martedì 21 luglio 2026

Astrakan, prigione. Quell'aria dell'Andrea Chenier di Francesco Lotoro

 

Quell’aria dall’Andrea Chénier nella prigione di Astrakhan

Quell’aria dall’Andrea Chénier nella prigione di Astrakhan

Nel 1919, durante la Guerra d’indipendenza lettone, il cantante Jānis Vītiņš (foto 1) arruolato con il grado di tenente nell’esercito nazionale, amava esibirsi in un quartetto vocale. A Daugavpils rimase ferito nei combattimenti contro unità militari antinazionalistiche guidate dal generale russo Pavel Bermondt-Avalov mentre nel novembre 1919 da eroe di guerra espugnò Dreimaņi. Dal 1920 studiò canto con Ernests Vītings presso il conservatorio di Riga e, dato il ritardo negli studi accumulato da combattente al fronte, superò un esame accademico equivalente a sei classi di scuola superiore. 

Vītiņš debuttò nell’opera in qualità di tenore lirico nel ruolo di Wilhelm in Mignon di Ambroise Thomas e, dopo il forfait del tenore Rūdolfs Bērziņš, interpretò Radamès nella Aida di Giuseppe Verdi; assunto stabilmente nel corpo solisti della Latvijas Nacionālā Opera di Riga, grazie a una borsa di studio si perfezionò nel 1928 a Milano con Giuseppe Anselmi, nel medesimo anno ottenne uno strepitoso successo interpretando Andrea Chénier nell’omonima opera di Umberto Giordano.

Dal 1929 in poi calcò i più grandi palcoscenici di Dessau, Berlino, Lipsia, Colonia, Duisburg, Stettino, Breslavia ed Essen come pure in Cecoslovacchia, Jugoslavia, Svizzera, Paesi Bassi e Finlandia utilizzando lo pseudonimo Jan Wittin. Nel 1937 rientrò stabilmente nel corpo solisti della Latvijas Nacionālā Opera e portò per la prima volta in Lettonia il capolavoro di Giordano, Andrea Chénier.

A seguito dell’occupazione sovietica nel 1940 rifiutò la nomina a direttore della Latvijas Nacionālā Opera propostagli dal governo fantoccio della Lettonia socialista e si unì alla resistenza antisovietica ma il 6 marzo 1941 fu arrestato a Riga dalla polizia segreta del NKGB con la falsa accusa di spionaggio a favore della Germania. Pochi giorni dopo, il tribunale militare del presidio di Stalingrado condannò Vītiņš alla pena di morte per tradimento della patria e, trasferito su treno merci presso la prigione di Astrakhan, all’alba del 29 novembre 1941 fu giustiziato mediante fucilazione. 

Prima di essere fucilato Vītiņš chiese e ottenne il permesso di cantare un’aria dalla sua opera preferita, Andrea Chénier, uno strano e tragico destino fece sì che morisse giustiziato come l’eroe giordaniano che nell’opera viene ghigliottinato alle prime ore del mattino del 25 luglio 1794 nel cortile del carcere di San Lazzaro a Parigi. Come consuetudine del regime comunista sovietico nei riguardi dei musicisti caduti in disgrazia, le registrazioni discografiche di Vītiņš nonché la sua memoria artistica e biografica furono cancellati dai programmi storici, musicali e radiotelevisivi del Paese.

Jānis Šmits

Riparato in Canada dopo aver partecipato ai moti rivoluzionari antizaristi del 1905, tra il 1911 e il 1917 il direttore di coro lettone Jānis Šmits lavorò come responsabile della biblioteca russa di Winnnipeg (Manitoba) dedicandosi parallelamente a lingue e teologia, organizzò una notevole attività corale; dotato di profonda coscienza ideologica, rifiutò la Chiesa luterana baltica controllata dall’élite nobiliare tedesca per abbracciare il presbiterianesimo, nel 1917 si trasferì a Vladivostok dove lavorò come docente di inglese sino al 1919 allorquando poté finalmente tornare in Lettonia.

Tra il 1920–1939 Šmits fu direttore dell’Istituto di lingua inglese di Riga, scrisse libri di testo per lo studio della lingua inglese ma il 14 giugno 1941, poco prima del ritiro delle truppe sovietiche dalla Lettonia a seguito dell’operazione Barbarossa, fu arrestato dalla polizia segreta sovietica e trasferito presso il gulag Usol’skij ITL di Solikamsk nell’Oblast’ di Molotov. A causa delle severe condizioni di detenzione le sue condizioni fisiche precipitarono notevolmente rendendolo inabile ai lavori forzati, pertanto l’autorità del gulag ne dispose il trasferimento in regime di confino obbligatorio presso un insediamento urbano speciale nel territorio di Krasnojarsk. 

Šmits morì nell’agosto 1942 di consunzione fisica e inedia in un vagone bestiame ferroviario stipato di prigionieri durante il trasferimento verso il sito di confino: in base alle testimonianze dei sopravvissuti il suo cadavere fu scaricato frettolosamente dal treno e seppellito con altrettanta fretta lungo i margini della linea ferroviaria siberiana.

Robert Emanuel Heilbut

Medesimo destinò toccò al compositore ebreo olandese Robert Emanuel Heilbut (foto 2) imbarcato sull’ultimo treno partito da Bergen-Belsen il 19 aprile 1945, morì nel tratto ferroviario tra Finsterwalde e Falkenberg in un vagone di treno merci piombato e riempito all’inverosimile di deportati, ma in questo caso i soldati britannici che fermarono il treno a Tröbitz riportarono pietosamente il cadavere di Heilbut a Bergen-Belsen e lo seppellirono. Quando l’uomo in agonia rende lo spirito declamando “commendo spiritum meum” al 30° minuto dell’oratorio Transitus animae di Lorenzo Perosi, l’ascoltatore prova come un sussulto proveniente da profondità inimmaginabili, il cuore letteralmente si arresta per un secondo quando entra l’arpa con un immenso arpeggio in mi minore a segnare il trapasso; è un momento ma la musica ha il raro dono di eternare l’attimo in una sorta di eco che si sgancia dal tempo reale perpetuandosi. 

Mi piace immaginare che gli ultimi pensieri di questi uomini siano stati belli e liberi, pensieri di musica come le note dell’Andrea Chénier sulle quali il tenore Vītiņš si spense; dopo 40 anni di ricerche abbiamo appena scalfito la superficie di questa inesplorata letteratura musicale concentrazionaria.

Nelle profondità dell’oceano di musica prodotta in ghetti, lager e gulag si nascondeva la volontà e determinazione di cambiare il mondo e gli uomini che lo abitano; nei prossimi 40 anni toccherà lavorare di trivella e perforare il tunnel che ancora ci divide da uomini e donne sui quali si accanì la peggior sorte possibile del Novecento.


(Nell’immagine in alto: la prigione di Astrakhan)

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