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martedì 27 marzo 2018

Per la società ha contato più Fabrizio Frizzi o Josè Antonio Abreu? Abreu più di Frizzi. Allora perchè da due giorni, soprattutto in tv, si parla solo di Frizzi e di Abreu solo qualche articolo sui giornali?


Capiamo la commozione per la morte di una persona, volto noto della tv, in età ancora giovane e il cui tratto distintivo era  la gentilezza che lo ha reso familiare, più di chiunque altro, nel paese, al punto che in tanti, tantissimi, abbiano dichiarato di considerarlo uno 'di famiglia' , senza aver avuto mai rapporti con lui.

 E capiamo anche che la tv, ferita per la morte del suo  presentatore (di una settantina di programmi in quasi 40 anni di carriera), ne  abbia raccontato ieri la vita in lungo e largo non una ma infinite volte, ed ancora lo farà domani quando ci saranno i funerali, ed anche oggi mostrando la fila di persone che  vogliono dargli l'ultimo saluto  passando  davanti al feretro esposto nella sala degli Arazzi della Rai, a Viale Mazzini, la sua casa.

Sabato sera, un giorno prima di Frizzi, è morto in Venezuela,  José Antonio Abreu, di origini italiane, dopo lunga malattia, a 78 anni, dopo aver a lungo lottato contro il cancro. Chi lo ha conosciuto ed incontrato stenta ad immaginare come il quel corpo contorto, minuscolo, quasi attorcigliato su se stesso -  aveva in questo qualche rassomiglianza con Madre Teresa di Calcutta - potesse annidarsi  una forza, una passione, forte della quale, è riuscito a  riscattare migliaia, forse qualche milione di ragazzi dei bassifondi venezuelani, dando loro una speranza che si chiama 'MUSICA', e mettendogli  nelle mani uno strumento musicale. Abreu ha compiuto un vero miracolo, salvando centinaia, forse milioni, di ragazzi dalla malavita e dalla droga ed aprendo loro  una finestra sulla bellezza.

Abreu meriterebbe - in verità l'ha meritato già tante volte nel corso della sua vita - una attenzione forte e mondiale. Ed invece crediamo  non l'abbia avuta. Sicuramente non quanto Frizzi. Lo piangeranno in Venezuela, paese che  sta vivendo momenti davvero drammatici, assai meno nel mondo.

 Ameremmo che affetto stima e ringraziamento fossero rivolti  anche ad Abreu, come a Frizzi; anzi- lo confessiamo -  ad Abreu più di Frizzi. Perchè Frizzi è stata una persona per bene, ma tutti lo consociamo perchè volto tv;  mentre Abreu, altrettanto noto nel mondo, senza esser volto tv, ha fatto del bene a tanti ragazzi.

mercoledì 23 agosto 2017

Maduro punisce Dudamel. Niente tournée della Simon Bolivar in USA

Quanto volte abbiamo sollecitato da queste  modeste pagine sia Abreu che Dudamel a prendere posizione nei confronti del dittatore del loro paese, Maduro. Almeno da quando s'era capito quale politica intendesse perseguire. La politica che ha poi condotto il suo paese nella condizione più disastrata degli ultimi anni, persino peggiore di quella vissuta con Chavez: povertà, mancanza di medicinali, soppressione di ogni libertà e dei diritti civili,  carcere per gli oppositori.

Mentre i disordini  e le manifestazioni pubbliche contro Maduro erano già all'ordine del giorno, 'El Sistema' ed i suoi massimi dirigenti od esponenti, da Abreu a Dudamel, tacevano. Abreu per il timore che il dittatore togliesse quel pò di ossigeno  finanziario alla sua meravigliosa creatura, il Sistema; e Dudamel, perchè ormai anche con la mente oltre che con il cuore viveva lontano dal suo paese, a Los Angeles.

Poi un giorno di maggio anche Dudamel s'è fatto sentire con una pubblica dichiarazione nella quale invitava il governo del suo paese a ridare libertà al popolo. Apriti cielo, Maduro  non ha tollerato questo intervento tardivo - comunque Dudamel avrebbe dovuto farlo molto prima, sarebbe stato più credibile ed incisivo - e  ne ha  attribuito l'ispirazione al governo degli Usa - dove Dudamel lavora e risiede anche con la sua nuova moglie - che sono suoi nemici dichiarati.

 Ed ora a distanza di qualche mese da quella dichiarazione - ripetiamo: TARDIVA - ha vietato all'orchestra 'Simon Bolivar' di recarsi in tournée negli Stati uniti, diretta proprio da Dudamel.

L'Occidente, al punto in cui siamo, deve rendersi conto che sta lasciando andare troppo avanti il cancro che sta affondando il Venezuela e che, come in altri tragici casi sotto gli occhi di tutti - vedi la Siria di Assad - a  breve rivelerà quanto il temporeggiare dell'Occidente a  riguardo si rivelerà concausa di un altro disastro civile ed umanitario; per giunta nell'Occidente del continente americano e non più in Medioriente.

martedì 1 agosto 2017

Ancora una vittima del dittatore Maduro: un violinista del 'Sistema' fondato da Abreu e finanziato dai governi venezuelani

Ancora oggi si legge ( Il Fatto Quotidiano) che la guerra civile venezuelana è conseguenza dell'azione della Cia, che vuole rovesciare Maduro, che resiste, e la quale mira al petrolio venezuelano.  Mentre delle condizioni disastrose in cui versa il popolo non gliene fotte assolutamente nulla. Sembra la stessa tesi che, senza scendere in particolari, difendeva Roberto Campagnao,  solo qualche mese fa, scrivendo la storia del Sistema di Abreu, vanto del Venezuela del Chavismo, sul sito dell'Associazione italiana degli 'Amici di Abreu', che presiede.

 Non sono del medesimo parere quasi tutti i commentatori della stampa internazionale che invitano i governi ad assumere posizioni chiare contro Maduro e la sua dittatura, prima che sia troppo tardi - sempre che si rendano conto di quali tragici danni abbia prodotto analogo atteggiamento morbido, ad esempio, in Siria.

In maggio non Abreu, ma almeno Dudamel, il fiore più profumato uscito da quell'immenso vivaio musicale venezuelano, aveva postato una lettera di condanna del 'sistema Maduro'  ( l'abbiamo riprodotta per intero nei post precedenti a questo) e l' invito ad ascoltare il popolo, invito evidentemente rimasto inascoltato pur proveniente - tardivamente, come abbiamo già molte volte scritto in questi mesi - da un pulpito che ha ascolto internazionale.

Lo aveva fatto all'indomani della morte, nel corso di incidenti di piazza, di un giovane violinista figlio del Sistema Abreu. Adesso un altro fatto grave è accaduto, che ha nuovamente coinvolto un violinista , ma Dudamel sembra essersi nuovamente ammutolito.

E' accaduto infatti che un giovane venezuelano con il suo violino diventasse una specie di 'pifferaio magico' sempre in testa alle manifestazioni di piazza. La polizia non è stata a guardare. La prima volta gli ha tolto il violino e gliel'ha, sotto i suoi occhi, distrutto (ma non ' a calci', come scrive oggi Omero Ciai su Repubblica; facciamo fatica ad immaginare la distruzione 'a calci' di un violino che è stato  distrutto, più verosimilmente, gettandolo a terra violentemente). Una colletta internazionale ha acquistato un nuovo strumento al giovane eroe il quale ha continuato la protesta, suonando. Il regime  gli ha scagliato contro una seconda volta le canaglie  della polizia che lo hanno imprigionato e torturato, e l'altro ieri in tribunale, tutto il Venezuela ha potuto vederlo con il volto tumefatto e sfigurato. Da rabbrividire. E Dudamel? E Abreu?

P.S. Ancora  a Ciai vogliamo far sapere che Dudamel, quando Abreu ha fondato il Sistema, nel 1975,  non era ancora nato, dunque non poteva essere stato assieme ad Abreu il cofondatore, come superficialmente ha scritto, ancora su Repubblica, ancora oggi.
( Dudamel è nato nell'81)

martedì 18 luglio 2017

El Sistema di Abreu continua a suonare mentre la nave Venezuela affonda

Le notizie che ora arrivano con maggiore frequenza dei giorni scorsi dal Venezuela,  ci dicono di un paese ridotto ad una polveriera sul punto di saltare in aria.
 Nei giorni scorsi l'opposizione ha promosso un referendum, sono andati a votare oltre sette milioni di venezuelani; il 98% di essi ha detto no alla riforma costituzionale che il dittatore Maduro sta per far votare, alla fine di questo mese.
 Continua intanto la dura repressione dei militari fedeli al presidente;  e nelle numerose manifestazioni di piazza anti Maduro degli ultimi giorni ci sono stati altri feriti ed altri morti. E questo in un paese dove mancano da mesi beni di rima necessità oltre a medicine. Insomma nell'Occidente progredito, una situazione da paese tribale dove vige la legge del più forte, e dove anche lo spettro della fame  è presente.

In tutto questo caos anche istituzionale e civile, del quale anche la stampa internazionale comincia a parlare, colpisce il silenzio-assenza di una voce autorevole fra le pochissime che all'estero hanno credito, e per la  cui attività, negli ultimi anni, anche sotto la dittatura del predecessore di Maduro, Chavez, in Occidente s'è parlato del Venezuela.

 Intendiamo 'El Sistema', come lo si chiama con una abbreviazione che non ne dimezza la portata sociale e civile. Quel complesso sistema di alfabetizzazione e pratica musicale che coinvolge almeno mezzo milione o forse più di bambini e ragazzi venezuelani, fondato da Antonio Abreu molti anni fa, finanziato dallo Stato, e del quale alcuni frutti preziosi, come Gustavo Dudamel, sono ben noti in Occidente.

Ad oggi, nel coro di voci che si sono levate contro il dittatore Maduro, manca Abreu, Dudamel ed il 'Sistema'. Come se il grande esercito degli appartenenti al Sistema ed i suoi generali avessero scelto di continuare a cantare e suonare mentre la nave  delVenezuela affonda.

 Non doveva El Sistema insegnare ai giovani, attraverso la musica, il valore della libertà, il riscatto sociale, la difesa  della civiltà? Ha forse mancato del tutto l'obiettivo?

venerdì 28 aprile 2017

Contro la feroce dittatura di Maduro in Venezuela Abreu e Dudamel tacciono ancora

L'abbiamo denunciato nei giorni scorsi . Il silenzio di due notissime personalità di quel paese ormai in guerra civile con decine e decine di morti e disordini giornalieri; mentre milioni di venezuelani scendono in piazza e per strada mettendo a repentaglio la loro vita, per denunciare la dittatura chavista di Maduro che non esita ad usare, dopo la fame e la mancanza di medicinali, anche l'esercito per reprimere la protesta popolare.

Ora tutto il mondo è al fianco dei venezuelani. In questo drammatico fragore, non s'è udita ancora la voce di due eminenti personalità venezuelane note in tutto il mondo:
 -Josè Abreu, padre del 'Sistema'- importante progetto di alfabetizzazione e pratica musicale che coinvolge centinaia di migliaia di ragazzi di ogni età e di ogni estrazione sociale - finanziato da oltre trent'anni da tutti i governi che si sono succeduti in quel paese:
- Gustavo Dudamel, figlio di quel 'Sistema', genio della direzione d'orchestra, stabile a Los Angeles, che la situazione del suo paese e conosce bene, e, nonostante ciò, insieme al suo 'padre artistico, Abreu, continua a tacere.

Ormai il tempo sembra essere scaduto. Abreu e Dudamel non possono, continuare a tacere, fingendo di non vedere in quale catastrofe anche umanitaria il folle Maduro sta sprofondando il loro paese.

lunedì 17 aprile 2017

Abreu, Dudamel tacciono. Che altro deve fare Maduro per costringerli a denunciare il dittatore?

Da tempo si discute della opportunità  che le personalità più in vista del Venezuela denuncino  la repressione e la gravissima crisi economica del loro paese, già avviata con Chavez - ma che nessuno denunciò con forza - ed ora condotta agli estremi da Maduro che ha ridotto il paese nella miseria più nera, dove mancano ormai, a da tempo, generi di prima necessità e medicinali.
 E Abreu? E Dudamel? cosa stanno facendo? non vedono o fingono di non vedere? Non intervengono per opportunismo? Ora anche, e soprattutto per loro, è arrivato il momento di denunciare il dittatore che anche se continua a finanziare - ma lo fa ancora?- il famoso Sistema delle orchestre giovanili ed infantili.
 Ora non possono più tacere. Lo avrebbero dovuto fare già anni fa con Chavez, e forse il paese non sarebbe ora ridotto nelle condizioni che sappiamo. Non lo fece neanche Abbado che per molti anni è andato a svernare in Venezuela raccontando al mondo di un paese dove 'vive e regna la musica', la 'terra promessa' degli anni a venire. Mai una parola: accanto agli accenni,  solitamente generici alla povertà ed all'emarginazione alle quali il 'Sistema' cercava di rimediare, mai una parola di condanna del feroce  dittatore.
 Ora Abbado non c'è più, ma Abreu e soprattutto il baldanzoso Dudamel  sono ancora vivi, hanno occhi per guardare e devono anche avere bocche per denunciare.
 Coraggio Abreu e Dudamel!

domenica 18 dicembre 2016

La musica delle feste. Si è cominciato,questa mattina, dal Senato con il Concerto di Natale su Rai 1. Tutto bene?

Ascoltando oggi il 'Concerto di Natale' dal Senato, su Rai 1, noi dovremmo gioire e basta. Gioire perchè il programma di quel concerto - pur con qualche licenza - altro non è che la riproduzione del format 'Capodanno dalla Fenice'  che noi, per incarico Rai, abbiamo inventato nel lontano 2004, all'indomani dell'inaugurazione della Fenice restaurata, e che nei dieci anni e passa in cui ce ne siamo occupati abbiamo preservato, difendendolo a denti stretti anche dai nemici che si annidano nelle stesse istituzioni musicali. Della nostra lunghissima consulenza'artistica' a quel concerto siamo orgogliosi, anche perché fino al 2014, capodanno ultimo della nostra collaborazione, gli spettatori sono sempre aumentati, fino a superare la quota di 4.400.000. Poi le cose sono andate diversamente, anche in fatto di ascolti,  da quando le regole di quel nostro format sono state in parte modificate.  E forse anche  per questa ragione gli spettatori di oggi ( edizione 2016) hanno superato di poco i 4.050.000: sempre tanti, ma calati rispetto a due anni prima, in misura sensibile.
 E qui il nostro discorso potrebbe concludersi, sia sul Concerto di Capodanno dalla Fenice, che su quello di Natale dal Senato. Senonché l'ascolto di oggi  a qualche riflessione aggiuntiva ci spinge.

Promossa a pieni voti la scelta - che andrebbe mantenuta anche negli anni a venire - di affidare il concerto ad una orchestra di ragazzi (e ad un coro multiplo,  uno dei quali era quello, insostituibile, commovente delle 'mani bianche'), intitolata a Giuseppe Sinopoli, e formata dai frequentatori del cosiddetto 'Sistema'  italiano delle orchestre e cori giovanili e infantili (fondato da Claudio Abbado e animato da Roberto Grossi,) nato su imitazione dell'originale venezuelano, inventato da Abreu. L'intitolazione a Sinopoli nasce dal ricordo che fu proprio il nostro direttore, scomparso prematuramente, a far ascoltare la prima volta a Roma un'orchestra del 'Sistema' venezuelano.  Noi, però, vorremmo chiedere alle istituzioni di non dimenticarsi della grave situazione in cui versa la musica in Italia, passate le feste. Perchè non sono quattro concerti in tv a  poterci far dire che l'Italia è un paese che rispetta la musica.

Il programma del concerto in Senato è costruito sulla falsariga di quello veneziano (anche per il ricorso a più d'un brano dal repertorio del melodramma, terreno privilegiato per quello di Capodanno, ma qui senza una vera, per ottenere varietà e mantenere alta l'attenzione del pubblico televisivo. ragione): pezzi di breve durata, di diversa provenienza ma tutti popolari, alcuni per sola orchestra, altri con coro, altri ancora con orchestra e solisti, alternandoli continuamente. Quello veneziano conserva sempre due pezzi d'obbligo finali (che noi decidemmo di fissare e che, da allora, sono mantenuti con immutato successo: 'Va pensiero' da Nabucco e 'Brindisi' da Traviata);  a quello dal Senato non servono forse pezzi d'obbligo, anche se due brani celebri del Natale di ogni tempo e cultura, come in parte è stato fatto anche oggi, potrebbero diventare una sua cifra distintiva.

Ciò che però non ci piace -  che è poi lo stesso difetto che  abbiamo riscontrato ogni anno nel concerto del giorno di Natale da Assisi (negli anni in cui per quel concerto abbiamo scritti brevi testi di commento e presentazione) è l'eccessivo ricorso ad arrangiamenti ( per il concerto di Assisi affidato all'Orchestra Rai di Torino, sempre con  il solito arrangiatore) e  a manipolazioni spesso davvero indigesti, musicalmente. Come ci è parso l'inutile inopportuno intreccio di  'Jingle bells', un successo mondiale natalizio, con la Marcia di Radetzky.

Non ci è piaciuta neanche la scelta della direttrice,  Giovanna Fratta, perchè dettata dall'imperativo modaiolo della musica di genere (femminile); come  non ci è piaciuta la sua mise 'eccessiva', con quel fascione rosso in vita - sembrava dovesse esibirsi in Arena con il toro - e quel filo d'argento infilato nella lunga treccia.  Avrebbe fatto meglio, ad esempio, a tenere più a bada (a tempo) i suoi pur bravi orchestrali, ed a  scegliere, per il settore 'leggero', un brano più agevole per i giovani coristi, costretti a forzare, nel ritornello.
 Come  non abbiamo condiviso del tutto anche la presenza di Paolo Fresu, musicista ottimo, ma prezzemolino buono per ogni occasione. E neppure la scelta di far cantare a Paola Turci una canzone notissima, Halleluja, di Cohen,  accompagnandosi con la sua chitarra e dalla tromba di Fresu, e facendo l'imitazione del celebre musicista canadese, anche nella pronuncia. La tv vive già di troppi  imitatori, e di altri  ancora non si sente davvero il bisogno. Lei è un'inteprete che non ha bisogno di fare il verso a nessuno, neppure a Cohen.

 Per tutte queste ragioni la Rai fece bene ad  affidarsi alla nostra competenza per la formulazione del programma  del 'Concerto di Capodanno' dalla Fenice'; come farebbe oggi  altrettanto bene Rai Cultura a scegliersi un consulente competente ed intransigente - non noi che siamo ormai fuori e non abbiamo nessuna intenzione di rientrare -  anche per i Concerti della feste, che sono tanti e che non possono essere lasciati all'iniziativa di coloro che vengono chiamati ad eseguirli.

domenica 14 agosto 2016

Gustavo Dudamel tace sul presidente venezuelano Maduro, come taceva su Chavez, accusa Montero. Il difficile rapporto tra intellettuali e potere

Di fronte al potere oppressore, vi sono sempre stati sostenitori o fiancheggiatori ed oppositori. E, riguardo a  quest'ultimi, oppositori che si sono dichiarati senza mezzi termini ed anche pagato, con l'esilio con il carcere quando non anche con l'eliminazione fisica, ed altri che, invece, hanno preferito continuare a lavorare, senza scontrarsi apertamente con il potere, insomma a resistere 'passivamente' per salvare il salvabile.
 In quale di queste categorie entri anche il celebre caso di Furtwaengler non è così facile definire. Secondo alcuni egli tacque, per comodità, secondo altri egli non si oppose apertamente al potere per 'salvare il salvabile', assecondato dal potere medesimo che  così voleva dimostrare al mondo che in fondo tanto cattivo non era.
 Ora sono trascorsi molti anni dal quando Furtwaengler mantenne un certo rapporto con il potere nazista in patria, ed anche molte cose che dovrebbero indurre coloro i quali hanno voce in capitolo - e gli intellettuali veri, ed i musicisti anche sono fra questi - a parlare e denunciare. Mentre, ad esempio, non lo fanno personaggi come Lang Lang che sa bene che nel suo paese i fondamentali diritti umani sono calpestati.  A differenza del direttore Fischer che ha denunciato, addirittura attraverso un'opera, la repressione nella sua Ungheria, o come il pianista compositore turco, Fazil Say che fu condannato per aver criticato il potere del suo paese.
 Quando in Sud Africa  dominava l'apartheid, si discusse spesso dell'argomento, senza arrivare mai ad una conclusione univoca e soddisfacente, anche perchè direttori celebri come Bernstein, tanto per fare un nome, non disdegnava di andare a dirigere in quel paese il cui potere, alla luce del sole e senza vergogna, si dichiarava razzista.
 Veniamo ai nostri giorn, per i quali abbiamo citato i casi - esemplari ed encomiabili! -del direttore ungherese e del pianista iraniano; mentre potremmo, per l'altro verso citare il caso Gergiev che ha ottimi rapporti con Putin che certamente non è un campione di democrazia, ma che comunque protegge il Marijnsky di San Pietroburgo, mettendo Gergiev nelle stesse condizioni di Furtwaengler, sebbene il potere russo non sia paragonabile a quello nazista, però in Cecenia...
Potremmo anche citare il caso di Claudio Abbado assiduo frequentatore, per dar sostegno al 'Sistema', del Venezuela di Chavez ed anche di Maduro, come anche della Cuba di Castro, dalla cui bocca non ci pare di aver mai sentito parole di condanna dei rispettivi dittatori, ma solo lodi per qual che facevano per la musica.
 Adesso che la situazione in Venezuela è precipitata - mentre per fortuna quella di Cuba sembra aver preso  una piega migliore - anche i nipotini del grande direttore si comportano come il loro modello: tacciono. Colpevolmente o no ?
 Poprio in questi ultimi giorni è scoppiata una polemica, alimentata da una brava pianista venezuelana, Montero, residente negli USA,  che su quotidiani internazionali, si è dichiarata molto critica, contro Gustavo Dudamel, il quale contro i dittatori che hanno governato il suo paese ( Chavez) e lo governano tuttora ( Maduro) non ha detto una sola parola. Ha taciuto, ben conoscendo la drammatica situazione, tragica, del suo paese, alla faccia del Sistema, per la cui difesa egli si è giustificato.
 Dudamel non ha detto una sola parola - accusa Montero - perchè teme di perdere i privilegi e gli agi di cui gode ( lui è stabile a Los Angeles, e sembra fottersene  della tragica situazione del suo paese, dove mancano i beni  di prima necessità ed anche i medicinali; il popolo è allo stremo, sull'orlo di una catastrofe, se non fa prima una rivoluzione per cacciare Maduro). Il riccioluto direttore s'è giustificato dicendo che non ha mai detto una sola parola di appoggio ai dittatori del suo paese,  ha taciuto come accusa la Montero, e che vuole difendere il 'Sistema' fondato da Abreu.
 Ma anche altri accusa Dudamel di aver sbagliato tacendo, anche perchè se non parla lui che  è conosciuto e fa opinione, chi altri dovrebbe farlo? la povera gente che nonostante la tragedia che sta vivendo, continua a suonare e cantare  ' per sopravvivere'? Come facevano nei vari campi di concentramento i musicisti torturati ed internati, senza  che però in quella occasione il mondo conoscesse le atrocità dei vari campi di prigionia e concentramento, mentre  oggi l'opinione internazionale conosce e denuncia la tragica situazione venezuelana, e Dudamel tace.

venerdì 22 luglio 2016

La cultura a Roma nei piani del sindaco Virginia Raggi

Dal piano quinquennale presentato ieri in Giunta capitolina dal nuovo sindaco, stralciamo il capitolo n.9 dedicato alla cultura e che si articola in diversi paragrafi tematici.


DIRITTO ALLA CULTURA
Roma Capitale ha un patrimonio enorme: non solo l’immensa eredità del passato ma intelligenze, voci, competenze, iniziative di donne e uomini, nuove imprese culturali che trovano la propria via alla vita contemporanea, nonostante i mille ostacoli eretti da una società impaurita dal futuro e da una pubblica amministrazione che troppo spesso preferisce il noto delle rendite di posizione all’ignoto dell’innovazione. Roma ha tutte le carte per essere protagonista della vita culturale mondiale. Per anni si è autocondannata ai margini, privando la maggioranza dei suoi abitanti del diritto fondamentale di godere della vita culturale e scientifica della città, del suo patrimonio artistico, culturale e paesaggistico, delle nuove opportunità che la tecnologia rende possibili per la creazione, l’apprendimento, l’innovazione sociale, lo sviluppo del pensiero. Questo diritto deve essere riconosciuto a chiunque abiti Roma, ovunque si svolga la sua vita. È una condizione indispensabile a una cittadinanza critica e informata, al progresso sociale, all’emancipazione umana. É anche un volano straordinario per un’economia sana e sostenibile. Gli ostacoli alla fioritura della vita culturale e al pieno godimento del patrimonio di Roma vanno rimossi, con l’azione diretta per assicurare certezza e semplicità di regole e procedure, e con una decisa iniziativa a livello legislativo in coordinamento con altre amministrazioni locali. Cultura e Roma sono un sinonimo fuori dai confini nazionali; si lavorerà perché lo siano anche in casa nostra.

VALORE CULTURA
Esiste nelle attività culturali un indiscusso valore che non è misurabile in termini commerciali o monetari, ma ha un impatto forte sulla coesione e sul capitale sociale e dunque sulle condizioni per lo sviluppo dell’economia stessa. C’è un merito tecnico che deve essere affrontato per dare piena autonomia alla volontà politica di dispiegarsi. Si adotteranno misure convincenti di questo valore e si costruirà una disciplina diversa per l’uso del patrimonio pubblico che riconosca adeguatamente il contributo della partecipazione culturale alla crescita civile e sociale.

UNA STRATEGIA CULTURALE PER ROMA
Con il coraggio di discutere in modi diversi, tra persone oltre i confini delle organizzazioni e dei ruoli, Roma dovrà dotarsi di una strategia culturale per lo sviluppo della città, che consenta di far convergere le risorse ed energie verso obiettivi decisi insieme ai cittadini, con la partecipazione di chi lavora per/con la cultura, fuori e dentro l’Amministrazione capitolina, e di coloro che da lontano guardano a Roma con amore e la considerano un patrimonio inestimabile della comunità umana. Dunque, una strategia condivisa che prenda corpo nel corso del mandato e resti a disposizione per il futuro.

DA UN INSIEME DISORDINATO A SISTEMA INTEGRATO
Le strutture, le istituzioni e aziende di - o partecipate da - Roma Capitale, devono tornare ad essere interlocutore credibile per tutti: ciascuna con compiti ben distinti, ma coordinate. Non più in ordine sparso, non più con obiettivi divergenti, non più in competizione tra loro. Si adotterà, dunque, un sistema che per la crescita culturale della Capitale agisce e collabora con lo Stato italiano e le Istituzioni culturali internazionali che hanno sede in Roma.

INTERCULTURA E COESIONE
La composizione della popolazione cambia vertiginosamente: si allunga l’aspettativa di vita, rallentano le nascite, grandi migrazioni portano culture e religioni diverse in contatto, generando frizioni, paure ma al contempo grandissime opportunità. Le reti di comunicazione e le tecnologie trasformano modi di produzione e circolazione di contenuti e generano impatti senza precedenti sulle identità culturali. La sfida dell’Intercultura e di un equilibrato rapporto tra identità culturali e cambiamento è davanti a noi e parte integrante del lavoro di consiliatura. Sarà, inoltre, parte integrante degli indirizzi alle Istituzioni culturali della Capitale per l'adeguamento ai principi sanciti con la Dichiarazione Universale UNESCO sulla Diversità Culturale con interventi su strategie, politiche per il pubblico, programmazione, partnership, risorse umane e composizione degli organi societari, fornitori.

LA RETE DIFFUSA E I PRESIDI
Le Biblioteche comunali sono un patrimonio prezioso, presidio fondamentale sul territorio, immerse nelle periferie. Saranno aiutate nel loro lavoro a esplorare nuove frontiere e vecchi saperi, ad essere sempre più luogo d’incontro, del piacere dello stare insieme; insieme alle scuole, prima porta al diritto diffuso alla cultura. Si costruirà una nuova rete che colleghi, nella loro autonomia, questi presidi culturali deputati a divenire un luogo nevralgico per l’esplorazione delle nuove frontiere, della tecnologia applicata all’espressione artistica, dell’interazione tra pubblico e creazione, luogo di gioco e di apprendimento per bambini/e e famiglie, tra Italia e mondo. Questo luogo potrebbe essere il Palazzo delle Esposizioni, protagonista di una nuova avventura dopo anni di confusa gestione. Piccole librerie, teatri, centri culturali che restano chiusi per inerzia o difficoltà o chiudono per le ragioni più diverse, ma anche per l’impossibilità di far quadrare i conti. Occorre invertire la tendenza. Si rimetteranno presto a disposizione delle comunità i luoghi su cui si è investito e che attendono solo di tornare a vivere come il Centro culturale Elsa Morante o il Cinema Aquila, il Teatro Valle. Si agirà, inoltre, su tutti i fronti, inclusa la riduzione del peso degli oneri comunali a fronte di un contributo a promuovere la vita culturale nei quartieri in cui operano. Con il baratto amministrativo, con disposizioni specifiche, si troveranno le forme più equilibrate per riconoscere il valore del lavoro di chi contribuisce alla crescita culturale dei romani, nelle compatibilità di bilancio.

IL PATRIMONIO CULTURALE
Sulla base dei principi sanciti dalla Convenzione di Faro (Portogallo), nel maggio 2014, un’importante decisione del Consiglio dell’Unione Europea ha riconosciuto che il patrimonio culturale svolge un ruolo fondamentale nel creare fiducia reciproca tra i cittadini, stimolare la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, migliorare la qualità̀ della vita e il benessere degli individui e delle loro comunità̀, promuovere la diversità̀ e il dialogo interculturale. In seguito, il Consiglio ha approvato le conclusioni sulla Governance partecipata del patrimonio culturale. Queste decisioni collocano al centro delle politiche di tutela e valorizzazione del patrimonio lo sviluppo della persona umana, finalmente nel solco del diritto fondamentale sancito all’articolo 27 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Roma Capitale ha per legge responsabilità eccezionali sulla tutela e valorizzazione del patrimonio esistente nel suo territorio. La comunità ha il compito di tutelare il patrimonio anche per le generazioni future, in modo che Musei e siti possano esprimere tutto il loro potenziale per migliorare la qualità della vita e il benessere dei cittadini. Si metteranno la qualità dell’esperienza e l’arricchimento della persona al centro del rapporto tra visitatori e luoghi, intervenendo sulla fruizione con le migliori pratiche internazionali. Se il patrimonio di tutti diventa il patrimonio di ciascuno di noi e ognuno ne prende in cura una parte, allora sarà possibile tutelarlo nel suo insieme, anche quello oggi abbandonato. Si dovranno sperimentare con la giusta attenzione modelli di gestione del territorio e del patrimonio minore che, senza inversione di ruoli, vedano i cittadini protagonisti della loro tutela, accompagnati dalle eccellenti competenze di cui Roma è ricca nelle Soprintendenze e nelle Università. Musei, siti, paesaggi sono tra le migliori carte di Roma per innalzare la qualità della vita; per accrescere la comprensione del mondo, il passato, il presente e il futuro; per ridarci il piacere di vivere la città e per molto altro ancora.

ECCELLENZA E ABILITAZIONE
Roma Capitale indirizza o concorre a indirizzare le principali istituzioni culturali, attive in ogni settore dell’espressione artistica. Lo Statuto speciale le attribuisce particolari compiti in questo campo e l’Amministrazione finanzia l’attività di queste Istituzioni, creando direttamente o in collaborazione eventi e festival con ambizione di respiro internazionale. La Capitale e l’Italia hanno bisogno che quest’offerta culturale d’eccellenza sia sempre più tale, cresca di qualità e prestigio, ma, allo stesso tempo, è necessario sfruttare meglio le opportunità che nascono da quest’offerta. E’ indispensabile che ciascuna Istituzione o iniziativa metta in circolo, a beneficio della città intera, la ricchezza di relazioni, interlocutori e competenze che si generano intorno alla propria attività. Attività che, peraltro, in molti casi possono diventare occasione per la raccolta di risorse da destinare allo sviluppo culturale nelle zone più in difficoltà di Roma. Si dovrà, dunque, affiancare al compito tradizionale di offrire l’eccellenza un nuovo compito, o rafforzarlo ove già sia praticato. Si utilizzeranno al meglio tutte le opportunità per realizzare attività educative, formative e promuovere nuova creazione e intrapresa diffusa.

NUOVA CREAZIONE
 Il nostro patrimonio culturale, la bellezza che riceviamo in eredità, arriva a noi perché nel passato vicino e lontanissimo qualcuno l’ha concepita e realizzata pensando al proprio tempo e al futuro, al mondo che sarebbe seguito. Mentre ci prendiamo cura di questa eredità, dobbiamo tornare a inventare, creare, esplorare con eguale ambizione. Roma deve tornare capitale culturale mondiale nel pieno senso del termine, città in cui la capacità di sviluppare, creare, produrre conoscenza, beni e servizi culturali, siano al cuore del suo sviluppo: dalla musica all’audiovisivo, dall’architettura al design in tutte le sue espressioni, dalle arti visive in senso esteso allo spettacolo dal vivo, dalla letteratura all'editoria locale, dalla nuova creatività che si affaccia nei laboratori dei makers, nella nuova scuola romana di fumetto, al MAAM e tantissimo altro. Con i giovani protagonisti prima di tutto. Allo sbando, senza un progetto unitario, nel cuore di Testaccio c’è una risorsa strategica per la rinascita culturale. L’ex Mattatoio. Liberato nel 1999 dopo anni di abbandono, è cresciuto in modo disorganico ma intorno all’idea di essere un luogo dove nuova conoscenza e creazione trovano casa. Ora, insieme all’Università e agli altri attori che sono oggi partecipi del suo funzionamento, saranno definiti indirizzi e strumenti per essere uno dei cuori pulsante della cultura a Roma e della sua internazionalizzazione. L’utilizzo coordinato degli spazi comuni insieme ad una politica di branding e programmazione generale sono la chiave per superare la frammentazione che oggi impedisce all’ex Mattatoio di sviluppare il suo potenziale in modo organico. Le Università sono una risorsa essenziale per una politica attiva di sviluppo della creatività. Si cercherà la massima collaborazione per mettere a frutto il capitale di sapere, competenze, ricerca e innovazione che esprimono e che troppo a lungo non è stato adeguatamente riconosciuto in quest’ambito. Accanto a politiche attive verso la creazione, bisognerà alleggerire il peso delle procedure per autorizzare le attività di pubblico spettacolo, semplificandole e contenendo gli oneri diretti ed indiretti. Allo stesso tempo, si ritiene necessario un maggiore controllo di merito per evitare che l’etichetta “Attività culturale” e relativi benefici siano utilizzati indebitamente. Inoltre, è indispensabile riconoscere il valore delle esperienze amatoriali e di formazione attraverso cui milioni di cittadini possono imparare ad esprimersi con l’arte, in particolare, quando queste favoriscono anche lo sviluppo di empatia e relazioni collaborative tra chi vi partecipa. El Sistema di José Antonio Abreu ha mostrato al mondo cosa è possibile fare grazie ad un’educazione musicale pubblica, diffusa e capillare, con accesso per bambine/i di tutti i ceti sociali: a Roma si seguirà il suo insegnamento, cominciando nelle zone più svantaggiate della città

venerdì 28 agosto 2015

Attenti alla foto (Corriere). Senti chi parla ( Santanchè)

Ieri all'ennesima intervista legata alla venuta a Milano dei rappresentanti del Sistema  di Abreu, nato in Venezuela, ma che mirava a segnalare una iniziativa del quotidiano milanese ( che ha ospitato il direttore Dudamel, in redazione per porgli domande) era allegata una foto, gigante, di Dudamel che dirigeva. Dalla didascalia si apprendeva che stava dirigendo l'Orchestra 'Simon Bolivar' del Venezuela, orchestra che notoriamente è fatta di strumentisti giovani, mentre quelli che si vedevano nella foto giovani davvero non erano. Si trattava  quasi sicuramente dell'Orchestra di Los Angeles oggi affidata a Dudamel. Gli unici a non saperlo erano i redattori del Corriere, benché l'intervista ed anche i pezzoni usciti nei giorni precedenti sottolineavano il fatto che il 'Sistema' di Abreu era rivolto ai giovani, ai quali voleva dare un futuro anche attraverso la musica.

Sempre ieri ad un dibattito televisivo ( La7) sui migranti, l'ennesimo a seguito dell'ennesimo affondamento ed elenco di morti, hanno invitato anche la pitonessa Santanchè, che quasi  sicuramente in tv è più presente che in Parlamento,  sempre agghindata di tutto punto, con una decina di braccialetti al polso, collegata dalla sua capanna di legno in Versilia, dove  passa le vacanze, due cuori in una capanna, con il suo compagno attuale, il direttore del Giornale ( al quale per una decina d'anni abbiamo collaborato anche noi), pure egli intervistato nei giorni scorsi dalla medesima capanna.
La Santanchè si infervora quando sente parlare di migranti - che non sono disgraziati in fuga da guerre e fame, ma clandestini  e terroristi - e parte nella difesa stantia dei poveri italiani - anziani, giovani, e senzalavoro - per i quali lei si è sempre battuta - così ripete ogni volta - e si batterà sempre, contro questo governo che ai migranti dà soldi  che nega agli italiani indigenti. La somma che il Ministero degli interni dà ai migranti regolari, residenti in Italia è di 30-35 Euro circa, giornalieri.
 La Santanchè non ci ha visto più ed è sbottata: gli italiani sono stanchi di mantenere questi clandestini terroristi. Le ha risposto per le rime Daverio. Ma non sono - ha detto - gli stessi italiani che mantengono al Parlamento e nelle Regioni e nei Comuni migliaia e migliaia di politici e non a 30-35 Euro al giorno? E mantengono anche la stessa Santanché che, si sa, fa l'imprenditrice ( cura anche la pubblicità del quotidiano diretto dal suo compagno) ma alla quale evidentemente quel lavoro non basta e perciò  si fa mantenere a 15.000 Euro al mese dagli Italiani, per sedere in Parlamento e fare casino in tv?

martedì 23 dicembre 2014

Tutto il brutto che c'è in 'Tutto il bello che c'è' del TG2. Dalla Cenerentola di Rossini, non di Verdone, al Sistema delle orchestre giovanili in Italia

Fossi io il direttore del TG2 RAI - ma non lo sono, peccato! - prenderei a calci in c... chi ha scritto il 'lancio' della 'Cenerentola' di Rossini, che , con la regia di Verdone è diventato un film-opera ed in questi giorni viene proiettato, come  un film qualunque nelle sale cinematografiche italiane. L'abbiamo sentito con le nostre orecchie oggi  alle 18.30 nella rinomatissima rubrica del TG2, ' Tutto il bello che c'è'.
 Ecco il testo preciso: "in questi giorni nelle sale cinematografiche italiane la CENERENTOLA di VERDONE su LIBRETTO di ROSSINI". Idiota di un giornalista.
 Si tratta della Cenerentola di Rossini che abbiamo visto in tv negli anni scorsi, uno degli spettacolari programmi ideati da Andrea Andermann,  ambientato nelle straordinarie reggie sabaude torinesi. Un'opera in diretta televisiva come fosse la ripresa di un film in diretta, senza palcoscenico. Sì'era già viste  Tosca 'nei luoghi e nelle ore di Tosca', 'Traviata a Parigi', Rigoletto a Mantova ed ora 'Cenerentola a Torino'- Di questa celebre opera di Rossini Verdone ha curato la regia. Dopo qualche anno Verdone, d'accordo con Andermann - ma sarebbe stato d'accordo anche Rossini, se glielo avessero chiesto - hanno rimontato quell'opera 'in diretta' da luoghi di favola e ne hanno tratto un film, come fu fatto da Rosi per Carmen e da Losey per Don Giovanni, per citare due fra gli esempi più illustri.
 Niente di più lontano da quanto annunciato dal TG2 questo pomeriggio. Perchè, innanzitutto Rossini non ha scritto il libretto che è di altri, e Verdone non ha fatto un film dall'opera, semplicemente a quel grandioso spettacolo (peraltro l'opera fu ridotta, per stare in certi tempi televisivi) operistico ha dato una seconda vita che non è diversa dalla prima. Non una sola immagine è stata cambiata, semmai sono stati fatti tagli e cuci per farlo diventare un film.
 M forse l'autore di quel lancio infame, per fare il verso a Verdone, avrà voluto scherzare, dichiarando che la 'Cenerentola' era di 'Verdone', sebbene il libretto - la musica asino! - di Rossini.
 Nella stessa  rubrica, culturale, del TG2  un'altra 'sòla', riguardante il 'Sistema delle orchestre e dei cori giovanili' fondato 35 anni fa da José Abreu in Venezuela, da poco impiantato in Italia, anche per merito e volontà di Claudio Abbado. Era questa la notizia,  perchè quella della nascita del Sistema è ormai vecchia di 35 anni.
 Allora il bravo giornalista che fa  racconta di come questo sistema è stato impiantato in Italia, la sua presenza e l'attività avviata. Il giornalista del TG2 prende un vecchio film documentario realizzato in Venezuela o forse un altro fatto da un italiano, e trasmette le immagini dell'orchestra 'Simon Bolivar' venezuelana ed un'intervista ad Abreu, realizzata a Roma, nell'Auditorium, anni fa - c'eravamo anche noi, fra i giornalisti che l'intervistavano.
 Alla fine fa dire due parole a Roberto Grossi, presidente di Federculture, attuale responsabile dell'attuazione e dei progetti del Sistema' in Italia. Ora, con tutta quella caterva di giornalisti che ha in dotazione un TG, è mai possibile che non ve ne è nemmeno uno in grado di raccontare che cosa il Sistema italiano sta facendo? Ecco un altro caso, anzi due, dove la riforma Gubitosi si rende necessaria, se non altro fa risparmiare, anche se non potrà trasformare certi giornalisti da asini in professionisti.

sabato 20 settembre 2014

Francesco Cilluffo inaugura Firenze; la 'grande opera' e 'grande musica' a Roma; belle le giraffe e i rinoceronti di Santa Cecilia

Ci lamentiamo sempre della scarsa attenzione che in Italia si ha verso i giovani talenti in campo musicale, giacchè vediamo sempre preferiti, specie  sul podio, talenti stranieri, anche in titoli di repertorio che  vorrebbero maggiore prudenza e qualche anno di attesa in più per i giovanotti - ma la colpa è dei direttori artistici che vogliono far casino a tutti i costi e anche delle agenzie, suggeritrici, che non hanno tempo di attendere che un 'frutto' maturi, vogliono far cassa subito.
 E, di conseguenza, non possiamo non rallegrarci per la bella opportunità offerta a Francesco Cilluffo, che conosciamo solo di nome, che fra breve inaugurerà la stagione dell'Opera di Firenze con un titolo giusto per un debutto importante: Il campiello' di Ermanno Wolf Ferrari. Cilluffo ha spalle solide, quanto a studi, e finora, salvo qualche eccezione,  ha lavorato in teatri e festival che fanno riferimento alla direzione generale ed artistica del teatro fiorentino. Va bene, la sua attività si esplica anche nella composizione. Siamo felici per il  giovane direttore torinese che a Firenze comincia la scalata ai grandi teatri.
E in quello di Firenze, tutto nuovo,  quest'anno - chissà perchè - hanno fatto a meno di una notissima musicologa divulgatrice che, negli anni passati, parlava di tutto e presentava ogni cosa, della cui  presenza straripante  avemmo modo di lamentarci con i responsabili, senza essere ascoltato,  ed anzi ricevendone ammonizione stizzita. Ora vediamo che, inavvedutamente,  riescono a far a meno della di lei presenza, con grave danno per il teatro che, per tale ragione, sembrerà più povero a tutti i fiorentini.
 Chi vuol ascoltare musica o vedere ed ascoltare opere in Italia ha solo l'imbarazzo della scelta. Ma chi vuole ascoltare  'grande musica' e ascoltare e vedere 'la grande opera'  non ha altra scelta che venire  a Roma, come suggeriscono i proclami delle due  più note - anzi'grandi', a questo punto -istituzioni musicali romane , l'Opera e Santa Cecilia.
 A proposito della quale ultima ci ha  divertiti, nella pur  inutile campagna abbonamenti 'animalier' di quest'anno,  il  soprano 'giraffa' che giganteggia con il suo collo proteso all'acuto che troneggia sulle fiancate degli autobus o agli angoli delle strade. Anzi forse ce n'è anche un altro di  animale-strumento che ci ha sorpresi: noi non l'abbiamo visto ma ce lo hanno riferito: il corno-rinoceronte. Ma non garantiamo che abbiamo visto bene. Mentre, osando, ci permettiamo di suggerire all'Opera di Roma Capitale di togliere dai suoi cartelloni pubblicitari quelle facce minacciose disegnate da un noto pittore, per le quali Fuortes va fiero, potrebbero dissuaderei melomani dall'andare a teatro.
 Qualche giorno  fa la terza tappa del 'grande giro del mondo in quattro piccole orchestre' con l'orchestra giovanile brasiliana di Bahia, figlia anch'essa del sistema venezuelano di Abreu.  Avremmo desiderato ascoltarla, ma i biglietti erano tutti esauriti, su oltre 2700 posti - come ci ha riferito, dispiaciuta, l'addetta stampa dell'Accademia. Del quale concerto non siamo riusciti a leggere neanche una riga sulle migliaia di giornali i cui critici avevano avuto il biglietto stampa, al punto da esaurirne l'intera disponibilità che è stata alla base del dispiaciuto rifiuto dell'Accademia a noi che l'avevamo richiesto troppo tardi. A questo punto, per non arrivare ancora una volta  troppo tardi, inviamo da queste pagine la richiesta di un biglietto stampa per il concerto conclusivo della stagione, dal quale ci separano appena otto mesi, sperando questa volta di non arrivare fuori tempo massimo.

venerdì 27 giugno 2014

Pensiamo ai giovani per il futuro del nostro paese.

Nell'annuale rapporto sulla cultura realizzato da 'Federculture', il presidente Roberto Grossi, che non ha risparmiato critiche alla politica culturale del governo, ha avanzato idee e progetti per far rinascere il nostro paese. Puntando sui giovani e la formazione. Ecco qualche esempio.
'Abbiamo esaminato la vs domanda di finanziamento rivolta a codesto ministero. Avendo constatato il pareggio di bilancio, non possiamo sottoporre la vostra richiesta alla 'Commissione consultiva Musica''. In parole povere, se la richiedente fondazione avesse avuto un passivo di bilancio il Ministero avrebbe preso in considerazione la richiesta. Questa assurda lettera inviava il direttore generale per lo 'spettacolo dal vivo' del Ministero dei beni e delle attività culturali e del Turismo (MIBACT), Salvatore Nastasi, alla presidenza della Onlus 'Orchestre e cori giovanili in Italia', fondata qualche anno fa da Claudio Abbado, sul modello dell'analogo famoso movimento venezuelano creato, quasi quarant'anni fa, da Antonio Abreu ed oggi ammirato, importato ed imitato in molti paesi. La fondazione italiana chiedeva un sostegno finanziario al Ministero, in considerazione dell'alto valore educativo oltre che strettamente musicale dell'iniziativa che sta prendendo sempre più piede nel nostro paese, nel silenzio quasi generale, mentre, per il futuro, già ora fa molto ben sperare. E il ministero risponde picche.
Perchè oggi molti giovani artisti guardano a Berlino come ad una delle capitali europee più ambite dove vivere, formarsi ed avviare un'attività artistica - si chiede Grossi? La risposta è semplice. In quella grande capitale agli artisti sono riservate residenze molto stimolanti a condizioni accessibili. In Italia no. Eppure nel passato chi voleva lavorare nel campo delle arti, metteva in programma una lunga residenza in Italia, dove alcuni paesi europei, più attenti al problema, mantengono tuttora viva quella tradizione. E, infatti, sono sotto gli occhi di tutti le residenze romane di due accademie, quella francese (Villa Medici) e quella tedesca ( Villa Massimo) che ospitano 'borsisti' ( pittori,scultori,letterati,musicisti, registi ecc...), dei rispettivi paesi ma anche di altri.
A Roma, ad esempio, che vanta alcuni istituti di alta cultura, dal Conservatorio, all'Istituto di cinematografia, alle Accademia di Arte Drammatica, di Belle Arti e di Danza, si potrebbe costituire - avanza Grossi - una rete interdisciplinare delle arti, alla quale affidare ville e proprietà sequestrate alla malavita, per farne residenze per gli artisti giovani meritevoli, e , più in generale, luoghi votati alla creatività.
Non è possibile che in Italia ci siano incentivi ( agevolazioni e detrazioni fiscali) per l'acquisto di qualunque cosa, dalle lavatrici, ai mobili, alle macchine e di qualunque altro marchingegno, mentre nessun incentivo è mai esistito per l'acquisto di libri, che, infatti, calato di quasi il 60% nel primo trimestre di quest'anno – una caporetto! - o di apparecchiature per la creazione artistica.

L' insensibilità verso la formazione culturale e l'età giovanile, si manifesta anche in altre curiose anomalie. Una maestra, in visita ad un museo statale, con la sua classe, ci ha segnalato che quel museo non prevedeva ingressi agevolati per gli studenti. E perciò, al botteghino, ha pagato il costoso biglietto intero per lei e per ciascuno studente, che forse non metteranno più piede in un sito d'arte. Non sarebbe ora di cambiare?

mercoledì 12 febbraio 2014

Ludovica in Esposizione

 Abbiamo perso la Ludo/ l'abbiamo persa, non la troviamo/ chi la trova ci faccia sapere/ della Ludo, trallala.
 A parte il tono scherzoso della filastrocca, noi non scherziamo affatto, perchè la perdita della Ludo ci ha procurato parecchie notti insonni. La Ludo è naturalmente Ludovica Purini, figlia del famoso architetto, sposata Rossi; e chi altri se non Lei? L' abbiamo conosciuta anni fa quando  in Campidoglio si presentò  con Veltroni - più o meno una decina d'anni fa - alla vigilia della venuta a Roma di Claudio Abbado con l'Orchestra di Lucerna, per una sorta di 'Lucerna a Roma'. La Ludo,  allora una sconosciuta, aveva raccolto dalle sue amiche un pò di soldi per metterli  nella cassa di Santa Cecilia, onde far fronte alla spesa non indifferente della trasferta della grande orchestra. In concomitanza di quella sua uscita pubblica come mecenate della musica, la Ludo aveva fondato a Roma una 'Compagnia per la musica in Roma', il cui sito ufficiale a distanza di non molti anni e della poco intensa attività, è oggi in disarmo e abbandono.
Eppure la Ludo in questi anni non è stata con le mani in mano, ne ha tentate tante, anche in campi diversi.  Che vanno dall'innamoramento per la causa venezuelana di Abreu,  con le orchestre giovanili, sbocciata contemporaneamente alla passione per Abbado, poi annacquatasi; alla istituzione di un 'Concerto per l'11 settembre', allo scopo di non dimenticare - che però non ci ha fatto dimenticare neanche quella esilarante sua rappresentazione in video, sul sito della 'Compagnia per la musica' con un inglese assai improbabile,  per lanciare appelli dalle strade di New York. E poi altre esperienze, alcune non proprio esaltantti, almeno per noi, di cui ha dato spesso notizia fotografica Dagospia, nel suo irresistibile 'cafonal', a seguito delle quali avevamo dato per esaurita quella sua vena di protettrice dell'arte e delle buone cause. Invece.
 Adesso la Ludo riciccia per  tentare l'ennesima capriola: catapultarsi sulla poltrona di vertice del 'Palazzo delle Esposizioni da cui dipendono anche la 'Scuderie del Quirinale', fiore all'occhiello delle mostre a Roma. Per tale poltrona la Ludo ritiene evidentemente di avere in mano buone carte da giocare.
 Solo che  quelle sue carte pare non siano state prese in considerazione se è vero che la decisione  il  comico duo Barca-Marino, sembra averla presa, facendo sedere su quella poltrona Franco Bernabè come presidente. Il quale Bernabè ha parecchia esperienza in tale settore essendo stato al vertic delle Biennale e del MART di  Trento e Rovereto per molti anni.  Per la poltrona di direttore generale si sta  per annunciare la nomina di un tecnico nella materia propria dell'istituzione romana; e, anche per questa seconda possibilità, sembra che la Ludo non abbia in numeri per spuntarla.  Che deve fare allora la Ludo? Senza scoraggiarsi, deve attendere il  prossimo giro,  in qualunque altro campo, per giocarsi le sue belle  carte.
 P.S. La Ludovica la ritroviamo, con grande nostra sorpresa unita a incontenibile gioia, a L'Aquila nel consiglio direttivo della Società di concerti 'Barattelli', nominatavi dal Consiglio di amministrazione alla fine del 2013,  con durata biennale. Chi ce l'ha chiamata? Giorgio Battistelli. Fa figo! Perchè la Ludovica, con la sua Compagnia per la Musica in Roma, aveva finanziato (in parte) l'allora fulminante progetto di Battistelli, direttore della Biennale Musica all'epoca, di  commissionare ad un compositore inglese che fa tanto figo, Michael Nyman,  i 'Versetti lussuriosi' dell'Aretino. Che resteranno nella storia della musica, della committenza pubblica e privata.

lunedì 20 gennaio 2014

E' morto Claudio Abbado. Lunedì 20 gennaio. A Bologna. Aveva 81 anni.

Che la situazione  stesse precipitando  c'era da supporlo. Parecchi erano stati i segni premonitori negli ultimi mesi. Dalla sua assenza al ricevimento al Quirinale per la nomina di senatore a vita, alla cancellazione dei suoi impegni di novembre, tournée europea compresa, dalla successiva cancellazione anche di altri impegni ed addirittura dei suoi concerti di febbraio, dal comunicato della Mozart che giungeva proprio alcuni giorni fa nel quale si annunciava la sospensione dell'attività dell'orchestra; fino all'appello di Roberto Saviano sull'Espresso di questa settimana, panegirico del grande direttore ed appello perchè la Mozart viva, anche dopo Abbado. Questo Saviano non lo diceva, ma era quello che voleva dire. Saviano, come anche Benigni, amici ambedue di Abbado, avevano evidentemente informazioni più precise  e frequenti.
 Della gravità della situazione noi avevamo avuto notizia,  negli ultimi giorni di dicembre, quando eravamo a Venezia per il Concerto di capodanno alla Fenice, diretto da Diego Matheuz.  Il giovane direttore, pupillo di Abbado, fra un concerto e l'altro di fine anno, s'era assentato una mattinata, per andare a Bologna a salutare 'Claudio'. Al suo ritorno in teatro, gli domandammo: Abbado sta molto male, vero? Sì, Claudio sta male, ma lui è forte ed anche questa volta ce la farà - fu la sua risposta. Nei giorni di agonia, a Bologna per il Parsifal al Comunale, c'era suo nipote Roberto,  suo erede nella direzione: gli sarà stato certamente vicino, assieme ai suoi figli, prima di tutti Alessandra che, da quando suo padre si ammalò gravemente, è stata anche la sua assistente ed infermiera, quasi l'ombra che lo seguiva ovunque.
 Claudio Abbado era stato operato per un tumore nel 2000. Dopo alcuni mesi di convalescenza, ed avendo superato momentaneamente il rischio di morte, era comparso in pubblico a febbraio del 2001, a capo dei Berliner,  a Roma, nell'Auditorium della Conciliazione, visibilmente provato, per una intensa settimana di concerti, nel corso della quale presentò le sinfonie ed i concerti per pianoforte di Beethoven.
 Va ricordato che quella'residenza' romana' era venuta fuori dopo che Parigi aveva rinunciato alla trasferta dei berlinesi, già programmata. Per salvare la tournée, Mimma Guastoni l'aveva  presa per Musica per Roma che allora presiedeva; senonchè si era dovuta dimettere, e Berio da poco nominato a Santa Cecilia ( forse commissario, ancora?) s'era attribuita la paternità di quella trionfale tournée romana. Abbado era visibilmente provato - raccontano che fra un tempo e l'altro dei concerti fosse curato in camerino con farmaci  potenti.  Abbado, nonostante la malattia non voleva arrendersi. Per quasi quindici anni ha continuato, amministrando bene il suo tempo, alternando periodi di lavoro ad altri di riposo nei climi caldi o salutari del Venezuela o dell'amata Sardegna.  E forse la nascita della sua ultima creatura, l'orchestra Mozart ha avuto in lui un effetto ringiovanente.
 Poi,  negli ultimi  mesi dello scorso anno, la ricaduta che l'ha condotto alla morte. Noi vogliamo ricordarlo più che come direttore d'orchestra - chissà in quanti lo stanno facendo in queste ore - come padre amorevole di grandi orchestre di giovani, da quella Europea a alla Mahler, fino alla Mozart, senza dimenticare il suo sostegno alla missione di Abreu in Venezuela, da dove ha fatto emergere oltre Matheuz, Dudamel; come anche il sostegno concreto alla Scuola di Musica di Fiesole, alla quale aveva devoluto interamente il suo stipendio da senatore a vita, il cui incarico non ha potuto onorare.
Addio maestro,  educatore entusiasta di giovani!