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lunedì 31 ottobre 2016

L'Arena di Verona osservata speciale, avvolta da nebbie nei conti

Come ha raccontato ieri 'Il fatto quotidiano' la Fondazione Arena di Verona, mentre attende la firma del ministro Franceschini al 'piano' di salvataggio approntato da Fuortes , a sua volta confermato commissario fino a risanamento avvenuto o per lo meno avviato, con l'accesso ai benefici della Legge Bray  - che prevede la chiusura del Corpo di ballo (che per l'attività in Arena  è come il pane) e la chiusura della Fondazione  per due mesi l'anno, in autunno, con un risparmio di qualche milione di Euro per anno -  presenta ancora alcuni punti oscuri che nè Franceschini nè il sindaco Tosi, spettatore  distratto della creazione del deficit nei conti, negli ultimi cinque anni di gestione del suo pupillo Girondini, perito agrario (non è così?) intendono chiarire.
 E così mentre da una parte Tosi caldeggia l'ipotesi della privatizzazione dell'Arena, in seguito a fallimento - ma solo  per la gestione della sua attività estiva, affidata a società che vede al vertice due mammasantissima dell'industria veronese ( acciaio e intimo), ai quali la storia ed il prestigio della Fondazione non fotte proprio nulla - dall'altro si viene a sapere, come noi avevamo in parte già scritto, che a dirigere il costoso Museo dell'Opera fatto erigere proprio negli anni di Girondini a spese dell'Arena, alla quale ha procurato un deficit annuo di oltre 700.000 Euro, c'è proprio il responsabile del deficit: Girondini, il quale  è a capo della società Arena Extra srl, che è quella che gestisce tutte le attività extra melodramma ospitati in Arena ( reggiseni e mutandine on ice ed altro...) ricevendone i compensi che non vengono girati alla Fondazione Arena, alla quale dovrebbe anche andare un canone di affitto per quelle manifestazione, ma che Arena Extra non gira. M
 Sembrerebbe configurarsi una specie di società... non proprio onlus; i ricavi tutti a me (Arena Extra srl) le spese tutte alla Fondazione Arena.

A febbraio di quest'anno Renzi al Tosi che gli si è avvicinato nel mentre si stacca dalla Lega, gli rifila il direttore operativo, la principessina Micheli, al secolo Francesca Tartarotti (stipendio 135.000 Euro), togliendone il carico all'Opera della sua Firenze, dove invece guadagnava 90.000 Euro; da febbraio a maggio, quando si comincia a parlare di fallimento, ristrutturazione, privatizzazione, nulla di nuovo, Lei resta al suo posto; arriva Fuortes che prepara il piano tagliateste e tagliavite... ma  i conti particolareggiati che  hanno portato al deficit e le relative responsabilità - che non possono che essere di Girondini, il quale, detto per inciso, guadagna molto di più della maggior parte dei sovrintendenti, e nel cui contratto è anche previsto un 'premio di produzione' ulteriore, che siamo sicuri Tosi gli avrà concesso - non si possono vedere.
Si ricorre alla Corte dei Conti, ma nulla di fatto.
 Insomma Tosi e Girondini presentano il conto alla comunità, che in quale modo deve tirare fuori i soldi per sanare il buco, ma  alla comunità conoscere le cause per cui uno potrebbe almeno sputargli in faccia al responsabile dell'allegra gestione, no. Questo non è consentito, per volere di Tosi ed anche di Franceschibi, ha anche lui la sua bella responsabilità in tale anomalia, visto che concede i soldi della 'Bray'

C'è solo da augurarsi che stessa sorte ( deficit) non tocchi ad un altro Museo dell'Opera, quello del Teatro San Carlo, messo su negli stessi anni dell'Arena, dal commissario Nastasi, per il quale noi abbiamo il sospetto che l'abbia fatto anche - non ci meraviglieremmo, se così fosse - per creare la poltroncina sulla quale far sedere sua moglie, che ora, per la fortuna del San Carlo, è mamma e quindi ha altro da fare.

 E c'è da augurarsi anche, per la salvezza dell'Arena, che alle prossime elezioni, in primavera - è così?- non venga riconfermato Tosi, e neppure la sua compagna, parlamentare ora aderente al movimento di Tosi, che questi vorrebbe candidare a reggere il Comune di Verona. Perché, in caso contrario, approvato il piano di risanamento e ripartito Fuortes, per 'missione compiuta', verrebbe riformato il CdI, anche la Tartarotti resterebbe, e Tosi o la sua compagna- mi gioco qualunque cosa - rimetterebbero Girondini sulla poltrona di Sovrintendente. E' già accaduto una volta due anni fa, la secondo mandato contro il volere di molti.

P.S. Amministrazione trasparente. All'Arena c'è anche un 'direttore commerciale e marketing', il quale ha uno stipendio di 100.000 Euro. Ma a tale compenso si aggiungono altri 5.000 Euro se egli riesce ad ottenere sponsorizzazioni superiori a 300.000 Euro. Ci viene da ridere. All'Arena un direttore commerciale e marketing non è capace di portare più di 300.000 Euro, mentre costa un terzo di ciò che eventualmente sarebbe capace di produrre in termini di sponsorizzazione?
 Il suo nome è Corrado Ferraro, nato violinista e poi  diventato commercialista. Lavora come violinista in varie 'orchestre e teatri' dal 1978 al 1993. Ma  è nato nel 1962. Dunque ancora minorenne comincia a lavorare in 'orchestre e teatri'.

mercoledì 30 dicembre 2015

Ninni Cutaia al posto di Salvo Nastasi al Ministero, come Direttore generale dello Spettacolo dal vivo

Ad ottobre, all'indomani dell'uscita di Nastasi dal MIBACT, per insediarsi a Palazzo Chigi, come Vice segretario generale, ed a Bagnoli come Commissario al risanamento, arriva dal Ministero la promozione a Ninni Cutaia, il dirigente  di più alto grado al Ministero, addentro ai misteri italiani dello spettacolo dal vivo.
 Fino ad oggi  neanche una voce flebile, uscita dalla sua bocca,  è filtrata all'esterno, relativamente alla toppa da mettere  all'ultimo disastro compiuto da Nastasi, prima di andarsene, e cioè a come risolvere con un minimo di logica vera, l'applicazione della legge del luglio 2014, per la spartizione del FUS,  che Nastasi ha affidato ad un algoritmo, che avrebbe  dovuto introdurre criteri di equità, basati su parametri certi, ed invece ha gettato nel panico e nella disperazione  buona parte delle istituzioni, piccole medie e grandi, finanziate da sempre dal FUS: oltre centocinquanta soggetti sono stati fatti fuori, senza preavviso e ad attività già avanzata se non conclusa, da quell'infame algoritmo, benedetto da Nastasi e Francechini ( è inutile che anche 'mezzo disastro' Franceschini si nasconda dietro il paravento dell'algoritmo!).
 Franceschini, che quando si tratta di aprire bocca  non ci pensa due volte, s'è difeso dicendo: chiedevate che la politica uscisse fuori dalla gestione dei fondi della cultura? Lo abbiamo fatto, affidando tale compito ad un algoritmo, ora non potete lamentarvi quando l'algoritmo ha fatto piazza pulita.  Certo, 'mezzo disastro', lei ha ragione. Solo che l'algoritmo pilotato da Nastasi, non ha fatto piazza pulita (altrimenti non si capirebbero gli stanziamenti  aggiuntivi della legge finanziaria al mondo dello Spettocolo  - tre milioni per festival , cori e bande; come non si capiscono gli stanziamenti del ministero al MAXXI delle amiche Melandri e Veaute, o al Teatro Valle, per favorire la mogliettina Di Biase, ex presidente della Commissione cultura al Comune di Roma), bensì tabula rasa. In un sol colpo ha  distrutto quanto costruito in decenni.
 Una cosa non abbiamo capito di questa operazione barbarica a firma Nastasi e Franceschini: i soldi risparmiati  dove sono andati a finire? A finanziare  le istituzioni amiche o a ridurre la dotazione del FUS  destinata allo spettacolo dal vivo, magari per ricostruire la platea del Colosseo che farà passare 'mezzo disastro' Franceschini, come il ministro 'delle ricostruzioni'?
 Adesso, a fine anno, si  fa sentire anche Cutaia, a proposito dell'ultima tegola piovuta sulle Fondazioni liriche, a seguito della pronuncia della Consulta, sollecitata da un lavoratore ingiustamente licenziato dalla Fondazione del Maggio Fiorentino - come si chiamava un tempo - che ora, invece, ha mutato la sua ragione sociale in 'Opera di Firenze'.
 Il caso era stato portato all'attenzione di tutti, per la sua possibile grave incidenza sui bilanci futuri delle fondazioni, che a fatica si stanno risollevando dalla allegra gestione degli anni passati, dal quotidiano 'Il messaggero', qualche giorno fa (in  tale occasione ne abbiamo scritto su questo blog) con un articolo di Valeria Arnaldi che aveva sentito anche il presidente dell'associazione che riunisce le Fondazioni liriche italiane, Cristiano Chiarot, sovrintendente di  quella veneziana. il quale, preoccupato dei possibili futuri risvolti della cause tuttora pendenti nelle varie fondazioni ( circa un migliaio) aveva annunciato la costituzione di un pool di giuristi che aiutassero a sbrigare la matassa, e la richiesta di aiuto al ministero senza la cui mediazione difficilmente una situazione simile poteva risolversi.
 A stretto di giro di posta, appena qualche giorno dopo, sempre dal Messaggero, e sempre Valeria Arnaldi, intervista  sull'argomento Ninni Cutaia il quale autorevolmente dichiara: abbiamo interpellato un pool di giuristi per capire come uscirne ( ma è lo stesso pool delle Fondazioni o un secondo?). E basta. Non dice altro, oltre che la situazione rischia di mandare a monte il lavoro di risanamento che si sta svolgendo nelle Fondazioni. E c'era bisogno  che ce lo dicesse lui?
Temiamo che questa  inutile uscita di Cutaia serva al Messaggero per accreditarsi come 'portavoce' delle soffiate del ministero, allo stesso modo in cui lo ha fatto con Nastasi in tutti questi anni.
Ma se Cutaia vuol fare sapere che esiste e lavora, batta un colpo, quando ha qualcosa da dire. Come  ci piacerebbe sentire anche la voce di un altro alto dirigente del mondo dello spettacolo, e cioè di Carlo Fontana che, da quando si è insediato alla presidenza dell'AGIS, abbiamo saputo solo che ha salutato Nastasi, ringraziandolo per la collaborazione - ringraziamento reciproco - ai danni dello spettacolo,  ed ha incontrato Cutaia che ha preso il suo posto. E poi? E poi basta!

sabato 27 settembre 2014

Quale futuro per i nostri teatri d'opera? Il vuoto di Muti difficile da colmare

In questi giorni, come accade ormai periodicamente, allo scoppiare di un nuovo caso che riguarda il mondo italiano del melodramma, ed ora il nuovo caso è l'addio di Muti all'Opera di Roma, si torna a discutere sul futuro dei nostri teatri lirici. Si dice: fra quelli importanti, le cosiddette Fondazioni liriche ( ed anche sinfoniche, per via dell'esistenza dell'Accademia di Santa Cecilia nell'elenco), in Italia ne abbiamo tredici + una. Troppi. L'Italia, che neanche prima poteva permetterseli, ancor meno  può permetterseli in un periodo di crisi nera. Occorre ridurne il numero, tenerne solo pochi. Qualcuno, fra i più temerari, arriva anche ad ipotizzare  un paese come l'Italia con un solo teatro lirico nazionale ( Scala) ed una grande istituzione sinfonica nazionale ( Santa Cecilia) e gli altri teatri trasformati in sedi di distribuzione, non più di produzione; via perciò orchestre, tecnici ed amministrativi.
 Cioè a dire in un paese come il nostro nel quale si hanno due camere parlamentari,  ed una è di troppo e nonostante ciò non si riesce a chiudere, benchè costosa ed inconcludente;  regioni tante quante sono, e sono tante, ed alcune a statuto speciale divoratrici di montagne di soldi; province oltre cento e  tutte insieme un esercito di dipendenti ed eletti, ben pagati che oltre tutto rubano - e  l'accusa non è nostra bensì delle magistratura - e ancora 'authority' in ogni campo, anche inutili, e poi enti inutili chiusi ma ancora aperti ecc... ecc... insomma un paese come il nostro che presenta sprechi come un colabrodo, dominato  da 'ladroni di Stato', non può mantenere in vita una decina di teatri che rappresentano il nostro vanto agli occhi del mondo, come invece non rappresentano tutte le altre sanguisughe inutili, alcune delle quali soltanto abbiamo ora elencate?
 In questa crociata anti teatri - nella quale in passato si sono esercitate anche illustri personalità dello stesso mondo musicale, ma solo fino a prima di mettere piede in tale mondo, dal quale poi hanno tratto benefici artistici e non solo - si esercitano anche alcuni volti noti del panorama culturale italiano, come Corrado Augias, giornalista scrittore  che negli ultimi tempi va facendo conferenze su Chopin e Beethoven e Verdi e Traviate, mostrando un dilettantismo che,  nel caso dei teatri, dovrebbe consigliargli il silenzio. No, lui interviene e afferma perentorio che  13 +1 sono troppi e che andrebbe ro chiusi parecchi, assumendosi lui il ruolo di memoria storica vivente e mobile della musica e del melodramma.
 Il caso dell'Opera di Roma è aggravato dal fatto che il deficit - creato dalla gestione disastrosa sotto Alemanno che ora accusa il sindaco Marino di voler distruggere l'Opera di Roma - che ora è stato 'miracolosamente' sanato da Fuortes, si accompagna all'uscita di Muti che fa perdere al teatro qualunque appeal, se non si trova subito una soluzione adeguata, sia  artistica che finanziaria.
Dalle parole, in verità poche, uscite in questi giorni dalla bocca amareggiata di Fuortes, sembrerebbe che  a fine anno voglia abbandonare a se stessa la nave e tornarsene al timone più tranquillo di Musica per Roma - che comunque non ha mai abbandonato - dichiarando 'missione fallita'. La congiuntura non l'ha certo aiutato ma lui, sant'iddio, come pensava di andare avanti mettendosi di traverso  con i sindacati ed il teatro intero? Lui pensava che tenendo duro avrebbe risolto tutto, ed invece si ritrova  di fronte alla prima  durissima sconfitta professionale , a seguito della quale ben pochi gli daranno credito per nuove avventure. Per questo non ha mai voluto mollare l'Auditorium, quando avrebbe dovuto farlo e da tempo, per non stare contemporaneamente  qui e là, senza far bene né qui e né là.
 I sindacati dicono che l'uscita di Muti è un'accusa per il manager e non per loro che a Muti non hanno mai fatto mancare il sostegno. Si vocifera che le richieste, alcune sacrosante del direttore,ma non tutte, in questo momento non sarebbe stato più possibile soddisfare ed altro ancora, frutto magari di malumori e semplici congetture, frutto del classico gioco allo scaricabarile.
 Ora entro la fine dell'anno scadono alcuni contratti,  oltre quello di Fuortes, come quello del direttore artistico Vlad - attenti colleghi: lui non è il direttore musicale, già fatica a fare il direttore artistico... - quello del direttore del corpo di ballo,  Micha van Hoecke; ambedue  voluti da Muti e dunque fuori appresso a Muti;  per il corpo di ballo, Marino verrebbe assecondato nel suo progetto  di riempire di donne il teatro: ci è pronta la Abbagnato (sarà in grado di fare il direttore del corpo di ballo? Non importa, secondo Marin,  basta che sia donna e giovane, ed anche bella). Anche con queste sostituzioni, resta il problema principe: a chi dare in mano le sorti del teatro? Serve un nuovo sovrintendente - nonostante Fuortes sia fortemente sostenuto da Marino e dalla Marinelli e forse anche da Franceschini - ed un direttore musicale, e poi un direttore artistico e via dicendo. E, per il caso del direttore musicale non si può cascare dalle stelle alle stalle, come le idee pazze di Marino fanno temere. Si tornerà a parlare di Cristiano Chiarot, già in corsa al tempo di De Martino, quando Alemanno,  il ministro e forse anche lo stesso Muti lo preferirono all'ottimo sovrintendente della Fenice?
Ieri avevamo consigliato ai più stretti collaboratori di Marino di internarlo, oggi ci accontenteremmo se riuscissero  almeno ad interdirlo, prima che possa nuocere anche all'Opera. Non sappiamo se ci riusciranno. Noi intanto preghiamo e facciamo fioretti per tale causa.