mercoledì 22 luglio 2026

Caso Fakir. Quante volte bisogna gridare aiuto - si chiede Paolo Giordano ( da Corirere della Sera, di Paolo Giordano)

 Alla fine ho guardato il video. Di norma tendo a evitare i video così, per certe convinzioni teoriche sulla morte filmata, e per codardia. Ma ho guardato il video di Bologna. Poi l’ho guardato di nuovo. E infine l’ho ascoltato, senza le immagini, per concentrarmi meglio su ciò che i protagonisti si dicono. Mi ha lasciato nauseato. Come analisi non è molto profonda, me ne rendo conto. Ma non so come altro dirlo. Almeno la nausea è un sintomo.

Mentre guardavo il video il dibattito si era già spostato altrove. Si era alzato in volo, allontanandosi dai tre uomini che tengono Fakir Abderrahim immobilizzato a terra – due agenti di polizia più un volenteroso –, fino a perderli di vista. Il fatto in sé era già stato polverizzato, disperso in una miriade di discorsi collaterali. Lo scudo penale che andrebbe applicato a prescindere per le forze dell’ordine oppure no. Le piazze di protesta buone e quelle cattive. Le reazioni della politica, troppo avventate o troppo timide, tutte comunque prevedibili, allineate alle aspettative del proprio elettorato. La disamina del post semidolente della premier Meloni.

Eppure, compiuto questo doveroso e larghissimo giro, è davanti alle porte chiuse di quei garage che bisogna tornare. All’uomo immobilizzato a terra per un tempo interminabile, all’uomo in agonia che chiede aiuto. Quante volte? Ne ho contate dieci, ma potrebbero essere di più, perché spesso si tratta di urla poco comprensibili.

Ho contato anche le altre persone presenti sulla scena, oltre ad Abderrahim e agli agenti. Otto, di cui quattro soccorritori, che si tengono per tutto il tempo a distanza, come turbati da quello a cui stanno assistendo. Nove, se si considera la persona che filmava. Contare le richieste di aiuto e le persone mi è sembrato importante. Rivela qualcosa. Anche la durata del video lo è: cinque minuti. Per più della metà Abderrahim non si muove. Non grida più, eppure nessuno interviene. Solo il frinire delle cicale.

Mi rendo conto che può suonare speculativo, ma dal video è lampante: nessuno dei nove presenti sulla scena ha capito. E non hanno capito perché evidentemente non sapevano. Non sapevano che le persone, tutte le persone, possono avere accessi di confusione, anche violenti. Crisi psicotiche, stati di agitazione, deliri. Non sapevano che a essere tenuti a lungo in quella forma di contenzione si può soffocare. Non sapevano che per morire soffocati così, serve meno tempo di quel si potrebbe immaginare, e che dopo non c’è davvero più niente da fare. E se questa è la notizia che è passata, è bene smentirla: no, non erano tutti giovani come il poliziotto ventitreenne. Eppure non sapevano. Perché se anche uno di loro avesse avuto un dubbio, le cose sarebbero andate diversamente. Bastava un urlo, una spallata. C’è stato tutto il tempo di ponderare, d’intervenire. Guardando il video per la seconda e terza volta, continuavo a pensarlo: ma dategli una spallata!, come se il finale non fosse già scritto.

Davanti a quei garage chiusi, poliziotti e soccorritori, e cittadini volenterosi pronti a bloccare i piedi di un altro, non erano guidati né dal protocollo né dall’esperienza, non erano guidati dalla coscienza né dall’intuito. E, ciò che è peggio, non erano guidati da un briciolo di empatia basilare, quella che permette di sentire su di sé la mancanza di respiro di qualcuno che ci affoga davanti. Un’empatia che è molto meno della pietà. Non ci permettiamo nemmeno di chiamarla in causa, la pietà.

Ma se tutto questo non c’era, da cosa erano agite quelle persone? Il video ci permette solo delle ipotesi al riguardo. Erano agite da una pigrizia della ragione. Erano agite, ognuna per sé, da un attendismo un po’ meschino, una cautela, e tutte insieme da un’idea di fondo, che si è fatta molto largo in questo Paese. L’idea che qualsiasi minaccia, vera o presunta, debba essere neutralizzata. Senza proporzionalità o preoccupazione per le conseguenze. Senza legge comune che si applichi nell’istante. Peccato, però, che la legge comune abbia davvero senso solo se si applica nell’istante. È anzitutto per questo che esiste, per preservarci dall’attimo, non per regolare i torti quando ormai è tardi. Ma in questo tempo, in questa estate, la sospensione temporanea della legge sembra una possibilità che abbiamo ammesso. A livello teorico, poi a livello pratico. A livello politico e quindi, infine, a livello personale. Per tutelare la nostra sacrosanta incolumità, ci diciamo. Anche se a volte è soltanto per ristabilire quella che un tempo si chiamava «pubblica quiete». E io, dopo aver contato, mi chiedo: quante volte oggi, in questo paese dove siamo diventati tutti bystander, bisogna gridare aiuto prima di far sorgere un dubbio in chi si trova attorno?

Nessun commento:

Posta un commento