martedì 6 ottobre 2026

Cerno può difendere la sua incoerenza/ coerenza dalle pagine del giornale che dirige? Bella coerenza ( da Il Giornale, di Alessandra Corradi)

 

Tommaso Cerno in occasione della presentazione del programma RAI �2 di picche�, Milano, 05 ottobre 2026 ANSA / MATTEO BAZZI

Ci sono parole che nella vita pubblica pesano come un macigno, ma la parola “tradimento” per il direttore Tommaso Cerno diventa un’altra cosa: una chiave di lettura della vita, una rottura dei canoni e, soprattutto, una forma di libertà. Nel suo libro “Le ragioni di Giuda” (Rizzoli) c’è la politica ma anche la presa di distanza dall’ipocrisia dei conformismi, ma soprattutto c’è un’autobiografia introspettiva e senza sconti, che ha spiegato lui stesso in un’intervista a L’Edicola.

Il libro si apre con una rivendicazione: “Io non sono il traditore, io sono il tradimento”. Il racconto di Cerno rivendica il coraggio di non restare imbrigliati nelle appartenenze di comodo, perché “in Italia essere coerenti significa spesso stare attaccati al posto, non alle idee. Io preferisco restare attaccato alle idee. Se un partito cambia opinione e pretende che tu cambi con lui, chiamando questa cosa ‘coerenza’, sta mentendo al Paese”. Ma esiste il privato oltre al pubblico e in quella sfera il direttore spiega che il tradimento che più chi fa male è quello che ritiene di aver fatto nei confronti dei genitori: “Ho lasciato casa molto presto perché volevo capire se avessi un futuro nel mestiere che mi piaceva. Prima ancora che il giornalismo, era il bisogno di esprimermi. Ho sempre pensato che i genitori fossero esterni, che i figli dovessero andare via e costruirsi la propria vita. Poi li ho persi entrambi da poco e ho cominciato a sentirli quasi più vivi dopo morti. Ho capito che, anche se i genitori ti vogliono bene e ti perdonano, non stare vicino alla famiglia può essere una forma di egoismo. Io non sono stato vicino alla mia famiglia quanto avrei potuto”.

Cerno è un giornalista che non ha paura di esporsi e di dire la sua verità, anche andando controvento e controcorrente ma sotto questa patina, sotto il coraggio delle battaglie pubbliche emerge la storia di un uomo formato da un Friuli di confine, da un’infanzia complessa e dalla consapevolezza che la storia non è mai una sola. “Ero un bambino povero, nel senso che non potevo permettermi di girare il mondo. Sono cresciuto in un luogo dove la storia era talmente potente che sembrava quasi non esistere, perché per decenni è stata nascosta. Da noi il 25 aprile non coincideva con la fine di tutto”, ha spiegato il direttore, aggiungendo di essere cresciuto “con l’idea che la storia non fosse mai una sola”.

Cerno è stato uno dei coraggiosi, parola che ritorna nella storia della sua vita, a non nascondere il proprio orientamento sessuale negli Ottanta, parlando apertamente della sua omosessualità. E rivendica questa scelta, ricordando che in quegli anni “essere gay significava essere davvero una minoranza. Ma anche divertirsi un sacco. Io facevo il Gay Pride quando essere gay significava davvero esporsi. Io mi battevo per l’uguaglianza, non per essere classificato come un insetto. Le battaglie per l’uguaglianza non possono trasformarsi in un’occupazione militare della coscienza”. Il direttore ha spiegato di amare “il consenso ma coltivo il dissenso” per poi aggiungere: “Mi incazzo con i bugiardi, non con gli avversari”. Ma sono gli attentati alla libertà a dare maggiormente fastidio a Cerno, che oggi vede “meccanismi illiberali a sinistra. Il politicamente corretto, le parole che qualcuno decide si possano o non si possano usare. Nel secolo scorso associavamo la censura alla destra; oggi io vedo forme di censura che arrivano da sinistra. Il problema non è il colore della bandiera, ma il metodo”. E rivendica che a tenerlo vivo è “la mia incoerenza”, che “è la temperatura corporea di una persona che non agisce per un secondo fine. Quando sarò diventato prevedibile, quando mi sarò accucciato in uno di quei posti confortevoli dove tutti pensano allo stesso modo, venite a prendermi e portatemi via: vorrà dire che non ho più niente da dire”.

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