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mercoledì 21 giugno 2017

Festa della musica o Festa alla Musica?

Oggi, 21 giugno, dovremmo gioire, senza pause, dalla mattina alla sera,ed anche alla notte e fino alla mattina di domani, perchè a Roma,  non solo,  in Italia, e  in Europa si  celebra la Festa della Musica, voluta molti anni fa dal ministro Lang in Francia e poi diffusasi in tutto il vecchio Continente.
 E sicuramente fra le 552 città italiane che vi hanno aderito, le oltre 10.700 iscrizioni e i quasi 35.000 artisti, tutta l'Italia  suonerà e risuonerà. Quest'anno poi il Mibact di Franceschini ha voluto darle un tono più solenne impegnando anche un famoso testimone come Nicola Piovani.

A Roma, la Associazione che ogni anno organizzava - a modo suo - questa festa è stata sciolta od esautorata ( non sappiamo se è ancora in vita ed a quale festa si sia votata), ma la amministrazione della Raggi ed il suo fantasioso assessore alla 'ricrescita culturale', Bergamo, hanno invitato tutti i cittadini a parteciparvi attivamente, cioè scendendo in strada, con qualunque cosa di musicale abbiano o conoscano, per fare la loro parte. Anche senza vergogna.

Hanno, insomma, invitato tutti a fare festa, per la musica che oggi si festeggia e attraverso la musica che sanno fare.  Ma non c'è ordine, non ci sono gerarchie, e neppure generi, maggiori e minori, più o meno importanti. Insomma la caciara solita dei Cinquestelle, che arrivano sempre all'ultimo minuto ( come hanno già fatto a Capodanno e come del resto stanno facendo per l'ESTATE ROMANA; l'anno scorso avevano almeno una qualche giustificazione: erano arrivati  da poco al governo cittadino, ma gli uffici  che facevano?) e poi con la solita faccia tosta si improvvisano organizzatori dalla parte del popolo ( perchè sarebbe stato il popolo, ora ingannato e  finalmente cosciente dell'inganno, a votarli).

Che senso ha dire a tutti di partecipare, basta andare sul sito della 'festa della musica' - che  abbiamo cercato invano - ed iscriversi? Ognuno fa quel che vuole e dove vuole; comunicarlo a che serve, allora, oltre che mostrare una lista lunga quanto l'autostrada Roma-Napoli e ritorno?

Governare è altra cosa. Innanzitutto mostrare interesse verso i settori diversi in cui si articola l'attività della società civile (i Cinquestelle, specie verso la cultura hanno mostrato un interesse solo di 'facciata'); poi, agire in tempo per ottenere buoni risultati ( e questo finora non è mai accaduto in nessun caso specifico e per qualunque settore, anche in quelli decisivi per la convivenza); infine,  fare una cernita, delle proposte ( ma con lo stesso spirito critico che dimostrano solo nei casi in cui distribuiscono incarichi e premi ai fedelissimi, per il resto: liberi tutti! Loro aprono i cancelli ed entri chi vuole!).
 Questa politica (?) DISTRUGGERA', NEL CHIASSO GENERALE, ANCHE LA MUSICA.

sabato 8 aprile 2017

Maestro Augias e maestro Piovani. Lezione di musica

Augias Corrado, giornalista di lungo corso - da non confondere con Natalia, sua figlia giornalista in Rai, dove lavora anche lui, nonostante che molti mesi fa  avesse detto 'urbi et orbi' che, giunto alla sua età, era meglio mettersi a riposo: bugiardo perciò come  il criticatissimo Renzi, e forse più di Renzi che di anni di possibile futura carriera ne ha ancora moltissimi davanti - che tiene una seguitissima rubrica  della 'posta' su Repubblica, per una settimana circa, di recente, ha assunto il ruolo del maestro di musica, impartendo lezioni di storia. Alla musica si era già interessato, come anche alla religione e, specificamente, alle Sacre Scritture; in ambedue i ruoli ci è parso sempre come un volenteroso dilettante, con tutti i difetti, difficili a celare, di chi non ha una formazione adeguata in materie così delicate  e tecnicamente impegnative.  Ma si sa, in un paese di ciechi uno che ha ancora  un occhio solo , seppure malandato, col quale vedere, fa la sua bella figura.
 Tralasciamo la religione, per la quale  consiglieremmo, comunque, ad Augias di prendere qualche lezione di esegesi biblica - non basta aver intervistato uno studioso sull'argomento per ottenere il patentino di 'esegeta' - prima di parlare, perchè il suo eloquio forbito e i modi di affabulatore non convincono del tutto.

E veniamo alla musica.  Dobbiamo confessare che non ricordiamo più di dove era partito a seguito di una lettera - forse del maestro Capasso, che non ritroviamo più - maestro Augias il quale dopo aver fatto spettacoli e video a contenuto musicale, si ripropone spesso come storico e divulgatore della musica.

L'Italia ha ceduto - ci pare che così abbia scritto in risposta alla prima lettera, maestro Augias - il suo scettro in campo musicale alla Germania ed all'Austria quando s'è buttata nel melodramma. E la Germania e l'Austria l'hanno tenuto stretto con onore, inventando la sinfonia e le altre forme di musica strumentale ecc... ecc...

Insomma, se ricordiamo bene, i guai italiani in fatto di musica si devono al melodramma -  un divertimento ma anche una schifezza, se paragonato alla summa del pensiero che  è presente nella musica 'tedesca'. Semplifichiamo. E già su questo ci sarebbe molto da dire. Cioè della prevalenza del senso della vista su quello dell'udito che porta, meglio della vista, dritto al pensiero.  Non proseguiamo perché rischiamo di farci prendere dal fervore e dire banalità ed ovvietà come ha fatto maestro Augias.

Ciò che ci ha interessato è stato invece l'ultimo capitolo della corrispondenza, a mezzo Repubblica, sull'argomento, quando è intervenuto anche Nicola Piovani - che anche lui assai spesso scrive per giornali, di musica.
 Ci ha fatto notare, maestro Piovani - cosa alla quale noi non avevamo mai fatto caso - che una locuzione che noi riteniamo significativa di merito, come 'cantare fuori dal coro', agli occhi di un musicista appare negativa, anzi negativissima. perché chi canta fuori dal coro - che per Piovani voleva dire non unirsi  al coro, stonare, fare note false - fa del male al coro; ammesso che stia cantando in coro.
 Oggi noi diamo comunemente a quella locuzione, di provenienza musicale, un senso positivo, quando diciamo che chi canta fuori dal coro - perfino un giornale l'ha adottata come sottotitolo della sua testata - non è un pecorone che  fa quello che fa il gregge (coro). Chi canta fuori dal coro, insomma, tende a sparigliare, a portare scompiglio nel pensiero comune, a far nascere dubbi ecc... E bene fa, bene farebbe ecc...ecc...
Ma Piovani, intendeva anche dire che dovremmo tutti essere interessati a cantare in coro , lo sottolineava anche maestro Augias in una delle sue risposte su Repubblica - a partecipare alla comunità - perchè solo così raggiungeremo, realizzandolo, il bene comune. Non seminando  zizzania (note false), o cantando 'contro' il coro.

domenica 5 marzo 2017

Nicola Piovani e la sua incomprensibile cantata su Roma e la Raggi

Che  Nicola Piovani non sia un musicista che se ne sta a guardare il mondo dalla sua torre d 'avorio era noto da tempo; e infatti lo si è visto molto spesso intervenire pubblicamente su  importanti aspetti della vita culturale e sociale. Come di recente, quando ha preso la parola per segnalare lo sfascio in cui è ridotta Roma da tempo, a causa della nefasta amministrazione degli ultimi governi cittadini; e la  cronica disattenzione per la cultura, in qualunque forma essa si esprima.

Evidente che in tutta questa volontà interventistica non manca la particolare attenzione alla musica. Ci vengono in mente un paio di azioni in tal senso.L'inno per l'orchestra del Sistema delle orchestre e cori giovanili ed infantili, snobbato perfino dal serafico Franceschini al quale della musica non gli fotte proprio nulla, figuriamoci delle orchestre giovanili; e la sua accusa contro il rumore, che ci segue ed ossessiona ovunque ed in qualunque momento,  e la difesa, di conseguenza, del silenzio, della sua bellezza, il quale solo permette alla musica di nascere ed a noi di apprezzarla. Ma, in questo secondo caso, andiamo sul teorico ad oltranza, spinti a guardare in alto, rischiando di cadere in qualche buca traditrice e romperci l'osso del collo.

 Ieri, invece, ha preso carta e penna ed ha scritto a Repubblica, per segnalare la sua  cantata su e per  Roma, su e per Virginia Raggi.  Musica per le orecchie, ma su un libretto senza capo nè coda. Che diceva, in sostanza, che Roma fa schifo, comunque la si consideri, e non siamo noi romani i soli a lamentarcene, lo fanno ormai un giorno sì e pure l'altro giornali ed osservatori stranieri, che un tempo cantavano la 'primavera' di Roma, sotto Veltroni, nonostante le buche, la 'monnezza', il traffico bestiale, che resistono immutati. La situazione non è mai cambiata - se ne è perfino accorto il dott. Todt, ex manager Ferrari, venuto a Roma, per conto di un organismo internazionale il quale, pur affacciandosi al balcone del Campidoglio 'core a core' con la sindaca, non ha potuto mancare di segnalarle che le buche a Roma sono più numerose delle stesse strade,  rispetto alle quali sono, se si potesse dire, in condizioni ancor più disastrose.

Naturalmente, ad un osservatore acuto come Piovani non poteva sfuggire la tragica situazione - forse più tragica perfino delle buche - nella quale  si trova a Roma la cultura, e  non ha mancato, come in altre occasioni, di segnalarlo. A cominciare dalla tragicommedia che riguarda il Teatro Valle,  nella quale un ruolo principale  si è ritagliato, meritoriamente, un attore;  fino alle scuole di musica in odore di chiusura, perché in questi ultimi anni, dopo il clamore delle denunce, nulla si è fatto per separare i buoni dai cattivi nell'uso degli immobili del Comune, ed altro ancora. Tutto questo, non è sfuggito  certamente a Piovani.

Ma poi , a conclusione della Cantata,  scarica la Raggi - sindaca da nove mesi - di ogni responsabilità diretta in tutto questo sfascio, dandole tempo ancora per altri mesi, ed attendendo di fare un bilancio solo alla fine del primo anno di mandato. Perché lei, sembra far capire Piovani,  nonostante sia bravissima, nonostante ce l'abbia messa tutta, si trova ogni giorno a lottare contro un nemico che stenta a morire, rappresentato dalla amministrazione stessa della città. Insomma a chiusura del suo 'cahier de doléance', quale si rivela essere  la sua cantata per Roma e per la Raggi, Piovani si pente di aver addossato alla sindaca colpe che effettivamente ha; e le dà tempo ancora qualche mese. Come se in tre mesi lei possa fare quello che non ha fatto, per incapacità  ed inesperienza amministrativa, nei nove precedenti.  Piovani!

domenica 10 luglio 2016

Le inesattezze sul FUS nella rubrica 'lettere' di oggi de La repubblica: 259 I SOGGETTI AMMESSI AL FUS, 191 GLI ESCLSUSI. Piovani scrive,Augias risponde

Nicola Piovani scrive a Repubblica per dichiararsi a favore del min. Franceschini che ha già incassatto in questi giorni, in relazione al suo famigerato decreto del 1 luglio 2014 recante la nuova disciplina per  l'attribuzione dei fondi FUS, l'appoggio pubblico di istituzioni  musicali che  ritengono giusta tale riforma, perchè  preferiscono l'algoritmo cui è demandata buona parte delle decisioni connesse all'attribuzione dei contributi  e che elimina ogni favoritismo, stabilisce la triennalità dei finanziamenti, a seguito di progetti anche questi triennali, ed afferma anche, assai improvvidamente che i soggetti ammessi al finanziamento non sono stati affatto penalizzati anzi hanno visto in molti casi aumentato il finanziamento. Questo dice Piovani.
E Augias risponde  dandogli ragione ma nello stesso tempo fornendo cifre assolutamente ERRATE, che non danno il senso della distruzione - senza ragione - del tessuto musicale che negli anni piccole e medie associazioni avevano creato in Italia, specie in zone in cui la musica o la si ascolta in dette associazioni organizzatrici di concerti e di attività musicali, oppure non restano che i dischi, la radio e la tv, negando ai cittadini l'esperienza diretta  della musica. Questo ha fatto Nastasi ed il suo algoritmo: ha cancellato in un sol colpo infinite realtà musicali.
 Augias, nella foga di mostrarsi informatissimo in materia visto che da tempo frequenta i palcoscenici musicali come fosse un professionista ( ma in un paese di ciechi...) precisa che l'algoritmo è benedetto perché fornisce i parametri  'oggettivi'  secondo i quali attribuire i finanziamenti, dando ad essi anche la sua di benedizione. Sui parametri inutile insistere, basta leggersi la sentenza del TAR per capire l'assurdità di tali criteri. Basti solo ricordare che la 'qualità' assoluta degli spettacoli o concerti incide per il 30% nel computo finale, e che tale giudizio , ma solo questo, spetta alla Commissione. Preferiamo dire 'spetterebbe' perchè - e lo scriviamo per l'ennesima volta - membri della commissione hanno rivelato che i loro giudizi, dovevano poi comunque passare al vaglio di Nastasi. Dunque con il 70% attribuito in base all'algoritmo, ed il 30% alla Commissione - leggasi Nastasi - le clientele verrebbero eliminate e la qualità trionferebbe.
Ma Augias insiste:" In base all'incrocio di questi (tre) parametri, per il 75% degli interessati il contributo è aumentato; per il 15% è diminuito; e il 10% è rimasto senza contributo" Insomma a detta di Augias l'algortimo che fa giustizia sulle clientele avrebbe premiato, con un aumento, la gran parte dei soggetti finanziati ( 75%), e punito, diminuendone il contributo, solo il 15% dei soggetti ammessi.
 In quell'affermazione sta il falso: solo il 10% è rimasto senza contributo. Per dimostrare la falsità di ciò che scrive Augias ci siamo presi la briga, in un caldo pomeriggio di estate, di  esaminare uno per uno, a seconda delle varie categorie, gli elenchi dei soggetti ammessi al FUS, per fare un conto, dati alla mano.
 I settori in cui l'algortimo, nelle mani dei due barbari Nastasi e Franceschini, ha fatto carne da macello, sono soprattutto quelli delle associazioni musicali e dei festival. I dati riguardano il 2015, primo anno del triennio 2015-2017 secondo la nuova normativa, resi noti con decreti del ministero (firmati da Nastasi) in data 31 luglio 2015.
Festival : hanno avuto accesso al FUS 31 soggetti, ne sono stati esclusi 50
Attività concertistiche e corali: 150 gli ammessi, 67 gli esclusi
Enti di Promozione: ammessi 15, esclusi 60
Tournée all'estero: ammessi 1, esclusi 7
Complessi strumentali: ammessi 8, esclusi 7 
( N.B. in questa sezione è inclusa, accanto ai Solisti aquilani o ai Solisti veneti, l'Orchestra Verdi di Milano( e già questo è un insulto!) che con decreto del Ministro, datato aprile 2015 era stata inclusa fra le ICO. La decisione non era  piaciuta a Nastasi che le ha fatto dispetto fino all'ultimo!
ICO:  11 ammessi, 1 escluso ( Orchestra Tito Schipa di Lecce)
Teatri di Tradizione: ammessi 26, nessun escluso
Attività liriche e musicali: 8 ammessi, 6 esclusi ( primo per quantità di finanziamento il Lirico sperimentale di Spoleto)
Complessi strumentali giovanili: 9 ammessi ( fra loro alcuni a noi completamente sconosciuti, ma non al Ministero, come l'Orchestra Senzaspine, o l'Orchestra Volumina)
 Non c'è traccia dell'Orchestra Cherubini, quella diretta da Muti, che forse il Ministero finanzia - e meno male- attraverso altri fondi. E, naturalmente  non abbiamo considerato le Fondazioni lirico sinfoniche, sulle quali l'associazione che le riunisce s'è più volte espressa non positivamente sui nuovi criteri.
Dunque che soltanto il 10 % sia stato escluso dai finanziamenti è una FALSITA'. SONO STATI  AMMESSI 259 SOGGETTI ED ESCLUSI 191. MERITEVOLI O NO  IN QUESTO MOMENTO NON INTERESSA. QUI VOGLIAMO DIRE AD AUGIAS E PIOVANI CHE NASTASI HA DISTRUTTO LA MUSICA IN ITALIA,MENTRE FRANCESCHINI BADAVA AD ALTRO.


martedì 31 maggio 2016

Nicola Piovani sembra sfilarsi dal coro dei laudatores dell'Opera di Roma, gestione Fuortes

Non vi fate venire in mente che volete assistere ad una delle quindici repliche previste per la Traviata Valentino-Coppola (ed anche Bignamini che però non interessa quasi a nessuno, con qualche ragione) all'Opera di Roma, perché i posti, in tutto 24.000 circa, sono esauriti da tempo -  non ce n'è neppure uno disponibile anche a pagarlo oro - procurando alle casse del Teatro entrate per 1 milione e mezzo circa di Euro, a fronte di un costo dell'intera 'operazione/produzione' di Traviata intorno a 1 milione e 800 mila euro, che saranno pareggiati dagli incassi solo alla prima ripresa dell'opera, già richiesta - secondo quanto si è letto - in Giappone.
E perciò la Traviata, anche a fine stagione, potrà aver procurato all'Opera di Roma pagine di giornali, ribalta internazionale, 'red carpe' stile Hollywood, o passerelle di moda, ma deficit di bilancio.
 E nonostante tale incontrovertibile realtà, ancora qualche giorno fa, quando la partita della 'prima' era stata ampiamente archiviata, in pareggio fra i laudatores della scintillante sala del Costanzi, e buca d'orchestra opaca, qualche giornale è tornato ad intervistare il sovrintendente, artefice di tale successo planetario che la Scala invidia e non potrà mai più scalfire. Dimenticando di accennare al fatto che sì il bilancio in pareggio è stato raggiunto con il contributo dei lavoratori, che in teatro sono giunti registi  ed artisti di fama - fra breve vi lavorerà anche Kentridge, l'artista del fregio a rischio 'profanazione' sul Tevere - ma  che un'orchestra senza un direttore stabile di polso e prestigio,  non  va da nessuna parte, come del resto ha dimostrato la sbiaditissima direzione di Bignamini in questa Traviata,  cosa che ha molto infastidito il sovrintendente, quando  è stato fatto notare da alcuni giornali, autorevoli, a firma dei rispettivi critici musicali, e non dei soliti cronisti mondani che alla vista di tutte quelle star - venute per Coppola e Valentino, molto meno per la Traviata e per l'Opera di Roma - si sono ringalluzzite, sperando in più intenso lavoro futuro.
L'Opera sarà veramente riformata quando tutta la complessa macchina funzionerà perfettamente, in ordine di importanza per un teatro d'opera: cantanti all'altezza dei ruoli, direttori d'orchestra capaci, orchestra e coro perfettamente funzionanti; mentre invece, per Fuortes, che considera  il 'mondo alla rovescia', il successo dell'Opera dipende dalla modernità introdotta con registi innovatori - unica eccezione Sofia Coppola che gli è servita - a suo dire - ad allargare il pubblico, come dimostrano i 24.000 posti tutti venduti, al punto che neanche chiedendo un biglietto all'Ufficio stampa, dimenticato in qualche cassetto, o in attesa di qualche possibile richiesta inattesa, per una qualsiasi delle repliche, è possibile ottenerlo.
Dal coro dei 'laudatores' di Fuortes, un coro  ancora più numeroso di quello dei 400 ragazzi che ieri hanno cantato tutti insieme nel teatro, alla fine di un corso di avvicinamento dei ragazzi al melodramma, sembra essersi sfilato, con garbo ed educatamente  Nicola Piovani - come si legge in una intervista di oggi al Messaggero: " anche lo sciagurato teatro Costanzi - Teatro dell'Opera - sembra che ultimamente stia lentamente imboccando una buona strada, rispetto ad un passato grottesco e scellerato". 
Abbassate la voce, sembra voler dire Nicola Piovani, non è ancora tempo di cantare vittoria, con quell' ULTIMAMENTE, LENTAMENTE. Il cammino di risanamento è appena iniziato, le star della Traviata  non fanno fare neanche un passo avanti all'Opera, sulla strada del riscatto, ancora lunga la prima, lontano il secondo. Non si può credere ai miracoli ai quali sembrano invece  credere tutti i partecipanti del coro di 'laudatores' della gestione Fuortes, i giornali in prima fila, nel quale coro - come si deduce facilmente - noi non cantiamo, e non canteremo prima che il Teatro dell'Opera torni ad essere il teatro di una vera capitale.

giovedì 3 marzo 2016

Morricone approfitta dell'Oscar per accusare la RAI. Sul Corriere, rispondendo ad Aldo Cazzullo

Questa volta Campo Dall'Orto non ha mantenuto la consegna del silenzio, ed il basso profilo di sempre, sentendosi accusare da Morricone, sulle pagine del Corriere, in una intervista ad Aldo Cazzullo. Nella quale il noto compositore  dice che la RAI non può comportarsi come le peggio società nei confronti dei musicisti - il riferimento è ad una proposta di lavoro per Morricone che con la sua orchestra avrebbe dovuto registrare un pezzo per un programma di Negrin. La Rai aveva proposto a Morricone, per la registrazione in oggetto, un compenso di 10.000 Euro. Una vergogna che Morricone ritiene, giustamente, un insulto in piena regola, anche senza  tirare in ballo i compensi fuori misura ed indecenti che continua a dare a pacioccone che ci istruiscono come si fanno gli gnocchi, o a presentatori e conduttori sedicenti - ci piacerebbe ad esempio sapere quanto danno alla 'regazza' di Masi, che di sabato e domenica riesce a farci piangere per la sua evidente incapacità.
 Morricone ha detto che lui per la RAI, orgoglio del suo paese, potrebbe anche lavorare gratis, ma i musicisti non possono essere trattati come dei pezzenti, calpestandone con simili proposte anche la profesionalità.
 E Campo Dall'Orto, chiamato direttamente in causa, si è subito fatto sentite: ha ragione Morricone - ha detto - la RAI deve comportarsi altrimenti ed essere specchio delle più alte qualità italiane. Non può registrare colonne sonore con un aggeggio elettronico, come farebbero in una radio cittadina, per risparmiare. La RAI deve risparmiare, è giusto che lo faccia, ma risparmi su altri capitoli di spesa milionarie, sulle quali sembra che la mannaia del calmiere non riesce ad abbattersi, neanche sotto Campo Dall'Orto.
 Staremo a vedere cosa farà  Campo Dall'Orto, sempre che decida di passare dalle parole ai fatti.
 Certo è che la RAI ha sempre avuto un comportamento dissociato. Da un lato affama tutte le giovani menti che lavorano in azienda, dall'altro continua a coccolare, strapagandoli, quelli che contano, i raccomdandati, i figli di... e le amanti di... che sono già ricchi e che si arricchiscono ancora.
Non possiamo dimenticare una iniziativa di qualche anno fa, quando la RAI decise di mettere ordine nei tanti rivoli attraverso i quali rischiava di dissanguarsi con prodotti di infima qualità, pagando diritti d'autore per  prodotti di scarsissima qualità. Allora decise che i cosiddetti tappeti sonori o le siglette di programmi e programmini venissero affidati a grandi nomi - e ci pare che anche Morricone fosse fra questi, oltre a Piovani, Bacalov ed altri. Decise di far scrivere loro le musiche  necessarie e di editarle anche, in modo che i diritti che la RAI pagava per lo sfruttamento tornassero in parte, come editore, di nuovo nelle sue casse. Anche allora non si pensò di  rivolgersi a giovani ma valenti musicisti, cercandoli  non attraverso le solite conventicole, ma mettendo su una piccola 'factory' - si dice così, speriamo di non sbagliarci, visto che non consociamo il fottuto inglese !-  affidata ad un tutor nella quale allevare nuovi musicisti.
 Perciò se Campo Dall'Orto desidera dare un impulso nuovo alla RAI affidatagli, deve subito darsi da fare, molte sono le cose da cambiare, già ora.

P.S. Campo Dall'Orto ha telefonato a Morricone e lo ha invitato ad un  incontro in RAI. Sembra che il maestro abbia accettato. E sembra ancora che il direttore generale della RAI proporrà a Morricone di lavorare ad un importante progetto RAI.

lunedì 9 novembre 2015

Ancora su Giovanni Allevi. Il caso Pascal Quignard, quello di 'Tous les matins du monde'

Una conferma, non richiesta, di ciò che abbiamo scritto di Giovani Allevi - sia dei suoi atteggiamenti che della sua musica - ci è venuta leggendo in rete una breve intervista al pianista Bollani che critica l'aria 'troppo ispirata' del pianista compositore di 'musica classica/contemporanea' che si presta, come la sua musica, a  immancabili critiche.
Se l'interessato si mostrasse meno sprovveduto - ma solo all'apparenza!, il suo personaggio è ben costruito e preservato dai suoi venditori - e meno eterno fanciullo (cresciutello!) ispirato, egli stesso toglierebbe materia  a chiunque voglia ancora azzardare qualche appunto sul suo modo di presentarsi e sulla sua musica, compresa anche l'ultima, in prima italiana a chiusura del Festival internazionale di musica e arte sacra a Roma, la 'Toccata, Canzone e Fuga' per organo, ovviamente (In un video in rete si vede il compositore, al termine della prima esecuzione di questa sua nuova opera, in Germania, rivolgersi all'organo-strumento ed omaggiarlo con inchino e lancio di bacio:penoso! Ma nello stesso video  neppure una sola immagine sulla platea della chiesa tedesca. Chissà perchè)
 Indirettamente sull'argomento del compositore 'ispirato', come Allevi, torna anche Nicola Piovani su 'La Repubblica', a margine di un articolo che dei musicisti cosiddetti 'leggeri' racconta particolari davvero minuscoli, in taluni casi anche manie, che sarebbero alla base dell'ispirazione di alcune loro canzoni. Ripetendo e ribadendo che il demone dell'ispirazione non esiste e, se esistesse, nessuno saprebbe dove cercarlo, nè come riconoscerlo.  Certo nella nascita di opere dell'ingegno, specie nel campo artistico, non va sottovalutato il talento degli autori ( che secondo un  celebre detto  conta forse per l' 1%), mentre per il restante 99% c'entra il lavoro (sempre secondo il celebre detto, verità sacrosanta). Vero è anche che senza talento, per quanto sia in percentuale bassissima la sua incidenza sulla singola creazione artistica, difficilmente si avrebbero opere d'arte, che sono il frutto 'sudato' di un lavoro duro, lungo e costante. Lo dicono tutti, ad eccezione forse di Allevi, che invece scrive quando il demone lo prende,  entra dentro di lui nonostante che il corpo faccia resistenza, ma alla cui potenza alla fine deve abbandonarsi. E qualche volta accade che il demone si impossessi di lui anche in luoghi e circostanze impensabili. Durante una festa, mentre cammina per strada. A quel punto l'invasato cosa può fare, se non fermare il tempo, il traffico, o il brindisi e correre a casa prima che il demone l'abbandoni e non sa quando tornerà ad ispirarlo?

Quando si dice i casi strani della vita. Uno scrittore francese, che di nome fa Pascal Quignard, autore di un best seller che ebbe anche una altrettanto nota trasposizione cinematografica, a firma Alain Corneau ('Tour les matins du monde', si intitolava il romanzo ed anche il film, protagonista Depardieu che impersonava il musicista barocco Sainte-Colombe ) che deliziò a lungo esperti ed amatori, torna (vorrebbe tornare) a far parlare di sè con un libro che vuole, come dicono i francesi 'épater' tutti senza distinzione, intitolato 'La haine de la musique' (tradotto da Marella Nappi  e pubblicato da EDT con il titolo 'L'odio della musica'). Il contrario di quel che narrava nel precedente romanzo che aveva come soggetto, se non ricordiamo male, proprio l'amore per la musica.
E' bene subito precisare che il romanzo-film è del 1987; il saggio, ora tradotto in italiano è invece del 1996, e dunque prima di poter essere letto nella nostra lingua -  ma era proprio necessario? - ha atteso quasi vent'anni.
 Cosa scrive Quignard di tanto forte e spiazzante? Innanzitutto che non è vero che la musica è la 'lingua' dell'uomo; la sua lingua è il linguaggio: mentre tutti gli uomini rischiano di essere attirati e travolti dal 'mare sonoro'; addirittura che 'la musica  è il richiamo sonoro che attira verso la morte'. Addio perciò tutti i canti elevati alla musica come la lingua più universale, quella che affratella i popoli. Tutte fandonie. La musica è morte e non vita. E a dimostrazione, il Quignard, va ai campi di concentramento nazisti. Nessuna altra arte si rese complice di quei delitti contro l'umanità e degli ignominiosi eccidi commessi in quegli inferni, come la musica, la quale veniva diffusa nei campi, crudele ed indifferente spettatrice, o  si confondeva,  anzi li nascondeva, con gli scoppiettii dei forni crematori.  Lo scrittore arriva addirittura a scrivere che 'la musica è l'unica arte che concorse allo sterminio degli ebrei...'.
 Dove si può arrivare quando ci si mette in testa che si vuole ad ogni costo 'épater tout le monde'.  E poi quando le munizioni finiscono, dopo averle sparate così grosse in ogni direzione, ecco una qualche asserzione condivisibile, come quella riguardante l'invasione del rumore (o suono) attraverso le tecnologie,  che rende la 'musica imprescindibile e ripugnante',  e che non lascia spazio al silenzio, alla riflessione, quanto meno la rende assai difficoltosa.

venerdì 8 maggio 2015

Piovani, Brunello, Chailly inneggiano al silenzio, ma poi suonano e parlano. A ruota libera. Perchè?

Bisognerebbe, in verità, andare ancora più indietro nel tempo per leggere un elogio del silenzio in termini esaltanti. Bisognerebbe andare a Cage. Ma, al momento, lo tralasciamo, e partiamo, per comodità, da Piovani. Il quale proprio sulla  salutare necessità del silenzio ha scritto sui grandi quotidiani, lamentando l'invasione del suono e del rumore. Ha ragione . Ormai non si può fare un passo senza che si sia costretti a sorbirsi immediatamente il sottofondo di una colonna sonora, quasi mai desiderata o richiesta, perfino nei bagni. C'è musica di sottofondo  a tavola nei ristoranti, all'aeroporto, nelle stazioni, nei negozi, dappertutto, al punto che un  nostro collega, idiota - come altro definirlo? - dalle pagine di Repubblica, in un Natale di non so quale anno, consigliava di mettere , come sottofondo, le Suite per violoncello di Bach - un 'pensiero' in musica - durante il pranzo di Natale, quello in cui le famiglie si riuniscono, bambini vocianti compresi.
 Più di recente  sulla stessa linea s'è mosso anche Mario Brunello, ottimo violoncellista e  sperimentatore musicale ed anche intelligente organizzatore. Lui s'è limitato a cantare la poesia del silenzio, quello che 'si ascolta' prima che inizi la musica o  nel corso di una esecuzione, con tutto il suo carico di tensione. Ad esso sembra che Brunello presti maggiore attenzione che alla musica. Ma allora perché suona? La coerenza dovrebbe spingerlo a immergersi nel 'suono' del silenzio, e rimanervi, rimandando ad altri  il 'suono della musica. E, invece no, lui si mette a suonare e del silenzio se ne scorda. Come se ne è certamente scordato, quando, sotto i fumi dell'alcool,  ha raccomandato, suggerendole,  le musiche da  abbinare ai vini per gustarli nella loro rotondità e pienezza. Roba non da poco. Beethoven con il barolo, Bach con il barbaresco, Vivaldi con il prosecco e via bevendo(si) anche  il cervello.
 A Brunello ci permettiamo di consigliargli la frequenza di uno dei tanti corsi - tema 'il silenzio è d'oro - che si tengono in una singolare università, ad Anghiari. Chissà che a diploma ottenuto, non ne tragga le conseguenze.
 Sul medesimo argomento - il silenzio -  torna a parlare Riccardo Chailly, nella biografia, fresca di stampa, scritta con Enrico Girardi,  ed edita da Rizzoli. Il silenzio - a leggere le due contemporanee anticipazioni ( uscite ieri sul 'Venerdì' di Repubblica, con una intervista al direttore, e sul 'Sette' del Corriere con una breve recensione) - sembra al centro dell'attenzione anche del direttore milanese che ora si è insediato di fatto alla Scala. Lui tiene talmente tanto al silenzio che le sue case, da quella in Engadina a quella al mare ed alle tante altre che sicuramente avrà, le sceglie sempre in luoghi dove si può aprire la finestra ed 'ascoltare il silenzio'. Povero cocco, verrebbe da dirgli. E poi, naturalmente, anche lui pontifica sul silenzio che precede l'inizio della musica, prima che  la sua bacchetta - costruita appositamente da un americano che fa questo di secondo lavoro oltre il contrabbassista - si alzi per dare il via alla  nobile cagnara.
 Dobbiamo confessarlo - e lo facciamo ben sapendo che anche a noi potrebbe essere rimproverata la scrittura di una biografia, quella di Pappano, dove però tante idiozie, per nostra fortuna e volontà, non si leggono, essendoci noi limitati a far conoscere un direttore salito prepotentemente alla ribalta internazionale - che neanche un rigo di ciò che abbiamo letto nei due articoli di ieri ci ha particolarmente interessato; anche perché sapevamo già tutto.
 Ecco un'altra occasione in cui si sbaglia a non stare zitti: quando si dicono e ridicono sempre le stesse cose. Uffa.

venerdì 23 gennaio 2015

La RAI cambia musica

Chi lavora in tv, ma anche in radio, in programmi di ogni genere, compresi  i telegiornali, sa quanto pratici siano tutti quegli spezzoni  e 'tappeti' musicali  (una vera parolaccia se riferita ad una musica che si vuole rispettata) che servono a qualunque bisogna, come sottofondo od anche come breve sigla d'apertura e chiusura programmi.
Su spezzoni, siglette e tappeti musicali in tanti ci hanno mangiato, fino a ieri, talvolta anche musicisti di un certo mestiere, magari sotto falso nome per non farsi riconoscere. Negli armadi di telegiornali e redazioni ci sono - c'erano un tempo - dischi su dischi dai titoli poco accattivanti ma di pratica utilità: 'scena in riva al mare', ' giochi in un parco'. Questi dischi, ora inutili perché rimpiazzati dal digitale che richiede sempre meno spazio, costituivano la fonte di commenti sonori per servizi  dell'ultimo minuto oppure, semplicemente, al confezionatore frettoloso e pigro che non aveva voglia di cercare o di domandare all'assistente musicale e preferiva fare da sè, offrivano un aiuto prezioso. E non era raro il caso,  che il 'confezionatore frettoloso' conoscesse il vero nome degli autori di quelle musiche e sapeva anche che dagli oggi e dagli domani, una sigletta oggi, un sottofondo domani, nelle tasche del musicista conoscente od amico finivano bei soldini.
 Alla fine della storia, fra sigle e tappeti, tutto questo traffico (abbastanza illecito) costava a RAI o Mediaset  qualcosa come il 4% del fatturato. Una bella cifretta,  che finiva nelle tasche di musicisti che altro non avrebbero nè saputo nè potuto fare oltre che improvvisare qualche secondo di musica e passarlo brevi manu al giornalista o all'autore amico e crocerossino.
 Ora la RAI ha detto basta. D'ora in avanti le musiche utilizzate a tali scopi devono esser di proprietà, come diritti, della RAI e l'esecuzione, visto che la RAI ha anche una orchestra sinfonica e fior di musicisti, suoi dipendenti, affidata ai suoi musicisti. Da ciò un risparmio enorme per i diritti d'autore e per quelli di esecuzione.
Qualche avvisaglia di tale nuova politica, moralizzatrice, s'era avuta un paio d' anni fa quando Rai Trade, casa editrice musicale della Rai, aveva chiesto ad illustri musicisti ( Piovani, Morricone, Bacalov e forse anche Trovajoli, se non andiamo errati) di scrivere apposite musiche, editate dalla Rai stessa, per tali scopi. I quali  naturalmente  lo fecero e così la Rai ebbe anche modo di avere sigle siglette tappeti e tappetini 'd'autore'. E fece ancor più contenti quei musicisti che di diritti d'autore guadagnano già parecchio.
 Dal 1 gennaio la musica in RAI  è cambiata. E noi ne siamo contenti.
Da tempo denunciamo certe incongruenze, come quella della sigla dei programmi di Radio Tre, firmata Schubert/Berio, mentre invece sarebbe stato più opportuno suonare la sveglia al mattino e tante altre volte durante l'intera giornata con un bel Rossini, che so ...la sinfonia da 'La Gazza ladra' che non costava nulla, magari eseguita dall'Orchestra della RAI. Ed invece no, si voleva finanziare il musicista Berio, quando era in vita ed ora i suoi eredi che ne hanno beneficiato perciò per anni, con una musichetta che prima che di Berio era di Schubert. E Schubert non ha eredi che possono rivalersi sulla RAI, e neanche su Berio. Non abbiamo fatto caso se quelle sigla  si ascolti ancora oppure no, come la disposizione RAI prescrive. Nelle prossime ore controlleremo e  ne scriveremo.

sabato 29 novembre 2014

Rusalka ha fatto boom!

Come sia andata l'altra sera, all'Opera di Roma, con la serata inaugurale di stagione, non ci è dato di sapere, nonostante che abbiamo letto la maggior parte dei quotidiani.
 Di certo si dava Rusalka, approdata all'Opera prima d'ora già otto anni fa (Roma è forse l'unico teatro dove in meno di 10 anni abbiano rappresentato due volte l'opera di Dvorak), il direttore, al suo debutto a Roma, è stato strattonato dalla critica sia di destra che di sinistra ( è importante  segnalarlo perché la critica di destra e quella di sinistra si spartiscono i compiti) il regista era Krief che ha avuto a disposizione appena 50.000 Euro per l'allestimento (forse ne ha presi di più per la regia, dovendosi egli spremere le meningi per pescare nei magazzini del teatro  tutto quello che poteva essere utile per il nuovo /vecchio allestimento) ha inscheletrito il mondo favolistico; e le voci, la principale delle quali, femminile,  è stata sostituita per indisposizione  negli ultimi giorni, non sappiamo di che pasta fossero fatte. Chi dice che erano assolutamente inadatte, chi ne salva la metà chi le promuove in toto, a seconda che fossero di destra o sinistra - i critici s'intende. Fra i quali c'erano i vedovi o le vedove di Muti , che lo rimpiangeranno in eterno (dimenticando di annotare che l'allestimento e il cast dell' Aida andata in fumo costava all'incirca 1.500.000 Euro) e che, inconsolate, vagano per le sabbie egizie; coloro i quali, anzi uno, che raccontava per l'ennesima volta la storia di Rusalka - che palle! - per non sporcarsi le mani, e, nel frattempo, prendeva tempo e spiava le mosse degli altri ( era un pezzo, bello corposo, da pubblicare alla vigilia e che, per mancanza di spazio, è finito all'indomani della prima); e poi c'era il cantore/poeta con il pensiero sempre verso Muti e famiglia ( altrimenti  non gli avrebbero fatto presentare al festival ravennate, una sua opera: beccato, diavoletto di un critico!) ma che ora vuole salvare capra e cavoli, dove i cavoli sono i suoi rapporti anche lavorativi con Fuortes, da Roma a Bari e ritorno.
 L'univo forse che dava conto, in breve, con un pezzo tozzo, era un critico 'da destra': poche annotazioni anche sull'esito della serata. Abbiamo anche letto di applausi di cortesia, ed anche di nove minuti di applausi. Vi meravigliate?  Nove minuti di applausi  possono essere di sola cortesia. Zitti!
 Alla serata inaugrale, per non offendere il compaesano Riccardo,  il presidente Napolitano non aveva partecipato, perchè -  secondo il comunicato ufficiale del Quirinale, non richiesto - stava già preparando le valigie per il prossimo autosfratto;  e neppure Franceschini  il quale aveva prenotato un lungo fine settimana in Marocco con la sua bella, con la quale da quando s'è sposato non gli era riuscito ancora di portarla fuori; Marino era assente perchè ci  aveva da fare (gli si era bucata la ruota della bicicletta sul Raccordo e stava attendendo il 113), e Zingaretti era impicciato con la sagra dell'olio  ai Castelli, e perciò ha girato alla larga da Piazza  Beniamino Gigli.
 In compenso però c'era, al gran completo, il solito generone romano agghindato come la madonna di Pompei; c'era il ministro Padoan, unico caso di forte presenza istituzionale (per mantenere la promessa fatta alla sua signora: domani ti porto all'Opera!) - e c'era l'assessore Marinelli, altro sponsor di Fuortes.
 Poi, scendendo giù giù (non si sono letti i nomi dei consiglieri di amministrazione né del direttore artistico che erano tutti impegnati o in altri teatri o a preparare l'albero di Natale) c'era Piovani e c'era anche Cagli. Non starà mica pensando di accasarsi per l'ennesima volta, al Teatro dell'Opera, ora che ha deciso di lasciare, dopo una ventina d'anni, Santa Cecilia? La santa della musica ci protegga!

sabato 19 luglio 2014

Sacre famiglie unite. Dai Clinton ai Muti

L'altro ieri con  fastidio grande leggevamo della figlia dei Clinton che sì è messa a far soldi, un mestiere che ha appreso dai suoi genitori: il papà, quello della Lewinsky- l'unico merito per il quale passerà forse alla storia - che  è diventato conferenziere pagatissimo (come del resto anche l'ex premier inglese che ora fa il consulente perfino di Putin ) e dalla mammà che non ha ancora deciso se scendere in politica e candidarsi alle prossime presidenziali ed intanto mette su un bel gruzzolo di dollari, a milioni, attraverso il coinvolgimento dei suoi possibili sostenitori. La figlia, oggi signora, che tutti ricordiamo con l'apparecchio ai denti, ora gira l'America facendosi strapagare. Una vergogna familiare!
 La famiglia conta ancora ed è il cardine della nostra società, in America come in Italia .
Oggi, sempre sui giornali leggiamo di un'altra grande famiglia, non di politici. La famiglia Muti, la famiglia del grande direttore che nei prossimi giorni, escluso il capofamiglia, è impegnata a Borgia in Calabria per l'anteprima della nuova opera di Nicola Piovani, protagonisti Depardieu - già ospite al 'Festival di Ravenna e dei Muti', e in Berlioz con Muti padre, e Chiara Muti, e la Cristina Muti, moglie del maestro, regista. In queste settimane non sono al loro primo lavoro. Cristina Muti, per il festival suo, ha seguito anche tutte le trasferte  e i vari concerti 'per un amico' di suo marito, nel quale il maestro ha fatto suonare anche suo genero, marito di Chiara, la quale Chiara è reduce dal nuovo lavoro di Azio Corghi col quale fa spesso coppia fissa, un melologo, presentato in questi giorni passati a Siena.
Nessuno chiede ai Clinton come ai Muti di cancellare il senso sacro della famiglia (se anche in Giappone stanno facendo di tutto per farlo tornare in auge, noi non possiamo essere secondi a nessuno).No, neanche per sogno, ma almeno di non farlo vedere ogni giorno e sbatterlo in faccia a chi una famiglia   sacra e potente non può vantare.
Salvo che, nel caso di Muti, il maestro e la sua famiglia non facciano quel che fanno, solo perchè così ci danno materia per indignarci per l'ennesima volta. Lanciandoci una sfida: chi si stancherà prima?

lunedì 7 luglio 2014

Nicola Piovani bacchetta i politici: La vita è bella ma voi risolvete i problemi

Nel riferirvi a caldo della serata che abbiamo vissuto poche ore fa, nel piazzale del Policlinico Gemelli, dove il 50 della grande istituzione sanitaria e di ricerca veniva festeggiato con un indimenticabile concerto dell'orchestra nazionale del 'Sistema delle orchestre e dei cori giovanili ed infantili' in Italia, e la partecipazione di un coro di voci bianche e di un secondo, 'delle mani bianche', per il quale quando per la prima volta ne ascoltò uno simile in uno dei suoi primi viaggi in Venezuela, Claudio Abbado scoppiò letteralmente in lacrime, temiamo che a parlarne o scriverne, un pò dell'immensa emozione provata vada dispersa.
 Il concerto, al quale hanno partecipato alcune autorità, come il presidente del Senato che già aveva invitato il complesso  a Palazzo Madama per un concerto istituzionale, ma anche qualche sgallettata dei salotti romani alla quale non hanno spiegato che non  andava in spiaggia ad ascoltare musica, era stato preceduto dai discorsi di rito, fra i quali merita un buu senza limiti quello del presidente della commissione filatelica che ha letto un inutile  e penoso messaggio del sottosegretario Giacomelli che, nel presentare l'iniziativa dell'emissione del francobollo commemorativo, tesseva storia e panegirico delle Poste, in faccia alla Presidente Todini, senza  la benchè minima vergogna di dire male cose inutili e banali, e perciò inascoltabili.
 Per nostra fortuna la presentatrice della serata commemorativa ed anche di festa, Milly Carlucci, ha svolto con grande proprietà il suo ruolo. Cosa rara. Poi il concerto. Piovani sul podio; in programma musiche di Bartok, Brahms e dello stesso Piovani, naturalmente dalle sue colonne sonore. Ah, no, c'era anche Modugno con il suo ' Volare' ed una bella versione dell'Inno nazionale. In apertura di programma l'Allegro del sistema, scritto  appositamente da Piovani per il 'Sistema' italiano, e consistente in una specie di 'guida all'orchestra' di britteniana memoria,  ma molto più  breve, e su 'motivetto' dello stesso Piovani, mentre quella di Britten  era su un 'tema' di Purcell.
 Il coro 'delle mani bianche' disegnava con entusiasmo,vitalità ed insieme poesia la musica nello spazio coinvolgendo tutti in un grande abbraccio a distanza, tutti con le mani alzate e mosse in segno di saluto ed augurio.
 Il concerto è filato liscio naturalmente; la musica più gradita da un uditoriuo analfabeta, come ben sappiamo, è stata quella conosciutissima  ed anche coinvolgente, diciamo la verità, del film 'La vita è bella', già premiata con l'Oscar.
 Se vogliamo dirla tutta, una volta apprezzato il gesto di grande  generosità di Piovani, la sua presenza sul podio; non possiamo tacere che nella musica  'vera' - permetteteci la durezza - è stata davvero un disastro. Ci ha fatto venire alla mente un direttore di altri tempi, Renato Fasano, per il quale circolava fra i professori d'orchestra la parola d'ordine ' chi lo guarda è perduto!'.
Ma , alla fine, Piovani  ci ha fatto dimenticare quella sua brutta prestazione, quando ha preso il microfono ed ha detto:" il concerto di questa sera, qui nel piazzale di un ospedale, ci permette di sottolineare due fattori per i quali giudicare una nazione, la qual cosa noi facciamo soprattutto quando siamo all'estero: la sanità e la cultura". Per la cultura - che è la materia  della quale Piovani è più pratico, ha poi detto "stiamo attraversando un brutto periodo e non da oggi, quando sappiamo che esistono  problemi seri  e complessi che influiscono sul nostro vivere civile.  I politici, ai quali mi rivolgo, devono risolvere questi problemi complessi, questo è il loro compito; lascino a noi artisti  le dichiarazioni ed i proclami".
 Ammalati e personale dell'ospedale hanno assistito  dai balconi, prevalentemente, al concerto che avranno certamente gradito molto. Sul piazzale pieno di pubblico dominava quella bruttissima statua di Giovanni Paolo II, il papa santo, noto anche per avere le statue più brutte al mondo.
 Il concerto, infine, veniva ripreso e rimandato su due schermi posti in alto alle spalle di coro e orchestra. una telecamera mobile con grande braccio ed una fissa , mai che avessero ripreso quelli che stavano suonando, staccavano sempre altrove, semplicemente per incompetenza e sciatteria registica. Ecco queste cose non ci sono mai piaciute e non vorremmo farcele piacere ora.

domenica 6 luglio 2014

Brunello e Battiato, zitti!

In questi ultimi mesi è in atto una campagna apparentemente contro la musica, il suono, ed anche il rumore. Una campagna con molti sostenitori, fra i quali molti musicisti in prima linea. Aveva cominciato mesi fa Piovani, chiedendo che venisse per legge, se non era possibile altrimenti, eliminata la musica di sottofondo cosiddetta, invasiva. Dovevasi farla sparire ovunque, chiedeva Piovani. Anche dai programmi televisivi o radiofonici dove c'è sempre il 'sottofondo musicale'. Anche quello scritto anche da Piovani e messo lì per procuragli ore ed ore di diritti d'autore - verrebbe da chiedergli? Non sarebbe male. ma noi con l'idea di Piovani siamo perfettamente d'accordo. Quando entriamo in un ristorante e dobbiamo sorbirci anche la musica che non pagheremo nel conto,  e che non abbiamo richiesto, diciamo sempre che abbiamo un fortissimo mal di testa e che quindi sarebbe opportuno, per non peggiorarlo e costringerci a lasciare il ristorante, che quella musica venisse spenta. Non sempre il trucco ci riesce, ma almeno otteniamo il più delle volte che venga ridotto il volume.
 Che il silenzio faccia bene è lapalissiano, anche perchè permette di cogliere meglio ogni suono anche il più delicato, flebile. Ed anche, soprattutto, di riflettere. Oggi fondamentale. Chi vuole approfondire il tema può anche andare alla Libera Università di Anghiari dove si tengono corsi creativi sul silenzio. Ad una docente di tali corsi noi stessi, per la nostra amatissima Music@ (ora sostituita dalla più importante Musica+, edita dal medesimo Conservatorio aquilano), chiedemmo anni fa un 'elogio del silenzio' che ella ci scrisse con passione.
 Ora però questo silenzio sta diventando una ossessione. Oggi, con un trafiletto pungente su 'La Lettura' del 'Corriere della sera', Marco Del Corona ci dà notizia di due libri, a firma rispettivamente di Franco Battiato e Mario Brunello, due musicisti appunto, ad esso silenzio dedicati. 'Il silenzio e l'ascolto' di Battiato per Castelvecchi; 'Silenzio' di Brunello per 'Il Mulino'. Sul secondo leggemmo tempo fa una intervista all'autore uscita sul 'Venerdì' di 'Repubblica', non ci capimmo molto e rinunciammo ad acquistarlo, non ritenendolo che un inutile spreco di parole senza senso. Marco Del Corona termina sarcasticamente il suo trafiletto: "Da chi sa far musica piacerebbe sentir musica, non parole, anche se sul silenzio". Perciò fate silenzio.