Ieri 'Il Fatto Quotidiano' ha pubblicato un resoconto poco musicale, e molto bancaria, della 'prima' alla Scala, firmato da due 'pezzi da novanta' del giornale: Gianni Barbacetto e Nanni Delbecchi. Liquidato in poche righe l'esito della serata, con qualche imprecisione - che la diretta tv avrebbe volutamente occultato al pubblico televisivo ma non a quello del teatro e soprattutto ai due acuti osservatore del' Fatto', come i 'fischi' al tenore (ma quando?) a fine spettacolo - i due giornalisti si sono buttati a peso morto sulla politica assente, sull'entrata da un ingresso segreto e protetto della sottosegretaria Boschi, accompagnata dal fratello ecc... ( il titolo dell'articolo era ' Maria Elena e il caveau della Scala') che al lettore che voleva conoscere le impressioni sui due della prima scaligera, non interessavano neanche un pò.
Verso la fine del resoconto, un paio di righe che ci spingono a richiedere per loro qualche lezioncina privata di musica, magari impartita, gratuitamente, da Paolo Isotta.
A proposito della durata dello Chénier, assolutamente nella norma, i due hanno scritto: " Due ore e mezzo in tutto, una passeggiata rispetto alle tetralogie".
Ora non esistono 'tetralogie', date di seguito nella medesima serata (giornata), dalla prima all'ultima opera, quattro - che non sono uno scherzo; e perciò con detta durata non si può misurare nessuna altra opera, perchè vi sarebbe sproporzione enorme fra una e quattro opere, ammesso che possano considerarsi nel loro complesso.
La durata dello Chenier, come anche della maggior parte delle opere del melodramma ottocentesco è, certo, inferiore alle singole opere che compongono la celebre silloge wagneriana, ma non al punto da far considerare quelle wagneriane, 'infinite' per la durata . Perciò se per loro lo Chenier è stata una passeggiata, stiano tranquilli che sarà sempre così - benchè nessuna opera sia mai una passeggiata - perchè a loro come al pubblico di qualunque teatro al mondo non saranno mai fatti ascoltare i quattro titoli della Tetralogia wagneriana. Che, a scanso di equivoci, sono quattro e non tre, come aveva letto il greco 'tetralogia'- confondendolo ovviamente con 'trilogia' il colto Gianpaolo Cresci, parlando alla radio in occasione della rappresentazione di una di quelle opere al teatro della Capitale, di cui era all'epoca malcapitato sovrintendente.
Paolo Isotta potrebbe spiegare ai suoi colleghi come si compone la teatralogia wagneriana, quanto dura e soprattutto cosa rappresenta nella storia della civiltà occidentale, non solo musicale. E Barbacetto e Delbecchi potrebbero profittarne.
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venerdì 8 dicembre 2017
mercoledì 5 aprile 2017
Se il Teatro dell'Opera di Roma con Fuortes è in queste condizioni, che ne sarà del Teatro del Maggio a Firenze, con Chiarot?
Quando Francesco Bianchi decideva di gettare la spugna sull'orlo di una drammatica crisi di bilancio - l'ennesima - dell'Opera di Firenze, della quale era stato messo a capo prima come commissario e poi da Sovrintendente, il primo nome che correva sulla bocca di tutti, pensando ad un possibile sostituto/ salvatore, era quello di Fuortes che Franceschini ora e Nastasi, per Franceschini, prima, volevano a capo di tutte le fondazioni, credendolo dotato di capacità taumaturgiche manifestatesi all'Auditorium di Roma - ma solo lì, perchè anche il suo passaggio al Teatro Petruzzelli di Bari, a posteriori, non è stato rose e fiori.
Ma si sa che il 'modello auditorium' non è esportabile per mille ed una ragione, la prima delle quali è che non ha in pianta stabile masse - le definiscono così anche se di qualità - artistiche, come qualunque fondazione lirica; e la seconda che l'Auditorium con la complessa ricchezza di spazi si presta ad essere affittato per qualunque manifestazione, alla Coldiretti, agli estimatori del tango o del flamenco, ad una nazione dell'estremo oriente con la cucina in primo piano che ci fa un festival dimostrativo, ai vari festival: filosofia ,scienza, storia, libri e cinema. E poi la pista di ghiaccio a Natale, e le convention di ogni genere, e le riunioni di Confindustria ecc.. ecc... tutte cose che costano poco e rendono molto. Ma forse oggi l'Auditorium batte in ritirata per la concorrenza della Nuvola di Fuksas, all'Eur.
E poi...poi non va sottovalutato l'apporto finanziario capitolino, forte del quale Fuortes nei dieci anni all'Auditorium viaggiava baldanzoso, perchè garantitogli sempre da governanti amici- e per un pezzo anche da amici 'per caso', Alemanno, che gli mise alle costole Regina (o 'del sigaro toscano') e mandò via Borgna che se la prese molto a ragione. Ora la giunta Raggi, al contrario, chiederà in cambio qualcosa e forse diventerà più sparagnina - anzi lo è già diventata - con le istituzioni culturali cittadine.
Con un medagliere così rilucente sul petto, il generale Fuortes è apparso al miope Franceschini ed anche a Nastasi, che non poteva muovere la sua mole alla stessa velocità del generale,
un 'cristointerra', capace di fare miracoli nella gestione degli enti culturali. Per questo lo mandarono a Bari, lasciandogli anche la gestione dell'Auditorium (ma forse sarà stato lui a puntare i piedi per tenerselo, non sapendo come sarebbe finita l'esperienza barese), poi l'hanno voluto commissario dell'Opera di Roma (sempre mantenendo l'Auditorium) fino alla sua nomina a sovrintendente dell'Opera, dopo la quale ha dovuto, suo malgrado, abbandonare l'Auditorium.
Un solo particolare sulla multigestione di Fuortes. Marino, che d'accordo con Franceschini l'aveva nominato, si faceva vanto di avere il 'mejo' sovrintendente in circolazione, a costo zero. Perchè dall'Opera egli prendeva poche migliaia di Euro. Il quale però - ma questo Marino non lo diceva e tanto meno Fuortes - zitto zitto si è sempre fatto pagare il massimo consentito, come del resto sarebbe giusto per un buon amministratore , e cioè intorno ai 240.000 Euro. Infatti a far raggiungere a Fuortes quella cifra ci pensava l'Auditorium.
Insediatosi come sovrintendete, nessuno ha contestato a Fuortes l'inutile e costosa presenza di due direttori artistici che oggi fanno spendere all'Opera forse più di quanto aveva risparmiato ai primi tempi, ma sempre tenendo presente che a Fuortes pensava l'Auditorium.
Tornando a noi, Fuortes - secondo il detto: fatti un nome poi fotti tutti - Franceschini l'ha voluto come commissario a Verona per salvare l''Arena, disastrata dal Girondini, pupillo di Tosi ( a che punto il salvataggio sia oggi non sappiamo); lui resta ancora commissario, nonostante sia stato nominato un sovrintendente 'a tempo' che Fuortes ha preso dal suo primo domicilio romano: dall'Accademia di Santa Cecilia.
Appena si è diffusa la voce del disastro fiorentino, il primo nome che s'è ascoltato del salvatore, invocato da tutti, è stato ancor una volta quello di Fuortes.
Ora dopo la diagnosi impietosa de 'Il fatto quotidiano' che mette in dubbio il miracolo di Fuortes a Roma, si avrà ancor il coraggio di invocarlo per ogni situazione critica? Forse non più. 'Medice, cura te ipsum' gli direbbero i latini; e poi, semmai dopo che avrai portato la salute a casa tua - l'Opera di Roma - vai a curare anche altri 'extra moenia'.
Ciò detto, pensando al caso dell'Opera di Firenze, che è ancora più drammatico di Roma, Cristiano Chiarot, appena nominato sovrintendente, non dorme sonni tranquilli. Perchè - e lo sa bene anche lui - Firenze non è Venezia, l'Opera di Firenze non è la Fenice; e un teatro disastrato è più difficile (forse impossibile) da gestire di un teatro che ha i conti quasi in ordine o con qualche buchetto.
Ma allora perché ha deciso di andarsi ad immolare, a metaforicamente suicidarsi, lontano da casa? Per ambizione? per incoscienza? Per ambizione ed incoscienza insieme? O per i soldi che Franceschini (Renzi) ha deciso di iniettare nelle casse VUOTE e BUCATE del teatro fiorentino?
Ci viene il dubbio che l'allarme lanciato sul Teatro dell'Opera di Roma, preluda ad una iniezione ministeriale di denaro fresco nella speranza, questa volta almeno, che Fuortes il benedetto miracolo di una sana gestione e del risanamento dei conti riesca a farlo. Inutile sperare nell'aiuto del Campidoglio che ha già fatto capire a Fuortes che non sarà della stessa manica larga dei governi precedenti e che ha già limato il suo contributo che è il più ALTO DI UN COMUNE alla propria fondazione lirica.
E qui si avvera la vecchia profezia/ammonimento di Gian Paolo Cresci : se volete un teatro di 'rappresentanza' tirate fuori i soldi; perchè quelli che si ricevono normalmente non basteranno mai. Tutti lo criticarono, ma poi quando per qualche tempo ci passò dalle stanze della sovrintendenza del Costanzi, anche l'avvocato Vittorio Ripa di Meana, anch'egli fece sua quella profezia/ ammonimento/richiesta; ed ora, senza dirlo apertamente, sta per sottoscrivere anche Fuortes. Perché i miracoli non li fa più nessuno. Capito Chiarot?
Ma si sa che il 'modello auditorium' non è esportabile per mille ed una ragione, la prima delle quali è che non ha in pianta stabile masse - le definiscono così anche se di qualità - artistiche, come qualunque fondazione lirica; e la seconda che l'Auditorium con la complessa ricchezza di spazi si presta ad essere affittato per qualunque manifestazione, alla Coldiretti, agli estimatori del tango o del flamenco, ad una nazione dell'estremo oriente con la cucina in primo piano che ci fa un festival dimostrativo, ai vari festival: filosofia ,scienza, storia, libri e cinema. E poi la pista di ghiaccio a Natale, e le convention di ogni genere, e le riunioni di Confindustria ecc.. ecc... tutte cose che costano poco e rendono molto. Ma forse oggi l'Auditorium batte in ritirata per la concorrenza della Nuvola di Fuksas, all'Eur.
E poi...poi non va sottovalutato l'apporto finanziario capitolino, forte del quale Fuortes nei dieci anni all'Auditorium viaggiava baldanzoso, perchè garantitogli sempre da governanti amici- e per un pezzo anche da amici 'per caso', Alemanno, che gli mise alle costole Regina (o 'del sigaro toscano') e mandò via Borgna che se la prese molto a ragione. Ora la giunta Raggi, al contrario, chiederà in cambio qualcosa e forse diventerà più sparagnina - anzi lo è già diventata - con le istituzioni culturali cittadine.
Con un medagliere così rilucente sul petto, il generale Fuortes è apparso al miope Franceschini ed anche a Nastasi, che non poteva muovere la sua mole alla stessa velocità del generale,
un 'cristointerra', capace di fare miracoli nella gestione degli enti culturali. Per questo lo mandarono a Bari, lasciandogli anche la gestione dell'Auditorium (ma forse sarà stato lui a puntare i piedi per tenerselo, non sapendo come sarebbe finita l'esperienza barese), poi l'hanno voluto commissario dell'Opera di Roma (sempre mantenendo l'Auditorium) fino alla sua nomina a sovrintendente dell'Opera, dopo la quale ha dovuto, suo malgrado, abbandonare l'Auditorium.
Un solo particolare sulla multigestione di Fuortes. Marino, che d'accordo con Franceschini l'aveva nominato, si faceva vanto di avere il 'mejo' sovrintendente in circolazione, a costo zero. Perchè dall'Opera egli prendeva poche migliaia di Euro. Il quale però - ma questo Marino non lo diceva e tanto meno Fuortes - zitto zitto si è sempre fatto pagare il massimo consentito, come del resto sarebbe giusto per un buon amministratore , e cioè intorno ai 240.000 Euro. Infatti a far raggiungere a Fuortes quella cifra ci pensava l'Auditorium.
Insediatosi come sovrintendete, nessuno ha contestato a Fuortes l'inutile e costosa presenza di due direttori artistici che oggi fanno spendere all'Opera forse più di quanto aveva risparmiato ai primi tempi, ma sempre tenendo presente che a Fuortes pensava l'Auditorium.
Tornando a noi, Fuortes - secondo il detto: fatti un nome poi fotti tutti - Franceschini l'ha voluto come commissario a Verona per salvare l''Arena, disastrata dal Girondini, pupillo di Tosi ( a che punto il salvataggio sia oggi non sappiamo); lui resta ancora commissario, nonostante sia stato nominato un sovrintendente 'a tempo' che Fuortes ha preso dal suo primo domicilio romano: dall'Accademia di Santa Cecilia.
Appena si è diffusa la voce del disastro fiorentino, il primo nome che s'è ascoltato del salvatore, invocato da tutti, è stato ancor una volta quello di Fuortes.
Ora dopo la diagnosi impietosa de 'Il fatto quotidiano' che mette in dubbio il miracolo di Fuortes a Roma, si avrà ancor il coraggio di invocarlo per ogni situazione critica? Forse non più. 'Medice, cura te ipsum' gli direbbero i latini; e poi, semmai dopo che avrai portato la salute a casa tua - l'Opera di Roma - vai a curare anche altri 'extra moenia'.
Ciò detto, pensando al caso dell'Opera di Firenze, che è ancora più drammatico di Roma, Cristiano Chiarot, appena nominato sovrintendente, non dorme sonni tranquilli. Perchè - e lo sa bene anche lui - Firenze non è Venezia, l'Opera di Firenze non è la Fenice; e un teatro disastrato è più difficile (forse impossibile) da gestire di un teatro che ha i conti quasi in ordine o con qualche buchetto.
Ma allora perché ha deciso di andarsi ad immolare, a metaforicamente suicidarsi, lontano da casa? Per ambizione? per incoscienza? Per ambizione ed incoscienza insieme? O per i soldi che Franceschini (Renzi) ha deciso di iniettare nelle casse VUOTE e BUCATE del teatro fiorentino?
Ci viene il dubbio che l'allarme lanciato sul Teatro dell'Opera di Roma, preluda ad una iniezione ministeriale di denaro fresco nella speranza, questa volta almeno, che Fuortes il benedetto miracolo di una sana gestione e del risanamento dei conti riesca a farlo. Inutile sperare nell'aiuto del Campidoglio che ha già fatto capire a Fuortes che non sarà della stessa manica larga dei governi precedenti e che ha già limato il suo contributo che è il più ALTO DI UN COMUNE alla propria fondazione lirica.
E qui si avvera la vecchia profezia/ammonimento di Gian Paolo Cresci : se volete un teatro di 'rappresentanza' tirate fuori i soldi; perchè quelli che si ricevono normalmente non basteranno mai. Tutti lo criticarono, ma poi quando per qualche tempo ci passò dalle stanze della sovrintendenza del Costanzi, anche l'avvocato Vittorio Ripa di Meana, anch'egli fece sua quella profezia/ ammonimento/richiesta; ed ora, senza dirlo apertamente, sta per sottoscrivere anche Fuortes. Perché i miracoli non li fa più nessuno. Capito Chiarot?
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domenica 2 aprile 2017
Max Gazzè all'Opera di Roma. Riuscirà Fuortes a mescolare i pubblici?
Quello di mescolare pubblici diversi è un'idea, anzi un pallino, di Carlo Fuortes, forse retaggio degli anni passati a Musica per Roma, nella cui sede progettata da Renzo Piano, c'è l'Accademia di Santa Cecilia con le sue stagioni, sinfonica e cameristica, vari festival, dalla danza ai libri, stagioni di musica contemporanea ed una ricca libreria frequentatissima. E poi anche mostre e lezioni di vario argomento, dalla storia all'arte alla musica di ogni genere, dopo quella classica appannaggio esclusivo di Santa Cecilia, con il jazz, il rock, il pop ed altri accidenti. Un vero cento culturale dove era possibile immaginare il passaggio e lo scambio del pubblico da un settore di interesse ad un altro. Che, dati alla mano, c'è stato.
Da quando Fuortes è andato all'Opera di Roma, dove la cosa più importante che finora ricordiamo è il risanamento dei conti, il pallino della contaminazione dei generi ma soprattutto dei pubblici non riesce a toglierselo dalla testa. Quella stessa testa che ha germinato quall'idea pazza della 'ESTERNALIZZAZIONE' di orchestra e coro per superare lo stallo delle trattative con i sindacati, dopo il buco nel bilancio regalatogli dalla gestione Catello De Martino.
E così a Caracalla ci porta musicisti, certo notissimi, i cui fedeli seguaci mai e poi mai si riverseranno in quello dell'Opera; ci ha provato anche nel Costanzi con 'Zingaro' e il suo spettacolo equestre, poi con i concerti contemporanei, dove la novità più evidente è l'avanzamento del palcoscenico in platea e con il festival di musica 'contemporanea', che credo si chiami FFF- inutile spiegare cosa voglia dire, qualche termine inglese serve sempre a impressionare, e tanto basta - che di fatto è servito a creare una occupazione per Giorgio Battistelli che, con Alessio Vlad costituisce uno dei due corni del dilemma della direzione artistica romana, non ancora sciolto.
Adesso viene fuori con questi concerti 'Extra'. Ci sembra che già l'anno scorso c'era stato un esperimento analogo. Quest'anno il prescelto, l'eletto è Max Gazzè, con la sua musica 'SINTONICA', frutto di una crasi fra 'sinfonica ed elettronica', che anche altri teatri italiani d'opera, MODAIOLI inutilmente, ospiteranno dopo Roma. La VERA NOVITA' SARA' FORSE SOLO QUEL TERMINE DI FRESCO CONIO.
Che ne sarà di Gazzè' ? Noi, data anche l'età, siamo rimasti a vecchi inconcludenti, presuntuosi esperimenti: Liverpool Oratorio del Paul beatlesiano che abbiamo sentito e risentito, senza che una sola volta ci abbia fatto perdere l'impressione della suite di canzonette; o Gilgamesh di Battiato, che vedemmo agli inizi degli anni Novanta proprio a Roma, in un palco assieme a Gianni Morandi, con il quale, reticente come si fa quando si deve esprimere un giudizio su qualche collega altrettanto noto e famoso, scambiammo solo qualche parere di circostanza. Chi c'era allora all'Opera come sovrintendente? Ci pare Cresci; appunto.
Da quando Fuortes è andato all'Opera di Roma, dove la cosa più importante che finora ricordiamo è il risanamento dei conti, il pallino della contaminazione dei generi ma soprattutto dei pubblici non riesce a toglierselo dalla testa. Quella stessa testa che ha germinato quall'idea pazza della 'ESTERNALIZZAZIONE' di orchestra e coro per superare lo stallo delle trattative con i sindacati, dopo il buco nel bilancio regalatogli dalla gestione Catello De Martino.
E così a Caracalla ci porta musicisti, certo notissimi, i cui fedeli seguaci mai e poi mai si riverseranno in quello dell'Opera; ci ha provato anche nel Costanzi con 'Zingaro' e il suo spettacolo equestre, poi con i concerti contemporanei, dove la novità più evidente è l'avanzamento del palcoscenico in platea e con il festival di musica 'contemporanea', che credo si chiami FFF- inutile spiegare cosa voglia dire, qualche termine inglese serve sempre a impressionare, e tanto basta - che di fatto è servito a creare una occupazione per Giorgio Battistelli che, con Alessio Vlad costituisce uno dei due corni del dilemma della direzione artistica romana, non ancora sciolto.
Adesso viene fuori con questi concerti 'Extra'. Ci sembra che già l'anno scorso c'era stato un esperimento analogo. Quest'anno il prescelto, l'eletto è Max Gazzè, con la sua musica 'SINTONICA', frutto di una crasi fra 'sinfonica ed elettronica', che anche altri teatri italiani d'opera, MODAIOLI inutilmente, ospiteranno dopo Roma. La VERA NOVITA' SARA' FORSE SOLO QUEL TERMINE DI FRESCO CONIO.
Che ne sarà di Gazzè' ? Noi, data anche l'età, siamo rimasti a vecchi inconcludenti, presuntuosi esperimenti: Liverpool Oratorio del Paul beatlesiano che abbiamo sentito e risentito, senza che una sola volta ci abbia fatto perdere l'impressione della suite di canzonette; o Gilgamesh di Battiato, che vedemmo agli inizi degli anni Novanta proprio a Roma, in un palco assieme a Gianni Morandi, con il quale, reticente come si fa quando si deve esprimere un giudizio su qualche collega altrettanto noto e famoso, scambiammo solo qualche parere di circostanza. Chi c'era allora all'Opera come sovrintendente? Ci pare Cresci; appunto.
lunedì 6 giugno 2016
Mauro Meli ha portato bene al sindaco Zedda, l'unico rieletto al primo turno, che non voleva il suo ritorno a Cagliari
Protettore, anzi protettrice di Mauro Meli, ai tempi del primo ritorno a Cagliari, dopo gli anni d'oro ( d'oro anche e soprattutto per lui e per tanti altri - chissà come li avrà spiegati nel suo recente libro che non abbiamo ancora letto) non era Zedda ma la Barracciu, messa otto inchiesta a Cagliari per spese esagerate quando era alla Regione e chiamata a Roma con un incarico ministeriale, per sfilarla dal fuoco amico sardo, dal suo protettore Renzi. Zedda ha visto Meli sempre come fumo negli occhi, e figurati se lo voleva ora nuovamente in casa.
Poi il nuovo sovrintendente, Orazi, dal passato non proprio gloriosissimo, comunque un buon prodotto da esportazione, specie quando la sua destinazione è l'isola che non sempre è attraversata dai clamori che spazzano, come il vento sardo, il continente, l'ha chiamato come direttore artistico e Meli è di nuovo a Cagliari, dove alle amministrative di ieri, il sindaco uscente di Sel, Zedda, fra i più giovani del paese, è stato rieletto, unico in Italia, al primo turno. E lo zampino di Meli, improvvisatosi grande elettore e collettore di voti non può essere stato estraneo a tale vittoria, inattesa.
Da tempo, ormai, della Barracciu, da quando Renzi le consigliò di dimettersi da sottosegretario del Ministero dei beni culturali e di eclissarsi per un pò, fin quando la buriana giudiziaria non passa, abbiamo perso le tracce e non abbiamo più notizie. Si sarà ritirata in qualche eremo per espiare la sua colpa di amministratrice spendacciona con i soldi degli altri, oppure, come spesso fanno i giornalacci, non abbiamo più sue notizie, dopo che magari è stata assolta dalla magistratura? Quali che siano oggi le sue condizioni, e se sia stata o meno ripulita la sua fedina penale e politica, d'ora in avanti, anche se Zedda, non crederà ai suoi occhi, deve ammettere che senza il suo nemico di sempre, tanto caro alla Barracciu, forse non avrebbe ottenuto la vittoria al primo turno.
Perciò rifletta Zedda, e alla fine del mandato di Orazi, rimetta Meli a fare il sovrintendente del suo teatro, perchè come lo ha ha fatto lui in passato nessuno potrà più farlo in futuro. Qualche spesa di troppo? La fama ha un costo, diceva Gianpaolo Cresci e può ripetere Mauro Meli.
Poi il nuovo sovrintendente, Orazi, dal passato non proprio gloriosissimo, comunque un buon prodotto da esportazione, specie quando la sua destinazione è l'isola che non sempre è attraversata dai clamori che spazzano, come il vento sardo, il continente, l'ha chiamato come direttore artistico e Meli è di nuovo a Cagliari, dove alle amministrative di ieri, il sindaco uscente di Sel, Zedda, fra i più giovani del paese, è stato rieletto, unico in Italia, al primo turno. E lo zampino di Meli, improvvisatosi grande elettore e collettore di voti non può essere stato estraneo a tale vittoria, inattesa.
Da tempo, ormai, della Barracciu, da quando Renzi le consigliò di dimettersi da sottosegretario del Ministero dei beni culturali e di eclissarsi per un pò, fin quando la buriana giudiziaria non passa, abbiamo perso le tracce e non abbiamo più notizie. Si sarà ritirata in qualche eremo per espiare la sua colpa di amministratrice spendacciona con i soldi degli altri, oppure, come spesso fanno i giornalacci, non abbiamo più sue notizie, dopo che magari è stata assolta dalla magistratura? Quali che siano oggi le sue condizioni, e se sia stata o meno ripulita la sua fedina penale e politica, d'ora in avanti, anche se Zedda, non crederà ai suoi occhi, deve ammettere che senza il suo nemico di sempre, tanto caro alla Barracciu, forse non avrebbe ottenuto la vittoria al primo turno.
Perciò rifletta Zedda, e alla fine del mandato di Orazi, rimetta Meli a fare il sovrintendente del suo teatro, perchè come lo ha ha fatto lui in passato nessuno potrà più farlo in futuro. Qualche spesa di troppo? La fama ha un costo, diceva Gianpaolo Cresci e può ripetere Mauro Meli.
sabato 24 maggio 2014
L' Art Bonus per Repubblica finisce nella 'romana'.
Ieri il consiglio dei Ministri ha approvato il Decreto legge del m inistro Franceschini che dà un pò di fiato alle istituzione culturali italiane. In che consiste? chi fa una donazione a enti culturali ecc.. avrà un bonus del 65% detraibile in tre anni dal reddito, puchè non superi il 15% del redditto imponibile. Chi vorrà venire a girare film in Italia avrà benefici fiscali di certa entità; e il fondo per salvare le fondazioni liriche in difficoltà è stato portato da 100 a 150 milioni.
Notizia dell'Art Bonus cosiddetto l'avevamo letto sul Messaggero, solitamente molto informato, perchè ha un filo diretto con il ministero e con Nastasi; in questi giorni ne hanno parlato - giustaamnte - anche gli altri giornali, trattandosi di una vera svolta nella politica culturale italiana - sempre che le cose non vadano a puttane come qualcuno paventa ogni volta che viene proposto qualcosa di nuovo - Repubblica invece relega la notizia in un trafiletto della 'romana', ma soprattutto per dirci che il Teatro dell'Opera di Roma, d'ora in avanti si chiamerà 'Teatro dell'Opera di Roma Capitale'. Direte : chissenefrega. Sì certo, però una ragione c 'è e la spiega lo stesso direttore generale del ministero, NASTASI, sempre al fianco di Muti e mai di Abbado. Roma può aspirare all'autonomia, la stessa che la legge riconosce a Roma per il suo ruolo di capitale. E' chiara la canzone? E il debito che fine ha fatto? viene inghiottito nel vortice della funzione di 'rappresentanza' di Roma Capitale? ci pare di sentire una vecchia canzone, intonata da Cresci e non solo da lui, la cantò anche Ripa di Meana, ogni volta che andavano a battere cassa per ripianare voragini nei conti.
Ora le cose devono cambiare veramente, non si può andare avanti alla maniera di sempre, nè aprire un a linea di credito eccessivo a Fuortes, solo perché bravo. Prima attendiamo di vedere un teatro davvero rinnovato e con una produttività almeno doppia quella presente che, sinceramente, crea imbarazzo anche al più solerte avvocato nella difesa del teatro dell'Opera di Roma Capitale.
Notizia dell'Art Bonus cosiddetto l'avevamo letto sul Messaggero, solitamente molto informato, perchè ha un filo diretto con il ministero e con Nastasi; in questi giorni ne hanno parlato - giustaamnte - anche gli altri giornali, trattandosi di una vera svolta nella politica culturale italiana - sempre che le cose non vadano a puttane come qualcuno paventa ogni volta che viene proposto qualcosa di nuovo - Repubblica invece relega la notizia in un trafiletto della 'romana', ma soprattutto per dirci che il Teatro dell'Opera di Roma, d'ora in avanti si chiamerà 'Teatro dell'Opera di Roma Capitale'. Direte : chissenefrega. Sì certo, però una ragione c 'è e la spiega lo stesso direttore generale del ministero, NASTASI, sempre al fianco di Muti e mai di Abbado. Roma può aspirare all'autonomia, la stessa che la legge riconosce a Roma per il suo ruolo di capitale. E' chiara la canzone? E il debito che fine ha fatto? viene inghiottito nel vortice della funzione di 'rappresentanza' di Roma Capitale? ci pare di sentire una vecchia canzone, intonata da Cresci e non solo da lui, la cantò anche Ripa di Meana, ogni volta che andavano a battere cassa per ripianare voragini nei conti.
Ora le cose devono cambiare veramente, non si può andare avanti alla maniera di sempre, nè aprire un a linea di credito eccessivo a Fuortes, solo perché bravo. Prima attendiamo di vedere un teatro davvero rinnovato e con una produttività almeno doppia quella presente che, sinceramente, crea imbarazzo anche al più solerte avvocato nella difesa del teatro dell'Opera di Roma Capitale.
lunedì 25 novembre 2013
Quelli che non sanno fare le formiche in tempi di vacche grasse.Come gli amministratori dell'Opera di Roma
Quando cominciò la corte a Muti, che diede il definitivo assenso al 'fidanzamento' con l'Opera di Roma nel corso di un incontro a Salisburgo, i messi della famiglia operistica romana, Alemanno e Vespa, srotolarono ai piedi di Muti un lungo tappeto rosso, spargendovi sopra petali di fiori ed Euro - è inutile fare gli ipocriti. Senza soldi non si fa nulla. Solo che negli anni di vacche grasse occorreva anche pensare agli anni di vacche magre, che prima o poi sempre arrivano a stravolgere ogni piano, anche il più ragionato. Alemanno aveva già preso De Martino e Colabianchi, due debuttanti in ruoli di così grande prestigio e responsabilità; accondiscese al volere di Muti di mandare a casa Colabianchi, per metterci al suo posto Alessio Vlad - per eterna riconoscenza verso il padre, Roman, suo protettore agli inizi della sua carriera fiorentina - ma senza che avesse dato nelle peregrinazioni precedenti prova di grandi capacità; principalmente perché, graziandolo dal punto di vista della carriera, da lui avrebbe avuto sempre fedeltà e sottomissione. Ciò che si va leggendo di queste tempi sulle sue grandi capacità, fa semplicemente ridere.
Alemanno mise a disposizione tutti i fondi necessari e di più, mentre nessuno, anche della sua stessa parte politica, alzò mai un dito contro il finanziamento esagerato che il Comune faceva all'Opera - superiore perfino a quello che le amministrazioni regionali siciliane, in odore di... e clientele, facevano ai due teatri di Palermo e Catania. Qualcuno dirà: niente di nuovo. Veltroni non fece altrettanto con l'Auditorium nei primi anni? con la differenza che l'Auditorium non ha masse stabili, e inoltre, ospitando manifestazioni di ogni genere, nelle sue casse arriva tanto altro denaro.
Un buon amministratore in tempo di vacche grasse non chiede ancora altro grasso; anzi cerca di non sciupare tutto il bendiddio che l'amministrazione 'amica' gli mette a disposizione per risolvere i problemi presenti e passati e per non crearne di nuovi. La ricordate la politica di Gianpaolo Cresci? Se tu non spendi sei ritenuto un cretino; mentre se spendi ci sarà sempre qualcuno che ripianerà i conti. Senonchè ora i furbi sono costretti a pagare per la loro dabbenaggine ma anche per irresponsabilità, che i politici fanno presto a scrollarsi di dosso, per buttare la croce, alla resa dei conti, sulle spalle dei loro servi incapaci. Se è vero che sono cresciuti i contratti di collaborazione, che alcuni cachet erano spropositati, e che vi sono state spese inutili, allora è sacrosanto che chi non ha saputo ben amministrare profittando dei lauti finanziamenti di un tempo del Comune, vada a casa. Noi non la faremmo finire lì la storia, gli chiederemmo conto di tutto e gli faremmo pagare quei soldi che ha letteralmente buttato Sia a lui che al suo direttore artistico che non può chiamarsi fuori, perché voluto da Muti più che da Alemanno; né la presenza di Muti può giustificare qualunque spesa fuori luogo e fuori misura.
Ecco il vero nodo dell'Opera. Che bisognerà sciogliere nel periodo finanziario più buio per il Comune oltre che per il teatro: il bilancio del Comune di Roma è a rischio, come si legge da tempo sui giornali. E allora i lavoratori, al di là del problema della decadenza del sovrintendente e del consiglio di amministrazione, per metterci - a detta del ministro- PERSONE COMPETENTI CHE AMANO L'OPERA; perchè finora chi ne faceva parte? - vogliono sapere giustamente dei loro stipendi e, per questo, non fidano di Marino - che avrebbe detto di aver versato 1 milione di Euro per i pagamenti INPS, ed invece sembrerebbe che non l'abbia ancora fatto; non si fidano del ministro per quanto li abbia rassicurati sul commissariamento: NON CI SARA'; VEDREMO I BILANCI ALLA FINE DEL MANDATO DEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE (dunque potrebbe, però, esserci nel caso in cui i bilanci fossero - come si sospetta - negativi e non per i soldi che ancora Comune e Regione devono al teatro); e non si fidano neppure di Zingaretti, il quale, più concretamente di Marino ha fatto - stando alle sue dichiarazioni - pervenire al sovrintendente il piano della rateizzazione dei finanziamenti che, evidentemente, hanno i loro tempi e che la Regione deve anche per gli anni 2011 e 2012 - quando la Polverini badava solo a promuovere i suoi più fidati attendenti, alzandogli gli stipendi!
In tutto questo l'invito rviolto a Muti è di lavorare in tranquillità per non interrompere il lavoro qualificatissimo che ha intrapreso da tre anni a questa parte. E' una parola!
Alemanno mise a disposizione tutti i fondi necessari e di più, mentre nessuno, anche della sua stessa parte politica, alzò mai un dito contro il finanziamento esagerato che il Comune faceva all'Opera - superiore perfino a quello che le amministrazioni regionali siciliane, in odore di... e clientele, facevano ai due teatri di Palermo e Catania. Qualcuno dirà: niente di nuovo. Veltroni non fece altrettanto con l'Auditorium nei primi anni? con la differenza che l'Auditorium non ha masse stabili, e inoltre, ospitando manifestazioni di ogni genere, nelle sue casse arriva tanto altro denaro.
Un buon amministratore in tempo di vacche grasse non chiede ancora altro grasso; anzi cerca di non sciupare tutto il bendiddio che l'amministrazione 'amica' gli mette a disposizione per risolvere i problemi presenti e passati e per non crearne di nuovi. La ricordate la politica di Gianpaolo Cresci? Se tu non spendi sei ritenuto un cretino; mentre se spendi ci sarà sempre qualcuno che ripianerà i conti. Senonchè ora i furbi sono costretti a pagare per la loro dabbenaggine ma anche per irresponsabilità, che i politici fanno presto a scrollarsi di dosso, per buttare la croce, alla resa dei conti, sulle spalle dei loro servi incapaci. Se è vero che sono cresciuti i contratti di collaborazione, che alcuni cachet erano spropositati, e che vi sono state spese inutili, allora è sacrosanto che chi non ha saputo ben amministrare profittando dei lauti finanziamenti di un tempo del Comune, vada a casa. Noi non la faremmo finire lì la storia, gli chiederemmo conto di tutto e gli faremmo pagare quei soldi che ha letteralmente buttato Sia a lui che al suo direttore artistico che non può chiamarsi fuori, perché voluto da Muti più che da Alemanno; né la presenza di Muti può giustificare qualunque spesa fuori luogo e fuori misura.
Ecco il vero nodo dell'Opera. Che bisognerà sciogliere nel periodo finanziario più buio per il Comune oltre che per il teatro: il bilancio del Comune di Roma è a rischio, come si legge da tempo sui giornali. E allora i lavoratori, al di là del problema della decadenza del sovrintendente e del consiglio di amministrazione, per metterci - a detta del ministro- PERSONE COMPETENTI CHE AMANO L'OPERA; perchè finora chi ne faceva parte? - vogliono sapere giustamente dei loro stipendi e, per questo, non fidano di Marino - che avrebbe detto di aver versato 1 milione di Euro per i pagamenti INPS, ed invece sembrerebbe che non l'abbia ancora fatto; non si fidano del ministro per quanto li abbia rassicurati sul commissariamento: NON CI SARA'; VEDREMO I BILANCI ALLA FINE DEL MANDATO DEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE (dunque potrebbe, però, esserci nel caso in cui i bilanci fossero - come si sospetta - negativi e non per i soldi che ancora Comune e Regione devono al teatro); e non si fidano neppure di Zingaretti, il quale, più concretamente di Marino ha fatto - stando alle sue dichiarazioni - pervenire al sovrintendente il piano della rateizzazione dei finanziamenti che, evidentemente, hanno i loro tempi e che la Regione deve anche per gli anni 2011 e 2012 - quando la Polverini badava solo a promuovere i suoi più fidati attendenti, alzandogli gli stipendi!
In tutto questo l'invito rviolto a Muti è di lavorare in tranquillità per non interrompere il lavoro qualificatissimo che ha intrapreso da tre anni a questa parte. E' una parola!
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