La rara bellezza della Passione secondo Giovanni". Dal quale titolo, anche il lettore più distratto dovrebbe essere messo sull'avviso che l'illustre recensore abbia ad esaltare nel suo compitino settimanale la lettura che ne ha dato Pappano. E invece no. Gira alla larga ma poi gli dà il colpo di grazia. Insomma quella 'bellezza' che il lettore sprovveduto avrebbe attribuito, stante il titolo, alla lettura di Pappano è stata proprio da Pappano 'sacrificata'.
A firma Enrico Girardi, del quale andrebbe letto in sinossi quel che scriveva, nelle passate stagioni, per i primi due pannelli bachiani del trittico a cura di Pappano, per capire se ha cambiato radicalmente idea o no ( a noi sembra di sì), non ricordiamo di aver letto qualcosa di simile a ciò che ha scritto ora sulla Passione secondo Giovanni. Pappano nulla ha cambiato, di recente, nel suo approccio stilistico a Bach; ha dovuto scegliere una via di mezzo fra le letture del passato (romantiche, anche per le orchestrone) e quelle presenti ( cosiddette filologiche, smilze, frettolose, con organici ridotti in nome di una recuperata agogica più aderente a i tempi, ma sempre con strumenti 'originali': il grande equivoco dei nostri tempi!). Nulla ha cambiato, nè poteva cambiare, una volta accettato che l'orchestra è la sua, e lo stile di canto è quello che è e non potrebbe essere altro, e del quale tutti danno atto a Pappano di conoscerlo e coltivarlo.
E allora perchè rimproverare ora a Pappano di non aver risolto il rebus della filologia?
Noi, tanto per far sapere (se interessa) come la pensiamo, confessiamo che, pur apprezzando le conquiste della moderna filologia esecutiva, e premesso che a noi, in qualunque modo lo si faccia Bach piace sempre, nel paragone fra uno qualunque degli interprete cosiddetti 'filologici' che oggi vanno per la maggiore, della Messa in si minore, e Carlo Maria Giulini, del quale abbiamo ancora nelle orecchie una delle sue ultime registrazioni, non esitiamo a preferire quella di Giulini. Rapinosa, profonda, meditativa pur con con una orchestrona e fottendosene della cosiddetta filologia esecutiva.
giovedì 8 dicembre 2016
Rivolto agli specialisti: Qualche fischio al programma di sala ed agli 'speciali' giornalistici sulla Scala
Questo post si rivolge ai soli specialisti o a tutti quelli ai quali, credendosi tali, piace fare le pulci a questo e quello, quando non rigano dritto.
Cominciamo dal 'programma di sala' - curato da Franco Pulcini - nel quale, come leggiamo nel
lungo inserto del 'Corriere', compaiono scritti di Arthur Groos (che è il curatore delle edizioni pucciniane per la Scala e Chailly, edite da Ricordi; mentre altre edizioni pucciniane, quelle dell'Edizione nazionale delle opere di Puccini, fanno capo ad altri studiosi che si guardano in cagnesco con i primi, sebbene alcuni anni fa facevano tutti parte del medesimo comitato); dunque nulla da eccepire. Segue un secondo, di Dieter Schickling che ha scritto la più accreditata ed attendibile biografia di Puccini - dalla quale anche noi abbiamo attinto per il nostro volumetto biografico sul musicista, appena edito dalle edizioni Clichy: Giacomo Puccini.Sonatore del Regno - e fa parte del Comitato di cui sopra; infine, un terzo di Enrico Girardi.
E qui casca l'asino, come si dice. Perché si fa purtroppo spesso confusione su questo cognome, ed anche su ruolo e competenza, appartenendo esso anche al più noto ed importante studioso italiano di Puccini. Che non è Enrico Girardi, giornalista del 'Corriere' che ha firmato l'articolo del 'programma di sala', curato da Pulcini, bensì Michele Girardi, al quale però la Scala e Chailly, per le ragioni dei diversi curatori dell'edizione critica si sono ben guardati dal rivolgersi.
Michele Girardi e non Enrico Girardi avrebbe dovuto pubblicare sul 'programma di sala' un suo studio pucciniano, giacché molto sa dell'autore e delle sue opere che ha fatto oggetto di studi profondi e lunghi. Ma Milano e la Scala con il Corriere sono 'pappa e ciccia' e...
En passant, diciamo che forse non era il caso che nell'inserto del Corriere si reclamizzasse il romanzo 'Delitto alla Scala' scritto da Franco Pulcini, edito da Ponte alle Grazie.
Tornando all'inserto del 'Corriere' segnaliamo che, nel lungo articolo biografico dedicato ad Alessandro Stradella (oggetto - la sua musica più del personaggio - della nuova opera di Salvatore Sciarrino, in programma il prossimo novembre, dall' enigmatico e suggestivo titolo ' Ti vedo, ti sento, mi perdo'), scritto da Paolo Madeddu, si racconta la vita avventurosa del musicista finito, forse per mano di sicari, a Genova, dove si era rifugiato dopo Roma, Venezia a Torino. Nell'articolo si dice testualmente che la sua 'biografia è stata oggetto di studio soprattutto di musicologi francesi'. Esatto? Non proprio.
Se si va su Wikipedia, alla voce 'Stradella', nella bibliografia, anche lì ci si imbatte in una sorta di censura dell'opera che deve essere considerata la 'madre' degli studi stradelliani. Si cita lo studio della Gianturco, che sta curando anche l'edizione delle opere, ma si OMETTE volutamente di citare il più antico degli studi stradelliani, che reca la firma di Remo Giazotto, ed è stato pubblicato a Milano nel lontano 1962, e che forse contiene qualche inesattezza ( di inesattezze ve ne sono anche in studi recentissimi, come ha scoperto di recente un musicista; ma non per questo si deve IGNORARE volutamente la prima biografia di Stradella che fu del Giazotto).
A quella colpevole mancanza di Wikipedia abbiamo provveduto noi aggiungendo, in cima alla bibliografia, lo studio ( in due vol. ) di Remo Giazotto , Vita di Alessandro Stradella; ad aggiornare ed anzi correggere le cognizioni poco fondate di Paolo Madeddu provveda direttamente l'interessato.
Cominciamo dal 'programma di sala' - curato da Franco Pulcini - nel quale, come leggiamo nel
lungo inserto del 'Corriere', compaiono scritti di Arthur Groos (che è il curatore delle edizioni pucciniane per la Scala e Chailly, edite da Ricordi; mentre altre edizioni pucciniane, quelle dell'Edizione nazionale delle opere di Puccini, fanno capo ad altri studiosi che si guardano in cagnesco con i primi, sebbene alcuni anni fa facevano tutti parte del medesimo comitato); dunque nulla da eccepire. Segue un secondo, di Dieter Schickling che ha scritto la più accreditata ed attendibile biografia di Puccini - dalla quale anche noi abbiamo attinto per il nostro volumetto biografico sul musicista, appena edito dalle edizioni Clichy: Giacomo Puccini.Sonatore del Regno - e fa parte del Comitato di cui sopra; infine, un terzo di Enrico Girardi.
E qui casca l'asino, come si dice. Perché si fa purtroppo spesso confusione su questo cognome, ed anche su ruolo e competenza, appartenendo esso anche al più noto ed importante studioso italiano di Puccini. Che non è Enrico Girardi, giornalista del 'Corriere' che ha firmato l'articolo del 'programma di sala', curato da Pulcini, bensì Michele Girardi, al quale però la Scala e Chailly, per le ragioni dei diversi curatori dell'edizione critica si sono ben guardati dal rivolgersi.
Michele Girardi e non Enrico Girardi avrebbe dovuto pubblicare sul 'programma di sala' un suo studio pucciniano, giacché molto sa dell'autore e delle sue opere che ha fatto oggetto di studi profondi e lunghi. Ma Milano e la Scala con il Corriere sono 'pappa e ciccia' e...
En passant, diciamo che forse non era il caso che nell'inserto del Corriere si reclamizzasse il romanzo 'Delitto alla Scala' scritto da Franco Pulcini, edito da Ponte alle Grazie.
Tornando all'inserto del 'Corriere' segnaliamo che, nel lungo articolo biografico dedicato ad Alessandro Stradella (oggetto - la sua musica più del personaggio - della nuova opera di Salvatore Sciarrino, in programma il prossimo novembre, dall' enigmatico e suggestivo titolo ' Ti vedo, ti sento, mi perdo'), scritto da Paolo Madeddu, si racconta la vita avventurosa del musicista finito, forse per mano di sicari, a Genova, dove si era rifugiato dopo Roma, Venezia a Torino. Nell'articolo si dice testualmente che la sua 'biografia è stata oggetto di studio soprattutto di musicologi francesi'. Esatto? Non proprio.
Se si va su Wikipedia, alla voce 'Stradella', nella bibliografia, anche lì ci si imbatte in una sorta di censura dell'opera che deve essere considerata la 'madre' degli studi stradelliani. Si cita lo studio della Gianturco, che sta curando anche l'edizione delle opere, ma si OMETTE volutamente di citare il più antico degli studi stradelliani, che reca la firma di Remo Giazotto, ed è stato pubblicato a Milano nel lontano 1962, e che forse contiene qualche inesattezza ( di inesattezze ve ne sono anche in studi recentissimi, come ha scoperto di recente un musicista; ma non per questo si deve IGNORARE volutamente la prima biografia di Stradella che fu del Giazotto).
A quella colpevole mancanza di Wikipedia abbiamo provveduto noi aggiungendo, in cima alla bibliografia, lo studio ( in due vol. ) di Remo Giazotto , Vita di Alessandro Stradella; ad aggiornare ed anzi correggere le cognizioni poco fondate di Paolo Madeddu provveda direttamente l'interessato.
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venerdì 8 maggio 2015
Piovani, Brunello, Chailly inneggiano al silenzio, ma poi suonano e parlano. A ruota libera. Perchè?
Bisognerebbe, in verità, andare ancora più indietro nel tempo per leggere un elogio del silenzio in termini esaltanti. Bisognerebbe andare a Cage. Ma, al momento, lo tralasciamo, e partiamo, per comodità, da Piovani. Il quale proprio sulla salutare necessità del silenzio ha scritto sui grandi quotidiani, lamentando l'invasione del suono e del rumore. Ha ragione . Ormai non si può fare un passo senza che si sia costretti a sorbirsi immediatamente il sottofondo di una colonna sonora, quasi mai desiderata o richiesta, perfino nei bagni. C'è musica di sottofondo a tavola nei ristoranti, all'aeroporto, nelle stazioni, nei negozi, dappertutto, al punto che un nostro collega, idiota - come altro definirlo? - dalle pagine di Repubblica, in un Natale di non so quale anno, consigliava di mettere , come sottofondo, le Suite per violoncello di Bach - un 'pensiero' in musica - durante il pranzo di Natale, quello in cui le famiglie si riuniscono, bambini vocianti compresi.
Più di recente sulla stessa linea s'è mosso anche Mario Brunello, ottimo violoncellista e sperimentatore musicale ed anche intelligente organizzatore. Lui s'è limitato a cantare la poesia del silenzio, quello che 'si ascolta' prima che inizi la musica o nel corso di una esecuzione, con tutto il suo carico di tensione. Ad esso sembra che Brunello presti maggiore attenzione che alla musica. Ma allora perché suona? La coerenza dovrebbe spingerlo a immergersi nel 'suono' del silenzio, e rimanervi, rimandando ad altri il 'suono della musica. E, invece no, lui si mette a suonare e del silenzio se ne scorda. Come se ne è certamente scordato, quando, sotto i fumi dell'alcool, ha raccomandato, suggerendole, le musiche da abbinare ai vini per gustarli nella loro rotondità e pienezza. Roba non da poco. Beethoven con il barolo, Bach con il barbaresco, Vivaldi con il prosecco e via bevendo(si) anche il cervello.
A Brunello ci permettiamo di consigliargli la frequenza di uno dei tanti corsi - tema 'il silenzio è d'oro - che si tengono in una singolare università, ad Anghiari. Chissà che a diploma ottenuto, non ne tragga le conseguenze.
Sul medesimo argomento - il silenzio - torna a parlare Riccardo Chailly, nella biografia, fresca di stampa, scritta con Enrico Girardi, ed edita da Rizzoli. Il silenzio - a leggere le due contemporanee anticipazioni ( uscite ieri sul 'Venerdì' di Repubblica, con una intervista al direttore, e sul 'Sette' del Corriere con una breve recensione) - sembra al centro dell'attenzione anche del direttore milanese che ora si è insediato di fatto alla Scala. Lui tiene talmente tanto al silenzio che le sue case, da quella in Engadina a quella al mare ed alle tante altre che sicuramente avrà, le sceglie sempre in luoghi dove si può aprire la finestra ed 'ascoltare il silenzio'. Povero cocco, verrebbe da dirgli. E poi, naturalmente, anche lui pontifica sul silenzio che precede l'inizio della musica, prima che la sua bacchetta - costruita appositamente da un americano che fa questo di secondo lavoro oltre il contrabbassista - si alzi per dare il via alla nobile cagnara.
Dobbiamo confessarlo - e lo facciamo ben sapendo che anche a noi potrebbe essere rimproverata la scrittura di una biografia, quella di Pappano, dove però tante idiozie, per nostra fortuna e volontà, non si leggono, essendoci noi limitati a far conoscere un direttore salito prepotentemente alla ribalta internazionale - che neanche un rigo di ciò che abbiamo letto nei due articoli di ieri ci ha particolarmente interessato; anche perché sapevamo già tutto.
Ecco un'altra occasione in cui si sbaglia a non stare zitti: quando si dicono e ridicono sempre le stesse cose. Uffa.
Più di recente sulla stessa linea s'è mosso anche Mario Brunello, ottimo violoncellista e sperimentatore musicale ed anche intelligente organizzatore. Lui s'è limitato a cantare la poesia del silenzio, quello che 'si ascolta' prima che inizi la musica o nel corso di una esecuzione, con tutto il suo carico di tensione. Ad esso sembra che Brunello presti maggiore attenzione che alla musica. Ma allora perché suona? La coerenza dovrebbe spingerlo a immergersi nel 'suono' del silenzio, e rimanervi, rimandando ad altri il 'suono della musica. E, invece no, lui si mette a suonare e del silenzio se ne scorda. Come se ne è certamente scordato, quando, sotto i fumi dell'alcool, ha raccomandato, suggerendole, le musiche da abbinare ai vini per gustarli nella loro rotondità e pienezza. Roba non da poco. Beethoven con il barolo, Bach con il barbaresco, Vivaldi con il prosecco e via bevendo(si) anche il cervello.
A Brunello ci permettiamo di consigliargli la frequenza di uno dei tanti corsi - tema 'il silenzio è d'oro - che si tengono in una singolare università, ad Anghiari. Chissà che a diploma ottenuto, non ne tragga le conseguenze.
Sul medesimo argomento - il silenzio - torna a parlare Riccardo Chailly, nella biografia, fresca di stampa, scritta con Enrico Girardi, ed edita da Rizzoli. Il silenzio - a leggere le due contemporanee anticipazioni ( uscite ieri sul 'Venerdì' di Repubblica, con una intervista al direttore, e sul 'Sette' del Corriere con una breve recensione) - sembra al centro dell'attenzione anche del direttore milanese che ora si è insediato di fatto alla Scala. Lui tiene talmente tanto al silenzio che le sue case, da quella in Engadina a quella al mare ed alle tante altre che sicuramente avrà, le sceglie sempre in luoghi dove si può aprire la finestra ed 'ascoltare il silenzio'. Povero cocco, verrebbe da dirgli. E poi, naturalmente, anche lui pontifica sul silenzio che precede l'inizio della musica, prima che la sua bacchetta - costruita appositamente da un americano che fa questo di secondo lavoro oltre il contrabbassista - si alzi per dare il via alla nobile cagnara.
Dobbiamo confessarlo - e lo facciamo ben sapendo che anche a noi potrebbe essere rimproverata la scrittura di una biografia, quella di Pappano, dove però tante idiozie, per nostra fortuna e volontà, non si leggono, essendoci noi limitati a far conoscere un direttore salito prepotentemente alla ribalta internazionale - che neanche un rigo di ciò che abbiamo letto nei due articoli di ieri ci ha particolarmente interessato; anche perché sapevamo già tutto.
Ecco un'altra occasione in cui si sbaglia a non stare zitti: quando si dicono e ridicono sempre le stesse cose. Uffa.
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