sabato 25 luglio 2026

Legge Maranza. Perchè non ha senso trattare un quattordicenne come fosse un adulto - come vuole fare il Governo ( da Fanpage.it, di Damiano Rizzi)

 

Perché non ha senso trattare un 14enne come fosse un adulto, come vuole fare il governo

L'hanno chiamata "legge anti maranza". Non "legge per i giovani", non "piano di prevenzione": un'etichetta gergale, politica, per marchiare un’intera fascia d’età come nemico pubblico. Una legge che non parla di prevenzione né di adolescenza: parla di ordine pubblico. Sarà il quattordicenne a dover dimostrare di non essere pienamente capace di intendere e di volere. Non lo Stato a dimostrare di aver fatto tutto il possibile affinché non arrivasse davanti a un giudice.

Lo Stato non dovrà rispondere dell’assenza dell’educazione affettiva nelle scuole – l’Italia è tra i pochi Paesi europei a non renderla obbligatoria -, dei servizi sociali mancanti o dei quartieri lasciati al degrado. Si alza l’asticella della responsabilità del minore e si abbassa quella di chi governa.

Il 23 luglio Giorgia Meloni la rivendica: "Chi rapina, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni". Ma già oggi l’imputabilità scatta a 14 anni. La novità è un’altra. Come ha spiegato Carlo Nordio: "Abbiamo invertito l’onere della prova".

È un cambio di paradigma. Il minore dovrà dimostrare di non essere assimilabile a un adulto, anziché essere lo Stato a provarne la piena responsabilità. Una scelta che incrina i principi su cui si fonda la giustizia minorile: tutela del minore, finalità educativa e reinserimento, sanciti dalla Costituzione, dal DPR 448/1988 e dalla Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia.

Nel videomessaggio Meloni riconosce però un punto fondamentale: "Un ragazzo che diventa violento non ci arriva da solo. Molto spesso c’è una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che ha perso i contatti, un quartiere dove la sera non c’è nulla".

Allora invertiamo noi l'onere della prova. Smettiamo di chiedere conto soltanto a quel quattordicenne e cominciamo a chiederlo allo Stato. Perché l’Italia continua a essere tra i pochi Paesi europei a non rendere obbligatoria l’educazione affettiva e alle relazioni nelle scuole? Perché continua a investire così poco nei servizi sociali, nelle comunità educanti e nei quartieri dove, come ammette la stessa presidente del Consiglio, “la sera non c’è nulla”? Se la violenza nasce prima del reato, anche la risposta dovrebbe arrivare prima del reato. La prevenzione non è un’alternativa alla sicurezza: è il suo presupposto.

E allora vale la pena guardare ai numeri.

Il Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile è passato da circa 70 milioni di euro l’anno a 3 milioni: un taglio del 96%. Dopo aver riconosciuto che la violenza nasce anche dall’abbandono educativo, il governo ha quasi azzerato lo strumento che avrebbe dovuto prevenirla.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Secondo l’Ottavo Rapporto Antigone, tra il 2022 e il 2025 i minori detenuti sono passati da 381 a 572: il dato più alto dal 1998. Nello stesso periodo, le denunce a carico di minorenni sono aumentate del 30% rispetto al periodo pre-Covid.

È lo stesso interrogativo che accompagna il Decreto Caivano. Presentato come modello da esportare, avrebbe dovuto dimostrare che l’inasprimento delle misure fosse la strada giusta. Ma proprio nel luogo simbolo da cui prende il nome la violenza non è diminuita. Se non funziona dove sono stati concentrati uomini, risorse e attenzione mediatica, difficilmente funzionerà altrove. La repressione, senza scuola, servizi sociali e comunità educanti, non risolve il problema: lo sposta.

Lo conferma anche la ricerca scientifica. La corteccia prefrontale – l’area del cervello che regola il controllo degli impulsi, la valutazione del rischio e l’empatia – continua a maturare fino ai 25 anni. Trattare un adolescente come un adulto non lo rende più responsabile: aumenta il rischio che torni a delinquere. I dati in letteratura mostrano che i minori processati come adulti hanno tassi di recidiva superiori del 34% rispetto a quelli seguiti dal sistema della giustizia minorile.

Del resto, chi entra negli Istituti Penali Minorili raramente proviene dai quartieri più privilegiati. Molti hanno alle spalle dispersione scolastica, povertà educativa e servizi assenti. Oggi in Italia un minore su sette vive in povertà assoluta. È su questa fragilità che interviene la “legge anti maranza”, scegliendo la repressione invece della prevenzione.

Eppure nessun Paese europeo ha ridotto la delinquenza minorile semplicemente aumentando le pene. I risultati migliori sono arrivati dove si è investito in educazione alle relazioni, giustizia riparativa, tempo pieno, psicologi scolastici e servizi territoriali.

La violenza non si disarma etichettando gli adolescenti e rinunciando a educarli. Si previene assumendosi la responsabilità di crescerli. Questo dovrebbe fare lo Stato. Questo fanno gli adulti.

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