Cecilia Bartoli: «Per i miei 60 anni
a Salisburgo stravolgo Rossini.
Esco da una torta e festeggio con Domingo,
Pappano e Lang Lang»
La mezzosoprano, vincitrice di cinque Grammy, reinventa con il regista Barry Kosky «Il viaggio a Reims», ambientato ai giorni nostri
L’ «incoronazione» di Cecilia Bartoli avverrà il 5 agosto al Festival di Salisburgo, per Il viaggio a Reims di Rossini diretto da Gianluca Capuano, ambientato oggi con la regia di Barry Kosky. Parole cambiate, reinvenzioni drammaturgiche, ogni personaggio definito da un tic ossessivo.
Cosa succede?
«Barry ha detto: ma tu non hai un compleanno importante? Sì, cambio di numero, 60. E lui: non è anacronistico fare Carlo X nel 2026? Facciamo la festa di un personaggio chiamato Ceci. Così nello spettacolo sbuco dalla torta. Nella recita dell’8 ci sarà una sorpresa: a fine recita salgono sul palco Pappano, Placido Domingo, Lang Lang, Vengerov e altri per proseguire la festa e esibirsi con me».
Per il regista, è un meraviglioso pezzo rossiniano di non senso...
«Una vera storia non c’è, questi personaggi dovrebbero andare alla festa per l’incoronazione di Carlo X, si incontrano all’hotel del Giglio che dovrebbe avere i cavalli per proseguire il viaggio con le carrozze e succede di tutto. Uno spettacolo potente e folle, la contessa di Folleville, per dirne una, ama la moda francese e parla del suo cappello come se fosse l’amore della sua vita».
Kosky dice che Rossini è dieci volte più difficile di Wagner.
«Dieci volte non so… Certo per Rossini devi essere performante, avere fisicità e atletismo, virtuosismo come forza espressiva. Canti le debolezze dell’uomo, a ritmo forsennato. Mi hanno definito la Maradona del canto, e lui mica aspettava la palla per inventare le sue acrobazie. Ecco, con Rossini sei anche acrobata».
Nel 2027 sono 40 anni dal suo debutto da protagonista.
«Li festeggio a maggio prossimo: stesso teatro, Opera di Roma, e ruolo, Rosina del Barbiere di Siviglia».
Come si resta sul piedistallo per tutto questo tempo?
«È la tecnica vocale a dare longevità, è stato fondamentale avere mia madre come insegnante, accanto al Conservatorio. E il repertorio giusto».
Da un bel po’ è anche manager...
«Il mio terzo mandato a Salisburgo come direttrice artistica del Festival di Pentecoste finisce nel’31. Dopo che Markus Hinterhauser è andato via (per ragioni politiche, non artistiche) dal festival estivo, mi hanno chiesto se volessi prendere anche quello. Ma il tempo è limitato, e la mia carriera continua. Con Livermore girerò un film-opera dall’Orfeo e Euridice, poi con lui vorrei portare in un grande spazio (penso all’Arena di Verona), Ciao bella ciao. Invece di scrivere un libro, racconto la mia storia e quella della mia famiglia in uno spettacolo».
In Italia qualcuno dirà Cecilia la rossa.
«Ma io in quel passaggio bello come un romanzo racconto la vita di mio nonno, tornato dalla guerra in Russia senza un dente. Mia madre, a 5 anni, lo accompagnò alla stazione con la quasi certezza che non l’avrebbe più rivisto. Ci sono proiezioni, testi e porto le canzoni della mia infanzia, da Viva la pappa col pomodoro di Rita Pavone a Cuore matto di Little Tony».
Due anni fa le chiedemmo se avrebbe accettato la presidenza dell’Accademia di Santa Cecilia.
«In futuro, mai dire mai. Ma dovrei avere il giusto tempo di dedicarmi con responsabilità a quella grande istituzione. Se si tratta di rinsaldare radici romane e italiane, lo faccio sempre, il 2 giugno Mattarella mi chiamò per cantare alla festa nazionale».
La intimidì più Karajan o Pippo Baudo nello show in tv che la rivelò?
«Karajan! Però con i giovani era gentile. Mi prese per la Messa in si minore di Bach. Saltò perché morì».
Cecilia Bartoli diva del canto. Mai stata vittima di stalking?
«Premesso che i divi oggi sono i calciatori e gli influencer, qualche situazione imbarazzante c’è stata. Ricordo che ritrovai una donna davanti alla mia stanza d’hotel a San Pietroburgo. Non ho mai capito come avesse fatto a sapere dove fossi... Per uscirne, non devi dare nessuna confidenza. Il problema del divismo all’opera è che se da una parte, con i social, hai più possibilità di emergere, dall’altra le carriere oggi cominciano tardi, e alla fine, in un periodo di tempo limitato, si canta tutto insieme. Ma non mi faccia dire “ai miei tempi!”».

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