All'interno di un pezzo, sul giornale di ieri, dedicato a Papa Francesco, in viaggio in Cile, intitolato: " "Papa apocalittico: a un passo dalla guerra atomica", compariva la vignetta, di Natangel,o siffatta:
titolo: 'Il papa contro la guerra nucleare'. Papa Francesco mostrando la terribile foto del bambino di Nagasaki che ha sulle spalle il fratellino morto, mentre lo porta a bruciare il cadavere, dice, rivolto al Crocifisso: " guarda. ho portato le foto di questi bambini che a Nagasaki..." e dal Crocifisso una voce ammonisce il pontefice: " Francè... fossi in te non me ne andrei in giro con foto di bambini addosso. E' un consiglio eh...".
Sulla pedofilia e sull'accusa velata che la vignetta sembra muovere all'attuale pontefice, non si può scherzare. Un pontefice può essere accusato perfino di apostasia, accusarlo cioè di tradire il Vangelo di Cristo - come hanno già fatto i cosiddetti tradizionalisti che si annidano anche fra alcuni noti giornalisti nostrani - e di qualunque altro peccato o misfatto, anche di... omosessualità, come ogni tanto è circolata in passato voce su precedenti pontefici; ma di pedofilia, che è il più grave peccato anche per il Vangelo - chiunque ... avrà scandalizzato .... un bambino, meglio che si leghi una pietra al collo e anneghi in mare (recita più o meno il Vangelo) -, di pedofilia, no.
Il Fatto Quotidiano, pur con tutto il diritto alla satira, anche la più feroce, su tutto e tutti, fino a tanto non può spingersi. La sua vignetta di ieri su Papa Francesco è INFAME.
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mercoledì 17 gennaio 2018
sabato 23 dicembre 2017
Il Fatto Quotidiano e il governatore pugliese Emiliano non ammetteranno MAI le sconfitte
Cominciamo dal secondo caso che è quello più drammatico, perchè coinvolge le sorti di ventimila lavoratori circa e il futuro di una intera città, Taranto per l'affare ILVA. Quando sembrava ad un buon punto la trattativa con il gruppo indiano che la acquisterà, arriva l'IRRESPONSABILE altolà del governatore pugliese e del sindaco di Taranto che si mettono di traverso sulla strada che Calenda, il ministro per lo sviluppo economico, stava tentando di condurre in porto. E presentano un ricorso al TAR, il cui esito non è noto e potrebbe richiedere anche tempo, comunque troppo per un industriale che non comprerebbe una azienda che ha infiniti problemi, senza sapere quale sorpresa, ad acquisto avvenuto, potrebbe riservargli la sentenza del tribunale amministrativo regionale.
Calenda si reca a Taranto con il ramoscello di ulivo per gli amministratori pugliesi, Emiliano - che già per la seconda volta o la terza ( ricordate la sua candidatura alla segreteria del PD finita nel nulla sonoramente bocciata?) non vuole ammettere di aver fatto un passo falso ; anzi sembra addirittura che voglia rifarsi della precedente sconfitta, FREGANDOSENE del destino dei tarantini e dell'ILVA.
Calenda gli ha chiesto di ritirare il ricorso, la stessa cosa ha fatto Gentiloni, ma lui non sembra disposto a farlo, anzi minaccia: Calenda è un immaturo, Gentiloni ricattatore. E lui? Lui un irresponsabile. Neanche i sindacati che temono il peggio e perciò si sono schierati a favore della mediazione del Governo - memori di altre vertenze finite male, anzi malissimo, come Alitalia, quando hanno appoggiato i lavoratori che tiravano la corda senza accorgersi che stava per rompersi come poi è accaduto - sono riusciti a far desistere il corpulento governatore dalle sue posizioni bellicose ma disfattiste.
Se si rompe il negoziato con Mittal su ILVA il pericolo reale è che l'impianto venga spento entro la prima decade di gennaio, e addio sogni di lavoro ed anche di risanamento. Senza l'accordo non ci sarà lavoro, e neppure il risanamento della fabbrica che inquina. E così i tarantini moriranno per l'inquinamento ma anche per la disperazione perchè senza lavoro.
Che faranno allora i ventimila di Taranto? Andranno a casa di Emiliano, dove la tavola è sempre apparecchiata, e a Natale perfino con frutti di mare prelibati, quando in molte famiglie tarantine comincerà ad essere impresa dura mettere insieme il pranzo con la cena? Perchè Emiliano non ammette la sconfitta, ritira il ricorso al TAR e riavvia le trattative per concordare con Governo e nuovi proprietari tutte le misure possibili per assicurare ai cittadini coinvolti lavoro e salute, che lui proclama di difendere, ma SOLO A PAROLE?
Qualcosa di simile accade anche alla direzione de 'Il Fatto quotidiano', a causa della sua voracità giornalistica che non conosce limiti, e del delirio di onnipotenza ed infallibilità dei suoi vertici?
Ha dato addosso di brutto al sindaco di Mantova - anche perchè del PD di Renzi?- coinvolto in una brutta storia. Poi quando si scopre che la signora che aveva architettato questa diffamazione aveva falsificato tutto per accusare il sindaco, che viene perciò scagionato dall'accusa, non si dice soddisfatto perchè la magistratura ha sventato un imbroglio, ma ricorda che scagionato dall'accusa più infamante, ne restano contro di lui altre. Accuse che in altri casi, come quando hanno riguardato i Cinquestelle amici, hanno precisato che non tutte sono uguali, come ad esempio una di quelle rivolte al sindaco di Mantova e cioè 'abuso di ufficio'. Perchè, ha spiegato Travaglio, un amministratore è facile incorra in tale reato; e che comunque non può essere messo sullo stesso piano del reato di truffa, o di associazione o di concorso esterno in associazione mafiosa.
Allora perché alla magistratura si crede quando conviene e quando non conviene, perchè non si vuole ammettere l'errore e scusarsi, non si crede?
Calenda si reca a Taranto con il ramoscello di ulivo per gli amministratori pugliesi, Emiliano - che già per la seconda volta o la terza ( ricordate la sua candidatura alla segreteria del PD finita nel nulla sonoramente bocciata?) non vuole ammettere di aver fatto un passo falso ; anzi sembra addirittura che voglia rifarsi della precedente sconfitta, FREGANDOSENE del destino dei tarantini e dell'ILVA.
Calenda gli ha chiesto di ritirare il ricorso, la stessa cosa ha fatto Gentiloni, ma lui non sembra disposto a farlo, anzi minaccia: Calenda è un immaturo, Gentiloni ricattatore. E lui? Lui un irresponsabile. Neanche i sindacati che temono il peggio e perciò si sono schierati a favore della mediazione del Governo - memori di altre vertenze finite male, anzi malissimo, come Alitalia, quando hanno appoggiato i lavoratori che tiravano la corda senza accorgersi che stava per rompersi come poi è accaduto - sono riusciti a far desistere il corpulento governatore dalle sue posizioni bellicose ma disfattiste.
Se si rompe il negoziato con Mittal su ILVA il pericolo reale è che l'impianto venga spento entro la prima decade di gennaio, e addio sogni di lavoro ed anche di risanamento. Senza l'accordo non ci sarà lavoro, e neppure il risanamento della fabbrica che inquina. E così i tarantini moriranno per l'inquinamento ma anche per la disperazione perchè senza lavoro.
Che faranno allora i ventimila di Taranto? Andranno a casa di Emiliano, dove la tavola è sempre apparecchiata, e a Natale perfino con frutti di mare prelibati, quando in molte famiglie tarantine comincerà ad essere impresa dura mettere insieme il pranzo con la cena? Perchè Emiliano non ammette la sconfitta, ritira il ricorso al TAR e riavvia le trattative per concordare con Governo e nuovi proprietari tutte le misure possibili per assicurare ai cittadini coinvolti lavoro e salute, che lui proclama di difendere, ma SOLO A PAROLE?
Qualcosa di simile accade anche alla direzione de 'Il Fatto quotidiano', a causa della sua voracità giornalistica che non conosce limiti, e del delirio di onnipotenza ed infallibilità dei suoi vertici?
Ha dato addosso di brutto al sindaco di Mantova - anche perchè del PD di Renzi?- coinvolto in una brutta storia. Poi quando si scopre che la signora che aveva architettato questa diffamazione aveva falsificato tutto per accusare il sindaco, che viene perciò scagionato dall'accusa, non si dice soddisfatto perchè la magistratura ha sventato un imbroglio, ma ricorda che scagionato dall'accusa più infamante, ne restano contro di lui altre. Accuse che in altri casi, come quando hanno riguardato i Cinquestelle amici, hanno precisato che non tutte sono uguali, come ad esempio una di quelle rivolte al sindaco di Mantova e cioè 'abuso di ufficio'. Perchè, ha spiegato Travaglio, un amministratore è facile incorra in tale reato; e che comunque non può essere messo sullo stesso piano del reato di truffa, o di associazione o di concorso esterno in associazione mafiosa.
Allora perché alla magistratura si crede quando conviene e quando non conviene, perchè non si vuole ammettere l'errore e scusarsi, non si crede?
venerdì 8 dicembre 2017
Qualche lezioncina a quelli de 'Il Fatto Quotidiano' andrebbe data, in fatto di musica
Ieri 'Il Fatto Quotidiano' ha pubblicato un resoconto poco musicale, e molto bancaria, della 'prima' alla Scala, firmato da due 'pezzi da novanta' del giornale: Gianni Barbacetto e Nanni Delbecchi. Liquidato in poche righe l'esito della serata, con qualche imprecisione - che la diretta tv avrebbe volutamente occultato al pubblico televisivo ma non a quello del teatro e soprattutto ai due acuti osservatore del' Fatto', come i 'fischi' al tenore (ma quando?) a fine spettacolo - i due giornalisti si sono buttati a peso morto sulla politica assente, sull'entrata da un ingresso segreto e protetto della sottosegretaria Boschi, accompagnata dal fratello ecc... ( il titolo dell'articolo era ' Maria Elena e il caveau della Scala') che al lettore che voleva conoscere le impressioni sui due della prima scaligera, non interessavano neanche un pò.
Verso la fine del resoconto, un paio di righe che ci spingono a richiedere per loro qualche lezioncina privata di musica, magari impartita, gratuitamente, da Paolo Isotta.
A proposito della durata dello Chénier, assolutamente nella norma, i due hanno scritto: " Due ore e mezzo in tutto, una passeggiata rispetto alle tetralogie".
Ora non esistono 'tetralogie', date di seguito nella medesima serata (giornata), dalla prima all'ultima opera, quattro - che non sono uno scherzo; e perciò con detta durata non si può misurare nessuna altra opera, perchè vi sarebbe sproporzione enorme fra una e quattro opere, ammesso che possano considerarsi nel loro complesso.
La durata dello Chenier, come anche della maggior parte delle opere del melodramma ottocentesco è, certo, inferiore alle singole opere che compongono la celebre silloge wagneriana, ma non al punto da far considerare quelle wagneriane, 'infinite' per la durata . Perciò se per loro lo Chenier è stata una passeggiata, stiano tranquilli che sarà sempre così - benchè nessuna opera sia mai una passeggiata - perchè a loro come al pubblico di qualunque teatro al mondo non saranno mai fatti ascoltare i quattro titoli della Tetralogia wagneriana. Che, a scanso di equivoci, sono quattro e non tre, come aveva letto il greco 'tetralogia'- confondendolo ovviamente con 'trilogia' il colto Gianpaolo Cresci, parlando alla radio in occasione della rappresentazione di una di quelle opere al teatro della Capitale, di cui era all'epoca malcapitato sovrintendente.
Paolo Isotta potrebbe spiegare ai suoi colleghi come si compone la teatralogia wagneriana, quanto dura e soprattutto cosa rappresenta nella storia della civiltà occidentale, non solo musicale. E Barbacetto e Delbecchi potrebbero profittarne.
Verso la fine del resoconto, un paio di righe che ci spingono a richiedere per loro qualche lezioncina privata di musica, magari impartita, gratuitamente, da Paolo Isotta.
A proposito della durata dello Chénier, assolutamente nella norma, i due hanno scritto: " Due ore e mezzo in tutto, una passeggiata rispetto alle tetralogie".
Ora non esistono 'tetralogie', date di seguito nella medesima serata (giornata), dalla prima all'ultima opera, quattro - che non sono uno scherzo; e perciò con detta durata non si può misurare nessuna altra opera, perchè vi sarebbe sproporzione enorme fra una e quattro opere, ammesso che possano considerarsi nel loro complesso.
La durata dello Chenier, come anche della maggior parte delle opere del melodramma ottocentesco è, certo, inferiore alle singole opere che compongono la celebre silloge wagneriana, ma non al punto da far considerare quelle wagneriane, 'infinite' per la durata . Perciò se per loro lo Chenier è stata una passeggiata, stiano tranquilli che sarà sempre così - benchè nessuna opera sia mai una passeggiata - perchè a loro come al pubblico di qualunque teatro al mondo non saranno mai fatti ascoltare i quattro titoli della Tetralogia wagneriana. Che, a scanso di equivoci, sono quattro e non tre, come aveva letto il greco 'tetralogia'- confondendolo ovviamente con 'trilogia' il colto Gianpaolo Cresci, parlando alla radio in occasione della rappresentazione di una di quelle opere al teatro della Capitale, di cui era all'epoca malcapitato sovrintendente.
Paolo Isotta potrebbe spiegare ai suoi colleghi come si compone la teatralogia wagneriana, quanto dura e soprattutto cosa rappresenta nella storia della civiltà occidentale, non solo musicale. E Barbacetto e Delbecchi potrebbero profittarne.
sabato 30 settembre 2017
Anche 'Il Fatto quotidiano', con Raggi e Sala, usa due pesi e due misure. All'incontrario degli altri giornali
Quasi giornalmente, Travaglio o chi per lui, sul Fatto quotidiano, bacchetta tutti i giornali - in particolar modo i 'giornaloni' che sulla Raggi - la poverina, sempre nei pasticci ed in perenne disgrazia amministrativa - fanno titoloni, mentre sul sindaco di Milano, Sala, pur egli indagato per Expo, mettono quattro righe a pag. 20.
Come hanno fatto ancora oggi per segnalare l'ultima anomalia riguardante la Raggi, tutti: giornaloni e giornalini, ad eccezione de Il Fatto quotidiano, per il quale evidentemente l'ultimo incidente della giunta Raggi riguardante il bilancio del 2016, non è da prendere in seria considerazione. Altrimenti non avrebbe fatto un titolino a pag. 9 o giù di lì, avendone 20 appena, in un piccolo riquadro, che sembra avvalorare la tesi dei Cinquestelle, sposata senza riserve da Travaglio.
E accaduto, infatti che ieri il bilancio consolidato del 2016 non abbia ottenuto l'approvazione del Comitato dei Revisori contabili del Comune di Roma (OREF), accusato di non essere un comitato 'tecnico' ma politico. Mentre lo era, proprio per la Raggi, appena due anni fa quando quello stesso Comitato si fece sentire nella gestione Marino, per un caso analogo. Stessa posizione dell'assessore livornese Lemmetti, che giudica quel parere come alcuni cittadini disinvolti giudicano il rosso dei semafori, un semplice consiglio, di cui si può tener conto ma anche no. Per Lemmetti e la giunta capitolina il parere 'tecnico dell' OREF non è vincolante' .
Curioso poi, che nella stessa pagina del Fatto quotidiano, insistendo sulla tesi della stampa di regime: 'stampa e regime' a caratteri cubitali, campeggi una foto della Raggi, con fascia tricolore, ed articolone di contorno nel quale lei spiega che ai pm non ha detto il falso, sulla nomina del Marra n.2, quando disse che quella nomina fu decisa da lei e dal suo assessore. Dunque anche l'accusa resistente, quella di 'falso', entro breve cadrà e i giornaloni si meriteranno una bella dose di fischi anche dal Fatto quotidiano
Come hanno fatto ancora oggi per segnalare l'ultima anomalia riguardante la Raggi, tutti: giornaloni e giornalini, ad eccezione de Il Fatto quotidiano, per il quale evidentemente l'ultimo incidente della giunta Raggi riguardante il bilancio del 2016, non è da prendere in seria considerazione. Altrimenti non avrebbe fatto un titolino a pag. 9 o giù di lì, avendone 20 appena, in un piccolo riquadro, che sembra avvalorare la tesi dei Cinquestelle, sposata senza riserve da Travaglio.
E accaduto, infatti che ieri il bilancio consolidato del 2016 non abbia ottenuto l'approvazione del Comitato dei Revisori contabili del Comune di Roma (OREF), accusato di non essere un comitato 'tecnico' ma politico. Mentre lo era, proprio per la Raggi, appena due anni fa quando quello stesso Comitato si fece sentire nella gestione Marino, per un caso analogo. Stessa posizione dell'assessore livornese Lemmetti, che giudica quel parere come alcuni cittadini disinvolti giudicano il rosso dei semafori, un semplice consiglio, di cui si può tener conto ma anche no. Per Lemmetti e la giunta capitolina il parere 'tecnico dell' OREF non è vincolante' .
Curioso poi, che nella stessa pagina del Fatto quotidiano, insistendo sulla tesi della stampa di regime: 'stampa e regime' a caratteri cubitali, campeggi una foto della Raggi, con fascia tricolore, ed articolone di contorno nel quale lei spiega che ai pm non ha detto il falso, sulla nomina del Marra n.2, quando disse che quella nomina fu decisa da lei e dal suo assessore. Dunque anche l'accusa resistente, quella di 'falso', entro breve cadrà e i giornaloni si meriteranno una bella dose di fischi anche dal Fatto quotidiano
martedì 19 settembre 2017
Il vero scandalo non è Veronica Oliva, ma Fabio Fazio, detto 'Fabbio'
Nella nostra quotidiana puntatina all'edicola sotto casa, oltre i soliti quotidiani, ci siamo fatti convincere dalla copertina, ad acquistare anche un noto settimanale, sulla quale campeggiava, un titolone: 'Per questa donna Fazio è nella bufera', settimanale che mai e poi mai avremmo comprato per il resto dei servizi.
La copertina ritrae anche Fazio in compagnia di una giovane donna, Veronica Oliva, che è fra le autrici di 'Che tempo che fa' e lo è stata anche delle trasmissioni extra di Fazio. Della quale, altri settimanali, specializzati in gossip e rivelazione sui vip e sulle persone del loro circondario, hanno scritto che aveva iniziato come 'guardarobiera' della trasmissione di Fazio, e che poi aveva scalato tutti i gradini intermedi fino a raggiungere, e a stabilirvisi, quello di 'autore'. I giornali accennano anche ad altro, e cioè che fra Fabbio e la Veronica ci sia del tenero, e che il mega contratto che Lei ha sottoscritto con la società Officina CHE PRODUCE IL PROGRAMMA, è di proprietà anche di Fabbio, il quale le assegna la bella cifra di 300.000 Euro circa, superiore anche a quello del direttore generale Rai, Mario Orfeo.
Avesse lavorato in Rai, dipendente o in qualunque altra maniera, ancor più se collaboratrice, appena superata la cifra di 80.000 Euro come compenso, il suo nome figurava nell'elenco dei dipendenti e collaboratori, di pubblico dominio. Ma lì il suo nome non c'è. Dunque se anche percepisce quel compenso - non male, direbbe Selvaggia Lucarelli che un compenso simile ambirebbe ricevere dal Fatto Quotidiano, ma Travaglio e Padellaro fanno orecchie da mercante; e per questo ha chiesto a Fazio di arruolarla fra i suoi autori, pagandola anche meno, ma non di tanto, di Veronica Oliva - il compenso glielo dà la società produttrice che è anche di Fazio. Fabbio un corno, perchè la società si fa pagare il prodotto dalla Rai, e se lo fa pagare profumatamente - per poter compensare anche profumatamente la Oliva?
Ora non è scandaloso che una ragazza, partita come guardarobiera sia diventata, applicandosi ed applicandosi, autrice del programma nel quale si era introdotta, con un lavoro fra i più umili.
Non sarebbe il primo caso e neppure l'ultimo. Conoscete la diva del canto Anna Netrebko, bella brava e strapagata? Lei, da giovane, tanto era l'amore per l'opera, che per entrare al Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, s'era fatta assumere come donna delle pulizie. Ed oggi è una diva dei teatri d'opera, dal cachet stellare.
E non è neppure scandaloso che fra lei e Fabbio, qualora fosse vero, sia scoccato l'amore. beati loro. Come non lo è neanche il suo compenso, che possiamo almeno definire generoso?
LO scandalo, quello vero è Fabbio che riesce sempre a farsi dare, dai dirigenti consenzienti e di manica larga ma con i soldi pubblici Rai, quello che vuole, non vergognandosi lui che poi fa il moralista e predicatore, dal suo pulpito della domenica sera. Quello è il vero scandalo, e la giustificazione che lui si fa pagare per quello che vale e secondo il mercato, è una giustificazione del c... . Peggio ancora fanno coloro che le sue richieste esosissime ed anche un pò scandalose assecondano, nel finto timore che il giovanotto dalle uova d'oro - più per il suo pollaio che per quello della televisione pubblica - vada a deporle altrove. E tutto per quell'altra idiota storia del political correct di cui Fabbio si ritiene essere l'incarnazione.
La copertina ritrae anche Fazio in compagnia di una giovane donna, Veronica Oliva, che è fra le autrici di 'Che tempo che fa' e lo è stata anche delle trasmissioni extra di Fazio. Della quale, altri settimanali, specializzati in gossip e rivelazione sui vip e sulle persone del loro circondario, hanno scritto che aveva iniziato come 'guardarobiera' della trasmissione di Fazio, e che poi aveva scalato tutti i gradini intermedi fino a raggiungere, e a stabilirvisi, quello di 'autore'. I giornali accennano anche ad altro, e cioè che fra Fabbio e la Veronica ci sia del tenero, e che il mega contratto che Lei ha sottoscritto con la società Officina CHE PRODUCE IL PROGRAMMA, è di proprietà anche di Fabbio, il quale le assegna la bella cifra di 300.000 Euro circa, superiore anche a quello del direttore generale Rai, Mario Orfeo.
Avesse lavorato in Rai, dipendente o in qualunque altra maniera, ancor più se collaboratrice, appena superata la cifra di 80.000 Euro come compenso, il suo nome figurava nell'elenco dei dipendenti e collaboratori, di pubblico dominio. Ma lì il suo nome non c'è. Dunque se anche percepisce quel compenso - non male, direbbe Selvaggia Lucarelli che un compenso simile ambirebbe ricevere dal Fatto Quotidiano, ma Travaglio e Padellaro fanno orecchie da mercante; e per questo ha chiesto a Fazio di arruolarla fra i suoi autori, pagandola anche meno, ma non di tanto, di Veronica Oliva - il compenso glielo dà la società produttrice che è anche di Fazio. Fabbio un corno, perchè la società si fa pagare il prodotto dalla Rai, e se lo fa pagare profumatamente - per poter compensare anche profumatamente la Oliva?
Ora non è scandaloso che una ragazza, partita come guardarobiera sia diventata, applicandosi ed applicandosi, autrice del programma nel quale si era introdotta, con un lavoro fra i più umili.
Non sarebbe il primo caso e neppure l'ultimo. Conoscete la diva del canto Anna Netrebko, bella brava e strapagata? Lei, da giovane, tanto era l'amore per l'opera, che per entrare al Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, s'era fatta assumere come donna delle pulizie. Ed oggi è una diva dei teatri d'opera, dal cachet stellare.
E non è neppure scandaloso che fra lei e Fabbio, qualora fosse vero, sia scoccato l'amore. beati loro. Come non lo è neanche il suo compenso, che possiamo almeno definire generoso?
LO scandalo, quello vero è Fabbio che riesce sempre a farsi dare, dai dirigenti consenzienti e di manica larga ma con i soldi pubblici Rai, quello che vuole, non vergognandosi lui che poi fa il moralista e predicatore, dal suo pulpito della domenica sera. Quello è il vero scandalo, e la giustificazione che lui si fa pagare per quello che vale e secondo il mercato, è una giustificazione del c... . Peggio ancora fanno coloro che le sue richieste esosissime ed anche un pò scandalose assecondano, nel finto timore che il giovanotto dalle uova d'oro - più per il suo pollaio che per quello della televisione pubblica - vada a deporle altrove. E tutto per quell'altra idiota storia del political correct di cui Fabbio si ritiene essere l'incarnazione.
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sabato 16 settembre 2017
Marco Travaglio ha visto giusto su Virginia Raggi e sui suoi disastri romani. Altro che ironia
Adesso che Di Maio, obtorto collo (che sceneggiata!), ha deciso di accettare la candidatura a premier, per il suo movimento, candidatura che lo porterà anche a reggere le sorti del partito - ma non si criticava Renzi perchè da premier guidava anche la segreteria del PD? - vien da convincersi che i guai non vengono mai da soli. Non bastava Raggi, ci voleva anche Di Maio? L'unica speranza è che il popolo degli elettori si ravveda e non faccia l'ulteriore tragico errore di mettere, dopo Roma, anche l'Italia, nelle mani di un perfetto incapace, alle prime armi con l'amministrazione pubblica, non di una città ma del paese. Dio ce ne scampi!
Ma adesso che il pericolo Di Maio è ancora lontano e ci sarebbe tempo per scongiurarlo, vogliamo fermarci alla Raggi, che Travaglio nei giorni scorsi ha difeso a spada tratta contro tutti quelli che vorrebbero ritenerla responsabile di tutti i mali di Roma passati e presenti, compreso - ironizzava il giornalista - un eventuale futuro assalto di cavallette e l' invasione dei dinosauri.
Per le cavallette ed anche per i dinosauri Travaglio ha buon gioco a difendere la Raggi. Ma, per quasi tutto il resto tirato in ballo, con acuta ironia, no.
Ieri s'è venuto a sapere, dopo la paventata epidemia del morso della zanzara tigre che sta colpendo, in modo particolare nel Lazio, ed anche a Roma, ma che si teme colpirà ancora fino a quando il clima non diventerà freddo, che l'assessore Montanari, ad aprile quando si doveva prevenire, non ha dato seguito alla normale disinfestazione, per il timore di nuocere all'ambiente. Cioè quei disinfettanti che gli avvisi affissi nei vari condomini, che a loro volta praticano la disinfestazione in spazi privati, assicurano non essere nocivi per le persone, lo sarebbero, secondo la assessora alla monnezza, per l'ambiente. Fatto sta che la mancata generale disinfestazione pubblica ha fatto sì che le larve con il clima caldo si schiudessero e facessero uscire le temibili zanzare.
La Raggi non ha ascoltato neanche il primo allarme nei primi giorni di settembre, quando la si invitava a provvedere con urgenza, anche se troppo tardi, alla disinfestazione. Lei ha atteso una settimana, consentendo ad altre zanzare di volare libere e mordere gli ignari incolpevoli cittadini.
La disinfestazione da sola non basta, Travaglio; occorre anche che i cassonetti per la raccolta dei rifiuti vengano regolarmente svuotati e disinfettati per evitare, dopo le zanzare, anche i ratti che ora girano indisturbati a pascersi nella monnezza.
Travaglio, scherzi ed ironia a parte, dovrebbe spiegare perchè non dovremmo attribuire alla Raggi la responsabilità - che è sua e solo sua - di questi disastri.
Il direttore del Il Fatto Quotidiano che ieri si è improvvisato critico musicale del suo giornale, per il concerto di Bocelli al Colosseo, dove naturalmente era ospite: due ore di bellezza, ha scritto, dimostrando di non avere nessuna contezza del dozzinale spettacolo (perchè non ha chiesto a Isotta di scriverne?), avrebbe dovuto prestare ascolto al lapsus di Bocelli, il quale nell'Inno a Roma di Puccini, avrebbe cantato, se abbiamo sentito bene, rivolto al 'Sole che sorge,: non vedrai nessuna cosa al mondo peggior ( maggior, dice il testo originale) di Roma, sotto la Raggi. Alla quale, presente al concerto, sono sicuramente fischiate le orecchie
Ma adesso che il pericolo Di Maio è ancora lontano e ci sarebbe tempo per scongiurarlo, vogliamo fermarci alla Raggi, che Travaglio nei giorni scorsi ha difeso a spada tratta contro tutti quelli che vorrebbero ritenerla responsabile di tutti i mali di Roma passati e presenti, compreso - ironizzava il giornalista - un eventuale futuro assalto di cavallette e l' invasione dei dinosauri.
Per le cavallette ed anche per i dinosauri Travaglio ha buon gioco a difendere la Raggi. Ma, per quasi tutto il resto tirato in ballo, con acuta ironia, no.
Ieri s'è venuto a sapere, dopo la paventata epidemia del morso della zanzara tigre che sta colpendo, in modo particolare nel Lazio, ed anche a Roma, ma che si teme colpirà ancora fino a quando il clima non diventerà freddo, che l'assessore Montanari, ad aprile quando si doveva prevenire, non ha dato seguito alla normale disinfestazione, per il timore di nuocere all'ambiente. Cioè quei disinfettanti che gli avvisi affissi nei vari condomini, che a loro volta praticano la disinfestazione in spazi privati, assicurano non essere nocivi per le persone, lo sarebbero, secondo la assessora alla monnezza, per l'ambiente. Fatto sta che la mancata generale disinfestazione pubblica ha fatto sì che le larve con il clima caldo si schiudessero e facessero uscire le temibili zanzare.
La Raggi non ha ascoltato neanche il primo allarme nei primi giorni di settembre, quando la si invitava a provvedere con urgenza, anche se troppo tardi, alla disinfestazione. Lei ha atteso una settimana, consentendo ad altre zanzare di volare libere e mordere gli ignari incolpevoli cittadini.
La disinfestazione da sola non basta, Travaglio; occorre anche che i cassonetti per la raccolta dei rifiuti vengano regolarmente svuotati e disinfettati per evitare, dopo le zanzare, anche i ratti che ora girano indisturbati a pascersi nella monnezza.
Travaglio, scherzi ed ironia a parte, dovrebbe spiegare perchè non dovremmo attribuire alla Raggi la responsabilità - che è sua e solo sua - di questi disastri.
Il direttore del Il Fatto Quotidiano che ieri si è improvvisato critico musicale del suo giornale, per il concerto di Bocelli al Colosseo, dove naturalmente era ospite: due ore di bellezza, ha scritto, dimostrando di non avere nessuna contezza del dozzinale spettacolo (perchè non ha chiesto a Isotta di scriverne?), avrebbe dovuto prestare ascolto al lapsus di Bocelli, il quale nell'Inno a Roma di Puccini, avrebbe cantato, se abbiamo sentito bene, rivolto al 'Sole che sorge,: non vedrai nessuna cosa al mondo peggior ( maggior, dice il testo originale) di Roma, sotto la Raggi. Alla quale, presente al concerto, sono sicuramente fischiate le orecchie
martedì 12 settembre 2017
Ci viene da pensare che la sindaca Raggi sia anche scema
All'indomani del nubifragio abbattutosi su Roma, con strade allagate, metro interrotta, la sindaca che ammette di aver fatto pulire le caditoie cittadine 6.000 su oltre 80.000 - altrimenti il disastro sarebbe stato ancora più grave, ha detto - dunque per niente, dichiara che la città 'ha retto', di fronte all'emergenza. A questo punto viene il sospetto che la Raggi oltre che incompetente ed incapace, come ha ormai dimostrato senza possibilità di smentite, sia anche scema, sì SCEMA: che altro pensare a seguito di queste sue dichiarazioni? Nessun commento è possibile.
C'è invece da registrare qualche falla nel fronte che la difende a spada tratta da tempo. Non ci riferiamo a quelli del suo partito che la difendono e sostengono, contro gli altri, sempre del suo stesso partito, che la attaccano accusandola delle stesse manchevolezze di cui i cittadini tutti ormai la accusano.
Ci riferiamo al fronte dei giornali, dove da sempre ha primeggiato Il Fatto Quotidiano. Il quale oggi di fronte alla faccia tosta della sindaca che dichiara che Roma ha retto - forse in parte sì, ma lei ha rotto! - a commento delle dichiarazioni della Raggi, incommentabili, pubblica una vignetta di Mannelli, più incisiva di qualunque commento, anche il più duro. 'Non vi abbiamo razionato l'acqua'. Vero!
C'è invece da registrare qualche falla nel fronte che la difende a spada tratta da tempo. Non ci riferiamo a quelli del suo partito che la difendono e sostengono, contro gli altri, sempre del suo stesso partito, che la attaccano accusandola delle stesse manchevolezze di cui i cittadini tutti ormai la accusano.
Ci riferiamo al fronte dei giornali, dove da sempre ha primeggiato Il Fatto Quotidiano. Il quale oggi di fronte alla faccia tosta della sindaca che dichiara che Roma ha retto - forse in parte sì, ma lei ha rotto! - a commento delle dichiarazioni della Raggi, incommentabili, pubblica una vignetta di Mannelli, più incisiva di qualunque commento, anche il più duro. 'Non vi abbiamo razionato l'acqua'. Vero!
domenica 13 agosto 2017
Per favore, aprite gli occhi al 'Fatto Quotidiano' sulla monnezza a Roma
Fa bene il giornale diretto da Marco Travaglio a bacchettare gli altri giornali quando le sparano grosse; anche oggi Il Fatto si è esercitato in questo sport, sparando addosso ai due maggiori quotidiani, cui imputa articoli inesatti o vere e proprie bufale che d'estate, sono una costante del gironalismo in vacanza.
In un altro articoletto di contenuto simile, ha imputato al Sole 24 Ore di predicar bene e razzolar male, riferendosi alle ricette, ed anche alle prediche, impartite da Confindustria attraverso il suo giornale che, amministrativamente è nei guai - e forse per questo porterà in giudizio i precedenti amministratori, direttore Napoletano compreso - ed ha anche raccontato bugie sulle vendite ed altro ancora. Insomma una vergogna. Dunque giustamente bacchettato!
Ancora oggi Il Fatto, tornando a parlare, in un terzo articoletto, dei giornali troppo distratti per vedere come stanno le cose, li rimprovera per non aver notato e riferito che la monnezza è sparita dalle strade di Roma. Naturalmente, fa presente che i romani rimasti a casa d'agosto sono molti di meno e dunque meno monnezza produce la città quindi più facile raccoglierla tutta. Però, dice Il Fatto, se la monnezza non c'è più, complice le vacanze dei romani, perchè non dire che l'amministrazione sta facendo fronte alla emergenza rifiuti?
E qui Il Fatto che è come quei ciechi per posizione, che non vogliono vedere, non riesce neanche a vedere che la monnezza c'è ancora, persiste, per le strade; e che le aree dove sono i cassonetti, per la gran arte sventrati, sembrano delle discariche. Parliamo di Roma città, non della periferia ed oltre. L'altro giorno abbiamo segnalato che proprio dalle nostre parti, sulla Nomentana, all'altezza del palazzo dell'INAIL si poteva ammirare una fila di cassonetti strapieni, e per terra bustoni pieni di altra monnezza. Lo spettacolo s'è goduto per una settimana e oltre, prima che l'efficiente assessore Montanari mandasse i suoi a ripulire.
Dei nostri conoscenti che abitano in altre zone di Roma ci hanno detto che lì hanno sostituito i cassonetti vecchi con dei nuovi. Beati loro! Da noi no, ed andrebbero sostituiti anche da noi, perchè sembrano bombardati e puzzano di una puzza insopportabile.
Che la monnezza persiste, a dispetto dei ciechi de Il fatto, lo dimostra anche l'arrivo in città dei gabbiani che come uccelli rapaci si avventano sugli scarti alimentari gettati per strada, e li consumano anche nel traffico, incuranti delle macchine che potrebbero investirli, ma che, data la loro mole, cercano di evitarli. Ci è capitato di vederne due occupati a consumare il 'fiero pasto' proprio di fronte al noto ristorante-bar 'Lo zio d'america', in zona Ojetti, l'altro ieri. Forse avremmo dovuto fotografarli con il telefonino ed inviare l'immagine al Fatto quotidiano, appuntando una copia del Fatto al becco di uno dei gabbiani, per verificarne la data.
In un altro articoletto di contenuto simile, ha imputato al Sole 24 Ore di predicar bene e razzolar male, riferendosi alle ricette, ed anche alle prediche, impartite da Confindustria attraverso il suo giornale che, amministrativamente è nei guai - e forse per questo porterà in giudizio i precedenti amministratori, direttore Napoletano compreso - ed ha anche raccontato bugie sulle vendite ed altro ancora. Insomma una vergogna. Dunque giustamente bacchettato!
Ancora oggi Il Fatto, tornando a parlare, in un terzo articoletto, dei giornali troppo distratti per vedere come stanno le cose, li rimprovera per non aver notato e riferito che la monnezza è sparita dalle strade di Roma. Naturalmente, fa presente che i romani rimasti a casa d'agosto sono molti di meno e dunque meno monnezza produce la città quindi più facile raccoglierla tutta. Però, dice Il Fatto, se la monnezza non c'è più, complice le vacanze dei romani, perchè non dire che l'amministrazione sta facendo fronte alla emergenza rifiuti?
E qui Il Fatto che è come quei ciechi per posizione, che non vogliono vedere, non riesce neanche a vedere che la monnezza c'è ancora, persiste, per le strade; e che le aree dove sono i cassonetti, per la gran arte sventrati, sembrano delle discariche. Parliamo di Roma città, non della periferia ed oltre. L'altro giorno abbiamo segnalato che proprio dalle nostre parti, sulla Nomentana, all'altezza del palazzo dell'INAIL si poteva ammirare una fila di cassonetti strapieni, e per terra bustoni pieni di altra monnezza. Lo spettacolo s'è goduto per una settimana e oltre, prima che l'efficiente assessore Montanari mandasse i suoi a ripulire.
Dei nostri conoscenti che abitano in altre zone di Roma ci hanno detto che lì hanno sostituito i cassonetti vecchi con dei nuovi. Beati loro! Da noi no, ed andrebbero sostituiti anche da noi, perchè sembrano bombardati e puzzano di una puzza insopportabile.
Che la monnezza persiste, a dispetto dei ciechi de Il fatto, lo dimostra anche l'arrivo in città dei gabbiani che come uccelli rapaci si avventano sugli scarti alimentari gettati per strada, e li consumano anche nel traffico, incuranti delle macchine che potrebbero investirli, ma che, data la loro mole, cercano di evitarli. Ci è capitato di vederne due occupati a consumare il 'fiero pasto' proprio di fronte al noto ristorante-bar 'Lo zio d'america', in zona Ojetti, l'altro ieri. Forse avremmo dovuto fotografarli con il telefonino ed inviare l'immagine al Fatto quotidiano, appuntando una copia del Fatto al becco di uno dei gabbiani, per verificarne la data.
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venerdì 7 luglio 2017
Se non Woodcock chi altri? Un caso analogo, ma meno grave, che ci toccò personalmente
Vi raccontiamo una storia di sopruso di tanti anni fa, che fa il paio con quella di questi giorni nella quale è coinvolto il PM Woodcock e che riguarda il caso Consip, sul quale le notizie pubblicate da Il Fatto Quotidiano, si fatica a capire chi può averle fornite.
La storia ha come protagonista Cesare Mazzonis, si svolse alla fine degli anni Settanta quando lui era direttore artistico dell'Orchestra sinfonica della RAI di Roma, e riguarda noi che allora muovevamo i primi passi nel mondo giornalistico per il quotidiano Paese Sera.
La storia ha come protagonista Cesare Mazzonis, si svolse alla fine degli anni Settanta quando lui era direttore artistico dell'Orchestra sinfonica della RAI di Roma, e riguarda noi che allora muovevamo i primi passi nel mondo giornalistico per il quotidiano Paese Sera.
Da giovane cronista, quale noi eravamo, entusiasta del suo nuovo lavoro, destinato all'edizione pomeridiana del celebre quotidiano, più esattamente alla ben nota pagina 'Stasera a Roma', governata da Riccardo Minuti, nel corso delle vacanze estive del 1979, domandammo al responsabile della redazione 'Spettacoli' se era interessato ad ospitare delle anticipazioni sulla imminente stagione dell'Orchestra sinfonica della RAI di Roma, guidata da Cesare Mazzonis, che ora per l'ennesima volta ( dopo Scala, Maggio Fiorentino, Orchestra Mozart) è tornato a dirigere la stagione dell'Orchestra sinfonica Nazionale della Rai, a Torino.
Alla risposta affermativa, contattammo Mazzonis, il quale ci fissò un appuntamento nel suo ufficio di Viale Mazzini, dove lo incontrammo alla data stabilita. Ci fornì alcune anticipazioni, non il calendario completo della stagione, secondo i patti, e noi confezionammo l'articolo e lo consegnammo al giornale, dove apparve immediatamente dopo. Nessuno disse nulla all'uscita del pezzo, tanto meno Mazzonis, visto che le notizie ce le aveva fornito proprio lui - chi altri avrebbe potuto? - assecondando il costume giornalistico di cercare notizie, prima che diventino di pubblico dominio.
Senonché quando ci fu la conferenza stampa, Cesare Mazzonis, evidentemente pentito, si ricordò delle anticipazioni uscite su Paese Sera, a seguito delle informazioni da lui stesso forniteci e chiese a Piero Dallamano, critico ufficiale del giornale, al quale collaborava anche Bruno Cagli, il nostro licenziamento - premettiamo che non fummo mai assunti, nonostante i due anni intensissimi di collaborazione - con la seguente motivazione: “se anche voi che siete giornali 'amici' (intendeva PCI) invalidate il senso della conferenza stampa - come noi avevamo fatto anticipando alcune notizie - allora... e perciò Acquafredda deve essere punito.
Vigliacco di un Mazzonis che se la prende con un giovane cronista. Dallamano acconsentì e chiamò, seduta stante, il responsabile degli 'Spettacoli' chiedendo che fossimo licenziati. La decisione ci venne comunicata immediatamente, e fu comunicata anche al responsabile della pagina 'Stasera a Roma' per la quale giornalmente lavoravamo, e cioè a Riccardo Minuti, il quale si oppose dicendo che potevamo continuare a scrivere per la sua pagina, pur con il divieto di scrivere sugli 'Spettacoli' che avevano ospitato quelle nostre anticipazioni, il cui materiale ci era stato fornito da Cesare Mazzonis - è bene ribadirlo.
Risulta dunque chiaro che se non fosse stato lo stesso Cesare Mazzonis a fornirci quelle notizie da nessun altro avremmo potuto averle.
Le analogie con il caso Consip nel quale è coinvolto il PM napoletano Woodcock, a causa della fuga di notizie, sono evidenti. Ora la magistratura romana, sta tentando di capire se oltre il PM napoletano, ci sia stato qualcun altro, a conoscenza degli atti, a passare a Marco Lillo, de Il Fatto quotidiano, notizie relative al caso. ma certamente il primo indiziato non può che essere il magistrato napoletano. E se non lui, qualcuno sul quale lui potrebbe -volontariamente (?) - non aver vigilato il giusto.
mercoledì 17 maggio 2017
'Padri e figli' oggi e 'Poteri forti (o quasi)' ieri, risolleveranno le sorti dell'editoria in Italia?
Nel breve volgere di una settimana appena, in Italia, è il libro ad essere sbattuto in prima pagina, con grande gioia degli editori, ma anche degli autori. Non accadeva da anni. Neppure la Fiera del libro bis, a Milano, ha suscitato altrettanto scalpore.
Prima il libro di De Bortoli (pubblicato dalla nuova casa editrice della Sgarbi, alla quale darà sicuramente ossigeno) nel quale, scalpore ha fatto una decina di righe con la rivelazione attribuita al manager di Unicredit, Ghizzoni, relativa a presunte pressioni della ministra Boschi - la stanno strattonando quasi ogni giorno; lasciatela stare, rischiate di sgualcirla.,mentre a noi piace com'è - per fargli salvare la banca dove suo papà era vicepresidente; poi quello di Lillo - che proprio oggi arriva in edicola ( edito da il Fatto quotidiano; una manna per un giornale le cui vendite non sono esaltanti), nel quale un'altra vicenda di 'padre e figlio' giusto il titolo, si impone all'attenzione, e cioè i rapporti fra Renzi e suo padre Tiziano, sulla vicenda Consip.
Il presidente del PD, Orfini, proprio ieri ha messo in guardia. Le due rivelazioni, ma soprattutto la seconda, non è soltanto 'indebita' rivelazione di intercettazione - che la Procura di Roma ha bollato come illegale, aprendo un'indagine su chi avrebbe fatto uscire la notizia - ma una minaccia per la democrazia, per la tenuta del sistema democratico.
E' evidente che Orfini l'ha sparata grossa. Come può la semplice rivelazione di una intercettazione, dove fra l'altro - ammesso che i protagonisti non abbiano giocato 'a guardie e ladri' - il prossimo candidato premier del PD ci fa una bella figura, da 'guardia', mettere in pericolo la tenuta democratica? Come può Orfini, l'Italia squassata giornalmente da rivelazioni di ben altri scandali, senza che nessuno si preoccupi essere in fibrillazione per una intercettazione rivelata? Siamo tutti convinti che Roma, che di scandali ne ha visti e subiti, ma è ancora là, magari acciaccata ma sopravvissuta, supererà anche quest'ennesimo scandaletto.
Il Vangelo, infine, ci ricorda che 'è necessario che gli scandali avvengano', senza spiegare con chiarezza il perché. Che invece ci spiegano sia la casa editrice di Sgarbi che quella del quotidiano. Senza scandali, come facciamo a sopravvivere?
Prima il libro di De Bortoli (pubblicato dalla nuova casa editrice della Sgarbi, alla quale darà sicuramente ossigeno) nel quale, scalpore ha fatto una decina di righe con la rivelazione attribuita al manager di Unicredit, Ghizzoni, relativa a presunte pressioni della ministra Boschi - la stanno strattonando quasi ogni giorno; lasciatela stare, rischiate di sgualcirla.,mentre a noi piace com'è - per fargli salvare la banca dove suo papà era vicepresidente; poi quello di Lillo - che proprio oggi arriva in edicola ( edito da il Fatto quotidiano; una manna per un giornale le cui vendite non sono esaltanti), nel quale un'altra vicenda di 'padre e figlio' giusto il titolo, si impone all'attenzione, e cioè i rapporti fra Renzi e suo padre Tiziano, sulla vicenda Consip.
Il presidente del PD, Orfini, proprio ieri ha messo in guardia. Le due rivelazioni, ma soprattutto la seconda, non è soltanto 'indebita' rivelazione di intercettazione - che la Procura di Roma ha bollato come illegale, aprendo un'indagine su chi avrebbe fatto uscire la notizia - ma una minaccia per la democrazia, per la tenuta del sistema democratico.
E' evidente che Orfini l'ha sparata grossa. Come può la semplice rivelazione di una intercettazione, dove fra l'altro - ammesso che i protagonisti non abbiano giocato 'a guardie e ladri' - il prossimo candidato premier del PD ci fa una bella figura, da 'guardia', mettere in pericolo la tenuta democratica? Come può Orfini, l'Italia squassata giornalmente da rivelazioni di ben altri scandali, senza che nessuno si preoccupi essere in fibrillazione per una intercettazione rivelata? Siamo tutti convinti che Roma, che di scandali ne ha visti e subiti, ma è ancora là, magari acciaccata ma sopravvissuta, supererà anche quest'ennesimo scandaletto.
Il Vangelo, infine, ci ricorda che 'è necessario che gli scandali avvengano', senza spiegare con chiarezza il perché. Che invece ci spiegano sia la casa editrice di Sgarbi che quella del quotidiano. Senza scandali, come facciamo a sopravvivere?
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mercoledì 5 aprile 2017
Se il Teatro dell'Opera di Roma con Fuortes è in queste condizioni, che ne sarà del Teatro del Maggio a Firenze, con Chiarot?
Quando Francesco Bianchi decideva di gettare la spugna sull'orlo di una drammatica crisi di bilancio - l'ennesima - dell'Opera di Firenze, della quale era stato messo a capo prima come commissario e poi da Sovrintendente, il primo nome che correva sulla bocca di tutti, pensando ad un possibile sostituto/ salvatore, era quello di Fuortes che Franceschini ora e Nastasi, per Franceschini, prima, volevano a capo di tutte le fondazioni, credendolo dotato di capacità taumaturgiche manifestatesi all'Auditorium di Roma - ma solo lì, perchè anche il suo passaggio al Teatro Petruzzelli di Bari, a posteriori, non è stato rose e fiori.
Ma si sa che il 'modello auditorium' non è esportabile per mille ed una ragione, la prima delle quali è che non ha in pianta stabile masse - le definiscono così anche se di qualità - artistiche, come qualunque fondazione lirica; e la seconda che l'Auditorium con la complessa ricchezza di spazi si presta ad essere affittato per qualunque manifestazione, alla Coldiretti, agli estimatori del tango o del flamenco, ad una nazione dell'estremo oriente con la cucina in primo piano che ci fa un festival dimostrativo, ai vari festival: filosofia ,scienza, storia, libri e cinema. E poi la pista di ghiaccio a Natale, e le convention di ogni genere, e le riunioni di Confindustria ecc.. ecc... tutte cose che costano poco e rendono molto. Ma forse oggi l'Auditorium batte in ritirata per la concorrenza della Nuvola di Fuksas, all'Eur.
E poi...poi non va sottovalutato l'apporto finanziario capitolino, forte del quale Fuortes nei dieci anni all'Auditorium viaggiava baldanzoso, perchè garantitogli sempre da governanti amici- e per un pezzo anche da amici 'per caso', Alemanno, che gli mise alle costole Regina (o 'del sigaro toscano') e mandò via Borgna che se la prese molto a ragione. Ora la giunta Raggi, al contrario, chiederà in cambio qualcosa e forse diventerà più sparagnina - anzi lo è già diventata - con le istituzioni culturali cittadine.
Con un medagliere così rilucente sul petto, il generale Fuortes è apparso al miope Franceschini ed anche a Nastasi, che non poteva muovere la sua mole alla stessa velocità del generale,
un 'cristointerra', capace di fare miracoli nella gestione degli enti culturali. Per questo lo mandarono a Bari, lasciandogli anche la gestione dell'Auditorium (ma forse sarà stato lui a puntare i piedi per tenerselo, non sapendo come sarebbe finita l'esperienza barese), poi l'hanno voluto commissario dell'Opera di Roma (sempre mantenendo l'Auditorium) fino alla sua nomina a sovrintendente dell'Opera, dopo la quale ha dovuto, suo malgrado, abbandonare l'Auditorium.
Un solo particolare sulla multigestione di Fuortes. Marino, che d'accordo con Franceschini l'aveva nominato, si faceva vanto di avere il 'mejo' sovrintendente in circolazione, a costo zero. Perchè dall'Opera egli prendeva poche migliaia di Euro. Il quale però - ma questo Marino non lo diceva e tanto meno Fuortes - zitto zitto si è sempre fatto pagare il massimo consentito, come del resto sarebbe giusto per un buon amministratore , e cioè intorno ai 240.000 Euro. Infatti a far raggiungere a Fuortes quella cifra ci pensava l'Auditorium.
Insediatosi come sovrintendete, nessuno ha contestato a Fuortes l'inutile e costosa presenza di due direttori artistici che oggi fanno spendere all'Opera forse più di quanto aveva risparmiato ai primi tempi, ma sempre tenendo presente che a Fuortes pensava l'Auditorium.
Tornando a noi, Fuortes - secondo il detto: fatti un nome poi fotti tutti - Franceschini l'ha voluto come commissario a Verona per salvare l''Arena, disastrata dal Girondini, pupillo di Tosi ( a che punto il salvataggio sia oggi non sappiamo); lui resta ancora commissario, nonostante sia stato nominato un sovrintendente 'a tempo' che Fuortes ha preso dal suo primo domicilio romano: dall'Accademia di Santa Cecilia.
Appena si è diffusa la voce del disastro fiorentino, il primo nome che s'è ascoltato del salvatore, invocato da tutti, è stato ancor una volta quello di Fuortes.
Ora dopo la diagnosi impietosa de 'Il fatto quotidiano' che mette in dubbio il miracolo di Fuortes a Roma, si avrà ancor il coraggio di invocarlo per ogni situazione critica? Forse non più. 'Medice, cura te ipsum' gli direbbero i latini; e poi, semmai dopo che avrai portato la salute a casa tua - l'Opera di Roma - vai a curare anche altri 'extra moenia'.
Ciò detto, pensando al caso dell'Opera di Firenze, che è ancora più drammatico di Roma, Cristiano Chiarot, appena nominato sovrintendente, non dorme sonni tranquilli. Perchè - e lo sa bene anche lui - Firenze non è Venezia, l'Opera di Firenze non è la Fenice; e un teatro disastrato è più difficile (forse impossibile) da gestire di un teatro che ha i conti quasi in ordine o con qualche buchetto.
Ma allora perché ha deciso di andarsi ad immolare, a metaforicamente suicidarsi, lontano da casa? Per ambizione? per incoscienza? Per ambizione ed incoscienza insieme? O per i soldi che Franceschini (Renzi) ha deciso di iniettare nelle casse VUOTE e BUCATE del teatro fiorentino?
Ci viene il dubbio che l'allarme lanciato sul Teatro dell'Opera di Roma, preluda ad una iniezione ministeriale di denaro fresco nella speranza, questa volta almeno, che Fuortes il benedetto miracolo di una sana gestione e del risanamento dei conti riesca a farlo. Inutile sperare nell'aiuto del Campidoglio che ha già fatto capire a Fuortes che non sarà della stessa manica larga dei governi precedenti e che ha già limato il suo contributo che è il più ALTO DI UN COMUNE alla propria fondazione lirica.
E qui si avvera la vecchia profezia/ammonimento di Gian Paolo Cresci : se volete un teatro di 'rappresentanza' tirate fuori i soldi; perchè quelli che si ricevono normalmente non basteranno mai. Tutti lo criticarono, ma poi quando per qualche tempo ci passò dalle stanze della sovrintendenza del Costanzi, anche l'avvocato Vittorio Ripa di Meana, anch'egli fece sua quella profezia/ ammonimento/richiesta; ed ora, senza dirlo apertamente, sta per sottoscrivere anche Fuortes. Perché i miracoli non li fa più nessuno. Capito Chiarot?
Ma si sa che il 'modello auditorium' non è esportabile per mille ed una ragione, la prima delle quali è che non ha in pianta stabile masse - le definiscono così anche se di qualità - artistiche, come qualunque fondazione lirica; e la seconda che l'Auditorium con la complessa ricchezza di spazi si presta ad essere affittato per qualunque manifestazione, alla Coldiretti, agli estimatori del tango o del flamenco, ad una nazione dell'estremo oriente con la cucina in primo piano che ci fa un festival dimostrativo, ai vari festival: filosofia ,scienza, storia, libri e cinema. E poi la pista di ghiaccio a Natale, e le convention di ogni genere, e le riunioni di Confindustria ecc.. ecc... tutte cose che costano poco e rendono molto. Ma forse oggi l'Auditorium batte in ritirata per la concorrenza della Nuvola di Fuksas, all'Eur.
E poi...poi non va sottovalutato l'apporto finanziario capitolino, forte del quale Fuortes nei dieci anni all'Auditorium viaggiava baldanzoso, perchè garantitogli sempre da governanti amici- e per un pezzo anche da amici 'per caso', Alemanno, che gli mise alle costole Regina (o 'del sigaro toscano') e mandò via Borgna che se la prese molto a ragione. Ora la giunta Raggi, al contrario, chiederà in cambio qualcosa e forse diventerà più sparagnina - anzi lo è già diventata - con le istituzioni culturali cittadine.
Con un medagliere così rilucente sul petto, il generale Fuortes è apparso al miope Franceschini ed anche a Nastasi, che non poteva muovere la sua mole alla stessa velocità del generale,
un 'cristointerra', capace di fare miracoli nella gestione degli enti culturali. Per questo lo mandarono a Bari, lasciandogli anche la gestione dell'Auditorium (ma forse sarà stato lui a puntare i piedi per tenerselo, non sapendo come sarebbe finita l'esperienza barese), poi l'hanno voluto commissario dell'Opera di Roma (sempre mantenendo l'Auditorium) fino alla sua nomina a sovrintendente dell'Opera, dopo la quale ha dovuto, suo malgrado, abbandonare l'Auditorium.
Un solo particolare sulla multigestione di Fuortes. Marino, che d'accordo con Franceschini l'aveva nominato, si faceva vanto di avere il 'mejo' sovrintendente in circolazione, a costo zero. Perchè dall'Opera egli prendeva poche migliaia di Euro. Il quale però - ma questo Marino non lo diceva e tanto meno Fuortes - zitto zitto si è sempre fatto pagare il massimo consentito, come del resto sarebbe giusto per un buon amministratore , e cioè intorno ai 240.000 Euro. Infatti a far raggiungere a Fuortes quella cifra ci pensava l'Auditorium.
Insediatosi come sovrintendete, nessuno ha contestato a Fuortes l'inutile e costosa presenza di due direttori artistici che oggi fanno spendere all'Opera forse più di quanto aveva risparmiato ai primi tempi, ma sempre tenendo presente che a Fuortes pensava l'Auditorium.
Tornando a noi, Fuortes - secondo il detto: fatti un nome poi fotti tutti - Franceschini l'ha voluto come commissario a Verona per salvare l''Arena, disastrata dal Girondini, pupillo di Tosi ( a che punto il salvataggio sia oggi non sappiamo); lui resta ancora commissario, nonostante sia stato nominato un sovrintendente 'a tempo' che Fuortes ha preso dal suo primo domicilio romano: dall'Accademia di Santa Cecilia.
Appena si è diffusa la voce del disastro fiorentino, il primo nome che s'è ascoltato del salvatore, invocato da tutti, è stato ancor una volta quello di Fuortes.
Ora dopo la diagnosi impietosa de 'Il fatto quotidiano' che mette in dubbio il miracolo di Fuortes a Roma, si avrà ancor il coraggio di invocarlo per ogni situazione critica? Forse non più. 'Medice, cura te ipsum' gli direbbero i latini; e poi, semmai dopo che avrai portato la salute a casa tua - l'Opera di Roma - vai a curare anche altri 'extra moenia'.
Ciò detto, pensando al caso dell'Opera di Firenze, che è ancora più drammatico di Roma, Cristiano Chiarot, appena nominato sovrintendente, non dorme sonni tranquilli. Perchè - e lo sa bene anche lui - Firenze non è Venezia, l'Opera di Firenze non è la Fenice; e un teatro disastrato è più difficile (forse impossibile) da gestire di un teatro che ha i conti quasi in ordine o con qualche buchetto.
Ma allora perché ha deciso di andarsi ad immolare, a metaforicamente suicidarsi, lontano da casa? Per ambizione? per incoscienza? Per ambizione ed incoscienza insieme? O per i soldi che Franceschini (Renzi) ha deciso di iniettare nelle casse VUOTE e BUCATE del teatro fiorentino?
Ci viene il dubbio che l'allarme lanciato sul Teatro dell'Opera di Roma, preluda ad una iniezione ministeriale di denaro fresco nella speranza, questa volta almeno, che Fuortes il benedetto miracolo di una sana gestione e del risanamento dei conti riesca a farlo. Inutile sperare nell'aiuto del Campidoglio che ha già fatto capire a Fuortes che non sarà della stessa manica larga dei governi precedenti e che ha già limato il suo contributo che è il più ALTO DI UN COMUNE alla propria fondazione lirica.
E qui si avvera la vecchia profezia/ammonimento di Gian Paolo Cresci : se volete un teatro di 'rappresentanza' tirate fuori i soldi; perchè quelli che si ricevono normalmente non basteranno mai. Tutti lo criticarono, ma poi quando per qualche tempo ci passò dalle stanze della sovrintendenza del Costanzi, anche l'avvocato Vittorio Ripa di Meana, anch'egli fece sua quella profezia/ ammonimento/richiesta; ed ora, senza dirlo apertamente, sta per sottoscrivere anche Fuortes. Perché i miracoli non li fa più nessuno. Capito Chiarot?
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mercoledì 29 marzo 2017
Il caso Madia non è scandaloso per la tesi di laurea, ma per la sua carriera politica (s)folgorante sponsorizzata da Veltroni, in memoria del padre Stefano
Sbaglia 'Il fatto quotidiano' a prendersela con la tesi di laurea dell'attuale ministro Marianna Madia, presentata nel 2008, in una scuola superiore, specializzata in scienze economiche (IMT) sorta appena tre ani prima a Lucca, dove probabilmente la Madia si trasferì subito dopo la Laurea in scienze politiche alla Sapienza, conseguita nel 2004, l'anno medesimo in cui suo padre consigliere comunale, ma prima giornalista ed attore, morì a 49 anni, stroncato da un tumore che non gli lasciò scampo.
Oggi è sceso direttamente in campo il direttore della scuola di Lucca per difendere il valore della tesi di dottorato della Madia, scritta in inglese; lei che già si era laureata 'cum laude', essendo una nota 'secchiona' - come Lei stessa si è definita.
A darle una mano, alla morte del padre, fu Veltroni che la fece eleggere in Parlamento. Per una intera legislatura ha studiato, su consiglio di Miriam Mafai, e dopo Veltroni ha trovato un altro sponsor in Renzi che l'ha fatta ministra. Ha studiato ma non approfonditamente, perchè la sua riforma della Pubblica amministrazione è stata rimandata al mittente perchè con errori che ha dovuto, dopo aver studiato nuovamente la faccenda, emendare (vuol dire che proprio preparata non era!)
Come andò la storia da principio? Alla morte di Stefano Madia, che Veltroni aveva voluto nella sua lista e fatto eleggere come consigliere comunale tre anni prima, Veltroni prende a cuore le sorti della ragazza neolaureata, ma ancora, come tanti giovani, senza arte nè parte. Anche Lei lo è, ma di colpo diventa diversa per interessamento di Veltroni che alal prima occasione, dopo un pò di apprendistato, e il dottorato a Lucca, la vuole capolista del PD e la fa eleggere parlamentare.
A suo padre Veltroni fa intitolare una strada dalle parti del centro commerciale della Bufalotta, parallela a quella di Carmelo Bene, di Lionello e di altri grandi attori del nostro cinema, perchè anche Stefano Madia aveva fatto del cinema in gioventù; ma, ormai, la sua carriera si svolgeva altrove, fra giornalismo (Porta a Porta, con Bruno Vespa) e politica (Lista Veltroni, consigliere comunale).
Il suo buon cuore Veltroni l'ha mostrato almeno in un'altra occasione, che noi consociamo, ma siamo sicuri che sarà accaduto chissà quante altro volte, ma certamente mai con gente comune. Una seconda volta, ma anteriore al Caso di Madia, che noi consociamo, quando una tragica morte prematura toccò un altro suo fedelissimo collaboratore, forse il suo più fedele ed anche bravo ed intelligente. Veltroni in quattro e quattr'otto fece assumere in Rai il suo congiunto più prossimo.
Veltroni fece bene o male in ambedue i casi? Sicuramente bene, per dimostrare che nelle sue vene scorre sangue e non acqua. Bene nell'uno come nell'altro caso. Perché fra i due casi non c'è differenza di situazione - due morti tragiche in giovane età di persone a lui molto vicine, vicinissime - anche se nel secondo dei casi - il primo in ordine di tempo - si trattava di persona che era stata più che vicina vicinissima, al suo fianco sia nel partito che all'Unità, nel periodo in cui ne era stato il direttore; e che fu anche per merito del suo collaboratore il periodo più fiorente di quel giornale del quale, negli ultimi tempi, ogni giorno non si sa se uscirà o meno.
Come non prendersi cura, a posteriori, stabilmente, ed una volta per tutte, di persone che solitamente si sistemano, nel nostro costume politico, già prima di qualche tragico evento? In Italia, del resto, non è un mistero che ci sono Enti pubblici nei quali ad un dirigente o dipendente di grado inferiore uscente spetta l'assunzione di un figlio o di parente strettissimo. E' una regola, scritta o non scritta, sempre rispettata.
Colpisce nei nostri due casi la prontezza del rimedio, mentre ogni volta che si chiede aiuto per una situazione grave viene solitamente risposto: 'alla prima occasione...', oppure: ' ora non ci sono possibilità ma vedrà che quanto prima...'.
Insomma ciò che vogliamo dire, senza più giri di parole, è che bene ha fatto Veltroni a provvedere alla vedova ed alla figlia dei suoi fidati collaboratori, ma, d'ora in avanti, non si tiri indietro se una persona qualunque venga a chiedergli aiuto, trovandosi in una situazione parimenti drammatica. E non pensi di rispondere che non ci sono posti. Perché allora dovrà spiegarci come mai quei posti li ha trovati in poco tempo, giorni se non addirittura ore. Se li inventi.
La 'tesi' contro la quale il 'Fatto quotidiano' ha puntato il suo dito accusatorio, bollandola di 'plagio' non è, perciò, gravissima al punto da costringere la ministra alle dimissioni. Lei si sarebbe dovuta dimettere quando fu eletta in Parlamento, solo per grazia ricevuta, e soprattutto quando Renzi la volle ministro; dimettersi per INCOMPETENZA, che in Italia non è ragione sufficiente.
Anzi tanto poco conta la tesi di laurea, che la Fedeli, ministro dell'Istruzione, senza laurea e neanche scuole superiori terminate, rischia di figurare come il ministro più efficiente. delle ultime legislature.
Oggi è sceso direttamente in campo il direttore della scuola di Lucca per difendere il valore della tesi di dottorato della Madia, scritta in inglese; lei che già si era laureata 'cum laude', essendo una nota 'secchiona' - come Lei stessa si è definita.
A darle una mano, alla morte del padre, fu Veltroni che la fece eleggere in Parlamento. Per una intera legislatura ha studiato, su consiglio di Miriam Mafai, e dopo Veltroni ha trovato un altro sponsor in Renzi che l'ha fatta ministra. Ha studiato ma non approfonditamente, perchè la sua riforma della Pubblica amministrazione è stata rimandata al mittente perchè con errori che ha dovuto, dopo aver studiato nuovamente la faccenda, emendare (vuol dire che proprio preparata non era!)
Come andò la storia da principio? Alla morte di Stefano Madia, che Veltroni aveva voluto nella sua lista e fatto eleggere come consigliere comunale tre anni prima, Veltroni prende a cuore le sorti della ragazza neolaureata, ma ancora, come tanti giovani, senza arte nè parte. Anche Lei lo è, ma di colpo diventa diversa per interessamento di Veltroni che alal prima occasione, dopo un pò di apprendistato, e il dottorato a Lucca, la vuole capolista del PD e la fa eleggere parlamentare.
A suo padre Veltroni fa intitolare una strada dalle parti del centro commerciale della Bufalotta, parallela a quella di Carmelo Bene, di Lionello e di altri grandi attori del nostro cinema, perchè anche Stefano Madia aveva fatto del cinema in gioventù; ma, ormai, la sua carriera si svolgeva altrove, fra giornalismo (Porta a Porta, con Bruno Vespa) e politica (Lista Veltroni, consigliere comunale).
Il suo buon cuore Veltroni l'ha mostrato almeno in un'altra occasione, che noi consociamo, ma siamo sicuri che sarà accaduto chissà quante altro volte, ma certamente mai con gente comune. Una seconda volta, ma anteriore al Caso di Madia, che noi consociamo, quando una tragica morte prematura toccò un altro suo fedelissimo collaboratore, forse il suo più fedele ed anche bravo ed intelligente. Veltroni in quattro e quattr'otto fece assumere in Rai il suo congiunto più prossimo.
Veltroni fece bene o male in ambedue i casi? Sicuramente bene, per dimostrare che nelle sue vene scorre sangue e non acqua. Bene nell'uno come nell'altro caso. Perché fra i due casi non c'è differenza di situazione - due morti tragiche in giovane età di persone a lui molto vicine, vicinissime - anche se nel secondo dei casi - il primo in ordine di tempo - si trattava di persona che era stata più che vicina vicinissima, al suo fianco sia nel partito che all'Unità, nel periodo in cui ne era stato il direttore; e che fu anche per merito del suo collaboratore il periodo più fiorente di quel giornale del quale, negli ultimi tempi, ogni giorno non si sa se uscirà o meno.
Come non prendersi cura, a posteriori, stabilmente, ed una volta per tutte, di persone che solitamente si sistemano, nel nostro costume politico, già prima di qualche tragico evento? In Italia, del resto, non è un mistero che ci sono Enti pubblici nei quali ad un dirigente o dipendente di grado inferiore uscente spetta l'assunzione di un figlio o di parente strettissimo. E' una regola, scritta o non scritta, sempre rispettata.
Colpisce nei nostri due casi la prontezza del rimedio, mentre ogni volta che si chiede aiuto per una situazione grave viene solitamente risposto: 'alla prima occasione...', oppure: ' ora non ci sono possibilità ma vedrà che quanto prima...'.
Insomma ciò che vogliamo dire, senza più giri di parole, è che bene ha fatto Veltroni a provvedere alla vedova ed alla figlia dei suoi fidati collaboratori, ma, d'ora in avanti, non si tiri indietro se una persona qualunque venga a chiedergli aiuto, trovandosi in una situazione parimenti drammatica. E non pensi di rispondere che non ci sono posti. Perché allora dovrà spiegarci come mai quei posti li ha trovati in poco tempo, giorni se non addirittura ore. Se li inventi.
La 'tesi' contro la quale il 'Fatto quotidiano' ha puntato il suo dito accusatorio, bollandola di 'plagio' non è, perciò, gravissima al punto da costringere la ministra alle dimissioni. Lei si sarebbe dovuta dimettere quando fu eletta in Parlamento, solo per grazia ricevuta, e soprattutto quando Renzi la volle ministro; dimettersi per INCOMPETENZA, che in Italia non è ragione sufficiente.
Anzi tanto poco conta la tesi di laurea, che la Fedeli, ministro dell'Istruzione, senza laurea e neanche scuole superiori terminate, rischia di figurare come il ministro più efficiente. delle ultime legislature.
martedì 14 febbraio 2017
Gentiloni,Berdini: pensino a lavorare. Non è lo stesso ammonimento che il Governo fece al sindaco Marino? Si sa come andò a finire
La lettera pubblicata dall'assessore Berdini, sull'organo del partito che lo ha cooptato in giunta - Il fatto quotidiano, per chi non si fosse ancora accorto - ha prodotto l'unica reazione possibile nella sindaca Raggi. All'assessore autodefinitosi 'coglione' ma che ora recita magnificamente la parte del 'patetico', la sindaca, in attesa di cacciarlo a calci in culo non appena trova un sostituto, ha replicato: ma dove trova il tempo per fare interviste con tutto quello che c'ha da fare? Pensi a lavorare, la nostra pazienza ha un limite.
Ed ha ragione. perchè abbandonata la tesi del complotto, sempre invocata da chi commette un grave errore a sua insaputa, e perciò ancora più grave ed irresponsabile per un amministratore pubblico, Berdini, come qualunque amministratore attaccato alla poltrona, fa sapere alla sindaca che Lui è ancora disponibile a lavorare al suo fianco per il bene della città. Al fianco di una 'incapace totale e strutturale'. circondata da un 'banda di facinorosi', che 'promuove un funzionario con il quale ha una 'liaison sentimentale'? Berdini, Berdini... sei patetico. Dimettiti prima che la Raggi ti faccia dimettere, per il bene della città.
L'invito a lavorare rivolto dalla Raggi a Berdini fa il paio con un altro ascoltato ieri nella direzione del PD, rivolto a Gentiloni, premier 'in odore' di Renzi. Il quale ha detto che la fine della legislatura non rientra nelle competenze e responsabilità del segretario di un partito, sapendo di mentire, a causa delle sue mire sfrenate di tornare sulla poltrona che Gentiloni gli sta tenendo in caldo. Tutti ieri, senza eccezione, hanno dichiarato che loro lavorano per il Paese, ma poi tutti hanno eccepito su molti punti che la dedizione al bene del paese, avrebbe consigliato di non tirare in ballo.
E a chi non l'avesse capito durante la direzione PD, ieri sera dalla Gruber, l'ha spiegato chiaramente Cuperlo: la legislatura è giunta al capolinea. Ma come, non doveva Gentiloni lavorare fino al compimento naturale della legislatura, avendo davanti a sè molti problemi urgenti? Sì, ma Cuperlo ha dato a Gentiloni lo stesso consiglio della Raggi a Berdini: lavori, non si curi d'altro.
Il fatto che quell'invio, prima di questi giorni, già un'altra volta è risuonato a Roma- glielo rivolse il Governo di Renzi al sindaco Marino e si sa come andò a finire - dovrebbe far riflettere.
P.S. Berdini, un attimo prima che lo facesse la Raggi con il classico calcio in culo, si è dimesso.
E così anche Berdini, dopo Marino, ha confermato la nostra opinione sull'invito a lavorare. Adesso sinceramente noi ci auguriamo che non tocchi anche a Gentiloni, perché questa volta, a differenza dei due precedenti casi, quando la città di Roma ci ha guadagnato dalle due dimissioni, il Paese ne soffrirebbe.
Ed ha ragione. perchè abbandonata la tesi del complotto, sempre invocata da chi commette un grave errore a sua insaputa, e perciò ancora più grave ed irresponsabile per un amministratore pubblico, Berdini, come qualunque amministratore attaccato alla poltrona, fa sapere alla sindaca che Lui è ancora disponibile a lavorare al suo fianco per il bene della città. Al fianco di una 'incapace totale e strutturale'. circondata da un 'banda di facinorosi', che 'promuove un funzionario con il quale ha una 'liaison sentimentale'? Berdini, Berdini... sei patetico. Dimettiti prima che la Raggi ti faccia dimettere, per il bene della città.
L'invito a lavorare rivolto dalla Raggi a Berdini fa il paio con un altro ascoltato ieri nella direzione del PD, rivolto a Gentiloni, premier 'in odore' di Renzi. Il quale ha detto che la fine della legislatura non rientra nelle competenze e responsabilità del segretario di un partito, sapendo di mentire, a causa delle sue mire sfrenate di tornare sulla poltrona che Gentiloni gli sta tenendo in caldo. Tutti ieri, senza eccezione, hanno dichiarato che loro lavorano per il Paese, ma poi tutti hanno eccepito su molti punti che la dedizione al bene del paese, avrebbe consigliato di non tirare in ballo.
E a chi non l'avesse capito durante la direzione PD, ieri sera dalla Gruber, l'ha spiegato chiaramente Cuperlo: la legislatura è giunta al capolinea. Ma come, non doveva Gentiloni lavorare fino al compimento naturale della legislatura, avendo davanti a sè molti problemi urgenti? Sì, ma Cuperlo ha dato a Gentiloni lo stesso consiglio della Raggi a Berdini: lavori, non si curi d'altro.
Il fatto che quell'invio, prima di questi giorni, già un'altra volta è risuonato a Roma- glielo rivolse il Governo di Renzi al sindaco Marino e si sa come andò a finire - dovrebbe far riflettere.
P.S. Berdini, un attimo prima che lo facesse la Raggi con il classico calcio in culo, si è dimesso.
E così anche Berdini, dopo Marino, ha confermato la nostra opinione sull'invito a lavorare. Adesso sinceramente noi ci auguriamo che non tocchi anche a Gentiloni, perché questa volta, a differenza dei due precedenti casi, quando la città di Roma ci ha guadagnato dalle due dimissioni, il Paese ne soffrirebbe.
lunedì 6 febbraio 2017
Beppe Grillo, faccia di c...
La penultima capriola l'ha fatta giorni fa Beppe Grillo, blindando tutto il Movimento attorno a Virginia Raggi, disponendolo in una sorta di cintura di sicurezza e sanitaria, e neutralizzando così gli ormai troppi nemici anche interni della sindaca, fra i quali andrebbero cercate perfino le 'gole profonde' che avrebbero riferito alla Procura di Roma della 'polizza' di Romeo a favore della sindaca, ma 'a sua insaputa', come hanno poi rivelato durante le ore del lungo interrogatorio in Procura della sindaca, sia L'Espresso che l'organo di stampa del movimento, 'Il fatto quotidiano'.
Ma capriola ancora più spericolata, ultima in ordine di tempo, il capo del Movimento Cinquestelle ha compiuto l'altro ieri attraverso un post del blog, che è diventato, come abbiamo scritto, una sorta di 'Albo pretorio' del sindaco, dei sindaci e di Grillo e dove adesso scrivono anche più volte al giorno ed al quale, per regolamento interno, è d'obbligo affiggere comunicazione di chiamata in giudizio, di avvio di indagini e condanne eventuali. E da dove si presume, verranno comunicato 'urbi et orbi', le dimissioni di adepti - come si comincia a temere potrebbe accadere anche alla Raggi e in tempi ristretti, alla viglia dell'interrogatorio di Marra, in carcere; il quale, certamente, non è rimasto contento delle dichiarazioni della sindaca contro di lui, indicandolo come unico responsabile di molte malefatte comunali. 'a sua insaputa', ed intende vendicarsi.
Ora Grillo parlando a nome della sindaca - che comunque in questi ultimi giorni è parsa più loquace, andandosi a difendere sia da Mentana che sul Corriere - ha fatto sapere che Raggi volta pagina e si dedica alla città.
Intanto ci sono già alcuni milioni pronti per le buche delle strade. Ma prima di ripararle ci sarà la 'mappatura' completa, attraverso droni e telecamere nascoste. Eh sì, perchè per scovarle le buche, ci vuole un agente segreto, tanto sono invisibili ad occhio nudo. Roba che non c'è strada che non ne abbia. E, dove non ve ne sono al momento, che non si procurino alle prime gocce di pioggia o lavori stradali.
(Vogliamo ricordare alla sindaca ed al suo assessore ai lavori pubblici che un asfalto, quello della Nomentana, nel tratto che va da piazza Sempione fino al Raccordo, realizzato alla viglia del Giubileo, commissario Tronca, è a tutt'oggi perfetto, che vuol dire che si può fare un asfalto che non si rovini ad ogni alitar di vento e cader di pioggia).
Ma Grillo ha superato se stesso e la decenza quando ha affermato in uno dei suoi manifesti 'pro Raggi' che i guai nei quali il Movimento ha trovato la Capitale non ha permesso di gettar luce sulle imprese amministrative già compiute dalla sua sindaca. Ben 43 gli obiettivi già raggiunti, in questi sette mesi di non governo.
Beppe Grillo, ha proprio una faccia di c...omico
Ma capriola ancora più spericolata, ultima in ordine di tempo, il capo del Movimento Cinquestelle ha compiuto l'altro ieri attraverso un post del blog, che è diventato, come abbiamo scritto, una sorta di 'Albo pretorio' del sindaco, dei sindaci e di Grillo e dove adesso scrivono anche più volte al giorno ed al quale, per regolamento interno, è d'obbligo affiggere comunicazione di chiamata in giudizio, di avvio di indagini e condanne eventuali. E da dove si presume, verranno comunicato 'urbi et orbi', le dimissioni di adepti - come si comincia a temere potrebbe accadere anche alla Raggi e in tempi ristretti, alla viglia dell'interrogatorio di Marra, in carcere; il quale, certamente, non è rimasto contento delle dichiarazioni della sindaca contro di lui, indicandolo come unico responsabile di molte malefatte comunali. 'a sua insaputa', ed intende vendicarsi.
Ora Grillo parlando a nome della sindaca - che comunque in questi ultimi giorni è parsa più loquace, andandosi a difendere sia da Mentana che sul Corriere - ha fatto sapere che Raggi volta pagina e si dedica alla città.
Intanto ci sono già alcuni milioni pronti per le buche delle strade. Ma prima di ripararle ci sarà la 'mappatura' completa, attraverso droni e telecamere nascoste. Eh sì, perchè per scovarle le buche, ci vuole un agente segreto, tanto sono invisibili ad occhio nudo. Roba che non c'è strada che non ne abbia. E, dove non ve ne sono al momento, che non si procurino alle prime gocce di pioggia o lavori stradali.
(Vogliamo ricordare alla sindaca ed al suo assessore ai lavori pubblici che un asfalto, quello della Nomentana, nel tratto che va da piazza Sempione fino al Raccordo, realizzato alla viglia del Giubileo, commissario Tronca, è a tutt'oggi perfetto, che vuol dire che si può fare un asfalto che non si rovini ad ogni alitar di vento e cader di pioggia).
Ma Grillo ha superato se stesso e la decenza quando ha affermato in uno dei suoi manifesti 'pro Raggi' che i guai nei quali il Movimento ha trovato la Capitale non ha permesso di gettar luce sulle imprese amministrative già compiute dalla sua sindaca. Ben 43 gli obiettivi già raggiunti, in questi sette mesi di non governo.
Beppe Grillo, ha proprio una faccia di c...omico
mercoledì 18 gennaio 2017
EMERGENZA.Tutti contro i soccorsi. Ma voi affidereste a coloro che non sanno neppure riparare le buche in città...
Che lo facciano i giornali è normale anzi necessario. Che segnalino cioè le criticità dei soccorsi in casi di assoluta emergenza, senza fare sconti a nessuno, perchè se inefficienza c'è stata, piccola o grande, colpevole o involontaria, va comunque segnalata per porvi rimedio, è naturale. E che lo faccia un giornale come 'Il fatto quotidiano', prima e più di ogni altro, è perfino superfluo notarlo: nella sua bassa foliazione è ovvio che i problemi occupino la totalità dello spazio. Su quelle pagine non si vede mai uno spiraglio di luce nei tanti tunnel segnalati.
Lo fanno anche gli altri giornali, naturalmente, ma questi danno anche atto alle forze dell'ordine degli sforzi che si stanno facendo nelle zone critiche - zone di 'guerra', a tutti gli effetti - per rimediare alla duplice emergenza delle proibitive condizioni meteo e del concomitante terremoto che è tornato a farsi sentire con scosse abbastanza forti, superiori al quinto grado della scala Richter.
E dunque i giornali stanno facendo il loro lavoro e devono continuare a farlo.
Ma le forze politiche di opposizione non possono parlare a vanvera, e meno di tutti i Cinquestelle.
Come possono criticare l'inefficienza dei soccorsi - non si dimentichi che all'indomani dei terremoti di agosto ed ottobre, tutti indistintamente avevano dato atto alle forze dell'ordine ed alla Protezione civile di essersi mosse con grande professionalità - coloro che in tempo e zona di 'pace' , come sono tante città che in questi mesi non hanno vissuto emergenze come terremoti e clima difficile - vedi Roma - che non riescono a riparare le buche stradali, raccogliere e smaltire rifiuti, pulire i tombini che ad ogni pioggia più forte si intasano creando laghi artificiali in molte zone della città, togliere le foglie dalla strade? Tutte operazioni che in zone e tempo di 'pace' sarebbero anche facili ma che i nostri penstastellati non sanno fare. E allora chi si fiderebbe di affidare a loro il governo dell'emergenza?
Di Maio chiacchiera e la Raggi resta al suo posto, nonostante tutto...
Lo fanno anche gli altri giornali, naturalmente, ma questi danno anche atto alle forze dell'ordine degli sforzi che si stanno facendo nelle zone critiche - zone di 'guerra', a tutti gli effetti - per rimediare alla duplice emergenza delle proibitive condizioni meteo e del concomitante terremoto che è tornato a farsi sentire con scosse abbastanza forti, superiori al quinto grado della scala Richter.
E dunque i giornali stanno facendo il loro lavoro e devono continuare a farlo.
Ma le forze politiche di opposizione non possono parlare a vanvera, e meno di tutti i Cinquestelle.
Come possono criticare l'inefficienza dei soccorsi - non si dimentichi che all'indomani dei terremoti di agosto ed ottobre, tutti indistintamente avevano dato atto alle forze dell'ordine ed alla Protezione civile di essersi mosse con grande professionalità - coloro che in tempo e zona di 'pace' , come sono tante città che in questi mesi non hanno vissuto emergenze come terremoti e clima difficile - vedi Roma - che non riescono a riparare le buche stradali, raccogliere e smaltire rifiuti, pulire i tombini che ad ogni pioggia più forte si intasano creando laghi artificiali in molte zone della città, togliere le foglie dalla strade? Tutte operazioni che in zone e tempo di 'pace' sarebbero anche facili ma che i nostri penstastellati non sanno fare. E allora chi si fiderebbe di affidare a loro il governo dell'emergenza?
Di Maio chiacchiera e la Raggi resta al suo posto, nonostante tutto...
domenica 1 gennaio 2017
G(h)iro, il famoso parlamentare, dorme tutto l'anno poi si sveglia e spara una sciocchezza
Noi, come sa chi segue ogni giorno questo nostro giornalino elettronico, non siamo stati teneri con il Concerto di capodanno da Venezia degli ultimi tempi e del quale oggi attendiamo i risultati di ascolto, per ragione che abbiamo più volte esposte.
Ma da sempre - e non perché ce ne siamo occupati direttamente in qualche modo, per conto della Rai- lo abbiamo difeso contro i suoi detrattori, nostalgici di Vienna. Anche contro il 'cinguettante' Giancarlo Leone, all'epoca della sua direzione di Rai 1 che lo trasmette, e che appena giunto sulla tolda di comando, 'cinguettando' con gli altri passerottini della rete, faceva intravedere che si poteva tornare nuovamente a Vienna su Rai 1, all'ora in cui da quattordici anni viene trasmesso il Concerto dalla Fenice. Si trattava di passerottini che mostravano di amare, più del proprio, il nido dei vicini .
Va ribadito che a Capodanno, da quando c'è Venezia, la Rai trasmette non uno ma ben due concerti, e quello viennese non è stato cancellato bensì spostato di orario e di rete. Ma ai passerottini amanti di Vienna, anche quel semplice spostamento non andava giù, e a nulla serviva la considerazione che Venezia riscopriva, nella forma più popolare delle 'arie più conosciute ed amate', la grande tradizione del melodramma ben più radicato in Italia dei valzer e delle danze viennesi che una lunga consuetudine avevano associato anche da noi al Capodanno, sebbene essi siano estranei alla nostra cultura.
Negli anni abbiamo anche sempre sostenuto, a ragione, che la musica che si faceva a Venezia era di qualità di gran lunga superiore a quella viennese - valzer ed altre danze in tutte le salse, anche un pò noiosetti, se vogliamo - perchè attingeva a quella miniera di capolavori che è il nostro melodramma. Punto.
Sulla superiorità dell'Orchestra viennese, non sprechiamo neanche una parola perché non ve ne è bisogno. Ed anche perché la grande platea televisiva non tiene acceso il suo apparecchio domestico perché c'è tizio, caio o sempronio che dirige o perché suona questa o quell'orchestra. La platea televisiva vuole ascoltare quello che si suona, è felice e segue con interesse, se ciò che ascolta gli è già arcinoto e non richiede molto impegno - come appunto un concerto nel giorno di festa all'ora di pranzo. Quel concerto non deve essere una 'lezione' sul melodramma' ma un tentativo di familiarizzare di nuovo il nostro paese con una musica che conosce da sempre, canta o cantichia, e porta nel suo dna.
Queste cose le andiamo ripetendo da molti anni, e le abbiamo fatto valere sia quando avevamo una certa responsabilità nella formulazione del programma veneziano, sia ora, quando quella responsabilità non l'abbiamo più, ma le vediamo trascurate, perché ne siamo fermamente convinti.
Perciò, le ribadiamo anche oggi, quando 'Il fatto quotidiano.it' fresco di giornata, ci riporta una insulsa dichiarazione del parlamentare Giro. Un tempo egli girava anche dalle parti del Ministero dell'Istruzione o di quello della Cultura, senza avervi mai lasciato traccia nè nell'uno nè nell'altro, perchè, secondo noi, si è sempre 'riposato', e bene ha fatto, se poi quando si sveglia dal lungo letargo dice quel che ha detto al 'Fatto'. Cosa ha detto? ha detto che: l'anno prossimo. basta con Venezia. A Vienna - ha proseguito- dirige il m. Muti e sarebbe ora e l'occasione giusta per tornare a Vienna.
Bravo G(h)iro! Dove era quando il m. Muti usciva non certo fra due ali di folla plaudente dalla Scala, e quando a Roma i suoi compagni di partito - se lo ricorda Mollicone - gli negava la cittadinanza romana, e quando ancora Muti lasciava l'opera di Roma? Lei si giustificherebbe dicendo 'ghiravo'; bene continui a farlo.
Perchè il Concerto di Capodanno 'italiano' da Venezia, con opportuni aggiustamenti - come andiamo dicendo e ripetendo in relazione alle ultime edizioni ed abbiamo detto e ripetuto anche ieri - è bene che resti, perchè è il 'made in Italy' della musica, apprezzato in tutto il mondo, tranne che da dal nostro G(h)iro. Buon risposo e sogni d'oro.
P.S. Perchè il 'Fatto quotidiano' va a svegliare chi dorme? non poteva lasciarlo dormire? Fuor di metafora: perchè sposa certe cause assurde ed autolesioniste? Forse che anche il suo direttore, Peter Gomez, appartiene a quella sparuta schiera di nostalgici di Vienna, in disprezzo del nostro melodramma? E tutto per un semplice cambio di rete televisiva e di orario?
Ma da sempre - e non perché ce ne siamo occupati direttamente in qualche modo, per conto della Rai- lo abbiamo difeso contro i suoi detrattori, nostalgici di Vienna. Anche contro il 'cinguettante' Giancarlo Leone, all'epoca della sua direzione di Rai 1 che lo trasmette, e che appena giunto sulla tolda di comando, 'cinguettando' con gli altri passerottini della rete, faceva intravedere che si poteva tornare nuovamente a Vienna su Rai 1, all'ora in cui da quattordici anni viene trasmesso il Concerto dalla Fenice. Si trattava di passerottini che mostravano di amare, più del proprio, il nido dei vicini .
Va ribadito che a Capodanno, da quando c'è Venezia, la Rai trasmette non uno ma ben due concerti, e quello viennese non è stato cancellato bensì spostato di orario e di rete. Ma ai passerottini amanti di Vienna, anche quel semplice spostamento non andava giù, e a nulla serviva la considerazione che Venezia riscopriva, nella forma più popolare delle 'arie più conosciute ed amate', la grande tradizione del melodramma ben più radicato in Italia dei valzer e delle danze viennesi che una lunga consuetudine avevano associato anche da noi al Capodanno, sebbene essi siano estranei alla nostra cultura.
Negli anni abbiamo anche sempre sostenuto, a ragione, che la musica che si faceva a Venezia era di qualità di gran lunga superiore a quella viennese - valzer ed altre danze in tutte le salse, anche un pò noiosetti, se vogliamo - perchè attingeva a quella miniera di capolavori che è il nostro melodramma. Punto.
Sulla superiorità dell'Orchestra viennese, non sprechiamo neanche una parola perché non ve ne è bisogno. Ed anche perché la grande platea televisiva non tiene acceso il suo apparecchio domestico perché c'è tizio, caio o sempronio che dirige o perché suona questa o quell'orchestra. La platea televisiva vuole ascoltare quello che si suona, è felice e segue con interesse, se ciò che ascolta gli è già arcinoto e non richiede molto impegno - come appunto un concerto nel giorno di festa all'ora di pranzo. Quel concerto non deve essere una 'lezione' sul melodramma' ma un tentativo di familiarizzare di nuovo il nostro paese con una musica che conosce da sempre, canta o cantichia, e porta nel suo dna.
Queste cose le andiamo ripetendo da molti anni, e le abbiamo fatto valere sia quando avevamo una certa responsabilità nella formulazione del programma veneziano, sia ora, quando quella responsabilità non l'abbiamo più, ma le vediamo trascurate, perché ne siamo fermamente convinti.
Perciò, le ribadiamo anche oggi, quando 'Il fatto quotidiano.it' fresco di giornata, ci riporta una insulsa dichiarazione del parlamentare Giro. Un tempo egli girava anche dalle parti del Ministero dell'Istruzione o di quello della Cultura, senza avervi mai lasciato traccia nè nell'uno nè nell'altro, perchè, secondo noi, si è sempre 'riposato', e bene ha fatto, se poi quando si sveglia dal lungo letargo dice quel che ha detto al 'Fatto'. Cosa ha detto? ha detto che: l'anno prossimo. basta con Venezia. A Vienna - ha proseguito- dirige il m. Muti e sarebbe ora e l'occasione giusta per tornare a Vienna.
Bravo G(h)iro! Dove era quando il m. Muti usciva non certo fra due ali di folla plaudente dalla Scala, e quando a Roma i suoi compagni di partito - se lo ricorda Mollicone - gli negava la cittadinanza romana, e quando ancora Muti lasciava l'opera di Roma? Lei si giustificherebbe dicendo 'ghiravo'; bene continui a farlo.
Perchè il Concerto di Capodanno 'italiano' da Venezia, con opportuni aggiustamenti - come andiamo dicendo e ripetendo in relazione alle ultime edizioni ed abbiamo detto e ripetuto anche ieri - è bene che resti, perchè è il 'made in Italy' della musica, apprezzato in tutto il mondo, tranne che da dal nostro G(h)iro. Buon risposo e sogni d'oro.
P.S. Perchè il 'Fatto quotidiano' va a svegliare chi dorme? non poteva lasciarlo dormire? Fuor di metafora: perchè sposa certe cause assurde ed autolesioniste? Forse che anche il suo direttore, Peter Gomez, appartiene a quella sparuta schiera di nostalgici di Vienna, in disprezzo del nostro melodramma? E tutto per un semplice cambio di rete televisiva e di orario?
venerdì 11 dicembre 2015
La comunicazione al tempo del Giubileo. Anche Travaglio le spara grosse.
'Il fatto quotidiano' come tutti gli altri giornali, anzi peggio. L'altro ieri, in prima pagina, un titolo con foto, in tutta evidenza, diceva Olmi: "Questo Giubileo è un film sbagliato". 'Il regista curò l'Anno santo del 2000'. Il titolo rimandava a pag. 9 dove si leggeva l'intervista al noto regista, firmata da Carlo Tecce. E cosa si leggeva? Che Olmi elogiava Wim Wenders, chiamato a girare il 'film' dell'apertura della Porta santa in san Pietro, martedì 8 dicembre. Un film analogo a quello che lui, Olmi, era stato incaricato di girare nel precedente Giubileo del 2000. Nulla da dire secondo Olmi, salvo un piccolo neo: quella folla di giornalisti e fotografi alle spalle di Papa Francesco, mentre fa il suo ingresso nella Basilica, dopo aver sospinto i battenti, duri ad aprirsi, della Porta santa. Commovente invece l'incontro dei due Papi e promosso a pieni voti tutto il resto. Bravo Wenders! Questo in sintesi. Ma allora dov'è il 'film sbagliato' del titolo? Travaglio, deve darsi una calmata. Se l'etichetta posta su un prodotto non lo definisce con esattezza, come nel nostro caso, al prossimo giro di acquisti quel prodotto verrà lasciato negli scaffali - in edicola, nel caso del quotidiano.
Ma cominciano a circolare altre informazioni, alcune inesatte; mentre altre sembrano essere taciute appositamente, mentre non dovrebbero.
Le prime riferiscono di un ordine dato da chi sovrintendente alla sicurezza a lasciar passare più pellegrini (e, di conseguenza, ad accelerare i controlli) perché la folla di Piazza san Pietro, meno folta del solito, rischia di dare l'informazione preventiva che questo Giubileo, in fatto di pellegrini calati a Roma, sarà un flop. Attenti, la sicurezza in questo momento è molto più importante della piazza piena solo a metà.
E poi ci sono notizie che i giornali non danno senza che se ne comprenda la ragione. Ci ha pensato a rimediarvi, la tv dell'intrattenimento. I barboni, o clochard, accampati in centro e in luoghi comunque visibili, taluni anche con le proprie roulotte o macchine da rottamare, sono stati trasferiti, di forza, in periferia. Il giornalista chiede ad uno di essi, fatto venire in studio, se l'operazione è stata dettata da ragioni di sicurezza. No, risponde più d'una volta il clochard al giornalista duro a capire: no, ci hanno detto che dovevamo sloggiare per non far vedere ai pellegrini che verranno a Roma, questo 'indecente' spettacolo, e che sarebbero tornati ai loro precedenti rifugi di fortuna, a Giubileo terminato. Che poi sarebbe lo spettacolo di chi non ha un tetto sotto il quale rifugiarsi, un letto nel quale dormire, un pasto caldo ogni giorno.
Ma allora? Quel Papa Francesco che parla di un Giubileo che deve servire per andare incontro ai poveri, e che fa costruire bagni sotto il colonnato per offrire un pò di ristoro a chi vive sotto qualunque portico, protetto da cartoni, all'aperto e non può mai lavarsi, è lo stesso Papa Francesco che chiude gli occhi su una simile disumana 'deportazione', per non far toccare con mano ai pellegrini il fenomeno della povertà? Papa Francesco, faccia sentire la sua voce, altrimenti la sua tacita complicità fa gridare vendetta.
Ma cominciano a circolare altre informazioni, alcune inesatte; mentre altre sembrano essere taciute appositamente, mentre non dovrebbero.
Le prime riferiscono di un ordine dato da chi sovrintendente alla sicurezza a lasciar passare più pellegrini (e, di conseguenza, ad accelerare i controlli) perché la folla di Piazza san Pietro, meno folta del solito, rischia di dare l'informazione preventiva che questo Giubileo, in fatto di pellegrini calati a Roma, sarà un flop. Attenti, la sicurezza in questo momento è molto più importante della piazza piena solo a metà.
E poi ci sono notizie che i giornali non danno senza che se ne comprenda la ragione. Ci ha pensato a rimediarvi, la tv dell'intrattenimento. I barboni, o clochard, accampati in centro e in luoghi comunque visibili, taluni anche con le proprie roulotte o macchine da rottamare, sono stati trasferiti, di forza, in periferia. Il giornalista chiede ad uno di essi, fatto venire in studio, se l'operazione è stata dettata da ragioni di sicurezza. No, risponde più d'una volta il clochard al giornalista duro a capire: no, ci hanno detto che dovevamo sloggiare per non far vedere ai pellegrini che verranno a Roma, questo 'indecente' spettacolo, e che sarebbero tornati ai loro precedenti rifugi di fortuna, a Giubileo terminato. Che poi sarebbe lo spettacolo di chi non ha un tetto sotto il quale rifugiarsi, un letto nel quale dormire, un pasto caldo ogni giorno.
Ma allora? Quel Papa Francesco che parla di un Giubileo che deve servire per andare incontro ai poveri, e che fa costruire bagni sotto il colonnato per offrire un pò di ristoro a chi vive sotto qualunque portico, protetto da cartoni, all'aperto e non può mai lavarsi, è lo stesso Papa Francesco che chiude gli occhi su una simile disumana 'deportazione', per non far toccare con mano ai pellegrini il fenomeno della povertà? Papa Francesco, faccia sentire la sua voce, altrimenti la sua tacita complicità fa gridare vendetta.
Gustavo Zagrebelsky e la passione per la musica
L'ex Presidente della Consulta, giurista di altissimo profilo, Zagrebelsky, è tornato a scrivere su Repubblica, il quotidiano che negli ultimi mesi ha lasciato, trasferendosi sul 'Fatto Quotidiano' a causa della sue critiche a certi provvedimenti - soprattutto quelli relativi alla riforma costituzionale - non consonanti con la linea ufficiale del quotidiano di proprietà di De Benedetti, diretto da Ezio Mauro.
Ma vi è tornato non per parlare di politica o di legge - come ha sempre fatto - bensì di musica, materia nella quale le competenze di Zagrebelsky sono altissime, quasi pari a quelle giuridiche, come stiamo per raccontarvi.
La Repubblica ha pubblicato un suo intervento, di argomento musicale, tenuto all'Università di Bologna, per ricordare il suo ex rettore, ingegnere elettronico, Pier Ugo Calzolari, scomparso dopo lunga malattia un paio di anni fa, e che sicuramente fu amico del giurista/musicista per passione.
Una lezione di bella musica - 'musicologia' diremmo se la parola non risultasse ostica all'orecchio di tanti amatori di musica - incentrata sul 'concetto di silenzio' e sulla musica del silenzio medesimo. Il silenzio dal quale la musica nasce, il silenzio nel quale la musica, al termine, ritorna; silenzio prima di tutto fisico, ma immagine del silenzio interiore, senza il quale nessuna musica - nessuna armonia - è possibile percepire.
Sul tema, di recente ha riflettuto anche il violoncellista Mario Brunello, che Zagrebelsky cita, e una università 'per tutti' - quella di Anghiari- tiene perfino dei corsi. Insomma un tema dibattutissimo, in tempi in cui sembra che il silenzio si trovi solo negli abissi marini e nelle profondità della terra, ed in nessun altro luogo, mentre sulla terra se ne avrebbe davvero bisogno, e non solo per ragioni di musica. Ad esempio, anche per fermarci ed indurci a riflettere. Zagrebelsky analizza anche alcune composizioni musicali, o passaggi di esse, con fine intuito musicale e psicologico. Un gioiello, da leggere e rileggere.
Della passione musicale del grande giurista non sapevamo in molti. Noi, invece, da oltre dieci anni. E l'occasione ci piace raccontarla.
Ce ne parlò la prima volta il nostro carissimo amico Salvatore Sechi, consigliere della Presidenza della repubblica ed amatore di musica, recentemente scomparso. Ci disse dei concerti che il Presidente della Consulta teneva per pochi amici nel palazzo della Consulta - ci pare di ricordare a Natale od in qualche altra occasione - suonando al pianoforte Beethoven o Mozart o Chopin. E lui, Sechi, che suonava il fagotto, aveva per Zagrebelsky un'ammirazione sconfinata.
Quando nel 2004 avemmo l'opportunità di dirigere il 'Festival delle Nazioni' di Città di Castello, organizzammo alcuni incontri, ospitati nella magnifica cornice di Palazzo Vitelli, con personalità che pur non essendo musicisti, erano accomunate dalla travolgente passione della musica. Invitammo appunto Salvatore Sechi, Giovanni Iudica (autore allora di una pregevolissima ricerca su Gesualdo da Venosa ), Michele Mirabella, regista di melodrammi, e avremmo voluto invitare anche Zagrebelsky. Il nostro amico Sechi ci fece avere un appuntamento con l'allora presidente della Consulta che ci ricevette immediatamente. Gli manifestammo la ragione principale del nostro incontro: invitarlo a Città di Castello, a parlare della sua passione per la musica. Lo avrebbe intervistato Antonio Lubrano con il quale in quegli anni facevamo per RAI UNO 'All'Opera!'. Parlammo di musica, dei suoi amici musicologi torinesi, Pestelli in primis, e la nostra idea gli piacque. Ma ci disse, convinto, che non avrebbe potuto, fino a quando fosse stato presidente della Consulta. Garbatamente ci spiegò che in tale sua carica - la terza dello Stato - non era mai intervenuto in pubblico se non nei casi e per le ragioni richieste da quel suo importante ruolo. E, per consolarci, aggiunse: se aspetta solo qualche mese - da lì a poco quel suo incarico sarebbe terminato - sarò felicissimo di venire a parlare di musica, magari l'anno prossimo, mentre noi stavamo già pensando ad un festival dedicato interamente a Mozart, alla vigilia delle celebrazioni del 2006, duecentocinquant'anni dalla nascita. Le cose, poi, andarono diversamente, perché per dissensi con il consiglio di amministrazione del festival castellano - a causa della eccessiva ingerenza del consiglio nelle questioni relative alla direzione artistica - preferimmo lasciare il festival. Che ha ripreso la sua routine, come aveva già fatto negli anni precedenti la nostra direzione, ed ancor continua.
Ma vi è tornato non per parlare di politica o di legge - come ha sempre fatto - bensì di musica, materia nella quale le competenze di Zagrebelsky sono altissime, quasi pari a quelle giuridiche, come stiamo per raccontarvi.
La Repubblica ha pubblicato un suo intervento, di argomento musicale, tenuto all'Università di Bologna, per ricordare il suo ex rettore, ingegnere elettronico, Pier Ugo Calzolari, scomparso dopo lunga malattia un paio di anni fa, e che sicuramente fu amico del giurista/musicista per passione.
Una lezione di bella musica - 'musicologia' diremmo se la parola non risultasse ostica all'orecchio di tanti amatori di musica - incentrata sul 'concetto di silenzio' e sulla musica del silenzio medesimo. Il silenzio dal quale la musica nasce, il silenzio nel quale la musica, al termine, ritorna; silenzio prima di tutto fisico, ma immagine del silenzio interiore, senza il quale nessuna musica - nessuna armonia - è possibile percepire.
Sul tema, di recente ha riflettuto anche il violoncellista Mario Brunello, che Zagrebelsky cita, e una università 'per tutti' - quella di Anghiari- tiene perfino dei corsi. Insomma un tema dibattutissimo, in tempi in cui sembra che il silenzio si trovi solo negli abissi marini e nelle profondità della terra, ed in nessun altro luogo, mentre sulla terra se ne avrebbe davvero bisogno, e non solo per ragioni di musica. Ad esempio, anche per fermarci ed indurci a riflettere. Zagrebelsky analizza anche alcune composizioni musicali, o passaggi di esse, con fine intuito musicale e psicologico. Un gioiello, da leggere e rileggere.
Della passione musicale del grande giurista non sapevamo in molti. Noi, invece, da oltre dieci anni. E l'occasione ci piace raccontarla.
Ce ne parlò la prima volta il nostro carissimo amico Salvatore Sechi, consigliere della Presidenza della repubblica ed amatore di musica, recentemente scomparso. Ci disse dei concerti che il Presidente della Consulta teneva per pochi amici nel palazzo della Consulta - ci pare di ricordare a Natale od in qualche altra occasione - suonando al pianoforte Beethoven o Mozart o Chopin. E lui, Sechi, che suonava il fagotto, aveva per Zagrebelsky un'ammirazione sconfinata.
Quando nel 2004 avemmo l'opportunità di dirigere il 'Festival delle Nazioni' di Città di Castello, organizzammo alcuni incontri, ospitati nella magnifica cornice di Palazzo Vitelli, con personalità che pur non essendo musicisti, erano accomunate dalla travolgente passione della musica. Invitammo appunto Salvatore Sechi, Giovanni Iudica (autore allora di una pregevolissima ricerca su Gesualdo da Venosa ), Michele Mirabella, regista di melodrammi, e avremmo voluto invitare anche Zagrebelsky. Il nostro amico Sechi ci fece avere un appuntamento con l'allora presidente della Consulta che ci ricevette immediatamente. Gli manifestammo la ragione principale del nostro incontro: invitarlo a Città di Castello, a parlare della sua passione per la musica. Lo avrebbe intervistato Antonio Lubrano con il quale in quegli anni facevamo per RAI UNO 'All'Opera!'. Parlammo di musica, dei suoi amici musicologi torinesi, Pestelli in primis, e la nostra idea gli piacque. Ma ci disse, convinto, che non avrebbe potuto, fino a quando fosse stato presidente della Consulta. Garbatamente ci spiegò che in tale sua carica - la terza dello Stato - non era mai intervenuto in pubblico se non nei casi e per le ragioni richieste da quel suo importante ruolo. E, per consolarci, aggiunse: se aspetta solo qualche mese - da lì a poco quel suo incarico sarebbe terminato - sarò felicissimo di venire a parlare di musica, magari l'anno prossimo, mentre noi stavamo già pensando ad un festival dedicato interamente a Mozart, alla vigilia delle celebrazioni del 2006, duecentocinquant'anni dalla nascita. Le cose, poi, andarono diversamente, perché per dissensi con il consiglio di amministrazione del festival castellano - a causa della eccessiva ingerenza del consiglio nelle questioni relative alla direzione artistica - preferimmo lasciare il festival. Che ha ripreso la sua routine, come aveva già fatto negli anni precedenti la nostra direzione, ed ancor continua.
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lunedì 21 luglio 2014
A cena con il nemico: pace fatta fra Michele Campanella e Bruno Cagli dell'Accademia di Santa Cecilia?
Lo scorso autunno all'indirizzo degli Accademici di Santa Cecilia giunsero alcune lettere, non proprio graditissime dai destinatari, fra le quali due del cardinale Bartolucci ed una del pianista Michele Campanella. In virtù del fatto che l'uno e l'altro erano accademici - il cardinale nel frattempo è morto, alla veneranda età di novanta e passa anni- nelle lettere si criticava l'operato di Bruno Cagli, a capo dell'Accademia ormai da tempo immemorabile. Si leggevano in quelle lettere accuse pesanti, riprese e diffuse da Elisabetta Ambrosi de 'Il fatto quotidiano'. Cagli non ha risposto a nessuna di quelle accuse. Nel frattempo cosa è accaduto di nuovo? Non sappiamo, mentre leggiamo proprio oggi che ad Acireale si svolge un piccolo festival con annesse masterclass, nella Villa di proprietà della famiglia del compositore Francesco Pennisi, affidato alla direzione del Primo dei violini II dell'Accademia, David Romano, al quale partecipano anche altri componenti l'orchestra dell'Accademia, e vi partecipa anche Pappano - solo per un incontro, mentre furbescamente si vorrebbe far pensare che il noto direttore lì suoni e tenga un corso. Perchè Pappano ad Acireale? Per semplice amicizia con uno dei suoi orchestrali, come del resto per l'amicizia che lo lega al Primo violoncello, Luigi Piovano, ha suonato spesso in luoghi dove normalmente non ci sarebbe andato. Ma a leggere l'organigramma dei membri onorari della piccola ma interessante iniziativa che riguarda anche l'architettura ed altro, si leggono i nomi Cagli, Pappano ecc..., e ciò svela l'arcano. Ma fra i partecipanti c'è anche Michele Campanella.
Allora uno si chiede: dunque Campanella ha fatto pace con Cagli, oppure gli lancia una sfida 'andando a cena con il nemico'? Che Cagli e Campanella siano ( stati ?) nemici lo attesta inequivocabilmente la lettera inviata dal pianista all'Accademia, nell'autunno scorso.
Che riproduciamo di seguito
Agli
Accademici di Santa Cecilia
Cari
Colleghi,
il
risultato più triste della presidenza Cagli è la disaffezione che
si è diffusa tra noi. Ormai la vita dell'Accademia è cosa che
riguarda un'esigua minoranza di colleghi, mentre la gran parte di noi
si tiene lontana dalle occasioni in cui viene deciso il futuro
dell'istituzione: perché partecipare quando si conosce già il
risultato? Alla vigilia delle scorse elezioni vi avevo inviato una
lettera che qualcuno di voi forse ricorderà, nella quale auspicavo
una svolta che recuperasse all'Accademia una vitalità, un dinamismo
indispensabili alla sua sopravvivenza. Così esponendomi, mi sono
condannato alla proscrizione: infatti sono stato escluso dal
cartellone dei concerti sine die. A quanto mi risulta, non sono il
solo a ricevere tale trattamento. Scrivo questo per dirvi che l'altra
faccia delle promesse elettorali (sistematicamente elargite, assai
spesso non mantenute) è l'isolamento. Chi non vota per il Presidente
o per i candidati che lui suggerisce, merita una punizione.......
Spero anch'io come il Cardinale Bartolucci e il nostro anonimo
collega che sia arrivato il momento di prendere coscienza della
necessità di una forte reazione alla decadenza etica nella quale
l'Accademia sta affondando. La causa principale di essa è
l’affezione al potere, che si autoalimenta in assenza di
un'energica dialettica interna e che non teme di ledere la dignità
degli Accademici attraverso atteggiamenti degni della peggiore
politica. Che brutta aria che si respira in Accademia! Non
rassegniamoci al suo declino!
Vostro
Michele
Campanella
martedì 12 novembre 2013
Addio maestro Bartolucci
Ieri è morto all'età di 96 anni il cardinale Domenico Bartolucci, accademico di Santa Cecilia e direttore perpetuo della Sistina, almeno fino al 1997. Noi lo ricordiamo ancora come nostro professore al Pontificio Istituto di Musica Sacra a Roma. Ne hanno dato l'annuncio la Radio Vaticana e la fondazione che porta il suo nome. Negli ultimi mesi il cardinale musicista - risarcito da Benedetto XVI, con l'elevazione a cardinale, della sua 'cacciata' dalla Sistina ad opera di Giovanni Paolo II, per metterci un musicista senz'altro molto meno noto di lui ma forse più malleabile di lui in materia di musica popolare ( leggi: brutta, in questo caso!) in chiesa - si era fatto più volte vivo.
Due lunghe lettere dettagliatissime e feroci contro la gestione dell'Accademia di santa Cecilia, guidata ormai da millenni dal saldissimo Bruno Cagli, al quale più direttamente imputava 'voto di scambio' ed altro, come denunciato qualche mese fa in un documentatissimo articolo de 'Il fatto Quotidiano', per il quale non ci sembra ci siano state smentite o rettifiche da parte dell'interessato. Il vecchio cardinale andava a mettere il dito su diverse piaghe nella gestione dell'Accademia, piaghe che non stiamo ora a riaprire, in occasione della sua morte.
Vogliamo soltanto dire che se, ad oggi ,l'Accademia di Santa Cecilia per il suo socio di più lunga data non ha ancora pubblicato un doveroso necrologio e forse non lo pubblicherà neanche nei prossimi giorni, l'Accademia che non è impersonale ma è fatta di accademici, con uno di loro al comando, si dimostra davvero MESCHINA.
Due lunghe lettere dettagliatissime e feroci contro la gestione dell'Accademia di santa Cecilia, guidata ormai da millenni dal saldissimo Bruno Cagli, al quale più direttamente imputava 'voto di scambio' ed altro, come denunciato qualche mese fa in un documentatissimo articolo de 'Il fatto Quotidiano', per il quale non ci sembra ci siano state smentite o rettifiche da parte dell'interessato. Il vecchio cardinale andava a mettere il dito su diverse piaghe nella gestione dell'Accademia, piaghe che non stiamo ora a riaprire, in occasione della sua morte.
Vogliamo soltanto dire che se, ad oggi ,l'Accademia di Santa Cecilia per il suo socio di più lunga data non ha ancora pubblicato un doveroso necrologio e forse non lo pubblicherà neanche nei prossimi giorni, l'Accademia che non è impersonale ma è fatta di accademici, con uno di loro al comando, si dimostra davvero MESCHINA.
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