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venerdì 10 novembre 2017

Quale sorte per le Fondazioni liriche dalla nuova legge sullo spettacolo dal vivo?

  • Viene aggiornata la disciplina delle fondazioni lirico-sinfoniche, che godranno di un fondo specifico governato da nuovi criteri di erogazione dei contributi statali, parametrati in base alle risorse ricevute da privati, Regioni e Enti Locali e alle capacità gestionali dimostrate.
Sinteticamente, in attesa di leggere nel dettaglio la nuova disciplina generale, e per le Fondazioni liriche, in base a quali criteri verrà assegnata la ripartizione del  fondo 'speciale' FUS , dà intanto da pensare il criterio principale. Chi si saprà procurare fondi altrove, da altri enti oltre che dai privati, ed avrà dimostrato proprie capacità gestionali, sarà premiato anche dal FUS statale.

 Intanto la quota del FUS destinata alle Fondazioni liriche diventa un 'fondo specifico', finora valutato intorno al 50% circa del FUS, per la semplice ragione che le Fondazioni liriche, se si vogliono far esistere, devono necessariamente avere almeno orchestra e coro, oltre a tecnici ed impiegati, il che li pone in una situazione molto diversa da tutti gli altri enti finanziati dal FUS.  Inutile perciò prendersela con le 'Fondazioni liriche che si mangiano buona parte del FUS', anche perchè le idee balzane paventate da alcuni, anche dallo stesso ex direttore generale dello spettacolo, Nastasi - che, in un convegno non molto lontano, a Firenze, espose la sua idea pazza di trasformare le Fondazioni liriche in istituzioni non  più produttive  -  come anche dal geniale sovrintendente attuale dell'Opera di Roma, Carlo Fuortes, quando si mise in testa che per risolvere la crisi del teatro della Capitale, occorreva ESTERNALIZZARE ORCHESTRA E CORO, sarebbero una catastrofe procurata proprio da chi dovrebbe avere a cuore le sorti delle nostre Fondazioni liriche.
Ad ora non si riesce a capire che si fa con quelle Fondazioni che non riescono a procurarsi consistenti entrate proprie, oltre quelle delle istituzioni del territorio, da sommare a quelle statali. Perchè non bisogna dimenticare che non tutte le Fondazioni liriche hanno lo stesso appeal della Scala, ad esempio, o di Santa Cecilia - le quali comunque appartengono , sole solette, ad un comparto a parte, esterno al FUS, avendo ricevuto dallo Stato la cosiddetta 'autonomia'.

Insomma se, mettiamo, una Fondazione  è ben amministrata, e  con i fondi che riceve dalle istituzioni locali e dallo Stato riesce ad avere i conti in ordine,  ed a  proporre una programmazione che richiama pubblico, che fa lo Stato? La punisce? Consigliando indirettamente alle istituzioni locali di diminuire i loro finanziamenti, ad imitazione dello Stato che i finanziamenti non glieli aumenta?

Le incognite ci sembrano ancora molte, e per scioglierle attendiamo di leggere nel dettaglio la legge. Ma sappiamo fin d'ora che le Fondazioni liriche che beneficiano già dell'Art Bonus non hanno trovato sufficienti benefattori amanti del melodramma disposti ad affiancare lo Stato  nel tenere in vita dette Istituzioni; sappiamo anche  che la gran parte di esse ha fatto ricorso alla cosiddetta 'Legge Bray' per chiudere il conto con un passato in rosso per i conti; e sappiamo anche, notizia fresca fresca, fonte Federculture, che i concerti classici e le rappresentazioni liriche  solo gli unici settori dello spettacolo dal vivo che nella passata stagione hanno registrato un calo notevole: - 15%, riguardante ovviamente il pubblico e relativi introiti da botteghino. E, da tempo, sappiamo anche che il giorno del giudizio per dette fondazioni sarà il 31 dicembre del 2018: chi ha i bilanci in ordine resta, chi no, esce dal club. Ma non sappiamo ancora dove finirà, che farà, se potrà rientrare, a quale condizioni? Insomma sappiamo che il Ministero sta  montando una sorta di 'porta girevole'  per il melodramma italiano, senza dirci perciò dove immette e quando  si ferma, dove si ferma.

Gli unici a gioire sono i protagonisti  della cosiddetta musica popolare - dove anche l'interpretazione dell'aggettivo genera equivoci - cui viene riconosciuta dignità artistica ed è quindi ammessa al finanziamento pubblico. Il quale  registra un massiccio ( !) aumento, dopo le decurtazioni catastrofiche degli ultimi anni:  il FUS aumenta di una decina di milioni di Euro nei prossimi due anni, e di una  ventina fra tre, quando arriverà alla stratosferica cifra di 350 milioni di Euro, che si avvicina a quanto alcuni Stati europei danno al proprio teatro d'opera nazionale, insomma all'equivalente della nostra Scala, che di fondi statali ne riceve molti meno.

mercoledì 9 novembre 2016

All'Arena di Verona un sovrintendente 'irresponsabile', per volere di Fuortes

Grandi manovre all'ombra del colosseo della lirica mondiale, l'Arena di Verona. Il commissario nominato da Franceschini, prima dell'estate,  con l'incarico di evitare il fallimento della Fondazione lirica veronese, Carlo Fuortes, avrebbe fatto il suo lavoro, fra i mugugni generali, specie per quei due mesi di chiusura della Fondazione e per il licenziamento del corpo di ballo. Certo contenti i lavoratori non sono, ma forse non c'era altra strada per evitare il fallimento - che mai e poi mai sarebbe potuto avvenire, diciamocelo con chiarezza. Forte e contento di tale risultato, il sindaco Tosi contava di ricostituire il CdI (Consiglio di Indirizzo) - così si chiama ora il vecchio Consiglio di Amministrazione  delle Fondazioni liriche - e di rimettere in sella il perito agrario Girondini che lui aveva promosso sovrintendente, per meriti e competenze di militanza leghista, e che era all'origine del dissesto finanziario della fondazione che - non dimentichiamolo - vanta la platea più vasta del mondo, da tutti invidiata, ed anche  la più grande emorragia di soldi pubblici per contentare parenti ed amici degli amici dell'ex perito agrario e del sindaco suo protettore.

In verità Tosi proponeva anche una seconda soluzione, un piano B, dopo il fallimento del piano A- che era quello di riportare Girondini in sella. Voleva cioè chiudere l'Arena e creare una nuova società per la sola stagione estiva, con soci privati  attinti dal ricco milieu industriale della zona. E le prove generali le aveva fatte fare già da un pio d'anni dallo stesso Girondini, con la creazione della società 'Extra' che gestiva le attività 'in attivo' dell'Arena. La storia dell'Arena e la sua attività nel resto dell'anno Tosi le  avrebbe mandate a farsi fottere volentieri e senza nessun rimpianto.

Una volta approntato il piano di risanamento, per poter far arrivare all'Arena i fondi previsti dalla legge Bray, il commissario Fuortes sarebbe potuto tornare a Roma a fare il sovrintendente all'Opera, anche per gestire il via vai di grandi registi cinematografici scritturati per le opere in cartellone.
 E invece no, gli stessi lavoratori- 'cornuti e mazziati', si direbbe a Roma - avrebbero gradito la permanenza di Fuortes, perchè non si fidano di quelli che Tosi vorrebbe far rientrare dalla finestra in Arena. E così Fuortes ha avuto il suo commissariamento prolungato fino a marzo 2017, quando ci saranno le elezioni comunali a Verona, dove potrebbe candidarsi la compagna di Tosi e saremmo di nuovo 'punto e a capo' di una storia già vista, con la costituzione di un nuovo CdI, di nomina 'Tosi & famiglia'.

Ad affiancare già Girondini, a febbraio, e poi Fuortes  è arrivata la principessina di casa Micheli, Francesca Tartarotti, prelevata dall'Opera di Firenze, direttamente da Renzi per premiare  Tosi con il quale negli ultimi tempi sembrava essersi creato un feeling da sfruttare in futuro. Di lei si dice  che se non funzionasse come amministratrice, potrebbe impersonare  Turandot, la principessa di ghiaccio, come controfigura in Arena, la prossima estate, per via di quel suo sguardo irresistibile e fulminante nello stesso tempo..

Ma la stagione chi la fa? Chi scrittura gli artisti? Fuortes che non sa neanche distinguere un soprano da un basso?  Anche per questo problema è pronta la soluzione; ed è lo stesso Fuortes a suggerirla, di gran fretta, a Franceschini, facendogli nominare sovrintendente Giuliano Polo, in forza  all'Accademia di Santa Cecilia, sebbene ai conti dovrà pensarci sempre lui e la Tartarotti. E dunque un sovrintendente, al debutto in tale carica, che non deve fare il sovrintendente, ma il direttore artistico, e che però a sua volta non essendone capace (non l'ha mai fatto, anche se prima di fare l'amministratore faceva il musicista - ma fare il direttore artistico e in un teatro d'opera  siamo convinti sia cosa ben diversa) si servirà  di un assistente, Giampiero Sobrino, anch'egli musicista, che proviene dal Teatro Verdi di Salerno, feudo di De Luca, che appartiene al 'giglio magico' di Renzi. Ma al giglio magico allargato.

lunedì 31 ottobre 2016

L'Arena di Verona osservata speciale, avvolta da nebbie nei conti

Come ha raccontato ieri 'Il fatto quotidiano' la Fondazione Arena di Verona, mentre attende la firma del ministro Franceschini al 'piano' di salvataggio approntato da Fuortes , a sua volta confermato commissario fino a risanamento avvenuto o per lo meno avviato, con l'accesso ai benefici della Legge Bray  - che prevede la chiusura del Corpo di ballo (che per l'attività in Arena  è come il pane) e la chiusura della Fondazione  per due mesi l'anno, in autunno, con un risparmio di qualche milione di Euro per anno -  presenta ancora alcuni punti oscuri che nè Franceschini nè il sindaco Tosi, spettatore  distratto della creazione del deficit nei conti, negli ultimi cinque anni di gestione del suo pupillo Girondini, perito agrario (non è così?) intendono chiarire.
 E così mentre da una parte Tosi caldeggia l'ipotesi della privatizzazione dell'Arena, in seguito a fallimento - ma solo  per la gestione della sua attività estiva, affidata a società che vede al vertice due mammasantissima dell'industria veronese ( acciaio e intimo), ai quali la storia ed il prestigio della Fondazione non fotte proprio nulla - dall'altro si viene a sapere, come noi avevamo in parte già scritto, che a dirigere il costoso Museo dell'Opera fatto erigere proprio negli anni di Girondini a spese dell'Arena, alla quale ha procurato un deficit annuo di oltre 700.000 Euro, c'è proprio il responsabile del deficit: Girondini, il quale  è a capo della società Arena Extra srl, che è quella che gestisce tutte le attività extra melodramma ospitati in Arena ( reggiseni e mutandine on ice ed altro...) ricevendone i compensi che non vengono girati alla Fondazione Arena, alla quale dovrebbe anche andare un canone di affitto per quelle manifestazione, ma che Arena Extra non gira. M
 Sembrerebbe configurarsi una specie di società... non proprio onlus; i ricavi tutti a me (Arena Extra srl) le spese tutte alla Fondazione Arena.

A febbraio di quest'anno Renzi al Tosi che gli si è avvicinato nel mentre si stacca dalla Lega, gli rifila il direttore operativo, la principessina Micheli, al secolo Francesca Tartarotti (stipendio 135.000 Euro), togliendone il carico all'Opera della sua Firenze, dove invece guadagnava 90.000 Euro; da febbraio a maggio, quando si comincia a parlare di fallimento, ristrutturazione, privatizzazione, nulla di nuovo, Lei resta al suo posto; arriva Fuortes che prepara il piano tagliateste e tagliavite... ma  i conti particolareggiati che  hanno portato al deficit e le relative responsabilità - che non possono che essere di Girondini, il quale, detto per inciso, guadagna molto di più della maggior parte dei sovrintendenti, e nel cui contratto è anche previsto un 'premio di produzione' ulteriore, che siamo sicuri Tosi gli avrà concesso - non si possono vedere.
Si ricorre alla Corte dei Conti, ma nulla di fatto.
 Insomma Tosi e Girondini presentano il conto alla comunità, che in quale modo deve tirare fuori i soldi per sanare il buco, ma  alla comunità conoscere le cause per cui uno potrebbe almeno sputargli in faccia al responsabile dell'allegra gestione, no. Questo non è consentito, per volere di Tosi ed anche di Franceschibi, ha anche lui la sua bella responsabilità in tale anomalia, visto che concede i soldi della 'Bray'

C'è solo da augurarsi che stessa sorte ( deficit) non tocchi ad un altro Museo dell'Opera, quello del Teatro San Carlo, messo su negli stessi anni dell'Arena, dal commissario Nastasi, per il quale noi abbiamo il sospetto che l'abbia fatto anche - non ci meraviglieremmo, se così fosse - per creare la poltroncina sulla quale far sedere sua moglie, che ora, per la fortuna del San Carlo, è mamma e quindi ha altro da fare.

 E c'è da augurarsi anche, per la salvezza dell'Arena, che alle prossime elezioni, in primavera - è così?- non venga riconfermato Tosi, e neppure la sua compagna, parlamentare ora aderente al movimento di Tosi, che questi vorrebbe candidare a reggere il Comune di Verona. Perché, in caso contrario, approvato il piano di risanamento e ripartito Fuortes, per 'missione compiuta', verrebbe riformato il CdI, anche la Tartarotti resterebbe, e Tosi o la sua compagna- mi gioco qualunque cosa - rimetterebbero Girondini sulla poltrona di Sovrintendente. E' già accaduto una volta due anni fa, la secondo mandato contro il volere di molti.

P.S. Amministrazione trasparente. All'Arena c'è anche un 'direttore commerciale e marketing', il quale ha uno stipendio di 100.000 Euro. Ma a tale compenso si aggiungono altri 5.000 Euro se egli riesce ad ottenere sponsorizzazioni superiori a 300.000 Euro. Ci viene da ridere. All'Arena un direttore commerciale e marketing non è capace di portare più di 300.000 Euro, mentre costa un terzo di ciò che eventualmente sarebbe capace di produrre in termini di sponsorizzazione?
 Il suo nome è Corrado Ferraro, nato violinista e poi  diventato commercialista. Lavora come violinista in varie 'orchestre e teatri' dal 1978 al 1993. Ma  è nato nel 1962. Dunque ancora minorenne comincia a lavorare in 'orchestre e teatri'.

martedì 25 ottobre 2016

Fondazioni liriche italiane . Acque agitatissime

Le notizie che arrivano da molti teatri lirici destano seria preoccupazione. Da Bari, al Petruzzelli, il personale assunto e subito dopo licenziato, a quota 70 circa, vorrebbe essere riciclato in ALES, la società che fa capo al Mibact,  creata in previsione delle varie ristrutturazioni, o dismissioni di personale, cui i teatri stanno mettendo mano, per risanare i conti, ed accedere ai vantaggi della Legge Bray - quella che consente loro di avere denaro fresco onde sanare i buchi, a tassi bassissimi (non come come quelli che concedono le banche,  e da restituire in tempi più lunghi di Equitalia, e che per questo suo incarognimento Renzi pare abbia deciso di sciogliere.
Ristrutturazioni  necessarie in vista del prossimo traguardo legislativo del 31 dicembre 2018, al quale tutte le fondazioni devono arrivare con i debiti da pagare  secondo un piano approvato dal ministero, e con i bilanci in equilibro, pena la decadenza da 'Fondazione lirica' e passaggio nella categoria  'Teatro lirico'. Cosa vorrà dire tale passaggio, cosa significare e comportare è ancora  oscuro. Si prospetta solo un gran pasticcio, nel caso sia possibile uscire ed entrare nel ristretto numero delle Fondazioni.
E' un altro dei casini di Nastasi da inquadrare nel più generale progetto di gettare a mare il patrimonio di esperienze e tradizione dei nostri teatri. Tanto a lui non gliene frega nulla. Un tempo, quando ha dovuto trovar  un posto alla sua mogliettina, ha dovuto creare il Museo del San Carlo.  Allora e per quella ragione forse  gli importava la sorte delle Fondazioni liriche, ma ora che la sua Giulia è diventata anche mamma, non gliene può fregare di meno. La confusione, dal 1 gennaio 2019, sarà grande sotto i cieli melodrammatici d'Italia.
 Continuando nei prelievi delle acque agitate ed insane in cui  sembrano muoversi molte delle 12 fondazioni liriche, c'è il caso del Comunale di Bologna, che si è visto decurtare il FUS perchè la qualità della sua attività artistica non è stata giudicata all'altezza dal Ministero. Chissà come  se la sarà presa  Nicola Sani, il sovrintendente-direttore artistico più richiesto d'Italia, tanto che lavora contemporaneamente oltre che a Bologna, alla Chigiana di Siena, all'Istituto di Studi verdiani di Parma, alla Fondazione Luigi Nono di Venezia, forse ancora alla Fondazione Scelsi, e sicuramente alla IUC di Roma ( speriamo di non averne dimenticata nessuna perchè l'interessato si offenderebbe!).
 Dal suo teatro dovrebbero uscire in 30, assorbiti da ALES, ma i diretti interessati non ci stanno e c'è minaccia di commissariamento od anche i declassamento a breve. Intanto il teatro ha da affrontare assieme alle autorità comunali problemi di pubblica sicurezza, perchè la zona dove sorge lo storico magnifico teatro, è frequentata da tossici ed è spesso teatro di disordini  e contestazioni che coinvolgono anche il teatro.
 Da Bologna a Firenze, nel teatro del premier, dove Bianchi, il sovrintendente, un paio di giorni fa, alle prese anch'egli con la ristrutturazione, fatica a ricollocare 48 dipendenti, assorbibili da ALES, che 'Gli Uffizi'  - ha fatto sapere il suo direttore - accoglierebbero a braccia aperte, ma che loro non accettano. Per cui la vertenza generale che lui diceva di poter chiudere in 48 ore, minaccia ora di concludersi alle calende greche, sempre che il teatro, i cui lavori di completamento sono stati di recente finanziati,  resti aperto.
 A Genova, il Nuovo Carlo Felice, in crisi  perenne da anni, continua a pregare Iddio che arrivino i sospirati 13 milioni della Legge Bray che per partire alla volta delle casse del teatro attendono solo la firma dei ministeri competenti, e subito dopo a stretto giro, anche della Corte dei Conti. Anche per pagare gli stipendi e gli artisti ospiti che potrebbero, perdurando tale situazione di insolvenza, non voler più lavorare al teatro genovese. E allora sarebbe c... amari- come si dice a Roma, e a Genova non sappiamo.
 Alla Scala, invece, ente ormai autonomo come l'Accademia di santa Cecilia- le due eccellenze musicali italiane, per volontà di Nastasi-Ornaghi - i lavoratori presentano il conto. Come ogni anno, avvicinandosi Sant'Ambrogio, al quale sanno di poter domandare miracoli.

mercoledì 19 ottobre 2016

Opera di Roma. Bilancio.Fuortes balla sulle punte

Ieri un gruppo di lavoratori dell'Opera di Roma - che ha il sovrintendente a mezzi con l'Arena di Verona,  Fuortes, con la missione doppia per ambedue le fondazioni di salvarle dal baratro dei conti - si sono fatti ascoltare dalla Commissione Cultura del Campidoglio, ora in mao  ai grillini ed un tempo presieduta dalla signora Franceschini, Michela Di Biase, che nella presente legislatura fa sentire giornalmente la sua voce, come non faceva all'epoca di Marino.
 Si sono presenti per fra sentire la loro voce,  dicendo quello che pensano sul bilancio del teatro che a giorni, con convocazione ufficiale, Fuortes presenterà alla Commissione.
 Ed hanno detto che il passivo risulta in 54 milioni di Euro. Come mai - hanno chiesto - se per effetto della Legge Bray nelle casse del teatro sono giunti ben 25 milioni di Euro? Che  succede? Col passare del tempo e nonostante l'arrivo di soldi freschi, il buco di bilancio del teatro aumenta?
 E' bastato aver lanciato il sasso, ma senza nascondere la mano, che sollecita è arrivata la risposta di Fuortes.
 I 25 milioni di Euro arrivati attraverso la Legge Bray non sono un credito bensì un debito da restituire negli anni a condizioni favorevoli, ma vanno comunque conteggiati nel passivo della istituzione. E perciò sottratti dai 54, portano il debito a 29 milioni di Euro. Un bel colpo. ma non è l'unico. Se consideriamo che l'Opera - ha detto sempre Fuortes - vanta crediti per 16 milioni ( sperando che non siano crediti 'deteriorati' o 'inesigibili'), vediamo che il debito si abbatte ulteriormente ed arriva a 13 milioni. E 13 milioni, conclude Fuortes, per un teatro che ha  un budget annuale di 54 milioni circa, sono bruscolini.
 Oltre tutto non bisogna dimenticare che sono aumentati i biglietti venduti, le produzioni, le repliche e le entrate  sia da botteghino che da sponsor. Che altro volete, sembra dire Fuortes, mentre disegna nell'aria l'ultima piroetta? E non ha neppure fatto cenno, mentre avrebbe potuto, al grande successo della Traviata di primavera firmata Coppola-Valentino ( con qualche macchia sotto il profilo musicale, secondario), non l'ha citata solo per non stendere i suoi baldanzosi detrattori.

martedì 11 ottobre 2016

Fondazione Teatro Comunale di Bologna. Associazione critici musicali vs Commissione Centrale Musica

In questi giorni sono stati resi noti i risultati delle valutazioni di qualità, sulla base di criteri stabiliti dal ministero competente, a seguito dell'esame approfondito e competente  effettuato dalla Commissione Centrale Musica del Ministero, in base ai quali viene erogato - sulla scorta di classifica apposita - il 25% della quota del FUS per ogni singola Fondazione lirica.  Una rivoluzione, nonostante che la qualità, in detto criterio di suddivisione del FUS, conti appena  per il 25%.
 Nella classifica uscita dalla commissione, in cima c'è l'Opera di Roma, quella che agli occhi della Commissione mostra più evidenti di tutte le altre 11, valori di qualità inequivocabili ed altissimi. A seguire La Fenice di Venezia e poi  Palermo,Torino ( nei giorni precedenti la riunione della Commissione, Vergnano aveva invitato i suoi membri a guardare bene le carte per la la valutazione della qualità del suo teatro, il Regio), Napoli e le altre; Verona  è scesa dalla quinta alla nona posizione, in un solo anno ( l'esame della Commissione riguardava l'esercizio 2015) con conseguenze economiche che non sono affatto irrilevanti,  in caso di premio o di penalizzazione.

Nella classifica stilata dalla Commissione ci ha colpiti la posizione del Teatro Comunale di Bologna, retto da  Nicola Sani, e sceso agli ultimi posti( appena prima di Genova e Cagliari),  e sulla cui salute finanziaria l'ex responsabile del Fondo 'salvafondazioni', aveva espresso nella relazione semestrale al Parlamento, serie preoccupazioni, avanzando anche l'ipotesi che la Fondazione non avrebbe potuto salvarsi e quindi accedere alla Legge Bray.
 Ora con la posizione agli ultimi posti della graduatoria, la Fondazione bolognese perde altri soldi, invece che essere economicamente premiata - come avrebbe bisogno. E ciò in conseguenza del non lusinghiero giudizio sulla qualità della programmazione del medesimo, espresso dalla Commissione Centrale Musica.
Sul sito della Fondazione ovviamente non c'è traccia di tale giudizio più che negativo, e neppure di una possibile contestazione, mentre fa bella mostra l'attribuzione di ben tre Premi 'Abbiati', assegnati da uno scelto consesso di Critici musicali italiani,  proprio per la scorsa stagione: per la regia di Elektra, per i costumi di Jenufa, e per l'opera nuova Il suono giallo di Alessandro Solbiati. Aggiungiamo solo che l'unica Fondazione a ricevere in una sola stagione ben tre premi 'Abbiati' per tre diverse produzioni d'opera, è stata per il 2015 ( ma attribuiti nel maggio del 2016) quella bolognese.

E allora? A chi credere ? All'Associazione Nazionale  Critici Musicali o ai membri della Commissione Centrale Musica, dalla quale i critici musicali sono banditi, quando leggiamo giudizi così distanti, anzi opposti? O occorre pensare che i criteri di qualità sui quali basano i loro giudizi i critici musicali italiani nell'assegnare i loro premi siano diversi da quelli prescritti dal Ministero, ed ai quali devono attenersi tassativamente  i componenti la Commissione?

Fondazioni liriche. La commissione ministeriale ha decretato

Dal cilindro della cappello magico di Nastasi, quand'era ancora al Ministero di Franceschini, uscì il miracoloso nuovo criterio per l'assegnazione del FUS alle Fondazioni liriche, fino a qual momento fondato prevalentemente sul cosiddetto 'pregresso'. Nastasi fece stabilire a Franceschini che il Fus alle Fondazioni Liriche andava assegnato con diverse percentuali su diversi capitoli. Cioè  a dire:
 il 50%  in base alla produzione, quantità intendasi;
 il 25% per la qualità della programmazione, con diversi sottocapitoli;
 il 20 sugli incrementi dei dati di gestione,
 ed il 5% sul pareggio di bilancio.

La Commissione, che ogni anno si riunisce in clausura, evitando di subire pressioni di qualunque genere ( noi invece abbiamo tante volte segnalato la sua permeabilità a pressioni di qualunque genere, data la non grande competenza di tutti nella materia e la subalternità di  buona parte dei componenti a chi li ha nominati Chiaro? ), ha dato le sue pagelle.
Clamorosa la retrocessione dell'Arena di Verona (alla quale si riferisce il candidato sindaco di Verona, per la lista-movimento 'Verona Pulita', il commercialista e tributarista Michele Croce, la cui dichiarazione abbiamo riproposto nel post precedente) passata dal quinto al nono posto nella classifica delle Fondazioni (delle quali  non fanno più parte nè la Scala nè Santa Cecilia, autonome, con autonomo finanziamento), la cui classifica di qualità secondo l'indipendente commissione ministeriale è la seguente: Roma ( Opera, quella d'avanguardia di Fuortes-Vlad), poi La Fenice di Chiarot- Ortombina,  Palermo (Giambrone-Pizzo), Torino (Vergnano-Fournier) e Napoli( Purchia-Pinamonti, cui ora si è aggiunto anche il giovane Amato, figlio di Giuliano, attore e regista, come assistente alla direzione artistica). Peggio di Verona, solo Bologna (dominata da Nicola Sani), Genova( Roi-Acquaviva), Cagliari (Orazi -Meli). E Firenze (Bianchi-Conte)? Di Trieste, con Pace, ma non siamo riusciti a sapere la posizione della Fondazione, nella graduatoria di 'qualità'.

Resta comunque il rebus di Verona, dove a giorni scade il mandato del commissario Fuortes che dovrebbe tornarsene a Roma - ma si sa che da anni egli  non ha mai un incarico  alla volta: prima Roma-Bari, poi Roma-Roma, dall'una all'altra sponda del Tevere, ed ora Verona-Roma (fino al 15 di questo mese).
Il piano di risanamento di Fuortes non ha ancora avuto la definitiva approvazione ministeriale, con la quale verrebbe ammesso ai benefici della cosiddetta 'Legge Bray'; mentre il suo mandato da commissario è in scadenza.

Tosi vorrebbe tornare ai suoi amici, ridando la disastrata Arena nelle mani dei suoi disastratori - fra  di essi c'è anche la tagliateste Tartarotti, figlia di Francesco Micheli, oppure lei appartiene, anche per volontà di Tosi, ai risanatori?
I sindacati vorrebbero che Fuortes restasse ancora, mantenendo ovviamente anche l'incarico a Roma ( perché si fidano di lui, o perché sanno che Fuortes va d'accordo con Franceschini, dal quale pure sperano l'atteso miracolo?) affiancandolo magari con qualche manager in loco ( fra essi anche la Tartarotti?).
Tosi preferirebbe rifondare il cosiddetto Consiglio di Indirizzo, ma castrato nell'azione dalla presenza di Fuortes, che tiene i contatti con Franceschini ( Se dovesse diventare - non sia mai, è la nostra personale opinione - presidente del Consiglio, vorrebbe Fuortes ministro della 'sua'cultura?).

Altre voci a Verona fanno balenare i nomi di diversi possibili candidati a sostituire Fuortes, che si vorrebbe  tornare definitivamnte al solo incarico di sovrintendente a Roma, da Cecilia Gasdia ( a fare cosa, la sovrintendente? ma quando ha amministrato un grande ente? Solo perchè è veronese ed ha avuto una bella carriera da cantante?) oppure - come li chiama  Michele Croce, due autentici monumenti come Enzo Giacchieri ( già transitato altre volte dall'Arena, senza cose memorabili, ora candidato a gestire il risanamento: ma quando?), o Alberto Ristori che, per nostra ignoranza, non sappiamo chi sia.
Insomma si vuol rendere con simili candidature il commissariamento di Fuortes a vita.  Non sarebbe meglio, allora, nominare un  nuovo sovrintendente a Roma, ora che l' Opera è diventato faro internazionale di qualità, dopo il botto Valentino-Coppola, per la Traviata di primavera, e far emigrare definitivamente Fuortes a Verona?

lunedì 20 giugno 2016

Arena di Verona. La ricetta Fuortes per salvarla da morte certa

Adesso la stagione estiva dell'Arena di Verona può finalmente  iniziare. La sua navigazione avviene in acque meno agitate di qualche settimana fa. Quando per rimettere in piedi la nave - che faceva acqua da tutte le parti - era stato chiamato Carlo Fuortes,  il commissario di fiducia del ministro Franceschini, dopo lo spostamento (promoveatur ut amoveatur) di Nastasi a palazzo Chigi a sconsigliare Renzi che di consiglieri come lui - Attila, per chi lo conosce bene - non ha altro bisogno.
 La ricetta di Fuortes per il 'malato grave' Arena di Verona, onde accedere alle cure specialistiche del protocollo di cura necessario ('Legge cosiddetta Bray) è drastica: licenziati i pochi componenti stabili del Corpo di ballo (otto in tutto; per le grandi coreografie estive si ricorreva ad una cinquantina di ballerini aggiunti) e due mesi di chiusura forzata della Fondazione, nei mesi autunnali, onde ottenere un risparmio per stagione di quasi 2,5 milioni di Euro. E poi ci saranno anche altri sacrifici, inclusi nel contratto.
 Per il corpo di ballo è stata ventilata l'ipotesi della creazione di un corpo di ballo 'interregionale' in forza alle fondazioni di Venezia, Verona e Trieste - ma con questi chiari di luna è assai difficile che possa crearsi. Si mandano a casa otto ballerini, per assumerne, poco dopo, una trentina? Punto e a capo, e di nuovo nei guai nel giro di una o due stagioni?
Ma la cosa che più preoccupa è la chiusura per due mesi. Così procedendo il dott. Fuortes, comincia a sperimentare l'intermittenza delle Fondazioni : Verona fa il festival estivo, Trieste si dedica, ma solo d'estate, all'Operetta, Venezia - ma solo perché ha un pubblico internazionale - potrebbe anche restare aperta tutto l'anno, salvo i periodi di acqua alta; e Firenze, ad esempio, che da poco ha costruito quel monumento del nuovo teatro, ma se la passa malissimo, potrebbe ogni anno fare il suo 'Maggio' e basta.
 Gira voce di un progetto firmato da Nastasi, evidentemente sposato pienamente da Franceschini, che vorrebbe le Fondazioni liriche italiane ridotte, anzi ridottissime, in numero, a sole tre o quattro.
Insomma si comincia  a sperimentare la riduzione nelle unità esistenti, in un settore tra i pochi che ci dà lustro nel mondo e che ci procura in patria entrate e turisti;  che ha un certo costo, il cui aumento  è dovuto in molti casi a cattivi ed incapaci amministratori messi lì proprio dal Ministero che ora intende punire non gli amministratori colpevoli, ma i lavoratori, privando contemporaneamente  il Paese di una fonte di ricchezza in tutti i sensi - se ben amministrata.
 Quando a Verona Tosi ha portato i libri contabili al Ministero, lavandosi le mani lui che ci aveva messo e poi messo ancora Girondini, e chiedendo l'intervento del Commissario, il ministro avrebbe dovuto dirgli: senta Tosi, si trattenga un  pò qua, ora ci spieghi perché ha voluto mettere ancora Girondini, quando tutti non lo volevano riconfermato? E lei sapeva già l0entità del buco di bilancio e che andava dicendo: lui  che l'ha fatto, sa come colmartlo? Si rende conto della sua colpevole ed irresponsabile follia?  Ora lei o Girondini  o tutti e due dovete pagare; non possono pagare solo i dipendenti, i quali, se hanno usufruito di favori non meritati,  la responsabilità è sua e di  Girondini.
 Logica quindi la richiesta dei dipendenti dell'Arena, dopo aver sottoscritto il duro protocollo di razionalizzazione e ristrutturazione proposto da Fuortes, che vogliono amministratori responsabili e capaci, che non facciano più trovare la loro fondazione - da tutti invidiata per i suoi monumentali grandi spazi - sull'orlo del precipizio. Chissà se Franceschini li ascolterà e capirà. Il discorso vale anche per Tosi, fino a quando reggerà il Comune veneto.

lunedì 23 maggio 2016

L'Opera di Roma riluce di modernità e mondanità

 Da tempo non si leggevano all'indomani di uno spettacolo d'opera nel teatro della Capitale, resoconti immediati, come accaduto dopo la 'Serata Valentino' che ha messo in secondo ordine la vera protagonista della serata  e cioè la Traviata del grande Verdi.
 In genere si attende quasi la fine delle repliche - e comunque non prima della domenica successiva al debutto -  repliche, che  in questo caso saranno tante e dureranno, dopo una pausa intermedia, fin verso la fine di giugno, anche per guadagnare qualche soldo onde coprire lo spropositato  ed ingiurioso costo della produzione, tutto compreso. Questa volta no.

Ma, curiosamente,  delle due cronache che abbiamo letto,  solo una si dilungava sull'elemento musica, dopo aver accennato alla mondanità  presente,  per non dirne un gran bene, e per criticare perfino la scelta del direttore Bignamini, inadeguato, benchè tenuto in palmo di mano da  qualche intenditore che poi critica i giovanotti che si affacciavano dalla buca del Piermarini, nell'epoca Lissner.  E la regia? Che ci sia ciascun lo dice,  'dove sia nessun lo sa'. Parola di illustre critico.

L'altra, invece, affidata a firma nuova di zecca del quotidiano di Via Cristoforo Colombo, nuova gestione, in ben due paginate racconta della serata 'glam'- la parole che attendavamo finalmente compare.  Ci conferma che non mancava nessuno all'Opera di Roma aperta alla modernità, con le regie, ed alla mondanità con le serate alla Valentino-Coppola.
 E poi inneggia al salvatore dell'Opera, Carlo Fuortes, che ha cancellato i debiti - chiariamo: ha utilizzato la Legge Bray che permette di  prendere dei soldi a tasso zero da restituire nel tempo, per sanare i debiti che forse questa nuova Traviata rischia di creare nuovamente - ed ha fatto rinascere il Teatro dell'Opera, con  per  la presenza della mondanità - come dice anche Balzaretti, in arte Abbagnato, che constata come un teatro al collasso con l'arrivo di Fuortes, sia ora diventato 'un gioiello e un motivo di orgoglio per la città'
 Il giornale non  s'arrischia di aprire il discorso sulla musica - potrebbe sempre opporre non essere di sua competenza, avanzando: che c'entra la musica? - per non rovinare la festa.

lunedì 27 ottobre 2014

Accademia di Santa Cecilia. Elezioni interne. Errata corrige

Dobbiamo precisare quanto abbiamo scritto nei giorni scorsi e presi dalla foga non abbiamo soppesato. Si tratta ovviamente di particolari, ma tutto ha il suo peso, anche un particolare.
 Dunque Cagli non si è dimesso, e quindi è lui che guida le danze, o grandi manovre. E'stato lui a bandire le elezioni per la nomina del suo successore - che potrebbe essere lui medesimo. Se si fosse dimesso, le sue funzioni sarebbero passate al vicepresidente, cioè a dall'Ongaro, ed avrebbe dovuto lui convocare le elezioni. Ma così non è stato. I risultati della prima tornata di elezioni li abbiamo forniti con precisione ragioneristica;  non essendosi raggiunto il quorum necessario per essere eletti,  è stata fissata per il 13 dicembre la seconda tornata di elezioni (entro due mesi dalla prima, come recita lo statuto).
 L'Accademia di santa cecilia, a differenza di tutte le altre Fondazioni lirico sinfoniche nell'elezione del suo vertice compie un cammino inverso. Gli Accademici nominano al loro interno il presidente, il quale con  successiva ratifica ministeriale diventa sovrintendente e direttore artistico della medesima accademia. Entro la fine di quest'anno devono essere , per effetto della Legge Bray, rinominati i nuovi 'Consigli di indirizzo' delle Fondazioni che sostituiranno i Consigli di amministrazione. Santa Cecilia vanta uno statuto speciale anche per la composizione del Consiglio di indirizzo, dove siedono, oltre i membri simili a quelli di tutte le altre fondazioni, alcuni Accademici, per la cui nomina il Ministero  non c'entra in nessun modo.
 Dunque entro il 13 dicembre molto probabilmente sarà eletto il presidente-sovrintendente dell'Accademia, entro il 31 decade il consiglio di amministrazione, il nuovo presidente ( meglio l'Assemblea degli accademici) nomina gli accademici che ne faranno parte, e il ministero ed il Comune oltre che i soci privati nomineranno i propri. Nell'attuale consiglio oltre i membri di diritto, siedono personalità cooptate da Cagli, assolutamente estranee alla musica, se non nella semplice veste di appassionati, ma tutti potenti, a cominciare dall'immancabile Gianni Letta. Anche questo è stato rimproverato a Cagli nelle famose lettere scrittegli giusto un anno fa - e che sono pubblicate in questo blog - per denunciare alcuni suoi comportamenti che si ritenevano non corretti.
 A quel punto l'Accademia,  rifondata completamente nei suoi organi dirigenziali. riprenderà il suo cammino, forte anche della recente autonomia assicuratale dal Ministero con apposito decreto, come ha fatto anche con la Scala.

mercoledì 22 ottobre 2014

Il Consiglio di amministrazione getta ora la croce sulle spalle dei musicisti?

"Nella riunione odierna, il Consiglio di amministrazione della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma ha ampiamente discusso e valutato le decisioni assunte lo scorso 2 ottobre, quando ha deciso di avviare la procedura di esternalizzazione di coro e orchestra. Una scelta che si inserisce all’interno di una strategia aziendale complessiva che,  negli ultimi 11 mesi, si è concretizzata nel lavoro di risanamento e rilancio della produzione del Teatro dell’Opera di Roma. L’impegno profuso ha trovato un concreto riconoscimento da parte del Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, che ha accolto la richiesta del Cda della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma di poter accedere alla cosiddetta Legge Bray, per le fondazioni liriche in difficoltà economiche con un finanziamento di 25 milioni di euro. Oggi però, a 15 giorni di distanza dall’inizio della procedura prevista dalla legge 223 del 1991, le rappresentanze sindacali non hanno presentato alcuna proposta, alternativa a quella assunta dal Cda della Fondazione, che punti a superare i problemi economici, organizzativi e di produttività, alla base della deliberazione. Il Consiglio di amministrazione conferma la sua disponibilità a valutare, con la massima apertura e interesse, eventuali proposte dei sindacati dei lavoratori prima dello scadere dei 75 giorni previsti dalla legge. Tutto ciò a fronte dell’impegno e dell’attenzione del Cda e dell’amministrazione capitolina nei confronti del Teatro dell’Opera di Roma e di tutti i lavoratori, confermati dal consistente investimento economico, pari a 45 milioni e 750 mila euro, contenuto nel Piano triennale di rientro dal debito di Roma Capitale (2014-2016), a cui si aggiungeranno per lo stesso periodo sia i finanziamenti statali che regionali.  Il prossimo Cda è fissato per il 24 novembre, al termine della fase sindacale di 45 giorni prevista dalla legge 223 del 1991".
Così l'agenzia parlamentare riferisce della riunione di oggi: I musicisti non hanno presentato nessuna proposta per superare i problemi economici, organizzativi e produttivi che hanno portato a quella sciagurata decisione del licenziamento. In pratica si dice, senza far fare a Fuortes la figuraccia che si merita ( e che si meritano anche Marino e Franceschini) che se ci fate proposte capaci di risolvere tutti i problemi sul tappeto, entro  i prossimi 45 giorni, siamo pronti ad ascoltarle e a prenderle in  considerazione, per arrivare ad una soluzione non traumatica. Insomma alla ricomposizione della frattura. E' chiaro che a quel punto comunque Fuortes deve andarsene.

martedì 7 ottobre 2014

Opera di Roma.Sarebbe stato il mancato apporto degli sponsor a costringere Fuortes ad esternalizzare orchestra e coro. All'orizzonte di sponsor non se ne sono mai visti all'Opera di Roma

I sindacati, giustamente per una volta, hanno rimproverato a Fuortes il voltafaccia di chi a fine settembre dice che, con il pano di risanamento votato a maggioranza e con l'accesso ai benefici della Legge Bray, l'Opera di Roma può riprendere tranquillamente il suo cammino, anche senza Muti - se ne faranno una ragione visto se non c'è ripensamento  e se ne è andato non lasciando un recapito dove fargli pervenire la posta, e due giorni dopo dice che  l'Opera può ripartire solo  con un licenziamento collettivo dell'orchestra e del coro - come fossero una entità unica, e non fatta di singoli, artisti, come li chiama lui, quando serve - che poi torneranno - tutti si precipitano ad assicurarlo -a lavorare all'Opera di Roma, in forma di cooperativa e non è detto che sia l'unica ad essere scritturata dal teatro. Dove si vede che la confusione è grande sotto la volta del Costanzi e nella mente di Fuortes e di chi lo sostiene, ormai contro tutto e tutti ed ogni pur minima logica lavorativa.
 La cosiddetta esternalizzazione dell'orchestra e del coro porterà al teatro un risparmio - ma solo sulla carta se anche nella realtà staremo a vedere a suo tempo - di 3.500.000 Euro, all'incirca  la somma che l'arrivo degli sponsor in fila avrebbe portato, a dire di Fuortes - è sempre lui che fa e disfa, ed ora millanta nel caso degli sponsor che non si sono mai visti all'Opera di Roma, dai tempi di Alemanno - forse per giustificare la decisione drastica del licenziamento collettivo, che deve comunque ancora spiegarci che cosa vuol dire. Perchè una cosa è assumere alcuni musicisti riuniti in cooperativa, e  dunque stipulando un contratto con un ente giuridico cooperativistico, altra cosa è licenziare un orchestra che non è un soggetto giuridico, finché non si costituisce come tale, bensì la somma di tanti soggetti, con ciascuno dei quali il teatro ha fatto un contratto che con il licenziamento interromperà. Fuortes non può inviare una lettera di licenziamento all'Orchestra ed una seconda al Coro, non c'è indirizzo cui farla pervenire. Le lettere saranno 182 quanti sono i musicisti di orchestra e coro. Senza che ancora abbia spiegato la ragione del licenziamento, che non può essere quella del fallimento perché di fatto il teatro non chiude; potrebbe essere discriminatoria, visto che si licenziano solo  coloro i quali nelle cui fila ci sono state le defezioni ben note,  gli amministrativi ed i tecnici non si toccano. Illecito, perchè anche nell'attesa riforma dell'art. 18, tale tipo di licenziamento  non è consentito e il giudice del lavoro, qualora chiamato in causa, può sentenziare la riassunzione. Già c'è anche il rischio che i sindacati dei licenziati - che hanno i loro bei torti, in relazione alla tragedia - si decidano ad adire le vie legali, il che farebbe veramente piombare  l'Opera di Roma nel baratro più nero. Ora la valanga procurata da Fuortes è solo  al punto di partenza, dove arriverà seminando distruzione dappertutto non è dato ancora sapere. Certamente nella sua forza distruttrice, per quanto possa fare i salti mortali per evitarla, il primo ad esserne travolto sarebbe - dovrebbe essere - Fuortes che non è stato capace di trattare all'inizio della  protesta, figuriamoci se sa farlo ora che la situazione si è ancor più aggravata.
 Ma forse la tragedia dell'Opera di Roma riuscirà per una volta a ricompattare il settore che negli ultimi anno è andato avanti in ordine sparso. Ne siamo quasi certi, dopo la presa di posizione anche di Scala e Santa Cecilia che avrebbero potuto tenersi fuori dalla mischia, un volta ottenuta l'autonomia di gestione che le diversifica nettamente dalle altre fondazioni che , in coro hanno protestato.