lunedì 27 luglio 2026

Festival della Valle d'Itria. Una Carmen 'delle origini' quella proposta da Fabio Luisi ( da La Repubblica, di Fiorella Sassanelli)

 E’ la Carmen che non t’aspetti, elegante, trasparente per scrittura, di una inedita limpidezza rispetto a certe forme estreme di drammaticità quella andata in scena sabato 25 luglio, per la prima volta nella storia, al festival della Valle d’Itria. Una Carmen “sulle punte”, come l’aveva definita Fabio Luisi alla vigilia del debutto di questa versione mai ascoltata di uno dei capolavori dell’opera, e tra i titoli più rappresentati in assoluto. Grazie al lavoro del musicologo francese Paul Prévost infatti, a Martina è stata proposta la prima versione di Carmen, composta nel 1874 da Bizet prima che la direzione dell’Opéra-Comique di Parigi e i cantanti imponessero significativi cambiamenti alla partitura.

Il più emblematico riguarda l’aria più famosa, l’Habanera. Diventata nel tempo l’inno della seduzione per eccellenza (con quel canto, nel primo atto, una sigaraia seduce un poliziotto che per lei si fa brigante e che infine la uccide), l’Habanera non c’è nella prima stesura. Su un testo simile, Carmen canta un motivo molto più leggero, un’aria che sembra una canzone. I toni sono meno caricati, e lo sottolinea la scelta di Denis Krief, il regista, di mettere tra le mani delle sigaraie non garofani o rose rosse ma rametti di mimose (come nella novella di Mérimée).

La seconda grande differenza riguarda l’uso dei “melologhi”, dialoghi parlati accompagnati da una musica d’orchestra altrettanto elegante e trasparente: una sfida per gli equilibri sonori che il tempo ha cancellato, lasciando che la tradizione virasse verso il melodramma. Proprio il peso della tradizione rischiava di essere il principale avversario di quest’operazione, se non fosse che a sostenerla ci fosse un’autorità del gusto – oltre che del podio - come Fabio Luisi.

Luisi non aveva mai diretto Carmen perché – aveva dichiarato – dissentiva dalla tradizione verista che aveva ammantato un’opera invero leggera ed elegante. E’ indubbio che questa partitura lo convinca. Lo si avverte già dall’attacco dell’ouverture, con la spinta e gli impulsi, pieni e carnosi, dei violoncelli, posti a sinistra del direttore, seguiti dai primi violini, con la spalla dei primi e la spalla dei violoncelli in dialogo nei tanti meravigliosi melologhi.

L’Orchestra del Petruzzelli sembra rigenerata ed è in forma smagliante, come il Coro che festeggia l’ultima – felicissima - collaborazione con Marco Medved, ormai prossimo al trasferimento a Berlino. A rendere speciale la riuscita di questa impresa che ha riunito a Martina musicologi e critici da ogni dove è stato il cast, con una prova altissima di carisma oltre che di musica e interpretazione in particolare dei due protagonisti, il mezzosoprano turco-tedesco Deniz Uzun (una Carmen impressionante sul piano scenico e vocale) e il tenore Matteo Lippi (Don José) che qualche piccola sporcatura nel finale ha reso umano dinanzi a una vicenda torbidissima.

La regia di Denis Krief, assai distante dell’invadenza del grand-opéra, è andata per sottrazione, con un unico piano inclinato prospettico a disegnare la scena. Unica variante un letto rosso – nel camerino del torero Escamillo? - dove Carmen e Escamillo si giurano amore, prima dell’omicidio di Carmen su quello stesso letto. Krief firma anche i costumi (in collaborazione con Carla Galleri), qui senza folklore di maniera, se non fosse per le ballerine rosse di Carmen che però indossa un abito in seta indiana e un giubbetto con gli elefanti. Carmen va in scena ancora il 28 e il 31 luglio e il 2 agosto, nel Palazzo Ducale a Martina Franca.

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